PARTE II

 

UOMO DELLA CHIESA  E PER LA CHIESA

 

 

 

L’ecclesiologia dello Scalabrini va letta alla luce delle acquisizioni teologiche della sua epoca, codificate nelle due costituzioni del Concilio Vaticano I, ma già animate da fermenti precorritori del Vaticano II, non espressi sufficientemente nel primo Concilio Vaticano a causa della sua forzata interruzione.

Nelle numerose pagine dedicate alla Chiesa, conviene enucleare i punti che dall’ecclesiologia corrente il vescovo scelse come principi ispiratori della vita e dell’azione episcopale. In un quadro sostanzialmente verticale dell’ecclesiologia, risaltano tuttavia la concezione della Chiesa come estensione dell’Incarnazione di Cristo, continuazione della sua vita terrena, sua manifestazione permanente fra gli uomini, famiglia di Dio, corpo di Cristo, comunione dei santi.

Sono elementi illuminanti della «passione» dello Scalabrini per la Chiesa, per la Chiesa universale, di cui sente l’intera sollecitudine, e per la Chiesa particolare, amata come sposa, difesa gelosamente da ingerenze estranee («extragerarchiche»), in base a un concetto dell’episcopato non tanto giuridico quanto teologale: il vescovo è mediatore della grazia.

In base alla dottrina del Concilio Vaticano I, l’attenzione dell’Autore si concentra sulle «prerogative» del Papa, primato e infallibilità, con l’amore e l’orgoglio del figlio che sente propria la gloria del padre e con la fede del cristiano che nel Papa glorifica Cristo. Fede e amore si traducono in obbedienza filiale, né servile né adulatrice.

Lo Scalabrini «sa di essere vescovo» e ne rivendica l’autorità divina, modellata sul «Vescovo delle anime nostre»: l’autorità è servizio, paternità, dedizione, responsabilità e corresponsabilità «per la gloria di Dio e la salvezza delle anime», per gli «interessi di Gesù Cristo e della sua Chiesa». La stessa natura sacramentale della Chiesa è espressa nella gerarchia: il «principio gerarchico» è garanzia della trasmissione della grazia mediante i canali istituiti da Cristo: Papa, vescovo, sacerdote.

Il laico è più beneficiario che protagonista, ma è anch’egli sacerdote e apostolo, mediatore del vescovo e del sacerdote presso il mondo, come il vescovo è mediatore di Dio e del Papa presso i presbiteri e i laici.

La dottrina del «tramite», cioè del vescovo unico mediatore legittimo tra il Papa e i fedeli, oggi ridimensionata, è sostenuta da Mons. Scalabrini per affermare e difendere il principio, messo praticamente in discussione dalla corrente «intransigente», che nel campo della coscienza l’unico legislatore e giudice competente è per la Chiesa universale il Papa e, per la Chiesa particolare, il vescovo in comunione col Papa.

L’appartenenza e l’unione alla Chiesa, cioè all’insieme di tutti i cristiani ecclesiastici e laici, non è frutto di mera «sudditanza», ma si realizza pienamente mediante la «triplice unione di fede, di comunione e di sudditanza», unione «di fede, di carità, di obbedienza» al Papa e alla Chiesa, che assicura l’unione di vita e di grazia col Capo, Cristo.

 

 

 

 

1. LA CHIESA

 

La Chiesa è estensione dell’Incarnazione lungo i secoli, continuazione dell’opera del Redentore, ritratto di Cristo, prolungamento della Pentecoste, corpo di Cristo.

La Chiesa è madre: come tale dobbiamo amarla, abbandonandoci nelle sue braccia con fiducia filiale.

La Chiesa è santa nella dottrina, nei sacramenti, nelle leggi: è madre di santità e comunione di santi.

La Chiesa è una di fede, di comunione, di regime, di mezzi di salvezza. È la famiglia di Dio, la città di Dio. È una ma varia: è un attentato alla sua unità il non riconoscere la varietà dei carismi e delle funzioni. È una nella carità fondata sulla verità, che non può essere tradita né taciuta.

La Chiesa è maestra infallibile, immutabile nella fedeltà al deposito della fede, dinamica nella fedeltà allo Spirito. Sposa dell’Agnello, è Regina, cui si deve obbedire se si vuole obbedire a Cristo, a costo anche della vita e del sacrificio delle proprie idee. Ma la sua legge è la carità, la sua vita è l’amore. Chi non ama e non perdona non è nella Chiesa.

 

 

a) CONTINUAZIONE DELL’INCARNAZIONE

 

«La Chiesa è la estensione della Incarnazione lungo i secoli»

 

Ben fu detto non essere la Chiesa altro che la estensione morale della Incarnazione lungo il corso dei secoli. E siccome in Cristo l’umanità e la divinità, benché distinte, sono però intimamente unite e inseparabili, così la Chiesa, che lo rappresenta, ne continua l’opera, ne produce gli stessi effetti sovrumani, è a un tempo divina ed umana. Più chiaramente: la Chiesa, che riguardata nel suo fine è una società spirituale, diretta alla santificazione e salute eterna delle anime, ha però anche una parte materiale visibile ed esterna, principalmente in ragione dei membri che la compongono, gli uomini cioè, i quali non sono puri spiriti, ma esseri composti di anima e di corpo. E come la riparatrice missione dell’Uomo-Dio, sebbene intesa al riscatto e alla salute delle anime, fu sotto le forme corporee e sensibili della incarnazione, predicazione, passione, morte, risurrezione, così a forme materiali e sensibili Egli volle legare gli atti della sua Religione, e gli ordinarii mezzi di santificazione: culto, magistero, Sacramenti. Perché in questa religiosa società si scorge una parte spirituale, che anima della Chiesa si definisce; ed è quella che vivifica, informa e regge tutte le mistiche membra, e le mette in comunicazione col suo divin Capo e tra loro, ed opera quel beato scambio di meriti e di dovizie, che Comunione dei Santi si appella, e che abbraccia tutti i giusti e amici di Dio, non solo pellegrini nel mondo, ma quelli altresì che, varcata la mortale carriera, toccarono già la patria; o temporaneamente sono trattenute nel Purgatorio a finale sconto delle loro colpe. A questo si appartiene tutto che la Chiesa tiene d’interno e spirituale: la fede, la carità, la speranza, i doni della grazia, i carismi, i frutti del divino Spirito e tutti i celesti tesori che pei meriti di Cristo Redentore e dei servi suoi le sono derivati. Forma poi come il corpo della Chiesa l’altra parte, che consiste in ciò che essa tiene di visibile ed esterno, sia nell’associazione dei congregati, sia nel culto e nel ministero d’insegnamento, sia nel suo esterno ordine e regime. Nel modo poi che queste due essenziali parti, costituenti la Chiesa, sono tra loro inseparabilmente congiunte, come è l’anima col corpo, così tra membro e membro, tale per la carità deve regnare un’armonia e reciprocanza di uffici, che renda immagine dell’unità di cui consta il fisico individuo, come appunta la descrive l’Apostolo dicendo che «da Cristo nostro Capo tutto il corpo compaginato e connesso per via di tutte le giunture di comunicazione in virtù della proporzionata operazione di ciascun membro, prende l’aumento proprio del corpo mediante la carità»1.

 

 

«La Chiesa è la vera immagine del suo fondatore»

 

La vita della Chiesa emana direttamente da un principio divino, che informa e governa l’organismo umano di lei, la totalità dei fedeli, in cui si atteggia, sublimandola così a società di natura affatto diversa dalle altre, perché società terrrena-celeste, vera immagine quindi del suo fondatore Uomo e Dio insieme. Sicché può dirsi quasi una vivente incarnazione di Cristo sulla terra, una continuazione della vita mortale di lui; Gesù Cristo diffuso e comunicato in tutta la sua pienezza. La vita della Chiesa infatti è radicalmente lo spirito di Dio, secondo l’Apostolo: Multi unum corpus sumus in Cristo: haec omnia operatur unus atque idem Spiritus2.

 

 

«La Chiesa è continuazione perpetua dell’opera del Redentore»

 

La depositaria e la dispensatrice dei Sacramenti è la Chiesa, continuazione perpetua dell’opera del Redentore e del Santificatore degli uomini sopra la terra. Dunque è la Chiesa che ha come le chiavi di questo canale, è la Chiesa che, per mezzo dei Sacramenti, attinge dal seno di Dio la grazia santificante e la fa scorrere, a somiglianza di fiume, nell’anima del cristiano (Is. XLV, 3). Qual altro dono inestimabile quindi non ci ha fatto Gesù Cristo nel fondare quaggiù la sua Chiesa e nell’averci fatti crescere nel suo grembo? Infatti è in grembo a Lei solamente ch’egli effonde i suoi carismi. Oggetto delle sue compiacenze, pupilla degli occhi suoi, palpito del suo cuore, la Chiesa è l’unica sua colomba, l’unica sua perfetta, sposa insieme e sorella (Cant. passim). È uscita dal suo costato, è imporporata del suo sangue divino, è santa, è immacolata (Eph. VI, 25). Oh Chiesa, oh Chiesa, quanta sei cara a Gesù! Quanto fortunati siamo noi di esserti figli! Nella Chiesa abbiamo tutto che può guidarci all’eterna salute, fuori di essa oscurità, desolazione e morte3.

 

 

«Gesù Cristo si è ritratto nella sua Chiesa»

 

Nella creazione dell’universo Dio stampò come un’orma della sua gloria, e soprattutto nella creazione dell’uomo, che ne è il capo, Egli ha ritratto la immagine viva del suo essere. Gesù Cristo si è ritratto nella sua Chiesa. Ha fatto il mondo delle anime a sua immagine, gli ha dato l’unità perché è uno, la santità perché è santo, l’autorità perché è il Signore, l’universalità perché Egli è il Dio immenso, la perpetuità perché è il Dio eterno; e come, creando i mondi, egli ha messo in opera la forza di attrazione, la quale fa sì che gravitino verso un centro comune, così, nella creazione della Chiesa egli ha diffuso la sua grazia, cotesta legge di attrazione spirituale, che fa essa pure gravitare l’anima verso Colui, che è il centro comune delle intelligenze, Iddio; ha messo nella Chiesa la sua grazia, cotesta forza arcana, che le imprime il moto e la vita4.

 

 

«I destini di Cristo e della Chiesa sono inseparabili»

 

I destini di Cristo e della sua sposa sono inseparabili. Quello che avvenne al corpo fisico e materiale di Gesù Cristo è presagio di ciò che avviene e sempre avverrà nel corpo suo spirituale e mistico, che è appunto la Chiesa. Il corpo di Cristo fu dato alle contumelie, ai flagelli, alle percosse; e alle contumelie, alle percosse, ai flagelli è data bene spesso la Chiesa. Il corpo di G.C. fu sospeso alla croce, agonizzò, morì, fu sepolto; e crocifissa, agonizzante, e quasi moribonda appare talvolta la Chiesa. Aspettate. Gesù Cristo esce dalla tomba glorioso, impassibile, immortale, proprio in quella che i suoi nemici si credono di averlo sepolto per sempre; è in quella appunto che gli odierni nemici si danno a credere di aver spento per sempre la cattolica Chiesa, eccola rialzarsi più gloriosa, più forte, più bella di prima5.

 

 

«La Chiesa è una Pentecoste prolungata»

 

La Chiesa Cattolica, come ebbe la sua prima origine nella Pentecoste, così ella è, si può dire, una Pentecoste prolungata attraverso dei secoli. Assistita di continuo dallo Spirito Santo, fa intendere a tutti l’autorevole sua voce, predica a tutti le stesse verità, intima a tutti gli stessi precetti. Gli uni piegano umilmente la fronte, adorano e obbediscono; gli altri per lo contrario la deridono e si recano a vanto di non crederle. Donde mai una tale differenza? Perché tanti e tanti, specialmente ai nostri giorni, macchiano la loro lingua e la loro penna di errori e di bestemmie incredibili e smarriscono la fede? Non per altro se non perché è macchiato il loro cuore. Tale è la sentenza infallibile di Gesù Cristo (...): Lux venit in mundum et dilexerunt homines magis tenebras quam lucem, erant enim eorum mala opera. È dalla corruzione del cuore che trae origine l’incredulità6.

 

 

«Siamo un solo corpo in Gesù Cristo»

 

Siamo un sol corpo in Gesù Cristo, e come nel corpo umano non ogni membro ha una medesima operazione, così non ogni membro della Chiesa esercita il medesimo ufficio. Vi è nel corpo umano un capo che collocato in alto sovrasta a tutte le altre membra e le avviva e le dirige e le governa; e nella Chiesa, corpo mistico di Gesù Cristo vi è (...) il Pontefice Romano, capo visibile di questo gran corpo, che ha supremo ed universale governo sopra tutte le membra, le quali si unificano in lui. Vi sono Vescovi, subordinati al Romano Pontefice, ma reggitori supremi di quella parte del cattolico ovile che da lui, Pastore universale, ricevettero in cura, e si direbbero gli occhi di questo corpo medesimo. Seguono i sacerdoti e gli altri ministri inferiori che ne sono, in così dire, le braccia; da ultimo i fedeli tutti che ne sono la pienezza e il complemento.

Così sorge una catena che, partendo dal Papa, arriva ordinatamente e gerarchicamente sino all’ultimo contadinello, il quale mentre conduce faticosamente l’aratro nel suo campo, se ha lo spirito di Gesù Cristo, si sente unito, a quel modo che ci sentiamo uniti noi stessi, di fede, di carità, di obbedienza col Papa e con la Chiesa. Oh! quanto vorremmo che vi deliziaste spesso in questo pensiero, così maravigliosamente bello e commovente! E non è forse maraviglioso e commovente il fatto di questa immensa famiglia di credenti sparsi per tutto il mondo, che recitano tutti il medesimo simbolo, che si rallegrano tutti delle medesime speranze, che frequentano tutti i medesimi Sacramenti, che riconoscono tutti il medesimo Sacerdozio, che offrono tutti il medesimo Sacrifizio, che obbediscono tutti alla medesima legge, che ascoltano tutti la medesima voce del comun Padre (...)?

E non è dolce per voi, o poverelli, figli Nostri amatissimi, quando vi raccogliete nei giorni festivi nel tempio per assistere ai divini misteri, non è dolce per voi sapervi in comunione con tutto il mondo, figli tutti della stessa madre, che tutti egualmente senza distinzione di nascita, di grado e di educazione, tutti chiama a guadagnarsi, coll’esercizio delle buone opere, la medesima beata immortalità? Non è dolce per voi il sapervi in comunione d’affetti non solo con la Chiesa che combatte quaggiù le gloriose battaglie del Signore, ma con quella altresì che esulta trionfante nel Cielo? il sapere che quello che credete voi, è quello stesso che fu creduto da tutte le generazioni in tutti i secoli? (...).

Oh salve, una, santa, cattolica, apostolica Chiesa! Tu maestra, tu regina, tu madre, tu il corpo mistico di Gesù Cristo vivente nei secoli. Da te la nostra salvezza, la nostra gloria, la nostra pace, la nostra gioia, la nostra felicità, la nostra vita. Come nostra maestra ti ascolteremo, come nostra sovrana ti obbediremo, come nostra madre ti ameremo, come corpo di cui siamo membri ti verremo in aiuto e ti difenderemo7.

 

 

 

b) MADRE NOSTRA

 

«Guardiamo in volto la nostra Madre!»

 

Siamo figli della Chiesa cattolica; questo solo bastar non dovrebbe a riscuoterci una volta? Guardiamola in volto la nostra Madre, e vergognamoci di aver fatto sin ora così poco per lei!

Che è essa? È l’opera del miracolo, è anzi ella stessa un miracolo. Miracolo stupendo nella sua origine, miracolo singolare nella sua propagazione, miracolo permanente nella sua durata. Come nacque infatti? Nacque, si può dire, a forza di miracoli, senza il minimo appoggio umano, malgrado anzi gli sforzi di tutto l’inferno fremente intorno la sua culla, e ad onta di ostacoli immensi, incredibili, non superabili da virtù alcuna creata. Sorretta unicamente dal braccio di Dio, non ostante tutte le potenze, tutti i pregiudizii, tutte le passioni, tutti gli errori del mondo, insieme congiurati ai suoi danni, nonostante le persecuzioni d’ogni sorta mossele contro dalla barbarie, dall’astuzia e dall’orgoglio, come lampo che guizza da oriente ad occidente, ella si propaga mirabilmente, si estende pel mondo tutto, e, sempre in mezzo ai più tremendi assalti, sempre in mezzo ai contrasti più fieri, tranquilla e serena si avanza, attraversa maestosa il corso di tanti secoli, sussiste immobile, si mantiene invincibile, si conserva incorrotta e gloriosamente trionfa di ogni genere di nemici (...).

E non è questa una continua catena di portenti inenarrabili, che toccar ci fanno con mano l’opera dell’Eterno, la potenza di Cristo, la forza, la virtù, l’onnipotenza divina, comunicata, trasfusa, incarnata nella Chiesa? E non dovremo noi piegar la fronte e curvar riverenti le ginocchia innanzi a questa Regina immortale dei secoli, innanzi a questa immacolata Sposa di Cristo, innanzi a questa Signora sovrana di tutti i regni, di tutte le età, di tutte le genti? Non ci terremo noi altamente onorati di appartenerle? non vorremo por mano efficacemente alle opere della sua gloria?8

 

 

«Madre nostra è veramente la Chiesa»

 

Vi stia sempre, o figli cari, fissa nella mente la grande sentenza del martire S. Cipriano: Non può avere Iddio per padre, chi non ha la Chiesa per madre.

E madre nostra è veramente la Chiesa, fratelli e figliuoli carissimi. Non è una frase oratoria questa; è una dottrina strettamente dogmatica.

Come nell’ordine naturale fra noi e Dio creatore stanno i genitori, e sta la serie dei padri nostri, onde ci congiungiamo al primo uomo, Adamo, così, scrive un grande, tra noi e Gesù Cristo, nell’ordine sopranaturale della fede e della grazia, sta una madre, che è vergine, ed è appunto la Chiesa. Ella per la serie non interrotta delle spirituali generazioni risale agli apostoli ed a Gesù Cristo. Come l’onda della vita naturale si spande da Dio in tutto il creato per l’opera necessaria dei genitori secondo la carne, così l’onda della vita soprannaturale e divina si spande da Cristo in tutti i credenti per l’opera egualmente necessaria della Chiesa, che è Sposa di Lui, e perciò madre nostra, destinata a nutrirci col latte delle sue dottrine, ad allevarci nella vita spirituale della grazia, ad arricchirci di tutti i tesori del Cielo, a condurci all’età perfetta di Cristo9.

 

 

«Amiamola questa madre!»

 

Amiamola questa madre! Non dimentichiamo che colui, il quale non ama la Chiesa è fuori dell’amore di Gesù Cristo, e perciò fuori di quel solo amore che ci nobilita, ci eleva e ci fa amar bene tutto ciò che è degno d’amore nell’universo. Amiamo la Chiesa viva e presente dei nostri giorni, che parla per bocca del suo Capo augusto e dei suoi Vescovi, che vive e soffre per noi, che con noi prega e spera. Amiamola come la cosa più caramente diletta che sia nel mondo dopo Gesù Cristo; amiamola come la nostra famiglia, come la nostra madre bellissima, e insieme affettuosissima; amiamola come{36} colei che meglio rappresenta ed esprime in sé la infinita bellezza e bontà di quel Dio che è tutto il nostro amore. Tra le braccia di questa madre abbandoniamoci fidenti. Lha detto mia madre, esclama il fanciullo, e, profferita questa parola, procede sicuro per la sua via. Il medesimo deve dire ciascuno di noi: Lha detto la Chiesa e basta!10.

 

 

«Ti ameremo sempre con amore di figli»

 

Oh! Chiesa Cattolica! o figlia del Cielo! come son belli i tuoi tabernacoli! come luminose le tue vie! Madre dei Santi, immagine della superna città, del sangue incorruttibile conservatrice eterna, salve! Tu ci ami con amore di madre e noi ti ameremo sempre con amore di figli. Come i nostri fratelli, che già colsero la palma del loro trionfo, attenderemo noi pure in questo mortale pellegrinaggio a santificarci, anche per non essere indegni di te. Seguiremo docili i tuoi insegnamenti, ci terremo stretti ognora al tuo fianco, ben sapendo che fuori di te non vi è salute. Con te militanti sulla terra, speriamo d’esser con te trionfanti nel Cielo pei meriti di Gesù Cristo Dio nostro, a cui sia onore, sapienza, impero, azione di grazie, benedizione, potenza, fortezza e gloria nei secoli dei secoli. Amen11

 

c)         LA CHIESA È SANTA

 

«La Chiesa è santa»

 

L’opera più grande di Dio Padre è Gesù Cristo e l’opera più grande di G.C. è la sua Chiesa, che acquistò e purificò col suo Sangue, santificò col suo spirito, arricchì dei suoi meriti, onde presentarla al Genitor suo scevra d’ogni crespa e d’ogni macchia, e farla regnare perpetuamente con sé in Cielo. Ella è quindi Santa nel suo Autore, che è la sorgente e la fonte di ogni santità; santa nei suoi Sacramenti, canali dai quali ci derivano tutte le grazie; santa nel suo incruento Sacrificio, col quale si offre al nome di Dio un’oblazione monda; santa nel suo culto, sì maestoso, sì bello, che ispira la fede più viva, il rispetto più profondo, la più tenera pietà, che vince ogni ragionamento, che parla potentemente al cuore anche degli eterodossi.

Santa nelle sue dottrine, giacché sua cura principale è di conservarle incorrotte, quali le ebbe dal suo fondatore, per portare rimedio alle spirituali infermità, dissipare le tenebre che ingombrano le menti, eccitare i suoi figli alle buone opere, sublimarli alla pratica della povertà volontaria, della obbedienza più perfetta, della verginità angelica, della vita austera e penitente, al coraggio del sacrifizio e del martirio.

Santa quindi nei suoi figli, perché il Salvatore diede se stesso affine di riscattarli da ogni iniquità, e per purificarsi un popolo accettevole, zelatore delle buone opere (...). Venite e vedete. Quei tanti milioni di martiri generosi, di solitarii penitenti, di vergini illibate, di eroi d’ogni maniera; quel numero grandissimo di pastori e di sacerdoti, che ardono di un santo zelo per la gloria di Dio e per la salute delle anime, che corrono anche in lontani paesi, ove scintilla la spada delle persecuzioni, e dovunque un fiero malore miete delle vittime; quei religiosi, e sono molti, di cui i nemici stessi ammirano le virtù, le austerità, lo spirito di solitudine, di preghiera, di zelo, di carità, di distacco da ogni terrena cosa; quelle tante anime pie, ignorate dal mondo, ma conosciute ed amate da Colui che scruta i cuori, sono tutti figli della Chiesa Cattolica. Ella, santa in sé e santa in tutte le cose sue, non cesserà mai dal nutrire nel proprio seno portenti di santità, degni del supremo onore degli altari, e di essere per tal modo inesausta sorgente di tutti i beni12.

 

 

«La Chiesa è madre di santità»

 

La santità è il carattere inseparabile e proprio della vera Chiesa; Dio è la santità per essenza; dunque una Chiesa che vien da Dio deve recar l’impronta della santità: e santa, anzi madre di santità, come scrive Agostino, è appunto la Chiesa Cattolica: sanctitatis mater (...).

Sorgente di santità sono anzitutto le verità che ci insegna; poiché le dottrine promulgate dalla cattolica Chiesa non sono semplici teorie, ma principii eterni, dai quali emana una moltitudine di conseguenze morali, che divinizzano, per così dire, la nostra natura (...). Un Dio giusto e infinitamente misericordioso, l’immortalità dell’anima, la riparazione della colpa per mezzo della penitenza, il perdono delle offese, la pazienza, la carità, l’umiltà e via dicendo, sono tutte dottrine che servirono in ogni tempo ad allevare incolpabili ed insigni eroi senza numero.

Sorgente di santificazione sono i Sacramenti che con affetto di madre la Chiesa ci amministra. Ci amministra il battesimo per tergere le macchie della nostra carnale origine; ci amministra la confermazione per renderci forti a combattere le battaglie del Signore; ci amministra la penitenza come mezzo di espiare i nostri peccati; ci amministra l’Eucaristia e ci comunica l’autore stesso della santità. Amministra il matrimonio che santifica la famiglia, amministra l’ordine sacro a perpetuare quaggiù il sacerdozio di G.C.; amministra l’estrema unzione e sparge sul letto delle nostre agonie le consolazioni stesse del Cielo.

Sorgente di santità sono i precetti ch’essa ci impone, precetti pieni d’indulgenza e di bontà, coi quali questa tenera madre ci guida tra i pericoli del mondo al porto della salute, e tutta si adopera a renderci felici in questa e nell’altra vita. Ci comanda di amar Dio col cuore, di riferire a Lui, come a termine ultimo, i pensieri, gli affetti, le opere, tutto quanto noi siamo e possiamo, e di amare il prossimo nostro come noi stessi coll’amore che viene da Dio. Infine ci propone d’imitare Gesù Crocifisso nostro Signore, sublime esemplare di rassegnazione, di fortezza, di gloria, affinché crocifissi con lui alle vanità di questo secolo, siamo consorti a lui nei patimenti come nel gaudio.

Sorgente di santificazione è la comunione dei Santi, frutto di quella perfetta carità che lega insieme tra loro la Chiesa militante, la Chiesa purgante e la Chiesa trionfante, ne forma come un sol corpo, di cui G.C. è capo; e quindi siamo noi fatti partecipi così dei meriti dei giusti ancor viatori sulla terra, come della gloria dei comprensori celesti13.

 

 

«Trovateci qualche cosa di virtuoso che la Religione non generi o non ispiri»

 

Trovateci qualche cosa di virtuoso che la Religione cattolica non generi o non ispiri. Forse l’amicizia? Ma la Religione cattolica soltanto può darci degli amici veri e fedeli. Forse la gratitudine? Ma è la cattolica Religione che forma il cuore veramente buono e condisce di pura gioia il civile consorzio. Forse l’unione maritale? Ma è pur vero essere la cattolica Religione che, innalzandola al grado di Sacramento, la rende stabile e santa e vuole che ritragga in sé l’immagine dell’unione di Cristo colla Chiesa. Forse i doveri della vita civile? Ma è pure il Vangelo che ci comanda di essere umili, dolci, affabili, mansueti, pazienti, caritatevoli. Forse il coraggio? Ma quali eroi potrebbero stare al confronto di quelli che vanta la Religione cattolica? Forse la buona amministrazione del governo? Oh se i popoli, le repubbliche, i regni fossero governati colle sole massime del vangelo! dove sarebbero allora gli abusi, le ingiustizie, le calunnie, le ambizioni, gli odii, i furti, gli omicidii, i sacrilegi, le rivolte?14.

 

 

«Il tesoro della Chiesa: la comunione dei Santi»

 

La comunione dei Santi, ossia il tesoro comune di grazie e di meriti che esiste nella Chiesa, si deve al capo principalmente (...). È dunque a Gesù Cristo che la Chiesa deve la pienezza dei suoi beni. Oh, io più non mi stupisco che questo fondo di riserva sia inesauribile, infinito. Il sangue di G.C., questo sangue adorabile, di cui una sola stilla sarebbe stata più che sufficiente a redimere il mondo, le sue lagrime, le sue preghiere, la sua vita, le sue opere, le sue fatiche, i suoi dolori, ecco ciò che forma e che alimenta il tesoro della Chiesa. È una catena di meriti che si estende dall’una all’altra estremità della terra, è un fiume di grazie che scorre incessante attraverso l’umanità e la feconda (...).

Se dal capo soprattutto deriva la vita dei membri, non è a credere che i membri a questa vita siano estranei. Poiché dice 1’Apostolo: Dio contemperò il corpo così che abbiano le membra mutua premura le une per le altre: Deus contemperavit corpus... ut pro invicem sollicita sint membra, affinché l’abbondanza degli uni supplisca all’indigenza degli altri: ut abundantia illorum vestrae inopiae sit supplementum.

Or bene, se tale è la condizione naturale del corpo dell’uomo, del corpo della famiglia, del corpo della città, non dovrà ciò verificarsi nella Chiesa, che è il corpo di G.C., la famiglia degli eletti, la città di Dio?

Uno sguardo alla innumerevole schiera dei Santi, che passarono sulla terra, e che oggi trionfano in Cielo. Quante sofferenze, quante preghiere e quanti sacrifici, che vanno a metter foce, come altrettanti rigagnoli, nel mare infinito dei meriti di G.C., che formano appunto il tesoro della Chiesa.

Io vedo in questo tesoro non solo i meriti sovrabbondanti satisfativi ed impetrativi di Cristo, ma altresì della Vergine e dei Santi: vedo il sangue dei martiri, le austerità degli anacoreti, lo zelo degli Apostoli, la fede dei Confessori, le palme delle Vergini; le stesse vostre buone opere, le preghiere stesse che oggi avete innalzate a Dio in unione del vostro Vescovo sono là. In virtù della Comunione dei Santi la nostra preghiera esce da questo tempio, vola sulle ali degli Angeli, attraversa gli Oceani, va diritta al cuore dei nostri fratelli lontani, dei nostri fratelli impenitenti, dei nostri fratelli separati. Essa porta loro il balsamo della consolazione, la grazia del rimorso, il dono della perseveranza. La Comunione dei Santi si estende ovunque. Per essa non vi sono limiti né di tempo né di spazio15.

 

 

«È consolante, è dolce questo dogma della comunione dei Santi»

 

Non udite i gemiti che arrivano a noi dal profondo? Miseremini mei, saltem vos, amici mei! Abbiate pietà di me, voi almeno che foste un dì miei amici (...). Sono voci di lamento e di dolore. È la voce di un padre, d’una madre, d’un fratello, d’una sorella, d’una figlia, d’una sposa, che sale a noi dal carcere di espiazione per implorare i nostri suffragi, poiché nemmeno il dolore distrugge la comunione dei Santi. E perché mai questa comunione sarebbe rotta per la espiazione dei giusti? Non appartengono forse come noi al corpo di Gesù Cristo? Non sono anch’essi membra vive della famiglia degli eletti e della città di Dio? Perché dunque non avrebbero parte al tesoro comune della Chiesa, alla nostra soddisfazione, ai nostri sacrifici, ai nostri soccorsi?

Ah, è pur consolante, è pur dolce questo domma della comunione dei Santi! Il cielo prega, la terra prega, il purgatorio prega; e così il purgatorio, la terra, il cielo, la Chiesa sofferente, la Chiesa militante, la Chiesa trionfante si danno la mano, sono unite fra loro per un mutuo scambio di suppliche e di meriti. Dal purgatorio la preghiera sale verso la terra, dalla terra si innalza al cielo e là, passando per la bocca dei Santi, ottiene il refrigerio, la luce e la pace. Il purgatorio prega per noi, il Cielo prega per noi, e noi poveri esuli e pellegrini preghiamo il Cielo, tra i patimenti e la gloria.

È per mezzo nostro che il grido di quelle anime prigioniere arriva fino al trono di Dio. Di lassù l’abbondanza delle divine misericordie si spande sulla terra e dalla terra, qual celeste rugiada, cade sino al purgatorio ove si posa su labbra arse da fiamme espiatrici16

 

 

d) LA CHIESA È UNA

 

«Unità di fede, unità di comunione»

 

La vera Chiesa di G.C. figurata nell’Antico Testamento nell’arca di Noè, nel monte di Sion, detta la vigna, il campo, la nave, l’ovile, la casa, l’esercito, il regno di Dio, il corpo di Cristo, deve portare in fronte splendente di vivissima luce la nota dell’unità. Come uno è il Signore, una la fede, uno il battesimo, così deve esservi unità di credenza in quelli che appartengono alla Chiesa; come G.C. era morto per raccogliere insieme i figli di Dio che erano dispersi, così deve serbarsi l’unità di carità, o di comunione. La professione della stessa dottrina, ossia l’unità di fede; la intera sommissione allo stesso Capo, rappresentante di Dio, ossia l’unità di comunione, era il supremo pensiero del divin Salvatore allorché pregava fervidamente il Padre pei seguaci suoi presenti e futuri, affinché siano tutti una sola cosa, come tu sei in me, o Padre, ed io in te, che siano anch’essi una sola cosa in noi. Era quella duplice unità che inculcava l’Apostolo con quelle parole: Siate solleciti di conservare l’unità dello Spirito mediante il vincolo della pace17.

 

 

«Unità di fede, unità di regime, unità di sacramenti»

 

Dio essendo uno e una essendo la verità, bisogna che anche la vera Chiesa sia una. E l’unità è infatti il primo carattere che brilla sulla fronte della Chiesa di Cristo. Unità di fede, unità di regime, unità di sacramenti, quale appunto venne da Cristo costituita! Unità di fede, perché tutti i membri che la compongono debbono credere le medesime verità, professare le medesime dottrine sotto pena di cessare di essere cattolici. Nessuna licenza di pensiero nessuna fisima di privata interpretazione, e nessuna ingerenza dell’individuo in ciò che spetta la fede.

Unità di regime, poiché la Chiesa di Cristo forma una sola immensa famiglia, un corpo compatto, una vera società ordinata e composta con interno ed esterno organismo, perfetta in ogni sua parte. Ed ecco al di sopra di ogni Diocesi un Vescovo, che n’è il Padre, il pastore, il maestro; al di sopra di tutti i Vescovi il Papa, che di tutti è il fondamento, il capo, il monarca; cosicché tutto s’incentra nel Papa e tutto dal Papa discende ai fedeli con sì mirabile rifluire di vita che strappa l’ammirazione degli stessi increduli e li costringe a venerare la meravigliosa struttura, la sorprendente unità di quella grande Gerarchia sociale.

Unità di Sacramenti, poiché tutti nella Chiesa di Cristo usano dei medesimi Sacramenti non solo, ma ne usano, sostanzialmente, nel medesimo modo. Tutti pregano con la medesima parola, tutti offrono a Dio il medesimo sacrificio di lode, la medesima oblazione monda, che era stato predetto doversi offrire dall’oriente all’occaso, in tutto il mondo18.

 

 

«La Chiesa è il corpo di Cristo, una famiglia, una città»

 

La Chiesa, dice l’Apostolo, è il corpo di G. C.. Ora, le membra d’un corpo sono unite fra loro per uno scambio continuo di mutui servigi. L’un membro sostiene ed aiuta l’altro, e tutti insieme partecipano agli stessi beni, la forza cioè, la sanità, il movimento, la vita. Un membro che cessasse di concorrere al benessere generale o di attingere a questa sorgente comune, verrebbe per ciò stesso colpito d’impotenza e cesserebbe di vivere. È perciò che l’uno non può dire: Io non abbisogno di te, poiché tutti, il capo come le mani, le mani come i piedi contribuiscono alla bellezza, all’armonia del tutto.

La Chiesa è una famiglia. Ora tutti i membri di una famiglia sono uniti fra di loro in somigliante maniera. Il più debole si appoggia al più forte e il più forte protegge il più debole. Il nome, la fortuna, la sanità dell’uno si rifondono su tutti e formano come una riserva comune. La potestà del padre si comunica alla madre e ai figli. L’amore della madre si divide tra i figli e il padre e l’innocenza dei figli si riflette sui genitori. Il guadagno dell’uno diventa il guadagno degli altri, la sua povertà loro povertà, il suo disonore loro disonore, la sua gloria loro gloria. Allorché un membro della famiglia soffre, tutti gli altri soffrono con lui; allorché uno si rallegra, tutti gli altri con lui si rallegrano. Così la famiglia umana è, come il corpo umano, uno scambio di servizi e di funzioni reciproche, in mutua colleganza di amore.

La Chiesa è una città, città fondata sulla vetta di un’alta montagna. Ora anche qui la ricchezza degli uni torna a vantaggio degli altri e l’abbondanza di questi supplisce alla penuria di quelli. Altri contribuiscono col lavoro al comune sostentamento, ed altri vegliano al buon andamento della cosa pubblica. Ciascuno ha il proprio personale valore, i suoi titoli privati, ma v’è altresì un tesoro comune, al quale tutti partecipano, secondo i loro diritti e la loro capacità. Mirabile armonia per cui tutto si intreccia, si collega, si coordina in una vasta comunicazione di bisogni e di benefizi19.

 

 

«La varietà non pregiudica all’ammirabile unità»

 

Mirate questo santo edificio e vedete come la varietà non pregiudica punto all’ammirabile unità. Ciascuna pietra ha la sua forma, la sua posizione, il suo particolare destino. Le une collocate alla base; alla sommità le altre; quelle più ricche e più splendide adornano il santuario e l’altare; queste più comuni, ma non meno utili, disseminate in ogni parte, formano il corpo principale della costruzione. Sepolte le une sotto il suolo e affatto ignorate, sostengono il peso di tutto l’edifizio; esposte le altre allo sguardo degli uomini, spesse volte non sono che un ornamento sì accessorio che, se vengono levate, il tempio non è meno bello, né men solido.

Ecco un’immagine viva della società, della famiglia, della Chiesa, quali vennero da Dio istituite. In esse ciascuno deve tenersi al proprio posto, accettare con docilità inalterabile la posizione in cui Dio lo ha collocato; giacché Dio è l’autore degli onori, il distributore delle dignità, l’arbitro supremo della nostra sorte e la vera gloria dell’anima cristiana sta nel compiere i voleri divini per edificare, come scrive S. Paolo, sopra il fondamento degli Apostoli e dei profeti, pietra maestra angolare essendo lo stesso Cristo Gesù, sopra cui l’edificio tutto insieme connesso si innalza in tempio santo del Signore; sopra di cui voi pure siete insieme edificati in abitacolo di Dio mediante lo Spirito.

Ma come queste pietre (...) non formerebbero un solido edificio se non aderissero le une alle altre con certo ordine, se non stessero unite in pace e quasi in vicendevole amore, così i cristiani non formano davvero la casa di Dio se non quando sono uniti strettamente coi vincoli della carità: Domum Domini non faciunt, nisi quando charitate compaginantur. La carità (...) è il nobile cemento della società cristiana; è la gran legge di attrazione che perfeziona e conferma il mutuo amore che dobbiamo ai nostri fratelli; che dona al cuore umano la solidità e la elasticità riempiendolo di forza, di compassione e di misericordia20.

 

 

«Forti nella verità, forti nella carità, forti nell’unità»

 

Diremo a tutti: siate fermi, siate impavidi, siate irremovibili nel sostenere e nel difendere i sacrosanti diritti della Chiesa e del suo Capo augusto, ma sempre, come Leone XIII prescrive, con quella temperanza di modi e di linguaggio, che non tolgono, ma aggiungono forza al diritto e alla verità e la rendono accessibile anche alle menti più restie.

Se noi tanto insistiamo su questo punto, è che purtroppo siamo in tempi in cui le massime anche più elementari del cristianesimo vengono da molti o stravolte o neglette, né mai perciò si ripetono abbastanza. Adunque, che la nostra fortezza sia resa amabile dalla prudenza e dalla carità, e la prudenza e la carità ricevano efficacia dalla fortezza: Resistite fortes in fide!

Forti nella verità, forti nella carità, forti anche nell’unità, che della carità è compimento ed effetto.

Unità! è questa la raccomandazione ultima che ci ha fatto il S. Padre col linguaggio più caldo e affettuoso, ed è pur questa la raccomandazione che in Suo nome vi facciamo Noi con tutto l’ardore dell’animo nostro: unità! Unità di mente, unità di cuore, unità di opere. Nei tempi difficilissimi che attraversiamo, noi non potremo sostenerci che restando uniti e compatti, e non vi dev’essere sacrificio di opinioni che non dobbiamo fare per mantenere codesta unità, nella quale soltanto è il segreto della vittoria21.

 

 

«Un sistema di liberalismo affatto nuovo»

 

Che dovrà dirsi di quelli, che non contenti della parte di sudditi, che loro spetta nella Chiesa di Dio, credono di poterne avere qualcuna anche nel governo di essa?

È su questa insana pretesa che essi sono andati fabbricando un sistema di liberalismo affatto nuovo, tanto più pericoloso, quanto più si studiano di vestirlo di belle apparenze; farisaico sistema, che arriva purtroppo a sedurre tante anime semplici, e ad invadere alcune menti pur non perverse né ingenerose; anarchico sistema, che finisce per scindere le nostre forze e gettar la discordia tra i figli dello stesso padre, tra i membri della stessa famiglia; barbaro sistema, che non rifugge dal contristare ad ogni poco spiriti immortali, che ogni germe di carità uccide nel cuore di tanti (...).

I pericoli maggiori per la Chiesa non sono le persecuzioni violente e barbare, alle quali è avvezza da secoli, e grazie a Dio sa farne suo vantaggio; non sono le discussioni della ragione illuminata e della scienza, perché sa per certo di uscirne vittoriosa. La ragione, la storia, le promesse divine stanno per lei. I maggiori suoi nemici e più temibili sono le debolezze di taluni dei suoi, le loro matte superbie, le loro mire ambiziose, le loro ipocrite arti; sono i loro portamenti, le loro azioni tutt’altro che conformi allo spirito di veri e perfetti cattolici, quali si vantano di essere22.

 

 

«Incuranza delle virtù più amabili del cristianesimo»

 

Sentiamo di dover levare un’altra volta la voce contro il nuovo manifestarsi del fatale sistema, e una volta di più ricordare essere tutt’altro che conforme allo Spirito schiettamente cattolico quel disfarsi, come usano costoro, in proteste di attaccamento e di devozione al Papa, nel tempo stesso che osano venir meno al rispetto dovuto ai Vescovi a Lui uniti, avversandone il regime con modi, se non altro, indiretti, o torcendone a sinistro senso gli atti e le intenzioni; quell’identificare, a così dire, se stessi colla S. Sede, proclamandosene essi difensori, i soli figli devoti, i soli fedeli portavoce; quel segnalare come ribelli alla Chiesa persone alla medesima devotissime, rivestite anche d’autorità (...); quel pretendere al monopolio esclusivo del cattolicismo, affettando un linguaggio da maestri infallibili, condannando e anatemizzando in nome della Religione e del Papa quanti non dividono le loro opinioni, e più spesso, le loro esagerazioni e stravaganze (...); quel pretendere di sciogliere con più o meno spontanei plebisciti, formati di persone prive d’autorità, e quasi sempre incompetenti, le questioni più complesse, più ardue e più delicate, che sorgono talvolta nel campo religioso o scientifico-religioso (...); quel mettere in un fascio coi nemici della Religione persone rispettabilissime sotto ogni riguardo, e non di rado muover loro l’accusa di violata o sospetta fede cattolica, per una differente opinione che abbiano in materie puramente politiche, o lasciate ancor libere alla discussione dei dotti dalla sapiente moderazione della S. Sede (...); quel non vedere mai nulla di bene, anzi tutto di male, in ciò che si pensa o si opera da quanti sono o si suppongono contrari alle proprie idee (...); quell’affettare incuranza delle virtù più amabili del Cristianesimo e prender quasi ad irridere chi se ne faccia banditore, e mostri di averle sopra tutte preziosissime e care (...).

Tutto ciò è in aperta opposizione collo spirito da cui dev’essere animato il sincero cattolico, ed ha smarrito il senso di Cristo chi non lo comprende, chi non lo sente23.

 

 

«L’unità gerarchica è essenziale»

 

Non solamente l’unità dommatica, ma altresì quella gerarchica appartiene all’unità essenziale della Chiesa. Ché Cristo pregò il Padre affinché i fedeli sint unum, sicut Ego et Pater unum sumus24.

 

 

«Guai a chi osa infrangerla»

 

In questi tempi di anarchia non sarà mai troppo il ripeterlo: siamo uniti! Il popolo coi suoi parroci; i parroci e il clero fra di loro nell’ordine gerarchico; tutti, clero e popolo, col Vescovo, che in unione perfetta col Papa, supremo Gerarca, è l’anello che vi stringe al Pastore invisibile Gesù Cristo. Ecco la sacra catena che è nella Chiesa di Dio. Guai a chi osa infrangerla! Chi si stacca dal suo anello immediato, permettendolo Dio, diventa giuoco dei tristi e strumento a molti di perdizione25.

 

 

«La Chiesa per vincere ha bisogno di tenersi completamente ordinata»

 

Lo spirito di contesa è sempre stato riprovevole, ma tale molto più deve dirsi oggi, che ci stanno di fronte avversarii fierissimi, non ad altro anelanti che alla rovina della Chiesa e delle anime. «Nella lotta che attualmente si combatte per cose della più alta importanza, così altra volta il S. Padre, debbono tutti collo stesso intendimento e di un medesimo spirito indirizzare le loro forze allo scopo comune, che è quello di mettere in salvo i grandi interessi religiosi e sociali».

A ciò non condurranno, no, le dispute più o meno passionate di certi spiriti irrequieti; non le discussioni più o meno sottili su questo o quel modo di organizzare le forze; non la sommissione forzata e apparente, che lascia sussistere in fondo al cuore la diffidenza, il sospetto, la divisione; non le gare, le invidie, le tendenze esclusive ed egoistiche; non infine quello zelo amaro e inconsiderato, che confonde la forza del sacro ministero colla cieca violenza dei partiti, che crede di prestare ossequio a Dio attaccando gli uomini anche più integerrimi e devoti agli interessi della Chiesa e del suo Capo augusto, ma devoti senza vana ostentazione, senza infingimenti e senza umane passioni.

Ciò che porrà in salvo le ragioni della Sede Apostolica, e che in seno alla Chiesa ricondurrà l’ordine e coll’ordine la pace, sarà, non ci stancheremo di ripeterlo, l’osservanza pratica della gerarchica dipendenza, l’abbandono fiducioso e sottomesso, proprio dei figli, alla paterna autorità che li governa, sarà, a parlar più chiaro, la sommissione piena d’intelletto e di volontà ai proprii Pastori, e per essi e con essi, al Pastore della Chiesa che tutti ci guida. Così è: la Chiesa per vincere non ha bisogno che di tenersi completamente ordinata. Qui il segreto della sua forza, qui l’arra della vittoria26.

 

 

«Anche fra le Chiese dissidenti la Chiesa cattolica ha dei figli»

 

È certo che le vie di Dio non sono le nostre, o Dilettissimi, e che anche fra le Chiese dissidenti, la Chiesa cattolica ha dei figli, se non di fatto, di desiderio almeno; anime generose, che sarebbero degne di esser nate in seno all’unità, e che forse già vi appartengono per mezzo di legami invisibili ed occulti che Dio solo conosce (…).

Separati dal corpo della Chiesa, essi appartengono all’anima di essa, e quando la politica non sarà più interessata a conservare quel muro di divisione, che tiene scissa la grande famiglia europea; quando gli interessi della terra scompariranno in faccia agli interessi del Cielo; quando la gran legge della carità evangelica sarà meglio intesa e praticata da tutti, oh! allora, non dubitiamo affermarlo con altri, il Pastore universale vedrà con lieta sorpresa pecorelle in gran numero che gli appartenevano là dove forse l’occhio dell’uomo non scorgeva che lupi; allora l’oriente e l’occidente{46} si abbracceranno come fratelli in un medesimo santuario e Santa Sofia di Costantinopoli udrà echeggiare sotto le sue volte il Te Deum d’altro tempo, mentre trasaliranno di giubilo le ossa immortali dei Crisostomi e dei Nazianzeni; allora da tutti i punti dello spazio le genti più lontane e diverse, si rivolgeranno verso il centro dell’unità, verso Roma, (…); allora (Noi ne abbiamo più che il presentimento, la certezza) di tutte le famiglie si formerà una sola famiglia di tutti i popoli un solo popolo, di tutta l’umanità un solo ovile sotto la guida di un solo Pastore27.

 

 

«La grande unità verso la quale camminiamo a gran passi»

 

Ha da venire un giorno che la giustizia e la pace si baceranno in fronte, che brillerà di nuova luce sul mondo il sole della cristiana civiltà, che l’edifizio sociale si leverà su basi vorrei dire incrollabili.

Spetta a noi, o dilettissimi, l’affrettare quel giorno. In qual modo? Guadagnando alla verità, più coll’esempio che colle parole, i fratelli, professando apertamente la nostra fede, operando in conformità della medesima, adoperandoci a far sì che nell’animo di tutti, come ormai avviene in quello di molti, s’imprima il profondo convincimento che solo dal Romano Pontificato può l’Italia aspettare salvezza e benessere vero. A questo nobile e santo intendimento, ispirato dal più puro amore alla Chiesa e alla patria, deve ormai volgersi la comune operosità, smessa ogni gara di partito. Tutti, tutti, con la influenza delle virtù che ci sono imposte, preparar dobbiamo un popolo capace di essere governato con paterno regime, agevolando così ai reggitori della cosa pubblica l’arduo loro compito. Dobbiamo sopratutto ricorrere a Dio colla preghiera, perché, non dimentichiamolo, se il Signore non custodisce la città, vegliano indarno coloro che la custodiscono (Ps. 126).

Oh, si! preghiamo, o dilettissimi. Preghiamo che ritornino alla fede gli erranti, che si estenda sempre più il regno di Gesù Cristo, che i disegni del suo Vicario si compiano. Preghiamo e speriamo.

Già un ritorno si sta facendo a idee sane e giuste, e da molti si rifà il cammino, o si riconosce almeno la necessità di rifarlo. Le delusioni e il disinganno scuotono salutarmente le moltitudini; si tocca con mano che l’empietà, comunque si mascheri, non è che tirannia, che le sue promesse sono mendaci, che mortiferi sono i suoi frutti. I più ascoltati scrittori disdicono oggi quello che ieri con burbanza asserivano, e sul labbro di uomini investiti del potere risuonano, sebbene timidamente, parole preziose da molti anni inusitate. Tutto appalesa una lenta, ma progressiva evoluzione di idee; tutto lascia presagire che la società, nauseata dall’immondo materialismo che la corrompe e degrada, sia per avviarsi al sospirato rinnovamento; tutto annunzia, come diceva De Maistre, non so quale grande unità, verso la quale camminiamo a gran passi.

È senza dubbio l’unità predetta nell’Evangelo, l’unità religiosa per mezzo della Chiesa, l’unità che di tutta la terra farà da ultimo un solo ovile sotto la guida di un solo Pastore.

Miei cari, l’uomo si agita, ma Dio lo conduce. Preghiamo, ripeto, e speriamo28.

 

 

e) LA CHIESA È MAESTRA

 

«La Chiesa è una Maestra infallibile»

 

La Chiesa cattolica nel suo insieme altro non è che la società degli Angeli e dei fedeli, che attraversa i secoli e passa sulla terra per raccogliersi in quella santa unità universale e perpetua e ritornare coi suoi figli nell’eternità donde è uscita. È essa l’assemblea dei figli di Dio, l’esercito del Dio vivente, il suo regno, la sua città, il suo trono, il suo tabernacolo; è quella nobile società che esiste sino dal principio dei secoli e comparsa nelle ombre e nelle figure con Adamo, annunziata nei patriarchi, accreditata in Abramo, rivelata per Mosè, profetata da Isaia, nel suo ultimo periodo si manifesta oggi in Gesù Cristo, quale una società di uomini, uniti insieme nella professione della medesima fede e nella partecipazione degli stessi Sacramenti, sotto il governo dei legittimi Pastori e principalmente del Romano Pontefice, Capo visibile, Supremo Moderatore, Pastore universale, di questa felice adunanza fondata dall’Uomo Dio.

E poiché si compiacque di commetterle il deposito della rivelazione, ossia l’intero corpo delle dottrine spettanti alla fede ed alla morale, che egli stesso aveva portato dal cielo, perché le insegnasse a tutte le generazioni con certezza, con facilità e senza mescolanza di errore, era necessario che venisse fornita della gloriosa qualità di maestra infallibile, affinché trasmettesse in tutti i tempi le verità rivelate tali e quali le ricevette dallo stesso divino suo labbro (...).

Non accogliere tutte le definizioni del Concilio con piena e pronta sommissione di intelletto e di volontà, senza restrizioni, senza transazioni, esitanze e compromessi è non solo negare la verità particolare che contraria le proprie idee, ma un negare l’infallibile magistero, che ce la propone a credere, è un distruggere il cattolicismo e ferire mortalmente la stessa società.

Col magistero infatti infallibile della Chiesa, il Cattolicismo è divino, la filosofia è condotta da lui alla fede; il mondo è per lui rinnovato, il martirio diviene ragionevole, i Concilii sono riconosciuti e rispettati, le eresie abbattute, la scienza e la civiltà fecondate, la morale assicurata, la pace della coscienza fatta certa e tranquilla, tutti i frutti della santificazione versati abbondantemente sui popoli, la durata della Chiesa invincibile, la sua unità indissolubile. Togliete alla Chiesa cattolica questa gloriosa prerogativa e tutta si sfascia e si rovina, come si è sfasciata e rovinata la fede in quelle anime sciagurate, che guerreggiarono in questi ultimi anni le sue sante solenni definizioni29.

 

 

«La Chiesa insegnante e la Chiesa insegnata»

 

Se per divina ordinazione v’è un’autorità unitiva e dirigente, e questa risiede nell’ordine sacerdotale, dovete dunque riconoscere che nella Chiesa esiste distinzione di classi, di uffici e di poteri; vi è superiore e suddito, vi è pastore e gregge: vi è chi ammaestra e chi è ammaestrato, chi pasce e chi è pasciuto. Vi è, in altri termini, la Chiesa insegnante e la Chiesa insegnata, le quali, sebbene distinte fra loro, non formano che una sola e medesima Chiesa.

Appartengono alla prima i successori degli Apostoli, i Vescovi e specialmente il successore del Principe degli Apostoli, il Papa. Appartengono alla seconda i fedeli tutti. Quanto ai semplici Sacerdoti, se da un lato appaiono appartenere alla Chiesa insegnante, in quanto amministrano i Sacramenti ed ammaestrano i fedeli, in realtà appartengono alla Chiesa insegnata, perché non posseggono la pienezza del Sacerdozio, perché non hanno giurisdizione alcuna, perché non amministrano sacramenti, né ammaestrano i fedeli, se non in quanto sono a ciò autorizzati dal Vescovo30.

 

 

«L’infallibilità del Papa non è disgiunta dalla fede della Chiesa»

 

Il Papa è personalmente infallibile, ma la sua infallibilità non può essere personale e separata per modo che la sua fede sia disgiunta dalla fede della Chiesa. La Chiesa è un corpo vivente e non un cadavere: nessuna potenza terrena può rapirle la sua forza vitale, perché è divina e specchia in se stessa la vita intima di Dio. Il Papa è capo, i Vescovi sono le membra del corpo insegnante e vivente. Se il Capo potesse separarsi dalle membra, voi avreste un corpo morto, e la Chiesa, contro le promesse di Gesù Cristo, sarebbe distrutta.

Il Pontefice pertanto, che in se stesso unisce ed incentra tutto l’episcopato, non potrà mai trovarsi solitario ed isolato quando insegna a tutti i credenti nelle cose di fede e di morale, perché lo Spirito Santo, che assiste il Capo e lo difende da ogni errore, opera ed ispira la sommissione, almeno in un certo numero di Vescovi, i quali, uniti a Pietro, formano la vera Chiesa (...).

Il Papa è infallibile, ma la sua infallibilità non lo disobbliga di attendere alla dottrina, di tenere consulte, di far appoggio sopra dei Vescovi e dei Concilii. La infallibilità si compone di due parti ben distinte, la parte divina, che è l’ispirazione, la luce che Cristo, mediante lo Spirito Santo, irraggia sopra il successore di Pietro; la parte umana, che richiude gli elementi della scienza, la ricerca necessaria intorno alla Tradizione e alla Scrittura, il modo più atto a significare ai popoli la verità.

La verità non è per via di nuove rivelazioni, né per immediate illustrazioni, ma all’elemento divino deve unirsi l’elemento umano, che sviscera il sacro deposito affidato alla Chiesa, contenuto nei libri del vecchio e del nuovo Testamento, negli scritti dei Padri, nei monumenti della Religione, nell’insegnamento orale e nell’uso sempre vivo e costante delle Chiese, in comunione colla Chiesa Romana, Madre e Maestra di tutte. Né vi pensate che possa accadere il caso di una definizione senza il debito esame; no, ciò non è possibile. Lo Spirito Santo, sulla cui assistenza si fonda l’infallibilità, non può permettere che la negligenza dell’uomo tragga in errore la Chiesa, omettendo la ricerca necessaria onde scoprire, illustrare, promulgare con solenni e nuove definizioni le verità antiche31.

 

 

«Fautrice d’ignoranza la Chiesa

 

Sappiamo bene quello che si dice: — la Chiesa tarpa all’ingegno le ali, ed è fautrice di ignoranza! – Ma quale accusa più stolta e più irragionevole di questa? Fautrice d’ignoranza la Chiesa, che nulla teme tanto quanto l’ignoranza, e che anzi facendo dell’ignoranza una colpa, obbliga tutti allo studio più diligente e spassionato del vero? Quando mai la verità fu un ostacolo allo sviluppo dell’umana intelligenza?

Fautrice d’ignoranza la Chiesa! Ma può egli darsi ignoranza della storia peggiore di quella che si viene con tale accusa a mettere in mostra? La storia altamente proclama che fu anzi la Chiesa colei che, dissipate le tenebre delle superstizioni più inveterate, spinse l’umanità sulle vie del vero incivilimento. Fu la Chiesa che nuovi cieli e nuove terre, per così dire, ci aprì dinanzi; che mediante la vivifica sua luce, rialzò la nostra avvilita ragione e la fortificò tanto da affrancarla da qualsiasi errore (..).

Oggi stesso che tanto si parla di istruzione, e tante ree massime si spargono a larga mano dovunque, chi è che pensi a mantener saldi nei popoli gli eterni principii di verità e di giustizia? chi, se non la Chiesa cattolica? e non è forse la Chiesa cattolica che invia anche oggi i suoi missionari nelle più remote contrade fra le genti più barbare, per guadagnarle alla civiltà, nel tempo stesso che le guadagna alla croce? Non è la Chiesa cattolica che manda i suoi preti anche nei luoghi più alpestri e disagiati, dove con iscarso pane e privazioni d’ogni sorta passano i giorni fra le nevi durante l’inverno, e fra mille intemperie durante l’estate, per dirozzare tante povere creature, santificarle, e metterle a parte delle consolazioni del cielo?

Si ha un bel gridare contro la cattolica Chiesa da chi non la conosce che per vilipenderla! Essa fu e sarà sempre l’unica vera Maestra, come degli individui, così delle nazioni, tale avendola quaggiù costituita il suo divin Fondatore. Ella sola possiede la virtù di preservare la ragione dalle più vergognose cadute; ella sola può fare che il bello sia splendida immagine del vero e del santo; ella sola può avvicinare l’uomo a Colui che è Sapienza infinita e Luce per essenza. Questo anzi il fine di tutte le sue operazioni; per questo ci grida continuamente per bocca dell’Apostolo: voi eravate già tenebre, ed ora siete luce nel Signore; vivete come figli di luce32.

 

 

«Guai alla Chiesa Romana se fosse stata colpita d’immobilità!»

 

La Chiesa, come società universale e perpetua, ha ricevuto la potestà di ottemperare le sue leggi alle necessità di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Dovendo poi procedere in ragione diretta delle leggi provvidenziali che reggono l’umanità, al cui bene è preordinata, è necessario che ne segua i movimenti, ne indaghi le esigenze, ne soddisfi i bisogni nell’orbita della sua missione.

Guai alla Chiesa Romana se fosse stata colpita d’immobilità come lo fu la Chiesa scismatica! Che anzi di qui si può trarne una splendida dimostrazione della sua divinità. La Chiesa scismatica infatti cambiò l’elemento immobile, cioè il dommatico, e rimase stazionaria nell’elemento variabile. Mentre invece la Chiesa Romana, restando ferma, come torre che non crolla, nell’elemento divino, seppe mostrare una giovinezza sempre rigogliosa, una vitalità sempre esuberante, piegandosi e ripiegandosi sopra il flusso e riflusso delle umane generazioni circumdata varietate33.

 

 

«Guardare al Cielo, soffrire e tacere»

 

Bisogna adunque aver pazienza e sperare soltanto nell’aiuto di Dio. Ma non vi credete che io sia punto scoraggiato: lavoro indirettamente, perché non credo giovevole il farlo direttamente; l’opposizione a quel partito io lo considero come un dovere del ministero e non cesserò mai dall’adempierlo con prudente fermezza, quantum Deus dederit, sebbene abbia perduta ormai la fiducia negli uomini. La esperienza, caro fratello, del mondo mi ha fatto ricredere di molte e molte cose e rimpiango quei giorni nei quali l’anima mia, tutto ardore, vedeva la Chiesa tutta perfetta e tutto ciò che le appartiene a color di rosa. Ma son venuti i cambiamenti ed essi pure hanno il loro perché. Mi staccano ognor più dalle cose di questo povero mondo e mi fanno piegare verso quel tal programma, che vi proponevo un giorno34.

Si ha proprio bisogno, caro Mgr., di obliare, almeno per qualche settimana, le tristezze dell’ora presente. La Chiesa sembra convertita in una vera babele: forse sarà il presente uno dei più tristi periodi della sua storia. Laggiù veggono il male, talvolta lo deplorano in segreto, ma in pubblico o nulla, o atti che sembrano incoraggiare i demolitori dell’ordine gerarchico. È prudenza, almeno, umana? È debolezza? È complicità? È paura degli uomini, che si lasciano demolire? Dio solo lo sa; quello che so io si è che in nessuna società ordinata si tollererebbero simili bricconate e simili bricconi. Bisogna proprio guardare al Cielo, soffrire e tacere. Si scis tacere et pati statim et procul dubio videbis super te auxilium Domini. È una gran massima, piena di sapienza pratica35.

Credo che contenga una gran sapienza la seguente massima: «Rimanersi in perfetta tranquillità circa tutto ciò che avviene per divina disposizione non solo riguardo a sé ma ben anco riguardo della Chiesa, operando a pro di essa dietro la divina chiamata»36.

 

 

 

f) LA CHIESA È SOVRANA

 

«La Chiesa dobbiamo ubbidirla perché Sovrana»

 

La Chiesa noi dobbiamo ascoltarla perché Maestra, e dobbiamo inoltre ubbidirla perché Sovrana.

Questa sovranità non le venne conferita dagli uomini, ma da Dio stesso, Re dei secoli invisibile e immortale, Creatore e Signore del Cielo e della terra. Come il Padre ha inviato me, disse Gesù Cristo ai suoi Apostoli, così io mando voi,  vale a dire: vi mando collo stesso fine, collo stesso mandato, colla stessa regale autorità…senza limiti e senza confini; autorità universale. Tanto è grande quest’autorità che non solo abbraccia l’universo creato, ma arriva fino al trono di Dio. Soggiunse infatti Gesù Cristo: tutto ciò che voi scioglierete sulla terra verrà sciolto anche in Cielo, e tutto ciò che avrete legato sulla terra, sarà legato anche in Cielo, il che è quanto dire: qualunque cosa la Chiesa giudicherà di prescrivere sia quanto al dogma, sia quanto alla morale, qualunque legge stimerà necessaria in ordine all’eterna salute, tutto sarà approvato e confermato lassù, dove sono scritte le stesse leggi di Dio.

Ne segue, come vedete, che ogni giudizio, … in quanto emana dall’autorità della Chiesa, deve aversi dai cattolici come un giudizio, un comando di Dio. Chi dunque si oppone a questi giudizi, a questi comandi della Chiesa, chi in qualunque modo vi contraddice, chi vi resiste, si oppone, contraddice e resiste a Dio medesimo: qui vos spernit, me spernit37.

 

 

«Obbedienza pronta e cordiale»

 

L’apostolo S. Paolo scriveva ai fedeli di Corinto: «Io vi prego, o fratelli, e scongiuro nel nome del Signor nostro Gesù Cristo, che non vi siano tra voi scissure, ma che tutti pensiate, sentiate, diciate lo stesso.» Questa è pure la preghiera che io faccio a voi, miei cari. Ma come sarebbe possibile questa perfetta uniformità, questa concordia, senza obbedienza alla Chiesa?

L’obbedienza, e l’obbedienza pronta e cordiale, è, dirò con altri, il miglior sacrificio che si può rendere a Dio, perché è l’olocausto della miglior cosa di cui siano possessori, che è la nostra volontà. L’obbedienza è sicura, perché si può talvolta errare nel comando, ma chi obbedisce non sbaglia mai. L’obbedienza è sempre meritoria, ché l’obbediente moltiplica le vittorie e le palme. L’obbedienza è principio dell’ordine, fonte della tranquillità e della pace, e ragione della potenza e della bellezza della Chiesa. Chi obbedisce si cinge di gloria, perché si fa compagno dei Santi, compagno della Vergine benedetta, imitatore di Cristo, fattosi obbediente al Padre, sino alla morte e alla morte di croce38.

 

 

«È assolutamente necessario obbedire ai Pastori legittimi»

 

Per essere cristiano e salvarsi, non basta esser battezzato, non basta professare la fede di Gesù Cristo, non basta neanche partecipare agli stessi Sacramenti, ma è necessario altresì obbedire ai Pastori legittimi; obbedire, cioè, al Papa, obbedire al Vescovo, obbedire a quelli che, dal Papa o dal Vescovo sono preposti al governo delle anime nostre. Chiunque pertanto al Papa, al Vescovo, al Sacerdote cattolico non obbedisce, potrà essere qualunque altra cosa si voglia, ma non cristiano, non cattolico sicuramente. Egli è un superbo, un ipocrita e niente più; egli è fuori della Chiesa: « Si quis non est cum Episcopo, in Eccleesia non est; » Così il più volte citato S. Cipriano39.

 

 

«Pronti a sacrificare tutto, anche la nostra vita, piuttosto che venir meno al nostro dovere»

 

Due anni ormai sono scorsi dacché lo Spirito del Signore c’inviava tra voi, per essere il Vescovo delle anime vostre.

Da quel giorno, possiamo dirlo, voi diveniste ogni cosa per Noi e sentimmo di amarvi con viscere di Padre. Ci studiammo di provvedere, quanto permisero le forze, ai vostri più urgenti bisogni, anche a costo di sacrificii, e fu sempre Nostra delizia accorrere, potendo, ovunque fosse una lagrima da tergere, un dolore qualsiasi da lenire.

Ma il vostro vantaggio spirituale Ci premeva ben più, e certo non risparmiammo sudori, non preghiere, non fatiche, per animarvi al bene, per mantenere inviolabile nei vostri petti il sacro deposito della fede.

Dovevamo essere in questa Diocesi i difensori e i custodi del principio cattolico, e a conseguire l’intento, quali mezzi non ponemmo in opera? Vi inculcammo soprattutto, e con la voce e cogli scritti, l’intera sommessione al Vicario di Gesù Cristo, dandovi Noi stessi l’esempio della più illimitata e figliale obbedienza ai suoi ordini, alle sue parole, ai suoi insegnamenti e anche ai suoi desiderii, perché è il Vicario di Gesù Cristo che ha la parola della verità, e chi ascolta Lui ascolta Gesù Cristo medesimo.

È questo, se ben vi ricordate, il programma che Noi vi ponemmo dinanzi, fin dalla prima volta che avemmo la consolazione di rivolgervi la parola dal pergamo della Nostra Cattedrale, e dobbiamo attenervici (...).

A norma di tale principio, che forma e formerà sempre l’unità e la forza della Chiesa, Noi Ci siamo sempre condotti sin qui nel governo delle anime vostre, e così, coll’aiuto di Dio, Ci condurremo in ogni evento per l’avvenire, pronti a sacrificar tutto, anche la vita, piuttosto che venir meno al Nostro dovere.

Sentinelle avanzate della Fede, continueremo, colla divina assistenza, a difendere tra di voi i grandi principii del cattolicismo, contro tutti gli assalti, né taceremo la verità, anche quando il non tacerla Ci dovesse fruttare l’altrui malevolenza, perché non è agli uomini che dobbiamo piacer, ma a Dio, giusto retributore delle umane azioni.

Che cosa è la nostra vita? L’abbiamo sacrificata per voi, e riposiamo volentieri nell’idea di consumarla fra voi. Sappiamo che l’Episcopato è un martirio e Ce ne avvisa la croce che portiamo sul petto40.

 

 

«Combattere sino all’ultimo per la causa dell’obbedienza»

 

Se noi non Ci sentissimo forti così, da combattere sino all’ultimo per la causa dell’obbedienza, non esiteremmo un istante a pregare Colui che c’innalzava a questa nobilissima sede, perché volesse permetterci di lasciarla, e di ritirarci in un chiostro a piangere la Nostra debolezza e i Nostri peccati.

Facciamo quindi appello ai sentimenti cattolici dell’immensa maggioranza dei Nostri figli, ed anche alla lealtà di ogni persona assennata, qualunque siano le sue opinioni, e loro domandiamo se sia giusto, se dicevole, se conforme a ragione il vilipendio di chi non vuol tradire la propria missione e vuol mantenersi intemerato al proprio posto, innanzi a Dio e innanzi alla Chiesa. Dio Ci faccia degni di sì gran compito. Noi dal canto Nostro lo adempiremo, chiamando, come in passato, a Nostri ausiliarii, amore, pazienza, mansuetudine, longanimità; contemperando la forza alla dolcezza e questa preferendo, il più possibile, a quella, perché vogliamo, come scrive l’Apostolo, esser tutto a tutti, per far tutti salvi.

Sì, o dilettissimi; la salute di tutti, ecco dove mirano i Nostri continui sforzi; perciò le nostre preghiere, in questi giorni, furono e saranno per quelli specialmente che, non per malanimo certo, ma per inconsiderato trasporto, giunsero a coprirci di contumelie e d’insulti. Possiamo del resto assicurarvi che Noi, colla calma e tranquillità di chi sa d’aver coscienziosamente adempito il proprio dovere, nel momento di maggior trepidazione pei buoni, condonavamo ad essi le ingiurie, raccomandandoli a Dio e benedicendoli di tutto cuore, addolorati non d’altro che delle offese fatte a Gesù Cristo nella povera Nostra persona.

Venerabili Parroci, Nostri carissimi Fratelli di Ministero, rendete noti, ve ne preghiamo, questi Nostri sentimenti ai fedeli alle vostre cure affidati, e dite loro che preghino per il loro Vescovo, il quale ha tanto bisogno del divino aiuto, e assicurateli che egli altro più non desidera, che di vederli perseverare nel bene, in dolce ricambio del gran sacrifizio che fece nel rendersi mallevadore innanzi a Dio della loro salvezza41.

 

 

g) LA LEGGE DELLA CHIESA È L’AMORE

 

«La Chiesa dice e ridice la gran legge dell’amore»

 

Madre nostra è la Chiesa, e madre di tale bontà che ben si rivela per cosa tutta celeste. Di questa sua bontà fanno testimonianza e le sue parole e le sue opere e le stesse sue leggi. Come il discepolo diletto negli ultimi anni di sua vita non ripeteva nelle cristiane adunanze altra parola che questa: Figliuoli, amatevi l’un l’altro; così la Chiesa non dice e ridice ai suoi figli che la gran legge dell’amore. Insegnandoci la verità o esortandoci alla virtù, ricordandoci i comandamenti di Dio o intimandoci i suoi proprii precetti, facendoci assistere all’eucaristico Sacrificio o inculcandoci la frequenza ai santi Sacramenti, invitandoci alla preghiera o proponendo al nostro culto i misteri divini, con ogni atto del suo ministero, ella non ci ripete in sostanza che la medesima parola: amate Dio, amate il prossimo. Amate Dio con tutta la vostra mente, con tutto il vostro cuore, con tutte le vostre forze; amate il prossimo come voi stessi, con quell’amore che viene da Dio.

E non solo nelle sue leggi manifesta la Chiesa la sua materna bontà, ma nel modo altresì con cui viene ad applicarle. Senza nuocere punto all’unità fondamentale delle pratiche cristiane, ella sa tener conto dei tempi, dei luoghi e delle circostanze: sa variare i riti del suo culto e l’austerità delle sue prescrizioni secondo il genio, il carattere, le abitudini dei popoli che governa; sa prevenire i disordini, temperando la sua disciplina42.

 

 

«La Chiesa ama, ecco tutta la sua vita»

 

Madre sconsolata, ella sovente ha motivo di lagnarsi dei suoi figliuoli, che la opprimono e le dilaniano il seno: ma istituzione viva e universale negli ordini dello spazio e del tempo, trova pure in se stessa i mezzi opportuni da provvedere efficacemente alla salvezza dei suoi in qualunque novità o stranezza di umani eventi (...).

Un vincolo maraviglioso ne collega tutte le parti, e questo vincolo e la carità: guai a chi lo spezza! Essa ama, ecco tutta la sua vita. Fatta per l’uomo, essa ne penetra tutte le istituzioni, ne indirizza e benedice tutti i progressi, ne commisera e corregge tutti gli errori, ne prepara il pentimento, ne dispone l’emenda, ne glorifica il ritorno a Dio.

Sì, purtroppo il nostro secolo e ammalato, come lo furono del resto tutti i secoli che l’hanno preceduto, e vediamo la storia non partigiana ridurre al loro giusto valore tanto le lodi eccessive degli uni, quanto i biasimi esagerati degli altri. Ma diteci voi, qual è per un ammalato il primo dei rimedi? Non forse la compassione, la bontà, le cure prodigate con tenerezza di amore? Allorché un ammalato ravvisa siffatte disposizioni nel suo medico, non è egli vero che quasi si sente alla guarigione più vicino? Non è egli vero che verso questo medico egli è come dolcemente attratto, sicché, anche per tagli più dolorosi, finisce per venirgli esso medesimo in aiuto? Di qui la grande massima di S. Gregorio Magno: resecanda vulnera, sunt prius levi manu palpanda43.

 

 

«Questo spirito di saggezza e di moderazione, di mansuetudine e di carità»

 

Questo spirito di saggezza e di moderazione, di mansuetudine e di carità, fu e sarà sempre nel Cristianesimo il carattere delle anime grandi. Dove questo spirito regna, là è necessario che i dissidii spariscano; là senza dubbio voi troverete l’ordine, la concordia, la pace. Ah! noi riandiamo con gioia insieme e con tristezza quei dì avventurati, nei quali l’armonia di tutti i fedeli tra loro, e la piena e perfetta loro sommissione all’ordine gerarchico, divinamente quaggiù stabilito, davano alla Chiesa, secondo la bella espressione di S. Ireneo, un perenne fiore di giovinezza che, unito all’intatta purezza della fede e della morale, la dimostrava agli occhi di tutti per cosa divina.

Ebbene, il cor unim et anima una, che rese vincitori i nostri padri nella fede contro le tenebre dell’idolatria e i furori della barbarie, sarà pure anche oggi il mezzo efficace, se non unico, per far ripiegare la presente società verso l’ideale della società cristiana44.

 

 

«La carità arbitra e signora del nostro cuore»

 

La carità, questa cittadina discesa dal cielo tra noi per ravvicinare i cuori, temperare gli affanni, rialzare gli animi abbattuti, far liete le famiglie sventurate delle gioie più pure, il più bel dono che Dio poteva fare alla sua creatura; la carità che rende sì soave il giogo e sì lieve il peso della legge e della vita; che sparge di qualche fiore il faticoso cammino di questo esiglio; che è il balsamo di tante piaghe, il refrigerio di tanti cuori; la carità che unita al massimo e primo precetto dell’amor di Dio, ci avvia, poveri pellegrini, al conseguimento di quella patria sulle cui soglie immortali la fede e la spe­ranza ci lasceranno e dove essa sola, la carità, entrerà per regnarvi; la carità che è la gran legge del cristianesimo; che deve splendere sulla nostra fronte, ed essere arbitra e signora del nostro cuore, reclama da noi qualche sacrifizio, sacrifizio che non potremmo negare ai fratelli nostri, senza renderci colpevoli di una imperdonabile durezza, senza smentire coi fatti il titolo di cristiano, del quale meritamente ci gloriamo45.

 


 

 

 

2. Il PAPA

 

La Chiesa è fondata sulla roccia di Pietro, vicario dell’amore di Cristo crocifisso, e “Santo Padre”, cui si deve la pietas filiale, fatta di amore e riverenza filiale, di sincerità, di obbedienza e fedeltà, di coraggio nella difesa del suo onore e dei suoi diritti.

Al Papa i cristiani sono uniti di mente, di cuore, di spirito, convinti che non si può arrivare a Dio che per mezzo di Gesù Cristo; non si può essere con Cristo se non si è con la Chiesa; non si fa parte della Chiesa se non si è in comunione di fede e di carità con il Papa. Chi ascolta il Papa ascolta Cristo: «dall’unione col Papa dipende la nostra eterna salute».

 

 

 

a) PIETRA FONDAMENTALE DELLA CHIESA

 

«L’albero del Crocifisso e la rupe del Vaticano»

 

Volete voi cooperare alla salvezza della società? Due sostegni egualmente incrollabili io vi propongo, l’albero del Crocifisso e la rupe del Vaticano. L’albero del Crocifisso che in ogni secolo diede a diffusione della grazia gli Apostoli, a testimonianza della fede i martiri, che dileguò colla sua luce le tenebre del gentilesimo, che raccolse insieme le disperse genti per santificarle, dal quale venne la sapienza ai fanciulli, la fortezza ai deboli, la consolazione ai mesti, alle vergini l’eroismo, ai perseguitati, ai poveri la rassegnazione, a tutti la virtù; che richiamò l’uomo alla nobiltà della sua origine, sollevò dal suo avvilimento la donna, ruppe le catene della schiavitù, proclamò per tutti la libertà di figli e, aboliti i sacrifici di sangue, irradiò la morte stessa colla gloria dell’immortalità.

La rupe del Vaticano, ove siede l’erede del principato di Pietro, il Vicario di G.C., il maestro infallibile della Chiesa, il dottore di tutti i fedeli, il centro della cattolica unità, il vincitore delle profane eresie, il fondamento di tutte le Chiese, il glorioso Leone XIII.

Uniti al Crocifisso, uniti di mente, di cuore, di opere al Papa, coraggiosamente, senza restrizioni, senza esitanze, alla vita e alla morte noi non falliremo a gloriosa meta e Dio sarà con noi1.

 

 

«Il Papa è la pietra fondamentale della Chiesa»

 

Il Papa! Egli è il personaggio più augusto e più venerando che siavi sulla terra. È il successore degli Apostoli, il Vescovo dei Vescovi, il Maestro infallibile della fede e del costume, il Giudice inappellabile di tutte le controversie, il centro della cattolica unità, il pastore supremo delle anime, la pietra fondamentale della Chiesa, il depositario delle somme chiavi, il luogotenente di Dio; è, a dir breve, Gesù Cristo sulla terra che continua ad ammaestrare e governare tutti i credenti.

Il Papa insegna una verità? E Gesù Cristo che la insegna. Il Papa comanda? È Gesù Cristo che comanda. Il Papa condanna? È Gesù Cristo che condanna. Il Papa assolve? È Gesù Cristo che assolve2.

 

 

«Chi è il Papa?»

 

I sensi non vedono in lui che un uomo simile agli altri uomini, ma la fede ci dice: egli è il successore di Pietro, anzi è Pietro medesimo, sempre vivo nella persona dei suoi successori, con tutta quella pienezza di giurisdizione e di autorità che, come capo della Chiesa, ebbe Pietro: Perseverat Petrus et vivit in successoribus suis (...).

È voce potente che alle umane generazioni ripete gli oracoli del Verbo fatto carne; è la rocca inespugnabile della fede, il fondamento visibile della mistica Gerusalemme, la pietra incrollabile del divino edifizio, la bocca della Chiesa, il pastore del cattolico ovile, il duce supremo della cristiana milizia, il monarca del regno celeste, il clavigero della casa di Dio, la vigile scolta d’Israele, il pilota di quella nave che non conosce naufragio (...).

Non vi è Chiesa di Gesù Cristo senza il Papa, laddove per contrario dov’è il Papa, ivi è la Chiesa, come afferma S. Ambrogio: Ubi Petrus, ibi Ecclesia, poiché la Chiesa