Siamo tutti forestieri
«E il Signore disse a Abram: "Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò"» (Gen. 12,1). La promessa di una terra propria, agli occhi del nomade Abramo - nome che, etimologicamente, significa proprio "padre dei popoli" - doveva apparire come l’insperata realizzazione del suo massimo sogno, insieme a quello di un figlio, altrettanto improbabile. E qualcosa di simile avvenne per il popolo d’Israele lungo tutto il corso della sua storia: quella angusta porzione di terra, estesa all’incirca come una medio regione italiana, venne a lungo idealizzata, descritta come "il paese di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; paese dove non ti mancherà nulla; paese dove le pietre sono ferro e dai cui monti scaverai il rame" (Deut. 8,7-9) e, frequentemente, come "la terra dove scorre latte e miele" (Es. 3,8).
La terra è di Dio
Eppure, questa terra, in nome della quale si angosciarono gli esuli a Babilonia e nella quale non poté entrare il piangente Mosè, non divenne mai, fino in fondo, "proprietà" del popolo ebraico. Nella sua stessa riflessione teologica narrata nella Bibbia abbiamo frequenti tracce che ce lo dimostrano: quella terra stillante latte e miele, è innanzitutto "proprietà di Dio" (Ps. 24,1) e "sgabello si suoi piedi" (Is. 66,1), Israele non è che un ospite, sia pur privilegiato, e come tale deve comportarsi. In Lev. 25,23, nel contesto della legislazione prescritta da Dio per gli anni santi, si legge addirittura: "Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini". Ma c’è ancora di più: la motivazione per cui il popolo d’Israele non può opprimere il forestiero che alloggia all’interno delle sue città e delle sue tende è che anch’esso "conosce la vita del forestiero, perché è stato forestiero nel suo paese d’Egitto" (Es. 23,9 e22,20). Chi ha sperimentato in prima persona la schiavitù, la lontananza dalle proprie case e dalle proprie spose, dunque, non dovrebbe essere in grado di venir meno ai doveri dell’ospitalità (virtù, del resto, molto apprezzata e praticata nella cultura vicino orientale, in passato come oggi).
"Anche le volpi hanno le loro tane"
Anche Gesù di Nazareth, poi, seguirà il cammino che fu di Abramo e di tutto il suo popolo, fino ad affermare, per chiarire le esigenze radicali della sequela, che "le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo" (Mt. 8,20). Simili considerazioni, e altre, che si potrebbero fare, sulla falsariga di queste, non mi sembrano di poco conto, nell’accingersi a riflettere sul senso dell’attuale flusso di immigrazione che stanno "subendo" i paesi ricchi del Nord della Terra nei confronti dei paesi poveri del Sud, e segnatamente l’Italia, che – fra l’altro – se ne sta interessando in modo significativo solo ora, con colpevole ritardo. L’emigrazione italiana, infatti, ha rappresentato, dai primi anni dell’unità monarchica in poi, un fenomeno di implicazioni gigantesche, con circa 26 milioni di cittadini partiti alla ricerca di un ambiente più favorevole, la maggior parte negli anni precedenti il primo conflitto mondiale; ma ancora in misura consistente – più di 7 milioni – dopo il 1945. Negli anni ‘80, il fenomeno è in netta fase calante, anche se attualmente si ipotizzano circa 80.000 espatri l’anno. In altre parole, allora, il nostro stato si trova oggi in una situazione notevolmente vicina a quella in cui venne e trovarsi l’antico Israele, nell’entrare in contatto con rifugiati, stranieri, esuli. Potrebbe vantare, come talvolta fu tentato di fare Israele, i propri privilegi, nei confronti dei nuovi venuti; semmai, come al tempo del ritorno dall’esilio babilonese, adducendo come motivo della propria chiusura il rischio di venirne contaminato sul piano culturale e religioso. Oppure potrebbe, come più spesso capitò al popolo ebraico, rinvenire la forza per aprirsi al nuovo, all’imprevisto, al rischio del diverso: "Non defrauderai il salariato povero e bisognoso, sia egli uno dei tuoi fratelli o uno dei forestieri che stanno nel tuo paese, nelle tue città (...) così egli non griderà contro di te al Signore e tu non sarai in peccato"(Deut. 24.14.15b), fino a giungere, piuttosto sorprendente, per quei tempi, della necessità di un unico diritto per gli stranieri e per il popolo d’Israele: "Se uno straniero che soggiorna da voi o chiunque dimorerà in mezzo a voi in futuro, offrirà un sacrificio con il fuoco, soave profumo per il Signore, farà come fate voi. Vi sarà una sola legge per tutta la comunità, per voi e per lo straniero che soggiorna in mezzo a voi; sarà una legge perenne, di generazione in generazione; come siete voi, così sarà lo straniero davanti al Signore" (Num. 15,14-15).
Amerete lo straniero senza opprimerlo
C’è un midrash (antico metodo ebraico di interpretazione della Bibbia) a questi testi, che vorrei riportare perché mi sembra bello e poetico, oltre che istruttivo: "II Santo, benedetto Egli sia, ama molto gli stranieri. A che cosa possiamo paragonare questa situazione? A un re che possedeva un gregge, il quale usciva a pascolare al mattino e rientrava la sera. Tutti i giorni. Una volta arrivò un cervo e si frammise alle pecore; pascolava con loro. Lo dissero al re. Il re lo amava e comandava di riservargli un buon pascolo, di non picchiarlo, di custodirlo e, quando rientrava con il gregge, si raccomandava di farlo bere; insomma, lo amava molto. Gli dissero i pastori: tu hai tanti montoni, tante pecore, tanti agnelli e non dici mai nulla per loro, mentre per questo cervo ci fai tutti i giorni tante raccomandazioni! Disse loro: II gregge, volente o nolente, tale è il suo costume: pascolare tutto il giorno all’aperto e ritirarsi la sera nel recinto. I cervi invece sono soliti pernottare nel deserto e non entrare nella residenza degli uomini; non dobbiamo dunque essere loro grati per aver abbandonato il vastissimo deserto dove vivono tanti animali per venire a chiudersi dentro una corte? Allo stesso modo, non dobbiamo essere grati allo straniero che ha abbandonato la sua famiglia, la casa di suo padre ed ha lasciato la sua gente e tutte le genti del mondo per venire presso di noi? Ecco perché Egli ha stabilito di custodirlo con grande attenzione e ha messo in guardia gli ebrei di non fargli del male, come dice il testo: e amerete lo straniero e non opprimerete lo straniero (Numeri Rabbà 80,8).
Un capitolo che sarebbe utile sviluppare adeguatamente, in tale direzione, è quello legato alla presenza e al ruolo –talvolta dominante – di donne e uomini forestieri nella storia della salvezza biblica. Basti pensare – per non fare che qualche esempio – alla coraggiosa moabita Ruth, che, dopo la scomparsa del marito ebreo, non abbandona -contro ogni aspettativa – la suocera, bensì la segue in terra straniera, dimostrandole una dedizione eccezionale (che le sarà ricompensata da Dio, tanto che dalla sua progenie deriverà il re Davide, e quindi lo stesso Gesù). Oppure a Giobbe, della terra di Uz, simbolo della sofferenza insensata e della lotta con Dio, che diverrà una figura paradigmatica nell’immaginario collettivo giudaico. O ancora, alle parole del cap. 29 del libro di Geremia, riportante la lettera inviata dal profeta agli esuli a Babilonia, in cui si cerca di fornire un significato all’esilio stesso: "Costruite case ed abitatele, piantate giardini e mangiate i loro frutti; prendete mogli e generate figli e figlie; prendete mogli per i vostri figli e date le vostre figlie a marito, affinché generiate figli e figlie, affinché vi moltiplichiate lì e non diminuiate! Cercate la pace della città dove vi ho deportato e pregate per essa il Signore, perché attraverso il suo benessere verrà anche a voi il benessere"(Ger. 29,5-7).
Profezia straniera
Ma gli esempi potrebbero aumentare: dalla vicenda dell’asina di Balaam (Num. 22-23) al passo giovanneo secondo cui lo Spirito "soffia dove vuole" (Gv. 3,8).
Qualcuno parla, a tale proposito, di "profezia straniera" : e il re persiano Ciro, dal Deuteroisaia, verrà addirittura definito "eletto dal Signore" (Is. 45,1). Allo stesso modo, il volto dell’ospite, dell’immigrato, del terzomondiale può rispecchiare, anche perle nostre chiese locali italiane, il volto di un profeta straniero, apportatore paradossale di nuove e inattese occasioni di salvezza: al di là della poesia, delle belle parole.
Non resta che lasciare socchiusa la porta, come fa il pio ebreo durante il seder, la cena pasquale vissuta in famiglia, perché potrebbe sopraggiungere un viandante straniero e mettersi a tavola con noi: si ascolterebbe, forse, da parte sua, una nuova storia, storie di salvezza, su Abram, al quale disse il Signore: "Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò..." (Brunetto Salvarani, Siamo tutti forestieri, "Italia Caritas", 12, 1989, 22-24).