REGOLE DI VITA
Edizione 1999
con modifiche “in rosso” proposte dal
XIII Capitolo Generale (2007)
ed approvate dalla Congregazione per gli Istituti di vita consacrata
e le Società di vita apostolica con lettera del 23 marzo 2007
(Regole di Vita in versione Pdf)
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In tondo sono riportati gli
articoli delle norme costituzionali. In corsivo sono riportati gli articoli di
norme di direttorio.
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Parte Prima
LEGGE FONDAMENTALE
1.
Il mondo, al quale siamo stati chiamati ad annunciare il mistero della salvezza è quello dei migranti. Per compiere la nostra missione condividiamo la loro stessa vita e la vicenda migratoria, allo stesso modo di Cristo che, “attraverso la sua incarnazione, si legò all’ambiente sociale e culturale in cui visse”[5].
Sviluppo storico della Congregazione
2. È questa la missione che la Chiesa ci ha affidato per mezzo del nostro Fondatore, il vescovo di Piacenza Giovanni Battista Scalabrini (1839-1905): farci migranti con i migranti, per edificare con essi, anche mediante la testimonianza della nostra vita e della nostra comunità, la Chiesa, che nel suo pellegrinaggio terreno si accompagna specialmente alle classi più povere e abbandonate; aiutare inoltre gli uomini a scoprire Cristo nei fratelli migranti e a cogliere nelle migrazioni un segno della vocazione eterna dell’uomo.
Con “l’intuizione dei fatti avvenire, che è propria delle menti superiori e dei grandi cuori, o piuttosto di coloro che il Signore chiama a farsi strumenti speciali ed opportuni dei suoi profondi e misteriosi disegni provvidenziali nel mondo”[6], il 28 novembre 1887, con l’approvazione di Leone XIII, egli fondò la nostra Congregazione come “Istituto Apostolico” di missionari, allo scopo “di provvedere all’assistenza specialmente spirituale degli italiani emigrati, massime nelle Americhe”[7], e la pose sotto il patrocinio di San Carlo, “esempio di tutte quelle virtù che formano un vero apostolo di Gesù Cristo”[8].
In quest’opera scorgeva “un mezzo efficace per compiere i suoi doveri episcopali verso tanti infelici”[9], anche al di là dei confini della propria diocesi. Egli pensò così agli emigrati italiani, a lui legati, oltre che dai vincoli della fede, da quelli della patria, tanto più che essi risultavano i più poveri, i più isolati e abbandonati, i meno tutelati[10]. Tale povertà materiale e spirituale fu determinante nella visione che egli ebbe dei migranti, nella maggior parte dei casi “facili vittime di speculazioni inumane” e odiose discriminazioni, ma, anche nei casi più fortunati, soggetti a “dimenticare ogni nozione soprannaturale”[11], “in un isolamento che è spesso la morte del corpo e dell’anima”[12].
3. Anche in questo campo, egli obbediva al mandato apostolico di portare il messaggio evangelico ai più poveri e ai più lontani: mandato che animò tutta la sua azione e fu all’origine di quegli aspetti caratteristici della sua pastorale, nei quali scopriamo le sorgenti del nostro spirito missionario.
Promosse infatti l’opera a favore dei sordomuti, per comunicare la parola di Dio alle creature più isolate. Si fece apostolo del catechismo, quale strumento fondamentale per diffondere in ogni cuore la fede. Si preoccupò delle mondariso e soprattutto della nascente classe operaia, che si andava organizzando al di fuori e contro la Chiesa.
Questa sensibilità apostolica trovò le vibrazioni più alte, quando si rivolse ai migranti.
Per essi, con l’aiuto dei suoi missionari e di laici di buona volontà, ideò un piano di azione, che rispondesse alle loro esigenze umane e sociali e li conducesse, attraverso la loro vicenda di migranti, pur causata da ingiustizie o squilibri demografici e contrassegnata da sofferenze e oppressioni, a contribuire alla solidarietà di tutti gli uomini, al progresso sociale e soprattutto alla diffusione della fede e alla unificazione della famiglia umana in Cristo[13].
Questa visione globale lo portò a interessarsi di tutti i migranti, anche di altre nazionalità, e si concretò, quasi come in testamento spirituale, nel progetto di istituire nella Curia Romana una Commissione “pro emigratis catholicis”.
4. Fedele alle direttive apostoliche del Fondatore, la nostra Congregazione operò per decenni nelle due Americhe e contribuì efficacemente all’evoluzione positiva del fenomeno migratorio.
In seguito fu chiamata a raccogliere parzialmente l’eredità dell’opera, con cui il vescovo Geremia Bonomelli, condividendo lo spirito apostolico del nostro Fondatore, aveva provveduto all’assistenza dei migranti in Europa. Estese inoltre la sua missione in altri Paesi, dove l’assistenza alle migrazioni si ripresentava nei suoi aspetti di necessità e di urgenza.
Sollecitata poi da esigenze pastorali impellenti, consapevole di corrispondere allo spirito del Fondatore, ha iniziato a operare tra migrazioni di diverse nazionalità e migrazioni interne, come pure per la gente di mare. Venne così ad arricchirsi di esperienze nuove e di un pluralismo vivificante di scelte.
Destinatari della nostra missione
5. Il mondo dell’emigrazione presenta una grande varietà di situazioni: alcuni gruppi di migranti conservano e sviluppano le ricchezze umane e cristiane del loro patrimonio di origine, divenendo fattore di progresso e di arricchimento per la società civile ed ecclesiale; altri vivono tuttora le vicende della migrazione negli aspetti più dolorosi e discriminatori; anche quelli che hanno raggiunto una posizione economica soddisfacente, permangono spesso in una povertà di diritti, di riconoscimenti, di capacità di comunicazione e soprattutto in una povertà di fede e di religiosità, più penosa della stessa povertà economica. In tale varietà di situazioni, rimaniamo fedeli al nostro fine specifico e continuamente riscopriamo il nostro carisma, mettendoci a servizio di quanti presentano condizioni, esigenze e aspirazioni analoghe a quelle che mossero il Fondatore a istituire la Congregazione. Perciò, nella fedeltà alle sue consegne e nell’aderenza alle realtà contemporanee, ci dedichiamo a tutti coloro che, a causa delle migrazioni, per vere necessità esigono una cura pastorale specifica.
Tenendo dunque presenti la volontà della Chiesa, le intenzioni del Fondatore e le vicende della nostra Congregazione, confermiamo la scelta preferenziale, fra i destinatari della nostra missione, per i migranti che più acutamente vivono il dramma della migrazione.
È nostro impegno verificare costantemente se le opere esistenti e quelle che intendiamo assumere rispondano veramente al fine proprio e alle necessità vitali della Congregazione.
La nostra pastorale
6. Consapevoli che il Regno di Dio si esprime attraverso le realtà umane e si costruisce in esse, sappiamo cogliere i valori che caratterizzano la vita dei migranti e costituiscono un apporto loro proprio alla solidarietà di tutti i popoli e alla fratellanza universale: le aspirazioni alla dignità, alla partecipazione, alla giustizia e alla salvezza integrale. Nello stesso tempo teniamo in grande conto il patrimonio spirituale di pensieri, di tradizioni, di cultura e di religione, che i migranti portano con sé dal luogo di origine, come pure il patrimonio di valori del nuovo ambiente, nel quale vengono a dimorare.
Per comprendere tali valori e indirizzarli alla costruzione del Regno di Dio, e insieme rispondere alle esigenze della Congregazione, che ha membri e destinatari di diverse nazionalità, poniamo alla base della nostra formazione e del nostro apostolato uno spirito autenticamente missionario. Esso ci rende pienamente disponibili, non solo a lavorare fuori della nostra patria, ma anche ad acquisire, qualora manchi l’omogeneità naturale, un’affinità spirituale, psicologica e linguistica con i migranti affidati alle nostre cure, qualunque sia la loro origine.
Sul piano operativo, la Congregazione valorizza l’omogeneità naturale e le affinità acquisite dei suoi membri, riconoscendo l’opportunità e l’efficacia pastorale di affidare normalmente la cura dei migranti a quanti ne possiedono la lingua e ne conoscono la mentalità, le forme di cultura e i caratteri della loro vita spirituale.
7. La stessa finalità apostolica della nostra missione ci spinge a promuovere la salvezza integrale dell’uomo. Perciò diamo ai migranti, oltre all’assistenza spirituale, il nostro aiuto umano, sociale e culturale; denunciamo le cause dei mali che li affliggono e lottiamo per eliminarle e per promuovere la loro comunione e partecipazione alla comunità che li accoglie. In tale compito riteniamo importante la collaborazione con i laici, come fin dall’inizio ci ha insegnato il Fondatore.
Ma soprattutto la nostra missione è la evangelizzazione, che si propone di condurre i migranti alla riscoperta della fede nella loro vita. Di qui la preminenza della catechesi, necessaria a una fede più profonda e personalizzata, e ad un’efficace pastorale dei sacramenti.
8. La molteplicità delle situazioni concrete che dobbiamo affrontare si traduce in un pluralismo di metodi pastorali, da definirsi nelle varie Province e regioni. Nello stesso tempo la Congregazione fissa princìpi e direttive generali a garanzia della necessaria unità.
La nostra pastorale s’inserisce in quella della Chiesa locale: alle sue direttive adeguiamo le nostre scelte e i nostri metodi di azione, in modo che la pastorale dei migranti diventi progetto della stessa Chiesa locale. Tale inserimento, attuato nel rispetto della nostra identità apostolica, ci impegna a sensibilizzare il clero e i laici sul valore e sulle esigenze dei migranti.
La comunità scalabriniana
9. Il Fondatore volle che noi fossimo una comunità apostolica e precisamente una Congregazione religiosa, perché fossero garantite l’efficacia della nostra donazione al servizio dei migranti e la stabilità dell’Istituto. La missione, infatti, che abbiamo ricevuto dalla Chiesa, prende senso e credibilità se, nell’annunciare il messaggio di Cristo, viviamo in comunione con Lui e con i fratelli. Per questo scegliamo di vivere in comunità di vita nella pratica dei consigli evangelici e ci proponiamo di diventare segno di liberazione e di salvezza ai migranti, e testimonianza di fraternità e unità in un mondo che, pur teso all’unificazione, rimane diviso da interessi ed egoismi.
10. Le nostre comunità hanno un significato eminentemente apostolico, poiché nell’unità dei fratelli manifestano l’avvento del Signore e sono fonte di grande energia per l’apostolato[14].
Attraverso la loro azione e la loro stessa presenza concorrono a trasformare i rapporti tra gli uomini nel mondo della migrazione, dando così un proprio contributo al nascere di un’umanità nuova. Esse prendono un volto conforme alla natura religioso-apostolica della Congregazione e ci portano a mettere insieme i doni di natura e di grazia, per porre tutto a servizio della missione. Ci invitano a vivere la fede, la speranza e la legge fondamentale della carità nelle circostanze concrete, in uno stile di vita che manifesti i beni superiori che ci associano.
Come la Chiesa, di cui è parte vivente, la nostra è soprattutto comunità di fede e di culto: si costruisce e persevera nell’orazione, che culmina nell’Eucaristia, segno efficace di amore e di unità. La preghiera, di cui la nostra comunità continuamente si alimenta, è ricerca dell’unione intima con Dio e della sua volontà salvifica, in una continua revisione della nostra vita personale e comunitaria.
Abbracciando tutta la realtà, in cui è immersa la vita nostra e dei migranti, offre a Dio, assieme alle nostre, le loro sofferenze, aspirazioni e realizzazioni, in unione con il sacrificio redentivo di Cristo: tende così a farsi preghiera di un popolo, che, “mentre compie su questa terra il suo pellegrinaggio lontano dal Signore, è come un esule, e cerca e pensa le cose di lassù”[15].
I voti religiosi
11. Con i voti religiosi facciamo una scelta evangelica per vivere pienamente come Cristo ha vissuto. Mentre ci distaccano dai beni terreni, i voti ci rendono disponibili per la nostra missione e ci permettono contatti umani più profondi, nei quali la povertà si rivela come ricchezza, la castità si trasforma in fecondità spirituale e l’obbedienza diviene servizio dei fratelli nell’amore di Cristo.
12. Il Fondatore diede fin dalle origini particolare importanza alla professione di povertà per la nostra vita apostolica fra i migranti. Molti di essi vivono in situazioni di povertà, d’insicurezza e di sfruttamento; molti sono presi dalla corsa al denaro, anche a scapito della solidarietà con i loro simili. La povertà evangelica, mentre ci rende consci dell’appartenenza al Regno in cui ogni sufficienza è da Dio[16], ci fa sensibili al grido dei poveri e ci induce alla denuncia evangelica di quanti servono il denaro e il potere; ci fa inoltre testimoni di liberazione di fronte alla sete di guadagno e restituisce un senso umano e dignitoso al lavoro.
La volontà di rendere effettiva la nostra testimonianza di povertà individuale e comunitaria ci richiama ad una continua conversione di mentalità e di atteggiamenti, e ci impegna a mettere in comune i beni, non solo come segno della nostra comunione spirituale, ma anche per servire alle necessità della Chiesa e dei più poveri.
Nel loro uso ci ispiriamo alla conformità non con i costumi dell’ambiente in cui viviamo, ma con lo spogliamento evangelico, che ci libera da quanto può impedire ai fratelli di riconoscere in noi lo spirito di Cristo: “Mostrate sempre più che il vostro zelo uguaglia solo il vostro disinteresse”[17]. La testimonianza della povertà si dimostra anche nell’amministrazione dei beni temporali. Essa richiede fedeltà e coscienziosità, assicura all’interno della Congregazione un’equa distribuzione dei beni che ne costituiscono il patrimonio e assume la funzione di servizio apostolico ai migranti.
13. Con la castità consacrata indirizziamo a Dio e ai fratelli tutte le forze di amore di cui siamo capaci. Con essa, trasformati in una misteriosa somiglianza con Cristo, offriamo ai fratelli un preannuncio della futura risurrezione.
Per noi, missionari d’emigrazione, la castità assume anche un particolare valore: ci rende totalmente disponibili per i migranti, soprattutto per i più abbandonati e i più mortificati nel loro anelito di fratellanza e di comunicazione, e diventa segno per coloro che vivono l’ideale cristiano di un amore casto e fedele anche nelle condizioni di isolamento e di separazione.
14. Con la nostra professione di obbedienza offriamo a Dio completamente la nostra volontà, per unirci in maniera più salda e sicura alla sua volontà salvifica[18], e, in spirito di fede, sotto la guida dei superiori, ci poniamo a servizio dei fratelli migranti. Facendo nostro lo spirito del Fondatore, consideriamo l’obbedienza al Papa, anche in forza del voto, e ai Vescovi, condizione indispensabile per vivere in unione con Cristo e con i fratelli.
Per conoscere la volontà di Dio sulla nostra vita e azione missionaria, ci mettiamo in atteggiamento di ricerca comune, alla luce della Rivelazione, degli orientamenti della Chiesa e del nostro carisma. “Il superiore, segno e vincolo di comunione, anima e guida questa ricerca e, quando ne è il caso, la conclude con una decisione”[19]. Così autorità e libertà individuale si pongono ugualmente al servizio della missione, in uno spirito di fiducioso dialogo e di corresponsabilità, sull’esempio del Fondatore, “devoto senza misura e senza misura libero”[20].
Il governo della Congregazione
15. A questo spirito la Congregazione adegua le strutture del suo governo. Esso garantisce la funzione del pluralismo delle attività pastorali nelle diverse aree geografiche, affinché ciò che è particolare non nuoccia ma concorra all’unità nell’ambito del fine specifico[21]. Unità e pluralismo sono favoriti dall’adozione dei criteri di collegialità e di sussidiarietà, come pure da un’intensa comunicazione tra i diversi organismi.
Cellula vitale della Congregazione è la comunità locale, nella varietà delle sue forme. Essa vive in stretta unione con la comunità provinciale, assieme alla quale matura le scelte meglio rispondenti alla missione sua propria e alla vita spirituale dei suoi membri.
La Direzione generale è il legame visibile della fraternità e la guida della nostra fedeltà al carisma della Congregazione.
Formazione scalabriniana
16. La nostra formazione traduce nella vita le linee fondamentali della missione e natura della Congregazione. Il religioso scalabriniano attinge la sua spiritualità al carisma del Fondatore e all’esperienza vissuta della Congregazione. La matura con la riflessione biblica e teologica sul compito che la sua attività missionaria assume nel piano divino di salvezza.
Chiamato al servizio dei migranti delle più disparate provenienze, egli assume uno spirito di piena disponibilità e adattabilità alle loro esigenze, coltivando una mentalità universalistica. Completa la sua formazione con una preparazione psicologica, tecnica e soprattutto pastorale, fondata sulla conoscenza e sulla esperienza pratica della realtà umana, sociale e religiosa delle migrazioni.
17. I giovani religiosi animati dall’ideale scalabriniano approfondiscono la loro vocazione in comunità formative che la Congregazione, seguendo le norme della Chiesa, costituisce secondo le proprie esigenze specifiche.
Per soddisfare tali esigenze, poste e verificate le condizioni indispensabili sul piano educativo e psicologico, essa si orienta verso l’istituzione delle proprie comunità in modo che i giovani possano prendere contatto diretto, almeno durante il periodo conclusivo della formazione, con i problemi e la realtà viva dei migranti, educarsi in un ambiente comunitario plurinazionale ed acquisire le affinità linguistiche e culturali necessarie allo svolgimento del nostro apostolato specifico.
Continuità della Congregazione
18. L’amore alla Congregazione e ai migranti impegna tutti, missionari e comunità, a favorire il sorgere di nuove vocazioni sia nei paesi di emigrazione che in quelli di immigrazione, così da realizzare l’aspirazione del Fondatore, di veder fiorire vocazioni missionarie anche tra i figli degli emigrati e i loro discendenti con l’aiuto della nostra azione pastorale[22].
La vita e lo sviluppo della Congregazione sono opera della Grazia e della dedizione di tutti i religiosi nel vivere la missione per i migranti secondo il carisma del Fondatore.
Per una lettura di fede delle migrazioni
19. Mons. Scalabrini vide nei migranti l’immagine di Cristo[23] e, nella loro vicenda, una provocazione alla fede e all’amore dei credenti, in particolare dei missionari, sollecitati a risanare i mali delle migrazioni, sia nelle cause che negli effetti, e a scoprire il disegno che Dio attua in tutte le migrazioni, anche se causate da ingiustizie.
Le migrazioni, avvicinando le molteplici componenti della famiglia umana, tendono alla costruzione di un corpo sociale sempre più vasto e vario, prolungamento ed estensione di quell’incontro di popoli e di razze che, arricchito del dono dello Spirito nella Pentecoste, fu trasformato nella fraternità della Chiesa. Se da una parte le sofferenze che accompagnano le migrazioni sono espressione del travaglio del parto da cui nasce e si rinnova la Chiesa peregrinante, dall’altra le disuguaglianze e gli squilibri, di cui esse sono conseguenza e manifestazione, diventano denuncia della lacerazione introdotta nella famiglia umana dal peccato e dolorosa invocazione di fraternità.
Questa visione ci porta ad accostare le migrazioni a quegli eventi biblici che scandiscono le tappe del faticoso cammino dell’umanità verso la costruzione di un popolo senza discriminazioni e senza frontiere, depositario del dono di Dio e aperto alla vocazione eterna dell’uomo: il cammino dei Patriarchi che, sostenuti dalla promessa, tendono verso una patria futura; la liberazione dalla schiavitù che attraverso l’esodo dà origine al popolo dell’alleanza; l’esilio che pone l’uomo di fronte alla relatività di ogni meta raggiunta; il messaggio universale dei Profeti che denunciano come contrarie al disegno di Dio le discriminazioni, le oppressioni, le deportazioni, le dispersioni e le persecuzioni: le quali, però, diventano veicolo del messaggio della salvezza a tutti gli uomini e testimoniano che, anche nel caotico succedersi e contraddirsi degli avvenimenti umani, Dio continua a tessere il suo disegno di salvezza fino alla completa unificazione dell’universo in Cristo[24].
Eredi dello spirito del Fondatore e dediti alla missione da lui affidataci, siamo stimolati a cogliere il particolare rilievo che acquista, nella vicenda dei migranti, l’invito a tutti rivolto, di considerarsi stranieri e pellegrini sulla terra, al modo dei Patriarchi.
Il cammino dei migranti si fa così segno vivo della vocazione eterna, impulso continuo a quella speranza che, additando un futuro oltre il mondo presente, ne sollecita la trasformazione e il superamento. Le loro peculiarità diventano richiamo alla fraternità pentecostale, dove le differenze sono armonizzate dallo Spirito e la carità si fa autentica nell’accettazione dell’“altro”. La loro vicenda è annuncio del mistero pasquale, per il quale morte e risurrezione tendono alla creazione dell’umanità nuova, nella quale non v’è più né schiavo né straniero[25]. La loro stessa presenza è simbolo di un popolo nuovo, per il quale ogni terra straniera è patria ed ogni patria è terra straniera[26].
parte seconda
COSTITUZIONIE DIRETTORIO GENERALE
* * *
capitolo primo
NATURA E MISSIONE
N.B.
- Gli articoli stampati in tondo sono norme costituzionali; gli articoli in
corsivo sono norme di Direttorio Generale.
20. La Congregazione dei Missionari di San Carlo (Scalabriniani) è un istituto religioso clericale di diritto pontificio. I suoi membri sono chiamati da Dio a partecipare alla missione della Chiesa aiutando i migranti a scoprire e attuare il piano di salvezza nascosto nella loro vita e nelle migrazioni umane.
21. La Congregazione è costituita da religiosi sacerdoti o avviati al sacerdozio e Fratelli Missionari.
Nella diversità di ministeri e di funzioni essi attuano la stessa missione.
Tutti i membri hanno gli stessi diritti e doveri, secondo le disposizioni della Chiesa e delle presenti Regole di Vita.
22. Realizziamo la nostra missione annunciando il messaggio evangelico e dando testimonianza ad esso nella consacrazione religiosa. Questa, mentre ci unisce a “Cristo che, vergine e povero, redense e santificò gli uomini con la sua obbedienza”[27], rende più efficace la nostra parola e totalmente disponibile la nostra vita a servizio di Dio e dei fratelli migranti.
23. Svolgiamo la nostra missione anzitutto
fra coloro che, per qualunque motivo, si trovano a dimorare fuori della patria
o della propria comunità etnica e per vere necessità abbisognano d'una cura
pastorale specifica; inoltre tra quanti, a causa delle migrazioni interne,
vengono a vivere in situazioni analoghe per differenze etniche e
socio-culturali; infine tra i marittimi, i rifugiati e
i profughi.
24. Nel nostro apostolato specifico diamo il primato alla evangelizzazione e in particolare alla catechesi, e operiamo per radunare i migranti in comunità di fede, di carità e di culto, ordinando all’Eucaristia la loro vita cristiana.
25. Affinché la vicenda della migrazione possa dare origine ad un reciproco arricchimento umano e cristiano, la nostra missione si rivolge, oltre che alle comunità di arrivo, anche a quelle di partenza dei migranti.
26. La
Congregazione intende collaborare con quanti si sforzano di eliminare
situazioni di ingiustizia e creare migliori condizioni di vita nei luoghi di
origine dei migranti, così da prevenire il fenomeno migratorio nei suoi aspetti
negativi.
27. Così
pure si propone di sensibilizzare la Chiesa e la società civile ad accogliere i
migranti e ad assumere una visione e soluzione cristiana dei loro problemi,
perché, nel superamento delle discriminazioni e nell’attuazione della giustizia
e della carità, essi siano considerati come persone e immagine di Cristo.
28. Per
meglio svolgere il suo servizio ai migranti, la Congregazione favorisce e promuove
l’uso dei mezzi di comunicazione sociale, preparando personale per questo
compito e collaborando con quanti operano per gli stessi fini.
29. Per
studiare e approfondire il fenomeno migratorio e i problemi connessi, la
Congregazione istituisce Centri Studi per le migrazioni e per la pastorale
migratoria. Essi svolgono attività di documentazione e di ricerca, di analisi e
di riflessione, sotto l’aspetto sia sociologico che teologico-pastorale. La
loro natura e finalità sono precisate in appositi statuti.
30. Ci impegniamo ad un continuo aggiornamento della nostra azione pastorale, per adeguarla alle mutevoli esigenze del fenomeno migratorio e assicurarne la fedeltà alla scelta preferenziale per i migranti più bisognosi e, tra questi, per coloro che offrono occasioni più favorevoli alla dilatazione del Regno di Dio. Per una continua verifica e aggiornamento dei metodi pastorali, i missionari riflettano sulla propria presenza e azione in seno alle comunità dei migranti. Ne colgano, insieme ad essi, tutta la realtà umana, sociale e religiosa, in modo che il lavoro apostolico sia rispondente alla loro mentalità, cultura e aspirazioni.
Tale riflessione sia compiuta dalle comunità locali in collaborazione con la comunità provinciale e con gli appositi organismi di studio e di ricerca.
31. La
nostra presenza in un luogo o in un'opera si protrae fino a quando lo richieda
la nostra finalità specifica. Compiti o posizioni apostoliche, che non
rientrino direttamente nel nostro fine specifico, potranno essere eccezionalmente
continuati o assunti a giudizio delle Direzioni provinciali con l'approvazione
della Direzione generale. In ogni caso sarà nostro dovere trasformare qualsiasi
posizione a noi affidata in centro di irradiamento apostolico e di solidarietà
verso i migranti più bisognosi, e di animazione
vocazionale.
32. Secondo la volontà e nello spirito del Fondatore, i missionari esercitano il loro apostolato in stretta unione col Papa e con i Vescovi, successori degli Apostoli.
33. La Congregazione promuove l’intesa e ricerca la collaborazione con tutte le persone e le istituzioni, ecclesiastiche o laiche, che operano nel campo migratorio.
34. Sarà
promossa con intese e forme appropriate la collaborazione, sul piano operativo,
con la Congregazione delle Suore Missionarie di San Carlo Borromeo
(Scalabriniane), con le Missionarie Secolari Scalabriniane e con altri Istituti
religiosi per i migranti o comunque impegnati nel campo della mobilità umana.
35. I
sacerdoti e i religiosi, che intendono collaborare con i missionari
scalabriniani per un periodo non inferiore a un anno e rispettarne le
condizioni e lo stile di vita, saranno accettati nelle nostre comunità in base
ad accordi scritti tra il richiedente e il Superiore della Provincia che lo
accoglie, previo consenso dell’Ordinario da cui l’interessato dipende e
d’intesa con l’Ordinario del luogo.
36. Per
i laici che intendono dedicarsi all’apostolato tra i migranti, la Congregazione
favorisce appropriate forme di collaborazione, da regolarsi sempre sotto la responsabilità
dei Superiori maggiori secondo le esigenze della giustizia e della carità.
37. La
Congregazione promuove e sostiene la collaborazione in forma associata di laici
desiderosi di condividere il carisma scalabriniano.
* * *
capitolo secondo
LA VITA RELIGIOSA
A. La comunità scalabriniana
38. Chiamati da Dio alla santità in forza del battesimo, tendiamo alla perfezione della carità verso Dio e il prossimo, vivendo la nostra vocazione missionaria in comunità di vita e nella pratica dei consigli evangelici, mediante i voti semplici di povertà, castità e obbedienza. Nell’intima comunione con Cristo e con i fratelli, potremo raggiungere una più completa maturità personale, umana e cristiana, e una più efficace azione apostolica.
39. La nostra vita comunitaria è al servizio della missione apostolica tra i migranti. Essa è tanto più vitale e feconda, quanto più sa cogliere in se stessa e nel mondo dei migranti la presenza di Dio e far propri i valori che vi lievitano.
40. Scegliendo la forma di vita che il Figlio di Dio, in obbedienza al Padre, ha abbracciato nell’operare la salvezza del mondo in perfetta armonia di contemplazione e di azione, uniamo l’azione apostolica al continuo colloquio con Dio nella ricerca della sua volontà, docili allo Spirito Santo.
41. Sentendoci responsabili ciascuno della preghiera di tutti e tutti della preghiera di ciascuno, coltiviamo con assiduità lo spirito di preghiera nella vita comunitaria e personale. Per nutrirlo ed esprimerlo, dedichiamo un tempo adeguato alla preghiera, che “è la parte più viva, più forte, più potente dell’apostolato”[28].
42. Come le comunità apostoliche, che esprimevano la loro comunione perseverando nella preghiera e nella frazione del Pane, vediamo nell’Eucaristia e nella preghiera in comune il centro e l’espressione più alta della nostra vita comunitaria, e la sorgente del nostro impegno di evangelizzazione.
43. La nostra vita in Cristo, a imitazione e nello spirito del Fondatore, si alimenta principalmente attraverso l’ascolto della Parola di Dio, l’amore all’Eucaristia e alla Chiesa, la devozione filiale a Maria, Madre di Cristo e della Chiesa[29], l’esercizio responsabile del ministero e la comunione fraterna.
44. § 1 - Sono impegni quotidiani di preghiera di ogni religioso: la celebrazione dell’Eucaristia o la partecipazione alla stessa, la Liturgia delle Ore, la meditazione, che il Fondatore proponeva della durata di almeno mezz’ora, il Rosario o altra pratica di devozione mariana.
Sono impegni periodici gli esercizi spirituali annuali e i tempi di ritiro.
§ 2 - Il superiore competente per dare la licenza di predicare ai religiosi è rispettivamente il superiore generale o provinciale o locale, a seconda che si tratti di religiosi convocati dal superiore generale o provinciale o locale.
45. È impegno di ogni comunità almeno un incontro quotidiano di preghiera.
46. L’impegno di portare la croce nella sequela di Cristo, trasformando i nostri sentimenti e comportamenti, ci rende atti a partecipare più intimamente al mistero pasquale e ad essere solidali con le tribolazioni dei migranti. Esso esige un atteggiamento penitenziale, che si esprime nella partecipazione frequente al sacramento della riconciliazione; richiede inoltre di assumere la sofferenza e le privazioni cui va incontro la vita religiosa e missionaria e di scegliere forme penitenziali, personali e comunitarie, rispondenti agli uomini d’oggi.
47. La vita comunitaria deve costruirsi continuamente nella fede e nell’amore, che si concreta nella donazione di sé ai fratelli. Nella comunità i confratelli “avranno cura di conservare sempre dappertutto l’unione più stretta... trattandosi a vicenda con animo aperto e affetto sincero”[30], nel rispetto e nell’accettazione reciproca, in un clima di carità e di fiducia che consenta il perdono vicendevole e la correzione fraterna.
48. Riteniamo membri privilegiati della nostra famiglia i confratelli che, con le prove morali e le sofferenze fisiche, sono associati più direttamente ai patimenti di Cristo e continuano così la loro opera di apostolato e di testimonianza nella Congregazione. A loro tutta la comunità presterà, con senso di giustizia e di riconoscenza, le cure necessarie, l’assistenza e l’attenzione che li aiuteranno a crescere nella speranza cristiana.
49. La Congregazione si dimostra riconoscente ai confratelli anziani per il lavoro apostolico svolto e per la fedeltà conservata all’ideale scalabriniano, provvede con premura alle loro necessità, valorizza la loro esperienza, stimola e apprezza l’apporto che ancora possono dare alla comunità.
50. Tutti i membri, nei loro vari uffici, si sentono responsabili della vita della comunità: in unione tra loro e con il superiore ricercano la volontà di Dio e sono ad essa fedeli, consapevoli che, svolgendo il loro lavoro, obbediscono a un mandato ecclesiale, esercitato in nome della Congregazione.
51. La vita comunitaria è testimonianza di carità e di unità, garantisce il sostegno reciproco ed è la via più efficace per affrontare le numerose e complesse esigenze della nostra missione. Per favorire la vita comunitaria, sono riservate ai religiosi alcune parti della casa.
52. I religiosi, riconoscendosi partecipi della stessa vocazione, formano una comunità unita dall’amore di Cristo e dal comune impegno di rispondere alle esigenze della missione e si accettano fraternamente. Nell’assegnazione i superiori terranno conto di queste esigenze e della situazione dei religiosi.
53. La
nostra vita fraterna si articola in diverse forme:
§ 1 - la comunità costituita di almeno tre
religiosi che vivono insieme, con un proprio superiore in sede: forma che,
meglio di ogni altra, risponde al progetto di vita fraterna in comune;
§ 2 - la comunità costituita da religiosi
dimoranti, per ragioni pastorali, in più residenze, con un unico superiore, che
promuova e animi la vita comunitaria;
§ 3 - religiosi che, per varie ragioni, sono alle
dirette dipendenze del superiore generale o provinciale.
54. Ogni
comunità avrà un proprio ordinamento di vita e di lavoro. In esso sarà pure
previsto uno spazio sufficiente di tempo da lasciare al religioso per un
programma personale di preghiera, di aggiornamento e di sollievo.
55. Ogni
comunità scalabriniana programmi regolari raduni dei religiosi. Con senso di
corresponsabilità in essi vengono discussi i temi di comune interesse e si
stabiliscono gli impegni della comunità e dei singoli sulla base del progetto
comunitario.
56. Per
favorire il senso di appartenenza alla Congregazione, una reciproca conoscenza
e un più vivo senso comunitario, si promuovano anche incontri intercomunitari e
interprovinciali.
57. § 1 - Celebriamo con particolare rilievo le
seguenti ricorrenze annuali: la festa del Beato G.B. Scalabrini, nostro
Fondatore (I° giugno), la solennità di San Carlo Borromeo, nostro patrono (4
novembre), l’anniversario della fondazione della Congregazione (28 novembre) e
la solennità dell’Immacolata Concezione (8 dicembre), nella quale riconfermiamo
il nostro impegno apostolico con la rinnovazione devozionale dei voti
religiosi.
Saranno queste preziose
occasioni per rinsaldare i vincoli di amicizia e di gratitudine con persone
particolar-mente legate alla comunità religiosa.
§ 2 - Ci impegniamo, inoltre, collaborando e
sensibilizzando le Chiese e le società dove operiamo, a promuovere e celebrare
la Giornata del Migrante.
58. La
Congregazione e le singole Province dispongano di un organo di informazione
periodica, che metta i confratelli al corrente della vita, delle opere e dei
problemi, rispettivamente, della Congregazione e della Provincia.
59. Le
comunità scalabriniane si distinguono per la cordialità dell’accoglienza e per
la ospitalità cristiana, nel rispetto delle esigenze proprie della vita
religiosa e comunitaria.
60. In
occasione della morte di un confratello, ne sia data comunicazione immediata a
tutta la Congregazione.
61. § 1 - Per ogni religioso o novizio defunto si
celebrerà la Messa con il rito delle esequie nella comunità cui apparteneva:
tutti i sacerdoti della Congregazione celebreranno una Messa; gli altri
confratelli parteciperanno ad una celebrazione eucaristica.
§ 2 - Per i genitori defunti di ogni religioso o
novizio, nella casa cui questi appartiene, si celebrerà una Messa di suffragio.
§ 3 - Nel mese di novembre si celebrerà in ogni
comunità una Messa per tutti i confratelli, parenti e benefattori defunti.
62. L’applicazione
della S. Messa si farà secondo l’intenzione dell’offerente o del superiore
locale, ad eccezione di alcune Messe annue che saranno lasciate all’intenzione
del celebrante o di altri religiosi che lo richiedessero. I superiori generale
e provinciale e, nelle case di formazione, il superiore locale applicheranno la
Messa per le rispettive comunità nelle circostanze che saranno ritenute più
opportune.
63. La Congregazione ha un abito proprio, che i religiosi porteranno secondo le disposizioni dei superiori.
64. Le norme riguardanti le visite in famiglia, le vacanze e i viaggi saranno fissate nel Direttorio provinciale sulla base delle direttive del Capitolo generale. Si terranno sempre presenti i seguenti criteri: il bene dei religiosi, la pietà filiale verso i genitori, la testimonianza della povertà, lo spirito missionario, l’eventuale giudizio dei fedeli, la solidarietà verso i confratelli.
65. § 1 - L’uso dei mezzi di comunicazione sociale sarà guidato da un senso di responsabilità personale e comunitaria, che salvaguardi la serenità dello spirito e la serietà degli ambienti in cui viviamo.
§ 2 - Per poter pubblicare scritti che trattano questioni di religione o di costumi, a norma del can. 832, i religiosi abbisognano della licenza del superiore maggiore da cui immediatamente dipendono.
66. I superiori, i rettori dei seminari e gli insegnanti di filosofia e di teologia nei seminari, all’atto di assumere l’ufficio, sono tenuti ad emettere la professione di fede secondo la formula approvata dalla Santa Sede, davanti alla comunità religiosa appositamente radunata.
B. La povertà
67. Per compiere la nostra missione tra i migranti scegliamo di vivere in povertà di spirito e di fatto, a imitazione di Cristo che, essendo ricco, si è fatto povero per gli uomini al fine di arricchirli della sua povertà[31].
68. La povertà testimonia la carità di Cristo che ci fa un cuor solo e un’anima sola, ci rende liberi dai beni terreni, disponibili verso i confratelli e i migranti, e anticipa nella fede “la terra nuova e i cieli nuovi”[32].
69. Con il voto di povertà ci impegniamo a dipendere dai superiori nell’usare e disporre dei beni temporali. Mettiamo in comune i proventi di ogni attività e i doni ricevuti a qualsiasi titolo, salve le norme del diritto comune. Riceviamo dalla comunità quanto è necessario al nostro sostentamento e lavoro, di tutto facendo uso in conformità con le esigenze apostoliche della missione e con lo spirito di povertà. A tale spirito ci si adeguerà nel chiedere e concedere permessi.
La pensione di qualsiasi provenienza non potrà essere trattenuta, amministrata o spesa a suo arbitrio dal religioso ma dovrà essere messa in comune.
70. Sarà nostro dovere verificare, con periodiche riflessioni comunitarie a diverso raggio, locale, zonale, provinciale, l’osservanza del voto di povertà, affinché non si introducano atteggiamenti e abitudini ad esso contrarie.
71. Pratichiamo la povertà eseguendo con fedeltà e sollecitudine i compiti affidatici, in obbedienza alla legge del lavoro. Con questo provvediamo al sostentamento della nostra vita e ci procuriamo i mezzi necessari alle attività della Congregazione. Nel medesimo tempo ci affidiamo con serenità di spirito alla Provvidenza sia per la vita personale che per le iniziative apostoliche.
72. La Congregazione, pur possedendo quanto è necessario alla sua vita e alle sue opere, darà testimonianza collettiva di povertà, evitando anche ogni apparenza di lusso, di lucro e di accumulazione di beni, e offrendo volentieri del suo per venire incontro alle necessità della Chiesa, delle missioni e dei poveri.
73. Il
religioso avrà cura dei mezzi o strumenti messi a sua disposizione per il
lavoro e l’apostolato. Se ne servirà senza legarsi ad essi, affinché non
diventino pretesti per comodità personali od occasioni di affievolimento dello
spirito di povertà. Spetta al superiore vigilare perché non si creino
discriminazioni contrarie alla perfetta comunità di vita.
74. L’uso del denaro, l’abitazione, l’arredamento, tutti gli oggetti e, in genere, lo stile di vita testimonino la nostra povertà.
75. I religiosi scalabriniani, col voto di povertà, non perdono il diritto di proprietà sui beni che già possedevano o di cui potrebbero legittimamente entrare in possesso dopo la professione. Possono tuttavia, previa autorizzazione del Superiore generale col consenso del Consiglio, liberamente rinunciarvi per sempre in favore di chiunque, non prima però della professione perpetua.
76. § 1 - I giovani approvati per la prima professione dovranno liberamente cedere l'amministrazione dei loro beni a chi meglio crederanno e dare disposizioni per l'uso e l'usufrutto dei medesimi, prima della professione stessa e per tutto il tempo in cui saranno vincolati dai voti tanto temporanei che perpetui. Qualora in seguito provengano o si aggiungano altri beni a qualunque titolo, la cessione o disposizione, che abbiano avuto per oggetto solo i beni allora esistenti, dovranno essere fatte o rinnovate, anche dopo la professione, a mente del paragrafo seguente.
§ 2 - La cessione o disposizione dei beni possono essere cambiate dai religiosi professi con il permesso del Superiore generale, purché il cambiamento non sia, almeno per notevole parte dei beni stessi, in favore della Congregazione. In tal caso occorre la facoltà della S. Sede.
§ 3 - La cessione o disposizione, di cui ai paragrafi precedenti, perdono ogni valore se i religiosi abbandonano la Congregazione o ne vengono dimessi.
77. § 1 - Ogni religioso, prima della professione perpetua, deve redigere il testamento, in forma civilmente valida, per i beni che in quel momento possiede e per quelli che potrebbero venirgli in seguito.
§ 2 - Il testamento non può essere cambiato dai religiosi professi senza licenza del Superiore generale, oppure, se il caso è urgente e non v’è tempo per ricorrere, del Superiore provinciale o, in assenza di questo, del Superiore locale.
78. Alla professione perpetua ciascun religioso premetterà una dichiarazione, controfirmata da due testimoni, con la quale si impegna a non esigere, in caso di uscita dalla Congregazione, alcun compenso per le prestazioni fornite durante il periodo d’appartenenza ad essa. Da parte sua la Congregazione, in caso di effettiva uscita di uno dei suoi membri, si comporterà con equità e carità, regolandosi secondo le disposizioni della Chiesa.
79. I documenti di cui agli art. 76-78 saranno conservati nell’Archivio generalizio.
C. La castità
80. Con il voto di castità, assunto per il Regno dei cieli, c’impegniamo a vivere la continenza perfetta nel celibato[33]. Rispondiamo così nella fede, con personale decisione, all’invito del Signore, associandoci più profondamente al mistero pasquale e divenendo partecipi della sua fecondità spirituale.
81. Potremo custodire più sicuramente la castità se nella vita comune sapremo praticare fra noi un vero amore fraterno[34]. Perciò ci sforzeremo di vivere uniti da un’amicizia sincera, capace di comprendere e sostenere.
82. Viviamo con amore e gioia l’aspetto sacrificale della castità consacrata, consapevoli di partecipare al sacrificio salvifico di Cristo e di renderci così atti ad amare gli uomini con il suo stesso cuore, al quale cerchiamo di conformarci sempre più, con un contatto intimo e personale nella preghiera e nei sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia.
83. Per
mantenere fede alla nostra professione, credendo nella parola del Signore,
confidiamo nel suo aiuto. Diamo particolare importanza ai valori che tendono a
farci maturare e aprire verso gli altri, quali la comprensione dei bisogni
altrui e la generosità. Un valido sostegno troveremo nella direzione
spirituale, nella sobrietà di vita e nell’amore alla famiglia. Non presumendo
delle nostre forze, pratichiamo la mortificazione e la custodia dei sensi.
84. Rendendoci conto delle difficoltà che possono derivare all’equilibrio affettivo dal logorio fisico e dalla tensione psichica, teniamo in debita cura la nostra salute, soprattutto con un ritmo ordinato di vita e di lavoro.
85. Il
celibato per il Regno ci stimola a crescere come persone che sanno donarsi
liberamente e generosamente agli altri, accoglierli come dono e incontrarli
come fratelli.
D. L’obbedienza
86. Volendo seguire più da vicino Cristo, fattosi obbediente fino alla morte per la salvezza degli uomini, consacriamo a Dio con voto la nostra volontà. Obbedendo alla volontà di Dio in spirito di fede e di amore, ci rendiamo disponibili per il disegno divino di salvezza, impegnando “tanto le energie della mente e della volontà, quanto i doni di grazia e di natura nell’esecuzione degli ordini e nel compimento degli uffici assegnati”[35].
87. Con il voto di obbedienza ci obblighiamo ad obbedire ai superiori in ciò che riguarda la vita della Congregazione e l’osservanza delle Regole di Vita.
88. In casi straordinari, per il bene di un confratello o di una comunità e dopo un colloquio personale, i superiori maggiori possono vincolare il comando al grave obbligo del voto, per iscritto.
89. Con l’obbedienza ci vincoliamo ad una comune ricerca ed esecuzione della volontà di Dio, alla luce del Vangelo, degli insegnamenti della Chiesa e delle esigenze della nostra missione apostolica. Essa richiede una fede capace di vedere Dio nelle realtà terrene, nelle persone e in particolare nel mondo dei migranti.
90. Coltiveremo tutti il dialogo, che si svolgerà nella carità, nel rispetto, nella fiducia, umiltà e sincerità. I superiori lo favoriranno, sia come stimolo alla partecipazione e alla collaborazione, sia come aiuto al buon esercizio della loro autorità di decidere e di comandare.
91. In vista del bene comune e della finalità apostolica della Congregazione, verranno valorizzate le attitudini e inclinazioni dei confratelli. Per questo, prima di deciderne le destinazioni e i trasferimenti, i superiori faranno le opportune consultazioni, specialmente con i religiosi interessati. Questi, a loro volta, salvo il diritto ed eventualmente il dovere di illustrare le proprie vedute, sapranno accettare incarichi che richiedessero il sacrificio delle proprie preferenze, in spirito di disponibilità, virtù caratteristica, voluta dal Fondatore per i suoi missionari[36].
92. Le
prime destinazioni missionarie saranno ordinariamente comunicate in occasione
della professione perpetua.
E. Uscita e dimissione dei religiosi
93. In casi particolarmente gravi, in cui il comportamento di un religioso fosse di scandalo e di danno alla Chiesa e alla comunità religiosa, i superiori sappiano intervenire con carità e fermezza e, in casi estremi, usare anche i mezzi previsti dagli ordinamenti della Chiesa.
94. Per quanto riguarda la procedura di dimissione o l’uscita dei religiosi dalla Congregazione, si osserveranno le norme del diritto comune.
capitolo terzo
FORMAZIONE DEI MEMBRI
A.