PARTE I

 

UOMO DI DIO E PER DIO

 

 

1.         CRISTO ALFA E OMEGA

 

 

Cristo è tutto: divinità e umanità, trascendenza e immanenza, causa e fine di tutto il creato, centro del mondo visibile e invisibile, prima sorgente e termine ultimo della nostra vita, la Via, la Verità, la Vita. Dio è amore: con un unico atto di amore abbraccia Cristo e gli uomini, unificando l’umanità nel Figlio. Cristo è il Dio diventato «nostro», per farci «suoi». Noi siamo una «estensione» di Cristo. La vita cristiana è Cristo che vive in noi. L’«imitazione di Cristo» è vivere da membri del Capo che ricapitola in sé tutte le cose: è amare diventando simili.

Cristo è l’Emmanuele: nell’Eucaristia il Verbo incarnato «si estende» in noi, è vita della Chiesa e dei suoi membri, cibo che alimenta l’uomo nuovo, viatico del pellegrinaggio terreno, divinizzazione della creatura umana, germe della vita eterna. La pietà eucaristica è l’essenza della pietà cristiana: la partecipazione al sacrificio e al sacramento, l’adorazione, la riparazione ci rendono partecipi del sacerdozio eterno di Cristo.

Cristo è morto in croce per nostro amore. Il suo sacrificio domanda il sacrificio nostro. Per con-risorgere dobbiamo con-morire: è il significato della penitenza cristiana, che ci spoglia dell’uomo vecchio per rivestirci dell’uomo nuovo secondo Cristo. Solo la Croce redime e salva. Il cristiano vi trova la sua gioia: fac me cruce inebriari!

 

 

 

 

 

a) IL DIO IN NOI: RICAPITOLARE TUTTO IN CRISTO

 

«È il Verbo di Dio, l’Alfa e l’Omega, il Messia»

 

Chi è Gesù Cristo? Egli è l’Alfa e l’Omega, il principio ed il fine (Apoc. I, 8). Egli anteriore a tutti, il primogenito e principe d’ogni creatura (Coloss. I, 15). Egli l’erede, il centro del mondo visibile e invisibile (Heb. 1, 2), il compendio dei secoli (Heb. XIII, 8). Senza la luce che sfolgora da Lui tutto è caligine; senza l’opera di Lui, l’ordine della natura e della grazia, l’uomo e il mondo, il passato e il futuro sono un libro chiuso a sette sigilli (Apoc. V, 1)[1].

 

 

«Il centro della creazione»

 

Gesù è il centro comune della creazione; è l’anello prezioso che unisce l’opera dell’Onnipotente al Creatore divino; è la meta di tutte le opere e dei disegni tutti della Provvidenza; è la ragione suprema, ultima di tutte le mire di Dio nella umanità redenta di cui è capo; è la norma di tutti i nostri progressi, essendo la sola vera luce, che illumina ogni uomo, e quindi l’intiera umanità[2].

 

 

«Il Verbo di Dio si è fatto carne e pose stanza fra noi»

 

Mistero grande, mistero ineffabile, mistero dolcissimo! Vuol dire adunque che il Verbo di Dio si è fatto carne e pose stanza fra noi (Jo. 1, 14), che la divinità si è unita alla umanità e che l’Invisibile è apparso visibile, l’Onnipotente si è reso debole, l’Eterno ha cominciato ad essere, l’Immenso si è limitato, divenuto ciò che non era senza cessare di essere ciò che era (Philip. II, 6). Vuol dire che se un tempo le nazioni temevano al solo nome di divinità, noi abbiamo un Dio che non vuol essere temuto, ma amato (Ad Rom. VIII, 15). Perciò depone la gloria; occulta la maestà, spogliasi di ogni apparato di grandezza per non comparire altro che uomo (Philip. II, 7).

Esso è Colui che abita nell’altezza dei cieli, che passeggia sulle ali dei venti e che misura d’un guardo la terra, Egli è Dio (Jo. I, 1); ma teme quasi di comparirlo e pare che si studi di non lasciar apparire di Sé che la sola umanità per rendere affatto popolare la sua clemenza (Tit. III, 4)[3].

 

 

«In lui siamo involti dal Padre in un solo atto di amore»

 

Iddio ama il suo Figliuolo e lo ama essenzialmente ed è impossibile che si compiaccia in altri che in Lui, perché l’amore di Dio è infinito e non può avere altro oggetto che un oggetto infinito: Hic est Filius meus dilectus in quo mihi bene complacui (Matth. XVII, 5). Ma quel Figliuol suo diletto si è fatto uomo. Dunque in lui ama l’uomo. Con una sola compiacenza e dilezione, in Gesù abbraccia tutto, anche il corpo, anche la carne, anche l’anima. Ora noi siamo quella carne, quelle ossa, noi siamo quella natura, siamo un corpo con Cristo ed in Lui e per Lui siamo fatti figliuoli di Dio, anzi lo stesso Figliuolo di Dio che si estende in noi. Dunque noi pure in Lui siamo involti e compresi dal Padre in un solo atto d’amore, e come in noi e su noi si allarga e distende la figliuolanza per cui Cristo è Figliuolo di Dio, così a noi pure si allarga ed estende anche l’amore del Padre e perciò nel suo Figliuolo per sé grato e diletto a Lui, anche noi siamo fatti essere a Lui grati e diletti: gratificavit nos in dilecto Filio suo[4].

 

 

«Tutto abbiamo in Gesù»

 

Gesù Cristo è la luce del mondo (Jo. VIII, 12), è la Via, la Verità e la Vita (Jo. XIV, 6), è il vincolo d’unione, il bacio di pace fra il cielo e la terra, fra l’uomo e Dio (Eph. 11, 14). È Gesù il nostro Redentore, il nostro Maestro, il nostro Avvocato, il nostro Esemplare, il nostro Medico, il nostro Capo, il nostro Compagno, il nostro Fratello, il nostro Amico, il nostro Conforto, il nostro Asilo, la nostra Gloria, il nostro Giubilo, la nostra Grandezza. Egli è il Pontefice della nuova alleanza, il Sacerdote eterno, il Mediatore tra Dio e gli uomini, la vittima dei nostri peccati, la nostra vera ed unica Felicità. Egli la porta per cui dobbiamo entrare nel suo regno, la Pietra angolare e il fondamento su di cui l’edificio spirituale deve essere innalzato. Egli il Pane delle anime nostre, l’Autore e il Consumatore della nostra fede, il nostro Premio, la nostra Corona, la nostra Vita, il nostro Tutto. È a Lui, è a Gesù che dobbiamo la grazia e l’amicizia del Padre, la confidenza e la libertà dei figliuoli di Dio. È a Lui, è a Gesù che dobbiamo tutti i beni che da Dio riceviamo, di natura, di grazia e di gloria. È a Lui, è a Gesù che siamo tenuti se Iddio ci conserva, ci sostiene, ci difende, se non ci castiga a seconda dei nostri meriti, se più a lungo ci sopporta e ci aspetta. Da Gesù tutti ci derivano i lumi, i consigli, le ispirazioni, i buoni pensieri, i pii desiderii. Da Gesù il coraggio nei pericoli, la forza nelle tentazioni, la sofferenza nei dolori, la pazienza nelle avversità, la perseveranza nel bene: in omnibus divites facti estis in Christo (I Cor. 1). Sì, tutto abbiamo in Gesù, tutto possiamo in Gesù, tutto speriamo, tutto otteniamo da Gesù, essendo Gesù che ha voluto umiliarsi per noi, sacrificarsi per noi, farsi tutto per noi (I Cor. I)[5].

 

 

«È nostro, veramente nostro, interamente nostro»

 

Facendosi uomo ecco che, Egli, l’Eterno, l’Immenso, il Creatore e Signore dell’universo, il Re Immortale dei secoli, è divenuto il nostro amico, il nostro fratello, il compagno del nostro esilio. Da questo giorno, sino alla fine del tempo, Egli non ci abbandonerà più, vivendo prima trent’anni della nostra vita mortale e continuando poi a dimorare con noi sotto i veli Eucaristici: Se nascens dedit socium.

Con una finezza d’amore ancor più singolare, Egli si farà nostro cibo. Nulla è a noi più intimo dell’alimento, il quale assimilandosi alla nostra sostanza conserva e rinnova le nostre forze. Ed è appunto sotto questa forma che Gesù vuole appartenerci: convescens in edulium.

Non basta. Sulla Croce Egli si farà nostra vittima. Per redimerci dal peccato e dalla morte Egli verserà fino all’ultima stilla il suo sangue e sacrificherà la sua vita, costituendosi prezzo del nostro riscatto: se moriens in praetium.

Finalmente, dopo essersi donato a noi in tutti cotesti modi, Egli coronerà i suoi beneficii donandosi agli eletti negli splendori della gloria per essere la loro ricompensa eterna: se regnans dat in praemium.

Sì, Gesù da questo giorno, è nostro, veramente nostro, interamente nostro. Sia egli per noi ogni cosa. Felice chi arriva a comprenderlo, e comprendendolo, non cerca, non brama, non vuole in ogni cosa che Gesù![6].

 

 

«È necessario che viva in noi Gesù Cristo»

 

È necessario che viva in noi Gesù Cristo; è necessario che G.C. operi in noi continuamente, potendo Egli solo riconciliare la terra col Cielo, potendo Egli solo amar Dio quanto è amabile e rendere a Lui quell’onore che gli è dovuto.

Ma come può Egli Gesù Cristo vivere in noi? L’abbiamo detto: mediante il suo spirito: in hoc cognoscimus quia in eo manemus et ipse in nobis, quoniam de spiritu suo dedit nobis (I Ioan, V, 13); e lo spirito di G.C. è spirito di umiltà, è spirito di carità, è spirito soprattutto di annegazione, di sacrificio, di penitenza[7].

 

 

«Viene sulla terra per farci vivere della sua vita»

 

Gesù viene sulla terra per farci vivere della sua vita, per renderci, a così dire, una cosa sola con lui. Io sono venuto, dice egli stesso, affinché abbiano la vita e l’abbiano abbondantemente. Ora questa vita che Gesù viene a comunicarci unendosi all’anima nostra, è la sua vita istessa.

L’unione di Gesù coll’anima cristiana, ecco il fondamento di tutto l’ordine soprannaturale. Per essa l’uomo si eleva fino alla partecipazione della natura divina e in essa eleva tutto quanto il creato. Ogni cosa è vostra, grida l’Apostolo, sia il mondo, sia la vita, sia la morte, sia il presente, sia il futuro. Voi poi siete di Cristo, e Cristo è di Dio: omnia vestra sunt. Vos autem Christi, Christus autem Dei.

Parole ammirabili che tutta ci rivelano la sublime economia dell’Evangelo. Unita al Verbo per l’Incarnazione, l’umanità sacrosanta di G.C. è divenuta in lui una sola persona. Uniti noi a G.C. per un’unione meno perfetta sì, ma oltre ogni dire intima, noi siamo come un’estensione di lui medesimo, noi gli apparteniamo come le membra appartengono al corpo. Unum corpus sumus in Christo[8].

 

 

«Egli stesso deve essere la nostra vita»

 

Né solamente dobbiamo vivere in Gesù Cristo, ma ancora egli stesso deve essere la nostra vita e deve vivere in noi. Vivere in noi col suo spirito, colla sua grazia, coll’impressione dei suoi misteri, coll’applicazione dei suoi meriti, coll’efficacia dei suoi Sacramenti, e, sopra tutto, con quello del suo Corpo e del suo Sangue, di maniera che possiamo dire coll’Apostolo: non sono io che vivo, ma è Gesù Cristo che vive in me: vivo autem jam non ego; vivit vero in me Christus (Gal. II, 20). Ciò vuol dire, scrive il mellifluo Dottore di Ginevra, S. Francesco di Sales, che Gesù abita nel nostro cuore, e vi regna da padrone e da re; che il suo spirito si estende, si dilata in noi, e come un calore vitale ci signoreggia, raddrizza tutto, riscalda tutto, santifica tutto, divinizza tutto, ed ama nel cuore, pensa nella mente, parla nella lingua, opera nelle mani, e le forze si consumano in Lui, gli studi si fanno per gloria sua, i doveri si compiono per la sua grazia, i dolori si patiscono per amore suo, i sollazzi, il nutrimento medesimo, si prendono per dar gusto a Lui, il suo trono è innalzato in mezzo al cristiano: regnum Dei intra vos est (Luc. XVII, 21).

Una moneta deve avere la impronta del suo Sovrano, ché altrimenti non vale, non ha corso nel commercio e le opere del cristiano non valgono alla compra del cielo, mentre nulla piace all’eterno suo Padre se non rende l’immagine del Figlio suo e non ne porta in certo modo il carattere. Noi, noi medesimi, o V.F. e F.C., non verremo introdotti alla gloria, se non saremo trovati conformi a cotesto divino Esemplare (Rom. VIII, 29)[9].

 

 

«Gesù per specchio, Gesù per modello, Gesù per sigillo»

 

Il modo di conversare sia quello di Gesù (...), lo sguardo degli occhi sia quello di Gesù, la mansuetudine dei modi sia quella di Gesù; Gesù per specchio, Gesù per modello, Gesù per sigillo. Egli a proferire i giudizi, a tracciare le vie, a decidere le scelte; egli a governare, a dirigere, a padroneggiare la nostra vita, Egli finalmente il nostro amore, il nostro gaudio, la nostra corona, il pensiero della nostra mente, il battito del nostro cuore, l’ala delle nostre aspirazioni, il suono che addolcisca le nostre orecchie, il balsamo che lenisca i nostri dolori, il bastone che ci regga nel terreno pellegrinaggio, l’inno e il cantico il quale echeggi sulle nostre labbra, e dal tempo ci accompagni all’eternità[10].

 

 

«Renderci altrettante sue copie»

 

Un pittore, che voglia fedelmente ritrarre sulla tela qualche persona amata, che fa egli? tiene sempre gli occhi su quella persona, per non dar tratto di pennello che non serva a formar qualche tratto dell’originale. Così dobbiamo in certo modo far noi. Bisogna che tutti i nostri pensieri, che tutte le nostre parole, che tutte le nostre azioni, che tutti i nostri desiderii, che tutte le nostre disposizioni, che tutti i nostri patimenti, sieno come altrettanti tratti di pennello, che formino ed esprimano in noi qualche tratto della vita di Gesù Cristo, fino a renderci, per così dire, altrettante sue copie.

Ciò avverrà, V.F. e F.C., sapete quando? Quando noi giudicheremo di tutte le cose come Gesù Cristo medesimo ne ha giudicato. Quando ameremo ciò che Egli ha amato e in quella maniera medesima che Egli l’ha amato. Quando avremo nel nostro cuore quei medesimi sentimenti e quelle disposizioni medesime che ha Egli avuto nel suo cuore.

Non tutti, è vero, siamo obbligati a vivere in una sì grande esteriore povertà, quale fu la povertà in cui Egli visse; come non tutti siamo obbligati a soffrire i tormenti ineffabili che egli ebbe a soffrire; ma tutti indistintamente, grandi e piccoli, ricchi e poveri, sacerdoti e laici siamo obbligati ad essere nelle sue stesse interiori disposizioni di povertà, di umiltà, di carità, di sacrificio e di tutte le altre cristiane virtù, in modo che siamo pronti a tutto sacrificare, a soffrire tutto, anche la morte, piuttosto che venir meno alla santa sua legge: hoc enim sentite in vobis quod et in Christo Jesu (ad Philipp. 11, 5).

Non ci illudiamo però, o Dilettissimi. Noi non avremo mai questa interiore conformità con G.C., se non avremo con G.C. qualche conformità anche esteriore. La vita di G.C., dice l’Apostolo, deve manifestarsi nella nostra come mortale (Ad Cor. IV, 11)[11].

 

 

«Discepoli di un Dio povero, umile, crocifisso»

 

Sì, dobbiamo anche nel nostro esteriore far comparire di essere discepoli di un Dio povero, umile, crocifisso. Senza di questo a che gioverebbe il protestarci e il vantarci cristiani? Sarà sempre vero, che qualunque cosa noi facciamo avrà per movente o lo spirito del vecchio uomo o lo spirito dell’uomo nuovo. Se regoliamo il nostro esteriore coi sentimenti del primo, siamo colpevoli; se collo spirito del secondo, tutto è santo in noi, tutto in noi partecipa della vita di Gesù Cristo, poiché Gesù Cristo non vive in noi che mediante il suo spirito (...).

Non basta quindi operar bene, essere onesti, vivere, come suol dirsi, da galantuomini, combattere e soffrire in qualsiasi maniera, perché cristiana possa dirsi la nostra vita; non basta. Bisogna assolutamente far tutto questo coll’occhio a Dio, coll’intenzione a Gesù Cristo, colla sommissione, coll’amore e collo spirito di Gesù Cristo. Dev’essere Gesù Cristo il principio e il fine delle nostre operazioni, l’anima della nostr’anima, la vita della nostra vita[12].

 

 

«È Cristo che accende l’amore»

 

La vita consiste principalmente nell’amore senza il quale, dice S. Giovanni, si mimane nella morte. E la grazia del Salvatore è quella che riempie l’anima di questo balsamo di vita. È Cristo che accende questo amore, mostrando il prodigio incomprensibile della sua morte, che urge, spinge con dolce violenza a riamare e sacrificarsi per la sua gloria e la salvezza dei nostri fratelli: Charitas Christi urget nos. È Cristo che accende questo  amore, ridonandoci nella sua Risurrezione la prova più luminosa della sua divinità e il pegno più sicuro della nostra futura Risurrezione. È Cristo che accende questo amore col miracolo continuo dell’Istituzione Eucaristica, il mistero dell’amore per eccellenza, con cui Egli si perpetua sui nostri altari[13].

 

 

«L’amore non dice mai: basta»

 

Egli arde per noi del più fervido amore e l’amore non dice mai: basta. Per noi ha vissuto Gesù una vita di continui stenti, non vede l’ora di consumarla per noi (Luc. XII, 50). E venne quell’ora, venne l’ora del sacrificio e si vide la tragica scena di un Dio che muore, e che muore crocifisso per l’uomo (Ad Rom. V, 9)! Che può dirsi o pensarsi di più grande, di più ammirabile per eccesso di carità?

Nessuno certamente, come afferma lo stesso Gesù Cristo, può mostrare maggior carità che quella di dar la vita pei suoi amici (Io. XV, 13). Ma quale carità non fu la sua a voler morire per noi suoi nemici, egli nostro Dio, nostro Creatore, da noi offeso e oltraggiato? Ciò considerando l’Apostolo, diceva: appena si trova chi voglia morire per un uomo giusto, ma Iddio ha dimostrata in questo la sua grande carità verso di noi, che essendo noi ancora peccatori, Cristo morì per noi (Rom. V, 7). E perché morì? Perché lo volle Egli stesso (Is. LIII, 7), che altrimenti nessuno avrebbe potuto a ciò obbligarlo, come egli disse (Io. X, 1 7). Ma perché lo volle? Non per altro, se non perché ci amava: Dilexit nos, et tradidit semetipsum pro nobis (Ephes. V, 2)[14].

 

 

«Amate Gesù»

 

O Gesù, tu sei la vera fonte di ogni nostro bene, e lo fosti sempre, e lo fosti costantemente, e lo sei ancora. Gesù, e al profferir questo nome, il cuore s’intenerisce, lo spirito si commuove, e l’anima spiega il volo della speranza. Gesù, e questo nome è più dolce alla bocca che un favo di miele, più gradito all’orecchio che il suono dell’arpa, al cuore più soave che la gioia più pura! Oh amiamolo, amiamolo Gesù! e chi ameremo noi, se non amiamo questo dolcissimo Salvatore? (...).

Amate Gesù, state uniti a Gesù, ché tutta la perfezione del cristiano sta appunto qui: l’unione con Gesù Cristo. Qui dimora il principio d’ogni bene, il fondamento e l’origine d’ogni nostra grandezza. Io sono la vera vite, dice il Signore, e voi siete i tralci: Ego sum vitis vera et vos palmites (Jo. XV, 5). Ora come un tralcio, staccato dalla vite, inaridisce e muore, così morirete anche voi, se disgiunti da Gesù Cristo. L’unione con Gesù Cristo è cosa vitale per noi; tolta questa, siam morti noi, e morte sono le cose nostre e diventiamo cadaveri, come è cadavere un corpo che è privo dell’anima (...).

È un caro fratello, a cui dobbiamo stringerci nel cammino della vita, sorreggerci, camminare con esso, perché da lui, come abbiamo già detto, ci viene ogni grazia, il valore d’ogni azione, la forza stessa di compierla, la vita insomma, e lo spirito dell’anima nostra[15].

 

 

b) IL DIO CON NOI: CRISTO NELL’EUCARISTIA

 

«Chi crede nell’Eucaristia, crede tutte le verità cristiane»

 

Chi crede nell’Eucaristia, crede, si può dire, tutte quante le verità cristiane. Crede l’ineffabile Trinità delle persone nell’assoluta unità dell’essere divino; crede l’incarnazione del Verbo, la sua immolazione per noi. La sua gloriosa risurrezione e ascensione al cielo; crede la divina maternità della Vergine e la missione dello Spirito Santo sopra gli apostoli con lei congregati; crede la divina istituzione della Chiesa, la sua indefettibilità e la necessità di esserne vivi membri per conseguire la vita eterna (...).

Essa è il capolavoro della mente e del cuore di Dio, il centro di nostra religione, il punto di contatto dove il finito e l’infinito, la natura e la grazia si congiungono nell’ineffabile amplesso della verità e dell’amore per essenza (…)

Ai piedi dei nostri altari si trova il Golgota, dove piangiamo abbracciati alla croce, e il Tabor dove ci fabbrichiamo tabernacoli per inebbriarci alla pace celeste; (...) ivi ha luogo l’agonia del Getsemani e il mattino della risurrezione, la morte mistica e la sorgente della vita[16].

 

 

«La più perfetta soluzione del problema dell’Emmanuele»

 

Predicate come nelle parole: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue, si contenga la più perfetta soluzione del problema dell’Emmanuele, del Dio con noi, soluzione che per tanto tempo ha tenuto sospeso il cuore dell’umanità, la quale, essendo di origine divina, cerca ognora di comunicare personalmente col suo principio ed ultimo fine. Per quelle parole infatti non solo Betlem, Nazaret, Cafarnao, Tiberiade, Gerusalemme, la Palestina insomma, ma tutta la terra è divenuta l’abitazione dell’Uomo-Dio. Ora egli abita indifferentemente nelle basiliche delle grandi città, come nella rustica chiesa che gli offre il povero campagnolo, o nella tenda di fronde dove l’adora il selvaggio; ora si è reso accessibile a tutti: ai greci come ai barbari, al popolo d’Israele come ai figli del deserto[17].

 

 

«L’Eucaristia è il centro della Chiesa»

 

L’Eucaristia è il centro della Chiesa, il compendio del culto divino, l’albero di vita piantato nel mezzo della Chiesa, le cui fronde danno refrigerio alle genti. È il fermento nascosto dalla Sapienza Incarnata in questo sacramento; e se l’anima fedele l’applica alle tre sue facoltà, la razionale, la concupiscibile e l’irascibile, cioè alla mente, allo Spirito e al cuore, tutto l’uomo diventa spirituale. Questo fermento inoltre, se sarà introdotto dalla Chiesa per il ministero dei sacerdoti nei diversi strati sociali, cioè nel corpo dirigente, nella società giovanile e in quella coniugale, renderà più giudizioso questo mondo insipiente; radunerà le genti disperse nell’unico corpo della Chiesa; e renderà costanti in ogni opera virtuosa quanti prima rimanevano inerti di fronte al bene[18].

 

 

«Tutto gravita verso l’Eucaristia»

 

L’Eucaristia è nel mondo spirituale ciò che è il sole nel mondo fisico. Nella maniera medesima che tutto gravita nel firmamento verso quest’astro magnifico, la cui luce e il cui calore diffondono ovunque la fecondità e la vita, così tutto gravita del pari verso l’augustissima Eucaristia. È per lei solo che l’università delle cose create, le quali discendono incessantemente dal Creatore, a Lui ritornano incessantemente[19].

Finché noi camminiamo pellegrini sopra questa terra, oltre di un soccorso soprannaturale, che ci sostenga nelle dure lotte della vita, ci è pur necessaria una vittima immacolata per offrire a Dio in espiazione dei nostri peccati. Il soccorso lo troviamo nella santissima comunione, è la vittima nella messa, la quale altro non è che il sacrificio della croce, attraverso dei secoli al cospetto di tutte le generazioni (...).

Come l’Eucaristia è un’estensione dell’incarnazione, così la è pure del sacrificio del Golgota. Questo, per verità, si offrì una sola volta, in poche ore, a Gerusalemme, mentre quest’altro viene offerto in ogni istante del giorno e in tutti gli angoli della terra. Chi lo ignora? durante il sonno del nostro emisfero, veglia l’altro, ed altri fratelli pregano per noi, altri sacerdoti tengono sospesa, fra il cielo e la terra, la vittima eucaristica, da cui scorre il sangue di Cristo, come un torrente misterioso di vita, che percorre l’universo da un capo all’altro(...).

Se il Figlio di Dio, nella prima oblazione, si diede per tutti, in quest’altra della messa si offre per ciascuno in particolare. Esso viene, in ogni momento, a cancellare il chirografo del decreto che è contro di noi, causa i nostri peccati, e via lo toglie affiggendolo, col suo corpo adorabile, all’altare della croce. E se grandi sono i debiti che l’uomo, peccando, contrae con Dio, assai più grande è il prezzo di sua redenzione. Egli è tuttavia riscattato non a prezzo di cose corruttibili, di oro, o di argento, ma al prezzo del sangue dell’Agnello senza macchia, sangue di valore infinito, perché di persona divina; sangue di cui una sola stilla basterebbe a redimere il mondo. Quindi, come l’oceano ad una goccia di acqua, così sovrabbondano alla nostra colpa i meriti di Cristo nella messa[20].

 

 

«Alla messa si accende la vita soprannaturale della Chiesa»

 

La messa non è solamente la redenzione quotidiana e la salute del mondo, ma anche l’alimento della vera e solida pietà, e la fornace a cui si accende la vita soprannaturale della Chiesa. Domandate infatti a questa vergine sposa del Nazzareno come nutra e susciti in tanti suoi figli il sentimento del sacrifizio sino all’eroismo, e come la povertà, le miserie, da cui siamo oppressi, le abbia quale argomento di speciale amore verso di Noi. Essa vi risponderà additandovi l’iscrizione che adorna il suo altare: così Iddio ama gli uomini! Sublimi parole, che esprimono una più sublime verità. E veramente, dacché l’eternità generò il tempo, mai l’orizzonte della carità cristiana tanto si dilatò, quanto dal momento che il Verbo di Dio immolò se stesso sotto la specie del pane e del vino. Allora solo comprese che il sacrifizio è la consumazione della vita pura, nobile e santa; allora solo desiderò di dare vita per vita, amore per amore[21].

 

 

«Una Messa!»

 

Una Messa! è il compendio di tutti i sacrifizi antichi, nei quali si svolgeva la corrente degli atti religiosi che l’umanità univano a Dio; sacrifizio unico, olocausto insieme ed ostia pacifica e vittima per il peccato. Una Messa! è il sacrifizio della croce che si avvicina a noi, per risparmiare alla nostra fede un faticoso ritorno ad un passato lontano e sforzi troppo facilmente vani per la nostra debolezza e negligenza. Una Messa! è l’immolazione di un Dio che in qualche modo ci è posto in mano, affinché noi ci pigliamo la parte che ci conviene nei tempi, nelle condizioni, nella misura e pei fini dalla Provvidenza determinati. Una Messa! è un Dio che adora, un Dio che ringrazia, un Dio che placa, un Dio che implora. Una Messa! ancora una volta, essa è la corona del culto religioso, il centro della vita cristiana, il suggello più splendido della grandezza e potenza del sacerdote[22].

 

«Nell’Eucaristia abbiamo un convito mirabile»

 

Mi appello alla vostra esperienza, v.f. Non è forse vero che, celebrato il divino Sacrificio, vi torna insipido tutto ciò che il mondo dà come buono? In tutto ciò che vi sta davanti, non vedete forse come un ammonimento ad esser solleciti, non abbracciate forse ogni avversità come esercizio di virtù?

Certo che dalla celebrazione della Messa viene una più soave propensione al raccoglimento, un più forte istinto di preghiera, una segreta dolcezza nel disprezzo di sé, un desiderio di perpetua immolazione, la scelta della vita nascosta in Cristo, le meravigliose ascensioni a Dio.

Nell’Eucaristia, dunque, abbiamo un convito mirabile, del quale nulla esiste di più prezioso e salutare. È il cibo che nutrì la nostra infanzia spirituale, fa crescere la nostra adolescenza, corrobora la maturità, impedisce d’invecchiare e tiene lontana del tutto la morte (...).

L’Eucaristia è il centro di tutta la Religione, il compendio delle opere divine e, per così dire, il sommario del Verbo; per questo motivo fu la devozione prima ed essenziale dei cristiani; senza la tessera di questa devozione uno non può chiamarsi cristiano, perché gli manca il capo, che è Cristo.

L’Eucaristia è la più salutare di tutte le devozioni; in essa ci è rivolto l’invito di Cristo: «Venite a me voi tutti che soffrite e siete caricati e io vi ristorerò» (Matt. XI, 28). In essa ospita alla sua tavola i peccatori, dimentica ogni peccato, riveste di grazia. In essa Cristo, come l’aquila che provoca al volo i suoi piccoli e svolazza sopra di loro, spiega le sue ali sopra i giusti, li raccoglie e li porta sulle sue spalle, e li innalza alla magnificenza della santità (Deut. XXII).

Cristo nell’Eucaristia crea gli apostoli, fortifica i Martiri alla corona del trionfo, suscita le vergini: infatti è «il sacro convito nel quale si prende in cibo Cristo, si rievoca la memoria della sua passione, la mente si riempie di grazia e ci viene dato il pegno della gloria futura» (Off. Corp. Ch.)[23].

 

 

«Fu la prima norma di vita nella Chiesa»

 

L’Eucaristia fu veramente la prima norma di vita nella Chiesa. Cristo era tutto in tutti; Cristo nell’Eucaristia era la vita di tutti i cristiani. Così agli inizi della Chiesa; ora vediamo che i tempi sono cambiati e che altre forme di pietà si sono in un certo senso sostituite alla fede e all’amore per Cristo: voglio dire il culto dei Santi e il dovuto omaggio di devozione filiale alla Madre di Dio.

Non lo dico per deplorare o sminuire neppure minimamente tali devozioni: nessuna gelosia nelle mie parole. Lodo ardentemente queste manifestazioni e direttive della pietà: anzi lavoro e mi sforzo, quanto posso, perché si affermino e si diffondano sempre più: sono infatti molto utili alla pietà e volute dalla divina bontà.

Come la contemplazione degli Spiriti beati ha una duplice «teologia», quella  «mattutina» che dalle perfezioni divine viste in Dio discende a contemplare l’opera del Signore, e quella «vespertina» che parte dalle opere divine per assurgere alla contemplazione di Dio stesso; così è della pietà dei fedeli. Alcuni, appoggiandosi, come a dei gradini, al culto dei Santi e della Madre di Dio, vogliono arrivare a Dio; altri invece, più utilmente, s’impossessano dello stesso Cristo, mediante la fede, e mediante Cristo accedono al Padre, per abbracciare quindi anche i Santi. Tutt’e due le vie conducono allo scopo; ma bisogna porre attenzione che, forse, mentre insistiamo sulla mediazione e sull’esempio dei Santi, non venga meno la nostra fede e il nostro amore per Cristo.

Ardentemente dunque io auspico che l’amore di tutti per Cristo emuli e superi la devozione che si professa verso la Madre di Dio e i Santi. Cristo infatti «è la via, la verità e la vita», come disse egli stesso; e «nessuno viene al Padre se non attraverso me» (Joan. XIV, 6, 17). Anche Paolo: «Per lui abbiamo accesso in un solo Spirito al Padre» (Ephes. II, 18)[24].

 

 

«Cristianizza il nostro essere individuale»

 

La comunione è la sorgente da cui l’anima attinge l’acqua che sale alla vita eterna; è il luogo dove si rimarginano le sue ferite; è, in una parola, il principio e il termine di quell’unione con Dio elevata alla più sublime potenza, e condotta a quell’ultimo grado di perfezione che si possa attendere nell’ordine presente. Infatti, se nell’incarnazione il Verbo di Dio si è unito personalmente all’umana natura, nella comunione si unisce di più alla nostra personalità. Per tal modo, Egli divinizza la nostra essenza, cristianizza, dirò così, il nostro essere individuale, e la sua unione con noi ha per emblema quella stessa che trasforma l’alimento nella sostanza del corpo che si nutre. Perciò, coloro che si comunicano, come lasciò scritto un santo dottore, hanno Gesù alla mente, al cuore, al petto, agli occhi, alla lingua. Questo Salvatore raddrizza, purifica e vivifica tutto. Egli ama nel cuore, intende nella mente, infonde vigore nel petto, vede negli occhi, parla mediante la lingua, e muove ogni altra potenza. Egli opera tutto in tutti, ed essi non vivono più in se stessi, ma è il Verbo di Dio che vive in loro, e fissa alle loro azioni mete più nobili ed elevate, e motivi più puri e più perfetti[25].

 

 

«Germe luminoso di risurrezione»

 

Il pane comune, che viene dalla terra, dice S. Macario, non ci può dare la vita eterna; ma quel pane, che ha origine dal corpo beato di Cristo, unito alla divinità, conferisce l’immortalità a chi lo riceve. La carne del Signore, dopo che è mangiata non è distrutta, né il suo sangue dopo che è bevuto cessa, perché entrambi sono indissolubilmente uniti alla divinità. Quindi, il corpo glorioso del Signore mette un germe luminoso di risurrezione e d’incorruttibilità nel corpo corruttibile dell’uomo, e questo germe, fecondato dal sangue di Colui che vinse la morte, si sviluppa e cresce finché l’uomo rinnovato deponga, come veste inutile, la carne mortale, e, mostrando tutto lo splendore della sua vita nascosta in Dio, entri nei tabernacoli eterni[26].

 

 

«Penetrare nello spirito della sacra liturgia»

 

L’istruzione astratta, speculativa, benché eccellente, non basta da sola: dev’essere accompagnata dalla pratica. Se tanti cristiani, mentre celebrano i divini misteri, se ne stanno in chiesa scomposti, svogliati, e stranieri a tutto quanto vi si compie, è appunto perché non iscorgono nei sacri riti altro che la forma esteriore. Or bene, voi insegnate loro a distinguere le diverse parti delle sacre funzioni, fateli, in qualche modo, penetrare nello Spirito della sacra liturgia; tosto la loro mente si concentrerà nel pensiero di Dio, e le loro labbra, naturalmente, si apriranno alla preghiera. Non esiste animo tanto freddo, che valga a salire dal sensibile all’intelligibile, e non si senta rapito dal culto cattolico, il quale tutto converge sull’Eucaristia, allo stesso modo che nei templi innalzati dal genio cristiano, tutte le linee architettoniche sono coordinate al santuario[27].

 

 

«Buttar tempo nelle confessioni?»

 

Né qui voglio tacere di altri sacerdoti, che stimano buttar tempo quando sono richiesti del loro ministero da anime privilegiate, le quali amano appunto di frequentare molto il tribunale della penitenza, e, ancor più spesso, cibarsi delle carni dell’Agnello immacolato. Il meglio che si possa dire di costoro è, che non pensano, o non sanno che, come non si dà vita senz’anima, così non v’è parrocchia vivente della rigogliosa vita di Cristo, qualora essa manchi di un certo numero di fedeli, che si confessino spesso, e si comunichino quasi tutti i giorni. Sono queste anime che, coll’esempio delle loro virtù, eccitano gli altri al bene; sono esse che fanno risplendere l’ideale della perfezione cristiana; sono esse finalmente le zelatrici d’ogni opera buona, che s’inizi e si compia nella parrocchia. Beato quel parroco che saprà formare tali anime, coltivandole con attenzione tutta particolare. Il tempo che, con discrezione, vi avrà speso intorno, sarà il meglio impiegato, poiché esse faranno scendere sulle nostre popolazioni quella grazia che varrà a preservarle dalla corruzione; e, se già corrotte, le trasformerà, come trasformò appunto il mondo greco e romano nei tempi apostolici, e condusse poi, lungo il corso dei secoli, tante altre nazioni ai piedi della croce[28].

 

 

«La comunione frequente»

 

Un cristiano quindi, adorno della grazia santificante, abbia pure imperfezioni, e cada in mancanze veniali, egli è tuttavia figliuolo di Dio, erede del paradiso, e perciò degno di assidersi, anche quotidianamente, al grande banchetto, che Gesù Cristo tiene apparecchiato nella sua Chiesa, qualora se ne parta dal medesimo con fervore sempre crescente, e con desiderio maggiore di ritornarvi. Perché dunque si dovrà richiedere dai fedeli una straordinaria purezza di mente, di cuore e di opere, prima di ammetterli a tale convito? La miglior disposizione per accostarsi degnamente all’Eucaristia non è appunto la frequente comunione? Oh! se tutti avessero più alto concetto della bellezza e della nobiltà di un’anima in grazia, certo, il ripristinamento della comunione frequente non tarderebbe ad effettuarsi, con vantaggio grandissimo, incalcolabile del popolo cristiano e dello stesso civile consorzio[29].

 

 

«La pia pratica della visita quotidiana»

 

Un mezzo efficace per istabilire e sviluppare la devozione a Gesù sacramentato, lo troverete, in prima, nella pia pratica della visita quotidiana a Lui, prigioniero d’amore nei nostri tabernacoli. Questa è certamente una salda testimonianza del sincero amore dei popoli verso la divina Eucaristia, come, per lo contrario, il lagrimevole abbandono, nel quale è lasciata da molti, sembra smentire la fede.

Quanto non è bello il mettere le anime nostre in frequente e familiare colloquio con Gesù, con una pratica tanto salutare? Beato, esclama il profeta, colui che abita presso il santo tabernacolo. Il Signore è la sua forza e la sua luce, il rimedio a tutti i suoi mali, il balsamo per tutte le sue ferite, il conforto per ogni sua pena. Ai piedi dell’altare l’anima dimentica il mondo, le miserie della vita, poiché dove è Gesù non è più dolore, ma gaudio anche tra le più amare tribolazioni. Questo è il luogo in cui il fedele, nel segreto del suo cuore, ascolta voci misteriose e soavi, e dal quale poi parte col vivo desiderio di tornarvi; con quel santo desiderio che sempre lo volge dove si trova il suo bene, e dove fa tesoro di forze soprannaturali.

Tutti quindi rendano quest’omaggio quotidiano alla divina Eucaristia. Io lo raccomando ai fanciulli, perché Gesù li avvii sul sentiero della virtù; lo raccomando ai giovani, perché Gesù dia loro forza per resistere agl’incantesimi e alle seduzioni del vizio; lo raccomando a chi è sul declinare della vita, perché Gesù lo aiuti a guardare sereno in faccia alla morte[30].

 

 

«Adorazione diurna e notturna del SS. Sacramento»

 

In alcune parrocchie della diocesi, lo dico con viva compiacenza, è già istituita l’associazione per l’adorazione diurna del santissimo Sacramento: io amerei vederla sorgere an­che in tutte le altre. Dove la popolazione è numerosa, si riuscirà facilmente. Se poi la parrocchia contasse pochi abitanti, e non fosse possibile stabilirvi l’adorazione quotidiana, non potrebbe esservi tenuta almeno due o tre volte la Settimana, e specialmente nei dì festivi? Confido nello zelo dei miei ottimi collaboratori, e nella sollecitudine, che, in ogni circostanza, addimostrarono i miei amati diocesani, pel culto eucaristico.

Ma se è cosa sommamente cara il trattenersi di giorno innanzi Gesù, è pur bello il vigilare ai Suoi piedi nel silenzio e nella calma della notte! S’imita così gli abitatori della celeste Gerusalemme, i quali non cessano mai dal celebrare le glorie del Signore (...).

Vedete, quindi, o fratelli e figli amatissimi, di comprendere l’importanza di questa adorazione notturna, di stabilirla nelle vostre parrocchie, e di praticarla, almeno una volta all’anno (...).

Per tutto quanto si riferisce all’Eucaristia, mai vi esca dal labbro quell’insipiente parola: questa cosa è impossibile. L’impossibilità, in quest’ordine, non ha luogo, se non per coloro che rifuggono dall’abnegazione e dal sacrificio[31].

 

 

«Davanti a quell’Ostia di perdono e di pace»

 

È qui davanti a quell’Ostia di perdono e di pace, che sentiamo acquetarsi il tumulto dei terreni affetti, temperarsi la sollecitudine delle cose mondane, fiaccarsi l’orgoglio, svegliarsi l’amore e la compassione dei prossimi, eccitarsi la gara di opere sante, i desiderii di vita migliore. Non sentite escire da quel Tabernacolo una voce che nobilita e impreziosisce gli stessi patimenti, assicurando che le lacrime versate sull’altare sono contate da Colui che si prende cura del giglio del campo, dell’uccello del bosco, dell’ultimo capello del nostro capo? Oh! certo, qui si ritemprano gli animi nella forza della rassegnazione e della speranza. Nulla è perduto qui, dove si trova la fiducia in Dio; qui tutti siamo figli di Dio; non è ludibrio del caso o della violenza chi attinge qui la fortezza, che sgorga da quel divin Tabernacolo (...).

Il tempio è il rifugio del povero, asilo delle anime tribolate e degli oppressi! Qui ci sentiamo tutti e davvero, non bugiardamente, fratelli; qui dinanzi al Padre comune scompaiono le distinzioni del fasto, della ricchezza, della potenza umana; qui ci proclamiamo e ci sentiamo tutti eguali, al banchetto comune di Gesù; qui allo spettacolo di un Dio che in Sacramento s’abbassa egualmente al piccolo e al grande e tutto eleva alla sua altezza, consacriamo, non la mendace democrazia del mondo, ma la vera democrazia di tutti i redenti[32].

 

«A Lui congiunti, tutti vi sentirete fratelli»

 

Unitevi pertanto in santa lega intorno a Gesù, ostia divina, in spirito di fede, di riparazione, d’amore. A Lui congiunti, tutti vi sentirete fratelli, tutti stretti ad un patto: all’amore vicendevole, e a procurare l’uno il bene dell’altro. Di qui nascerà quell’ordinata concordia, che vi renderà comuni le gioie come i dolori, il sorriso come le lacrime, ed ovunque spargerà il balsamo della rassegnazione e della speranza cristiana. Unitevi ed organizzatevi in associazioni di adoratori per le diverse ore del giorno, affinché la divina Eucaristia mai sia da voi abbandonata[33].

 

 

«Siete stati fatti partecipi del sacerdozio eterno di Cristo»

 

Comprendete l’altezza della vostra dignità. Siete stati fatti tutti partecipi del medesimo sacerdozio eterno, che lo stesso Figlio di Dio non si usurpò ma ricevette dal Padre (...).

Voi che avete raggiunto il sacerdozio, dovete, secondo l’Apostolo, avere anche voi qualche cosa da offrire (Hebr. VIII, 3), e appunto da questo deriva la vostra nobiltà. Voi sapete che la vittima del nostro Sacrificio è lo stesso Figlio di Dio, il quale è, nel medesimo tempo, il sacerdote principale, che offre per mezzo del vostro ministero, e il Dio al quale viene offerto.

Da questo sacrificio, l’azione più augusta e più sublime della Chiesa, valutate la vostra dignità.

Il sacramento e il sacrificio eucaristico è il tesoro della Chiesa, il suo sommo bene, la sua suprema bellezza: “Quale la sua bontà e quale la sua bellezza, se non il frumento degli eletti e il vino che germina le vergini?” (Zach. IX, 17). Sotto specie diverse, ormai puri segni, sono nascoste realtà eccelse: una carne che è cibo, un sangue che è bevanda. La Chiesa è formata da questo Sacramento, e tutte le sue ricchezze si assommano nel pane e nel vino. A voi l’ordine di arricchirvi di tale tesoro e di arricchirne gli altri. Così ha istituito questo sacrificio: volle affidarne l’amministrazione ai soli sacerdoti, ai quali spetta riceverlo e darlo agli altri (Offic. Corp. Ch.).

L’Eucaristia, tesoro dei sacerdoti, è nello stesso tempo un deposito affidato alla loro fedeltà e alla loro custodia. Ma si tratta di un “deposito” di natura particolare, ben diversa dai soliti. Per legge, chi riceve un “deposito” deve custodirlo e conservarlo fedelmente in modo da restituirlo integro al richiedente. Non è così l’Eucaristia: è un deposito di frumento, che sarebbe delitto nascondere: “chi nasconde il frumento sarà maledetto dal popolo” (Prov. XI, 26) (...).

L’Eucaristia è il segno sotto il quale siete stati adunati: “Il Signore ci ha radunati con la comunione del calice, col quale assumiamo Dio stesso, non col sangue di vitelli” (Off. Corp. Ch.).

L’Eucaristia è la vostra stella. Vi è apparsa nella fanciullezza, e vi ha condotti a Cristo: ha guidato la vostra adolescenza, ha fortificato la vostra giovinezza; sia nella maturità e nella vecchiaia il vostro “potente protettore, sostegno della virtù, refrigerio e ombra, prevenzione dall’inciampo; aiuto in ogni frangente, esaltazione dell’anima, luce degli occhi, salute, vita e benedizione!” (Eccl. XXXIV, 19-20).

Tutto quello che siete e che avete, v.f., tutto vi deriva dall’Eucaristia: è la pura verità dire che da ogni lato il sacerdote è trincerato dall’Eucaristia, che in tutto è contrassegnato dall’Eucaristia[34].

 

 

«Cristo nell’Eucaristia è il libro offerto ai sacerdoti»

 

Ripensate le parole che udiste nella vostra ordinazione: “dignoscite quod agitis” (Pontif. Rom.). In realtà Cristo nell’Eucaristia è il volume offerto ai sacerdoti, perché lo divorino. Numerosi sono gli scritti dei Dottori e dei Padri, dai quali potete raccogliere messe abbondante di dottrina. Avete la Somma di S. Tommaso, che tratta in modo veramente angelico del venerabile Sacramento; avete la spiegazione della Sacra Scrittura nel catechismo del Concilio di Trento, pubblicato appositamente per la vostra istruzione. Avete anche i libri ascetici, primo dei quali il libretto dell’Imitazione di Cristo, che nel libro IV parla come nessun altro dell’Eucaristia. Hanno trattato dell’Eucaristia anche numerosi scrittori moderni, che vi forniranno molti suggerimenti utili.

Ognuno ricordi con l’Apostolo: “Mihi omnium sanctorum minimo data est gratia haec, evangelizare investigabiles divitias Christi” (Efes. III, 8). Non sono nascoste in questo Sacra­mento tutte le ricchezze del Cristo?[35].

 

 

«Sia la vostra devozione interiore ed esteriore»

 

Se bramate davvero richiamare in vita nelle vostre parrocchie la devozione eucaristica, date a vedere, coi fatti, di averla voi per i primi, radicata profondamente nel cuore. Sia la vostra devozione interiore ed esteriore, e proceda da una viva fede e da un sincero amore per Gesù, ostia divina.

Ma ohimè! bisogna pur confessarlo: la fede, sovente, è languida, e, spesso, dopo tanti anni di sacerdozio non si ama ancora il divino Maestro, oppure lo si ama con un amore senza vita. Eppure il vero sacerdote non è che un uomo il quale vive, lavora e si sacrifica per Gesù sacramentato, unica meta di tutte le sue aspirazioni! Siete voi tali? il santuario, l’altare, il tabernacolo che cosa vi dicono? quali impressioni vi fanno? Dopo aver ricevuto il corpo e il sangue di Gesù non vi sentite, diceva s. Vincenzo de’ Paoli ai suoi preti, non vi sentite accendere il cuore dal fuoco divino? Or bene, questo fuoco, che ardeva vivissimo nel petto di quell’umile prete, di quell’eroe della carità cristiana, divora pure il vostro, oppure se ne rimane tuttavia freddo e agghiacciato?... Come mai potreste allora aver zelo per ispirare negli altri una devozione le mille miglia lontana da voi? Ve ne scongiuro: se non vi sentite chiamati ad una vita profondamente interiore e di alta contemplazione, siate però con Gesù sacramentato e di cuore e di opere, in privato e in pubblico, ora, e sempre. Spesso di Lui parla la vostra lingua, a Lui sospiri il vostro cuore, né trascorra ora del giorno senza che gli abbiate dedicato un pensiero di grata e affettuosa riconoscenza[36].

 

 

«L’adorazione perpetua dei sacerdoti»

 

Un’altra cosa mi sta sommamente a cuore, ed è che voi tutti, venerabili fratelli, vi ascriviate alla pia società di sacerdoti, istituita nella nostra diocesi, per l’adorazione perpetua.

Se tutti i fedeli debbono rendere a Gesù amore per amore, e riparare gli oltraggi che gli recano gli empi e i cattivi cristiani, voi, in un modo tutto particolare, dovete spargere lacrime alla sua presenza, e interporvi fra l’altare e i peccatori, quali ministri di pace e di perdono. Voi specialmente dovete vivere della vita eucaristica e far vostra delizia l’abitare presso il tabernacolo, ove attingerete la forza per sacrificarvi e morire per Gesù, a gloria di Dio e a bene delle anime. Ecco l’unico ideale del vero sacerdote[37].

La proposta mia si è che venga istituita in ogni Diocesi l’adorazione perpetua del SS. Sacramento fatta dal Clero obbligandosi ad un’ora di adorazione ogni tanti giorni (...).

Quale commovente pensiero il sapere che in ogni ora del dì e della notte un prete è prostrato innanzi a Gesù Sacramentato a pregare per sé, per i confratelli, per la Chiesa, pel suo Capo augusto, per la conservazione della fede, per la perseveranza finale dei pentiti, per quelli che sono vicini al giudizio di Dio (...).

Un prete, adoratore fervente del SS. Sacramento, ne sarà tosto l’eloquente apostolo, sarà infaticabile, costante e benedetto nel suo zelo; diverrà ingegnoso per discoprire quelle mille industrie, tutte proprie a risuscitare e a propagare questa devozione nelle anime; sì, lo zelo di questo prete, di questo Vescovo sarà benedetto e onnipotente[38].

 

 

«Tener presente l’Eucaristia in ogni discorso»

 

L’insistenza nella predicazione dell’Eucaristia esige che, cogliendo occasione da qualsiasi circostanza, ricordiate spesso ai fedeli Cristo nel suo Sacramento. L’Apostolo inculcava al discepolo Timoteo l’insistenza nella predicazione: «Predica verbum opportune». Fate così anche voi. Dalle varie circostanze del tempo, inverno o primavera, estate o autunno, potrete ricavare motivi per introdurre il discorso sull’Eucaristia; come pure dalla pioggia, dal sereno, dalle molteplici necessità e occupazioni degli uomini. Così il Cristo Signore coglie l’occasione di parlare del Suo Sacramento dalla preoccupazione della folla per il pane del corpo: «Operamini non cibum qui perit, sed qui permanet, quem filius hominis dabit vobis» (Joan. VI, 27). Lo imitò l’Apostolo nel discorso agli ateniesi, prendendo lo spunto dall’altare del Dio ignoto.

Ma vi è un altro punto della massima importanza per l’insistenza della predicazione eucaristica: tener presente l’Eucaristia in ogni discorso, e concluderlo con l’Eucaristia. Discorrete di una virtù? Proponete l’esemplare perfetto, Cristo nell’Eucaristia. Trattate del peccato? Mostrate Cristo nel Sacramento, propiziazione per i peccati di tutto il mondo; additate nell’Eucaristia l’antidoto che ci libera dalle colpe quotidiane e ci preserva dai peccati mortali: Cristo medico e medicina. O mensa mirabile, che ci somministra l’umiltà contro la superbia, la carità contro l’invidia, l’elemosina contro l’avarizia, la castità contro la lussuria, le virtù contro tutti i vizi! (Tertull. De Resurrect.)[39].

 

 

«Il secolo XX sarà chiamato il secolo eucaristico»

 

Cristo, per mezzo di questo Sacramento, rende presenti, dinanzi a chi teme Dio, i suoi voti al Padre, cioè il sacrificio del suo corpo e del suo sangue, offerto sulla croce. Quale sarà il frutto di così sublime sacrificio? «Erit germen Domini in magnificentia et fructus terrae sublimis» (Is. IV, 2). Difatti mangeranno i poveri e saranno saziati: vivranno le loro anime per i secoli dei secoli. Rientreranno in sé i peccatori e si convertirà a Dio tutta la terra, e lo adoreranno tutte le stirpi. Mangeranno e adoreranno tutti gli uomini, cadranno in ginocchio al suo cospetto tutti i mortali. Dal nome del Signore prenderà nome la generazione avvenire; perché i cieli, cioè i sacerdoti, annunceranno la santità del popolo che sta per nascere, fatto dal Signore: sarà il popolo del SS. Sacramento, e il secolo XX sarà chiamato il secolo eucaristico. “Poiché del Signore è il regno e lui dominerà le genti” (Ps. XXI)[40].

 

 

«Nunc dimittis…»

 

Quando il Signore, nella sua infinita bontà e misericordia, mi avrà concesso di vedere profondamente radicata la devozione eucaristica nella mia diletta diocesi, allora non mi rimarrà più altro che esclamare col profeta Simeone: Adesso lascierai, o Signore, che se ne vada in pace il tuo servo... perché gli occhi miei hanno veduto il Salvatore dato da te, amato, ringraziato e venerato da coloro che sono nel tempo, e saranno nell’eternità, il mio gaudio e la mia corona[41].

 

 

“La più dolce delle consolazioni»

 

Nulla risparmiate, miei venerabili cooperatori, perché io venendo possa a tutti i miei figli dispensare il pane degli angeli, a tutti, dai giovinetti della prima Comunione a coloro che stanno sulla soglia dell’eternità. Sarà questa, fratelli e figli miei, la più dolce delle consolazioni che voi potrete procurare al vostro Vescovo in mezzo alle cure incessanti e alle gravi preoccupazioni del suo pastoral ministero[42].

 

 

c) IL DIO PER NOI: CRISTO CROCIFISSO

 

«Bando al Crocifisso? Il Crocifisso è il fondamento»

 

Una voce si è sprigionata da cento petti e ha fatto il giro del mondo nel secolo nostro, ha gridato e grida, bando al Crocifisso. E sgraziatamente in parte è riuscita nell’infernale intento. Dove una volta il Crocifisso era il più bell’ornamento delle case cristiane, oggi altre immagini hanno usurpato quel posto. Dove una volta la famiglia cristiana si ispirava al Crocifisso e da Lui pigliava nome ed esempio, oggi ben altri sono gli oggetti ai quali si ispira, ben diverse le norme che ha dinanzi. Ma bandito il Crocifisso dalle contrade, dalle scuole, dai parlamenti, tolto quel solo che poteva rimediare ai suoi mali, che ne è avvenuto della povera società? Io non voglio negare alcuno dei titoli pei quali va superbo il nostro secolo, le scienze progredite, le distanze scomparse e mille stupendi ritrovati, per cui l’uomo è riuscito a strappare alla natura i più riposti segreti, ma con tante meraviglie è lamento universale che in nessun’altra epoca la società fu più orrendamente scossa e agitata siccome nell’epoca nostra (...).

Si è mossa guerra al Crocifisso, ecco la vera causa di tante sciagure. È una verità questa che non si vuol affatto intendere da taluni: se ne incolpa l’ingiustizia degli uomini, la malvagità dei tempi; eh! no. Conviene lacerare la benda che nasconde agli occhi nostri la verità, convien penetrare più addentro. Il Crocifisso è il fondamento di tutte cose, scrive S. Paolo, chi sdegna di fabbricare sopra di un tal fondamento non può che accumulare rovine sopra rovine (...).

Gesù Crocifisso è il centro comune; è l’anello prezioso che unisce l’opera dell’Onnipotente al Creatore Divino; è la meta di tutte le opere e dei disegni tutti della Provvidenza; è la ragione suprema, ultima di tutte le mire di Dio nell’umanità redenta, la quale lungi da lui rende in se stessa l’immagine di un cieco, che vacilla e cade sotto i raggi del più splendido sole; è la norma di ogni vero progresso sociale, essendo egli la sola vera luce che illumina ogni uomo e quindi l’intera società[43].

 

 

«Stat crux dum volvitur orbis»

 

Cristo vince, Cristo regna, Cristo trionfa. Ne abbiamo anche oggi una prova in mezzo ai più grandi cataclismi della storia, in mezzo ai frantumi degli scettri e delle corone, tra il nascere e il morire di tutte le umane istituzioni, tra il sorgere e lo sparire di tutte le eresie, tra il fremito dei mari ruggenti nell’imperversare della bufera, sta la Croce, la Croce faro di luce inestinguibile, albero della nostra salute, trofeo glorioso di Lui, che la imporporò del divino suo sangue: «Stat crux dum volvitur orbis»[44].

 

 

«La Croce ci grida amore»

 

La Croce più di ogni altra cosa ci grida amore; amor grida la Croce, amor che si fece vittima d’espiazione per te, che a tal segno ti amò da morire per te su un patibolo; ma questo grido non l’intende chi non ripete coll’Apostolo: il mondo è crocifisso a me ed io al mondo. La Croce è la scuola più sicura dell’amore, guai dunque se traete i giorni dimentichi del mistero della Croce! mostrereste allora che il vostro cuore non arde d’amore, che venite meno al grande precetto che ci obbliga a collocare in G.C. tutti i nostri affetti, a stabilire nel vostro cuore il suo regno, che è il regno dell’amore.

Amate Gesù e allora intenderete che il popolo cristiano, il popolo dei credenti si compone solamente di coloro che onorano, che amano la Croce, o vi muoiono sopra...[45].

 

 

«Tota vita Christi crux et martyrium»

 

Egli è il gran modello della vita cristiana; modello, o miei cari, così essenziale che nella somiglianza con Lui, come attesta S. Paolo, consiste il segreto di nostra predestinazione. Ciò posto, io domando: qual vita tenne egli per salire al Cielo? Forse quella della ricchezza, della gloria, del piacere, o non anzi quella della povertà, dell’umiliazione, del dolore? Tutta la sua vita, scrive il Crisostomo, non fu altro che croce e martirio! Tota vita Christi crux et martyrium! Dal primo sino all’ultimo istante, quanta miseria, quanti disagi, quante fatiche, quante persecuzioni, quante calunnie, quante sofferenze, quanti dolori! E come dopo ciò non riconoscere nella penitenza il vero nostro bene, la via breve, sicura, unica di nostra salute?[46].

 

 

«Gesù Cristo parla a tutti: Fate penitenza»

 

Che cosa dice, o dilettissimi, il divino Maestro? Dice anzitutto, ch’Egli è venuto per chiamare i peccatori, ossia gli uomini tutti, a penitenza. Dice, che il regno dei Cieli vuol forza e che non lo conquistano che i forti. Dice: chi non porta la croce sua e non vien dietro a me, non può essere mio discepolo. Dice ancora: Fate penitenza. Soggiunge poi: Se non farete penitenza, tutti allo stesso modo perirete: nisi poenitentiam egeritis, omnes simul peribitis (...).

Dal suo labbro adorabile io non sento, direi quasi, che una parola, un insegnamento, un comando: Penitenza! E a chi lo dice? Lo dice a tutti, avverte l’evangelista S. Luca; prevedendo forse le false interpretazioni di tanti moderni cristiani, i quali vorrebbero restringere ai soli abitatori del chiostro la pratica di un precetto, come questo, così assoluto. Sì, Gesù Cristo parla a tutti: ai piccoli e ai grandi, ai giovani e ai vecchi, ai poveri e ai ricchi, ai re sul loro trono, ai religiosi nel loro ritiro, ai sacerdoti nell’esercizio del loro ministero, agli industriali nel loro commercio, agli artigiani nella loro officina, a tutti senza distinzione di grado, di condizione, di tempo, di luogo, di età: Dicebat autem ad omnes; perché dalla penitenza che ci tenga saldi nella legge di Dio, nessuno può dispensarsi, se pure non rinunzia prima alla sua eterna salvezza[47].

 

 

«L’esercizio della mortificazione evangelica»

 

Chiunque vuol venire dietro a me, dice Egli stesso il nostro divino Maestro, rinneghi sé stesso, porti la sua croce e con questa divisa mi segua: abneget semetipsum, tollat crucem suam et sequatur me. Rinneghi sé stesso, vale a dire, il proprio intelletto, col sottoporlo alla fede; la propria volontà, col far sempre quella di Dio; gli sregolati appetiti, col seguire in tutto unicamente il sacrosanto Evangelo. Porti, in secondo luogo, la sua croce, vale a dire, soffra con pazienza e con rassegnazione i mali tutti della vita presente, le tribolazioni, i disagi, le fatiche inerenti al proprio stato. Con questa divisa mi segua, vale a dire, cammini sulle tracce di G.C., si rivesta del suo spirito, entri nelle sue viste, sia animato dai suoi sentimenti, si conduca secondo le sue massime, si conformi alla sua volontà, si abbandoni alla sua Provvidenza. Ora, che significa egli tutto questo, se non che per vivere vita cristiana è necessario l’esercizio della mortificazione evangelica? La è tanto necessaria che senza di essa noi siamo perduti e perduti per sempre: nisi poenitentiam egeritis, è l’incarnata Verità che ci parla, omnes similiter peribitis (Luc. XIII, 3)[48].

 

 

«Due sacrifici indivisibilmente congiunti»

 

Bisogna supplire ciò che dal canto nostro manca alla sua passione: adimpleo, diceva infatti S. Paolo, adimpleo ea quae desunt passionum Christi in carne mea (Col. 1, 24).

Questa è la legge suprema a cui è subordinata la nostra salute. Il sacrificio di G.C. e il sacrificio nostro, sono due sacrifici egualmente necessari, sono due sacrifici che non placano la divina Giustizia, se non vanno indivisibilmente congiunti, perché il nostro sacrificio, scompagnato dal sacrificio di Cristo, è indegno di Dio; il sacrificio di Cristo, scompagnato dal nostro sacrificio, è inutile a noi. Così è spiegato in parte il gran mistero del dolore contenuto negli ordini presenti dell’universo. Così il dolore e la morte, piaghe inevitabili della natura, nello stato che ora è, furon cambiati in mezzo di perfezione, e di glorificazione; e perciò di conforto e anche di gioia, e in questa maniera riposti nell’ordine della divina sapienza e bontà. Quindi l’obbligo di uniformarci alla passione di G.C. se vogliamo essere a parte della sua gloria: adimpleo ea quae desunt passionum Christi in carne mea[49].

 

 

«Mortificandoci, noi vogliamo  non distruggere, ma edificare»

 

Taluni si fanno della cristiana penitenza un’idea molto superficiale e meschina, credendo che il mortificarsi sia un voler patire per semplice gusto di patire. No, dilettissimi, no. Ben più alta è la meta a cui aspiriamo. Mortificandoci, dirò con un filosofo illustre, noi vogliamo non distruggere, ma edificare; vogliamo reprimere la carne, ma per donare libertà allo spirito; spogliarci dell’uomo vecchio, ma per rivestire l’uomo nuovo; rinnegare la volontà nostra corrotta, ma per mettere in suo luogo la santa volontà di Dio; morire all’amore proprio, ma per vivere alla carità; abbattere il regno del male perseguitandolo in sé e nei suoi complici esterni ed interni, ma per fondare in noi il regno del bene, il regno della verità e dell’amore; perdere qualche cosa del presente, ma per assicurarci l’avvenire. Vogliamo, in altri termini, riprendere la nostra corona; essere non solo uomini, ma anche cristiani, regnare nel tempo e nella eternità