PARTE V

 

UOMO DEI MIGRANTI E PER I MIGRANTI

 

 

Mons. Scalabrini affronta il drammatico problema dell’emigrazione di massa, esploso in Italia all’inizio del suo episcopato, con l’animo del pastore che vede disperdersi il gregge e sente il bisogno di compiere la missione della Chiesa inviata a raccogliere in unità i dispersi figli d’Israele.

L’Apostolo degli Emigrati analizza il fenomeno sotto tutti gli aspetti: dimensioni, cause, conseguenza umane, sociali e religiose. Denuncia le ingiustizie e le oppressioni, ma sa leggere nell’evento un disegno di Dio: perciò scopre la missione della Chiesa verso gli emigrati e il metodo migliore per compiere in loro favore la missione di evangelizzazione e di promozione umana.

Egli stesso si accinge a dare una risposta concreta alle esigenze dei migranti e fonda due Congregazioni missionarie, una maschile e l’altra femminile, di persone votate alla missione mediante la consacrazione religiosa.

La missione evangelizzatrice è completata dall’opera di tutela e di promozione umana, affidata ai laici, e specialmente alla Società San Raffaele.

 

 

 

1. L’EMIGRAZIONE VISTA DALLO SCALABRINI

 

La visione degli emigranti in partenza dalla stazione di Milano e gli appelli dei diocesani emigrati in America interpellano l’animo apostolico del vescovo di Piacenza. L’emigrazione è uno dei fatti più importanti e determinanti della vita italiana contemporanea, è imponente per numero e ha un carattere permanente, dovuto a ineluttabili necessità economiche.

La necessità presuppone un diritto, che non può essere soppresso dallo Stato o dai centri di potere, i quali devono assicurare la libertà di emigrare, ma non la libertà di «fare emigrare», causa di speculazione e di sfruttamento.

L’emigrante non diretto e non tutelato è esposto a «mali infiniti sia materiali che morali», è «preda facilissima della speculazione»; abbandonato a se stesso, rischia di perdere la propria identità culturale e religiosa.

Se invece l’emigrazione è ben diretta e assistita, può diventare «strumento di quella Provvidenza che presiede agli umani destini e li guida, anche attraverso a catastrofi, verso la meta, che è il perfezionamento dell’uomo sulla terra e la gloria di Dio nei cieli». Nel disegno della Provvidenza, infatti, l’emigrazione è destinata a maturare «l’unione in Dio per Gesù Cristo di tutti gli uomini di buon volere».

 

 

 

a) LE DIMENSIONI E LE CAUSE

 

«Erano emigranti»

 

In Milano, parecchi anni or sono, fui spettatore di una scena che mi lasciò nell’animo un’impressione di tristezza profonda.

Di passaggio alla stazione vidi la vasta sala, i portici laterali e la piazza adiacente invasi da tre o quattro centinaia di individui poveramente vestiti, divisi in gruppi diversi. Sulle loro facce abbronzate dal sole, solcate dalle rughe precoci che suole imprimervi la privazione, traspariva il tumulto degli affetti che agitavano in quel momento il loro cuore. Erano vecchi curvati dall’età e dalle fatiche, uomini nel fiore della virilità, donne che si traevano dietro o portavano in collo i loro bambini, fanciulli e giovanette tutti affratellati da un solo pensiero, tutti indirizzati ad una meta comune.

Erano emigranti. Appartenevano alle varie provincie dell’Alta Italia ed aspettavano con trepidazione che la vaporiera li portasse sulle sponde del Mediterraneo e di là nelle lontane Americhe, ove speravano di trovare meno avversa la fortuna, meno ingrata la terra ai loro sudori.

Partivano, quei poveretti, alcuni chiamati da parenti che li avevano preceduti nell’esodo volontario, altri senza sapere precisamente ove fossero diretti, tratti da quel potente istinto che fa migrare gli uccelli. Andavano nell’America, ove c’era, lo sentirono ripetere tante volte, lavoro ben retribuito per chiunque avesse braccia vigorose e buona volontà.

Non senza lagrime avevano essi detto addio al paesello natale, a cui li legavano tante dolci memorie; ma senza rimpianto si disponevano ad abbandonare la patria, poiché essi non la conoscevano che sotto due forme odiose, la leva e l’esattore, e perché pel diseredato la patria è la terra che gli dà il pane, e laggiù lontano lontano speravano di trovarlo il pane, meno scarso se non meno sudato.

Partii commosso. Un’onda di pensieri mesti mi faceva nodo al cuore. Chi sa qual cumulo di sciagure e di privazioni, pensai, fa loro parer dolce un passo tanto doloroso!.... Quanti disinganni, quanti nuovi dolori prepara loro l’incerto avvenire? quanti nella lotta per l’esistenza usciranno vittoriosi? quanti soccomberanno fra i tumulti cittadini o nel silenzio del piano inabitato? quanti, pur trovando il pane del corpo, verranno a mancare di quello dell’anima, non meno del primo necessario, e smarriranno, in una vita tutta materiale, la fede dei loro padri?

Da quel giorno la mente mi andò spesso a quegl’infelici, e quella scena me ne richiama sempre un’altra non meno desolante, non veduta, ma intraveduta nelle lettere degli amici e nelle relazioni de’ viaggiatori. Io li vedo quei meschinelli sbarcati su terra straniera, in mezzo ad un popolo che parla una lingua da loro non intesa, facili vittime di speculazioni disumane: li vedo bagnare coi loro sudori e con le loro lagrime un solco ingrato, una terra che esala miasmi pestilenziali, rotti dalle fatiche, consunti dalla febbre sospirare invano il cielo della patria lontana e l’antica miseria del natio casolare, e soccombere finalmente senza che il rimpianto dei loro cari li consoli, senza che la parola della fede additi loro il premio che Iddio ha promesso ai buoni ed agli sventurati. E quelli che nella rude lotta per l’esistenza trionfano, eccoli, ohimè! laggiù nell’isolamento, dimenticare affatto ogni nozione soprannaturale, ogni precetto di morale cristiana, e perdere ogni dì più il sentimento religioso, non alimentato dalle pratiche di pietà, e lasciare che gli istinti brutali prendano il posto delle aspirazioni più elevate.

Di fronte ad uno stato di cose così lacrimevole, io mi sono fatto sovente la domanda: come poter rimediarvi? E tutte le volte che mi accade di leggere su pei giornali qualche circolare governativa che mette le autorità ed il pubblico in guardia contro le arti di certi speculatori, i quali fanno vere razzie di schiavi bianchi per spingerli, ciechi strumenti di ingorde brame, lontano dalla terra natale col miraggio di facili e lauti guadagni; e quando da lettere di amici o da relazioni di viaggi rilevo che i paria degli emigranti sono gli italiani, che i mestieri più vili, seppure vi può essere viltà nel lavoro, sono da esso loro esercitati, che i più abbandonati, e quindi i meno rispettati, sono i nostri connazionali, che migliaia e migliaia dei nostri fratelli vivono quasi senza difesa della patria lontana, oggetto di prepotenze troppo spesso impunite senza il conforto di una parola amica, allora, lo confesso, la vampa del rossore mi sale in volto, mi sento umiliato nella mia qualità di sacerdote e di italiano, e mi chieggo di nuovo: come venir loro in aiuto?

Anche pochi giorni or sono un distinto giovane viaggiatore mi portava il saluto di parecchie famiglie dei monti piacentini attendati sulle sponde dell’Orenoque: Dica al nostro Vescovo che ricordiamo sempre i suoi consigli, che preghi per noi e che ci mandi un prete, perché qui si vive e si muore come bestie...

Quel saluto dei figli lontani mi suonò quale un rimprovero …1.

 

 

«Uno dei fatti più importanti della moderna vita italiana»

 

Uno dei fatti più importanti della moderna vita italiana è la sua emigrazione; importante per il numero, per i quesiti sociali che involge, per il malessere economico di cui è stimolo. Secondo i calcoli della statistica, gli italiani emigrati che vivono ora nelle Repubbliche Americane sorpassano i due milioni: più di un milione nelle Repubbliche del Sud, 400 mila e più nel Brasile, e il resto nelle vaste parti d’America e soprattutto al Nord. La sola città di New York ne novera 85 mila. Nel decennio 1880-1890 uscirono dai confini del Regno due milioni di abitanti - un milione per la emigrazione temporanea, vero flusso e riflusso di viventi che dà ai lavori d’Europa la mano d’opera intelligente e solerte dei nostri operai e riporta in patria lode e danaro; e un milione alla emigrazione permanente - ossia gente che se ne va al di là dell’oceano colla speranza, quasi sempre delusa, di far ritorno, e si sparge fra le giovani Repubbliche americane, al Sud e al Nord, nelle città popolose, fra le pampas deserte e le vergini foreste, portando ovunque un’attività sempre apprezzata e stimata (…).

Queste cifre non hanno bisogno di un lungo commento. Esse dicono chiaramente e rigorosamente: che nel biennio 87-88 uscì maggior numero di cittadini dal Regno d’Italia, che non dalla Francia, dai Paesi Bassi, dalla Spagna, dal Portogallo, dall’Austria, dal Belgio, dalla Danimarca, dalla Svizzera unite insieme: dicono che la nostra emigrazione è quattro volte tanto quella della Russia, il triplo della Germania che pure ha una larghissima emigrazione e di qualche migliaio superiore a quella del Regno Unito, che ha colonie fiorentissime ed affari in tutte le parti del mondo2.

 

 

«Un fenomeno che ha tutti i caratteri di un fatto permanente»

 

Le cifre esposte sono imponenti, ma il fenomeno migratorio, o Signori, pare non abbia raggiunto il suo apogeo, poiché malgrado le difficoltà frapposte dalla legge voluta due anni or sono, e che limita l’opera degli agenti di emigrazione; malgrado i disinganni e le grida di dolore che di tanto in tanto attraversando l’Atlantico, ci fanno fremere ed arrossire, malgrado infine le proibizioni governative, l’esodo doloroso continua. Gli è, o signori, che l’emigrazione italiana, che fu ed è aumentata per le tristi condizioni nostre specialmente agrarie, che fu ed è stimolata fuor misura dagli agenti di emigrazione e dalla necessità di braccia da sostituire agli schiavi liberati del Brasile, risponde nel suo insieme ad un vero bisogno del popolo italiano, ed è in rapporto coll’aumento annuale della sua popolazione. Non si tratta quindi di un fenomeno transeunte, ma di un fenomeno che ha tutti i caratteri di un fatto permanente. L’Italiano è uno dei popoli che ha maggior aumento annuale di popolazione. Aumenta in ragione dell’11 e 12 per mille, in ciò superato solo dall’Olandese che vanta una eccedenza dei nati sui morti del 13 per mille.

Quindi è che malgrado la ingente emigrazione, la popolazione del Regno aumenta, e fra pochi anni, le nostre belle contrade avranno un massimo di densità.

Secondo calcoli esatti, aumentando la popolazione, come nello scorso ventennio, gli Italiani fra un secolo saranno 100 milioni dei quali, ammettendo pure, data una larga colonizzazione interna, di poterne ospitare tra i confini del regno altri 10 milioni e di raggiungere così i 45 o 50 milioni - che tanti potrebbe capirne l’Italia, se tutte le sue regioni avessero la densità della popolazione della Lombardia -  avremo sempre un immenso popolo di altri 50 milioni, che si spargerà, nel secolo venturo, pel mondo, sospinto da una forza a cui invano si resiste, la lotta per la vita; 50 milioni di Italiani, o signori, dispersi sulla faccia della terra come foglie rapite da un turbine!3

 

 

«L’emigrazione è un fatto naturale e una necessità ineluttabile»

 

L’emigrazione è un fatto naturale e una necessità ineluttabile. È una valvola di sicurezza data da Dio a questa travagliata società; è una forza conservatrice assai più potente di tutti i compressori morali e materiali, escogitati e messi in opera dai legislatori per tutelare l’ordine pubblico e per guarentire la vita e la roba dei cittadini. È noto il proverbio: malesuada fames. Chi potrebbe trattenere un popolo che scatta sotto le convulsioni del ventre, dato che non vi fosse la speranza di trovare altrove il pane quotidiano?

A quelli pertanto che, nel considerare le miserie cagionate dalla emigrazione, esclamano serenamente: e perché dunque tanta gente emigra? è facile il rispondere. L’emigrazione nella quasi totalità dei casi non è un piacere, ma una necessità ineluttabile. Senza dubbio fra gli emigranti vi sono anche cattivi soggetti, vagabondi e viziosi: ma costoro sono minor numero. La immensa maggioranza, per non dire la totalità di coloro che espatriano, per recarsi nella lontana America, non sono di questa tempra; non fuggono l’Italia per aborrimento del lavoro, ma perché questo loro manca e non sanno come vivere e mantenere la propria famiglia.

Un eccellente uomo e cristiano esemplare d’un paesello di montagna, ove anni sono io mi trovavo in visita pastorale, mi si presentò a chiedere la benedizione ed un pio ricordo per sé e pei suoi di partenza per l’America.

Alle mie osservazioni egli oppose questo quanto semplice, altrettanto doloroso dilemma: o rubare o emigrare. Rubare né debbo né voglio, perché Dio e la legge me lo vietano; guadagnar qui il pane per me e pei figli non m’è possibile. Che fare adunque? emigrare: è l’unica risorsa che ci resta... Non seppi che soggiungere. Lo benedii commosso raccomandandolo alla protezione di Dio, e una volta di più mi persuasi essere l’emigrazione una necessità che s’impone quale rimedio supremo ed eroico cui bisogna sottoporsi, come a dolorosa operazione si sottopone il paziente per evitare la morte.

La Religione e l’emigrazione, ecco ormai i due soli mezzi che potranno per l’avvenire salvare la società da una grande catastrofe; l’una avviando su altri continenti il soverchio della popolazione, l’altra consolando di care speranze il dolore disperato degli infelici4.

 

 

b) IL DIRITTO NATURALE DI EMIGRARE

 

«Un sacro diritto»

 

Coloro che vorrebbero impedita o limitata l’emigrazione in nome di considerazioni patriottiche ed economiche, e quelli che la vogliono, in nome di una male intesa libertà, abbandonata a se stessa senza consiglio e senza guida, o non ragionano affatto o ragionano, a mio avviso, da egoisti e da spensierati. Infatti, impedendola si viola un sacro diritto umano; abbandonandola a sé la si rende inefficace. I primi dimenticano che i diritti dell’uomo sono inalienabili e che quindi l’uomo può andare a cercare il suo benessere ove più gli talenti; i secondi, che l’emigrazione, forza centrifuga, può diventare, quando sia ben diretta, una forza centripeta potentissima. Oltre infatti recar sollievo a quelli che restano colla diminuita concorrenza delle braccia, e coi nuovi sbocchi aperti al commercio, torna essa d’immenso profitto acquistando influenze, e riportando sotto mille forme i tesori di attività sottratti per un momento alla nazione (...).

Il discutere teoricamente, se sia l’emigrazione un bene o un male, è qui inutile, bastando al mio scopo di constatarne l’esistenza. Siccome però dopo le ricerche che ho intraprese, per raccogliere i dati statistici e i fatti che servono di base a questo mio breve lavoro, e nei discorsi famigliari, mi sono accorto di una grande confusione di idee su questo rapporto, non solo fra la borghesia e i privati, ma anche fra giornalisti e persone che si dedicano alla cosa pubblica, così le ho credute, siffatte considerazioni, non del tutto inopportune.

Principalmente i proprietari di terre, ove l’emigrazione dei contadini è più numerosa, impensieriti da questo repentino impoverimento di braccia, che si traduce in un adeguato aumento di mercedi per quelli che restano, hanno fatto sentire i loro lagni al Governo e per mezzo di deputati e di associazioni hanno chiesto provvedimenti «per sanare e circoscrivere questo morbo morale, questa diserzione, che spoglia il paese di braccia e di capitali fruttiferi, che fa rompere i patti colonici e lascia dietro a sé la svogliatezza e la insubordinazione senza nessun vantaggio degli emigranti, perché i contadini privi di capitali e di cognizioni saranno sempre dovunque proletari, e la miseria che tentano sfuggire abbandonando la patria, li seguirà sempre come l’ombra del loro corpo, aumentata da nuovi bisogni e dall’isolamento» (Atti parlamentari, tornata 12 Febbraio 1879).

Come ognuno può facilmente rilevare, queste ragioni e questi consigli si ispirano più all’interesse degli agiati che restano, che ai bisogni dei miseri che sono costretti ad andarsene, e se l’autorità prestasse loro facile orecchio e informasse l’opera sua a tali suggerimenti sarebbe cosa inutile, ingiusta e dannosa. Inutile, perché non arriverebbe mai a sopprimere l’emigrazione; ingiusta, poiché ingiusto e tirannico è ogni atto che frappone ostacolo al libero esercizio di un diritto; dannosa, perché l’emigrazione prenderebbe altra via che non quella naturale dei nostri porti, come è avvenuto ogniqualvolta il Governo, per un malinteso spirito di patriottismo, ha reso difficile l’emigrazione5.

 

 

«L’emigrazione deve essere spontanea»

 

Se gli agenti di emigrazione fossero, come sembra credere l’on. De Zerbi nella sua relazione, nulla più che semplici intermediari, uomini cioè di fiducia tra le varie Società di Navigazione e gli emigranti, e restringessero l’opera loro a dare schiarimenti sul modo e sul tempo degli imbarchi; e le agenzie non altro che semplici succursali degli uffici centrali di Navigazione, non ci sarebbe da impensierirsene. La loro azione, quantunque superflua nel maggior numero dei casi (poiché quelle cognizioni si potrebbero apprendere, da chi ne avesse interesse, sul canto delle vie e nei pubblici spacci), pure non sarebbe dannosa. Potrebbe anzi alle volte riescir comoda agli emigranti. E anche se gli agenti facessero un po’ da tentatori per risolvere i dubbiosi, e mostrassero ai poveri assetati della miseria i ruscelletti americani freschi e molli, come quelli che nell’inferno dantesco facevano andare in visibilio maestro Adamo, via, non sarebbe un finimondo, e si potrebbe chiudere un occhio e dir loro col Manzoni: va, va, povero untorello, non sarai tu quello che spianti Milano.

Ma la facoltà di fare arruolamenti è qualcosa di ben diverso da tutto ciò, e gli agenti, che ne usavano di già quando era vietato dalle Circolari ministeriali, figurati se non vorranno valersene ancora più largamente quando sarà per legge un diritto! Per naturale conseguenza le catastrofi, lamentate per il passato, aumenteranno a misura della libertà accordata, poiché esperienza da una parte non vale contro la sete di guadagno insaziato, e ignoranza dall’altra, o non sa il fato di chi lo ha preceduto su quella via, o spera di essere più fortunata.

Le pene comminate dalla nuova legge agli agenti di emigrazione sono severe, e sta’ bene; non lo saranno mai troppo contro chi, più turpe del ladro e più crudele dell’omicida, spinge alla rovina tanti infelici. Quanti di essi, strappati al loro casolare da false promesse, se ne andarono al di là dell’oceano in mezzo a lande inospite, alle prese con mille difficoltà insormontabili, fortunati se infine riescirono a trovare un lembo di terra ove morire in pace! Quanti, abbandonati su piagge deserte senza vesti e senza pane, ebbero per somma ventura di poter ritornare, colla disperazione nel cuore, al paesello natio!6

 

 

«Libertà di emigrare, non di far emigrare»

 

Libertà di emigrare, ma non di far emigrare, perché quanto è buona la emigrazione spontanea, altrettanto è dannosa la stimolata. Buona, se spontanea, essendo essa una delle grandi leggi provvidenziali, che presiedono ai destini dei popoli ed al loro progresso economico e morale; buona, perché è una valvola di sicurezza sociale; perché apre i fioriti sentieri della speranza, e qualche volta della ricchezza, ai diseredati; perché dirozza le menti del popolo col contatto di altre leggi e di altri costumi; perché reca la luce del vangelo e della civiltà cristiana fra barbari ed idolatri ed eleva i destini umani, allargando il concetto di patria oltre i confini materiali e politici, facendo patria dell’uomo il mondo.

È cattiva, se stimolata, perché al vero bisogno sostituisce la rabbia dei sùbiti guadagni o un mal inteso spirito di avventura; perché spopolando oltre misura e senza bisogno il suolo patrio, invece di essere un sollievo e una sicurezza, diventa un danno e un pericolo, creando un maggior numero di spostati e di illusi; cattiva, infine, perché devia la emigrazione dalle sue correnti naturali, che sono le più proficue e le meno pericolose, e perché l’esperienza ci insegna esser causa di grandi catastrofi, che si possono e si debbono impedire da un Governo civile e previdente7.

 

 

c) LE CONSEGUENZE

 

«Quanto sappia di sale il povero pane dell’emigrato»

 

I pericoli che porta seco una tale emigrazione sono senza numero e del pari senza numero sono i mali che l’affliggono.

Quand’io, dieci anni or sono, raccolsi il grido di dolore dei nostri poveri emigrati in uno scritterello che ebbe tanta eco nel cuore di tutti i buoni, e che riscosse in ogni ceto di persone così largo consenso di pensiero e di opere, io ero ben lungi dall’immaginare il cumulo di mali e di tutti i pericoli ai quali si espone il povero emigrante. Tutto, tutto cospira contro di lui, e i suoi mali spesso incominciano prima dell’esodo dall’umile casolare, sotto la forma di un agente di emigrazione che lo determina a partire, facendogli balenare innanzi la facile conquista della ricchezza e lo avvia dove a lui piace e conviene, non dove l’interesse dell’emigrante consiglierebbe; e lo seguitano quei mali lungo il viaggio, spesso disastroso, e lo accompagnano al suo arrivo in quei luoghi infestati da terribili malattie, nei lavori ai quali si sente spesso disadatto, sotto padroni fatti disumani o dalla bramosia insaziata dell’oro, o dall’abitudine di considerare il lavoratore come un essere inferiore; e si aggravano quei mali sotto i mille agguati che la malvagità tende loro in paesi stranieri, di cui ignorano la lingua e i costumi, in un isolamento che è spesso la morte del corpo e dell’anima.

E potrei citare fatti numerosi che dimostrano di quante lagrime sia bagnato e quanto sappia di sale il povero pane dell’emigrante, di quegli infelici che, tratti laggiù o da vane speranze o da false promesse, troveranno un’iliade di guai, l’abbandono, la fame e non di rado la morte, ove credettero di trovare un paradiso; che, colorato dal miraggio del bisogno videro l’Eldorado, senza pensare che il simoun violento della realtà sperde in un attimo le incantate città dei sogni! Infelici estenuati dalle fatiche, dal clima, dagli insetti, cadono sconsolati sulla gleba fecondata dai loro sudori, sul margine delle vergini foreste, che seppero dissodare non per sé, né pei figli, percossi da quel morbo fatale e gentile che è la nostalgia, sognando forse la patria, che non seppe dar loro nemmeno il pane, invocanti invano il ministro della religione santa dei loro padri, che lenisca i terrori della agonia colle immortali speranze della fede.

Signori, il quadro non è lieto, ma è la storia verace di migliaia di nostri connazionali emigrati, quale io l’ho raccolta dalle relazioni dei miei Missionari, e quale mi viene scritta e raccontata da chi fu testimone e parte di quei tristissimi esodi.

Non però vorrei essere frainteso o sembrar pessimista. Le tristi cose accennate non possono dirsi di tutti i nostri emigrati. Moltissimi di loro hanno trovato nei paesi ospitali pane sufficiente, molti agiatezza, e alcuni ricchezza, e formano nel loro insieme colonie di cui la madre patria può andare orgogliosa. Ma sono pure moltissimi i disgraziati, e in gran parte lo sono per loro ignoranza e per incuria nostra8.

 

 

«Mali infiniti sia materiali che morali»

 

I pericoli che attendono gli emigranti sono tali e sì numerosi, che difficilmente un uomo anche sveglio d’ingegno se ne potrebbe sottrarre totalmente. Che dire poi dei poveri contadini, che ignari di tutto, si affidano a persone, le quali non vedono in ogni emigrante che una cosa da sfruttare?

Pur troppo coloro che leggono giornali debbono aver in mente un certo numero di fatti ora turpi, ora tragici, sempre tristi nei quali i nostri poveri fratelli che emigrano figurano in qualità di vittime.

Qualche anno fa i pubblici diari parlarono di due o tre centinaia di emigranti, che arrivati al porto di imbarco, non so se di Genova o di Napoli, trovarono che il loro danaro raggranellato chi sa con quanti stenti e forse colla vendita dell’ultima masserizia, era andato a finire nelle mani di un truffatore. Quindi lagrime, strida, imprecazioni e poi ritorno al paese nativo a spese dello Stato.

Sul principio dell’inverno del 1873 giunse a New York un bastimento con molte famiglie di contadini abruzzesi, che erano stati imbarcati dagli agenti di emigrazione colla promessa di essere diretti a Buenos Aires, ove ansiosamente li attendevano amici e parenti. Quei disgraziati, che aveano anche molto sofferto durante la traversata, si trovarono invece altrove, sfiniti, ben lontani dalla meta del loro viaggio e senza mezzi per proseguirlo.

Ma queste possono essere eccezioni. Quello che è regola generale è il modo con cui avviene il loro trasporto. Stivati peggio di bestie, in numero assai maggiore di quello che permetterebbero i regolamenti e la capacità dei piroscafi, essi fanno quel lungo e malagevole tragitto letteralmente ammucchiati, con quanto danno della morale e della salute ben può ognuno immaginarlo.

Che dire poi della sorte ancor più lacrimevole che li attende giunti che siano a toccare la sospirata meta? Spesso raggirati da arti subdole, abbagliati da mille bugiarde promesse, costretti dal bisogno, si vincolano con contratti che sono una vera schiavitù, e i fanciulli trovansi avviati coll’accattonaggio sulla strada del delitto e le donne gettate nell’abisso del disonore.

I vasti ed incolti terreni dell’America del Sud, del Brasile, del Cile sono ceduti in enfiteusi agli emigranti o direttamente dai governi o da società private, che ne hanno acquistato la proprietà a scopo di speculazione; e dopo un dato numero di anni e mediante pagamento di canoni convenienti, il contadino diventa padrone del suolo fecondato col proprio sudore. I coloni quindi piantano le loro tende fra quelle lande, che tramutano spesso in ridenti ed ubertose campagne, e quei contadini per lo più di una stessa regione e qualche volta di uno stesso paese, battezzano laggiù col nome del villaggio nativo il luogo ove la Provvidenza li ha balestrati.

Ma questi raggruppamenti se possono scemare i pericoli dell’emigrazione, rendendo meno triste e più sicura la vita, possono anche, se non sono ben sorvegliati, essere causa di mali infiniti sia materiali sia morali. Poiché i nostri poveri contadini corrono pericolo d’essere avviati dagli speculatori a consumare la loro vita su terreni sterili e in luoghi malsani o mal difesi dalle bestie feroci e dalle orde barbariche. Cose tutte coteste che già si verificarono, più di una volta, e su cui la stampa e l’opinione pubblica ripetutamente si commossero9.

 

 

«Preda facilissima della speculazione»

 

Ma dove si avvia questa gran massa di viventi, questa fiumana di sangue italiano?

La maggior parte di essa, è doloroso il dirlo, non sa dove vada. Per loro è l’America, il paese a cui si dirigono quelli che lasciano la patria in cerca di fortuna. Al Sud o al Nord, fra le zone temperate o le tropicali, in climi sani o pestilenti, su terre fertili o più sterili di quelle che abbandonano, in centri popolosi o in contrade deserte, essi non sanno. Vanno in America, e non di rado con l’aggravante di un contratto firmato in bianco che mette, se non la loro persona, il loro lavoro a disposizione di un padrone qualunque.

È così, che gli agenti di emigrazione hanno avviato un numero assai considerevole di emigranti al Brasile, a sostituire la mano d’opera già insufficiente ai bisogni dell’agricoltura, e resa affatto deficiente, come già dissi, dall’abolizione della schiavitù. È così che a New York il così detto sistema dei padroni, condannato con un Bill del Senato degli Stati Uniti, agglomerò un numero sterminato di emigranti, attirati colà con mille promesse, sfruttati indegnamente e poi abbandonati, per lasciare il posto ai nuovi venuti, vittime nuove di turpi guadagni. È così, da ultimo, che nel Cile, per tacere di molti altri casi, trovano l’abbandono e la miseria più migliaia di nostri connazionali, allettati a recarvisi da ridenti menzogne. E come l’ignoranza e la povertà li rende qui in patria facili vittime degli agenti di emigrazione, cosi laggiù l’isolamento e la miseria li rendono preda facilissima della speculazione, sempre e dovunque senza viscere di pietà, e laggiù più che altrove. Per tal modo, invece di lavoro adatto e largamente retribuito, invece di abbondante e sano nutrimento, trovano quegli infelici un rude lavoro, quando lo trovano, una retribuzione che, misurata alle fatiche, ai pericoli, al rincaro dei generi di prima necessità, è una vera irrisione, trovano poi il poco miglioramento dietetico pagato a largo prezzo, con la privazione bene spesso di quanto significa vita civile10.

 

 

«Smarriscono il sentimento della nazionalità e il sentimento della fede»

 

Ma chi potrebbe descrivere i pericoli ai quali vanno incontro i nostri poveri emigrati in ordine alla vita religiosa? Si è detto tutto dicendo che nella immensa maggioranza essi vivono colà senza veder mai la faccia di un prete e la croce di un campanile. Abbandonati quindi a se stessi, o si danno all’indifferentismo più desolante o disertano la fede dei loro padri. Vi dirò cosa che stringe il cuore a pensarvi: in sessant’anni, secondo calcoli ufficiali, emigrarono in una grande repubblica Americana, 40 milioni di cattolici. Ora, supposto pure che 20 milioni, il che non si verificò mai, siano rimpatriati, i cattolici colà residenti, tenuto conto dei nati e dei morti, dovrebbero raggiungere la cifra di almeno 20 milioni; invece secondo l’ultimo censimento ecclesiastico, il loro numero non arriva, o certo non arrivava allora, agli 8 milioni. Dove se n’andarono gli altri 12 milioni?

Smarriscono il sentimento della nazionalità, e con esso, cosa che stringe il cuore, a pensarvi, il sentimento della cattolica Fede, cadono vittime della propaganda protestante, vittime infelici delle sette, colà, più che altrove attive e numerose. Ah! signori, permettete a un Vescovo di piangere innanzi a voi tanta sventura! La privazione di quel pane spirituale che è la parola di Dio, l’impossibilità di riconciliarsi con Lui, la mancanza del culto e di ogni eccitamento al bene, esercita un’influenza mortifera sul morale del popolo. Anche l’uomo istruito è soggetto a tale pericolo, ma in minor grado poiché la sua educazione, la sua cultura, la conoscenza teorica della Religione, valgono in qualche modo a salvarlo dal gelo dell’indifferenza, potendo egli, se non altro, associarsi col pensiero ai divini Misteri, che si celebrano altrove, e nutrire la mente di letture morali. Ma il povero figlio della gleba, come potrebbe assorgere a pensieri così elevati? Per lui, più che per gli altri, il concetto della religione è inseparabilmente unito a quello del Tempio e del Prete. Dove taccia ogni sensibile apparato religioso, egli a poco a poco dimentica i suoi doveri verso Dio, e la vita cristiana nel suo spirito illanguidisce e muore. Ma non muore in lui la sete del vero, la brama dell’infinito! «L’uomo, dice un moderno filosofo incredulo, abbisogna naturalmente di Religione e di Culto. Egli è religioso per natura, come per natura è ragionevole, o meglio ancora egli è religioso perché ragionevole». Questo bisogno tanto più è sentito quanto meno è possibile soddisfarlo. Ciò si tocca con mano in mezzo ai nostri emigrati, anche là dove per mancanza del prete regna sovrano il materialismo il più abbietto. Immaginate poi quanto quel bisogno debba essere vivo tra coloro - e sono i più - i quali ancora sentono la dignità del proprio essere, odono ancora i reclami della loro coscienza11.

 

 

«Abbandonati laggiù senz’ombra di assistenza religiosa»

 

I poveri contadini che emigrano, quando non muoiano per via, o non soccombano per le privazioni o pel il crepacuore di vedersi tratti in inganno, sono, si può dire, abbandonati laggiù senz’ombra di assistenza religiosa. Il loro stato è più facile immaginarlo che descriverlo.

I preti non abbondano in America, e quei pochi che vi sono, ignari quasi sempre della nostra lingua, non potrebbero neppure adempiere, come vorrebbero, ai loro doveri, per la semplicissima ragione che dagli emigrati non sarebbero compresi. Taccio che per essere gli emigrati stessi dispersi per quella steminata superficie, il sacerdote non potrebbe visitarli che assai di rado e alla sfuggita. L’italiano perciò che vive in America, è quasi costretto, generalmente parlando, a menare una vita peggio che pagana, senza Messa, senza Sacramenti, senza pubbliche preghiere, senza culto, senza parola di Dio, talché è molto se i loro figli vengono battezzati. Ora è manifesto che un simile stato di cose, deve condurre insensibilmente quegl’infelici ad una indifferenza spaventevole in fatto di religione e ad un materialismo che abbrutisce (…).

Non bisogna poi dimenticare che se in America mancano troppo spesso templi e sacerdoti cattolici, la propaganda protestante o massonica, a seconda dei luoghi, non fa mai difetto. Là ove la voce del ministro di Dio non giunge, arrivano i fogli miscredenti, i romanzi immorali, gli opuscoli ed i libri delle sette. Quindi se da un lato manca ogni soccorso religioso, abbondano dall’altro le insidie alla fede dei nostri poveri connazionali, i quali o per interesse o per ignoranza di leggieri si lasciano arreticare dagli apostoli dell’errore12.

 

 

«La maggior parte dei mali potrebbero evitarsi»

 

Ma ciò che più rattrista in tutto questo, è il pensiero che la maggior parte dei mali religiosi, morali, economici, ai quali si espone la nostra emigrazione potrebbero evitarsi o impicciolirsi d’assai, qualora le classi dirigenti in Italia fossero consce dei doveri che li legano ai fratelli espatriati; poiché le immense contrade d’America non sono così malsane da non poter offrire alla nostra emigrazione un angolo tranquillo, e non tutte le terre son così possedute dalla speculazione, da non trovarne ancora di così fertili e a buon patto da assicurare un equo compenso ai lavoratori. Tutto sta saperle additare alla nostra emigrazione. Ma quando si è fatto questo in Italia? quando si è detto all’emigrante: badate, questo e quest’altro contratto che vi si offre, queste e quest’altre regioni che vi si additano, nascondono il tale e il tale agguato: sono malsicure, sono malsane, sono sterili; o pure essendo fertili, sono così fuori da ogni possibile mezzo di comunicazione, così segregate da ogni umano consorzio, che il frutto delle vostre fatiche giacerà invenduto, ricchi ad un tempo e poveri? Quando mai, ripeto, si è fatto questo in Italia? Tutto al più si grida un po’ e si geme sotto la sferza di qualche fatto, che in quei nostri fratelli offende il nostro amor proprio nazionale, si grida e si compassiona e si reclama anche, se si vuole, qualche misura dal Governo, e poi? tutto tace, tutto si copre di oblio, tutto rientra nella calma; la calma infida dell’onda che nasconde la vittima e se ne preparano di nuove!13.

 

 

d) IL DISEGNO DI DIO

 

«L’emigrazione è un bene e un male»

 

È indubitatamente un bene, fonte di benessere per chi va e per chi resta, vera valvola di sicurezza sociale, sgravando essa il suolo del soverchio della popolazione, aprendo nuove vie ai commerci ed alle industrie, fondendo e perfezionando le civiltà, allargando il concetto di patria oltre i confini materiali, facendo patria dell’uomo il mondo; ma è sempre un male gravissimo, individuale e patriottico, quando la si lascia andare così senza legge, senza freno, senza direzione, senza efficace tutela: non forze vive e intelligenti, ordinate alla conquista del benessere individuale e sociale, ma forze cozzanti e spesso distruggentisi a vicenda: e attività sfruttate a lor danno e vergogna; a danno e vergogna del paese di origine. Non acque atte a fecondare, ma torrenti senz’alveo, che perdono il tesoro delle loro acque fra i sassi e gli sterpi, quando non travolgono i campi già fecondati14.

 

 

«È strumento della Provvidenza, anche attraverso a catastrofi»

 

La emigrazione è legge di natura. Il mondo fisico, come il mondo umano soggiacciono a questa forza che agita e mescola, senza distruggere, gli elementi della vita, che trasporta organismi nati in un determinato punto e li dissemina per lo spazio, trasformandoli e perfezionandoli in modo da rinnovare in ogni istante il miracolo della creazione.

Emigrano i semi sulle ali dei venti, emigrano le piante da continente a continente, portate dalle correnti delle acque, emigrano gli uccelli e gli animali, e, più di tutti, emigra l’uomo, ora in forma collettiva, ora in forma isolata, ma sempre strumento di quella Provvidenza che presiede agli umani destini e li guida, anche attraverso le catastrofi, verso la meta, che è il perfezionamento dell’uomo sulla terra e la gloria di Dio nei cieli.

Questo ci dice la divina Rivelazione, questo c’insegnano la storia e la biologia moderna, ed è solo attingendo a questa triplice fonte di verità che potremo desumere le leggi regolatrici del fenomeno migratorio e stabilire i precetti di sapienza pratica che lo debbono disciplinare in tutta la sua ricca varietà di forme15.

 

 

«La grandezza religiosa e morale della causa degli emigrati»

 

Io penso che la grandezza religiosa e morale della causa dei nostri emigrati italiani, e la grandezza politica e materiale di questo ospitale paese, che loro (come dicevami or sono pochi giorni l’insigne Presidente della Repubblica) apre a due battenti le porte dell’ospitalità, sono due grandezze fatte per confondersi in una sola e per disvelare al secolo ventesimo i secreti di un’era novella, alla quale non potranno mancare né le benedizioni di Dio, né le conquiste della civiltà (...).

Io ho percorso una parte considerevole della vostra patria gloriosa e ho ammirato un’altra volta e con gioia arcana, che mi entusiasmava, i grandi disegni di Dio sull’America. Celebrandosi il quarto centenario di Cristoforo Colombo, io fui invitato in Italia a tenere delle conferenze in proposito, e ciò per la sola e semplice ragione che la famiglia di Colombo apparteneva alla mia cara Diocesi di Piacenza, benché egli sia nato in Genova.

Una di esse era intitolata: «I disegni di Dio sull’America». Ebbene, ciò che allor pensavo, l’ho veduto confermato durante il mio lieto soggiorno fra voi, nel mio lungo viaggio nei varii Stati dell’Unione16.

 

 

«Si va maturando l’unione in Dio per Gesù Cristo di tutti gli uomini di buon volere»

 

Qui pertanto, un giorno, se l’inerzia, se l’ignoranza delle vie di Dio, se il riposo sui conquistati allori, se l’oppressione di sante aspirazioni, non deviano i popoli dal piano divino, tutte le nazioni avranno generazioni numerose, ricche, felici, morali, religiose, le quali pur conservando ciascuna i caratteri, proprii della sua nazionalità, saranno strettamente unite.

Da questa terra di benedizione si eleveranno ispirazioni, si svolgeranno principii, si dispiegheranno forze nuove, arcane, le quali verranno a rigenerare, a ravvivare il vecchio mondo coll’apprendergli la vera economia della libertà, della fratellanza, dell’uguaglianza; insegnandogli che popoli diversi per origine possono benissimo conservare la loro lingua, la loro esistenza nazionale propria, pur essendo politicamente e religiosamente uniti, senza barriere per ingelosirsi e dividersi, senza armate per impoverirsi e distruggersi gli uni gli altri (…).

Io lo spero; sì, io lo spero, o Signori. Poiché mentre il mondo si agita abbagliato dal suo progresso, mentre l’uomo si esalta delle sue conquiste sulla materia e comanda da padrone alla natura sviscerando il suolo, soggiogando la folgore, confondendo le acque degli Oceani col taglio degli Istmi, sopprimendo le distanze; mentre i popoli cadono, risorgono, e si rinnovellano; mentre le razze si mescolano, si estendono e si confondono; attraverso il rumore delle nostre macchine, al di sopra di questo lavorìo febbrile, di tutte queste opere gigantesche e non senza di loro, si va maturando quaggiù un’opera ben più vasta, ben più nobile, ben più sublime: l’unione in Dio per Gesù Cristo di tutti gli uomini di buon volere17.

 

 

«La Chiesa Cattolica vittoriosa e pacificatrice»

 

I servitori di Dio che lavorano senza saperlo, inconsciamente pel compimento dei suoi disegni, sono numerosi in tutti i tempi, ma nelle grandi epoche storiche di rinnovamento sociale, ve ne sono più che non si conosca, più che non si pensi: essi sono innumerevoli. Poiché, o Signori, sappiatelo bene, non lo dimenticate mai. Lo scopo supremo prefisso dalla Provvidenza all’umanità non è la conquista della materia per mezzo della scienza più o meno progredita, e nemmeno la formazione di quei grandi popoli nei quali s’incarna ad ora ad ora il genio della forza, del sapere, della ricchezza, no; ma l’unione delle anime in Dio per mezzo di Gesù Cristo e del suo visibile rappresentante, il Romano Pontefice. Gli ostacoli che ancora si oppongono al disegno altissimo, scompariranno a poco a poco, e verrà il giorno, e verrà innanzi tutto in questo vostro grande e glorioso paese, nel quale le nazioni conosceranno dove sta la vera grandezza, sentiranno il bisogno di far ritorno al Padre e ritorneranno.

Qual giorno sarà quello, o Signori! Giorno avventurato, nel quale tutti gli accenti, tutte le voci in differenti lingue, leveranno all’Onnipotente il cantico della lode e del ringraziamento. Il sole della verità splenderà più luminoso e l’arcobaleno della pace s’incurverà sulla terra in tutti i suoi gentili colori. Sarà come un arco di trionfo sotto il quale la Chiesa Cattolica passerà vittoriosa e pacificatrice, traendo a sé il mondo moderno; e la società, ridivenuta cristiana, continuerà nell’ordine e nella giustizia il cammino della vera libertà, della vera civiltà, del vero progresso.

Affrettiamo, o Signori, coi voti, colle preghiere, colle opere quel giorno benedetto!18

 

 

«La pietà antica si va risvegliando»

 

Io sono soprattutto commosso per quanto ho veduto nel mio lungo pellegrinaggio. Ho veduto la fede cattolica mantenuta in mezzo a difficoltà senza numero nelle fazende del grande Stato di S. Paolo, ho veduto la fede di queste colonie del Paranà e faccio voto che anche nelle città dell’America Latina si imiti le città dell’America del Nord. Lassù sorgono chiese italiane in tutte le città. I nostri Missionari le assistono con altri religiosi. La pietà antica si va risvegliando; il credito e la considerazione presso le autorità si accresce ogni dì, verificando un’altra volta che dove un apostolo innalza la Croce, la civiltà sorge spontanea e il benessere materiale si aumenta19.


 

 

2. LA CHIESA E LE MIGRAZIONI

 

«Dov’è il popolo che lavora e soffre, ivi è la Chiesa», che ha la missione di «evangelizzare i figli della miseria e del lavoro». L’attività missionaria della Chiesa non si rivolge solo agli infedeli, ma anche ai cattolici esposti al pericolo di diventare infedeli a causa dell’emigrazione.

Occorre intervenire fattivamente e immediatamente, perché «l’avvenire religioso e morale delle popolazioni emigrate dipende da quel tanto di religione e di moralità» che deve essere subito preservato come l’eredità più preziosa del loro patrimonio culturale e spirituale. Occorrono «eroi che vanno ad evangelizzare», in condizioni meno pericolose ma non meno difficili dei missionari per gli infedeli.

La preservazione e la valorizzazione del patrimonio spirituale esigono la conservazione della cultura etnica: «religione e patria si completano in quest’opera d’amore e di redenzione».

La pastorale dei migranti deve tener conto di questo principio. Tanto i missionari quanto le Chiese di accoglienza devono rispettare l’identità culturale e la religiosità propria dell’emigrato. Al missionario quindi deve essere concessa libertà di ministero, sotto la guida del vescovo, che sapientemente dirige l’inserimento degli immigrati nella Chiesa locale, rispettando i ritmi normali e non forzando prima del tempo un’assimilazione che distruggerebbe valori millenari di religione e di tradizioni.

L’emigrazione non è problema della sola Chiesa di partenza né della sola Chiesa di arrivo; anzi, essendo fenomeno e problema universale, è problema della Chiesa universale. Si profila quindi la necessità di una coordinazione fra le Chiese particolari, che può partire solo dal centro. Il problema è simile a quello dell’attività missionaria «ad gentes»: come per questa esiste la Congregazione di Propaganda Fide, così per gli emigrati cattolici di tutte le nazioni si vede la necessità di istituire una Congregazione apposita o almeno una Commissione centrale nella Curia Romana.

 

a) LA PRESENZA DELLA CHIESA

 

«Dov’è il popolo che lavora e soffre, ivi è la Chiesa»

 

La Chiesa di Gesù Cristo, che ha spinto gli operai evangelici fra le genti più barbare e nelle contrade più inospite, no, non ha dimenticato e non dimenticherà mai la missione che le venne da Dio affidata di evangelizzare i figli della miseria e del lavoro. Essa con trepido cuore guarderà sempre a tante anime poverelle che, in un forzato isolamento, vanno smarrendo la fede dei loro padri e, colla fede, ogni sentimento di cristiana e civile educazione. Sì, o signori, dov’è il popolo che lavora e che soffre, ivi è la chiesa, perché la chiesa è la madre, l’amica, la protettrice del popolo e per esso avrà sempre una parola di conforto, un sorriso, una benedizione[1].

 

 

«E’ un nuovo, consolante risveglio che la Chiesa va suscitando»

 

Come ognuno vede è un nuovo, meraviglioso, consolante risveglio che la Chiesa va suscitando a pro dei non abbienti e dei deseredati, e mille volte benedetto chi saprà in quest’opera di rigenerazione religiosa e sociale coadiuvarla. Tempo è, come grida l’Apostolo, che quando gode un membro godano tutte le membra; e se un membro patisce, concorrano a sollevarlo tutte le membra.

Se il passato fu triste, se fino a ieri i nostri fratelli furono lasciati in balia di loro medesimi là nelle sterminate pianure dell’America, fra le Ande, sulle Cordigliere e le Rocciose, sulle sponde dei vasti laghi del Nord, lungo le rive della Plata, delle Amazzoni, dell’Orenoque e del Mississipi, sulle coste dei mari e perfino nei boschi, la carità cristiana e la odierna civiltà ci impongono di porre un termine ad uno stato di cose tanto deplorevole e indegno di un popolo grande e generoso.

L’arringo che io addito al pensiero ed all’azione del clero e del laicato italiano è grande, nobile, intentato, glorioso, e possono trovare in esso un posto condegno tanto l’obolo della vedova quanto l’offerta del ricco, l’umile attività delle anime più tranquille, come l’impeto generoso degli spiriti più ardenti[2].

 

 

«Quegli infelici, veramente infelici»

 

Dentro mi suona tuttora dolorosamente la voce di un povero contadino lombardo, venuto due anni or sono a Piacenza dalla estrema valle del Tibagy nel Brasile, per chiedermi a nome di quella numerosa colonia un Missionario. «Ah, Padre, mi diceva egli con voce commossa, se sapesse quanto abbiamo sofferto! quanto abbiamo pianto, al letto dei nostri cari moribondi, che ci chiedevano costernati un prete... e non poterlo avere! Oh Dio, noi no, non si può più vivere, non si può più vivere così!» E continuava il poveretto, con rozzo ma eloquente linguaggio, a narrarmi scene davvero strazianti. Lo confesso: non mai come allora mi augurai la vigoria dei miei 20 anni, non mai rimpiansi come allora l’impossibilità di mutare la croce d’oro del Vescovo in quella di legno del Missionario, per volare in soccorso di quegli infelici, veramente infelici, perché agli altri pericoli si aggiunge per essi quello di cadere nell’abisso della disperazione[3].

 

 

«Siamo qui come bestie»

 

Nella tornata della Camera dei deputati del 12 febbraio 1879 l’on. Antonibon, fra le altre desolanti notizie sulle condizioni dei nostri emigrati in America, leggeva una lettera di un colono veneto, il quale, a mo’ di conclusione d’una iliade di guai, diceva: siamo qui come bestie; si vive e si muore senza preti, senza maestri e senza medici.

Ora, da un anno a questa parte, di simili lettere io ebbi a riceverne presso a un centinaio da capi-famiglia, invocanti l’opera proteggitrice del mio Istituto. E non solo lettere mi furono spedite, ma appositi messi da varie contrade del Brasile, affine di perorare più caldamente colla parola la loro causa. Ebbene? sia da quelle povere lettere sgrammaticate e rabescate da firme non intelligibili, sia dalla parola calda di quei messi, traspariva, oh quanto! il bisogno del prete e del maestro; bisogno, che si faceva sentire tanto più fortemente, quanto maggiore era la prosperità materiale delle colonie. Tutti conchiudevano colle desolanti parole del povero emigrato veneto: siamo come bestie; si vive e si muore senza prete, senza maestri e senza medici, le tre forme sotto cui si presenta alla ragione del povero il consorzio civile.

Ecco: col mio Istituto di patronato io cerco appunto di soddisfare a questi tre grandi bisogni umani.

Tener viva nei cuori la fede dei nostri padri e, colle immortali speranze d’oltre tomba ravvivate, educare ed elevare il loro sentimento morale, poiché, non bisogna dimenticarlo, l’unico trattato di etica del nostro popolo è ancora fortunatamente il Decalogo.

Coi primi rudimenti del conteggio, insegnar nella scuola la lingua materna ed un po’ di storia nazionale e così tener accesa nei lontani fratelli la face dell’amor patrio e ardente il desiderio di rivederla.

Infine, un po’ di arte salutare, dando ai missionari, nei mesi di noviziato, qualche istruzione sull’uso dei medicinali più efficaci e più comuni, sul modo di prepararli e somministrarli, e istituendo presso di ogni Casa degli stessi missionari, piccole farmacie. È poca cosa, considerata in sé, ma ben altro quando si pensa alla impossibilità di aver medici e medicine là nelle immense pianure americane, dove spesso, avendosene anche la possibilità materiale, non se ne hanno i mezzi pecuniari[4].

 

 

«L’avvenire religioso e morale dipenderà da quel tanto di religione e di moralità che conserveranno»

 

L’urgenza di provvedere si pare quindi manifesta, e si parrà ancor più dalle seguenti osservazioni.

Quei piccoli gruppi di capanne, seminate ora in una specie di deserto, sono destinate a diventare fiorenti borgate e città, sia per il naturale accrescimento della popolazione, sia per questa marea dell’emigrazione, che monta, si può dire, ogni giorno. Che avverrà egli pertanto? Avverrà, come è facile prevedere, che in un breve giro di anni noi avremo là nelle immense pianure delle Americhe una nuova Italia, ricca forse di beni materiali, ma povera di beni dello spirito, o più propriamente, avremo una società conforme all’indirizzo che avremo saputo darle a principio.

Le prime impressioni di fatto sono anche le più tenaci e durevoli, e sono le prime tradizioni quelle che conservano ad una famiglia, ad una città, ad una colonia la sua particolare fisionomia. Ce ne fornisce la storia innumerevoli esempi.

È da riflettere inoltre che l’indole de’ nostri connazionali è di natura sua eminentemente pieghevole, sicché facilmente si adagiano alle condizioni dei luoghi e dei popoli fra cui la Provvidenza li guida.

L’avvenire pertanto religioso e morale delle nostre colonie in America dipenderà da quel tanto di religione e di moralità, che conserveranno codesti primi nuclei di popolazioni. Saranno essi informati a sentimenti civili e cristiani? Saranno civili e cristiani i loro discendenti, e quelli stessi che vi si uniranno, venuti d’Italia, dovranno più o meno spontaneamente adattarsi alle tradizioni di fede e di pietà che vi troveranno in seguito radicate. Si lascieranno invece nell’abbandono? Li vedrete crescere a guisa di selvaggi, e anche quelli che verranno dappoi diventeranno essi stessi selvaggi.

La tendenza poi di stabilirsi in colonie nei nostri emigranti è un fatto che non va trascurato, e che renderà meno difficile il compito di chi dovrà indirizzarli. Il trascurarla ora che si tratta di sceglier bene la situazione delle future città e d’imprimer loro quel carattere di religiosità e d’italianità, dal quale devono dipendere la loro prosperità e la loro importanza avvenire, sarebbe errore imperdonabile. Quel carattere si deve imprimere subito. Ogni ritardo io lo credo fatale. Quel carattere sarà, a tacer d’altro, come il vincolo che li unirà indissolubilmente alla patria lontana, poiché più assai degl’interessi materiali, è la comunione dei sentimenti religiosi e patriottici che vale a cementare in un modo infrangibile l’unità di un popolo[5].

 

«Eroi che vanno ad evangelizzare»

 

Tra noi in questi dieci o dodici anni, dacché si parla con tanta frequenza di emigrazione e di emigrati, che cosa si è fatto? Non sarebbe conforme a verità il dire che si è fatto quanto si poteva e si doveva.

Non mancano, grazie a Dio, società di protezione religiosa e civile che sorsero e si divisero per selezione spontanea questo nuovo campo di attività.

Taccio dell’opera mia, e perché a voi abbastanza nota e perché non voglio abusare più a lungo della vostra paziente bontà. Dirò solo che se, in Dio fidando e nella Sua Provvidenza, mi accinsi all’ardua impresa, fu appunto per eccitare i volonterosi a tentare anche in Italia qualche cosa nel campo specialmente religioso. Io pensavo: se il clero fornisce eroi che vanno ad evangelizzare popoli barbari, come non darà i generosi che con minor pericolo, se non con minor disagio, si rechino ad assistere i nostri connazionali specie nelle Americhe, fra i quali avranno parenti ed amici forse, conterranei certamente? Se per asciugare le lacrime d’un’ora, i ricchi e i poveri d’Italia in più occasioni gareggiarono in opere di carità, dando gli uni largamente il superfluo, levandosi gli altri il pane di bocca, oh, che non faranno quando sappiano esservi là da tergere un pianto che dura da anni e durerà, se non si provvede, di generazione in generazione? Quando riflettano che c’è da togliere una vergogna, la quale ci mostra inetti agli occhi degli stranieri e ci rende in faccia a loro spregevoli?

Ben presto mi accorsi che avevo preveduto giusto, poiché non solo trovai mani plaudenti e parole di lode, ma, ciò che più importa, cuori aperti, anime generose, volontà energiche, pronte all’azione fino al sacrificio[6].

 

 

«L’azione benefica della Croce di Cristo»

 

Dovunque sorgono chiese, conventi, scuole cristiane, orfanotrofi, ospedali. L’azione benefica della Croce di Cristo consola gli emigrati e li incoraggia, mantenendo fermi i principii religiosi e preservandoli dai pericoli della corruzione e dell’apostasia, che a poco a poco li condurrebbero a rinnegare non solo il cristianesimo, ma ancora i loro doveri verso la patria[7].

 

 

«Per la Chiesa sorgente di beni incalcolabile»

 

Il formidabile problema dell’Emigrazione, intorno al qua­le lavorano e lavorano quasi sempre invano i Governi, è, secondo me, destinato dalla Provvidenza, ad acquistare un pre­stigio sociale immenso alla S. Sede e a diventare per la Chie­sa una sorgente di infinite consolazioni e di beni incalcolabili. Chi conosce per poco le tendenze dei nostri tempi non può dubitarne. Dico questo, perché ci persuadiamo bene, che a scioglierlo, come si conviene, ci dev’essere leggiero ogni sacrificio[8].

 

 

b) RELIGIONE E PATRIA

 

«Opera veramente cristiana e altamente patriottica»

 

Ciò non toglie negli italiani il dovere di pensare che hanno là dei fratelli che ad essi appartengono in modo speciale e che in modo speciale abbisognano del loro aiuto. L’abbandonarli a se stessi e che altro equivarrebbe se non a distruggere in essi ogni legame verso la patria ed a mettere a duro cimento la loro fede e la loro moralità?

E non potrà dirsi opera veramente cristiana e altamente patriottica quella che, rompendo la triste tradizione di incuranza lasciataci dal passato, si studiasse di rendere la loro sorte migliore?[9].

 

 

«La nostra chiesa, la nostra scuola, la nostra lingua»

 

Religione e Patria! Sono questi pur sempre i due grandi amori inseriti dalla mano di Dio nel cuore dell’umanità, il motto scritto a caratteri di luce sul vessillo delle nazioni cristianamente civili. È all’ombra di questo vessillo immortale che i nostri padri lottarono e vinsero. All’ombra di questo vessillo le fronti si levano serene, tacciono le ire, scompaiono le divisioni di parte, le destre fraternamente si stringono, riposano le famiglie, grandeggiano gli uomini.

Religione e Patria! Signori, uniamoci tutti attorno a questo sublime ideale che, nell’opera tutrice della nostra emigrazione piglia, dirò così, forma e figura, e potremo sperare per l’Italia nostra giorni migliori, potremo sperare che si compiano sopra di lei, in tempo non lontano, i disegni di Dio.

Ancora una parola e finisco. Non sono molti anni, e negli Stati Uniti si fecero immani sforzi per americanizzare, se così posso esprimermi, gli emigrati delle varie nazioni europee. La Religione e la Patria piansero a milioni i loro figli perduti. Solo un popolo a quel violento tentativo di assimilazione seppe resistere, e fu quello che aveva scritto sulla sua bandiera: la nostra chiesa, la nostra scuola, la nostra lingua.

Non dimentichiamo questo fatto, o signori. Adoperiamoci anche noi, ciascuno a misura delle proprie forze, perché quanti sono italiani all’estero abbiano ad avere la stessa divisa, la stessa fermezza, lo stesso coraggio: per la Religione e per la Patria[10].

 

 

«Due supreme aspirazioni di ogni cuore bennato»

 

Religione e patria: queste due supreme aspirazioni di ogni anima gentile, si intrecciano e si completano in quest’opera d’amore e di redenzione che è la protezione del debole e si fondono in un mirabile accordo. Le miserabili barriere, elevate dall’odio e dall’ira, scompaiono, tutte le braccia si aprono ad un fraterno amplesso, le mani si stringono calde d’affetto, le labbra si atteggiano al sorriso ed al bacio, e tolta ogni distinzione di classe o di partito, appare in essi bella di cristiano splendore la sentenza: Homo homini frater.

Possano queste povere mie parole essere il seme di opere egregie, che ridondino a gloria di Dio e della sua Chiesa, a bene delle anime, a decoro della patria, a sollievo degli infelici e dei diseredati. Possa l’Italia sinceramente riconciliata con la Sede Apostolica, emulare le antiche sue glorie ed un’altra aggiungerne imperitura, avviando sui luminosi sentieri della civiltà e del progresso anche i suoi figli lontani[11].

 

 

«Un’idea così semplice, così bella»

 

Non facciamo dei sogni. Eccoti la mia idea candida e nuda come la verità. È così semplice, così bella, che non ha bisogno di fronzoli della retorica per presentarsi alla gente per bene.

I giovani seminaristi, che anno per anno compiono il servizio militare in Italia, saranno un centinaio. Ora, che danno sarebbe egli per il nostro esercito, qualora si esentassero dal servizio di leva quei giovani chierici, i quali volessero iscriversi fra i missionari per gli italiani in America? Che strappo sarebbe mai all’eguaglianza di tutti i cittadini in faccia al tributo militare, se i giovani italiani aspiranti al sacerdozio, invece di tre uggiosi anni di caserma, ne facessero cinque nelle Americhe al servizio dei nostri connazionali, cooperanti alla loro redenzione religiosa e morale, soldati a un tempo della Chiesa e dello Stato? Col vergine entusiasmo della loro giovane età, con quello zelo che non conosce ostacoli, colla gagliardia dei vent’anni che non sente fatica, quali apostoli eroici ne avremmo! quali infaticabili maestri! Quale armonia di affetti religiosi e civili in quelle giovani coscienze, che al loro primo affacciarsi alla vita pubblica, sentirebbero sotto forma di un beneficio la mano della patria! Quanta riconoscenza per non essere stati distolti dai loro studi e non condannati per tre lunghi anni ai grossolani quanto inevitabili contatti delle caserme, che li turba e li avvilisce![12].

 

 

c) PASTORALE DEI MIGRANTI

 

«Per il benessere religioso, morale e civile dei nostri emigrati»

 

Tutti, fratelli e figli carissimi, continuate ad impiegare quanto avete d’ingegno e di forze per il benessere religioso, morale e civile dei nostri connazionali, e pur studiandovi di mantenere vivo in essi l’amore alla madre patria, guardatevi dal fomentare tra essi qualunque cosa che possa renderli separati dai nuovi loro concittadini, o distaccarli comechessia dagli altri fedeli. Tocca a voi fare in modo che gl’italiani non abbiano a distinguersi se non per un maggior rispetto all’autorità, per una condotta più esemplare, per un’operosità più grande, per un’osservanza più esatta dei loro doveri, per un attaccamento più vivo alla fede dei loro padri. Buoni come sono e naturalmente cattolici, essi risponderanno facilmente, come hanno fatto sin qui, alle vostre premure, solo che vi vedano laboriosi e disinteressati.

In ogni cosa siate loro modelli del ben fare, nelle parole, nella purezza dei costumi, nella gravità, talmente che, come scrive l’Apostolo, chi vi sta contro si tenga in rispetto, nulla avendo onde dir male di voi. Ad esempio di lui, vi ripeterò con S. Bernardo, fate onore al vostro ministero. Badate che dico ministero e non signoria; ministero e non voi stessi. Farete poi onore al vostro ministero, non con vane ostentazioni, ma con intemerati costumi, con le sollecitudini spirituali e con le opere sante[13].

 

 

«Opera di evangelizzazione affidata allo zelo e alla saggezza dell’episcopato americano»

 

Ora la posso assicurare che oggi la Sacra Congregazione romana ha letto con il più vivo piacere quelle belle pagine nelle quali V.E. dimostra così bene l’importanza dell’opera che ho intrapreso e nelle quali fa così giustamente notare che dal suo successo non dipende soltanto l’avvenire di tanti cattolici italiani sbalzati oltre i mari dall’emigrazione, ma anche il successo della grande opera di evangelizzazione affidata allo zelo e alla saggezza dell’episcopato americano. Gli uomini, di fatto, sono troppo avvezzi a dedurre delle conclusioni logiche e rigorose dai fatti che avvengono intorno a loro. Più che mai oggi il sistema sperimentale tende a prevalere. È dunque naturale che i suoi compatrioti protestanti, vedendo l’ignoranza e l’indifferenza religiosa di un grande numero, per non dire della maggioranza degli emigrati italiani, concludono che la vita cristiana deve essere ben poco intensa nel nostro paese, se tanti suoi figli perdono così facilmente la fede e abbandonano la pratica dei doveri più elementari del cristiano. Ora siccome l’Italia non è soltanto un paese esclusivamente cattolico, ma è il centro della nostra Santa Chiesa e la residenza del suo Capo Augusto, ne segue, come V.E. fa risaltare molto bene, che i protestanti sono inclinati a credere che il cattolicesimo è in decadenza e che la causa di questa decadenza è senz’altro l’assenza di fede e di virtù, causata dall’impotenza dei preti o dalla loro negligenza colpevole. Questi errori, bisogna combatterli senza dubbio; ma bisogna soprattutto far scomparire le loro cause principali, che li generano; ora dalla prosperità e dal successo dell’opera, che ho intrapreso, dipende la guarigione del male che noi deploriamo e che altrettanto nocivo alla propagazione della fede in America, se non si conservano le tradizioni cristiane e i principi del cattolicesimo nei milioni di emigrati italiani che abitano il continente americano.

Per questi motivi la Propaganda ha accolto la mia opera con la più grande benevolenza e vede con piacere che essa è apprezzata dall’episcopato americano e in particolare da V.E., che è uno dei vescovi più illuminati e più dotti del nuovo mondo[14].

 

 

«Esercitare liberamente il ministero sotto la dipendenza di Vostra Eccellenza»

 

Ebbi la cordialissima sua del 10 corrente Febbraio, accom­pagnata dalla generosa offerta di £. mille pel nostro istituto. Mi sento impotente a ringraziarla quanto vorrei, ma anche l’affetto e la gratitudine è buona moneta, ed io con questa intendo, ottimo Monsignore, di pagarla.

Spero che a quest’ora il buon P. Marcellino le avrà esposto le mie idee intorno ai Missionari da inviarsi a New York. Entro alcuni mesi conterei di spedirgliene tre, e di più un fratello catechista; ma occorrerebbe che vi fosse costì una casa per l’alloggio, dovendo far vita comune possibilmente; e una chiesa, sia pure per ora un abbassamento o sotterraneo, ove potessero esercitare liberamente sempre sotto l’assoluta dipendenza di Vostra Eccellenza Reverendissima, il sacro ministero. Qualora fosse possibile, conveniente e prudente il sottrarre gli Italiani alla giurisdizione parrocchiale e affidarne la cura spirituale ai nostri Missionari, ogni cosa riuscirebbe a meraviglia. Ma il giudizio di ciò spetta a V.E. ed ella farà quello che stimerà opportuno in Domino.

Quanto a me, desidererei proprio che ella, venerando Monsignore, che gode meritatamente tanta stima presso la Santa Sede, fosse il primo dei Vescovi Americani ad aprire una casa dei nostri preti. E’ un’opera che abbiamo quasi fatto insieme, mentre ella si degnò di incoraggiarmi sin da principio e promettermi il suo alto patrocinio.

Dalla casa di New York, i Missionari crescendo in seguito di numero, potrebbero diffondersi come da una centrale nelle altre diocesi, che ne facessero domanda. A New York poi si potrebbe anche, secondo me, aprire qualche scuola pei figli degli Italiani, qualche asilo diretto da Religiose; costituire dei comitati di patronato pei nostri emigrati sull’esempio dell’Associazione di S. Raffaele pei Tedeschi, e come si pratica per gli Irlandesi[15].

 

 

«Senza libertà di ministero si riesce a nulla o a ben poco»

 

A Mons. Arcivescovo di Rio domanderete umilmente se permette ai nostri Missionari di rioccupare la missione di Novella Mantova e delle colonie italiane circonvicine. A lui farete inoltre conoscere ciò che il Santo Padre vuole a questo riguardo. Vi trascrivo perciò la seguente delibera quale si legge nella posizione 2978 di Propaganda Fide: «Quanto ai Vescovi del Brasile vuole, il S. Padre, che concedano ai Missionari le facoltà necessarie direttamente e senza dipendenza dai Parroci e da Vicari indigeni, autorizzandoli, quando occorra, a separare i territori abitati dagli italiani dalla circoscrizione parrocchiale, costituendone nuove parrocchie, da affidarsi alla direzione dei detti Missionari».

L’esperienza di questi anni ha dimostrato che senza libertà di ministero, sia pure con qualche dipendenza dai parroci indigeni, si riesce a nulla o a ben poco.

Il medesimo farete noto a Mons. Vescovo di S. Paolo, assicurandolo inoltre che qualora accetti la proposta gli si manderanno Missionari savii e pii davvero. Gli farete anche osservare che se qualcuno non riuscì come doveva, trova una attenuante nella mancanza di appoggio per parte di chi doveva favorirlo. Forse l’Antecessore suo, come il defunto Vescovo di Rio, non potevano fare ciò che avrebbero desiderato di fare.

Potendo spingervi fino a Curitiba, chiederete pure a quel Vescovo se permette che si rioccupi la Missione già occupata dal P. Colbachini, missione con casa, chiesa e varii oratorii. Manifesterete anche a Lui il volere del S. Padre.

Ad ogni modo sarà bene che vi facciate lasciare in iscritto dai detti Vescovi le condizioni con le quali i nostri Missionari verrebbero accettati, e tutte le disposizioni che si volessero prendere allo scopo[16].

 

 

«Siano accordate ai missionari le facoltà parrocchiali»

 

Accade spesso ai nostri Missionari di incontrare sul loro cammino molti italiani. L’arrivo dell’uomo di Dio vola di bocca in bocca come una buona novella e quei miseri, piangenti e festanti, accorrono sui suoi passi, poiché nel prete italiano, non solo vedono rivivere le immagini della religione e della patria, ma sanno di poter deporre nel suo seno paterno ciò che grava le loro coscienze, senza decimare lo scarso pane ai loro figliuoli. Sono concubinari forzati, sono figli non rigenerati ancora dalle acque battesimali, sono i mille casi di coscienza di una vita quasi sciolta da ogni vincolo civile... Ma, ohimè! il povero Missionario non ha le facoltà per quella parrocchia; il parroco o non poté essere interpellato, o le facoltà non volle concederle (...).

Temerei di far onta alla perspicacia e allo zelo di Vostra Eminenza se io spendessi parole per rilevare un tanto disordine. È necessario però vi si ponga riparo e presto, perché simili vergogne non solo rendono odiosa la religione e forniscono un pretesto agli spiriti spregiudicati o malevoli per combatterla e deriderla, ma gettano il dubbio e la miscredenza in quelle povere anime semplici dei coloni, i quali si avvezzano a far senza del prete (non potendo pagare lautamente ciò, che dovrebbe essere gratuito) e che, giudicando le istituzioni dagli effetti pratici, debbono dedurre ben tristi conseguenze per la loro fede dalla evidente impotenza del bene e dello spirito di disinteresse e di sacrificio, contro il male, l’egoismo e la simonia.

Conchiudo, pregando di nuovo l’Eminenza Vostra, perché vegga di ottenere quanto fu già deciso in proposito da cotesta Sacra Congregazione, che cioè i Vescovi del Brasile abbiano a separare le colonie italiane dalle parrocchie brasiliane, lasciando quelle intieramente sotto la dipendenza dei Missionari per gli italiani emigrati. Capisco trattarsi di cosa molto difficile, ma bisognerà pure vedere di riuscirvi.

Intanto io proporrei, anzi propongo e chieggo senz’altro, come provvedimento affatto indispensabile, che siano accordate ai detti Missionari tutte le facoltà parrocchiali in ordine ai coloni italiani, sia pure coll’obbligo ai Missionari medesimi di trasmettere ai parroci di quei luoghi copia esatta dei battesimi conferiti e dei matrimoni celebrati.

Che se da quell’Episcopato non si potesse in verun modo ottenere pei nostri Missionari né piena libertà di azione, né l’esercizio assoluto delle facoltà parrocchiali, io credo sarebbe meglio ritirarli dal Brasile e dar loro una nuova destinazione, poiché reputo un grave danno e una grave responsabilità di coscienza sciupare forze preziosissime in un lavoro santo, ma isterilito dalla mala volontà degli uomini[17].

 

 

«L’idea della nazionalità»

 

L’idea della nazionalità non è un’idea convenzionale, ma reale. Vari elementi concorrono a concretarla: tradizioni storiche, comunanza di razza, affetto al luogo natio, tradizioni locali o di famiglia, glorie e dolori comuni, ecc.

L’idea della nazionalità è conforme ai bisogni dell’uomo, e non senza una potente ragione Dio divise gli uomini in nazioni diverse, ed ai popoli e alle nazioni assegnò confini.

Per il progresso morale e materiale dell’umanità era necessaria cotesta divisione. La differenza del genio delle varie stirpi, l’ammirabile varietà di tendenze, di aspirazioni, di affetti che distinguono un popolo dall’altro contribuiscono a creare quel grande movimento intellettuale che fa progredire l’umanità e soddisfa ai bisogni nuovi di tempi e di luoghi.

La divisione degli uomini in varie schiatte, in varie nazioni ingenera l’emulazione, fonte prima dell’attività morale, intellettuale e materiale del genere umano.

Senza dubbio le lotte e le gelosie fra nazione e nazione producono errori e spesso anche ingiustizie; ma queste lotte meschine, queste condannabili cupidigie non escludono che la grande emulazione fra popolo e popolo, la corsa affannosa verso il meglio, ove ognuno cerca di precedere il vicino e l’avversario, non sieno fautrici di vero e reale progresso, e quindi di bene[18].

 

 

«L’ambiente, l’educazione, le tradizioni, la religione e la cultura creano il sentimento della nazionalità»

 

L’ambiente e l’educazione creano generalmente il sentimento della nazionalità, sentimento provvidenziale che rende ognuno contento del proprio paese, e che ne impedisce per conseguenza che i cittadini di una contrada men dotata di tante altre aspirino ad abbandonare la patria per formarsene a capriccio un’altra in paese più ricco, di miglior clima, di più facile commercio.

A questa conseguenza provvidenziale dell’amor di patria mi fu dato spesse volte di riflettere nell’attraversare paesi infelici o per sterilità di terreno o per scarsa bellezza di luoghi o anche per un cumulo di circostanze che li rendono brutti ed uggiosi. Ovunque ho trovato gl’indigeni animati da affetto pel luogo natio e mi son detto: - Che fortuna! Che provvidenziale disposizione di Dio! Se costoro vedessero la patria loro cogli occhi coi quali la  vedo io l’abbandonerebbero subito, ed allora avremmo contrade spopolate ed altre dove gli uomini si sgozzerebbero per occuparne il suolo: in uno stesso paese avremmo regioni deserte ed altre troppo popolate.