Biografia

 

I primi anni, l'educatore e il parroco
Il Vescovo di Piacenza
Scuole di catechismo
Seminari, sacerdoti e sinodi
Le visite pastorali
Intermezzo
Scalabrini e le due Congregazioni religiose per migranti
L'opera di Scalabrini oggi
L'esumazione della Salma
Il Beato Scalabrini: un pastore più che un dottore
Il carteggio Scalabrini-Bonomelli
Il Beato Scalabrini e i suoi tempi
Il timbro personale della Santità del Beato Scalabrini
Il vero motivo di un ritardo
Istantanee sulla sua figura
Alcune suggestioni particolari

 

I PRIMI ANNI, L'EDUCATORE E IL PARROCO

Giovanni Battista Scalabrini nacque e fu battezzato l' 8 Luglio 1839 a Fino Mornasco, alle porte di Como. Terzo di 8 figli di una famiglia solidamente religiosa e socialmente modesta (il padre era un piccolo negoziante di vino in paese), poté frequentare non senza sacrifici il Ginnasio statale a Como, dove dimostrò una bella intelligenza e soprattutto una seria applicazione, che al termine del Ginnasio furono anche premiate con i tre volumi di un' edizione di lusso di Cesare, conservati ora nel Museo della Casa Madre. Una lettera del 1856 a un eminentissimo Porporato lo rivela anche sensibile al tema nazionale (non si dimentichi la situazione storica conflittuale tra lo Stato italiano e il soppresso Stato pontificio), e su posizioni che anche in seguito auspicheranno la riconciliazione fra Religione e Patria. Entrato in seminario a Como, vi compì la filosofia e la teologia, e fu ordinato Sacerdote il 30 Maggio 1863.

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Dopo una brevissima esperienza pastorale in una piccola parrocchia della Valtellina, fu nominato Vicerettore e Professore di discipline classiche nel Ginnasio-Liceo del Seminario minore di S. Abbondio, di cui fu anche Rettore per due anni.
Nel 1870 fu fatto Parroco di San Bartolomeo, importante parrocchia della zona industriale di Como. La sua attività pastorale, caratterizzata dal contatto personale con tutte le varie categorie di fedeli, sensibile particolarmente al problema del lavoro e della povertà (fondò una società di mutuo soccorso), della gioventù (aprì il primo oratorio in Diocesi), e della scuola di Catechismo, non lo assorbirono tuttavia a tal punto da non poter vivere intensamente il particolare momento ecclesiale costituito dal Concilio Ecumenico Vaticano I.

E proprio nel 1872 tenne nella Cattedrale di Como le celebri e coraggiose 11 conferenze su quel Concilio che sancì il Primato del Papa nella Chiesa e condannò il razionalismo liberale e positivista: conferenze che, raccolte in un libro, lo fecero conoscere anche al Papa Pio IX, il quale (forse su suggerimento di Don Giovanni Bosco) lo nominò Vescovo di Piacenza nel Concistoro del 28 Gennaio 1876 : aveva solo 36 anni.
Degli anni sacerdotali che precedettero la nomina a Vescovo, si vogliono ricordare tre fatti 'profetici': il primo è la sua vocazione missionaria, che appena sacerdote lo fece iscrivere al PIME di Milano, vocazione 'rimandata' dal suo Vescovo con un perentorio: "Le tue Indie sono in Italia!"; il secondo è la carità eroica che gli meritò anche la medaglia al valore civile "ai benemeriti della salute pubblica", per l'assistenza prestata ai colerosi nel 1867; e il terzo è il libretto, originale e innovatore, sul catechismo per l'infanzia, dedicato alla memoria di sua madre, mortagli due anni prima.

IL VESCOVO DI PIACENZA

Agli inizi del secolo, quando la stampa sussurrava la sua nomina a cardinale, il Vescovo di Piacenza - che a due anni dal suo ingresso aveva scritto ai fedeli "di riposare volentieri nell'idea di consumare la sua vita" fra di loro - diceva amabilmente nel suo dialetto comasco, proprio come faceva nei momenti di particolare sincerità ed affezione: "El miga anche trop es Vescov de Piacenza?" Non è mica anche troppo essere vescovo di Piacenza?
E bisogna dire che egli aveva non solo un concetto 'antico' della dignità del Vescovo -come è anche provato, nel primo Sinodo, dalle due pagine di citazioni di S. Ignazio Martire, che sentiva il Vescovo come "Il Signore in persona" nella Diocesi - ma anche il senso, e questo più particolarmente suo, degli "indissolubili sponsali" tra lui e la sua sposa, cioè la Diocesi.
Oltre a questa sensibilità, che lo portava a "farsi tutto a tutti" nella sua Diocesi, egli aveva quello che oggi è più particolarmente detto il senso della 'collegialità' episcopale, che lo portava (e lo si vedrà in seguito) anche a sentire la paolina "sollecitudine di tutte le chiese", e di tutte le anime. A proposito di un suo consiglio dato per metter pace in una controversia tra i Padri Oblati di Rho, al Cardinale Segretario di Stato che lo aveva incautamente rimproverato quasi di una intromissione, rispose senza timidezza, richiamandosi a questa idea grande: "I Vescovi non devono consigliare, consolare quelli che a loro si indirizzano, siano pure estranei alla loro Diocesi? Non sono essi posti dallo Spirito Santo a reggere la Chiesa di Dio?".
Con questa concezione del Vescovo, con uno zelo ardente della gloria di Dio e della salvezza delle anime "che sono costate il sangue di Cristo" (qualifica abituale di "anime" nei suoi scritti), con un carattere aperto e gioviale, fatto apposta per incontrare e andare incontro, egli entrò a Piacenza. Non si dimentichi che aveva solo 36 anni, una florida salute, una bella intelligenza, e una volontà perseverante, paziente, costante. Aveva anche il dono di una parola chiara ed efficace, di una voce armoniosa e rotonda. Aveva, infine, e fu notato fin dal suo ingresso, un fascino esteriore che più propriamente si dice bellezza.

SCUOLE DI CATECHISMO

II primo atto ufficiale del Vescovo (e anche questa primizia è significativa, e, per così dire, una continuazione) fu una Pastorale con cui si riorganizzava in Diocesi la scuola di Catechismo.
Scalabrini, che concepiva la scuola di catechismo - che chiamava anche come si suole oggi "catechesi" - come "catecumenato" (che non è ancora del tutto un'acquisizione neppure ai nostri giorni!), era consapevole che la società italiana si stava progressivamente laicizzando: la scuola aveva come "facoltativo" l'insegnamento della Religione (che, nella mente degli alunni, aveva quindi meno importanza che il far di conto!), e la famiglia aveva la sua prima incrinatura con la prima proposta di legge sul divorzio, che portava la data 1876, l'anno stesso della sua nomina a Vescovo.
Urge, quindi, un investimento dell'attività pastorale sul settore dell' "educazione" (e non semplice "istruzione") cristiana, che coinvolga tutte le età. Ne viene fuori, quindi, una struttura scolastica fortemente decentrata sulle 'foranie', che ha come scopo di "formare" i maestri, che sono "l'anima e la vita" della catechesi: maestri che hanno un padre spirituale, un ritiro mensile e la comunione settimanale da fare! Investimento sul laicato (saranno oltre 6000 i maestri), che non deve rimpiangere - dice il Vescovo - di non essere missionario, perché evangelizzatore a pieno titolo, anzi: perché esercita così il suo ufficio 'profetico'!
La consapevolezza di vivere ormai in una civiltà sempre più laica e miscredente, ha anche delle conseguenze sul modo di fare catechesi (ed ecco la seconda novità): la catechesi doveva passare da una forma dogmatica e mnemonica ad una forma più ragionata e dialogica. Era una fede che nella catechesi ricercava le proprie ragioni, oltre che il proprio slancio.
Scalabrini ha posto tre pietre miliari nella storia della catechesi italiana: 1876: la fondazione in Piacenza della prima rivista mensile catechistica italiana (e seconda al mondo) "II Catechista Cattolico", che durerà fino al 1940; 1877: la pubblicazione del libro "II catechismo cattolico" - "la dramma perduta della catechesi italiana" - (Riva); 1889: la celebrazione del primo Congresso catechistico nazionale, e mondiale, con la proposta, fra l'altro, del "catechismo unico" per gli italiani, specie emigranti, proposta caldeggiata da quello che poi sarà Pio X, appunto il Papa del catechismo unico.

SEMINARI, SACERDOTI E SINODI

II Vescovo, che era stato insegnante e Rettore di Seminario, ebbe particolare cura dei suoi tre Seminari: Urbano, di Bedonia, e Collegio Alberoni. Li considerava "casa sua propria", ne voleva essere informato nel dettaglio con relazione mensile, li visitava di frequente, passandovi "i momenti più lieti e giocondi" della sua vita.
In tempi in cui lo Stato dilapidò i beni ecclesiastici che sostenevano i Seminari, Scalabrini con "una generosità fino al sacrificio", riuscì a sistemarli sotto l'aspetto finanziario, base indispensabile per una sicurezza anche educativa.
Tra le strutture educative più importanti da lui inaugurate, si ricordi la figura del Direttore Spirituale, e l'introduzione nel piano degli Studi di quattro materie "tutte richieste dalle esigenze dei nostri tempi": Esegesi biblica, Diritto canonico, Storia ecclesiastica e Liturgia. Ha istituito pure una cattedra di canto gregoriano, prevenendo anche qui i tempi.
Quanto ai contenuti: ha preceduto di qualche anno la disposizione di Leone XIII che faceva obbligo in filosofìa e teologia di seguire il pensiero di S. Tommaso d'Aquino.
Il Seminario per lui era "una palestra, dove i giovani per via di studio, di pietà e di disciplina, abnegazione e sacrifìcio" si preparano al ministero di domani. Era, cioè, una presa di distanza dalla vita pastorale, ma proprio in vista di essa. Concezione, questa, datata, ma sempre feconda.
Scalabriniano, in proposito, è questo pensiero: "Alcuni episodi delle mie visite pastorali mi dimostrano che anche un parroco di scarso ingegno, ma virtuoso, può fare e fa molto bene". E ancora di più quest'altro: "Era sì buon figliolo! Ma già, questi giovani di poca capacità, se perdono il fervore nella pietà, perdono tutto e prestissimo".
Nella sua agonia, ripeteva spesso : "I miei preti? Lasciateli entrare, non fateli aspettare troppo!". I suoi preti stavano proprio in cima alla sua mente e nel profondo del suo cuore.
E' stato il loro Vescovo, ma più ancora il loro padre: comprensivo, giusto, amoroso, compassionevole: "Che se i preti non sono angeli, quasi è meglio così, perché san meglio compiangere e sovvenire i colpevoli e i miseri fratelli", ebbe a scrivere.
Le visite pastorali le faceva anche per trovarsi con i suoi figli prediletti, i sacerdoti. E i tre Sinodi da lui celebrati volevano essere anche un incontro di presbiterio, nella diaspora di una Diocesi montagnosa che rendeva difficili gli incontri.
La legislazione dei Sinodi è pure essa datata, ma le motivazioni biblico-teologiche, a fondamento della normativa, portano il sigillo scalabriniano, che può essere riassunto nel classico: "il bene delle anime è la legge suprema".

LE VISITE PASTORALI

Più che nei Sinodi, Scalabrini rimane inimitabile per questo che egli suole chiamare "il più grave e il più caro dei miei uffici, voglio dire la sacra Visita pastorale".
Ne ha compiute 5 di persona all'intera Diocesi di 365 parrocchie, la buona metà delle quali raggiungibili a groppa di mulo, o a piedi. Molti dei suoi fedeli non avevano mai visto la faccia del loro pastore, tanto che quelli di un paesetto dell'alto Appennino credevano che fosse disceso addirittura lo Spirito Santo, dice una teste. La visita pastorale era un avvenimento religioso, ed era preparata dalle "Missioni", predicate da un apposito "staff di valenti missionari. Era soprattutto il pastore che desiderava conoscere ad una ad una le sue pecorelle e anche farsi conoscere da loro. Il genio dell'affabilità, del contatto, della simpatia, oltre che lo zelo delle anime, trovavano qui il modo di esprimersi e di riceverne gratificazione, specie in mezzo ai dissapori e contrasti della dirigenza e della politica. In molte chiese della Diocesi c'è una lapide in sua memoria.
La visita aveva anche il suo lato ispettivo, giuridico, statistico, ma era soprattutto un atto pastorale vero e proprio.
Durante la sua terza visita pastorale, ebbe anche questa iniziativa, che lui narrò a Roma, non senza un che di pungente nel finale, e che ci fa capire la sua sollecitudine per "quella porzione abbandonata del suo gregge":
"Durante questa terza Visita Pastorale sono salito sul Monte Penna, che s'innalza a 1700 metri sul livello del mare. Quei gioghi alpestri sono abitati per nove mesi all'anno da circa trecento operai (in genere emigrati veneti), estremamente poveri, che segano la legna, cuocciono il carbone, e fanno altri lavori del genere; abitano al riparo di elci secolari, proteggendosi dalle intemperie sotto i loro rami, e non godono mai, o quasi dell'assistenza spirituale di un sacerdote. L'unica casa rustica vi esistente si è trasformata in quel tempo in palazzo episcopale e cattedrale. Dimorandovi per quattro giorni, confortai con la parola e le opere di pietà quella porzione abbandonata del mio gregge, che mi rallegrò assai con la semplicità della fede e dei costumi. Veramente, Eminentissimi Padri, dove manca l'opera degli uomini, sovrabbonda la grazia di Dio in favore dei fedeli che cercano Dio con cuore puro e buona volontà".

INTERMEZZO

Non so se vi è mai capitato di fare un viaggio, e di dover mettere in un'unica valigia tutta la roba necessaria. Per quanto la si accomodi bene, alfine qualcosa deve restare fuori: non c'è verso di farcela stare! Tira fuori e metti dentro, togli di qua e metti di là: è un'operazione ingegnosa e incresciosa, ma tant'è: quella roba non ci sta tutta... Qualcosa di simile capita quando si vuole mettere dentro un "dépliant" la vita e l'opera di un grande vescovo come Scalabrini. Ad un certo punto si è costretti a fare solo un inventario sommario delle "opere e dei giorni". Tra essi: l'esercizio regolare delle opere di misericordia ai carcerati per le feste natalizie e pasquali, la scuola di catechismo agli studenti della città; la carità ai poveri, e ai più poveri tra loro che sono quelli decaduti dalla ricchezza (una lista di oltre 200 famiglie!); il perdono delle offese; l'amicizia esemplare con Bonomelli (un carteggio di 400 pagine!); l'approccio con "i lontani"; l'impulso dato alle attività sociali della Chiesa, specie all'Opera dei Congressi; il suo atteggiamento vincente in politica contro il "non expedit" (divieto ai cattolici di eleggere ed essere eletti in Parlamento), e nella soluzione del conflitto tra Papato e Stato italiano, cioè, la conciliazione; la fondazione del "Divus Thomas" (rivista fìlosofìco-teologica di alto profilo) e del quotidiano "L'amico del popolo"; le sue pubblicazioni di carattere sociale, come l'opera "II socialismo e l'azione del Clero" e le varie conferenze sull'Emigrazione; le sue oltre duemila pagine di omelie; l'Opera di Sant'Opilio in favore dei Chierici poveri, la fondazione in città dell'Istituto delle Sordomute, il suo contributo per la riapertura del Seminario Lombardo; l'opera "immane" del restauro della Cattedrale (ma iniziata anche per dare lavoro in un tempo di crisi!); la fondazione dell'Opera in favore delle mondariso.
E mentre si crede di aver esaurito il capitolo, ecco che ci si ricorda di aver dimenticato qualcosa come la fondazione della Banca di Sant'Antonino (le poste attuali di Piacenza, con ancora nel soffitto il bei medaglione del Vescovo, opera di Pacifico Sidoli), e di tante altre casse di Risparmio.
La tirannia dello spazio costringe addirittura a sottacere quell'aspetto della sua vita che più propriamente lo direbbe santo, cioè, il suo rapporto con Dio nella preghiera fervorosa e costante, nella celebrazione devotissima, che "emanava un fluido particolare" come dice un teste; il voto di mezz'ora di meditazione quotidiana, la sua pietà eucaristica (e le quasi 400 pagine del Sinodo III tutto dedicato all'Eucarestia, e stese di suo pugno), e la devozione mariana con i suoi pellegrinaggi e con la rivitalizzazione dei Santuari diocesani; la sua ascetica fino alla penitenza volontaria; la sua fiducia nella Provvidenza e il suo zelo che non ha l'eguale se non nel suo disinteresse, ecc.; la sua carità quotidiana e quella dei momenti più drammatici, come in occasione della carestia del 1879, in cui, per dare 4000 minestre al giorno, per tre mesi, impegnò tutto, anche i suoi cavalli, anche il calice prezioso, dono di Pio IX! E lo portò al Monte di Pietà per ben due volte, dice quell'altro campione della carità che è Mons. Torta. Ma è ormai tempo di giungere all'opera sua maggiore.

SCALABRINI E LE DUE CONGREGAZIONI RELIGIOSE PER I MIGRANTI

L'emozione creatrice per la sua opera in favore dei migranti egli scrive che l'ebbe (lo Spirito spira dove vuole!) passando un giorno per la stazione di Milano rigurgitante di emigranti, "figli della miseria e del lavoro". Ma già fin dalla sua prima visita pastorale egli aveva raccolto dati statistici sull'emigrazione dal suo Appennino che gli dicevano che quasi il 12% dei suoi fedeli emigrava, in Europa e in America, per cui il pastore sollecito si era posto l'interrogativo: "Che cosa fare?".
L'emigrazione allora era una necessità estrema (e non il tentativo di migliorare la propria posizione sociale), ed emigrare è sempre stato un dramma sotto ogni aspetto: umano, economico, culturale, e quindi (conclusione scalabriniana nel "Memoriale"!) religioso. Anche alla stazione di Milano egli si era chiesto: "Quanti, pur trovando il pane del corpo, verranno a mancare di quello dell'anima, non meno del primo necessario, e smarriranno, in una vita tutta materiale, la fede dei loro padri?". E dalle lettere dei suoi fedeli emigrati sulle rive dell'Orinoco c'era la straziante invocazione: "Ci mandi un prete, perché qui si vive e si muore come le bestie".
Prima di vedere che cosa ha operato, come risposta all'interrogativo categorico: "Che cosa fare?", resta ancora da dire che Scalabrini, come è proprio dei santi e dei geni, intuì in quel fenomeno sociale che coinvolgeva tutti i paesi cattolici d'Europa, e con così enorme portata (dal 1860 al 1970 oltre 25 milioni di Italiani emigrarono!), un "segno dei tempi", cioè qualcosa con cui la Provvidenza divina voleva scrivere la sua storia di salvezza. L'ingiustizia umana produce l'emigrazione, ma il male dell'emigrazione ha anche una sua provvidenziale ragion d'essere nel piano di Dio: evangelizzare, mediante i cattolici europei, il "Nuovo Mondo", che diviene "la Terra Promessa alla Chiesa Cattolica" europea, cui si misurava lo spazio in Europa. E' interessante notare che in quest'ordine di idee non giunse subito, ma con lenta lettura delle piste di Dio. Infatti, nel suo primo Sinodo (1878) l'emigrazione viene sconsigliata e per così dire esorcizzata. E ancora: non dimentichiamo che l'emigrazione, anche quella che è un conto di numeri bassi per la fede, lui l'aveva in famiglia, con due fratelli 'persi' così in Argentina. Al "che cosa fare?" Scalabrini rispose col fondare una Congregazione religiosa di Missionari (1887) e Missionarie (1895), che seguissero i migranti italiani nelle Americhe, e impiantassero nel Nuovo Mondo la Chiesa degli emigrati italiani, e analogamente quella degli emigrati polacchi, tedeschi, ecc.: perché, ed ecco l'intuizione geniale scalabriniana, fatta propria dalla Chiesa: senza cultura propria (lingua, storia, sacerdoti, santi, religiosità popolare, feste, ecc.) a lungo andare non vive più neanche la fede. In questo contesto va inteso il motto scalabriniano di "Religione e Patria".
Le attività dei Missionari e delle Missionarie consisteva nell'aprire scuole, ospedali, orfanotrofì, oratori, chiese, giornali, ecc. che dessero il nutrimento spirituale e culturale ai connazionali, che sarebbero stati in caso contrario terra di nessuno, cioè, terra delle sette, o, peggio, del vuoto. Col tempo, poi, essi si sarebbero integrati coi nativi. Una ventina di giorni prima di morire, Scalabrini scriveva al Papa il famoso "Memoriale", profetico, perché denunciava "la parte di colpa" della Chiesa nella perdita della fede di milioni di cattolici europei emigrati in America e abbandonati a se stessi (si afferma che in dieci anni la Chiesa Cattolica aveva perduto più fedeli di quanti non ne avesse guadagnati in trecento anni di evangelizzazione degli infedeli), e la sollecitava a sentirsi interpellata da questo segno dei tempi, a cui doveva dare la propria impronta "per fermentare con il Vangelo la realtà delle trasmigrazioni, e fare possibilmente di esse un mezzo per l'adempimento della sua missione evangelizzatrice". Queste parole del Documento Ecclesiale "Chiesa e mobilità umana" (1978) sono ricalcate su quelle del "Memoriale" di Scalabrini, che consigliava anche la struttura per raggiungere lo scopo: la costituzione di un Dicastero romano "per gli emigrati cattolici".
E il suo voto fu esaudito. Infatti, Pio X affiderà nel 1912 alla Congregazione Concistoriale (che presiede ai vescovi del mondo) il compito della pastorale migratoria mondiale. Scala-brini, che abbiamo visto visitare quella "porzione abbandonata del suo gregge" sul Monte Penna (ed erano in genere, si è visto, emigrati veneti), visiterà anche le Missioni dell' America del Nord (1901) e del Sud (1904), anche in questo anticipando lo spirito della nuova frontiera pastorale, per cui "diocesi e parrocchia non si definiscono soltanto in termini geografici; esse sono chiamate ad estendersi fin là dove si recano o vivono tanti loro fedeli" (Ib. 21).
Oltre alle due Congregazioni religiose, Scalabrini fondò anche una associazione laicale (maschile e femminile), "L'opera San Raffaele", attiva in 19 città italiane di forte emigrazione, e ai porti di imbarco e di sbarco (Genova, New York, Boston), con uffici vari di informazione e di tutela, ostelli, ambulatori, cambio, ecc.
Un grande merito della "San Raffaele" italiana è stato quello di aver ispirato il pensiero di base (libertà di emigrare, ma non di far emigrare) e una ventina di disposizioni di legge della nuova normativa votata in Parlamento nel 1901, e passata al Senato soprattutto per Fazione dei membri della "San Raffaele.

L'OPERA DI SCALABRINI OGGI

I Missionari Scalabriniani sono oggi circa 700, e operano in 27 nazioni del globo, con attività pastorali tradizionali ed anche nuove, come i centri di accoglienza per i minanti di passaggio ("Casa del migrante"). In genere l'episcopato locale affida loro la direzione del Segretariato dell'Emigrazione. Il fine specifico si è allargato a tutte le migrazioni, in particolare latino-americane, ed anche agli immigrati dal Terzo Mondo, com'è il caso dell'Italia. Contemporanea all'ampliamento dell'attività missionaria alle diverse etnie è stata anche la sempre maggior presenza plurietnica nelle file dei membri della Congregazione. Importanza particolare hanno assunto i Centri Studi Emigrazione, specialmente quelli di New York, Roma, Parigi, Buenos Aires, Sào Paulo, Manila.
Anche le Missionarie Scalabriniane, che sono circa 800, hanno allargato la loro finalità ed esteso il raggio di azione ad altre nazioni in America e in Europa, come ultimamente è stato per la Polonia e l'Albania, oltre che nelle Filippine e in Africa. A loro è in genere affidata la responsabilità della pastorale migratoria i\ livello diocesano, ed anche nazionale.
Negli anni Sessanta sono nate in Svizzera, come germinazione del carisma scalabriniano, le "Missionarie Secolari Scalabriniane", un Istituto secolare femminile, nato in emigrazione, multiculturale nei membri, diffuso in Europa e America del Sud, e con una attenzione particolare al mondo giovanile in emigrazione. L'ideale scalabriniano ha con esse assunto uno slancio carismatico e un supplemento di anima.
"Esser Vescovo è appartenere a tutti, e non più a se stesso; è essere il padre di una famiglia, il capo di una chiesa, che vive della sua propria vita nella grande unità della Chiesa universale, Esser Vescovo è soprattutto essere il cuore di Dio, questo cuore riboccante di carità, che ha sempre nuovi benefici da versare sul mondo" (dal discorso di Scalabrini per l'elogio funebre di Mons. Bersani, Vescovo di Lodi, 1887).

L'ESUMAZIONE DELLA SALMA

II giorno 11 Marzo 1997 la Commissione diocesana addetta esumò le spoglie del Beato Scalabrini dalla tomba ai piedi del suo monumento nel Duomo di Piacenza, e la cassa di zinco, liberata da quella esterna di legno massiccio, fu portata nella Casa Madre dei suoi Missionari. Qui rimase per un mese, tra la commozione dei suoi figli e figlio, che venivano a trovarlo e a rendergli gli omaggi da tutta Europa, fino a che la Commissione non procedette alla apertura della cassa ed alla ricognizione delle benedette spoglie, per dare inizio alle operazioni di imbalsamazione. Fu il giorno 12 Aprile.
Tuttavia, già attraverso un oblò della cassa di zinco, si poteva vedere qualcosa nell'interno della bara, e soprattutto che la faccia del Beato era ancora intatta, e molto simile a quella che è stata ricostruita nel poster che circola comunemente.
La commozione colse tutti i membri della Commissione, quando, dissigillata la cassa di zinco, apparve il corpo del nuovo Beato, vestito delle vesti episcopali e con l'occorrente per la messa. Man mano che il Prof. Fucci, Direttore dell'Istituto di Medicina Legale dell'Università La Sapienza di Roma, procedeva a liberarlo dalle vesti piuttosto madide, la commozione dava luogo alla stupefazione, perché appariva un corpo ancora intatto. Il corpo del Beato è quello di un uomo nel pieno della sua maturità, alto 1.65, magro, ben conformato, con gambe diritte, capelli ancora folti, denti intatti, orecchi non ampi e fini, e soprattutto con mani bellissime, dalle dita affusolate e lunghe, mani che sembrano proprio avere il pensiero!
Queste belle mani stringevano un calice, mentre la patena giaceva sul petto, a protezione della coppa; stringevano anche un crocifìsso di metallo. Attorno alle mani era intrecciata una corona del rosario, e poco più sopra al calice c'era la croce pettorale con la sua catena, entrambe di metallo.
Ancora bene sigillate, e fissate ad un anello apposito nella parte terminale destra della bara, c'erano le ampolline con vino nero ed acqua, ed una teca di pergamena con farina di ostie; mentre nella parte sinistra c'era, avvolta in una tela cerata, la pietra sacra dell'altare. Sotto il capo, in un cuscino piegato a metà, che serviva anche da sostegno al capo, c'era il "Missale parvum romanum" (messaline romano), le carte gloria, quelle del Canone della messa, purifìcatoio, palla, manutergio e corporale con busta; inoltre, il Calendario della Diocesi Piacentina dell'anno 1905 col Proprio dei Santi della Chiesa Piacentina.
Sul capo il Beato aveva la mitra, semplice. Del resto, conforme alla testimonianza al Processo diocesano del suo Cerimoniere che lo compose nella bara, il Beato Scalabrini volle essere sepolto poveramente, sia nei paramenti, come nel camice, nell'anello e nella croce pettorale. Il messaline era aperto alla festa dell'Ascensione, cioè, della "sublime migrazione".
Il Francesconi interpreta quella disposizione di farsi seppellire con l'occorrente per la messa come l'espressione ingenua della sua pietà eucaristica, un atto di fede, e di "speranza di poter ancora una volta celebrare la messa nel giorno della risurrezione". Ma i testi del processo dicono solo l'ultima volontà, senza aggiungerne quel motivo.
Non si potrebbe, invece, pensare alla sua morte, offerta a Dio come la sua ultima messa?
L'avello del duomo ha un documento che è come un presagio: in un mattone a muro ci sono i nomi dei quattro muratori che l'hanno preparato: certamente convinti di passare alla storia! La cassa di zinco porta ancora ben visibili le orme dei calzari pontifici del Vescovo: probabilmente nella sua prima sepoltura al cimitero (1905-1909), la cassa fu calata giù perpendicolarmente, sicché i calzari fecero pressione sulla parete.
E' per questo che i piedi suoi non hanno retto, quando si volle liberarli dall'involucro dei calzari. Qualcuno, però, vi ha visto come un segno. Scalabrini è stato il Pastore che ha camminato e "sudato tanto" in Diocesi, in Italia e nelle Americhe, e i piedi di questo evangelizzatore di pace sono davvero belli.
E a chi appartengono meglio che a quelli che, seguendo il suo invito, hanno messo i loro piedi dietro i suoi?

IL BEATO SCALABRINI : UN PASTORE PIÙ CHE UN DOTTORE

II Beato Scalabrini illustra la Chiesa di Dio con le doti di un Pastore, più che di un Dottore. La sua principale caratteristica è lo zelo pastorale, di cui egli stesso da nel "Catechismo Cattolico", sulle orme di S. Bernardo, le cinque note salienti: "Lo zelo dev'essere infiammato dalla carità, informato dalla scienza, reso invincibile dalla costanza, circospetto nella scelta dei mezzi, fervido e invitto nel ridurli a pratica attuazione". E fra queste cinque note, quelle più scalabriniane sono la terza e la quinta.
Ne consegue che nella Chiesa la sua figura spicca fra quella degli uomini di azione e non di contemplazione. Le doti di intelligenza ci sono (e ricordiamo il Primo Premio di Primo grado riportato in quinta Ginnasio al Liceo Volta di Como e conservato nel Museo della Casa Madre); ma in lui prevalgono le doti di governo e l'attività pratica di un Pastore su quella teoretica di un Dottore della Chiesa.
Anche negli scritti migratori, recentemente raccolti in un volume (Scalabrini e le migrazioni moderne, a cura di Rosoli, SEI, 1997), è sempre la dimensione pastorale a tenere il campo.
Chi poi legge i suoi scritti omiletici o le pastorali, si persuade ancora di più di essere di fronte al cuore di un Pastore piuttosto che alla mente di un teologo. Anzi, leggendo le pastorali che gli inviavano i Vescovi suoi amici e che trattano gli stessi argomenti trattati da quelle del Nostro-, si ha l'impressione che ce ne sia qualcuno che lo superi per profondità e spessore teologico, oltre che per valore letterario.
L'epistolario del Beato Scalabrini (uomo davvero delle comunicazioni sociali se, a conti fatti, per un'ora che egli teneva in mano il Breviario teneva tre ore la penna) lo conferma in questo carattere di uomo di azione pastorale.
Anche la prosa è qui più efficace, con una sua bellezza data da un dettato preciso, asciutto, fermo, e a cui nulla si può togliere o aggiungere senza rovinarlo.
Del resto, che egli sia proprio il Pastore, ce lo dice lui stesso, quando afferma di aver rifiutato l'offerta fattagli da Leone XIII della Nunziatura di Parigi, "dichiarando di non avere le qualità, sentendosi piuttosto chiamato alla vita pastorale, anziché per quella diplomatica" (Teste, Mons. Ludovico Mondini).

IL CARTEGGIO SCALABRINI-BONOMELLI

II suo carteggio con l'amico Vescovo di Cremona Mons. Bonomelli (Ed. Studium, 1983) è una conferma sia delle qualità scalabriniane di uomo prudente, sia di quelle generosamente imprudenti dell'amico al quale il Beato ebbe a dire: "Voi prima parlate e poi pensate"; "Voi e l'Albertario, per esuberante intemperanza, vi rassomigliate".
Dal "Carteggio" emerge, in crescendo, il profilo spirituale del Beato Scalabrini, il quale "santifica" sempre di più la sua vita (e determinante fu il periodo dello scisma miragliano, 1895-1900, in cui, ad imitazione del suo San Carlo del periodo della "peste", egli intensificò la sua vita ascetica), e "cristianizza" un po' anche quella del grande amico. Il "Carteggio", però, da l'impressione -fino agli anni in cui il Beato Scalabrini non si darà all'opera dei migranti (1887)- di una certa monotonia. Ciò non sembri irriverente, ma ci induca a meditare queste parole del Beato all'amico:
"Piacenza, 17 Settembre 1883, Carissimo e Ven. Confratello, in questi due anni ci siamo scritte tante lettere che ormai non si sa più che cosa dire. Sapete quante ne ho io delle vostre? 62, sì, dico sessantadue, una più bella dell'altra e tutte coordinate, come le canne di un organo, un po' monotono, a dir vero, perché è quasi- sempre la stessa nota che da il segnale. Dunque, battiamone un'altra (...)".

IL BEATO SCALABRINI E I SUOI TEMPI

Nel" primo Convegno di Spiritualità scalabriniana (Roma, Ottobre 1996) il Relatore sulla spiritualità del Beato in relazione con i suoi tempi concludeva, provocando un certo stupore, che Scalabrini è nel solco della spiritualità del suo secolo, e che la sua santità ne ha gli aspetti caratterizzanti, e cioè, è fondata sulla volontà (più che sullo Spirito Santo), è ascetica (più che mistica), ed è popolar devozionale (più che liturgica).
Il parallelo potrebbe essere esteso anche al suo impegno sociale, dicendo che anche in ciò il Beato Scalabrini canta, in un certo senso, dentro il coro, della Chiesa italiana in particolare.
Infatti, la Chiesa Cattolica italiana che, per le note vicende con lo Stato unitario, si era autoesclusa dalla vita politica del paese (si ricordi il dictat: ne eletti ne elettori, che fu la croce del Vescovo di Piacenza, che era invece attestato sulla sponda conciliatorista e partecipativa), aveva concentrato tutte le sue energie nel campo sociale, l'unico spazio che le fosse rimasto. In questo campo la novità di Scalabrini sarà soprattutto la presa di coscienza del maggior segno dei tempi costituito dal fenomeno migratorio, l'averne sensibilizzata l'opinione pubblica con i suoi giri di conferenze in varie città d'Italia, e l'averne prospettata la soluzione sia in termini operativi, anche a livello ecclesiale, sia anche legislativi (Legge 1901). Nella sua valutazione del fenomeno migratorio è bene che si ponga l'accento su queste due acquisizioni: l'emigrazione è un aspetto del problema più ampio che è la questione sociale, e che il modo di approccio per risolverlo è quello globale, perché è "un fatto politico, economico, sociale, e quindi religioso".

IL TIMBRO PERSONALE DELLA SANTITÀ DEL BEATO SCALABRINI

Abbiamo visto che la spiritualità del Beato Scalabrini, come anche il suo impegno sociale, non escono dall'ambito della vita del suo tempo. Eppure, in essa c'è qualche cosa -come il timbro di uno strumento musicale- che ce lo rivela, ed è quel suo carattere di totalità, che imprime quasi il senso del definitivo a tutto ciò che egli opera. Il suo motto era il paolino farsi "tutto a tutti": ma lo specifico suo non è tanto costituito -anche se ciò può sembrare irriverente per uno come lui che ha sentito la sollecitudine di tutte le Chiese -dalla seconda parte del detto paolino, cioè, dall'ampiezza degli interessi e per così dire dalla latitudine del cuore ("a tutti"), ma dalla prima parte, dal "tutto": egli impegnava sé stesso interamente e non in percentuale, qualsiasi cosa facesse. Il Beato Scalabrini non sarà sempre un numero uno, ma sarà sempre un numero intero!
Lo esprime bene anche nei suoi "propositi": "Bisogna dunque darsi a Dio ex tato corde (=con tutto il cuore). Quanto è folle il Vescovo che non si da toto corde al servizio di Dio (...)! Quanto è felice l'uomo che si da interamente al servizio di Dio!". Il nucleo della cellula, e poi la cellula della molecola e infine la molecola del tessuto spirituale del Beato Scalabrini è proprio questa totalità.

IL VERO MOTIVO DI UN RITARDO

Nella celebre Lettera del 15 Marzo 1892 ai suoi Missionari nelle Americhe, fondati cinque anni prima, annunciava loro la sua prossima visita per "l'anno venturo". Ma perché la realizzerà solo nel 1901 (Stati Uniti) e nel 1904 (Brasile e Argentina)? Furono proprio gli intoppi diplomatici ("la suscettibilità degli Ordinari Americani"), oppure il motivo vero fu un altro?
Anche nel caso di intoppi diplomatici, resterebbe da spiegare, inoltre, perché solo nel 1897, cioè cinque anni dopo l'annuncio della sua visita alle Missioni, farà richiesta alla Santa Sede del permesso di assentarsi dalla sua diocesi per due mesi (richiesta che si ebbe per risposta quella "sconvenienza" per la "suscettibilità" dell'Episcopato). Invece la visita si effettuò a distanza di una quindicina d'anni dalla fondazione, perché il Beato Scalabrini voleva verifìcare la bontà del suo carisma (=la fede nutrita dalla propria cultura si mantiene e si espande) alla prova dei fatti: e il tempo ne è la componente indispensabile.
A leggere bene, infatti, la corrispondenza del suo viaggio negli Stati Uniti, e poi in Brasile, si vede che lo scopo del viaggio fu ben più che quello di essere un incoraggiamento ai suoi Missionari: fu appunto la verifica della bontà o meno del suo carisma.
Infatti, più di qualche Vescovo americano aveva da recriminare sul carattere del cattolicesimo italiano (e meridionale), che, messo alla prova da una nuova cultura, non solo si liquefaceva come la neve al sole, ma alimentava addirittura la criminalità. Invece, il Vescovo di Piacenza era persuaso che era in pericolo quella fede (e morale) degli emigrati che non si nutre di una propria cultura, almeno agli inizi. E quale fu la sua felicità nel vedere "rifiorire la pratica religiosa" non solo, ma l'esemplarità civile nelle comunità servite dai nostri Missionari.
Anche nel suo incontro col Presidente degli Stati Uniti Teodoro Roosevelt sentì come una conferma del suo carisma le parole del Presidente che affermavano "che la nostra emigrazione è degna di riguardo e che i nostri lavoratori sono necessari là dove vi è un'opera difficile e pericolosa da compiersi, perché la loro intelligenza e la loro perduranza (=costanza) nel lavoro non soffrono confronti (...) e che nelle scuole gli scolari italiani si portano via i primi premi".
Il Beato stesso si compiacque di riferirgli l'ultima statistica che dava gli Italiani al terzultimo posto nella scala della criminalità, dal primo che occupavano un decennio avanti.
Il consuntivo del viaggio è la conferma del suo carisma:
"Mi sono sempre convinto che bisogna che i nostri emigranti conservino la nazionalità (=l'identità culturale italiana) per conservare la religione cattolica che altrimenti perderebbero, e viceversa. La Religione e la Patria sono inscindibili. Bisogna che l'emigrato ovunque trovi la nostra chiesa e la nostra scuola".
Medesimo bilancio ricavò dalla visita nel Brasile:
"Nel mio lungo viaggio all'America del Nord non feci che ripetere ai nostri connazionali queste parole: la lingua (==cultura) italiana: è questo il segreto per poter essere forti e uniti. La lingua inglese è necessaria per il commercio, per la vita di oggi: la conservazione della lingua italiana è un fattore principale per la vita intima, morale, familiare. Eppoi, fino a che l'uomo parla la sua lingua, non perde la fede. Così dirò anche in questo viaggio (nel Brasile).
Ecco le mie idee: assistenza all'emigrante, religiosamente, più che sia possibile: e di pari passo col bene dell'anima promuovere il bene materiale più che si può. Per me il "trait d'union" degli italiani all'estero dev'essere la fede. Se sapesse in Nord America di quali miracoli sia stata capace la propaganda religiosa nelle colonie! (...) Noi desideriamo che negli italiani che si recano all'estero la religione non vada disgiunta dal sentimento della Patria. E' la fede - sia essa nel ciclo o in noi - che ci regge nelle traversìe della vita: ed il conservare e l'avere comune la lingua (=cultura), vuoi dire avere comuni i pensieri e i cuori: la fede non può ne deve escludere l'italianità".
Della "colonia modello, la più regolata di tutto il Brasile", cioè di Santa Felicitade (Paranà), egli dice:
"I Missionari l'ebbero in mano in sul nascere e, assistita continuamente, si mantenne cristiana, cattolica, fervente".
E' per questo che nel Memoriale al Papa scriverà:
"Ho visto rifiorire intere popolazioni, come una primavera delle anime, sotto il soffio di un santo apostolato, le pratiche della vita cristiana e le ineffabili speranze della religione. Ho veduto (...) che se le anime si perdono a milioni, lo si deve in gran parte, più che all'attività, pur grande, dei nemici della viva fede, alla mancanza di un lavoro religioso bene organizzato e bene adatto ai singoli ambienti e alla deficienza (=mancanza) del clero": e in queste ultime parole in corsivo (nostro) è bene delineata anche la sua "pastorale specifica" per i migranti.

ISTANTANEE SULLA SUA FIGURA

Scalabrini non è una figura di santo già fatta, ma un laboratorio di forze per fare un santo, e la sua via di perfezione è lo sforzo continuo di perfettibilità. La santità del Beato Scalabrini non è mai stata qualcosa che riposasse sulle proprie ragioni acquisite, ma è stata sempre autentica nella tensione verso un sé da raggiungere. La sua anima è progettuale, utopica, comunque progressiva. Una sua attitudine (onda-mentale è lo spirito di attenzione: alle orme di Dio, alle sue piste incerte nel deserto, ai segni dei tempi: perché egli è fermamente persuaso che Dio agisce nella storia e che "l'uomo si agita, ma Dio lo conduce".
Egli ha lo spirito dell'esploratore: nella vena cerca il torrente, nel torrente cerca il fiume, che poi percorre per vedere se è navigabile. La madre delle sue virtù morali sembra essere la fedeltà e la costanza: per questo è anche l'uomo della virtù teologale della speranza. Ha poi il genio della pazienza, che è anche la virtù del pescatore di uomini.
La sua visione finale delle cose (in politica, come fondatore, e anche in emigrazione) non è mai quella iniziale. La chiarezza si direbbe in lui il premio della fedeltà. La sua santità è una materia disponibile ad una forma che onora lavoro, studio, sperimentazione, esperienza, consiglio, amicizia, collaborazione, contributi altrui, fallimenti, croci e tutte le altre virtù che sono attributi della carità che è paziente, che tutto crede, spera, e che tutto sopporta. Per questo, come disse nel 1882, lui viene da Como, "la città del Crocefìsso".
Per questo il suo motto è: "Fac me cruce inebriari" (O Maria, fammi inebriare della croce!).

ALCUNE SUGGESTIONI PARTICOLARI

Cinque pastorali importanti
Fra le oltre sessanta sue pastorali, le cinque più importanti crederei le seguenti, anche in scala di valore:
- La preghiera (1905), la devozione del SS. Sacramento (1902), La Chiesa Cattolica (1888), Gesù Cristo (1878) e L'insegnamento del Catechismo (1876).
Se si dovessero indicare quattro testi esemplari del suo pensiero, io proporrei i seguenti: - Il memoriale al Papa sull'organizzazione della pastorale migratoria nel Nuovo Mondo (Cfr.: Scalabrini e le migrazioni moderne, SEI, 1997, pp.224 sgg.);
- Il concetto di nazionalità (fatto soprattutto dalla religione e dalla lingua e cultura nazionale), voluta da Dio "non senza una potente ragione" (Ib. p. 61 sgg.);
- Transigenti e intransigenti, in cui appare il suo concetto di storia che sa leggere "i segni dei tempi";
- Il "Quam aerumnosa" (=Quanto drammatica... remigrazione) di Leone XIII, su bozza di Scalabrini: che contiene in nuce il carisma della pastorale migratoria 'specifica' scalabriniana.
Alcuni testi a lui più familiari
Oltre la Bibbia, egli aveva familiarità, in ordine statistico di frequenza, con:
- L'imitazione di Cristo
- Il "De consideratione" (=La meditazione) di S. Bernardo
- La regola pastorale di S. Gregorio Magno.
- E tra i moderni: La Dottrina Cattolica dell'amico Card. Capecelatro, e le Conferenze (3 Volumi) del Pére Félix, oratore di Notre-Dame, che hanno per argomento: Cristo e il progresso. (Il passo più importante sul suo Cristocentrismo, cfr. Francesconi, Spiritualità d'incarnazione, pp.11-12, è tolto di sana pianta da lui!).

Le lingue conosciute dal Beato Scalabrini

Egli conosceva bene il latino e il greco, sì da scriverli correttamente anche in metrica.
Per ciò che riguarda la Parola di Dio, tuttavia, solo in una lettera utilizza una volta il testo greco: segno questo di una mancanza di sensibilità propria dei suoi tempi.
Quanto alle lingue vive, egli sapeva il francese da scriverlo e parlarlo correttamente. L'inglese non lo conosceva affatto, e durante il viaggio in USA coi seminaristi parlerà in latino. Al Catholic Club di New York terrà il suo celebre discorso in francese; anzi, esordirà elogiando la cortesia degli ospiti che gli consentono quello strumento linguistico. Il tedesco lo studiò due anni al Ginnasio di Como, ma non andò oltre.
Il portoghese l'aveva studiato bene prima del suo viaggio in Brasile e lo conosceva sì da esserne complimentato:
"Oggi (25 Luglio 1904) terrò un discorso, in portoghese s'intende, a questi 420 giovani educati dai Benedettini (di San Paolo), domani ne terrò un altro nel collegio Salesiano". E qui "l'accoglienza non poteva essere né più splendida né più cordiale: parlai, in portoghese, ai giovani rispondendo a molti indirizzi, presenti il direttore generale delle scuole dello Stato e il vice presidente del Senato, meravigliati, sorpresi, del mio parlare facile nella loro lingua".
Le lettere dal Brasile sono intercalate da felicissime espressioni portoghesi, che dimostrano il suo feeling per quella lingua e cultura. Nel "messalino da viaggio", che usò in Brasile, c'è un ritaglio di giornale con una bella e lunga poesia dal titolo "Saudade" (=Nostalgia).

La frase più citata dal Beato Scalabrini

Senza dubbio, è la "missione" di Gesù: "Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura". Questo conferma il suo spirito missionario.

Gli scherzi della Provvidenza

Il Beato Scalabrini, appena sacerdote, voleva farsi missionario del PIME, ma ne fu impedito dal suo Vescovo. Però "confessava che siccome aveva sempre avuto l'idea missionaria, non avendo potuto realizzarla in sé stesso, la divina Provvidenza gli aveva ispirato il pensiero della fondazione del suo Istituto per gli italiani in America" (Teste: Mons. Ludovico Mondini).
Perché non cita mai: "Ero straniero"?
Forse perché l'emigrante cattolico è uno povero di mezzi, ma ricco di fini con la sua fede. Non è un "povero" straniero, ma un evangelizzatore, un "portatore di vera civiltà": un "Cristoforo", proprio come Colombo.