APPROFONDIMENTI
Il cammino travagliato della cattolicità in At 10,1–11,18
P. Gabriele Bentoglio, cs
La composizione di luogo
Il libro degli Atti degli Apostoli è il primo tentativo di offrire una storiografia delle comunità cristiane della prima ora. Chi lo legge, o ne ascolta la proclamazione, avverte la presenza di Luca, testimone qualificato (Lc 1,1-4; At 1,1), che traccia gli sviluppi della predicazione apostolica, mediante narrazioni che sottolineano l’azione dello Spirito Santo, mentre si diffonde l’attività missionaria e la Parola «cresce» (At 6,7; 12,24; 13,49; 19,20). Nei primi nove capitoli, infatti, le vicende si dipanano allontanandosi via via da Gerusalemme, lungo le strade della Giudea e della Samaria.
Al capitolo decimo, però, ci si imbatte in un racconto insolitamente lungo e ripetitivo, come se Luca forzasse una pausa di riflessione, costringendo i suoi interlocutori a fissare lo sguardo sul contenuto dei fatti più che sugli avvenimenti stessi. In effetti, fino a questo punto tutto convergeva nella spiegazione dello statuto ontologico del giudeo, divenuto cristiano, e della sua relazione con il Padre, lo Spirito e Gesù Cristo. Ora comincia la difficile missione della cattolicità, dove anche gli stranieri trovano diritto di cittadinanza. Ecco perché Luca non si accontenta di narrare, con il suo Vangelo, gli avvenimenti della vita, passione, morte, risurrezione e ascensione del Messia Gesù. L’opera assegnata dalle Scritture al Cristo, secondo la sua prospettiva, non si esaurisce nel Vangelo. Il completamento consiste, infatti, nell’annuncio della salvezza a tutte le nazioni, senza distinzioni di razza, di cultura o di nazionalità.
La presentazione dei personaggi
In realtà, Luca aveva già proposto un fatto di straordinaria, e per certi versi scandalosa, apertura verso i pagani-stranieri, quando aveva ricordato l’attività evangelizzatrice del «diacono-evangelista» Filippo, che aveva spalancato le porte della Chiesa ad un forestiero, eunuco, «sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza» (At 8,26-40). Ma aprendo il capitolo decimo degli Atti, l’autore del Terzo Vangelo mette in scena il primo nella lista degli Undici (At 1,13), il portavoce degli apostoli (At 1,15), che rende testimonianza a Gesù con i suoi discorsi kerigmatici (At 2,14-36; 3,11-26), guarisce vari malati (At 3,1-10; 5,15; 9,32-35.38-43), insegna e predica con coraggio (At 4,1-4.5-12.13; 5,42) ed è perseguitato e arrestato a causa del nome di Gesù (At 4,1-4; cfr. anche At 5,18.27-32.40-41; 12,3-5). È Pietro, e accanto a lui c’è un gruppo di «fratelli»: dunque, la piccola compagnia rappresenta l’intera comunità cristiana.
Vi è, però, anche un altro protagonista, che gioca un ruolo di capitale importanza, insieme ad alcuni membri della sua casa: è un centurione romano, uno straniero pagano, di nome Cornelio. Anche questo secondo drappello, così, ha un ruolo rappresentativo: vi riconosciamo l’intero mondo pagano, estraneo al popolo biblico, che chiede di entrare a far parte della nuova comunità dei credenti in Gesù Cristo.
Eccoci, dunque, catapultati in un ambiente in cui metafora e teologia hanno la precedenza sulla cronaca dei fatti. In effetti, all’apice della sua carriera missionaria, troviamo Pietro inaspettatamente in difficoltà e bisognoso di una profonda trasformazione, nell’incontro con uno straniero dai tratti umano-etici di eccezionale portata: Cornelio, infatti, è un pagano (At 10,45; 11,1.18), incirconciso (At 11,3), ma «pio» (At 10,2.7), «timorato di Dio» (At 10,2), che fa molte elemosine al popolo dell’alleanza e prega incessantemente (At 10,2): probabilmente appartiene a quei gruppi di pagani simpatizzanti verso la sinagoga giudaica, che accetta la fede monoteistica e la sottomissione alla volontà di Dio (cfr. Lc 1,50). Di fatto, le sue caratteristiche religioso-morali sono attentamente presentate da Luca per far notare ai suoi lettori giudeo-cristiani l’infondatezza nel considerare i pagani impuri a priori, e così preparare un terreno dissodato per l’accoglienza del kerygma e l’effusione dello Spirito Santo.
Il faccia a faccia delle diversità
Il quadro che Luca dipinge, in definitiva, è ridondante: l’abbondanza delle annotazioni invita a mettere a fuoco ciò che si nasconde dietro i volti dei personaggi e i fatti esposti, cogliendo in primo piano la sfida dell’incontro delle diversità. Questo sembra essere, in breve, lo scopo dell’autore. Egli ha ben presente i pregiudizi che ha un giudeo quando pensa ad un pagano e cerca perciò di presentare in Cornelio una nuova immagine del pagano, e viceversa. È noto, infatti, che, sebbene non vi fossero precetti specifici nella Torah, una tradizione orale consolidatasi nel tempo impediva ai giudei il contatto con i pagani, e ancor più il mangiare con loro, pena l’incursione nell’impurità, e quindi l’inabilità al culto. Pertanto, prima ospitando i messaggeri pagani (At 10,23) e poi andando a casa del centurione e accettandone l’ospitalità e la condivisione della mensa (At 10,25.48), Pietro abbatte la barriera del pregiudizio che impediva ai giudei la frequentazione dei pagani. D’altra parte, la presenza di Pietro aiuta Cornelio a superare i residui di una mentalità magico-pagana, che considerava un inviato divino come una realtà celeste che va adorata (At 10,25-26).
Ad ogni buon conto, il modo di raccontare lucano svela che è Dio stesso ad agire, fino a condurre all’equiparazione prima tra giudei e pagani e, poi, tra giudeo-cristiani e pagano-cristiani.
L’itinerario che Luca segnala, tuttavia, è pieno di ostacoli: le barriere si possono infrangere, ma non senza un lungo percorso di conversione, da parte di Pietro, e un desiderio ardente di «ascoltare tutto ciò che dal Signore è stato ordinato» (At 10,33), da parte di Cornelio.
Il cuore del racconto
Il passo decisivo è costituito dal ritrovo nella casa di Cornelio. Esso non è solo l’incontro di due personaggi, culturalmente e religiosamente diversi, ma di due gruppi rappresentativi e simbolici, distinti e lontani quanto a credo religioso e a tradizioni etnico-culturali. Luca, dunque, descrive i fatti curando di mettere in evidenza una simmetria significativa: Pietro entra e Cornelio gli va incontro (At 10,25a); Cornelio si inginocchia davanti a Pietro per adorarlo e questi lo rialza (At 10,25b-26a). Si tratta di una corrispondenza di gesti a cui fa eco la dichiarazione di Pietro: «anch’io sono un uomo» (At 10,26b). Proprio questa confessione di valore sigilla il criterio di un’uguale umanità che accomuna i due gruppi, portando la reciproca relazione su un piano di assoluta parità. Tra l’altro, questo inedito rapporto paritario è volutamente rimarcato da Luca nel commentare l’amichevole conversazione tra Cornelio e Pietro, mentre i due entrano nella casa del centurione pagano (At 10,27). Si potrebbe istituire un felice parallelo con il carceriere di Paolo a Filippi (At 16), che agisce esattamente come Cornelio, pur non essendo introdotto con la medesima enfatica positività: i due personaggi, infatti, si gettano ai piedi degli apostoli; ne ascoltano la predicazione; vengono battezzati insieme a tutta la loro casa; intrattengono a tavola gli evangelizzatori.
È certo che, da una parte, l’incontro di Cesarea aiuta Pietro a capire la visione della tovaglia piena di animali che scendeva dal cielo (At 10,9-16.28) e a trarne le conseguenze teologiche nella sua predicazione: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto» (At 10,34-35). Passando dal significato letterale della visione a quello metaforico, Pietro prima constata la realtà della separazione tra giudei e pagani, per affermarne in seguito l’insensatezza, nella prospettiva di una rinnovata teologia dialogico-missionaria: «Voi sapete che non è lecito per un giudeo unirsi o incontrarsi con persone di altra razza, ma Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo» (At 10,28). Dall’altra parte, il desiderio di Cornelio trova completo esaudimento, mediante l’approccio dell’evangelizzazione. In effetti, i suoi messaggeri avevano detto che Pietro era atteso a Cesarea affinché il pagano romano potesse «ascoltare le parole da parte di lui» (At 10,22b), tanto che il centurione aveva alla fine dichiarato: «Siamo qui riuniti per ascoltare tutto ciò che dal Signore ti è stato ordinato» (At 10,33).
Luca evidentemente voleva dare rilievo alla figura di Pietro, prima di cedere il passo a quella di Paolo. Infatti, dopo At 15 il capo del collegio apostolico scompare e, una volta ucciso l’apostolo Giacomo (At 12,2), il numero dei Dodici non viene ricostituito, mentre prende piede, nella continuità e nella complementarietà, l’attività missionaria di Paolo. Pertanto, il racconto lucano di proposito tesse intorno a Pietro la storia dei primi anni del cristianesimo che, dalle perplessità della prima generazione cristiana nei confronti dell’apertura ai pagani (At 10,14; 11,3), passa poi ad un atteggiamento più positivo e disponibile (At 11,18). Dunque, tocca a Pietro inaugurare un’evangelizzazione che tiene conto dei nuovi orizzonti che si aprono con l’accoglienza del mondo pagano. E a buon diritto, dal momento che a lui è stato affidato il compito di «confermare i fratelli» nella fede (Lc 22,32). A partire da qui, pertanto, anche ai popoli stranieri può essere annunciata la salvezza in Gesù Cristo. Tale evento salvifico storicamente si è realizzato all’interno e a favore del popolo biblico (At 10,36-41), ma con la resurrezione Gesù è diventato «il Signore di tutti» (At 10,36b) e i suoi testimoni sono inviati ad annunziare che «egli è il giudice dei vivi e dei morti» (At 10,42) e che «chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome» (At 10,43).
La lezione di Cesarea Marittima
Il tema dell’universalismo salvifico, vale a dire l’offerta della salvezza a tutta l’umanità, non solo al popolo dell’alleanza, è un tema molto caro a Luca. Si tratta dell’espansione della Chiesa delle origini, della sua attività missionaria, con tutte le problematiche che dovette affrontare lungo il percorso per affermare il nuovo e definitivo principio della salvezza: la fede nel Signore Gesù Cristo, corroborata dalla speranza e dall’agapē, abbatte le frontiere e crea la comunione delle diversità. A conti fatti, dunque, l’evento storicamente singolare ed unico di Gesù è divenuto di portata salvifica universale, per cui anche i pagani possono accedere alla salvezza: l’attestazione più solida di ciò sono i fatti di Cesarea Marittima. La discesa dello Spirito, con stretto rimando alla Pentecoste gerosolimitana (At 10,44-48), mostra che il dono dello Spirito è offerto a tutti e suscita meraviglia: «anche sui pagani è stato effuso il dono dello Spirito Santo» (At 10,45b), un’affermazione che poi Pietro fa sua, come rappresentante della comunità giudeo-cristiana: «hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi» (10,47b).
Proprio l’effusione dello Spirito costringe Pietro a vincere ogni resistenza all’accoglienza degli stranieri nella Chiesa (At 10,47). Ma l’itinerario è stato faticoso e contorto. In effetti, Luca sembra suggerire che non c’è possibilità di avvicinare l’estraneo se non lo si guarda in modo nuovo, lasciando cadere i pregiudizi per cogliere in lui ciò che può renderlo vicino e gradito, non senza affrontare possibili sofferenze e malintesi. Perciò, tanto Pietro – e con lui la comunità cristiana – quanto Cornelio – e con lui tutto il mondo non-cristiano – devono cambiare categorie mentali nelle relazioni reciproche. Questo non comporta l’assenza di categorie, ma significa che queste devono adeguarsi a quelle di Dio, superando le barriere del pregiudizio, della diffidenza e del sospetto.
Del resto, la sfida che ogni giorno il cristiano affronta nell’incontro di culture diverse consiste essenzialmente nella realizzazione dell’unità nella diversità, che mira al corretto apprezzamento delle legittime differenze tra i popoli in vista di un reciproco arricchimento. Il cristiano non può dimenticare il proprio statuto ontologico e, anzi, questo gli fornisce la base per un confronto serio e sereno con gli altri. Certo, il cammino è talvolta impervio, pieno di difficoltà, di incertezze e persino di fallimenti. Al presente come nella Chiesa delle origini.
Così, l’incontro tra Pietro e Cornelio segna un giro di boa nel processo di apertura della Chiesa verso popoli di diversa cultura e propone il superamento della diversità considerata come ostacolo all’unità. L’episodio, nell’economia della diffusione della Parola e nella chiamata della Chiesa alla cattolicità, si pone come paradigma degli interrogativi che l’apertura alle diverse culture suscita e degli atteggiamenti nuovi che essa esige. Tale funzione paradigmatica rimane viva anche per una spiritualità scalabriniana oggi, pur in condizioni culturali e religiose molto diverse. Anche oggi, in vista della costruzione di società interetniche e interculturali, lo Spirito ci chiede il rischio di uscire dal nostro ambiente abituale per tentare l’incontro ed un reale confronto, in campo aperto, con nuove realtà e situazioni culturali, con l’atteggiamento di chi si mette in gioco, con la povertà e la ricchezza della propria umanità, in un dialogo franco e sincero, nell’autentica ricerca che cambia noi e permette il cambiamento dei nostri interlocutori.