PARTE III

 

UOMO DELLA PAROLA E PER LA PAROLA

 

 

 

Lo Scalabrini dichiara esplicitamente che le sue iniziative apostoliche più caratteristiche (catechesi, visite pastorali, emigrati, sordomuti) non sono che adempimento del mandato missionario di Cristo: «Andate e insegnate». È l’uomo del kerigma, dell’annunzio missionario del Vangelo.

Nella diocesi di Piacenza adotta un nuovo stile pastorale, contrassegnato dall’amministrazione intensa della Parola e dei Sacramenti, guidato da un’ardente «sete delle anime» e caratterizzato dal contatto diretto con tutto il popolo, di tutte le classi, in tutti i luoghi.

Cinque visite pastorali condotte personalmente in oltre 300 parrocchie, tre sinodi diocesani, settanta lettere pastorali sono una prova concreta della sua aspirazione a farsi tutto a tutti per guadagnare tutti a Cristo.

Convinto che l’istruzione religiosa è il gran mezzo dell’educazione cristiana, ridà alla catechesi il primato nell’evangelizzazione e nella ricristianizzazione di una società in rapida scristianizzazione per l’anticlericalismo, il razionalismo e il materialismo. Si fa quindi pioniere del nuovo movimento catechistico, chiamando al ministero della catechesi migliaia di laici, mirando a fare dei genitori i primi catechisti dei figlioli, in seno alla famiglia, «chiesa domestica» in cui si prega e si legge il Vangelo.

Il «guai a me se non evangelizzo!» trova espressioni realistiche nell’istruzione dei sordomuti, nell’ideale evangelico, non limitato agli handicappati fisici, di ridare l’udito ai sordi e la parola ai muti, e nel ricupero della sacralità della festa, giorno della celebrazione gioiosa e comunitaria del banchetto della Parola e del Pane eucaristico.

 

 

 

 

1. PASTORE

 

«Il bene delle anime soprattutto» è l’obiettivo dell’azione e dell’attività sacerdotale ed episcopale: alla salvezza degli uomini sono subordinati scelte e comportamenti. L’apostolo non può rimanere chiuso nel tempio: come il Buon Pastore esce dalla tenda, esce dalla sagrestia, va in cerca delle pecore disperse nei piani e sui monti, per «predicare a tutti Gesù Cristo e questi crocifisso», pronto a dare la vita, prodigo di tutte le forze fisiche e morali.

Fides ex auditu, auditus autem per Verbum Christi. Cristo è il Verbo; «la parola di Cristo non è meno del corpo suo». «La Chiesa senza predicazione sarebbe un’utopia, il sacrificio senza la parola sarebbe una commemorazione inefficace».

L’istruzione senza l’educazione è sterile. Papa, vescovi, sacerdoti e genitori hanno il diritto e il dovere inalienabile di educare. La famiglia, seconda anima dell’umanità, è il luogo della prima educazione cristiana. Il giorno festivo è il tempo dell’istruzione e dell’educazione nella fede: il momento in cui tutte le famiglie diventano una sola famiglia e anticipano la Gerusalemme celeste.

 

 

a) UNA NUOVA PASTORALITÀ

 

«Quelli che mi desti li ho custoditi»

 

Pregate anche per me che in questo dì, vigesimo anniversario della mia consacrazione a Vescovo delle anime vostre, sento più che mai il carico della responsabilità che ho per voi innanzi a Dio. Pregate, o miei buoni e carissimi figli, perché Egli mi conceda la grazia di amarvi sempre come vi amo, e che giunto all’estremo della mia vita, nel riconsegnarvi a Lui, io possa dirgli con serena fiducia: Padre, quelli che mi desti ho custoditi, e niuno di essi è andato perduto!1.

 

 

«Guadagnar tutti a Cristo, ecco la costante, la suprema aspirazione dell’anima mia»

 

Sei lustri ormai sono scorsi, dacché questa eletta porzione del gregge di Cristo veniva alle mie cure affidata, e di questa a Lui dovrò un giorno, che non può essere lontano, rendere strettissimo conto. Potrò io dirgli con serena fronte: Signore, quelli che mi desti li ho custoditi e nessuno di loro si è per mia colpa perduto?

Pensiero terribile che mi sta del continuo innanzi alla mente, e che mi stringe, mi sprona a riparar con una visita generale, diligentissima, alla mancanza e ai difetti del mio non breve governo episcopale.

Vi annunzio pertanto, fratelli e figli miei, che ho stabilito di intraprendere personalmente la sesta Visita pastorale di tutte e singole le parrocchie della diocesi.

Se dovessi guardare alla mia età, dovrei certo andarne sgomento; ma è così vivo in me il desiderio di rivedervi ancora una volta e di indirizzarvi ancora una volta la mia parola di pastore e di padre, che ogni difficoltà mi par nulla, e leggiera mi sembra ogni fatica.

Del resto non in me stesso confido, conscio qual sono della mia pochezza, ma nell’aiuto del supremo Pastore Cristo Gesù; di Lui che recavasi attorno per le città e per i villaggi, evangelizzando e sanando ogni infermità fra il popolo, e che, dopo aver bagnato dei suoi sudori la terra, diede per le sue amate pecorelle il sangue e la vita.

Nel nome di Dio adunque verrò a voi, dilettissimi; e verrò per annunziarvi i suoi voleri, per richiamarvi le verità eterne, per premunirvi dal veleno dell’errore, per correggere, se mai vi fossero, abusi, per ricondurre all’ovile la pecorella smarrita, per chiamare sul capo dei vostri figli le benedizioni del cielo, per pregare con voi l’eterno riposo ai vostri cari defunti, per recare a tutti i conforti dello spirito e animarvi al bene.

Me felice, se al termine della visita potrò in verità ripetere coll’Apostolo: Mi sono fatto tutto a tutti per guadagnar tutti a Cristo.

Guadagnar tutti a Cristo, ecco la costante, la suprema aspirazione dell’anima mia2.

 

 

«Il bene delle anime soprattutto»

 

Avete però fatto benissimo a dire chiare le cose come sono, e non mi offende punto che abbiate spedito qualche mia lettera là, dove credeste opportuno spedirle, giacché voi sapete che io ho nulla di secreto coi superiori. L’amor proprio soltanto se ne risente un pochino, trattandosi di lettere confidenziali ad un amico del cuore qual siete voi, e quindi buttate giù proprio, come suol dirsi, alla carlona.

Del resto, la verità, la giustizia, il bene delle anime soprattutto, ecco la mia, come la vostra ambizione.

Non ci perdiamo di coraggio, caro amico; calma, fortezza e preghiera; fisso lo sguardo a Gesù Cristo e fidenti in Lui solo3.

Ho, a chi ci intendiamo, scritto e più volte e sempre forte e alto, forse troppo alto. Gli ho detto perfino che presto dovrà trovarsi innanzi a Dio, al quale dovrà rendere conto dell’esercito di anime, che si va perdendo, e dei dolori ineffabili causati ai Vescovi, i quali non hanno ormai più libertà né di parola, né di azione, perché sopraffatti dalla inframettenza dei laici, incoraggiati e premiati da chi dovrebbe infrenarli; e più dal solito partito farisaico, tollerato, e più favorito nell’atto che va scomponendo l’ordine gerarchico istituito da G.C. ecc. ecc. (...).

Io seguo la mia strada profondamente persuaso che i Vescovi fedeli ed ossequiosi non sono già coloro che, per malinteso rispetto, fomentano certi inganni e forse se ne valgono, ma coloro, e sono pochi, poveri minchioni! che sacrificano la loro pace, il loro avvenire e tutto, perché il Santo Padre sia fatto accorto dell’inganno e sia libera la Chiesa dalle disastrose conseguenze degli errori4.

Pur troppo le cose vanno male e male assai. Tutti lo veggono, e nessuno pensa al rimedio! Non c’è proprio da sperare più che in Dio. Ora che neanche le trombe più sonore bastano a scuotere dal sonno i dormienti, e a far crollare le ultime illusioni, lasciamo un po’ fare a lui. Noi tiriamo innanzi tranquilli e pensiamo a salvar il maggior numero di anime che possiamo. Non può mancarci l’amore dei buoni e la ricompensa di Dio5.

Per me... non est salus nisi a Domino. Farci frati, diventare Savonarola? Sarebbe buona cosa la prima per chi ha vera vocazione; gloriosa la seconda per chi si sente da tanto; ma sarà miglior cosa, forse, non ne far niente; attendendo col maggior impegno possibile a promuovere la gloria di Dio e il bene delle anime, sicuri che si scimus tacere et pati videbimus auxilium Domini.

Lavoriamo intanto, preghiamo e speriamo tempi migliori6.

 

 

«Signore, abbi pietà del Pastore, pietà del gregge!»

 

Figliuoli miei dilettissimi, ascoltate la voce di chi non cerca, non desidera, non vuole altro che il vostro bene. Più volte vi dissi, e m’è dolce ripeterlo, che incessante oggetto di consolazione e di gioia mi è la vostra fede, la vostra pietà, il vostro devoto e sincero attaccamento alla Chiesa; pure io non posso dissimulare, devo dirvelo per dovere di coscienza, guai a me se tacessi! il male è anche fra noi, ed assai grave. O Piacenza! o città prediletta, pensa alla fede dei tuoi padri; vedi come sei scaduta dall’antica grandezza! Chi ti tradì? chi ti ridusse a tale? Giacché molti io vedo fra le tue mure i quali vivono dimentichi d’ogni dovere che loro impone la fede, che la oltraggiano con sataniche bestemmie, che offendono continuamente Dio con una vita affatto pagana, che profanano i suoi giorni santi, che si danno alla lettura di libri e giornali blasfemi, che osteggiano la Chiesa e i suoi fedeli ministri, che si lasciano trasportare come fanciulli da ogni vento di dottrina, solo che venga annunziato loro con ciarlatana gravità e con ignorante orgoglio da uomini astuti e turbolenti. Deh, che fate, figli miei? Sono queste adunque le opere della vostra fede? è così che rispondete ai benefizi, dei quali vi fu largo il Cielo? Vergogna vostra, vergogna della vostra città! Non vedete che operando in questa maniera vi rivoltate con matta superbia contro l’Onnipotente, che contristate i Santi vostri Patroni e l’istessa Madre di Dio e madre vostra, Maria Santissima? Deh, Signore, ascolta il gemito dell’anima mia profondamente amareggiata! Perché mi serbasti tu in questo tempo di aberrazione e di delitto? Quando avranno fine questi giorni di turbamento e di profanazione sacrileghe? Deh, Signore, abbi pietà del Pastore, pietà del gregge!

Non mancano però, in mezzo ai dolori, i conforti. È conforto, o miei cari, il pensiero che c’è lassù chi tien conto di tutto ciò che soffriamo, e che prima di Noi fu sofferto dal Nostro divino Duce e Maestro. È conforto, anzi è balsamo soavissimo, la coscienza di patire per la giustizia, e di patire senza odio, anzi con amore di chi ci perseguita, perché si converta e viva7.

 

 

«Tali pastori si richiedono ai giorni nostri»

 

II parroco poi, come ben sapete, e il debitore di tutti, sempre pronto ad aiutare tutti. Si devono tuttavia evitare due eccessi opposti.

Parliamo praticamente, come conviene ad un padre.

Alcuni si dedicano cosi intensamente alla salvezza degli altri, da perdere a poco a poco lo spirito, finendo col perdere se stessi senza guadagnare gli altri. Si ricordino che potranno giovare agli altri solo nella misura in cui gioveranno a se stessi. Perciò anzitutto coltivino la pietà, perché «pietas ad omnia utilis est», ma specialmente alle opere del ministero. Meditino le parole di Cristo Signore: «Sicut palmes non potest ferre fructum a semetipso nisi manserit in vite, sic nec vos nisi in me manseritis» (Jo. 15, 12). Perciò non trascurino mai se stessi, ma siano solleciti della propria santificazione (...).

Altri, invece, si stabiliscono nella loro casa parrocchiale, come i negozianti nelle loro botteghe. Se sono richiesti, sono subito a disposizione, né trascurano l’istruzione dei fedeli presenti; ma per il resto non sono mossi da nessun zelo. Non pensano alle necessità e ai pericoli delle loro pecorelle: trascurano per prudenza intempestiva, pusillanimità o indolenza i mezzi necessari. Questi uomini si possono paragonare alle bandiere, issate bene in vista sui torrioni, che non sventolano né si increspano per soffiar di venti. Ne parla il Profeta: «Nihil patiebantur super contritione Israel» (Amos 6, 6). Non dev’essere così la vita di un pastore. Ricordate bene che cosa abbia comandato il padre di famiglia al suo servo:«Exi in viam et saepes et compelle intrare» (Luc. 14, 21-24).

Tali pastori, pieni di zelo, assolutamente si richiedono ai nostri giorni8.

 

 

«Uscite di sagrestia, ma uscite per santificare»

 

Voi primieramente, venerabili fratelli e cooperatori miei dilettissimi, ritempratevi ognor più nello spirito della vostra vocazione. Proseguite animosi nelle vostre parrocchiali fatiche, ché non debbono esser premiate dal mondo, ma da Colui che vi ha chiamati all’onore inestimabile di rivestire la sua divina Persona nell’opera di salvare le anime. Raddoppiate di operosità e di vigilanza, parlate chiaro e parlate alto, affine di premunire i vostri greggi dalle arti dei seduttori. In questo tempo massimamente, promovete con tutto zelo nel popolo la istruzione e la pietà. Uscite pure, come oggi suol dirsi di sagrestia, ma pieni la mente e il cuore dello Spirito Santo, uscite per santificare. I sacrifizi del vostro santo ministero sono grandi, grandissimi oggi ch’egli è tanto attraversato da ogni maniera di ostacoli, ma essi, infino al più lieve, sono tutti contati lassù. Pazienza adunque e coraggio!9.

 

 

«Usciamo dalle nostre tende!»

 

Oggi, come si esprime benissimo un insigne letterato moderno, non è più consentito starcene neghittosi nelle nostre case sospirando o piangendo, quando il fuoco della miscredenza e della immoralità si dilata e minaccia di distruggere (come umano fuoco può fare) l’arca della fede nelle nostre contrade. Usciamo dunque dalle nostre tende; e innanzi tutto ricordiamoci che non abbiamo altre armi che la fede e la carità. Con queste armi entriamo, secondo che le leggi civili e la coscienza di cattolici consentono, nella vita pubblica, senza guardare a parti politiche; pronti a morire anziché venire a patti mai col falso e l’ingiusto. Entriamo nella vita pubblica, non come nemici del potere costituito, ma come instancabili avversari del male, ovunque esso sia; entriamoci come uomini d’ordine che sappiano, seguendo l’esempio di Cristo e della sua Chiesa, tollerare anche il male; ma approvarlo o farlo essi stessi, non mai10.

 

 

«La Visita Pastorale e la celebrazione del Sinodo»

 

Voi siete il Nostro gaudio e la Nostra corona, né pericolo di catastrofe, né violenza di circostanze inopinate, né tribolazioni di sorta alcuna, varranno mai a separarci da voi; e deh, con Gesù Cristo, Pastore eterno delle anime Nostre, possiamo Noi dire con verità quando sarà tempo: Padre, quegli che mi desti ho custoditi, e nessuno di essi si è perduto (...).

La tristezza dei tempi, lo scompiglio delle passioni, l’audacia dei partiti (che giova illuderci?), produssero altrove gravissimi mali e non lasciarono intatta la Nostra Diocesi (...).

Un certo spirito di egoismo e d’interesse si sforza d’invadere anche le classi meno agiate e spingerle a illeciti guadagni. Che più? la crescente generazione è affascinata da ridenti menzogne e studiasi ogni via per strapparla, se fosse possibile, ad ogni giogo, tranne a quello delle passioni. Ah, noi varchiamo un periodo di storia, che potrebbe riuscir fatale alla salvezza di molti! e ci preme nel più vivo dell’anima che tutti i Nostri buoni figliuoli abbiano a scampare da ogni laccio in questo secolo tenebroso, abbiano a tenersi costantemente nella via della verità e della giustizia.

Ciò accadrà senza dubbio, o Dilettissimi, se la fede non cesserà di regnare nel vostro cuore; se in ogni occasione vi manterrete docili alle materne cure e prescrizioni della Chiesa; se penserete sempre che un giorno a nulla varranno gli applausi del mondo, a nulla la protezione dei grandi, a nulla le ricchezze accumulate, a scapito della carità; ma che solo un’anima senza peccato, una coscienza retta e giusta innanzi a Dio, una vita rassegnata e piena di buone opere avranno diritto di ricompensa eterna (...).

A voi, Ven. Fratelli, pupilla degli occhi Nostri e sostegno della Nostra debolezza, altra raccomandazione non faremo che questa: leggete e meditate assiduamente, senza stancarvi mai, tutto ciò che di vostro comune accordo abbiamo prescritto nel Sinodo, venuto testé alla luce, essendo Nostra intenzione che esso entri pienamente in vigore, per tutta la Diocesi, col giorno 15 del prossimo Ottobre.

Quanto più a questo codice uniformerete la vostra condotta, tanto più santificherete voi stessi e santificherete gli altri, e sopra voi stessi e sopra gli altri attirerete le benedizioni di Dio (...).

La sacra Visita Pastorale e la celebrazione del Sinodo, ecco pertanto, V.F. e D.F., due gravissimi e importantissimi obblighi del Nostro Pastoral Ministero, coll’aiuto del Dio, felicemente compiuti11.

 

 

«Senza perderci nel passato, bensì preparando l’avvenire»

 

Grazie mille della cortese ed edificante sua lettera. Parmi che lo Spirito Santo le abbia concesso il sensum Christi per conoscere sì presto e sì bene lo stato della sua Diocesi.

Il clero che vive isolato sulla montagna, in generale, è buono, senza pretese, devoto al Vescovo. Più che di correzioni e di atti autoritari, abbisogna di incoraggiamento e di spinte amorevoli a fare il bene secondo i tempi. Non avrà pene dal suo Clero, parlo, ripeto, in generale.

Sì, ven. confr., bisogna, senza perderci nel passato, bensì preparando l’avvenire, ridestare nella generazione crescente lo Spirito cristiano, mezzo rovinato in gran parte degli adulti. Cosa non troppo difficile, se Dio le concederà la grazia di fare quello che medita. L’onda religiosa di spirito cristiano, per mezzo dei giovani raccolti negli oratorii, potrà far penetrare nelle famiglie. Queste sono sempre sensibilissime al bene che si fa ai loro figliuoli. Aver cura dei fanciulli e degli infermi, ecco i due mezzi per guadagnar tutto a Dio. È ciò che ripeto ai Parroci della mia Diocesi12.

 

 

«Instaurare omnia in Cristo»

 

È assolutamente necessario riporre Iddio alla testa della società; ricondurre gli uomini a Gesù Cristo, via, verità e vita; richiamarli alla Chiesa, madre, maestra, tutrice e vindice d’ogni diritto e d’ogni legittima autorità; è necessario educare cristianamente la gioventù, santificare la famiglia, ristabilire, a norma delle prescrizioni e costumanze cristiane, l’equilibrio fra le diverse classi sociali, camminare nella professione franca ed aperta della fede, esercitarsi in ogni opera di carità, senza verun riguardo a se stessi ed a vantaggi terreni; è necessario, in una parola, ristorare ogni cosa in Cristo. Qui è il rimedio ai Nostri mali; qui, qui solo è riposto il segreto di quella grandezza e di quella forza che valgono ad assicurare la pace e la prosperità così delle famiglie come delle nazioni13.

 

 

«Sarei disposto anche al sacrificio della vita»

 

Non abusate più oltre della bontà, pazienza e longanimità divina, non vi illudete più oltre. Scuotetevi dal vostro sonno di morte, rientrate in voi stessi, ritornate a coscienza, riconciliatevi con Dio. Questa è la preghiera del vostro pastore e padre che sinceramente vi ama. Abbiate, o miei cari, pietà di voi stessi. Temete, oh! si, temete che venga dì, in cui per vostro infortunio estremo cerchiate tempo a penitenza, senza poterlo trovare. Se oggi udite la voce del Signore, fate e fate tosto. Vi spaventa forse il numero e la gravità delle colpe? O temete che Dio, da voi tanto offeso, non sia per accogliervi amorevolmente? Ah! se io, misera creatura, sfornito qual sono di ogni virtù, adesso tanto mi struggo per il desiderio del vostro bene, che parmi sarei disposto al sacrificio anche della vita, pur di vedervi ritornare alla casa del Padre vostro celeste, come non arderà egli di stringervi al suo seno, egli che è il Dio buono, clemente e misericordioso, egli che si protesta di non volere la morte del peccatore, ma che si converta e viva? Coraggio adunque! Vincete ogni timore, o carissimi, e siate certi dell’aiuto divino. Ridivenuti amici di Dio, eredi del paradiso, gusterete in questa vita la pace dei giusti, e nell’altra la gioia degli eletti14.

 

b) LA VISITA PASTORALE

 

“Verremo a predicarvi con tutta semplicità Gesù Cristo e questo crocifisso”

 

No; non v’aspettate da Noi sublimità di eloquio, artifizii di umano sapere; verremo a predicarvi con tutta semplicità Gesù Cristo e Questi crocifisso; Gesù Cristo che è la Via, la Verità e la Vita; Gesù Cristo, senza la cognizione del Quale indarno ci affaticheremmo per giungere a salvamento; Gesù Cristo, la sua im{12}mensa Carità, i suoi Misteri, la sua Dottrina, il magistero infallibile della sua Chiesa, ecco ciò che verrà ad animare, ad accrescere la vostra fede. Oh la fede! Quanto, o Dilettissimi, non deve starvi a cuore! Imperocché nel possedimento solo di essa, come dice S. Agostino, può l’umano intelletto aver riposo, essendo essa che ci rende sicuri di quanto speriamo ottenere e che ci mette qui in terra in un possesso anticipato del Cielo. Noi quindi Ci studieremo, come è Nostro dovere, di ridestarla in tutti voi questa fede; quella fede viva e operosa per cui i Santi vinsero il Mondo salirono al regno, quella fede che annienta i prestigi della carne e del sangue, che dissipa colla sua luce le tenebre dell’umana ragione, che fa vedere le cose non quali appariscono, ma quali sono in realtà; quella fede che ci è scudo e lorica per resistere e per combattere da forti contro i principi delle tenebre e contro le spirituali nequizie; quella fede insomma che, a guisa di quotidiano alimento, corrobora nella grazia le potenze tutte dell’anima e forma, al dire di San Paolo, la vita del giusto: justus ex fide vivit (Galat. III. 11)[1].

 

“Nel nome di Dio verremo a voi”

 

Nutriamo pertanto ferma fiducia, che la rugiada del Cielo scenderà copiosa a fecondare le umili Nostre fatiche e le vostre, o Venerabili {17}Fratelli; sicché nell’illustre Chiesa Piacentina si veggano in breve rifiorire di novella bellezza, la purità de’ costumi, la modestia, la religione, la pace, e voi specialmente dobbiate spargere intorno il buon odore di Cristo. Sì, o V. F. e F. D., una saldissima speranza Ne sorregge e Ci promette, dalla Visita che siamo per intraprendere, il risvegliarsi del sentimento Cattolico, l’osservanza dei giorni festivi, il rispetto dovuto a’ sacri Templi, la frequenza alle solennità della Chiesa, a’ SS. Sacramenti, alle Scuole della Dottrina Cristiana; l’attaccamento alla gloriosa e Infallibile Sede di Pietro e al suo degnissimo Successore, il Grande, l’Angelico, l’Immortale Pio IX; finalmente la Carità, vincolo di perfezione, anima dell’anima, germe e fondamento di ogni cristiana virtù.

Nel Nome di Dio adunque, nulla fidando nelle Nostre deboli forze, ma tutto attendendo dalla grazia del Santo suo Spirito; Noi verremo, o Figli desideratissimi, sperando ogni bene per la vostra salute dal Signor nostro Gesù Cristo, il quale è il sostegno dei Vescovi della sua Chiesa; è la fiaccola che Li illumina; è il fuoco che Li riscalda, che comunica Loro la parola di vita, che Li anima ad annunziarla ai popoli, senza esitazione, senza tema, con tutta franchezza.

{18 }Felici Noi, se Ci verrà fatto di poter consumare in tal guisa la nostra carriera e di poter rendere così testimonianza all’Evangelio della grazia (Act. XX.), santificandovi tutti e vivendo frattanto in continua paurosa aspettazione del tremendo Giudizio di Dio![2].

 

“La più dolce delle consolazioni”

 

Per disporre poi convenientemente i fedeli a questa sacra Visita, ordino che la medesima sia preceduta in ogni parroc­chia da un corso di spirituali esercizi, o almeno da un triduo di predicazione straordinaria.

Nulla risparmiate, miei venerabili cooperatori, perché io venendo possa a tutti i miei figli dispensare il pane degli an­gioli, a tutti, dai giovanetti della prima Comunione a coloro che stanno sulla soglia della eternità, a tutti, senza eccezione.

Sarà questa, fratelli e figli miei, la più cara, la più dolce delle consolazioni che voi potrete procurare al vostro Vesco­vo in mezzo alle cure incessanti e alle gravi preoccupazioni del suo pastoral ministero.

Raccomandandomi di nuovo alle vostre preghiere e affret­tando coi voti più fervidi il momento di abbracciarvi tutti in Gesù Cristo, v’imparto con l’effusione del più tenero affetto la pastorale benedizione[3].

 

“Sono qui per farmi tutto a tutti”

 

Andate, disse G.C. ai suoi Apostoli, ammaestrate tutte le genti, insegnando loro di osservare tutte le cose che vi ho prescritto: docentes eos servare omnia quaecumque mandavi vobis. E gli Apostoli, obbedienti a quella voce, andarono, passando di città in città, di borgata in borgata, di paese in paese, ovunque si trovassero seguaci del Crocifisso, per reca­re a tutti la luce del vero e la vita della grazia.

Successore, benché indegno degli Apostoli, eccomi un’al­tra volta in mezzo a voi, figli carissimi e desideratissimi. Oh come volentieri vi riveggo dopo tanti anni! Ricordo ancora con viva compiacenza le prove che mi deste della vostra bontà la prima volta che posi piede in questa vostra insigne borgata e queste prove avete volute rinnovarle salutando il mio arrivo tra voi coi segni della più viva allegrezza. Ve ne ringrazio, cari figli, e ve ne ringrazio in nome di G.C. del quale io non sono che l’umile rappresentante. Non guardate in esso l’uomo, ché troppo è debole e infermo, ma sí appunto Colui che egli rappresenta e nel cui nome egli parla, nel cui nome egli opera, e le cui grazie egli è pronto a dispensarvi at­tingendole dai tesori della Chiesa (...).

Io sono qui venuto per recarvi la pace, per benedire le vo­stre famiglie, i vostri commerci, i vostri campi, la tomba dei vostri morti. Sono qui per farmi tutto a tutti: per parlare agli adulti col cuore pieno di paterno affetto; per invocare lo Spirito Santo sul capo dei fanciulli nella Confermazione: per consolare gli afflitti, per promuovere in ogni modo la gloria di Dio e la salvezza delle anime[4].

 

“Le anime vostre mi sono tanto care, quanto mi è cara l’anima mia”

 

Con la coscienza resa tranquilla, con la ricuperata pace del cuore, corroborati alla Mensa dell’Agnello divino, vi sarà dolce, o figli miei cari, unirvi al vostro Vescovo nelle sante funzioni ch’egli andrà celebrando. Noi ci recheremo insieme là dove riposan le ceneri dei vostri cari genitori, dei fratelli, delle spose, dei figli, dei parenti, degli amici, di tutti i vostri compaesani, e, prostrati su quelle sacre zolle, tra il mesto e il sublime silenzio delle tombe, imploreremo da Dio l’eterno riposo ai vostri poveri morti.

Voi, o genitori, mi condurrete poi nella chiesa i vostri fi­gli, perché io segni le loro tenere fronti col sacro Crisma e faccia discendere in essi lo Spirito Santo che li ricolmi dei suoi molteplici doni, affinché non siano dalla corruzione con­taminati e guasti.

Interrogati da me, o genitori, i vostri figliuoli sulle cose che ogni cristiano deve sapere per esser degno del nome che porta e per salvarsi, vi sarà grato udirli rispondere con soddisfazione, come spero, alle mie domande. Che se qualcuno dei figli vostri mostrerà di aver bisogno di maggiore istruzione, voi farete in cuor vostro alla presenza di Dio il santo proposi­to di vegliare in seguito con maggiore sollecitudine alla loro istruzione religiosa, accompagnandoli sempre al Catechi­smo...

Oh che santa giornata sarà per tutti voi, o miei cari, quella che passerete in compagnia del vostro Vescovo qualora, e non voglio dubitarne, la passiate nell’allegrezza del Signore e nella preghiera. Deh fate, o dilettissimi, che abbia poi a con­fortarmi il pensiero che anche questa volta la mia Visita ha fatto un po’ di bene alle anime vostre: alle anime vostre che mi sono tanto care, quanto mi è cara l’anima mia. Io non cer­co che le anime, non voglio che le anime dei miei figli, e che nessuna di esse si perda![5].

 

“Conosco le mie pecore e le mie conoscono me”

 

Posti Noi dallo Spirito Santo, avvegnaché immeritevoli, al governo di questa, per tanti titoli, illustre e gloriosa Diocesi Piacentina, d’altro più non Ci demmo pensiero, Venerabili Fratelli e Dilettissimi Figli, che di voi e della salute delle anime vostre ad ottener la quale, Dio Ci è testimone, daremmo ben volentieri, se fosse d’uopo, il sangue e la vita.

{4}Fu appunto pel desiderio della vostra salute, e per l’amore che vi portiamo ardentissimo in Gesù Cristo, che ci affrettammo di dar principio in mezzo a voi, come sapete, alla sacra Visita Pastorale.

Tardava troppo al cuore amoroso del padre il vedere cogli occhi propri l’aspetto de’ suoi figliuoli; tardava troppo alla sollecitudine del pastore il conoscere da vicino tutto quanto il suo gregge. Sia lode al Signore! I Nostri voti sono alfine compiuti.

Ora possiamo dire non esservi parte, benché remota, di questa mistica vigna, che non Ci sia nota appieno; possiamo, ad esempio del principe e modello dei pastori Gesù Cristo, ripetere con tutta verità: conosco le mie pecorelle e le mie conoscono me; possiamo affermare ciò che S. Paolo desiderava poter dire ai fedeli di Roma: con gaudio io venni a voi per volontà di Dio, e con voi tutto mi confortai[6].

 

“Abbiamo trovato in voi le consolazioni della fede”

 

Ci confortammo, e grandemente Ci confortammo, al vedere come lo spirito di religione, tanto combattuto dalla moderna empietà, viva ancora ed operi potentemente nel {5}cuore delle Nostre buone popolazioni, talmente che noi stessi pur ci gloriamo di voi nelle chiese di Dio.

Ci confortammo alle tante splendide significazioni e testimonianze filiali di riverenza e di affetto, che da ogni ordine di persone Ci vennero spontaneamente tributate dovunque, come se Cristo accogliessero e ciò lodavamo, non per veruna importanza che Noi intendessimo dare alla persona Nostra indegnissima, sibbene perché grandissima importanza Noi davamo, come sempre daremo, a quel sentimento di sommessione e di rispetto del popolo fedele, nel riconoscere l’autorità di Gesù Cristo, comunque meschinamente rappresentata nel Pastor Diocesano.

Ci confortammo insomma, per aver trovato in voi, o Dilettissimi, quelle consolazioni cui tanto apprezzava l’Apostolo, le consolazioni della fede di quella fede che fu mai sempre il più grande ornamento, la gloria più bella della patria nostra; l’oggetto più caro dei pensieri e delle sollecitudini dei nostri maggiori; che formò la loro vera felicità {6}in questa vita, e nel cui seno tranquillamente spirarono, a noi, come il tesoro più prezioso, raccomandandola.

Argomento di questa fede fu anzitutto il vedere accorrere ai tribunali di penitenza e accostarsi a ricevere dalle Nostre mani l’Eucaristico Sacramento, persone di ogni sesso, di ogni condizione, di ogni grado, giovanetti e fanciulle che per la prima volta accoglievano nel verginale loro cuore il mistico pane degli Angioli, con devota attenzione, con pio fervore, con dolci e commoventi melodie, con cantici di letizia e di ringraziamento.

Argomento di fede l’impegno vivissimo che misero tutti nell’intervenire a tutte le pubbliche preci, lasciando volentieri i loro lavori e i loro traffichi; nell’assistere devotamente alle sacre funzioni; nell’ascoltare con religiosa avidità la divina parola, cui più volte il giorno, e nelle parrocchie e nei pubblici oratorii e in qualsivoglia propizia occasione, non omettemmo di annunziar loro con libertà evangelica e con tutta semplicità, paternamente ammonendoli a star saldi nella fede e a camminare in maniera degna di Dio, piacendo a {7}Lui in tutte le cose, producendo frutti di ogni opera buona e crescendo nella scienza di Dio.

Argomento di fede la paziente solerzia che scorgemmo in tutti, si può dire, i Maestri e le Maestre della Dottrina Cristiana, nell’istillare in seno ai fanciulli, coi primi rudimenti della fede, il timor santo di Dio; la saggia premura de’ buoni genitori nell’inviarli per questo fine alla chiesa; il condurli che essi facevano dinanzi a Noi con trasporto di viva allegrezza, perché fossero col santo crisma segnati del segnacolo dei forti.

Argomento di fede l’aver Noi trovato le chiese generalmente o restaurate o abbellite, o in via pur anco di costruzione, per la splendida liberalità e per le pie elargizioni dei fedeli, che uniti ai loro degni pastori, zelanti e solleciti del decoro della casa di Dio, non perdonando a sacrificii, le providero anche di suppellettili, di sacri arredi, di preziose opere, di nobili lavori.

Argomento di fede finalmente il venirci incontro a gran festa di ogni popolazione che andavamo volta per volta visitando; il prostrarsi devote al Nostro passaggio per esserne benedette; l’accompagnarci che esse facevano per lunghissimo tratto {8}alla Nostra partenza, non ostante, il più delle volte, l’asprezza e difficoltà dei sentieri, l’imperversar delle piogge, il gonfiar dei torrenti, le intemperie e le molestie della stagione.

Oh quanto la rimembranza di queste cose Ci riempie di consolazione, o Carissimi! Potremmo noi dimenticarle? Non mai. Che anzi impresse Ci staranno continuamente nell’animo come un soave ricordo, in mezzo alle angustie e fatiche del formidabile Nostro Ministero.

Sì, ricorderemo sopratutto, con vera soddisfazione, i varii membri del Rev.mo Nostro Capitolo, che tanto, e con tanta abnegazione di sé medesimi, Ci coadiuvarono durante la lunga e faticosa peregrinazione.

Ricorderemo, con singolare compiacenza, la cordiale ospitalità ricevuta dai Nostri ottimi Vicarii Foranei, e da tutti in generale i Nostri amatissimi Parrochi, dei quali, nella massima parte, abbiamo dovuto encomiare l’amor dello studio, l’attività dello zelo, lo spirito di sacrificio, il desiderio del bene.

Con grato animo infine, ricorderemo l’aiuto efficacissimo, che, nella loro ammirabile operosità e sommessione, Ci prestarono del continuo gl’instan{9}cabili figli di S. Vincenzo de’ Paoli, precedendoci, quasi in tutte le trecento sessanta cinque parrocchie della Diocesi, come Angeli di Dio, a prepararci la strada, per dare al Nostro popolo la scienza della salute per la remissione de’ loro peccati. Il frutto veramente copiosissimo, che dalla Sacra Visita raccogliemmo, ad essi lo dobbiamo nella massima parte; lo dobbiamo a questi degni operai dell’Evangelo: come lo dobbiamo pel resto a quelli del Nostro Clero sì regolare che secolare, i quali esercitarono nella stessa fausta occasione il santo ministero della parola[7].

 

“Per la terza volta ho visitato la Diocesi

 

Per la terza volta, secondo la possibilità, ho visitato la Diocesi, ispezionando 308 parrocchie; ho amministrato più volte all’anno il Sacramento della Confermazione, ho predi­cato la Parola di Dio, e ho compiuto tutti i doveri del Vesco­vo.

Durante questa terza Visita Pastorale sono salito sul Mon­te Penna, che s’innalza a 1700 metri sul livello del mare. Quei gioghi alpestri sono abitati per nove mesi dell’anno da circa trecento operai, estremamente poveri, che segano la le­gna, cuociono il carbone, e fanno altri lavori del genere; abi­tano al riparo di elci secolari, proteggendosi dalle intemperie sotto i loro rami, e non godono mai o quasi dell’assistenza spirituale di un sacerdote. L’unica casa rustica ivi esistente si è trasformata in quel tempo in palazzo episcopale e cattedra­le. Dimorandovi per quattro giorni, confortai con la parola e le opere di pietà quella porzione abbandonata del mio greg­ge, che mi rallegrò assai con la semplicità della fede e dei co­stumi. Veramente, Eminentissimi Padri, dove manca l’opera degli uomini, sovrabbonda la grazia di Dio in favore dei fe­deli che cercano Dio con cuore puro e buona volontà.

Consacrai 28 chiese, alcune delle quali del tutto nuove, al­tre restaurate e abbellite. Benedissi inoltre 18 concerti di campane, salendo il più delle volte sui campanili.

C’era urgente necessità di provvedere molte parrocchie rurali di cimiteri adatti e decorosi secondo le prescrizioni della legge. Tutte le volte che si presentò l’opportunità, non tralasciai di raccomandare la cosa alla competente autorità civile in pubblico e in privato: e non invano, poiché in que­sto triennio ho benedetto 35 cimiteri nuovi, adatti e disposti secondo le prescrizioni canoniche e sinodali[8].

 

“Un lavoro superiore alle mie forze”

 

Ritornato dalla Visita Pastorale, dopo l’assenza di parec­chie settimane, trovo qui la vostra carissima. La sospiravo da gran tempo e potete immaginare quanto mi abbia fatto piacere. Sono lieto che stiate bene. Io pure, grazie a Dio, godo buona salute, nonostante le continue fatiche. In tre settima­ne ho visitato 20 parrocchie della più alta montagna, facendo a cavallo parecchie centinaia di miglia. Come si sta bene in mezzo a quella gente piena di fede, lontani da frastuoni e dai pettegolezzi del mondo!

Ripartirò in settimana per Borgotaro e continuerò le visite per tutto il mese di Luglio[9].

È questa la 123a Parrocchia che visito in quest’anno; è co­sa quasi da matto; ma voglio ricuperare il tempo perduto nell’anno scorso. La salute mia, grazie a Dio, è sempre otti­ma. Mi dicono che ringiovanisco: sì, la giovinezza del fiore, che nasce al mattino bello e pieno di vita e la sera è bello e spacciato. Ma poco importa, purché si arrivi dove siamo incamminati[10].

Pretendere di non aver incomodi alla nostra età, è un po­chino troppo. L’organismo si logora e ci avviciniamo a gran­di passi all’ultimo passo. Intanto si parla, si predica, si scrive, si cavalca, si gira, si suda, si lavora per renderci propizio al­meno il Signore[11].

Con gioia vivissima ricevo qui, ove mi trovo in Visita pa­storale, la vostra gentilissima del 2 corrente e vi ringrazio del vostro memore affetto corde magno et animo volenti. Questi guasta mestieri di giornalisti mi dipinsero quasi morente, mentre la mia indisposizione non fu che una febbriciattola di 24 ore, che mi sorprese proprio nel ritorno da una visita faticosissima alle parrocchie dell’alto Appennino. Furono stra­pazzi di ogni genere, che pagai con tre o quattro giorni di ri­poso e poi ripigliai le mie corse. Non so moderarmi, né mi posso adattare al pensiero di cambiar sistema, eppure dovrò farlo.

Gli anni crescono, 64, le fatiche si fanno sentire, i bisogni diventano ognora più gravi, la marea socialistica monta e tut­to mi persuade e mi spinge ad un lavoro superiore alle mie debolezze fisiche e morali e avanti in nomine Domini sin che potrò[12].

 

c) PREDICAZIONE DELLA PAROLA

 

“Il Verbo divino si fece uomo e venne, ineffabile parola, a parlare agli uomini”

 

La parola di Dio, figliuoli carissimi, noi dobbiamo anzitutto ascoltarla. E perché? Appunto perché parola di Dio; perché parola di lui che è il nostro creatore, il nostro legislatore, il nostro{5} sovrano, il nostro maestro, il nostro padrone, il nostro padre; perché la sua parola è sopratutto verità, verità per essenza, verità assoluta, verità suprema, immutabile, eterna; perché, dopo la Ss. Eucaristia, nulla vi ha sulla terra che agguagliar possa la eccellenza, la nobiltà, la santità, la grandezza di questa parola medesima.

Da tutta la eternità, ci dicono i libri santi, Dio, contemplando sé stesso, pronuncia una parola, e questa parola, vasta come la sua immensità, infinita come il suo essere, efficace come la sua onnipotenza, è l’espressione viva, sostanziale, adeguata di tutto ciò ch’egli è; è il suo Verbo, è la seconda persona dell’augustissima Triade. Questo Verbo divino si fece uomo e venne, parola ineffabile, a parlare agli uomini la parola di eterna vita[13].

 

“La parola di Dio è di eguale necessità che la fede”

 

La fede, o miei cari, è il più prezioso di tutti i tesori, la sorgente di tutte le grazie, il fondamento di tutte le virtù, la radice della nostra giustificazione, la porta del cielo. Ma come questa fede si può averla?{8} Mediante la parola di Dio. Lo insegna espressamente l’Apostolo, dicendo: «Chi è che, invocando il Signore, giungerà a salvamento? Quegli che in prima avrà creduto. Ma e come crederà le verità della fede, se non venga istruito? E come verrà istruito, senza chi predichi?» Dunque la fede di Cristo si ha dall’udirla, e l’udirla viene dalla parola predicata di Cristo: Fides ex auditu, auditus autem per verbum Christi. Siegue da ciò, che se la fede si ha dall’udire la parola di Dio, la parola di Dio è di eguale necessità che la fede.

Sì, miei cari, questa e questa sola è la strada che, di legge ordinaria, Dio ha stabilita a salvare i credenti. Poteva salvarli (qual dubbio?) per altre vie: per via di apparizioni celesti, per via di superne ispirazioni, per via di miracoli, e andate dicendo. Ma il fatto si è che a lui è piaciuto il contrario. A lui è piaciuto di salvarli per mezzo della predicazione: Placuit Dio per stultitiam praedicationis salvos facere credentes[14].

 

“La parola di Gesù Cristo non è meno del corpo suo”

 

Dobbiamo ascoltarla, accogliendola appunto, non come parola dell’uomo, ma come parola di Dio. Ditemi, fratelli, chiede s. Agostino, quale di queste due cose vi pare di maggior dignità, la parola di Dio o il corpo di Gesù Cristo? Se volete dire il vero dovete certamente convenire che la parola di Gesù Cristo non è agli occhi della vostra fede punto meno pregevole e degna di stima del corpo suo: Non est minus verbum Dei quam corpus Christi.. Ora se è così, come è di fatto, se cosa non meno grande, non meno salutare, non meno divina del corpo di Cristo è la parola di lui, è facile il capire che da noi va udita con attenzione, con rispetto, col fermo proposito di praticarla.

Va udita con attenzione, in maniera che, al dire dello stesso santo dottore, la diligenza che usiamo quando ci vien dispensato il corpo di Cristo, affinché niente di esso cada in terra, dobbiamo usarla verso la divina parola, badando bene che, mentre pensiamo ad altro o parliamo di altro, alcun che di essa {32}non si perda e cada dal nostro cuore. Né questo è un vano scrupolo, perché (conchiude il Santo con termini che fan tremare), perché non è men reo chi ascolta negligentemente la parola di Dio, di chi lascia per sua negligenza cadere in terra una minima particella del corpo di Cristo. Non dimentichiamo poi, o carissimi, che mentre il predicatore ci parla dal pergamo o dall’altare, Gesù Cristo ci parla dal cielo; il suono delle parole percuote le orecchie di fuori, ma il maestro è dentro; e però più ancora che le orecchie del corpo, aprir dobbiamo alla sua parola le orecchie dello spirito. Egli ci farà intendere in modo arcano, ma chiarissimo quello che vuole da noi[15].

 

“L’efficacia della parola è attaccata alla divinità del ministero”

 

la parola di Dio nulla perde del suo valore, e rimane sempre parola di Dio, anche sul labbro dell’infimo dei sacerdoti, purché legittimamente mandato. Solo che egli non travalichi i limiti della ortodossia, solo che non abbia rinunziato alla fede, il Verbo di Dio si obbliga di passare per la sua bocca, come sull’altare si obbliga di passar per le mani del ministro anche più imperfetto.

Dio, così un celebre oratore, ha scelto l’uomo per illuminare, evangelizzare, istruire, santificare gli uomini, ma non ha voluto che l’efficacia di questi ministeri affidati all’uomo dipendesse dalla virtù, dalla santità dell’uomo, altrimenti gli uomini sarebbero obbligati all’uomo della loro santificazione e della loro salute. L’efficacia della parola di Dio, notatelo bene, o carissimi, è attaccata non alle doti personali, non all’ingegno, e nemmeno alla santità del ministro, ma alla divinità del ministero, alla parola dell’uomo, in quanto esso parla di Gesù Cristo e in nome di Gesù Cristo, o piuttosto in quanto Gesù Cristo parla nell’uomo[16].

 

“La parola evangelica è come una lettera speditavi dal Padre”

 

La parola evangelica è come una lettera speditavi dal vostro Padre celeste. Ora un figlio affezionato non si ferma a considerare se la carta sia buona o cattiva, se nitidi o macchiati sieno i caratteri; corre senz’altro a quello che il padre gli dice. Dunque anche riguardo alla sacra predicazione, non attenzione a chi parla o al modo con cui parla, ma unicamente alle verità che annunzia. Non potrà fare allora che l’animo vostro non sia compreso dal rispetto più affettuoso e profondo.

La parola di Dio finalmente va udita col fermo proposito di praticarla. Quale intatti, o dilettissimi, ne è lo scopo? Quello di renderci cristiani buoni, cristiani di mente, cristiani di cuore, cristiani di opere. Deve renderci cristiani di mente? Dunque dobbiamo meditarla. Udir la parola di Dio, e poi non più pensarci è, secondo l’apostolo s. Giacomo, come chi guarda il proprio volto nello specchio e passa oltre. Quale impressione gliene rimane? Nessuna. E solo colla riflessione che l’uomo impara a conoscere ciò ch’egli è e ciò che dev’essere, a pensare e giudicare in ogni cosa cristianamente. Deve la parola di Dio renderci cristiani di cuore e di opere? Dunque primieramente va trasformata in affetto. Non solo dobbiamo intendere la verità, ma dobbiamo amarla, e non solo dobbiamo amarla, ma dobbiamo altresì praticarla: Veritatem facientes in cha{34}ritate, come insegna l’Apostolo. Il segno che la parola divina ha portato in noi il suo frutto, sono le opere; perché se la fede senza carità è morta, la carità senza le opere non è carità. Iddio, quando parla, ne fa conoscere ciò che dobbiamo praticare, ma nel tempo medesimo ci fa praticare quel che conosciamo»[17].

 

La Chiesa senza predicazione eucaristica sarebbe una società di utopisti”

 

Ecco il significato della vostra predicazione. Qui sta tutta la salvezza e la prosperità della Chiesa. Frutto di questa pre­dicazione e il lasciar indietro l’infanzia, vivere e camminare per la via della prudenza. Che cosa sarebbe la Chiesa senza la predicazione eucaristica?

Una religione senza sacrificio, una società di utopisti, una casa fondata sulla sabbia: Cristo stesso diventerebbe una fa­vola, un mito[18].

 

“Il sacrificio senza la parola sarebbe una commemorazione inefficace”

 

Cristo nell’Eucaristia è la forza e la sapienza di Dio: e noi predichiamo Cristo virtù di Dio e sapienza di Dio. Riflettete sul concetto di predicazione. Cristo, istituendo il sacrificio e consacrando i sacerdoti, disse: Hoc facite in meam commemo­rationem (I Con. XI). Col suo stesso modo di agire congiunse la predicazione al sacrificio: il sacrificio senza la parola sareb­be una commemorazione inefficace. Sapete con quale subli­me e divina eloquenza Cristo ha parlato agli Apostoli nell’ul­tima cena prima e dopo l’istituzione dell’Eucaristia. Gli Apostoli ne hanno continuato la predicazione (...). Si dedica­vano alla predicazione della parola e i fedeli, ascoltandoli, perseveravano nel partecipare in comunità alla frazione del pane (...).

Il Fondatore divino della Chiesa ha comandato agli Apo­stoli e, in loro, a noi il ministero della predicazione: predica­te il Vangelo a tutti. Dopo l’istituzione della Eucaristia or­dinò: Fate questo in mia memoria. Quello che vedete fare da me, ricordatelo con la rinnovazione del sacrificio, e tenete viva la mia memoria nel cuore dei fedeli con la vostra predi­cazione. Il regno di Cristo si perfeziona mediante l’Eucari­stia, e voi, eletti a cooperare a questa azione divina, dovete applicarvi incessantemente alla predicazione eucaristica per dilatare e consolidare il regno di Dio. Mai fu necessaria que­sta predicazione come ai nostri giorni, dei quali il profeta po­trebbe dire: “la mensa del Signore e stata disprezzata”.

Perché? Perché il dono di Dio è poco conosciuto: la gran­dezza di Cristo in questo Sacramento è grandezza d’amore: in altre parole, perché raramente si predica Cristo nel suo Sa­cramento. Qualcuno forse incolperà i tempi, gli errori che si diffondono, gli scritti empi, i nuovi scandali che si moltipli­cano ogni giorno; chiamerà in causa le profanazioni, la crassa indifferenza, la diminuzione della fede in molti. Ma donde nascono questi mali, se non dalla mancanza della predicazio­ne? Sentite 1’Apostolo Paolo: Fides ex auditu, auditus autem per Verbum Christi (Rom. X, 17)[19].

 

“La predicazione e il sacrificio eucaristico: i due poteri di cui Cristo vi ha investiti”

 

Ponderate la profezia della Sapienza: “Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli; ti loderò in mezzo all’assemblea” (Ps. XXI). Cristo adempie la profezia non con la sua bocca, ma con la nostra: con la vostra predicazione e con il sacrificio eu­caristico. Sono i due poteri di cui Cristo vi ha investiti (...). Mediante il sacerdozio e il convito eucaristico, lo splendore di Cristo sarà come una luce: “Ristette e squadrò la terra, guardò e le nazioni si dileguarono, le montagne secolari si squarciarono, s’inchinarono le vette del mondo” (Ibid. III, 6). Ecco la vittoria e la conquista della terra, promessa da Cristo. Non vediamo ancora conquistato il mondo: ma alzate gli occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mes­se[20].

Cristo in questa mensa ha mescolato l’utile col dolce: uti­le, perché, come dice il poeta, ristora l’uomo, perduto dalla dolcezza del frutto proibito, con un cibo più alto; e sconfigge il veleno del serpente col sacro sangue. Dolce, perché, escla­ma la sposa: “fructus eius dulcis gutturi meo”.

Unite i due aspetti nella vostra predicazione: l’utile con una spiegazione adeguata del mistero eucaristico, secondo l’analogia della fede, confermandola con l’autorità dei Padri e dei Dottori; il dolce, appoggiando i vostri argomenti anche su ragioni fondate, desunte dalle scienze.

Non dovete lasciarvi scoraggiare dal timore che i fedeli non capiscano. La comprensione dei misteri non risulta dall’intelligenza naturale, ma dalla luce della fede, che Dio infonde, in occasione della predicazione, aprendo lui i cuori. Poi, a forza di sentire, diventano intelligibili anche quei pun­ti che, in principio, sembravano meno accessibili, appunto perché si predicavano raramente.

A tale impegno siete stati iniziati fin dalla giovinezza: ma pochi forse hanno fatto progresso in questo campo, non ba­dando alle parole del Cristo Signore: “Haec est vita aeterna:ut cognoscant Te, solum Deum verum et quem misisti lesum Christum” (Joan. XVII, 3). Ci inganneremmo se, acconten­tandoci di una conoscenza mediocre, ci limitassimo a presen­tare al popolo sempre latte, mai cibo solido. L’Eucaristia e nel medesimo tempo il latte dei bambini e il cibo dei forti, il pane dei robusti. Ai cristiani parliamo dunque della sapienza nascosta nel mistero.

Studiate soprattutto Cristo e il suo Sacramento: non pre­dichiamo soltanto il Cristo concepito per opera dello Spirito Santo, nato da Maria Vergine, patito, morto, risorto, salito al cielo per essere nostro avvocato presso il Padre; ma predi­chiamo anche il Cristo che ogni giorno cancella i peccati con l’oblazione di se stesso, e diventa per noi tutti sapienza di Dio, giustificazione, redenzione; predichiamo il Cristo che abita in noi fino alla consumazione del mondo, il Cristo che vive nel Sacramento e che tutto attrae a sé. Cristo non è un’apparizione subito scomparsa: ma è Gesù il Cristo ieri, oggi e sempre[21].

 

“Non è la parola di Dio che si predica da taluni, ma la parola dell’uomo”

 

Forse non si predicò mai tanto come al presente, ma come va, si domanda, che il frutto che ne deriva e, per lo più, così poco? Si suole comunemente incolparne gli uditori, e, a dire il vero, avviene troppe volte che la mistica semente cada sopra una terra ingrata, dove sassi e spine impediscono che ger­mogli e cresca a maturità. Ma forseché la colpa non è anche bene spesso di chi questa semente va spargendo nel campo del Signore?

Si, pur troppo, o fratelli! E inutile dissimularlo: tante e tante predicazioni riescono infruttuose, perché non è già la parola di Dio che si predica da taluni, ma la parola dell’uomo. Si vuol sfoggiare, scrive un illustre oratore, una scienza moderna, si vuol sorprendere e far stupire gli uditori con ar­tifizi di retorica, con giuochi di memoria, con una serie in­terminabile di nomi, con citazioni di autori d’ogni sorte, con una eloquenza giornalistica, con allusioni che stuzzicano la curiosità malsana del popolo, con la foga vertiginosa della re­cita (gia sfolgorata da S. Girolamo), con la posa teatrale, con la forza dei polmoni, con le grida che offendono e straziano gli orecchi. Ma io non mi stancherò mai di stimatizzare sif­fatta eloquenza, quella sacra eloquenza che si vorrebbe oggi mettere in voga a gran detrimento delle anime, a gran discre­dito della predicazione; quella eloquenza, come altri disse, ricca di figure e povera di pensieri, feconda di espressioni e sterile di sentimenti, fastoso apparato di una opulenza men­dace che, facendo servire al desiderio di piacere il gran mini­stero d’istruire, e la parola di verità a mendicar l’adulazione, lusinga le orecchie e lascia in pace le passioni, e, invece di predicare Gesù Cristo, non fa che predicare se stessa; quella eloquenza, vano sfoggio di spiriti leggieri, di anime profane, che si perde in dottrine vaghe, in frivole descrizioni, in pit­ture troppo delicate, in concetti stravaganti, in periodi ro­tondi, in parole, in frasi affettate, in artifici, in fiori, in orna­menti che il gusto più indulgente perdonerebbe appena in un romanzo e di cui la verità santa è obbligata ad arrossire, co­me un’onesta matrona al vedersi ricoperta delle vesti di una danzatrice; quell’eloquenza infine che, profana nella sostan­za non meno che nella forma, degrada il sacro ministro sino al commediante, e sino alla commedia il divin ministero[22].

 

“Debitori ai dotti e agli indotti”

 

Ricordino i sacri oratori, e specialmente i parroci e i loro coadiutori, che non devono parlare con le allettanti parole della sapienza umana, ma con dimostrazione di spirito e di virtù. Ricordino di essere debitori ai dotti e agli indotti, e che perciò devono attendere alla semplicità, alla chiarezza e alla brevità. Non salgano mai impreparati sul pergamo, né senza aver invocato la luce dello Spirito Santo. Ricordino che le parole devono mirare sì a illuminare l’intelletto, ma molto più a eccitare il cuore: mentre dunque non si deve mai omettere la spiegazione delle più alte verità della fede, il di­scorso tuttavia deve contenere sempre qualche cosa che ri­guardi la pratica, anche negli stessi panegirici[23].

 

 

d) EDUCAZIONE CRISTIANA E ISTRUZIONE RELIGIOSA

 

“Educare è trarre fuori quel che è dentro”

 

La parola educare ha qualcosa in sé che vuol essere studiata. E’ una parola derivata dalla lingua latina e significa trarre fuori quel che è dentro, aprire e svolgere quello che è chiuso ed in germe.     

Ora, applicando all’uomo quella parola, convien dire che la educazione sia la maniera di svolgere i germi che son riposti nel cuore umano e di trarre a luce quel che è nascosto in quei germi. Questo modo di parlare presuppone che Dio nel cuore dell’uomo abbia posto qualcosa che somiglia al germe onde esce poi il fiore tenero e fragrante.

E cosi è davvero. L’educatore, a parlare con proprietà, non mette nulla dal di fuori nell’animo del fanciullo, sì piuttosto coll’azione solerte e amorosa spiega e disvolge quel che è come inviluppato nei ripostigli del cuore e fa fiorire i semi e i germi delle virtù naturali non solo, ma ancora quei germi felici e quei semi di virtù sopranaturali, che furono inseriti col Battesimo nell’anima nostra.

A questo appunto si riduce la vera e soda edu{9}cazione; a questo l’opera vostra, o padri, o madri, o maestri, o istitutori, o sacerdoti, o parrochi, o voi tutti che siete chiamati in qualche modo al nobilissimo e divino ufficio di educare la gioventù.

È da notare però, che accanto ai germi del bene si trovano nel cuore dell’uomo i germi del male. Il fanciullo porta nel fondo del suo essere i semi di uno scellerato o di un santo.

L’opera vostra pertanto, o dilettissimi, deve altresì avere in mira di soffocare per tempo la rea semenza, perché la buona possa levarsi e germogliar vigorosa. Dovete rompere gli istinti della voluttà e dell’orgoglio, che si manifestano sin dall’infanzia; dovete fare in guisa che il fanciullo siegua non già l’impeto della passione, ma l’impulso della virtù; che si avvezzi ad operare per la rettitudine del bene, che splende alla mente e non per l’attraimento del piacere, che i sensi alletta e corrompe. Ma, direte voi, come riuscirvi? Innestando nell’animo di lui fino dai più teneri anni il timor santo di Dio; imperocché fermatelo bene, o dilettissimi, nella vostra mente: educazione vera non è possibile senza Religione. Educare il fanciullo è deporre la verità, tutta la verità, nella sua mente, dalla più semplice alla più elevata; è aprire il suo cuore ai più nobili sentimenti, a quelli della purezza più delicata e dell’onore più puro; è far palpitare la sua anima alle parole: Dio, patria, libertà, eguaglianza, fraternità, quali le consacra il Vangelo[24].

 

“Il sistema della mummificazione o l’età della pietra, no, non è Vangelo”

 

Ma in che consiste la vera educazione? Forse nell’apprendere bene un mestiere o una professione qualunque, o nell’arte di presentarsi nel mondo con grazia? Ciò potrà essere dell’educazione la corteccia, diremo così, o la vernice, ma non è la educazione.

E nemmeno vuolsi confondere, come usano molti, l’educazione colla istruzione, facendo di questa una sola e medesima cosa con quella. L’istruzione si volge all’intelletto, l’educazione s’indirizza alla volontà. L’istruzione fa gli uomini dotti, l’educazione forma gli uomini virtuosi. La prima guarda alla scienza, la seconda mira alla coscienza. Quella ha ragione di mezzo, questa ha ragione di fine. L’educazione pertanto è al disopra dell’istruzione e della scienza, come il bene sovrasta al vero e la virtù supera in pregio l’ingegno.

Eppure oggi non si parla che d’illuminare la mente. Istruzione, si grida da ogni parte, istruzione!

E{6} sta bene. Discepoli di quel Dio, che ama chiamarsi il Dio delle scienze, amiamo anche Noi i nobili studi, amiamo chi vi si dedica e li coltiva, amiamo che tutti, il ricco e il povero, il patrizio ed il plebeo, ognuno secondo il proprio grado, acquistino le cognizioni necessarie e convenienti al loro stato. Noi anzi per i primi reputiamo una conquista tutto ciò che contribuisce a farci avanzare anche un sol passo nella via del civile progresso e salutiamo con giubilo il rifiorire della patria che si abbella di nuove glorie. Quell’intestarsi al vecchiume e tenersi come polipi abbrancati all’antico, quel gridare la croce addosso a tutto che ha l’aria d’innovazione sul terreno stesso dei fatti, quel suscitar diffidenze contro chi non sa piegarsi a rappresentare il sistema della mummificazione, o l’età della pietra, no, non è Vangelo, non è religione, è sintomo d’ignoranza e di pertinacia, anziché di sapere e di onestà.

Si coltivino pure le arti e le scienze, purché, ben s’intende, non trascorrano oltre i loro confini naturali; la luce dell’insegnamento si diffonda pure largamente per ogni dove, ma non si dimentichi di unire all’istruzione l’educazione[25].

 

“Non risparmiate fatica per educare cristianamente”

 

Padri e Madri, vegliate voi pure a custodire la vostra casa, ché i tempi corrono tristi assai e l’avversario d’ogni bene, come leone che rugge, va intorno cercando chi divorare dei vostri figli. Sono anime che costano sangue a Gesù ed Egli chiederavvene conto a prezzo di sangue. Deh! no; non perdonate a fatica per educarli cristianamente e per crescerli timorati di Dio, se volete averli docili, rispettosi, amorevoli. Vigilanza sui luoghi che frequentano, sulle compagnie che praticano, sui libri che leggono; ma sopratutto andate loro innanzi col buon esempio, sicché {48}abbiano in voi una scuola continuamente aperta di ogni cristiana virtù.

Padroni, e capi di officina e quanti avete autorità sugli altri, fate sì che il frastuono del lavoro tacciasi nei dì festivi, e che tutte le voci dell’industria ammutoliscano per non lasciar favellare nel sacro giorno di Dio che la voce del Sacerdote e della Religione.

Maestri, istitutori, educatori della gioventù, che Noi in singolar modo apprezziamo, una parola anche a voi. Il problema dell’avvenire è in mano vostra. Tanti si domandano se le cose alla fine volgeranno in meglio, né sanno che rispondere. Sì, rispondiamo Noi, senza terna di errare, volgeranno in meglio se le vostre fatiche saranno degne della nobile missione affidatavi, se metterete ogni impegno perché non solo il metodo d’insegnamento sia ragionevole e serio, ma molto più perché lo stesso insegnamento sia sano e pienamente conforme alla fede cattolica, tanto nelle lettere che nelle scienze (Encvc. sup. cit.). Sarà così che formerete gli ottimi cittadini. La Religione e la società, il cielo e la terra, gli uomini e Dio aspettano silenziosi l’opera vostra; l’ora è suprema, l’esito decisivo[26].

 

“L’istruzione religiosa: ecco il gran mezzo della cristiana educazione”

 

Educazione e Religione sono dunque due cose inseparabili e questa dev’essere la base di quella.

Bisogna quindi far brillare alla mente del fanciullo la luce di quelle verità, che debbono essere la norma del suo pensare ed operare ed apprendergli in modo chiaro, facile, autorevole, stabile ed efficace tutti i suoi doveri; bisogna prendere questa giovinetta creatura dalla culla e condurla soavemente al suo fine supremo, che è di conoscere il suo Creatore, di amalo{12} e servirlo per andare poi a goderlo in eterno. Bisogna, in altri termini, istruire il fanciullo, ma istruirlo cristianamente.

La istruzione religiosa: ecco il gran mezzo della cristiana educazione, ecco il bisogno supremo dell’età nostra, ed ecco, lo ripetiamo, il supremo dei vostri doveri, o genitori. Avete voi figliuoli? domanda il Signore per bocca dell’Ecclesiastico: istruiteli e piegateli al bene sin dall’infanzia.

Che sia questo un vostro preciso dovere chi può metterlo in dubbio? Dite: che cosa è questa creatura, che venne per mezzo vostro ad accrescere il numero dei viventi? questa creatura è un uomo. In questo essere così grazioso, così tenue, come si esprime un insigne scrittore, alberga un’anima che è celeste d’origine, quasi alito del cuore di Dio e raggio di sua bellezza immortale; un’anima riscattata da Gesù Cristo a prezzo del suo Sangue, un’anima che l’onda del santo Battesimo purificò e in cui lo Spirito Santo diffonde le sue grazie più pure e trova le sue compiacenze più vive. O padre, o madre, salutatela questa celeste straniera, che è venuta ad assidersi accanto a voi, inchinatevi a quest’ospite divina, che raccolse le ali per abitare con voi sotto il nome pur sempre benedetto di vostro figlio, o di vostra figlia. Questo corpiciuolo che voi vedete e che tanto vi innamora, non è {13}che l’inviluppo e il santuario d’uno spirito tanto più nobile quale non vedete, che viene da Dio e a Dio deve fare ritorno. Fissatevi bene in questo pensiero. Dio vi ha associati a sé medesimo nell’opera di dar la vita materiale a quest’essere, e vuol servirsi di voi per alimentarne ed accrescerne la vita spirituale, sicché compia la sua missione in terra e raggiunga il suo destino in Cielo[27].

 

“L’inalienabile diritto dei genitori di far dare ai figli una istruzione sana e vivificante”

 

{23}E diciamo bandirlo, poiché il provvedimento preso di apprestare l’istruzione religiosa solamente a que’ fanciulli, pei quali ne faranno espressa domanda, è del tutto illusorio. Non si riesce infatti a capire come gli autori della malaugurata disposizione non si sieno avveduti della sinistra impressione che deve fare sull’animo del fanciullo il vedere posto l’insegnamento religioso in condizioni così diverse dagli altri. Il fanciullo che per essere stimolato ad uno studio diligente ha bisogno di conoscere l’importanza e la necessità di ciò che gli viene insegnato, quale impegno potrà avere per un insegnamento, verso del quale l’autorità scolastica si mostra o fredda o ostile, tollerandolo a malincuore? E poi se vi fossero (come non è difficile trovarsene) genitori che o per malvagità di animo, o molto più per ignoranza e negligenza, non pensassero a chiedere per i loro figli il benefizio dell’istruzione religiosa, resterebbe una gran parte di gioventù priva dei più salutari documenti, con estremo danno non pure di quelle anime innocenti, ma, come abbiam visto, della stessa civile società.

E stando le cose in tali estremi, non sarebbe un dovere di chi presiede alla scuola rimediare all’altrui malizia o la trascuranza? Non è crudeltà che i fanciulli crescano senza idee e sentimenti di religione, finché sopravvenuta la fervida adolescenza si trovino in faccia a lusinghiere e violente passioni, {24}disarmati, sprovveduti d’ogni freno, colla certezza di venir travolti nei lubrici sentieri del delitto?

Eppure è così. Giacché col promuovere, come si fa oggi, in nome della scienza e della libertà, la scuola laica, non si mira pur troppo che a strappare la gioventù alla religione e alla famiglia, per sacrificarla anima e corpo alla massoneria imperanti. Fino a qui i moderni riformatori si studiarono di nascondere con sottile astuzia il loro intendimento finale. Si poteva credere, che difendendo le pretese dello Stato sull’educazione, eglino pensassero piuttosto a servire i suoi interessi, anziché nuocere alla Chiesa, che i rettori della pubblica cosa si proponessero di foggiare ai loro sistemi, che mancano di passato, le generazioni dell’avvenire, quando riservavano a sé soli il diritto di educarle. Ma oggi la maschera è caduto. Non è più (lo diciamo addolorati fino alle lacrime, in vista dei danni gravissimi, irreparabili, che ne verranno alla Chiesa e alla patria, i due supremi amori dell’anima Nostra) non è più per formare, com’essi dicono, le nazioni forti e grandi, o soltanto per limitare su di un punto la potenza della Chiesa, che si vuol dare la gioventù in balia della potestà laica; è per istrappare dalle anime ancora tenere ogni sentimento di fede, ogni idea di Dio. Lo si confessa ora senza mistero alla luce del sole.

Da principio, i genitori specialmente, non guar{25}darono troppo per il sottile, ma oramai cominciano ad accorgersi del tradimento e si levano a proclamare il loro inalienabile diritto di far dare ai figli una istruzione sana e vivificante, quale è quella che s’imparte a nome di Dio nella Chiesa[28].

 

“Le prime impressioni sono potenti e ordinariamente decisive”

 

Le prime impressioni sono potenti e ordinariamente decisive per tutta la vita. Deh, quanta amorosa cura deve porre in cuore a tutti questo pensiero! E’ nella prima età che le lezioni di fede e di morale s’imprimono più facilmente nella memoria, che le verità cristiane colpiscono più vivamente lo spirito, che i teneri convincimenti della pietà commovano più potentemente il cuore. Sulla cera molle s’imprime facilmente l’immagine di Dio, ma si richiede lo scalpello e ci vogliono sforzi e tempo, affine d’inciderla sul marmo. Quando non si hanno ancora pregiudizii da dissipare, né cattive abitudini da correggere, più facilmente l’anima si modella ai santi doveri. E quand’è che {15}il savio agricoltore mette il sostegno all’arboscello perché non pigli mala piega? Non è forse allora che questo è ancora tenero? Egli sa che più tardi sarebbe inutile. Così dovete far voi, o carissimi.

Il seme della fede e della religione che spargerete nel terreno ancor vergine dell’infanzia ne addiverrà ben presto il sostegno. Allora il sentimento cristiano metterà in essa profonde radici e crescerà in forte albero. I venti delle passioni potranno talora scuoterlo, potranno gittarne a terra i frutti, spezzarne anche qualche ramo, ma il tronco così spogliato starà e al primo sole di primavera metterà fuori nuovi rami e darà frutti abbondanti[29].

 

“Infondere nei loro animi la conoscenza di Cristo nel Sacramento”

 

I fanciulli e i giovani abbiano il primo posto nel vostro zelo. Sapete che sono i prediletti di Cristo: “Lasciate che i pic­coli vengano a me e non impeditelo loro”, anzi rispettate questa attrattiva che sentono verso di me e