PARTE IV

 

UOMO DEGLI UOMINI E PER GLI UOMINI

 

 

 

Mons. Scalabrini volle essere uomo del suo tempo, non sognatore nostalgico di epoche tramontate e irreversibili, ma al passo con la storia, attento ai segni dei tempi, realista conoscitore dei problemi e delle esigenze dei contemporanei, proteso a preparare un avvenire più umano e conforme ai disegno di Dio nella storia.

Affrontò con coraggio, energia e concretezza le principali «questioni» del tempo. L’epoca dell’associazionismo lo vide entusiasta sostenitore delle associazioni cattoliche, per quanto discorde dall’ideologia politica di chi avrebbe voluto monopolizzare l’Azione Cattolica.

La società si andava scristianizzando rapidamente: urgeva «ricondurre Cristo nella società». Condizioni indispensabili erano: l’unione e la compattezza delle forze, l’attività coraggiosa, la dipendenza dai Pastori, in quanto l’Azione Cattolica è apostolato, non politica.

Il grosso ostacolo all’unità era la Questione Romana, che impediva, con la proibizione della partecipazione dei cattolici alle elezioni politiche, un influsso incisivo sui centri di potere e di legislazione: gli anticlericali avevano mano libera nel tentativo di demolire il senso cristiano del popolo. La preoccupazione pastorale dettò al vescovo di Piacenza non un atteggiamento di protesta ma la ricerca della conciliazione tra due sentimenti ugualmente legittimi: religione e patria. La Chiesa deve essere libera, tanto dall’interno quanto dall’esterno, di esercitare il suo potere, che è tutto spirituale, e i suoi diritti, che sono l’evangelizzazione e la carità.

La conciliazione è un ideale che abbraccia tutti gli aspetti della vita dello Scalabrini. Egli concilia il realismo della storia vissuta con l’amore intrepido alla verità, la libertà e la franchezza del dialogo con l’obbedienza, l’amore per quanto di bello e di buono Dio ha messo a disposizione nel creato con l’amicizia degli uomini.

 

 

 

 

1. L’AZIONE CATTOLICA

 

Illuminismo, razionalismo, materialismo e anticlericalismo allontanano Cristo dalla società: occorre promuovere un movimento di ritorno, specialmente fra il popolo. Solo nell’unione sta la forza e solo nell’organizzazione l’unione è efficiente.

L’associazionismo sta per diventare esclusiva dei nemici della Chiesa: invece di piangere, bisogna scuotersi, uscire all’aperto e agire, sotto la guida del Papa e dei vescovi.

 

 

“Gesù Cristo è stato allontanato dalla società”

 

Persuasi oramai i moderni increduli di non potere neppur essi rovesciare, come vorrebbero, il trono di Gesù Cristo, pensarono di confinare questo eterno Re delle anime, questo invisibile Sovrano dell’universo, tra le pareti del tempio, allontanandolo da tutte le apparenze della vita, sia privata sia pubblica. Essi tutte le arti adoperarono, a tutti i mezzi ricorsero pur di raggiungere il diabolico intento; e pur troppo, colpa in gran parte la indolenza dei buoni, vi sono riusciti.

Gesù Cristo è stato a poco a poco allontanato dalla scuola, dai costumi, dalle famiglie, dalla società. Ma (…) quando Gesù Cristo si è allontanato, ci siamo accorti che s’è allontanata l’anima che tutto vivificava, ci siamo accorti che all’edificio scientifico, domestico e sociale è venuto a mancare il fondamento, ci siamo accorti di trovarci sull’orlo di un abisso!

Avevano detto: ogni scuola che si apre è un carcere che si chiude, e poi non hanno trovato, i nemici della Chiesa, conventi e castelli che bastassero a contenere il numero sempre crescente dei delinquenti. Avevano detto: il catechismo nelle scuole è un’offesa alla libertà del pensiero, e, sostituito al catechismo il manuale dei diritti dell’uomo e poi un libro dei doveri naturali nel quale non si parlasse di Dio, hanno allevato i nuovi Spartachi dalle bombe di dinamite coi quali la società dovrà davvero combattere l’ultima battaglia. Avevano detto: la scienza laica purificherà l’ambiente e immetterà nuovo sangue nelle vene della crescente generazione e le statistiche dei suicidi, dei duelli, degli adulterii, i fallimenti dolosi, i saccheggi delle banche le pubbliche immoralità, i più atroci delitti hanno fatto ben presto morire sul labbro gl’inni festosi sciolti alla nuova morale senza Dio. Nella famiglia le rovine del talamo coniugale, la pace perduta, i figli ribelli hanno dimostrato con troppa eloquenza che solo il Crocifisso poteva proteggere il focolare domestico1.

 

“Ricondurre Gesù Cristo nella società”

 

La vista dell’abisso che ci sta dinanzi ci ha fatto indietreggiare inorriditi, e tutti sentiamo come istintivamente il bisogno di un movimento di ritorno alle tradizioni sante dei nostri padri e delle nostre madri; le scosse dell’edifizio, la polvere delle rovine ci hanno fatto paura, e tutti sentiamo il bisogno di ristabilire l’equilibrio, ricollocandovi a base Gesù Cristo.

Ora è questo appunto il fine dell’azione cattolica; promuovere con una organizzazione rispondente alle esigenze dei tempi, questo movimento di ritorno, entrato oramai nella coscienza di tutti gli onesti; ricondurre Gesù Cristo nella scuola, nei costumi, nella famiglia, nella società.

Il nostro scopo dunque non è quello di fare della politica come vorrebbero dare ad intendere i nostri avversari. Noi vogliamo anzitutto far opera di risanamento morale e provvedere poi ai bisogni d’ordine economico che rispondono alle legittime aspirazioni della classe specialmente operaia. Gli sfruttatori del povero popolo hanno fatto sin qui magnifiche promesse, ma poi a tutte le loro promesse sono venuti meno.

Hanno promesso pane e giustizia, ed oggi al popolo mancano giustizia e pane.

Orbene, noi vogliamo, a vantaggio appunto del popolo, organizzare benefiche istituzioni, allargare il mutuo soccorso, favorire l’industria, agevolare il commercio, fecondare le opere di carità che sono ai giorni nostri più opportune. Vogliamo soprattutto che la Religione dei nostri padri sia rispettata, che sia rispettata la loro volontà, che sia rispettato il giorno del Signore, che siano rispettati i nostri diritti, i sacri diritti della Chiesa e del supremo suo Capo, i diritti di tutti.

Vogliamo che sia tenuto nel debito onore il Sacerdozio, che la gioventù cresca informata a sodi principii e morigerata, che la cosa pubblica sia amministrata da uomini integri e timorati di Dio.

Vogliamo la vera grandezza della patria nostra; perciò vogliamo la libertà del bene e non del male, o almeno quella libertà di cui gode il male; vogliamo che cessi la cattiva stampa dal seminare errori e vomitare bestemmie, che sieno rimossi i pubblici scandali, che il popolo non sia più oltre ingannato e tradito.

Vogliamo aprire al fanciullo quel libro che gl’insegna ad essere cristiano e cittadino; vogliamo dire all’operaio, che egli, anche su questa terra, non sarà mai felice, seguendo le massime del socialismo, ma che della vera felicità godrà per lo meno un saggio anticipato, seguendo le massime del Vangelo; vogliamo dire ai governanti, che se il Signore non protegge gli Stati, si affaticano indarno quelli che  ne hanno in pugno le sorti. Vogliamo in una parola, che la società torni ad essere nelle sue leggi, nelle sue istituzioni, nelle sue costumanze, nella sua vita pubblica quale deve essere veramente, cioè cristiana2.

 

“Dobbiamo organizzarci, dobbiamo unirci”

 

La necessità dell’azione cattolica è dunque urgente e manifesta; ma perché riesca efficace davvero, conviene che sia disciplinata e concorde.

Sì, dobbiamo organizzarci, dobbiamo unirci, perché solo nell’unione sta la forza; solo nell’unione è il segreto della vittoria.

Di qui la importanza e la necessità delle cattoliche associazioni e dei Comitati parrocchiali.

Non starò a ripetere ciò che vi dissi altre volte in proposito e in privato e in pubblico,  e a voce e per iscritto. Dirò piuttosto quello che vuole il Papa, interprete sicuro dei divini voleri (...).

Egli vuole che le parrocchie tutte d’Italia abbiano il loro Comitato cattolico, e questo Comitato deve senz’altro stabilirsi in ciascuna parrocchia della diocesi piacentina, e non solo deve stabilirvisi, ma stabilito che sia deve mantenervisi, e mantenervisi operoso.

La mia parola questa volta non è parola di esortazione, ma di comando, e la indirizzo a voi principalmente, miei venerabili cooperatori nella salute delle anime, perché è a voi principalmente che il Papa rivolge in tono solenne quelle gravi parole: «Nelle odierne condizioni della Chiesa devono i sacerdoti assumersi anche questo ufficio di dirigere le schiere e gli animi dei fedeli colla loro autorità apertamente e coll’esempio».

Io che conosco a prova la vostra filiale devozione e docilità perfetta al Vicario di Gesù Cristo in ogni cosa, non dubito punto che vi metterete, se pure non vi siete già messi, all’opera, con volontà energica e risoluta.

Bando, o miei cari, alle discussioni, alle diffidenze, ai timori3.

 

“L’ora di agire è suonata”

 

I figli del lavoro costituiscono in tutti i paesi del mondo la massa delle popolazioni. Informare pertanto gli operai allo spirito essenzialmente pacifico e salutare del Cristianesimo, è lo stesso che salvar la civil società.

Sono essi, gli operai, i prediletti della Chiesa, che nel fabbro di Nazareth riconosce e venera il proprio Fondatore (...).

Mentre ci rallegriamo vivamente, che in alcuni luoghi della Nostra Diocesi, e specialmente in questa nostra Piacenza, tali Società già sieno istituite, e preghiamo il Signore a benedire gli egregi ecclesiastici e laici che le promossero, ci rivolgiamo a voi tutti, o cari e Venerandi Confratelli, e vi ripetiamo essere nostro vivissimo desiderio che in ciascuna Parrocchia, o, dove il numero dei parrocchiani è assai piccolo, almeno nei punti principali di ciascun Vicariato, la Società degli Operai si formi, si organizzi e fiorisca per operosità, per numero e per concordia (...).

Il socialismo, che impaziente di avventarsi sulla preda, si agita e freme, e coi suoi minacciosi ruggiti fa tremare il mondo, è voce del Cielo, la quale vi avvisa che l’ora di agire è suonata, che indarno vi lusingate di poter salvare voi, i vostri figli e le cose vostre, senza opporre un argine sicuro all’irrompente fiumana. E quale sarà quest’argine se non una lega generale e compatta di tutti i figli del popolo educati alla scuola dell’Evangelo? (...).

Associazione ed azione cattolica: ecco la caratteristica dei veri figli della Chiesa ai tempi nostri; associazione ed azione, che abbiano per scopo di secondare in tutto i desideri del Vicario di Gesù Cristo, di ridonare alla Chiesa e al suo Capo augusto la necessaria libertà, all’Italia la grandezza, la prosperità e la pace, col ritornare cristiane le famiglie, cristiani i comuni, cristiane le scuole, cristiane le leggi, cristiano il popolo, cristiani soprattutto gli operai (...).

A conseguire più facilmente lo scopo giovano mirabilmente i Comitati Parrocchiali, che Noi vi abbiamo altre volte raccomandati, e sui quali torniamo ad insistere di nuovo. Oh, di quanto bene sono essi fecondi! Sia vostra somma premura lo stabilirli nelle Parrocchie, sia vostro proposito il prendervi parte. Non può fallire la benedizione di Dio alle istituzioni benedette dal suo Vicario!

Uniamoci, uniamoci. A che non si riuscirebbe quando si mettessero tutti assieme, tutti d’accordo, quanti italiani hanno conservato la fede?

Oh, se in tutta Italia sorgeranno i Comitati Parrocchiali, ed invece di due sole migliaia, che già se ne contano, ve ne fossero ben dieci mila, quante si calcolano essere le Parrocchie tutte, chi può dubitare della grandezza dei risultati che se ne otterrebbero a pro della Religione e della Patria?4.

 

“Escono i cattolici dal loro ritiro”

 

Escono i cattolici dal loro ritiro serrati in numerose falangi, levano in faccia al sole splendide e riverite le loro bandiere, discutono, propongono, risolvono, combattono, lavorano.

E questo soffio animatore è penetrato, grazie a Dio, anche fra noi. Ancora non è spento l’eco  delle voci che risuonarono nei fraterni convegni di Alseno, di Bedonia, di Chiaravalle. Abbiamo veduto in poco tempo, grazie allo zelo di parroci zelantissimi, sorgere parecchi Comitati cattolici. Abbiamo oramai Circoli della gioventù, Oratori festivi, Società operaie, istituzioni di credito anche noi.

Ma tutto questo, diciamolo subito e diciamolo chiaro, è ben poca cosa di fronte al bisogno dell’ora presente5.

 

“Bisogna che il sacerdote esca dal tempio”

 

Noi dobbiamo ben persuaderci che oggi non basta più quello che bastava una volta. A nuovi tempi, nuove industrie; a nuove piaghe, nuovi rimedi; a nuove arti di guerra, nuovi sistema di difesa. Oggi, come vi dissi altra volta, bisogna proprio che il sacerdote, e il parroco specialmente, esca dal tempio, se vuol esercitare un’azione salutare nel tempio. Però intendiamoci: esca dal tempio, ma dopo aver attinto dalla pietà  e dalla preghiera lume e conforto; esca dal tempio, ma al tempio tenendo sempre rivolto lo sguardo; esca dal tempio, ma come esce il sole dal suo padiglione, splendido della luce di Dio e del fuoco della carità che illumina, riscalda, feconda. (…).

Non odio, o passione, o zelo acre, o inconsulto eccitamento deve erompere dall’anima e dal cuore nostro sacerdotale contro gli uomini, ma la carità che soffre, geme e si attrista sulla colpa commessa dall’uomo e che l’uomo travolge a rovina (…).

È con questi sentimenti, o miei venerabili fratelli, che entrar dobbiamo nel campo dell’azione cattolica. Dobbiamo entrarvi, ripeto, essendo questo oggi compito principalmente, essenzialmente nostro. Chi giudicasse altrimenti, darebbe prova di grande leggerezza e di poca riflessione, per non dire di poca fede.

Non c’illudiamo: se non faremo noi, faranno altri senza di noi e contro di noi. Ci si accusi pure di fini secondi e di scopi mondani. L’accusa, prima che a noi, fu fatta a Gesù Cristo il quale, per quanto insegnasse di rendere a Cesare quello che era di Cesare, tanto fu chiamato seduttore di plebi. Compiere il proprio dovere e stare in pace con tutti è impossibile, persuadiamocene6.

 

“Vi raccomando, quanto so e posso, la gioventù”

 

Soprattutto vi raccomando di nuovo, quanto so e posso, la gioventù.

Allora che con ogni amorevole attenzione e sollecita cura voi avete ammesso i fanciulli alla prima Comunione, avete adempiuto certamente un grave dovere, ma non finisce qui la missione di un parroco, anzi è di qui che incomincia a divenire più grave, perché è di qui che le passioni incominciano a svegliarsi nel cuore del giovane, è di qui che gli errori, i pregiudizi, gli scandali, le seduzioni del mondo incominciano a mettere la virtù di lui a duro cimento. Oh, guai, se il parroco fosse così trascurato e senza cuore, da lasciarlo in balia di se stesso!

Bisogna stargli, per quanto è possibile, al fianco, bisogna illuminarlo, sostenerlo, incoraggiarlo, spronarlo al bene, tenendolo soavemente unito alla Chiesa e alle pratiche religiose.

Il mezzo più facile è quello d’istituire, accanto ad Comitato parrocchiale, la Sezione Giovani. Parecchi, anche tra noi, già ne han fatto la prova e con esito felicissimo. Vi esorto tutti ad imitarne l’esempio.

Dovrete incontrare perciò qualche fatica, ma sarete compensati da grandi consolazioni. Se no, per tacer d’altro, come alimentare da indi innanzi lo stesso Comitato e le altre cattoliche associazioni, pur tanto necessarie?

A mantenerle, come dissi, fiorenti ed operose, gioverà moltissimo che ogni Vicario Foraneo deputi qualche idoneo sacerdote a tener loro, alcuna volta fra l’anno, conferenze familiari, percorrendo le varie parrocchie del Vicariato. Meglio, se volesse questo impegno assumerlo il Vicario Foraneo stesso7.

 

“Dipendenza dai Pastori”

 

Perché la nostra azione sia e possa dirsi veramente cattolica, ricordiamoci di procedere, in tutto e sempre, disciplinati. Non presumano i soldati di andare avanti ai capitani. Nel campo nostro, specialmente, la disciplina è tutto. Senza la disciplina, senza cioè la dipendenza piena, rigorosa, costante dei fedeli dai loro Pastori, il facile soverchiamento dello zelo individuale ingenera malcontento e discordia, divide e fiacca le buone volontà, svia e disgusta i migliori e inquina del veleno dissolvente dell’amor proprio tanto le ragioni del comandare che quelle dell’obbedire8.

 

“Stretta dipendenza del principio gerarchico”

 

Intendo che nulla si operi se non nella più stretta dipendenza dal principio gerarchico. Il laicato cattolico, se vuol essere strumento di salvezza tra le mani di Dio, deve tenersi al suo posto. Egli nella Chiesa non è capitano, ma soldato; non è maestro, ma discepolo; non è pastore, ma pecorella, e i suoi occhi devono esser fissi sui Vescovi e massimamente sul Vescovo dei Vescovi, il Romano Pontefice, in nessun altro. Non conosciamo Paolino, ignoriamo Melezio, non vogliamo né i se né i ma; né eccezioni, né riserve, né sottintesi di sorte alcuna. Dio non benedice mai ad opere che non siano prima benedette dai suoi legittimi rappresentanti. Un comitato parrocchiale che agisse contro o senza il beneplacito del suo parroco, un comitato diocesano che si permettesse di prendere la minima iniziativa, o tentasse il minimo atto indipendentemente dal proprio Vescovo, cesserebbe con ciò stesso di esser cattolico e si avrebbe immediatamente la nostra condanna9

 

 

“217 Comitati parrocchiali”

 

Consigliato dall’Egregio Conte Paganuzzi e persuaso di fan cosa gradita a Vostra Santità, vengo a darVi in breve notizia della IV Adunanza Regionale dei Cattolici dell’Emilia, tenutasi qui, sotto la mia presidenza, nei giorni 14 e 15 giugno corr.

L’adunanza, e per l’intervento di quasi tutti i Vescovi della regione e per numeroso concorso di clero e di popolo, non poteva riuscire più solenne.

In seguito alla mia Lettera Pastorale 16 Ottobre 1896 (di cui ardisco ora umiliarvi copia), si sono costituiti in questa mia Diocesi, oltre le Sezioni Giovani, le Società Operaie, ecc., ben duecento diciassette Comitati parrocchiali e tutti erano in quell’Adunanza largamente rappresentati. Eravi pure rappresentato, assai largamente, il ceto ecclesiastico della città e della Diocesi, in questo, come in tutto il resto, veramente esemplare e degno di ogni encomio.

Tutto procedette con serena calma e col massimo ordine. Le deliberazioni prese intorno alla Organizzazione Cattolica, alla Buona Stampa, alle elezioni amministrative e politiche, alla fondazione e all’incremento delle Casse Rurali ecc. ecc. furono sommamente pratiche ed opportune, e, ciò che più importa, informate a quello spirito di schietta sommessione ai vescovi che, oggi specialmente, è tanto necessaria e che tanto sta a cuore a Vostra Santità10

 


 

2. LA “QUESTIONE OPERAIA”

 

L’avvento del socialismo ateo e anarchico fa tremare Chiesa e Stato: ma è «voce di Dio»!

Al socialismo ateo si faccia fronte con l’azione sociale cristiana, anziché con una sterile condanna, che colpirebbe anche i «giusti postulati»  del socialismo.

Alla propaganda marxista, che alletta le masse lavoratrici, si deve contrapporre la conoscenza dei problemi sociali e delle implicazioni morali e religiose che ne derivano, e porre in atto iniziative rispondenti alle reali e legittime esigenze dei contadini, degli operai, dei proletari. È un’opera di giustizia e di rivendicazione sociale, ispirata dalla carità, da realizzarsi nella concordia di tutte le classi. Salvare la classe operaia è salvare il popolo.

 

 

“Le cause che fecero sorgere il socialismo”

 

Da tempo la società è in preda a forze anarchiche. Scossa ogni autorità, rallentati i vincoli sociali e familiari, negati, derisi o negletti i principii religiosi, che santificano le sofferenze umane, la vita sociale va diventando ogni dì più una selva selvaggia, nella quale ciascuno si muove per suo conto e per suo interesse e il bene dell’uno forma il male e la privazione dell’altro, esplicando così e attuando il ferino programma contenuto nella sentenza del filosofo scozzese: Homo homini lupus.

Di qui la febbre dei subiti guadagni, di qui l’affannosa conquista del potere, di qui appunto quell’invidia del bene altrui che diventa sprone al soppiantare, all’ingannare, al truffare, a quel rompere di ogni freno e sopprimere di ogni ostacolo che si frapponga ai desiderii ed ai godimenti individuali, meta unica di una società atea e materialista.

E a questi mali grandissimi si è aggiunto, e si è andato di anno in anno aggravando l’aculeo del disagio economico, pungente per tutti, insopportabile per il popolo, al quale la perdita dei conforti della fede e della speranza cristiana, e la conquista di nuovi diritti e della coscienza della propria forza, fanno sentire più vivamente l’inopia in cui vive e lo rendono credulo e ardente neofita di ogni novità.

A tanto disagio economico e abbassamento morale, aggiungete la potenza del grosso capitale, così forte e smisurata nella presente organizzazione sociale e industriale, da attrarre, senza rischio e senza fatica, una grandissima parte degli utili del lavoro, quasi albero gigantesco che ruba, coi suoi mille tentacoli e colle sue folte ramificazioni, il nutrimento, l’aria e la luce alle piante minori che intristiscono ai suoi piedi, e avrete le cause che fecero sorgere e rafforzarono il socialismo.

Reclutando i suoi proseliti nelle officine, nei campi, nelle università, tra la nobiltà e il popolo, segnatamente fra il popolo, esso in breve giro di anni ha formato un esercito imponente. Tutti gli umili, gli oppressi, i diseredati vi si sentono come attratti per la speranza del meglio, come tutte le anime ribelli e tutti gli impazienti che vogliono ad ogni costo mutare il presente ordine di cose. A loro poi si vanno aggiungendo (e sono forse i più temibili, e certo i più stimabili) come alleati o come affiliati quelli che sentono più viva la pietà verso gl’infelici, più forte e più repellente la nausea della corruzione, che penetra e pervade gli organismi politici e ne attinge i fastigi; e mal possono tollerare, senza protesta, le ingiustizie sociali, l’ozio pasciuto dei pochi e l’inopia dei lavoratori, e, congiunte in un individuo, la ricchezza, la potenza e la indegnità[1].

 

“Esperienza personale”

 

Quello che vi dirò è frutto di esperienza personale. Prima che dai libri, l’ho imparato dalla vista di tante piaghe sociali e di tante miserie, sulle quali per debito sacrosanto versai il balsamo della fede e i soccorsi della carità. Fino dai primi anni di sacerdozio, nei mesi liberi dalle cure dell’insegnamento, esercitai il sacro ministero in varii paesi della diocesi nativa ed ebbi agio di osservare davvicino la vita dei campi nelle sue svariate forme e nei suoi diversi gradi di benessere, i patti colonici e i loro effetti economici e morali.

Passeggiavo fra quei campi ubertosi (proprietà di un ricco signore, noto nei fasti della beneficenza cittadina), fecondati da una popolazione laboriosa, che però contava un tanto per cento di pellagrosi, ed entravo in quelle capanne umide e senza imposte con un vero stringimento di cuore.

Fui altresì parroco, per anni parecchi, in un sobborgo della mia Como. Contavo fra i miei parrocchiani alcune migliaia di operai in seta, tessitori, filatori, tintori. In quegli anni potei vedere pur davvicino la misera condizione degli operai, misera per sé e per le contingenze alle quali può andare soggetta. Come si ripercuoteva in loro ogni crisi politica o finanziaria, anche lontana, che arrestava o rallentava il movimento industriale! Come sentivano essi ogni più piccolo caso della vita! una malattia, per esempio, una disgrazia accidentale, che diminuisse la loro attività giornaliera! E a queste piccole e forzate soste, che toglievano ciascuna un pezzo di pane al povero desco, sopravvenivano di tanto in tanto le grandi crisi industriali, che sospendevano ogni lavoro. In questi casi era la miseria, la fame nello stretto senso della parola, appena mascherata per qualche tempo dal credito del bottegaio o da un anticipazione di salario dell’industriale. E allora era una corsa affannosa degli uomini in cerca di lavoro, delle donne ad invocare sussidi.

Oh, le tristi giornate, quand’io, visitando gli infermi, non sentivo, salendo per quelle povere scale, il suono secco e quasi ritmico del telaio! Tristi sotto ogni rapporto, perché colla miseria entrava spesso il disordine e il disonore nelle famiglie.

E vedendo tutte quelle miserie, e sentendone i lamenti e conoscendo quegli infaticabili industriali, a torto accusati di sfruttare i poveri, e quel ricco proprietario buono e benefico, il quale aveva i suoi campi appestati dalla pellagra, mi pareva che il male non stesse tanto nella volontà degli uomini singoli, quanto nel modo con cui il lavoro era organizzato, e pensavo che sarebbe stato un bene per tutti il poter trovargli condizioni più eque[2].

 

 “I postulati del socialismo”

 

Se il lavoro avvalora il capitale, perché non dovrà avere più larga compartecipazione agli utili, tanto almeno da assicurare al lavoratore vitto sufficiente e sano e sicuro?

Se il lavoro è una legge fisica e un dovere morale, perché non dovrebbe diventare un diritto legale?

Se l’istruzione è un dovere, perché non si lascia il tempo all’operaio di istruirsi, limitando l’età e le ore del lavoro?

Se l’igiene è un obbligo sociale, perché si permettono, senza le dovute cautele, lavori che avvelenano e accorciano la vita?

Perché non si assicura, contro le eventuali disgrazie, la vita del lavoratore, e non si provvede in maniera decorosa alla sua vecchiaia impotente?

Così pensavo io, e così avranno pensato molti di voi, alla vista e al contatto delle miserie sociali.

Orbene, quelle domande, in parte provvidamente già tradotte in leggi per recente lavoro parlamentare, contengono appunto alcuni postulati del socialismo.

Vi è dunque in quei postulati una parte di vero, di giusto, che tutti i buoni debbono accettare e adoperarsi, quanto loro è dato, di attuare, non solo perché il buono e il giusto non mutano natura per esser propugnati pure dai cattivi e accoppiati al male, ma anche per togliere al male stesso e al falso la loro maggior forza di espansione, la quale consiste nell’essere propinato unitamente alla verità e nell’assumere per ciò solo l’aspetto della giustizia.

Non lasciamoci adunque imporre dai nomi e dalle apparenze delle cose.

Esaminiamo con serenità i postulati del socialismo; opponiamo all’azione sua, colla certezza che ci viene dal possesso della verità, l’azione sociale cattolica, e sia essa il farmaco ricostituente della società [3].

 

 

“La questione economica si trasforma in morale, politica e religiosa”

 

Il socialismo moderno è, in sé stesso considerato, una questione economica; pero, com’è di tutte le questioni che debbono applicarsi all’uomo individuo o alla sua collettività, si intreccia con altre e muta natura e forma, poiché l’uomo è una unità, e tutto quanto riguarda tale unità inscindibile, si intreccia, si fonde e si complica in modo da riflettere i moltiformi aspetti sotto cui ci si può presentare l’uomo stesso.

Così è della questione sociale. Economica nella sua essenza, si trasforma in morale, politica e religiosa nelle sue immediate conseguenze.

Infatti, la formola comune del socialismo, del comunismo e del collettivismo, le tre principali sette nelle quali si dividono i socialisti, è: tutto ciò che produce la ricchezza (cioè capitale, terre, strumenti di lavoro) è proprietà dello Stato il quale ne distribuisce i frutti, secondo gli uni con perfetta uguaglianza, secondo altri a norma dei bisogni di ciascuno.

Ora questa formola sociale, per potersi attuare, deve ferire l’umanità nei suoi più intimi e sostanziali costitutivi e nei suoi affetti più cari, quali sono appunto la religione, la famiglia e la libertà individuale.

Il socialismo moderno infatti, quantunque essenzialmente economico, per quella stretta connessione che vi è tra tutte le questioni teorico-pratiche riguardanti l’uomo, non può prescindere dalla religione.

Ben è vero che i socialisti, sia per indifferenza reale, sia per tattica, non parlano di religione mai o quasi mai, e non di rado invocano l’esempio di Gesù Cristo e dei primi cristiani come precursore il primo e praticanti i secondi delle loro dottrine. Ma tutto questo non deve lasciarci trarre in inganno sui loro sentimenti verso la religione. La loro provenienza rivoluzionaria, il loro fondamento scientifico affatto materialista, li fanno intrinsecamente irreligiosi.

Ni Dieu ni maître, aveva scritto Blanqui in testa al suo giornale, e questi due concetti informano di sé tutto il socialismo[4].

 

 

“Rilevare le cause e trovare gli opportuni rimedi”

 

Lo stato presente della questione sociale e il progressivo diffondersi nella città, nelle borgate, fra i campi, delle idee o prettamente socialiste o affini, deve rendere più attiva e più adeguata al bisogno l’opera vostra anche nel campo sociale.

Ora un tale lavoro, perché riesca veramente efficace e non inasprisca il male che si vuole curare, richiede più che altro prudenza, serenità di spirito, equanimità di giudizio, e misurata conoscenza e coscienza di ciò che si deve combattere, come di quello che è giusto concedere.

Ringiovanite pertanto i vostri studi, fratelli carissimi, e mettetevi in grado di confutare (parlando il loro stesso linguaggio) i sofismi di cui libri, giornali e conferenzieri di propaganda socialista vanno imbevendo le menti degli operai e dei contadini.

Io volli darvene l’esempio con questi ammonimenti che debbono essere per voi un incitamento e un indice.

E siccome non è tutto male quello che dicono i socialisti, e io ve l’ho dimostrato, e l’efficacia della loro propaganda sta appunto nella constatazione di un fatto doloroso, cioè nella invadente miseria dei più, in mezzo a un vero rigoglio di produzioni agrarie e industriali che farebbero supporre un’aumentata ricchezza, così voi dovete porre ogni opera vostra nel rilevare le cause di questo fatto e nel trovare gli opportuni rimedi, accettando e consigliando i più pratici, senza por mente da chi escogitati o propugnati.

Dimostrerete così in effetto, che quel tanto di veramente bene che c’è nel socialismo è conforme alle massime evangeliche ed è attuabile, anche senza la distruzione della società, o veramente è inutile, o sproporzionato al fine che si propone[5].

 

“Forme moderne di fare il bene al prossimo”

 

Dedicate poi ogni vostra cura alle società varie di forma e di intenti che fioriscono fra noi, poiché lo spirito di associazione aumenta e stringe i vincoli di fratellanza umana, supplisce alla debolezza degli individui e ripara i colpi improvvisi della sventura: Il fratello aiutato dal fratello è come una città fortificata. Lungi pertanto dal contrariare questo nuovo spirito di associazione che si spande e penetra ovunque, continuate a secondarlo, e fate il possibile per indirizzarlo sulla retta via, quando la inesperienza o i cattivi consiglieri tentino di deviarlo.

Benedite  altresì tutte le opere di previdenza e di mutuo soccorso, e fatevene propugnatori. Il mutuo soccorso e la previdenza sono due forme moderne di fare il bene al prossimo, che riuniscono ad un’ora i vantaggi della carità e quelli della educazione, in quanto che facendo partecipi dell’atto benefico i beneficandi, li avvezzano a pensare all’avvenire, ad essere provvidenti e previdenti.

Una delle piaghe delle campagne è l’usura esercitata sotto forma di anticipazioni di generi alimentari, di sementi, di denaro per la compera del bestiame, e andate dicendo. Il sovventore viene retribuito o con un interesse fisso molto largo, o in forma per lui più proficua con una data quantità di prodotti.

Ora il buono e il meglio dei profitti dei poveri coloni va ad impinguare tali sovventori, e chi è costretto dalla necessità o da una disgrazia di ricorrere ad essi, vede in poco d’ora sfumare i suoi magri proventi e difficilmente si mette in condizioni di rifarsi e di equilibrare il suo povero bilancio.

Contro un tale stato di cose sono efficace rimedio le società cooperative di produzione, di consumo e di mutua assicurazione, sperimentate già con felice risultato in Italia e fuori, e più di tutto le Banche cattoliche e le Casse rurali che forniscono ai piccoli agricoltori il capitaletto occorrente ad un equo interesse.

Consigliate tali istituzioni e favoritele a più potere ove esistono, e incoraggiate le persone dabbene e intelligenti, poiché, come osservò con giustezza Mons. De Ketteler, l’illustre vescovo di Magonza (che primo studiò, dal punto di vista cattolico, la questione operaia), in altri tempi i signori dotavano la Chiesa di conventi e di pubbliche istituzioni di carità, oggi farebbero cosa a Dio più gradita, mettendosi a capo di associazioni operaie, di produzioni, di cooperazioni e di consumo per migliorare le condizioni degli operai, poiché in sostanza l’opera di beneficenza è opera di carità[6].

 

 

“Ho istituito nei seminari Cattedre agricole”

 

«Ho istituito nei seminari Cattedre agricole»

 

Alcuni di voi sono già intervenuti per appianare le divergenze non infrequenti tra padroni e contadini, e io stesso con voi nelle visite pastorali mi sono adoperato per far sparire usi e oneri di altri tempi.

Continuate su quella via con prudente fermezza e non permettete, per quanto è in voi, che abusi e immoralità vengano a rendere più gravosa e dolorosa la vita dei lavoratori e dei poveri.

Altri vantaggi voi potete procurare ai coloni, studiando per loro conto i nuovi ritrovati e sistemi agricoli che aumentano di molto, quasi senza spesa e senza maggior fatica, i prodotti dei campi (...).

In questo ventennio ho visto molte proprietà parrocchiali, per l’addietro quasi incolte, trasformate in vigneti e campi ubertosi per lodevole iniziativa dei parroci, e, sul loro esempio, intieri territori vivificati e fecondati da un lavoro più intenso e più razionale. Vorrei che quello che fu opera di pochi, fosse per l’avvenire di tutti. A questo fine ho istituito, fra le altre, nei Seminari diocesani, Cattedre agricole, perché possano fornire al giovane clero quelle cognizioni che li metteranno in grado di impartire alle popolazioni, che verranno loro un dì affidate, insieme al pane dell’anima quello del corpo. Intanto non sarà difficile, per chiunque lo voglia, di apprendere dai libri quelle poche cognizioni che occorrono per dare ai contadini, troppo spesso attaccati alle vecchie abitudini, gli opportuni suggerimenti e le indicazioni pratiche, facili a intendersi e ad applicarsi, e che pure sono il risultato di lunghi studi e di esperienze costose. Utilissime a questo scopo anche le Conferenze agrarie, ed io vivamente le raccomando[7].

 

 

«Fate opera di rivendicazione sociale»

 

Vi ho accennato così sommariamente alcuni dei bisogni economici delle nostre campagne e i rimedi relativi, sperimentati buoni in più di un luogo; ma il male è multiforme e i rimedi debbono essere adattati e modificati a seconda dei tempi, dei luoghi, delle persone e applicati sempre con grande prudenza, né mai con fini partigiani. Non dovete dimenticare mai di essere i padri spirituali di tutte le anime affidate alle vostre cure, e il vostro intervento in affari fuori di chiesa, e che voi giudicate di pubblica utilità, non deve rinfocolare ire o partiti, ma unire tutti nel santo pensiero di operare il bene a pro dei miseri.

Postulati del socialismo moderno sono pure i seguenti: limitazione della giornata di lavoro, il minimo delle mercedi ai lavoratori fissato per legge, il diritto di lavoro, il diritto di sciopero e andate dicendo. Ora tutti questi postulati, presi in sé astrattamente, sono buoni  e non contraddicono punto né alle leggi divine, né alle umane. Sono della stessa natura di quelli sui probiviri, sulla pensione agli operai impotenti, sul riordinamento del lavoro per le donne e i fanciulli, sull’igiene negli opifici, che furono già tradotti in leggi anche da noi e che non mancheranno di dare ottimi frutti (…).

L’azione vostra però, o miei amati cooperatori, sarà più utile e più pratica, applicata non ai quesiti di indole generale, ma ai particolari e locali che avete giornalmente sott’occhi; dando cioé l’opera vostra e il vostro consiglio in sollievo della miseria, cooperando a togliere abusi e ingiustizie, insegnando agli ignari molte cose utili e belle, senza stancarvi mai (…).

Il male che affligge la società non è, come dicono i socialisti, puramente economico, ma è anche morale, anzi sopratutto morale, e non consiste soltanto nella organizzazione sociale, ma anche e più negli individui.

Voi pertanto, o miei amati parroci, richiamando gli individui alla osservanza della carità evangelica e dei precetti della religione, fate opera di rivendicazione sociale, poiché la salute della società sta in prima nella rigenerazione religiosa e morale degli individui; il resto verrà da sé[8].

 

 

«Mirabile Enciclica»

 

Ministro di pace fra i popoli e Vicario di un Dio d’amore, che si fece padre dei miseri e dei derelitti, il Papa ha per questi, senza distinzione di razze, di costumi, di religione, le cure più affettuose, le sollecitudini più delicate, perché in essi è maggiore il bisogno di soccorso e di protezione.

Tali purtroppo sono al presente le classi operaie. Prezioso strumento nelle altrui mani, potente fattore delle altrui ricchezze, l’operaio manca talvolta ai dì nostri del necessario per vivere, e, mentre lo sviluppo commerciale e industriale di un popolo, il benessere economico di una nazione è, per metà almeno, frutto del suo lavoro, esso a questo benessere non è chiamato a partecipare. Di qui quel vivo antagonismo tra i proprietari e i proletari, quel minaccioso malcontento delle classi lavoratrici, aizzate nei circoli internazionali dalle passioni politiche, che oggi si traduce in parziali ribellioni ed in scioperi, ma che potrebbe da un momento all’altro divampare in vasto incendio (...).

Il Papa definisce nettamente quali siano in questa questione le diverse responsabilità; denunzia le rovinose dottrine in proposito, addita i mezzi che vanno applicati. Tentare di riassumere questo stupendo tra gli stupendi documenti della sapienza e della carità dell’attuale Pontefice io non ardisco: Leone XIII non si restringe a predicare la carità ai ricchi, la rassegnazione agli operai. Nella sua mirabile Enciclica vi è qualche cosa di più. Col penetrante suo sguardo Egli ha, dissero altri, approfondita la questione operaia, ed ha veduto che se in questa classe ribolle il fremito della rivolta, non è tutta sua la colpa. L’ingiustizia nelle legislazioni, l’avidità dei guadagni, han fatto dell’operaio uno schiavo del lavoro, lottante col presente, sfiduciato dell’avvenire, logorantesi le forze e la vita per procacciarsi un pane che neppure è sufficiente a sfamarlo[9].

 

 

«È un’opera di giustizia che conviene iniziare»

 

Il fanciullo, curvato fin dai primi anni sotto la fatica, vien su triste e sfinito; la donna, occupata dalle prime ore del mattino fino a tarda ora di sera, non trova più tempo di dare le sue cure alla povera famigliuola, che perché cresce senza affetti e senza moralità. È dunque un’opera di giustizia che conviene iniziare se si vuol restituire la fiducia e con la fiducia la tranquillità nella classe operaia. Se gli operai hanno dei doveri, hanno altresì dei diritti, e questi diritti conviene che la società li tuteli ad essi, se non si vuole che abbiano a tutelarsi essi stessi con la violenza (...).

Doverosa missione dei cattolici è quella di studiare la questione sociale e di vivamente interessarsene. Lo stesso Santo Padre, non affralito né dall’età, né dalla diuturnità della lotta, ce ne offre l’esempio.

È un nuovo campo che Egli addita allo zelo ed alla attività dei suoi figli. Si tratta di fare l’opposto di ciò che fa la rivoluzione. Questa diede opera a staccare le moltitudini, e massime gli operai, dalla Chiesa: bisogna ora alla Chiesa riavvicinarli. Bisogna, ripeto, ritemprare le menti ed i cuori alle grandi verità del Vangelo.

Qui unicamente, vogliasi o no, è il rimedio ai mali presenti, ed il preservativo a quelli più tremendi che ci minacciano. Avanti pure colle macchine, colle industrie, colle scoperte, colle conquiste della scienza.

Che a prezzo di lunghe fatiche l’uomo progredisca, che cerchi di migliorare dappertutto, e sotto tutte le forme, la condizione della propria esistenza, sta bene. Io ne esulto e di gran cuore, perché tutto questo, infine, non riesce che a glorificazione dell’opera di Dio[10].

 

 

«Missione di pace e di rigenerazione sociale»

 

Ciò che domandiamo noi uomini di Chiesa è che il Vangelo sia chiamato a dirigere coteste trasformazioni economiche ed industriali, che la pratica sincera della sua legge purifichi e nobiliti i materiali progressi, di modo che non fomentino nelle varie classi gli istinti brutali e non diventino così motivi di discordie e di lotte fratricide.

E spetta precisamente a noi uomini di Chiesa questa missione di pace e di rigenerazione sociale, a noi più che ad altri, come quelli che ne abbiamo da Dio i mezzi ed il mandato. Io vorrei che la intendessero tutti i membri del mio clero. Ai nostri giorni è quasi impossibile ricondurre la classe operaia alla Chiesa, se non manteniamo con essa relazione continua fuori della Chiesa. Dobbiamo uscire dal tempio, o Venerabili Fratelli, se vogliamo esercitare un’azione salutare nel tempio. E dobbiamo altresì essere uomini del nostro tempo. Certe forme di propaganda nuove, o meglio rinnovate, che si adoperano con fortuna dagli avversari, non debbono spaventarci. Dobbiamo vivere della vita del popolo, avvicinandoci a lui colla stampa, colle associazioni, coi Comitati, con società di mutuo soccorso, con pubbliche Conferenze, coi Congressi, coi circoli operai, coi patronati per fanciulli, con ogni opera di beneficenza privata e pubblica.

Combattiamone con vivo ardore i pregiudizi, ma con altrettanto calore sosteniamone gli interessi ed assecondiamone le aspirazioni legittime, guardando però bene dal pascerlo di illusioni, e tanto più dall’eccitarlo al disprezzo delle classi abbienti o dirigenti. Studiamoci anzi di riavvicinare il più possibile coteste classi e di renderle amiche. Sull’esempio dei cattolici di altre nazioni facciamoci padroni dell’odierno movimento, mettendoci alla testa operando, non tenendoci a parte brontolando.

Miei cari, il mondo cammina e noi non dobbiamo restare addietro per qualche difficoltà di formalismo o dettame di prudenza malintesa. Se non si farà con noi, si farà senza di noi e contro di noi: ricordiamolo[11].

 

 

«La concordia di tutte le classi»

 

Miei dilettissimi Piacentini,

E’ col più vivo dolore che io vi indirizzo questa volta la parola.

L’affetto sincero e profondo che mi lega a tutti voi e che in ventitré anni di vita episcopale, nelle vicende ora liete ed ora tristi, non si è rallentato mai, mi dà il diritto di parlarvi come padre ai propri figli.

Ho pianto e pregato per tutti voi in questi giorni; e così mi fosse dato di avvicinarmi a ciascuno, di sovvenirvi nei vostri bisogni, di confortarvi colla parola della speranza e della fede e di ridare ai vostri spiriti la calma che le sofferenze e la eccitazione del momento vi hanno fatto perdere!

Il disagio economico, il rincaro dei viveri, la mancanza dei lavori, vi hanno tolto a quella abituale serenità di vita che è sempre stato vanto della città nostra: e in quei mali avete una scusa.

Ma ora che le vostre domande furono appagate, che le Autorità municipali e politiche hanno fatto quanto era possibile per sovvenire alle più urgenti necessità, e maggiori agevolezze vi promettono per l’avvenire, ora ogni ulteriore resistenza non farebbe che aumentare i mali già troppo gravi e le vittime già troppo numerose.

Miei cari figli! Pensate alle dolorose conseguenze di una lotta cittadina: pensate ai caduti e ai feriti: alle famiglie prive per tanti modi dei loro cari; e tornate, ve ne scongiuro in nome di Dio, alla calma.

La concordia di tutte le classi dei cittadini è il mezzo più sicuro per rimediare a una condizione di cose che tutti concordemente deploriamo.

Nell’amarezza dell’ora presente mi conforta il pensiero che la parola del vostro Pastore, che non vi fu mai sgradita, trovi anche questa volta la via dei vostri cuori e li ricomponga in pace[12].

 

 

«L’Opera pro Mondariso»

 

Nella memoranda adunanza delle Cattoliche Associazioni tenuta in Vescovado il giorno 4 Luglio p.p. io, quasi a perenne ricordo, proposi, assenziente il mio venerato e zelantissimo Confratello di Bobbio, la costituzione di un Comitato, il quale avesse per iscopo l’assistenza dei giovanetti e delle giovanette che in alcuni mesi dell’anno, spinti per lo più dalla miseria, emigrano a torme dalla Diocesi nostra e si recano alle pianure piemontesi e lombarde per la raccolta e mondatura dei risi.

La proposta venne accolta con plauso generale; e persone meritevoli d’ogni encomio, sia della Diocesi piacentina, sia delle limitrofe di Bobbio, Lodi e Pavia, risposero pronte e volonterose alla chiamata.

Si tratta, come ognuno vede, di un’opera di carità insigne e della massima importanza. Molti e gravissimi infatti sono i pericoli e i mali a cui vanno incontro quei poveretti; pericoli e mali morali e fisici, facili ad immaginarsi.

Urge pensare al rimedio; urge provvedere perché non abbiano i miseri a cadere vittime d’ingordi speculatori, perché sieno premuniti contro le insidie tese alla loro fede, perché abbiano tempo e modo di santificare il giorno festivo, perché la loro moralità sia tutelata, perché vengano meglio retribuite le loro fatiche, perché insomma lontani dalla famiglia trovino difesa, protezione, conforto.

A conseguire il nobilissimo intento bisogna anzitutto conoscere quanti siano in ciascuna parrocchia i giovanetti e le giovanette che si trovano nell’accennata condizione.

Favorirà pertanto la S.V. di completare, con la maggiore diligenza possibile, l’unito foglio e di trasmetterlo sottoscritto a me[13]..

 


 

3. LA “QUESTIONE ROMANA”

 

La conciliazione tra «lavoro e capitale, libertà e autorità, uguaglianza e ordine» deve essere operata anche tra la Chiesa e lo Stato.

L’uomo ha il diritto e il dovere di amare la religione e la patria. Il conflitto tra i due sentimenti provoca gravissimi danni alla religione e inquietanti problemi di coscienza. Il «funesto dissidio» deve cessare al più presto, «a bene soprattutto delle anime».

L’usurpazione di diritti legittimi deve essere condannata, l’usurpatore deve riparare, la libertà del Papa deve essere restituita integralmente. Ma in un regime parlamentare non si può sperare dallo Stato riparazione e sanazione, se nel Parlamento non entrano uomini onesti e retti, che abbiano a cuore il vero interesse del popolo e lo rappresentino nella sua identità di popolo tradizionalmente e culturalmente cattolico. Sognare una restaurazione miracolosa è antistorico; invocarla da estranei sarebbe fatale.

Solo la partecipazione dei cattolici alla vita politica della nazione può preparare la conciliazione tra la Santa Sede e l’Italia e rimuovere gli ostacoli politici alla libertà dell’evangelizzazione. La ricristianizzazione è l’unico movente dell’atteggiamento di Mons. Scalabrini nei confronti delle questioni politiche e sociali dell’epoca.

 

 

 

a) LE RAGIONI PROFONDE DEL CONCILIATORISMO

 

«La ragione riconciliata con la fede, la natura con la grazia»

 

Iddio lo vuole! (...) Vuole la ragione riconciliata con la fede, la natura con la grazia, la terra col Cielo, l’opera delle creature coi diritti del Creatore. Vuole che lavoro e capitale, libertà e autorità, uguaglianza e ordine, fraternità e paternità, conservazione e progresso si chiamino e si aiutino anch’essi come contrapposti armoniosi. Vuole che tutti gli elementi della civiltà, scienze, lettere, arti, industrie, ogni interesse legittimo, ogni legittima aspirazione, abbiano nella religione, nella Chiesa, nel Papato, impulso, norme, soccorso, elevazione, consacrazione divina[14].

 

 

«Religione e patria!»

 

La patria terrena e la patria celeste. Oh, si, amiamo la prima. Essa è un dono di Dio. L’amarla, il procurarne la prosperità e la grandezza entra nel sublime precetto della carità ingiunta dal Vangelo, ma per amarla davvero associamo al suo amore l’amore della Religione che ci guida alla patria eterna.

Religione e patria! Questi due supremi amori dei nostri avi, queste due aspirazioni di ogni cuore gentile, debbono, come figlie dello stesso padre, darsi il bacio di pace, debbono amarsi ed aiutarsi a vicenda: quod Deus conjunxit homo non separet[15].

 

 

«L’Italia sinceramente riconciliata con la Sede Apostolica»

 

Religione e Patria: queste due supreme aspirazioni di ogni anima gentile, si intrecciano e si completano in quest’opera d’amore e di redenzione che è la protezione del debole e si fondono in un mirabile accordo. Le miserabili barriere elevate dall’odio e dall’ira scompaiono, tutte le braccia si stringono calde d’affetto, le labbra si atteggiano al sorriso e al bacio, e tolta ogni distinzione di classe o di partito, appare in essa bella di cristiano splendore la sentenza: Homo homini frater (...). Possa l’Italia sinceramente riconciliata con la Sede Apostolica emulare le antiche sue glorie, ed un’altra aggiungerne imperitura, avviando sui luminosi sentieri della civiltà e del progresso anche i suoi figli lontani[16].

 

 

«Santissimi amori l’amore di religione e l’amore di patria»

 

Dopo il malgoverno che della misera patria nostra hanno fatto coloro, i quali si usurparono il privilegio di chiamarsene amanti, ci vorrebbe davvero una buona dose di sfacciataggine per appellare nemici del paese noi, che ci siamo opposti a tutte le angherie, ai soprusi, alle iniquità, alle spogliazioni, ai delitti, onde fu condotto allo Stato della presente inopia. Sono accuse ridicole queste. Noi sentiamo di meritare tanto più il nome di buoni italiani, quanto meno ci siamo immischiati nelle gesta di chi ha tradito e rovinato l’Italia.

Del resto, santissimi amori l’amore di religione e l’amore di patria.

Sono due grandi e nobili ideali. Tutti e due uniti col nostro primo vagito, tutti e due morranno col nostro ultimo respiro. Ma gli slanci generosi dell’uno non devono soffocare le sublimi aspirazioni dell’altro.

La giustizia non può essere spenta dal patriottismo. Le sorti d’una patria, che si deve lasciare, non possono prevalere sui destini immortali che ci attendono, né questi si possono conseguire senza quei mezzi necessari che la società deve prestarci coll’osservare quelle leggi che Dio ha dato agli uomini pel loro bene presente e avvenire[17].

 

 

«La fede sempre più si estingue»

 

Nessuna coerenza di principi, nessuna cognizione dei tempi, nessuna direzione uniforme e sicura. Una confusione, un bizantinismo da non dirsi (...). Intanto la fede sempre più si estingue, la carità sempre più si raffredda e sempre più cresce l’odio del laicato contro il Clero. Le conseguenze non possono essere che fatali e chi sa per quanto tempo dovremo subirle[18].

 

 

«Una febbre tormentosa»

 

Mi è però rimasta addosso un’altra febbre ed è quella che proviene dal vedere come tanti e tanti si vanno allontanando dalla Chiesa per opera di chi non dovrebbe studiare che di avvicinarneli. Voi sapete quanto questa febbre sia tormentosa (...). Curiosa davvero! I cattolici devono starsene fuori del Parlamento e poi si promuovono e si caldeggiano petizioni da indirizzare al Parlamento! Sarà coerenza questa, io non la comprendo[19].

 

 

«Tranquillizzare la coscienza»

 

Comprendo benissimo, Padre Santo, tutta la difficoltà della cosa, pur tuttavia prego Iddio e lo scongiuro che conceda alla Santità Vostra il lume e la forza necessari per approfittare del momento e di non permettere che abbiate a lasciarvi sfuggire l’occasione che vi si offre ora, naturalissima, di far ciò che presto o tardi dovrà pur farsi, e di tranquillizzare la coscienza di tanti poveri operai, contadini, impiegati, la coscienza vale a dire di tutti coloro, i quali per ragione della condizione loro si troveranno, dirò così, obbligati a trasgredire il divieto della S. Sede, divieto ch’io non so come potrebbe di nuovo pubblicarsi, nell’attuale stato di cose, senza togliere i più da quella buona fede che li rende scusabili in faccia a Dio e senza incontrare molestie d’ogni sorta da parte del potere civile. Taccio che questa, umanamente parlando, è l’unica via che ancora rimare per rivendicare con qualche speranza di riuscita i Sacrosanti diritti della Chiesa e della S. Sede Apostolica[20].

 

 

«Bramiamo veder cessato il funesto dissidio, a bene soprattutto delle anime»

 

Né solamente, Padre Beatissimo, Voi parlate di pace, ma additate inoltre all’Italia i mezzi sicuri per conseguirla. Infatti premettendo Voi che la Chiesa Cattolica, società perfetta e giuridica, la quale ha in se stessa la virtù di rendere felici i popoli e le nazioni di tutti i tempi, non deve sottostare ad alcuna terrena podestà, ma godere della libertà più assoluta, bene a ragione ne deducete che eguale indipendenza e libertà deve godere il supremo suo Reggitore, il Vicario di G. C., il successore legittimo del Principe degli Apostoli.

Tolta questa indipendenza e questa libertà Voi ci insegnate che l’azione della Chiesa viene inceppata in modo da non potere esercitare nel mondo la sublime sua missione, missione di santità, di scienza, di carità; e con accento che dagli occhi ci spreme le lagrime, proclamate, che a questi tempi siete più che in poter Vostro, in potere degli altri: Verius in aliena potestate sumus quam nostra.

Ne soffrite Voi, Beatissimo Padre, e ne soffrono ahi quanti vostri figli! Ma non ne soffre meno l’Italia, questa primogenita delle nazioni, che Voi amate a buon diritto di un amore tutto particolare.

Ad essa infatti, ecco che Voi, degno rappresentante di Colui che volle esser chiamato Principe della pace, Vi fate incontro, studiandovi con affetto più che paterno, di riconciliarla col Pontificato Romano, sorgente invidiata d’ogni sua grandezza, prima e più pura sua gloria. Tale Vostro pietoso divisamento si parve dalla memoranda Allocuzione Concistoriale del 23 Maggio u.s., e più luminosamente ancora dalla lettera del 15 Giugno successivo diretta all’E.mo Vostro Segretario di Stato.

A questi due gravissimi e splendidi documenti, noi Vescovi della Provincia Ecclesiastica Modenese, insieme a quelli delle Diocesi di Parma, di Piacenza e di Borgo S. Donnino, facciamo ora atto di piena adesione, perché ci sta sommamente a cuore la libertà della Chiesa e del suo Capo augusto, e perché ardentemente bramiamo con Voi, Padre Beatissimo, veder cessato il funesto dissidio, a bene soprattutto delle anime[21].

 

 

 

b) LE RAGIONI STORICHE DELLA QUESTIONE ROMANA

 

«Sta per compiersi il XXV anniversario della occupazione di Roma»

 

Sta per compiersi, come sapete, il XXV anniversario della occupazione di Roma, e quell’avvenimento che tanti guai apportò all’Italia ed è cagione di tanto lutto al mondo cattolico, si vuole celebrare con feste clamorose, nonostante che uomini di provato senno politico le abbiano giudicate inopportune.

Noi quanti siamo cattolici ed italiani le diciamo sconsigliate e dannose, com’è sconsigliato e dannoso tutto ciò che semina la discordia, che fomenta le ire di parte, che rende sempre più vivo il fatale dissidio tra la Chiesa e lo Stato, che scinde le forze del nostro paese.

Pensate qual dolore debba provarne il Papa!

E non ci adopreremo noi per rendergli quel dolore meno amaro? Non siamo noi membri della grande famiglia di cui Egli è il Capo? Non è Egli il padre delle anime nostre? Non è a Lui che dobbiamo tutto nell’ordine spirituale? E nell’ordine stesso materiale, se ben si riflette, di quanti benefizi non andiamo a lui debitori? In tanto scompiglio di idee, in tanta convulsione dell’ordine sociale, guai al civile consorzio, guai a noi se il Papa non fosse!

Cattolici ed italiani, no, non possiamo né dobbiamo rimanerci spettatori indifferenti della guerra che si muove a Lui, e in Lui a ciò che vi è di più glorioso, di più nobile, di più grande nella patria nostra. Oh! è bello dichiaraci per Lui, soffrire e combattere con Lui, allora specialmente che questo Papa si chiama Leone XIII.

Circondiamolo pertanto di sempre maggior affetto; e poiché quello che sta ora in cima ai suoi pensieri è l’unione di tutti i popoli alla sua Cattedra, stabilita da Dio come centro di verità sulla terra, cooperiamo noi pure a questo fine santissimo, prestandogli, noi per i primi, quell’obbedienza alla quale egli ha pieno diritto, a motivo appunto della sua suprema Autorità e del suo Magistero infallibile; obbedienza pronta, ilare, generosa, obbedienza ispirata dall’amore, la sola degna di anime grandi e di nobili cuori; obbedienza intera che unisce i fedeli al loro parroco, i fedeli e il parroco al loro Vescovo, i fedeli, il parroco e il Vescovo al supremo Pastore[22].

 

 

«L’orrendo delitto»

 

Parliamo di quell’orrendo delitto onde fu macchiata la nostra patria nell’infausta notte del 13 Luglio scorso. Vi è spirito bennato che non si sentisse per ciò riempire di orrore insieme e di vergogna?

Un grido d’indignazione si levò tosto in ogni angolo della terra da milioni e milioni di cuori, e Noi pure Ci sentimmo in dovere di umiliare, come abbiam fatto, ai piedi del comun Padre le Nostre proteste e come Vescovo e come italiano, facendoci interpreti anche dei vostri sentimenti, o V.F. e D.F., che tante prove di attaccamento deste sempre all’immortale Pio IX e al suo degnissimo Successore.

Noi vi esortiamo a non volere in ciò darvi requie, ma a voler anzi eccitare sempre più in voi medesimi quello spirito di azione e di sacrificio, di zelo e di coraggio, che è tanto necessario ai dì nostri per la difesa dei sacrosanti diritti della Chiesa e del suo Capo augusto.

Non vale più illuderci. Un cattolicismo speculativo e mentale, una religiosa neutralità, non basta; non è più possibile nella presente società, nella convivenza attuale. Bisogna uscir dall’incognito e manifestarci a viso aperto per quello che siamo, cioè interamente, francamente e sinceramente cattolici. A che tante paure, tanti umani riguardi? (...)

È necessità, è dovere di ciascheduno, opporre alla pubblicità del male, la feconda, la salutare, la santa pubblicità del bene[23].

«Libertà, solo questo la Chiesa domanda»

 

Tutte le forme di Governo la Chiesa accoglie e benedice, perché tutte, dalla monarchica assoluta alla democratica più larga, sono per se stesse egualmente legittime; perché sa troppo bene che la tranquillità degli Stati e il vero benessere dei popoli dipendono, non tanto dalle forme di Governo, quanto dalle qualità degli uomini chiamati ad applicarle; perché essa piglia l’uomo prima che il cittadino, e lo considera prima nelle mani di Dio che in quelle dello Stato.

Pellegrina celeste, ella non solo si accontenta di tutte le varietà civili e terrene, ma le abbraccia altresì e le segue, purché non impediscano la via del Cielo. Ella non vuol essere arbitra delle vicende proprie d’ogni ordinamento sociale, ma prescrive che non si offendano le sue leggi, che non si calpesti il suo magistero, che non si creda di far senza Dio, perché senza di Lui non vi sarebbe più altro che la potenza dell’arbitrio e l’impero della forza.

Ella usurperebbe più o meno i diritti del potere politico quando venisse ad intromettersi nei generi di alleanze, che possono meglio convenire ad uno o ad altro Stato, nelle istituzioni degli eserciti, degli scambi, delle imposte, delle finanze, di ciò insomma che si riferisce all’economia, alle armi, alle industrie, al commercio. Ma se in tutte le questioni politiche, economiche, amministrative, la Chiesa, guardando al lato morale, giudicherà che le alleanze fatte per usurpare l’altrui o per opprimere i deboli sono ingiuste; che la partigianeria, il favoritismo e la corruzione nell’amministrare la giustizia è iniquità; che l’insegnare gli errori e le malvagie dottrine alla gioventù è tradimento; che il commercio, l’industria, il lavoro, la proprietà aggravata da soverchi balzelli è grave iattura dei popoli; che lo spergiuro e la ribellione sono orrendi delitti; che i lavori e i traffici nei dì festivi sono scandali esecrandi; che il così detto matrimonio civile senza il matrimonio religioso è turpe concubinat