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E proprio nel 1872 tenne nella Cattedrale
di Como le celebri e coraggiose 11 conferenze su quel Concilio che sancì il
Primato del Papa nella Chiesa e condannò il razionalismo liberale e
positivista: conferenze che, raccolte in un libro, lo fecero conoscere anche
al Papa Pio IX, il quale (forse su suggerimento di Don Giovanni Bosco) lo
nominò Vescovo di Piacenza nel Concistoro del 28 Gennaio 1876 : aveva solo 36
anni.
Degli anni sacerdotali che precedettero la nomina a Vescovo, si vogliono
ricordare tre fatti 'profetici': il primo è la sua vocazione missionaria, che
appena sacerdote lo fece iscrivere al PIME di Milano, vocazione 'rimandata'
dal suo Vescovo con un perentorio: "Le tue Indie sono in Italia!";
il secondo è la carità eroica che gli meritò anche la medaglia al valore
civile "ai benemeriti della salute pubblica", per l'assistenza
prestata ai colerosi nel 1867; e il terzo è il libretto, originale e
innovatore, sul catechismo per l'infanzia, dedicato alla memoria di sua
madre, mortagli due anni prima.
IL VESCOVO DI PIACENZA
Agli inizi del secolo, quando la stampa sussurrava la sua
nomina a cardinale, il Vescovo di Piacenza - che a due anni dal suo ingresso
aveva scritto ai fedeli "di riposare volentieri nell'idea di consumare
la sua vita" fra di loro - diceva amabilmente nel suo dialetto comasco,
proprio come faceva nei momenti di particolare sincerità ed affezione:
"El miga anche trop es Vescov de Piacenza?" Non è mica anche troppo
essere vescovo di Piacenza?
E bisogna dire che egli aveva non solo un concetto 'antico' della dignità del
Vescovo -come è anche provato, nel primo Sinodo, dalle due pagine di
citazioni di S. Ignazio Martire, che sentiva il Vescovo come "Il Signore
in persona" nella Diocesi - ma anche il senso, e questo più
particolarmente suo, degli "indissolubili sponsali" tra lui e la
sua sposa, cioè la Diocesi.
Oltre a questa sensibilità, che lo portava a "farsi tutto a tutti"
nella sua Diocesi, egli aveva quello che oggi è più particolarmente detto il
senso della 'collegialità' episcopale, che lo portava (e lo si vedrà in
seguito) anche a sentire la paolina "sollecitudine di tutte le
chiese", e di tutte le anime. A proposito di un suo consiglio dato per
metter pace in una controversia tra i Padri Oblati di Rho, al Cardinale
Segretario di Stato che lo aveva incautamente rimproverato quasi di una
intromissione, rispose senza timidezza, richiamandosi a questa idea grande: "I
Vescovi non devono consigliare, consolare quelli che a loro si indirizzano,
siano pure estranei alla loro Diocesi? Non sono essi posti dallo Spirito
Santo a reggere la Chiesa di Dio?".
Con questa concezione del Vescovo, con uno zelo ardente della gloria di Dio e
della salvezza delle anime "che sono costate il sangue di Cristo"
(qualifica abituale di "anime" nei suoi scritti), con un carattere
aperto e gioviale, fatto apposta per incontrare e andare incontro, egli entrò
a Piacenza. Non si dimentichi che aveva solo 36 anni, una florida salute, una
bella intelligenza, e una volontà perseverante, paziente, costante. Aveva
anche il dono di una parola chiara ed efficace, di una voce armoniosa e
rotonda. Aveva, infine, e fu notato fin dal suo ingresso, un fascino esteriore
che più propriamente si dice bellezza.
SCUOLE DI CATECHISMO
II primo atto ufficiale del Vescovo (e anche questa
primizia è significativa, e, per così dire, una continuazione) fu una
Pastorale con cui si riorganizzava in Diocesi la scuola di Catechismo.
Scalabrini, che concepiva la scuola di catechismo - che chiamava anche come
si suole oggi "catechesi" - come "catecumenato" (che non
è ancora del tutto un'acquisizione neppure ai nostri giorni!), era
consapevole che la società italiana si stava progressivamente laicizzando: la
scuola aveva come "facoltativo" l'insegnamento della Religione
(che, nella mente degli alunni, aveva quindi meno importanza che il far di
conto!), e la famiglia aveva la sua prima incrinatura con la prima proposta
di legge sul divorzio, che portava la data 1876, l'anno stesso della sua
nomina a Vescovo.
Urge, quindi, un investimento dell'attività pastorale sul settore dell'
"educazione" (e non semplice "istruzione") cristiana, che
coinvolga tutte le età. Ne viene fuori, quindi, una struttura scolastica
fortemente decentrata sulle 'foranie', che ha come scopo di
"formare" i maestri, che sono "l'anima e la vita" della
catechesi: maestri che hanno un padre spirituale, un ritiro mensile e la
comunione settimanale da fare! Investimento sul laicato (saranno oltre 6000 i
maestri), che non deve rimpiangere - dice il Vescovo - di non essere
missionario, perché evangelizzatore a pieno titolo, anzi: perché esercita
così il suo ufficio 'profetico'!
La consapevolezza di vivere ormai in una civiltà sempre più laica e
miscredente, ha anche delle conseguenze sul modo di fare catechesi (ed ecco
la seconda novità): la catechesi doveva passare da una forma dogmatica e
mnemonica ad una forma più ragionata e dialogica. Era una fede che nella
catechesi ricercava le proprie ragioni, oltre che il proprio slancio.
Scalabrini ha posto tre pietre miliari nella storia della catechesi italiana:
1876: la fondazione in Piacenza della prima rivista mensile catechistica
italiana (e seconda al mondo) "II Catechista Cattolico", che durerà
fino al 1940; 1877: la pubblicazione del libro "II catechismo
cattolico" - "la dramma perduta della catechesi italiana" -
(Riva); 1889: la celebrazione del primo Congresso catechistico nazionale, e
mondiale, con la proposta, fra l'altro, del "catechismo unico" per
gli italiani, specie emigranti, proposta caldeggiata da quello che poi sarà
Pio X, appunto il Papa del catechismo unico.
SEMINARI, SACERDOTI E SINODI
II Vescovo, che era stato insegnante e Rettore di
Seminario, ebbe particolare cura dei suoi tre Seminari: Urbano, di Bedonia, e
Collegio Alberoni. Li considerava "casa sua propria", ne voleva
essere informato nel dettaglio con relazione mensile, li visitava di
frequente, passandovi "i momenti più lieti e giocondi" della sua
vita.
In tempi in cui lo Stato dilapidò i beni ecclesiastici che sostenevano i
Seminari, Scalabrini con "una generosità fino al sacrificio",
riuscì a sistemarli sotto l'aspetto finanziario, base indispensabile per una
sicurezza anche educativa.
Tra le strutture educative più importanti da lui inaugurate, si ricordi la
figura del Direttore Spirituale, e l'introduzione nel piano degli Studi di
quattro materie "tutte richieste dalle esigenze dei nostri tempi":
Esegesi biblica, Diritto canonico, Storia ecclesiastica e Liturgia. Ha
istituito pure una cattedra di canto gregoriano, prevenendo anche qui i
tempi.
Quanto ai contenuti: ha preceduto di qualche anno la disposizione di Leone
XIII che faceva obbligo in filosofìa e teologia di seguire il pensiero di S.
Tommaso d'Aquino.
Il Seminario per lui era "una palestra, dove i giovani per via di
studio, di pietà e di disciplina, abnegazione e sacrifìcio" si preparano
al ministero di domani. Era, cioè, una presa di distanza dalla vita
pastorale, ma proprio in vista di essa. Concezione, questa, datata, ma sempre
feconda.
Scalabriniano, in proposito, è questo pensiero: "Alcuni episodi delle
mie visite pastorali mi dimostrano che anche un parroco di scarso ingegno, ma
virtuoso, può fare e fa molto bene". E ancora di più quest'altro:
"Era sì buon figliolo! Ma già, questi giovani di poca capacità, se
perdono il fervore nella pietà, perdono tutto e prestissimo".
Nella sua agonia, ripeteva spesso : "I miei preti? Lasciateli entrare,
non fateli aspettare troppo!". I suoi preti stavano proprio in cima alla
sua mente e nel profondo del suo cuore.
E' stato il loro Vescovo, ma più ancora il loro padre: comprensivo, giusto,
amoroso, compassionevole: "Che se i preti non sono angeli, quasi è
meglio così, perché san meglio compiangere e sovvenire i colpevoli e i miseri
fratelli", ebbe a scrivere.
Le visite pastorali le faceva anche per trovarsi con i suoi figli prediletti,
i sacerdoti. E i tre Sinodi da lui celebrati volevano essere anche un
incontro di presbiterio, nella diaspora di una Diocesi montagnosa che rendeva
difficili gli incontri.
La legislazione dei Sinodi è pure essa datata, ma le motivazioni
biblico-teologiche, a fondamento della normativa, portano il sigillo
scalabriniano, che può essere riassunto nel classico: "il bene delle
anime è la legge suprema".
LE VISITE PASTORALI
Più che nei Sinodi, Scalabrini rimane inimitabile per
questo che egli suole chiamare "il più grave e il più caro dei miei
uffici, voglio dire la sacra Visita pastorale".
Ne ha compiute 5 di persona all'intera Diocesi di 365 parrocchie, la buona
metà delle quali raggiungibili a groppa di mulo, o a piedi. Molti dei suoi
fedeli non avevano mai visto la faccia del loro pastore, tanto che quelli di
un paesetto dell'alto Appennino credevano che fosse disceso addirittura lo
Spirito Santo, dice una teste. La visita pastorale era un avvenimento
religioso, ed era preparata dalle "Missioni", predicate da un
apposito "staff di valenti missionari. Era soprattutto il pastore che
desiderava conoscere ad una ad una le sue pecorelle e anche farsi conoscere
da loro. Il genio dell'affabilità, del contatto, della simpatia, oltre che lo
zelo delle anime, trovavano qui il modo di esprimersi e di riceverne
gratificazione, specie in mezzo ai dissapori e contrasti della dirigenza e
della politica. In molte chiese della Diocesi c'è una lapide in sua memoria.
La visita aveva anche il suo lato ispettivo, giuridico, statistico, ma era
soprattutto un atto pastorale vero e proprio.
Durante la sua terza visita pastorale, ebbe anche questa iniziativa, che lui
narrò a Roma, non senza un che di pungente nel finale, e che ci fa capire la
sua sollecitudine per "quella porzione abbandonata del suo gregge":
"Durante questa terza Visita Pastorale sono salito sul Monte Penna, che
s'innalza a 1700 metri sul livello del mare. Quei gioghi alpestri sono
abitati per nove mesi all'anno da circa trecento operai (in genere emigrati
veneti), estremamente poveri, che segano la legna, cuocciono il carbone, e
fanno altri lavori del genere; abitano al riparo di elci secolari,
proteggendosi dalle intemperie sotto i loro rami, e non godono mai, o quasi
dell'assistenza spirituale di un sacerdote. L'unica casa rustica vi esistente
si è trasformata in quel tempo in palazzo episcopale e cattedrale.
Dimorandovi per quattro giorni, confortai con la parola e le opere di pietà
quella porzione abbandonata del mio gregge, che mi rallegrò assai con la
semplicità della fede e dei costumi. Veramente, Eminentissimi Padri, dove
manca l'opera degli uomini, sovrabbonda la grazia di Dio in favore dei fedeli
che cercano Dio con cuore puro e buona volontà".
INTERMEZZO
Non so se vi è mai capitato di fare un viaggio, e di
dover mettere in un'unica valigia tutta la roba necessaria. Per quanto la si accomodi
bene, alfine qualcosa deve restare fuori: non c'è verso di farcela stare!
Tira fuori e metti dentro, togli di qua e metti di là: è un'operazione
ingegnosa e incresciosa, ma tant'è: quella roba non ci sta tutta... Qualcosa
di simile capita quando si vuole mettere dentro un "dépliant" la
vita e l'opera di un grande vescovo come Scalabrini. Ad un certo punto si è
costretti a fare solo un inventario sommario delle "opere e dei
giorni". Tra essi: l'esercizio regolare delle opere di misericordia ai
carcerati per le feste natalizie e pasquali, la scuola di catechismo agli
studenti della città; la carità ai poveri, e ai più poveri tra loro che sono
quelli decaduti dalla ricchezza (una lista di oltre 200 famiglie!); il
perdono delle offese; l'amicizia esemplare con Bonomelli (un carteggio di 400
pagine!); l'approccio con "i lontani"; l'impulso dato alle attività
sociali della Chiesa, specie all'Opera dei Congressi; il suo atteggiamento
vincente in politica contro il "non expedit" (divieto ai cattolici
di eleggere ed essere eletti in Parlamento), e nella soluzione del conflitto
tra Papato e Stato italiano, cioè, la conciliazione; la fondazione del
"Divus Thomas" (rivista fìlosofìco-teologica di alto profilo) e del
quotidiano "L'amico del popolo"; le sue pubblicazioni di carattere
sociale, come l'opera "II socialismo e l'azione del Clero" e le
varie conferenze sull'Emigrazione; le sue oltre duemila pagine di omelie;
l'Opera di Sant'Opilio in favore dei Chierici poveri, la fondazione in città
dell'Istituto delle Sordomute, il suo contributo per la riapertura del
Seminario Lombardo; l'opera "immane" del restauro della Cattedrale
(ma iniziata anche per dare lavoro in un tempo di crisi!); la fondazione
dell'Opera in favore delle mondariso.
E mentre si crede di aver esaurito il capitolo, ecco che ci si ricorda di
aver dimenticato qualcosa come la fondazione della Banca di Sant'Antonino (le
poste attuali di Piacenza, con ancora nel soffitto il bei medaglione del
Vescovo, opera di Pacifico Sidoli), e di tante altre casse di Risparmio.
La tirannia dello spazio costringe addirittura a sottacere quell'aspetto
della sua vita che più propriamente lo direbbe santo, cioè, il suo rapporto
con Dio nella preghiera fervorosa e costante, nella celebrazione devotissima,
che "emanava un fluido particolare" come dice un teste; il voto di
mezz'ora di meditazione quotidiana, la sua pietà eucaristica (e le quasi 400
pagine del Sinodo III tutto dedicato all'Eucarestia, e stese di suo pugno), e
la devozione mariana con i suoi pellegrinaggi e con la rivitalizzazione dei
Santuari diocesani; la sua ascetica fino alla penitenza volontaria; la sua
fiducia nella Provvidenza e il suo zelo che non ha l'eguale se non nel suo
disinteresse, ecc.; la sua carità quotidiana e quella dei momenti più drammatici,
come in occasione della carestia del 1879, in cui, per dare 4000 minestre al
giorno, per tre mesi, impegnò tutto, anche i suoi cavalli, anche il calice
prezioso, dono di Pio IX! E lo portò al Monte di Pietà per ben due volte,
dice quell'altro campione della carità che è Mons. Torta. Ma è ormai tempo di
giungere all'opera sua maggiore.
SCALABRINI E LE DUE
CONGREGAZIONI RELIGIOSE PER I MIGRANTI
L'emozione creatrice per la sua opera in favore dei
migranti egli scrive che l'ebbe (lo Spirito spira dove vuole!) passando un
giorno per la stazione di Milano rigurgitante di emigranti, "figli della
miseria e del lavoro". Ma già fin dalla sua prima visita pastorale egli
aveva raccolto dati statistici sull'emigrazione dal suo Appennino che gli
dicevano che quasi il 12% dei suoi fedeli emigrava, in Europa e in America,
per cui il pastore sollecito si era posto l'interrogativo: "Che cosa
fare?".
L'emigrazione allora era una necessità estrema (e non il tentativo di
migliorare la propria posizione sociale), ed emigrare è sempre stato un
dramma sotto ogni aspetto: umano, economico, culturale, e quindi (conclusione
scalabriniana nel "Memoriale"!) religioso. Anche alla stazione di
Milano egli si era chiesto: "Quanti, pur trovando il pane del corpo,
verranno a mancare di quello dell'anima, non meno del primo necessario, e
smarriranno, in una vita tutta materiale, la fede dei loro padri?". E
dalle lettere dei suoi fedeli emigrati sulle rive dell'Orinoco c'era la
straziante invocazione: "Ci mandi un prete, perché qui si vive e si
muore come le bestie".
Prima di vedere che cosa ha operato, come risposta all'interrogativo
categorico: "Che cosa fare?", resta ancora da dire che Scalabrini,
come è proprio dei santi e dei geni, intuì in quel fenomeno sociale che
coinvolgeva tutti i paesi cattolici d'Europa, e con così enorme portata (dal
1860 al 1970 oltre 25 milioni di Italiani emigrarono!), un "segno dei
tempi", cioè qualcosa con cui la Provvidenza divina voleva scrivere la
sua storia di salvezza. L'ingiustizia umana produce l'emigrazione, ma il male
dell'emigrazione ha anche una sua provvidenziale ragion d'essere nel piano di
Dio: evangelizzare, mediante i cattolici europei, il "Nuovo Mondo",
che diviene "la Terra Promessa alla Chiesa Cattolica" europea, cui
si misurava lo spazio in Europa. E' interessante notare che in quest'ordine
di idee non giunse subito, ma con lenta lettura delle piste di Dio. Infatti,
nel suo primo Sinodo (1878) l'emigrazione viene sconsigliata e per così dire
esorcizzata. E ancora: non dimentichiamo che l'emigrazione, anche quella che
è un conto di numeri bassi per la fede, lui l'aveva in famiglia, con due
fratelli 'persi' così in Argentina. Al "che cosa fare?" Scalabrini
rispose col fondare una Congregazione religiosa di Missionari (1887) e
Missionarie (1895), che seguissero i migranti italiani nelle Americhe, e
impiantassero nel Nuovo Mondo la Chiesa degli emigrati italiani, e
analogamente quella degli emigrati polacchi, tedeschi, ecc.: perché, ed ecco
l'intuizione geniale scalabriniana, fatta propria dalla Chiesa: senza cultura
propria (lingua, storia, sacerdoti, santi, religiosità popolare, feste, ecc.)
a lungo andare non vive più neanche la fede. In questo contesto va inteso il
motto scalabriniano di "Religione e Patria".
Le attività dei Missionari e delle Missionarie consisteva nell'aprire scuole,
ospedali, orfanotrofì, oratori, chiese, giornali, ecc. che dessero il
nutrimento spirituale e culturale ai connazionali, che sarebbero stati in
caso contrario terra di nessuno, cioè, terra delle sette, o, peggio, del
vuoto. Col tempo, poi, essi si sarebbero integrati coi nativi. Una ventina di
giorni prima di morire, Scalabrini scriveva al Papa il famoso
"Memoriale", profetico, perché denunciava "la parte di
colpa" della Chiesa nella perdita della fede di milioni di cattolici
europei emigrati in America e abbandonati a se stessi (si afferma che in
dieci anni la Chiesa Cattolica aveva perduto più fedeli di quanti non ne
avesse guadagnati in trecento anni di evangelizzazione degli infedeli), e la
sollecitava a sentirsi interpellata da questo segno dei tempi, a cui doveva
dare la propria impronta "per fermentare con il Vangelo la realtà delle
trasmigrazioni, e fare possibilmente di esse un mezzo per l'adempimento della
sua missione evangelizzatrice". Queste parole del Documento Ecclesiale
"Chiesa e mobilità umana" (1978) sono ricalcate su quelle del
"Memoriale" di Scalabrini, che consigliava anche la struttura per
raggiungere lo scopo: la costituzione di un Dicastero romano "per gli
emigrati cattolici".
E il suo voto fu esaudito. Infatti, Pio X affiderà nel 1912 alla
Congregazione Concistoriale (che presiede ai vescovi del mondo) il compito
della pastorale migratoria mondiale. Scala-brini, che abbiamo visto visitare
quella "porzione abbandonata del suo gregge" sul Monte Penna (ed
erano in genere, si è visto, emigrati veneti), visiterà anche le Missioni
dell' America del Nord (1901) e del Sud (1904), anche in questo anticipando
lo spirito della nuova frontiera pastorale, per cui "diocesi e
parrocchia non si definiscono soltanto in termini geografici; esse sono
chiamate ad estendersi fin là dove si recano o vivono tanti loro fedeli"
(Ib. 21).
Oltre alle due Congregazioni religiose, Scalabrini fondò anche una
associazione laicale (maschile e femminile), "L'opera San
Raffaele", attiva in 19 città italiane di forte emigrazione, e ai porti
di imbarco e di sbarco (Genova, New York, Boston), con uffici vari di
informazione e di tutela, ostelli, ambulatori, cambio, ecc.
Un grande merito della "San Raffaele" italiana è stato quello di aver
ispirato il pensiero di base (libertà di emigrare, ma non di far emigrare) e
una ventina di disposizioni di legge della nuova normativa votata in
Parlamento nel 1901, e passata al Senato soprattutto per Fazione dei membri
della "San Raffaele.
L'OPERA DI SCALABRINI OGGI
I Missionari Scalabriniani sono oggi circa 700, e operano
in 27 nazioni del globo, con attività pastorali tradizionali ed anche nuove,
come i centri di accoglienza per i minanti di passaggio ("Casa del
migrante"). In genere l'episcopato locale affida loro la direzione del
Segretariato dell'Emigrazione. Il fine specifico si è allargato a tutte le
migrazioni, in particolare latino-americane, ed anche agli immigrati dal
Terzo Mondo, com'è il caso dell'Italia. Contemporanea all'ampliamento dell'attività
missionaria alle diverse etnie è stata anche la sempre maggior presenza
plurietnica nelle file dei membri della Congregazione. Importanza particolare
hanno assunto i Centri Studi Emigrazione, specialmente quelli di New York,
Roma, Parigi, Buenos Aires, Sào Paulo, Manila.
Anche le Missionarie Scalabriniane, che sono circa 800, hanno allargato la
loro finalità ed esteso il raggio di azione ad altre nazioni in America e in
Europa, come ultimamente è stato per la Polonia e l'Albania, oltre che nelle
Filippine e in Africa. A loro è in genere affidata la responsabilità della
pastorale migratoria i\ livello diocesano, ed anche nazionale.
Negli anni Sessanta sono nate in Svizzera, come germinazione del carisma
scalabriniano, le "Missionarie Secolari Scalabriniane", un Istituto
secolare femminile, nato in emigrazione, multiculturale nei membri, diffuso
in Europa e America del Sud, e con una attenzione particolare al mondo
giovanile in emigrazione. L'ideale scalabriniano ha con esse assunto uno
slancio carismatico e un supplemento di anima.
"Esser Vescovo è appartenere a tutti, e non più a se stesso; è essere il
padre di una famiglia, il capo di una chiesa, che vive della sua propria vita
nella grande unità della Chiesa universale, Esser Vescovo è soprattutto essere
il cuore di Dio, questo cuore riboccante di carità, che ha sempre nuovi
benefici da versare sul mondo" (dal discorso di Scalabrini per l'elogio
funebre di Mons. Bersani, Vescovo di Lodi, 1887).
L'ESUMAZIONE DELLA SALMA
II giorno 11 Marzo 1997 la Commissione diocesana addetta
esumò le spoglie del Beato Scalabrini dalla tomba ai piedi del suo monumento
nel Duomo di Piacenza, e la cassa di zinco, liberata da quella esterna di
legno massiccio, fu portata nella Casa Madre dei suoi Missionari. Qui rimase
per un mese, tra la commozione dei suoi figli e figlio, che venivano a
trovarlo e a rendergli gli omaggi da tutta Europa, fino a che la Commissione
non procedette alla apertura della cassa ed alla ricognizione delle benedette
spoglie, per dare inizio alle operazioni di imbalsamazione. Fu il giorno 12
Aprile.
Tuttavia, già attraverso un oblò della cassa di zinco, si poteva vedere
qualcosa nell'interno della bara, e soprattutto che la faccia del Beato era
ancora intatta, e molto simile a quella che è stata ricostruita nel poster
che circola comunemente.
La commozione colse tutti i membri della Commissione, quando, dissigillata la
cassa di zinco, apparve il corpo del nuovo Beato, vestito delle vesti
episcopali e con l'occorrente per la messa. Man mano che il Prof. Fucci,
Direttore dell'Istituto di Medicina Legale dell'Università La Sapienza di
Roma, procedeva a liberarlo dalle vesti piuttosto madide, la commozione dava
luogo alla stupefazione, perché appariva un corpo ancora intatto. Il corpo
del Beato è quello di un uomo nel pieno della sua maturità, alto 1.65, magro,
ben conformato, con gambe diritte, capelli ancora folti, denti intatti,
orecchi non ampi e fini, e soprattutto con mani bellissime, dalle dita
affusolate e lunghe, mani che sembrano proprio avere il pensiero!
Queste belle mani stringevano un calice, mentre la patena giaceva sul petto,
a protezione della coppa; stringevano anche un crocifìsso di metallo. Attorno
alle mani era intrecciata una corona del rosario, e poco più sopra al calice
c'era la croce pettorale con la sua catena, entrambe di metallo.
Ancora bene sigillate, e fissate ad un anello apposito nella parte terminale
destra della bara, c'erano le ampolline con vino nero ed acqua, ed una teca
di pergamena con farina di ostie; mentre nella parte sinistra c'era, avvolta
in una tela cerata, la pietra sacra dell'altare. Sotto il capo, in un cuscino
piegato a metà, che serviva anche da sostegno al capo, c'era il "Missale
parvum romanum" (messaline romano), le carte gloria, quelle del Canone
della messa, purifìcatoio, palla, manutergio e corporale con busta; inoltre,
il Calendario della Diocesi Piacentina dell'anno 1905 col Proprio dei Santi
della Chiesa Piacentina.
Sul capo il Beato aveva la mitra, semplice. Del resto, conforme alla
testimonianza al Processo diocesano del suo Cerimoniere che lo compose nella
bara, il Beato Scalabrini volle essere sepolto poveramente, sia nei
paramenti, come nel camice, nell'anello e nella croce pettorale. Il messaline
era aperto alla festa dell'Ascensione, cioè, della "sublime
migrazione".
Il Francesconi interpreta quella disposizione di farsi seppellire con
l'occorrente per la messa come l'espressione ingenua della sua pietà
eucaristica, un atto di fede, e di "speranza di poter ancora una volta
celebrare la messa nel giorno della risurrezione". Ma i testi del
processo dicono solo l'ultima volontà, senza aggiungerne quel motivo.
Non si potrebbe, invece, pensare alla sua morte, offerta a Dio come la sua
ultima messa?
L'avello del duomo ha un documento che è come un presagio: in un mattone a
muro ci sono i nomi dei quattro muratori che l'hanno preparato: certamente
convinti di passare alla storia! La cassa di zinco porta ancora ben visibili
le orme dei calzari pontifici del Vescovo: probabilmente nella sua prima
sepoltura al cimitero (1905-1909), la cassa fu calata giù perpendicolarmente,
sicché i calzari fecero pressione sulla parete.
E' per questo che i piedi suoi non hanno retto, quando si volle liberarli
dall'involucro dei calzari. Qualcuno, però, vi ha visto come un segno.
Scalabrini è stato il Pastore che ha camminato e "sudato tanto" in
Diocesi, in Italia e nelle Americhe, e i piedi di questo evangelizzatore di
pace sono davvero belli.
E a chi appartengono meglio che a quelli che, seguendo il suo invito, hanno
messo i loro piedi dietro i suoi?
IL BEATO SCALABRINI : UN PASTORE
PIÙ CHE UN DOTTORE
II Beato Scalabrini illustra la Chiesa di Dio con le doti
di un Pastore, più che di un Dottore. La sua principale caratteristica è lo
zelo pastorale, di cui egli stesso da nel "Catechismo Cattolico",
sulle orme di S. Bernardo, le cinque note salienti: "Lo zelo dev'essere
infiammato dalla carità, informato dalla scienza, reso invincibile dalla
costanza, circospetto nella scelta dei mezzi, fervido e invitto nel ridurli a
pratica attuazione". E fra queste cinque note, quelle più scalabriniane
sono la terza e la quinta.
Ne consegue che nella Chiesa la sua figura spicca fra quella degli uomini di
azione e non di contemplazione. Le doti di intelligenza ci sono (e ricordiamo
il Primo Premio di Primo grado riportato in quinta Ginnasio al Liceo Volta di
Como e conservato nel Museo della Casa Madre); ma in lui prevalgono le doti
di governo e l'attività pratica di un Pastore su quella teoretica di un
Dottore della Chiesa.
Anche negli scritti migratori, recentemente raccolti in un volume (Scalabrini
e le migrazioni moderne, a cura di Rosoli, SEI, 1997), è sempre la dimensione
pastorale a tenere il campo.
Chi poi legge i suoi scritti omiletici o le pastorali, si persuade ancora di
più di essere di fronte al cuore di un Pastore piuttosto che alla mente di un
teologo. Anzi, leggendo le pastorali che gli inviavano i Vescovi suoi amici e
che trattano gli stessi argomenti trattati da quelle del Nostro-, si ha
l'impressione che ce ne sia qualcuno che lo superi per profondità e spessore
teologico, oltre che per valore letterario.
L'epistolario del Beato Scalabrini (uomo davvero delle comunicazioni sociali
se, a conti fatti, per un'ora che egli teneva in mano il Breviario teneva tre
ore la penna) lo conferma in questo carattere di uomo di azione pastorale.
Anche la prosa è qui più efficace, con una sua bellezza data da un dettato
preciso, asciutto, fermo, e a cui nulla si può togliere o aggiungere senza
rovinarlo.
Del resto, che egli sia proprio il Pastore, ce lo dice lui stesso, quando
afferma di aver rifiutato l'offerta fattagli da Leone XIII della Nunziatura
di Parigi, "dichiarando di non avere le qualità, sentendosi piuttosto
chiamato alla vita pastorale, anziché per quella diplomatica" (Teste,
Mons. Ludovico Mondini).
IL CARTEGGIO
SCALABRINI-BONOMELLI
II suo carteggio con l'amico Vescovo di Cremona Mons.
Bonomelli (Ed. Studium, 1983) è una conferma sia delle qualità scalabriniane
di uomo prudente, sia di quelle generosamente imprudenti dell'amico al quale
il Beato ebbe a dire: "Voi prima parlate e poi pensate"; "Voi
e l'Albertario, per esuberante intemperanza, vi rassomigliate".
Dal "Carteggio" emerge, in crescendo, il profilo spirituale del
Beato Scalabrini, il quale "santifica" sempre di più la sua vita (e
determinante fu il periodo dello scisma miragliano, 1895-1900, in cui, ad
imitazione del suo San Carlo del periodo della "peste", egli
intensificò la sua vita ascetica), e "cristianizza" un po' anche
quella del grande amico. Il "Carteggio", però, da l'impressione
-fino agli anni in cui il Beato Scalabrini non si darà all'opera dei migranti
(1887)- di una certa monotonia. Ciò non sembri irriverente, ma ci induca a
meditare queste parole del Beato all'amico:
"Piacenza, 17 Settembre 1883, Carissimo e Ven. Confratello, in questi
due anni ci siamo scritte tante lettere che ormai non si sa più che cosa
dire. Sapete quante ne ho io delle vostre? 62, sì, dico sessantadue, una più
bella dell'altra e tutte coordinate, come le canne di un organo, un po'
monotono, a dir vero, perché è quasi- sempre la stessa nota che da il
segnale. Dunque, battiamone un'altra (...)".
IL BEATO SCALABRINI E I SUOI TEMPI
Nel" primo Convegno di Spiritualità scalabriniana
(Roma, Ottobre 1996) il Relatore sulla spiritualità del Beato in relazione
con i suoi tempi concludeva, provocando un certo stupore, che Scalabrini è
nel solco della spiritualità del suo secolo, e che la sua santità ne ha gli
aspetti caratterizzanti, e cioè, è fondata sulla volontà (più che sullo
Spirito Santo), è ascetica (più che mistica), ed è popolar devozionale (più
che liturgica).
Il parallelo potrebbe essere esteso anche al suo impegno sociale, dicendo che
anche in ciò il Beato Scalabrini canta, in un certo senso, dentro il coro,
della Chiesa italiana in particolare.
Infatti, la Chiesa Cattolica italiana che, per le note vicende con lo Stato
unitario, si era autoesclusa dalla vita politica del paese (si ricordi il
dictat: ne eletti ne elettori, che fu la croce del Vescovo di Piacenza, che
era invece attestato sulla sponda conciliatorista e partecipativa), aveva
concentrato tutte le sue energie nel campo sociale, l'unico spazio che le
fosse rimasto. In questo campo la novità di Scalabrini sarà soprattutto la
presa di coscienza del maggior segno dei tempi costituito dal fenomeno
migratorio, l'averne sensibilizzata l'opinione pubblica con i suoi giri di
conferenze in varie città d'Italia, e l'averne prospettata la soluzione sia
in termini operativi, anche a livello ecclesiale, sia anche legislativi
(Legge 1901). Nella sua valutazione del fenomeno migratorio è bene che si
ponga l'accento su queste due acquisizioni: l'emigrazione è un aspetto del
problema più ampio che è la questione sociale, e che il modo di approccio per
risolverlo è quello globale, perché è "un fatto politico, economico,
sociale, e quindi religioso".
IL TIMBRO PERSONALE DELLA SANTITÀ
DEL BEATO SCALABRINI
Abbiamo visto che la spiritualità del Beato Scalabrini,
come anche il suo impegno sociale, non escono dall'ambito della vita del suo
tempo. Eppure, in essa c'è qualche cosa -come il timbro di uno strumento
musicale- che ce lo rivela, ed è quel suo carattere di totalità, che imprime
quasi il senso del definitivo a tutto ciò che egli opera. Il suo motto era il
paolino farsi "tutto a tutti": ma lo specifico suo non è tanto
costituito -anche se ciò può sembrare irriverente per uno come lui che ha
sentito la sollecitudine di tutte le Chiese -dalla seconda parte del detto
paolino, cioè, dall'ampiezza degli interessi e per così dire dalla latitudine
del cuore ("a tutti"), ma dalla prima parte, dal "tutto":
egli impegnava sé stesso interamente e non in percentuale, qualsiasi cosa
facesse. Il Beato Scalabrini non sarà sempre un numero uno, ma sarà sempre un
numero intero!
Lo esprime bene anche nei suoi "propositi": "Bisogna dunque
darsi a Dio ex tato corde (=con tutto il cuore). Quanto è folle il Vescovo
che non si da toto corde al servizio di Dio (...)! Quanto è felice l'uomo che
si da interamente al servizio di Dio!". Il nucleo della cellula, e poi
la cellula della molecola e infine la molecola del tessuto spirituale del
Beato Scalabrini è proprio questa totalità.
IL VERO MOTIVO DI UN RITARDO
Nella celebre Lettera del 15 Marzo 1892 ai suoi
Missionari nelle Americhe, fondati cinque anni prima, annunciava loro la sua prossima
visita per "l'anno venturo". Ma perché la realizzerà solo nel 1901
(Stati Uniti) e nel 1904 (Brasile e Argentina)? Furono proprio gli intoppi
diplomatici ("la suscettibilità degli Ordinari Americani"), oppure
il motivo vero fu un altro?
Anche nel caso di intoppi diplomatici, resterebbe da spiegare, inoltre,
perché solo nel 1897, cioè cinque anni dopo l'annuncio della sua visita alle
Missioni, farà richiesta alla Santa Sede del permesso di assentarsi dalla sua
diocesi per due mesi (richiesta che si ebbe per risposta quella
"sconvenienza" per la "suscettibilità" dell'Episcopato).
Invece la visita si effettuò a distanza di una quindicina d'anni dalla
fondazione, perché il Beato Scalabrini voleva verifìcare la bontà del suo
carisma (=la fede nutrita dalla propria cultura si mantiene e si espande)
alla prova dei fatti: e il tempo ne è la componente indispensabile.
A leggere bene, infatti, la corrispondenza del suo viaggio negli Stati Uniti,
e poi in Brasile, si vede che lo scopo del viaggio fu ben più che quello di
essere un incoraggiamento ai suoi Missionari: fu appunto la verifica della
bontà o meno del suo carisma.
Infatti, più di qualche Vescovo americano aveva da recriminare sul carattere
del cattolicesimo italiano (e meridionale), che, messo alla prova da una
nuova cultura, non solo si liquefaceva come la neve al sole, ma alimentava
addirittura la criminalità. Invece, il Vescovo di Piacenza era persuaso che
era in pericolo quella fede (e morale) degli emigrati che non si nutre di una
propria cultura, almeno agli inizi. E quale fu la sua felicità nel vedere
"rifiorire la pratica religiosa" non solo, ma l'esemplarità civile
nelle comunità servite dai nostri Missionari.
Anche nel suo incontro col Presidente degli Stati Uniti Teodoro Roosevelt
sentì come una conferma del suo carisma le parole del Presidente che
affermavano "che la nostra emigrazione è degna di riguardo e che i
nostri lavoratori sono necessari là dove vi è un'opera difficile e pericolosa
da compiersi, perché la loro intelligenza e la loro perduranza (=costanza)
nel lavoro non soffrono confronti (...) e che nelle scuole gli scolari
italiani si portano via i primi premi".
Il Beato stesso si compiacque di riferirgli l'ultima statistica che dava gli
Italiani al terzultimo posto nella scala della criminalità, dal primo che
occupavano un decennio avanti.
Il consuntivo del viaggio è la conferma del suo carisma:
"Mi sono sempre convinto che bisogna che i nostri emigranti conservino
la nazionalità (=l'identità culturale italiana) per conservare la religione
cattolica che altrimenti perderebbero, e viceversa. La Religione e la Patria
sono inscindibili. Bisogna che l'emigrato ovunque trovi la nostra chiesa e la
nostra scuola".
Medesimo bilancio ricavò dalla visita nel Brasile:
"Nel mio lungo viaggio all'America del Nord non feci che ripetere ai
nostri connazionali queste parole: la lingua (==cultura) italiana: è questo
il segreto per poter essere forti e uniti. La lingua inglese è necessaria per
il commercio, per la vita di oggi: la conservazione della lingua italiana è
un fattore principale per la vita intima, morale, familiare. Eppoi, fino a
che l'uomo parla la sua lingua, non perde la fede. Così dirò anche in questo
viaggio (nel Brasile).
Ecco le mie idee: assistenza all'emigrante, religiosamente, più che sia
possibile: e di pari passo col bene dell'anima promuovere il bene materiale
più che si può. Per me il "trait d'union" degli italiani all'estero
dev'essere la fede. Se sapesse in Nord America di quali miracoli sia stata
capace la propaganda religiosa nelle colonie! (...) Noi desideriamo che negli
italiani che si recano all'estero la religione non vada disgiunta dal
sentimento della Patria. E' la fede - sia essa nel ciclo o in noi - che ci
regge nelle traversìe della vita: ed il conservare e l'avere comune la lingua
(=cultura), vuoi dire avere comuni i pensieri e i cuori: la fede non può ne
deve escludere l'italianità".
Della "colonia modello, la più regolata di tutto il Brasile", cioè
di Santa Felicitade (Paranà), egli dice:
"I Missionari l'ebbero in mano in sul nascere e, assistita
continuamente, si mantenne cristiana, cattolica, fervente".
E' per questo che nel Memoriale al Papa scriverà:
"Ho visto rifiorire intere popolazioni, come una primavera delle anime,
sotto il soffio di un santo apostolato, le pratiche della vita cristiana e le
ineffabili speranze della religione. Ho veduto (...) che se le anime si
perdono a milioni, lo si deve in gran parte, più che all'attività, pur
grande, dei nemici della viva fede, alla mancanza di un lavoro religioso bene
organizzato e bene adatto ai singoli ambienti e alla deficienza (=mancanza)
del clero": e in queste ultime parole in corsivo (nostro) è bene
delineata anche la sua "pastorale specifica" per i migranti.
ISTANTANEE SULLA SUA FIGURA
Scalabrini non è una figura di santo già fatta, ma un
laboratorio di forze per fare un santo, e la sua via di perfezione è lo
sforzo continuo di perfettibilità. La santità del Beato Scalabrini non è mai
stata qualcosa che riposasse sulle proprie ragioni acquisite, ma è stata sempre
autentica nella tensione verso un sé da raggiungere. La sua anima è
progettuale, utopica, comunque progressiva. Una sua attitudine (onda-mentale
è lo spirito di attenzione: alle orme di Dio, alle sue piste incerte nel
deserto, ai segni dei tempi: perché egli è fermamente persuaso che Dio agisce
nella storia e che "l'uomo si agita, ma Dio lo conduce".
Egli ha lo spirito dell'esploratore: nella vena cerca il torrente, nel
torrente cerca il fiume, che poi percorre per vedere se è navigabile. La
madre delle sue virtù morali sembra essere la fedeltà e la costanza: per
questo è anche l'uomo della virtù teologale della speranza. Ha poi il genio
della pazienza, che è anche la virtù del pescatore di uomini.
La sua visione finale delle cose (in politica, come fondatore, e anche in
emigrazione) non è mai quella iniziale. La chiarezza si direbbe in lui il
premio della fedeltà. La sua santità è una materia disponibile ad una forma
che onora lavoro, studio, sperimentazione, esperienza, consiglio, amicizia,
collaborazione, contributi altrui, fallimenti, croci e tutte le altre virtù
che sono attributi della carità che è paziente, che tutto crede, spera, e che
tutto sopporta. Per questo, come disse nel 1882, lui viene da Como, "la
città del Crocefìsso".
Per questo il suo motto è: "Fac me cruce inebriari" (O Maria, fammi
inebriare della croce!).
ALCUNE SUGGESTIONI
PARTICOLARI
Cinque pastorali importanti
Fra le oltre sessanta sue pastorali, le cinque più importanti crederei le
seguenti, anche in scala di valore:
- La preghiera (1905), la devozione del SS. Sacramento (1902), La Chiesa
Cattolica (1888), Gesù Cristo (1878) e L'insegnamento del Catechismo (1876).
Se si dovessero indicare quattro testi esemplari del suo pensiero, io
proporrei i seguenti: - Il memoriale al Papa sull'organizzazione della
pastorale migratoria nel Nuovo Mondo (Cfr.: Scalabrini e le migrazioni
moderne, SEI, 1997, pp.224 sgg.);
- Il concetto di nazionalità (fatto soprattutto dalla religione e dalla
lingua e cultura nazionale), voluta da Dio "non senza una potente
ragione" (Ib. p. 61 sgg.);
- Transigenti e intransigenti, in cui appare il suo concetto di storia che sa
leggere "i segni dei tempi";
- Il "Quam aerumnosa" (=Quanto drammatica... remigrazione) di Leone
XIII, su bozza di Scalabrini: che contiene in nuce il carisma della pastorale
migratoria 'specifica' scalabriniana.
Alcuni testi a lui più familiari
Oltre la Bibbia, egli aveva familiarità, in ordine statistico di frequenza,
con:
- L'imitazione di Cristo
- Il "De consideratione" (=La meditazione) di S. Bernardo
- La regola pastorale di S. Gregorio Magno.
- E tra i moderni: La Dottrina Cattolica dell'amico Card. Capecelatro, e le
Conferenze (3 Volumi) del Pére Félix, oratore di Notre-Dame, che hanno per
argomento: Cristo e il progresso. (Il passo più importante sul suo
Cristocentrismo, cfr. Francesconi, Spiritualità d'incarnazione, pp.11-12, è
tolto di sana pianta da lui!).
Le lingue conosciute dal Beato Scalabrini
Egli conosceva bene il latino e il greco, sì da scriverli
correttamente anche in metrica.
Per ciò che riguarda la Parola di Dio, tuttavia, solo in una lettera utilizza
una volta il testo greco: segno questo di una mancanza di sensibilità propria
dei suoi tempi.
Quanto alle lingue vive, egli sapeva il francese da scriverlo e parlarlo
correttamente. L'inglese non lo conosceva affatto, e durante il viaggio in
USA coi seminaristi parlerà in latino. Al Catholic Club di New York terrà il
suo celebre discorso in francese; anzi, esordirà elogiando la cortesia degli
ospiti che gli consentono quello strumento linguistico. Il tedesco lo studiò
due anni al Ginnasio di Como, ma non andò oltre.
Il portoghese l'aveva studiato bene prima del suo viaggio in Brasile e lo
conosceva sì da esserne complimentato:
"Oggi (25 Luglio 1904) terrò un discorso, in portoghese s'intende, a
questi 420 giovani educati dai Benedettini (di San Paolo), domani ne terrò un
altro nel collegio Salesiano". E qui "l'accoglienza non poteva
essere né più splendida né più cordiale: parlai, in portoghese, ai giovani
rispondendo a molti indirizzi, presenti il direttore generale delle scuole
dello Stato e il vice presidente del Senato, meravigliati, sorpresi, del mio
parlare facile nella loro lingua".
Le lettere dal Brasile sono intercalate da felicissime espressioni
portoghesi, che dimostrano il suo feeling per quella lingua e cultura. Nel
"messalino da viaggio", che usò in Brasile, c'è un ritaglio di
giornale con una bella e lunga poesia dal titolo "Saudade"
(=Nostalgia).
La frase più citata dal Beato Scalabrini
Senza dubbio, è la "missione" di Gesù:
"Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura".
Questo conferma il suo spirito missionario.
Gli scherzi della Provvidenza
Il Beato Scalabrini, appena sacerdote, voleva farsi
missionario del PIME, ma ne fu impedito dal suo Vescovo. Però
"confessava che siccome aveva sempre avuto l'idea missionaria, non
avendo potuto realizzarla in sé stesso, la divina Provvidenza gli aveva
ispirato il pensiero della fondazione del suo Istituto per gli italiani in
America" (Teste: Mons. Ludovico Mondini).
Perché non cita mai: "Ero straniero"?
Forse perché l'emigrante cattolico è uno povero di mezzi, ma ricco di fini
con la sua fede. Non è un "povero" straniero, ma un
evangelizzatore, un "portatore di vera civiltà": un
"Cristoforo", proprio come Colombo.
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