Necessità di una spiritualità specifica.
Una provocazione per la vita consacrata scalabriniana
P. Giovanni Graziano Tassello, cs
Il contesto
Gli anni recenti sono stati ricchi di avvenimenti in ambito scalabriniano. Si possono ricordare, tra i tanti, il convegno di spiritualità, l’iter preparatorio e la celebrazione della beatificazione del fondatore e padre ispiratore, i numerosi festeggiamenti tenutisi in concomitanza con quell’evento in tante diocesi e istituzioni, e infine le recenti celebrazioni del Centenario, culminate con il convegno storico sull’ecclesiologia di G.B. Scalabrini.
Si è data importanza alla scoperta delle radici con pellegrinaggi ai luoghi significativi della Famiglia Scalabriniana.
Nel contesto di questo percorso di riscoperta del carisma non è stato creato, come in altre congregazioni, un Istituto di spiritualità, ma si registra – soprattutto in ambito di formazione iniziale e permanente come anche di animazione laicale – il desiderio di approfondire la spiritualità e l’esigenza di permeare di scalabrinianità ogni forma di apostolato in cui siamo coinvolti.
A livello di Famiglia Scalabriniana anche la collana Traditio Scalabriniana costituisce un piccolo segnale di tale esigenza. Vi sono, poi, giovani membri dei nostri Istituti che si sono dedicati allo studio della nostra spiritualità specifica anche a livello universitario.
In questo processo di ritorno alle origini ci siamo resi conto della necessità di ulteriori approfondimenti.
Alla scoperta del volto di G.B. Scalabrini: elementi condivisi e tratti originali
Negli ultimi vent’anni abbiamo dato molto peso all’analisi della visione che G.B. Scalabrini aveva dell’emigrazione e sono state investite molte energie nell’interpretazione del tempo in cui ha vissuto ed operato il vescovo di Piacenza.
Questo ci ha permesso di riconoscere l’importanza di un certo processo di relativizzazione per ovviare al pericolo della non oggettività nelle nostre analisi su Scalabrini e di Scalabrini, che va visto come compagno di viaggio e non come termine del cammino. Siamo coscienti che non dobbiamo assolutizzare l’esemplarità del fondatore e ispiratore
"dimenticando invece che Gesù solo è il nostro unico Maestro, la nostra unica esemplarità assoluta, il termine definitivo della nostra sequela e della nostra imitazione. Se prescindere dai fondatori e non tenerli sufficientemente in conto è un grave errore, l’assolutizzazione della loro esemplarità sarebbe un errore ancora più grave: sarebbe una nuova forma di idolatria" (A. A., Verso il Congresso sulla vita consacrata. Uniti nella diversità, "Testimoni", 19, 15 nov. 2004, 6).
La relativizzazione di alcuni assunti e la ricerca di un approccio più oggettivo ci hanno aiutato a familiarizzare con studi storici su personaggi coevi al Vescovo di Piacenza e che, come lui, hanno aperto cuore e mente al fenomeno migratorio. G.B. Scalabrini non è stato l’unico ad amare i migranti! Sarebbe sufficiente analizzare gli scritti di Bonomelli per cogliere una sintonia di fondo tra talune grandi figure della chiesa del tempo.
Ecco alcuni brani di Geremia Bonomelli molto simili al pathos dell’amico Scalabrini:
"Abbassando l’occhio dalle vette delle Alpi sui contrafforti che ne sono le basi, fin giù verso il lago di Costanza e le colline dell’Argovia e di Zurigo, io pensavo ai 130.000 operai italiani disseminati su quella plaga, che la bagnano dei loro sudori e spesso delle loro lagrime per averne in compenso un tozzo di pane per sé, pei figli e pei parenti lasciati in Italia. Pensavo particolarmente a quei 2.000 circa, che lavorano nel tunnel del Sempione sopra Briga, ed a quelle altre migliaia sparse nei Grigioni nella valle dell’Engadina e del Reno, all’Albula, pur essi occupati nei tunnel: li vedevo (me li aveva poco prima descritti un amico, ch’era stato sui luoghi), li vedevo, coperta la persona tutta d’un impermeabile, sotto una pioggia freddissima, che dentro i tunnel cade implacabile, coi piedi nell’acqua, al lume incerto di alcune lampade, in mezzo a carri trasportanti macigni che incessantemente vanno e vengono sulle guidovie, in mezzo al rumore, alle grida, alle formidabili detonazioni di dinamite, che assordano, al fumo, alla nebbia, che ingombrano quell’aria greve, morta, asfissiante; li vedevo pallidi, emaciati, gli occhi intenti al lavoro e ai pericoli, più ombre che uomini, pensavo che entro quelle caverne, quegli antri, quelle bolgie infernali, in cui formicola un popolo, quasi ogni giorno si conta un infortunio e troppe volte fatale; pensavo a tutto questo e dimentico della vista incantevole che mi stava dinnanzi e mi beava, della luce che mi inondava, dell’aria viva e fresca che mi accarezzava, mi sentivo contristato, oppresso.
O civiltà, o progresso moderno! Quanti dolori, quante lagrime, quante stragi, quanto sangue, quante vittime innocenti costate voi! Se non ci fosse un’altra vita, che ripara le ingiustizie di questa, la condizione dell’uomo sulla terra sarebbe dieci volte più inesplicabile di quella di tutti gli esseri privi di ragione e di coscienza!" (G. Bonomelli, Al di là delle Alpi, 1903).
"...mi sento ancora commuovere tutta l’anima. Due ore prima dell’Ave Maria scendevamo alla stazione di Basilea, accolti dal nostro bravo missionario Casanova. Era già calata la notte, allorché l’ottimo nostro Casanova venne da me all’albergo e mi disse: — Ho potuto avvertire i nostri operai italiani dell’arrivo di vostra eccellenza e ne ho raccolto un bel numero nella nostra chiesa. Essi aspettano una parola da Lei e la meritano. Alcuni sono venuti da luoghi, che distano tre o quattro chilometri. Come rifiutarmi ancorché fosse tardi e avessi appena allora cenato? Ci levammo tutti e a piedi ci recammo alla chiesa, che credo sia quella di S. Elisabetta. È vasta e veramente bella. Montai sul pulpito e dissi quello che potevo dire in quel luogo, a quell’ora, a quegli operai, esuli dalla patria, che un’ora prima avevano lasciato il lavoro. Rare volte, parlando al popolo, mi sentii commosso come quella sera.
Poveri operai! Ascoltavano con un’attenzione, con un silenzio, con un raccoglimento, che maggiore non era possibile: io sentivo che i nostri cuori si intendevano assai bene. Ricordai l’Italia lontana, i parenti, le loro famiglie, la religione dei loro vecchi, le loro parrocchie, i loro doveri di cristiani e di cittadini; insomma dissi ciò che il cuore mi dettava e sentivo che i loro cuori rispondevano al mio. Si chiuse la funzione col canto delle litanie e le voci maschie e robuste di quegli operai echeggiarono sotto le volte della Chiesa. Pareva che non potessero uscire di Chiesa, giacché, terminata la breve funzione, erano ancora là tutti al loro posto. Quali pensieri si affacciavano alla loro mente? Quali affetti tumultuavano nel loro cuore?
Quella sera è scolpita nella mia memoria e al ricordarla mi sento ancora commuovere tutta l’anima" (ib.).
La beata Maria Teresa Scherer (1825-1888), confondatrice delle Suore di Carità della Santa Croce di Ingenbohl beatificata da Giovanni Paolo II il 29 ottobre 1996, agli inizi della sua opera – nonostante le condizioni economiche della nascente Congregazione fossero disastrate – accoglie nel cortile del convento gli immigrati italiani che a piedi dall’Italia avevano raggiunto le località vicino ai cantieri ferroviari del Gottardo e ne cura per settimane le piaghe prima che inizino il lavoro. Le sue suore saranno l’unica presenza cristiana durante i lavori del grande tunnel.
Si potrebbero addurre molti altri esempi di persone che in varie parti del mondo hanno avuto a cuore la causa dei migranti. Basta citare don Bosco, il beato tedesco Adolf Kolping, il beato francese Leone Dehon, numerose congregazioni femminili tedesche e polacche, ecc.
Di mons. Tommaso Reggio, arcivescovo di Genova, beatificato il 3 settembre 2000, il card. Bertone scrive:
"Nel campo sociale deve ricordarsi, in maniera speciale, l’intensa azione dell’arcivescovo a favore dei marinai cattolici stranieri e degli emigranti. Sin dal suo primo arrivo a Genova, si preoccupa di fondare un’opera per curare l’istruzione morale e religiosa dei marinai cattolici stranieri, soprattutto inglesi, in sosta nel porto della città: e questo anche per contrastare la propaganda protestante. Nonostante le difficoltà iniziali, l’opera tenta di decollare, almeno in sordina, con la venuta in Genova del prete inglese don Gerald Hay, convertitosi dal protestantesimo e già collaboratore di mons. Reggio a Ventimiglia.
Più significativa e riuscita è l’associazione per gli emigranti che numerosi si affollano, senza documenti e senza futuro, al porto di Genova. In stretta collaborazione con due vescovi amici, mons. Giovanni Battista Scalabrini di Piacenza e mons. Geremia Bonomelli di Cremona, l’arcivescovo crea una rete di assistenza capillare che consente di conoscere chi parte e di fornire i documenti a ciascuno, in modo da impedire i tentativi di sfruttamento di cui sono oggetto i clandestini" (mons. Tarcisio card. Bertone Arcivescovo di Genova, L’opera sociale di Tommaso Reggio. Conferenza in occasione del Convegno "La Cultura del lavoro 1854 – 2004", Genova, 16 ottobre 2004).
Possiamo quindi tranquillamente affermare che la carità cristiana nell’Ottocento vede impegnati numerosi testimoni e solo ora ci stiamo accorgendo della loro presenza anche in ambito migratorio.
Nel campo della pietà siamo tutti convinti che G.B. Scalabrini è un genuino figlio dell’Ottocento. Mons. Naro, che analizza la pietà del 19.mo secolo, afferma che il Vescovo di Piacenza ne è un mirabile rappresentante. E tuttavia dobbiamo ricordare che la sua vita e la sua azione non si spiegano del tutto con il suo tempo.
Pietro Zovatto, nel suo intervento "La spiritualità dello Scalabrini" al II Convegno Storico Internazionale di Piacenza, commenta:
"Chi volesse delineare la spiritualità del Beato Giovanni Battista Scalabrini (1839-1905) dovrebbe impegnarsi a trovare immediatamente la collocazione adeguata che lo inserisca nel contesto della storia della ascetica e mistica ottocentesca. In tale periodo storico, infatti, si svolge la sua esperienza cristiana di rettore del Seminario di Como, di parroco, sempre a Como, di vescovo di Piacenza e di apostolo degli emigranti.
Anche se la bibliografia su di lui risulta relativamente abbondante, non altrettanto approfondita risulta la sua esperienza religiosa, poiché la critica ha ripetuto il suo essere cristiano analizzando, o meglio passando in rassegna le caratteristiche della spiritualità ottocentesca come la sua «ordinarietà» che rifuggiva la vistosa fenomenologia dello straordinario taumaturgico e il suo allinearsi al devozionale che si intersecava al di sopra della sostanza del dogma che genera la «parola alta» della spiritualità, la sua instancabile attività realizzatrice e la sua popolarità, tanto da collocarle, sotto questo profilo, tra la religiosità popolare più che nell’itinerario mistico. [...]
La poderosa biografia di Mario Francesconi - Giovanni Battista Scalabrini vescovo di Piacenza e degli emigrati (1985) - relega la spiritualità, o meglio la «devozione» dello Scalabrini in un capitolo (il VII) fin dal titolo emblematico di una impostazione devozionale di analisi: Pietà e devozioni. In questa sede «pietà» non assume certo la nozione complessa e articolata di un Giuseppe De Luca Introduzione alla storia della pietà (1960), dove si allargano i contenuti fino ad estenderli ad ogni manifestazione di religiosità anche implicita, in tutte le sue espressioni umane, compresa quella degli scrittori del settore letterario. Anche se la nuova categoria «la pietà» nella sua accezione di «consuetudine d’amore» con il divino a tutti i livelli viene distinta dalla spiritualità intesa come il vertice mistico della esperienza cristiana.
Il Francesconi in Pietà e devozioni altro non fa che ripercorrere le pratiche di pietà che nutrivano la vita interiore dello Scalabrini con una analisi minuta quanto precisa documentandosi soprattutto dalle pastorali, dalle omelie, dalle testimonianze dei «testi» del processo, dai sinodi da lui celebrati, dalla sua operetta La devozione al SS. Sacramento. [...]
Questa personalità così spiccata nelle componenti umane, capace di accogliere e armonizzare le conquiste della scienza – quella fondata e non le ipotesi, sia pur suggestive, come pure di collocarla in un rapporto di concordismo con il dato rivelato, oggetto di fede – indica l’uomo e la personalità che sapeva essere devota senza essere bacchettona, ascetica senza ruvide chiusure, ricolma di fede pur accettando i risultati scientifici in un periodo di imperante positivismo scientifico che non lasciava spazio al soprannaturale e soprattutto al miracolo. [...]
Una personalità siffattamente varia e dotata di attitudini umane, di umiltà, di mitezza, di benevolenza rappresentava un modello suggestivo per i numerosi seminaristi di Sant’Abbondio di Como – ove fu professore e rettore – che poteva, tuttavia sfondare qualsiasi ambiente, anche quello pastoralmente trascurato come nelle parrocchie di periferia di Como, che magari erano considerate tra i luoghi più difficili, ove animare una presenza vitale di cristianesimo. [...]
Una personalità così soprannaturalmente dotata possedeva il dono della comunicativa, perché ai parrocchiani, lui per primo, «volgeva a tutti la parola» tanto che in quella parrocchia, considerata prima del suo arrivo spiritualmente degradata e territorio da bonificare, fiorirono numerose le vocazioni religiose e diocesane da diventare una parrocchia significativa della diocesi.
Penso sia doveroso indagare, dopo aver sbozzato la personalità, la nozione di santità che lo Scalabrini s’era formato nella sua straordinaria esperienza sacerdotale che risultava come un fatto di uomo pastoralmente completo, perché dopo il servizio quale cappellano, e come professore e rettore del Seminario fu parroco e quindi vescovo. Sotto questo profilo compì tutto l’iter possibile del curriculum ecclesiastico, assumendo verso la realtà un rapporto disincantato e realistico. Su questa linea doveva muoversi la sua nozione di santità, che a più riprese viene da lui delineata. Prima di entrare in questo ambito di conoscere quale era la sua consapevolezza della perfezione evangelica, penso sia opportuno premettere una breve esplorazione della sua formazione culturale nel Seminario Teologico di Como.
Qui il Seminario faceva da cassa di risonanza degli orientamenti politici del momento storico del Risorgimento che stava attraversando l’Italia. Già fin dal liceo in seminario non pochi allievi potevano dividersi in liberali e in intransigenti, a seconda del loro atteggiamento, che a metà dell’Ottocento assumevano nei riguardi dell’unità d’Italia appena proclamata. Il corpo docenti del seminario a Como in generale non brillava certo per particolare preparazione intellettuale. Il curriculum degli studi consisteva nel considerare i classici greci e latini come elementi strumentali per la retta comprensione delle fonti bibliche e patristiche. I classici italiani venivano studiati con il metro valutativo pedagogico della eticità e questi servivano per le citazioni pastorali della omiletica. La predicazione fondata sul devozionale aneddotico scadeva nel moralismo arcigno che risentiva delle ultime rigidità gianseniste. Alla filosofia veniva assegnato un ruolo d’essere ancilla, subordinata cioè a comprendere la morale e soprattutto la dogmatica.
Gli studenti di teologia erano educati sulla base di un regolamento spesso obsoleto e antiquato, poco sensibile agli orientamenti dei pedagogisti del tempo, ma in compenso veniva osservato minuziosamente. Esso rappresentava la voluntas Dei, la via ordinaria e comune della santificazione del quotidiano dei candidati al sacerdozio. [...]
La genialità dello Scalabrini consisteva nell’essere passato attraverso queste aridità precettistiche seminariali e in quell’ambiente di pronunciato soprannaturalismo senza estinguere il sentimento personale della esperienza che egli rivive con l’afflato della propria personalità umana volgendo questa esperienza ad un livello più elevato, con uno slancio spirituale in lui quasi connaturale.
L’osservanza esterna non uccideva il suo mondo interiore che restava reattivo, perché investiva queste stimolazioni esteriori di una adesione trascendente e di un ideale più nobile. Alla spiritualità del tempo individualista già intravedeva una prospettiva più vasta nella ecclesiologia di comunione nello spirito; al formalismo volontaristico opponeva la propria adesione esperienziale. [...]
E su siffatta ascensione nel cammino della perfezione si desidera ora riflettere per individuare, per quanto possibile, quale idea di santità lo Scalabrini si era formata, nozione di santità ch’era consapevolezza del suo esperire la vita sacerdotale.
Si può partire dai Propositi del 1874 che lo Scalabrini scriveva al termine di ogni ritiro mensile o degli Eserciti spirituali annuali. Essi grondano di un volontarismo ascetico, che trova negli Esercizi ignaziani o nel Manuale dell’esercitatore (1839) rosminiano la propria remota e anche prossima influenza, così specifici d’una spiritualità analitica, riflessiva e insistente sull’accanimento d’una ligia osservanza d’un codice giornaliero di pratiche di pietà: lettura spirituale, meditazione, visita al SS. Sacramento, recita del Rosario, confessione settimanale, recita dell’Angelus, con la virtuale intenzionalità rinnovata quotidianamente «di fare tutto a gloria di Dio». [...]
Quando parla di santità perlopiù lo Scalabrini si rivolge al suo clero della diocesi di Piacenza e dopo aver prospettato mete dottrinali così elevate, scende anche all’inserimento storico della concretezza, perché riconosce che il «pontifex» – cioè il sacerdote – è pur sempre ex hominibus assumptus e se il sacerdote è dotato del crisma del sacro «potere» dell’ex opere operato dei sacramenti, Dio «non comunicò loro la sua impeccabilità». Anzi riconosce esplicitamente che «se i preti non sono angeli quasi è meglio così», poiché posti su un piano di condivisione di umanità come i comuni mortali circumdatus est infirmitate, in questa situazione di costitutiva fragilità umana «sanno meglio compiangere e sovvenire i colpevoli e i miseri fratelli». E la santità non è «qualcosa di assoluto esente da qualsiasi imperfezione», ma «un continuo slancio», «una immolazione continua».
Credo che la santità per Scalabrini nel suo nucleo nozionale consistesse nella unione con Cristo e nell’adempimento dei propri doveri come appare dai Propositi citati. [...] Si voleva sottrarre la santità al fascino popolare che ammirava nei santi la straordinarietà degli interventi e la vistosità delle opere, come se il santo fosse l’equivalente di una vita condotta sul filo della continua sorpresa dell’inedito taumaturgico che sbalordisce. [...]
È l’ultima Pastorale, quella del 1905, uscita a Piacenza nella quale lo Scalabrini compendia come il presupposto metafisico su cui si regge l’organismo soprannaturale della santità. La preghiera più che nascere da un esercizio ascetico dipendente dal volontario, rappresenta «un bisogno ingenito, istintivo, irresistibile». È come affermare l’imprescindibile necessitas metafisica insita nella natura umana. [...] «E il sacrificio è preghiera, il culto è preghiera, la riconoscenza è preghiera».
Questa globalità del concepire il vissuto cristiano avvolgendolo della preghiera (La preghiera è il vincolo della intiera umanità) rappresenta l’intenzionalità virtuale, che tutto compenetra, conferendo all’agire umano razionalmente ispirato, una unità invisibile che lo colloca in quella particolare unione con Dio che doverosamente bisogna chiamare santità o intimità con Dio. In siffatta temperie la conseguenza nel plesso antropologico è di far sì che la «la preghiera rende l’uomo maggiore di sé, lo trasfigura, lo sublima, lo divinizza".
La spinta per la ricerca di una spiritualità specifica e non generica – derivazione logica della ricerca sul carisma come frutto tipico del Vaticano II – ci ha fatto capire come il primo lavoro da compiere consista in una "pulizia" dell’immagine di Scalabrini che ci portiamo dentro. Ci siamo messi alla ricerca del volto vero del fondatore e ispiratore.
Chi è G.B. Scalabrini? Qual è la sua originalità? Il suo ritratto storico e psicologico potrebbe portarci ad accentuare alcune sue caratteristiche: lombardo, accentratore, puritano, tradizionalista, coraggioso, organizzatore, zelante fino all’eroismo, amante della chiesa e del Papa, libero. Potremmo continuare nella lista delle descrizioni: amante dell’Eucaristia e della preghiera, generoso a tutti i livelli, catalizzatore – attorno a svariati problemi – di forze ecclesiali e non, coscienza critica di fronte ad uno stato che brilla per il suo assenteismo in campo migratorio.
Il mirabile desiderio di vedere il fondatore e ispiratore canonizzato dalla chiesa ha suggerito un tipo di biografia. Si è tentato, recentemente, di leggere Scalabrini in chiave femminista: un discorso appena iniziato e che porterà i suoi frutti. Ora è il tempo di archivisti zelanti che ci facciano conoscere aspetti ancora inediti.
Lo storico piacentino don Franco Molinari afferma che G.B. Scalabrini fu "un vescovo con una marcia in più". Permane comunque in noi un certo pudore nel chiederci che cosa sosteneva interiormente quest’uomo nella sua passione per la chiesa e per le anime. Eppure nella lettera pastorale "Il prete cattolico" del 1892, Scalabrini aveva scritto (e riprenderà il concetto, mutuato dai vescovi liguri, nel discorso per il giubileo episcopale dell’amico Bonomelli): "Lavorare, affaticarsi, sacrificarsi in tutti i modi per dilatare quaggiù il regno di Dio e salvare le anime; mettersi, dirò così, in ginocchio davanti al mondo per implorare come una grazia il permesso di fargli del bene, ecco l’unica ambizione del prete. Quanto egli ha di possanza, di autorità, di industria, di ingegno, di forza, tutto lo adopera a questo fine" (beato G.B. Scalabrini, Il prete cattolico, 1892). Alle volte ci siamo soffermati a lungo su Scalabrini "ideologo" e ci siamo dimenticati che era santo!
Alla scoperta del volto della Famiglia Scalabriniana
Alla ricerca del vero volto di G.B. Scalabrini si è abbinata quella sul volto autentico della Famiglia Scalabriniana.
Di fatto assistiamo nella Famiglia Scalabriniana ad un processo di diversificazione sempre più marcata. Tra noi infatti sono presenti lingue, culture, nazionalità diverse e questo comporta stili di vita e percezioni differenti, anche su punti chiave della vita consacrata.
Questa varietà culturale, non più congiunturale ma strutturale, ha conseguenze anche sulla comprensione che abbiamo del mondo delle migrazioni e che traspare continuamente nelle nostre riflessioni teoriche e nelle scelte pastorali.
Inoltre il provvidenziale impegno in campo migratorio – oggi sempre più evidente e sempre più massiccio – da parte di tanti nella Chiesa e nella società può costituire un elemento di disturbo nella percezione della nostra presunta identità. D’altra parte ciò può anche diventare una spinta per metterci alla ricerca di una identità più genuina.
Chi siamo? Qual è il nostro atteggiamento di fronte ai migranti? Siamo fratelli del migrante, suoi compagni di viaggio, siamo migranti con i migranti? Siamo gli esperti?
Dall’analisi dei termini e delle modalità pastorali che utilizziamo, emergono differenze ragguardevoli in merito: "assistere i migranti", "educare i migranti", "servire i migranti", "aiutare i migranti ad amare Dio", ecc. .
A volte ci lasciamo prendere dalla terribile tentazione dell’emergenza, o siamo guidati dall’emotività o perseguiamo la spettacolarità della sofferenza umana in un contesto di marketing pastorale, oppure manifestiamo una forte ritrosia per l’ordinarietà.
Di fronte alla crescita esponenziale delle migrazioni, possiamo sperimentare la paura di essere sempre di meno e di non essere in grado di rispondere in modo adeguato ai vari bisogni dei migranti. Ma dobbiamo riconoscere che questo timore è basato su una preoccupazione infondata per dei consacrati chiamati non ad essere "protagonisti" sulla scena del mondo, ma a diventare coraggiosi e audaci discepoli di Cristo che non hanno paura di essere piccoli e poveri.
Le nostre scelte pratiche e professionali sono certamente frutto della percezione che abbiamo del migrante. Possiamo essere guidati dalla concezione pauperistica del migrante, considerato un oggetto su cui riversare il nostro know-how caritativo, la nostra leadership e la nostra professionalità. Possiamo puntare a diventare sindacalisti, assistenti sociali, agitatori o leader politici, esperti, giornalisti, studiosi… Se ci sentiamo realizzati solo in questo preciso ruolo professionale, le conseguenze saranno la "guerra dei numeri", la spinta per la conquista di sempre nuove posizioni, lo scontro tra culture.
Se invece miriamo a privilegiare l’essere al fare, l’esito sarà la ricerca di una spiritualità genuina e specifica, come anche il desiderio di esemplarità sia ad extra – aiutando i gruppi a noi affidati a leggere in chiave sapienziale la vicenda migratoria e a coltivare motivi di amore e di servizio verso il migrante – che ad intra, così da vederci nuovi ogni giorno accettando gioiosamente la comunione nella diversità. Scrive J. M. Guerrero:
"Che cosa accade all’uomo d’oggi, inebriato di tecnica e di efficienza ma anoressico di Dio e con uno sguardo miope che non giunge a penetrare il mistero né di se stesso né degli altri e che, spesso, procede a tentoni nella vita, anche se non ha il coraggio di dirselo apertamente? Quando si mette da parte Dio, l’uomo finisce con non capire più se stesso e meno ancora gli altri. E si finisce alla deriva. Il mondo di oggi è pieno di esperti in ogni campo (tecnici, ricercatori, scienziati…) ma è privo di testimoni del senso della vita, della misericordia di Dio e del servizio del samaritano (cfr. Gv 15,11), perché il loro agire corrisponde al sogno di Dio su di loro, e persone che hanno indovinato l’orientamento della loro esistenza e irradiano armonia, riconciliazione e gioia. Diceva Karl Rahner: «Il cristiano di domani o sarà mistico o non sarà cristiano». È sempre stato così nella storia. I religiosi e le religiose di oggi vogliono essere una proposta dell’esperienza di Dio, di una proposta gratuita di spiritualità e le loro comunità delle scuole dello Spirito, dei valori trascendenti del significato ultimo della vita. In questo modo diventano una profezia viva di speranza che anima e sospinge il passo, sentendo che il cuore arde mentre il suo Spirito ci parla lungo il cammino (cfr. Lc 24,32)" (J. M. Guerrero, La Vita Consacrata negli attuali cambiamenti. Un fascino da ritrovare, "Testimoni", 11, 15 giugno 2005, 23).
Alla ricerca di una spiritualità specifica
La Traditio parla della necessità di un proprium. Infatti:
"Solo una spiritualità specifica, come vita che fa spazio all’azione dello Spirito Santo nella concretezza dei contesti quotidiani, può rivestire di profezia la nostra presenza nella Chiesa e nel mondo e donare vitalità alla nostra missione con e per i migranti nelle chiese locali. Ciò che è generico, infatti, non può essere un dono per gli altri" (Traditio Scalabriniana, n. 1).
Siamo persone che hanno ricevuto un dono e che desiderano mettere tale dono a disposizione degli altri: per questo riconosciamo la necessità di lasciarci guidare da una spiritualità specifica.
"Il genericismo, che riduce la vita religiosa a un minimo sbiadito comune denominatore, porta a cancellare la bellezza e la fecondità della molteplicità dei carismi suscitati dallo Spirito" (Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, La vita fraterna in comunità, 2 febbraio 1994, n. 46).
Esistono molte altre vie per arrivare a Dio e spiritualità antiche e nuove nella Chiesa. Il Signore però ci ha chiamati a far parte della Famiglia Scalabriniana.
Pur credendo profondamente al dialogo e alla collaborazione con altri, e pur rendendo grazie per il dono di vivere in una società ricca di tante diversità, siamo anche certi che
"non avremo niente da offrire a questa società e a questo dialogo, se non saremo imbevuti della fedeltà al carisma…; non per ripeterlo meccanicamente, ma per ricrearlo, qui e ora, al servizio della Chiesa e del mondo. Perciò dobbiamo insistere perché le caratteristiche del carisma… segnino tutta la formazione, iniziale e permanente, e vigilare perché il nostro modo di pregare e di agire, di discernere e di governare rifletta questo dono che lo Spirito ci affida per la sua Chiesa nel mondo di oggi" (p. Peter Hans Kolvenbach, SJ, Fedeltà creativa alla missione, Discorso di apertura a Loyola alla Congregazione dei Provinciali, 22 settembre 2000).
Seguendo le tracce di una spiritualità specifica ci troveremo ad agire e reagire, anche nelle situazioni più impreviste, in un modo coerentemente scalabriniano e a discernere, nel contesto delle sfide e delle opportunità ugualmente complesse del mondo attuale, i segni dei tempi.
Fedeltà creativa al dono ricevuto
La creatività è iscritta nel cuore stesso della fedeltà al dono che abbiamo ricevuto e che ci spinge a seguire il Signore sempre in cammino.
Lo spirito scalabriniano, infatti, per sua natura presuppone una grande sensibilità alle nuove sfide, alle nuove esigenze, alle nuove richieste che incontriamo nelle mutevoli circostanze nazionali e internazionali e nelle situazioni ecclesiali e culturali in movimento.
Nella fedeltà all’eredità ricevuta sapremo affrontare una serie di tensioni che sono tipiche della vita consacrata apostolica così da renderla feconda: contemplazione e azione, disponibilità universale e inculturazione necessariamente locale, gratuità nella missione e beni posseduti per l’apostolato, lo Spirito che ispira e lo Spirito che parla attraverso la Chiesa, il discernimento in comune e l’obbedienza, la solidarietà con i più poveri e l’educazione della classe dirigente, il mondo dei migranti e il mondo che li accoglie, il desiderio di avere molte vocazioni e il numero inevitabilmente ridotto di quelli che rispondono alle esigenze della missione propria di chi lavora a fianco dei migranti.
Oggi si mette l’accento quasi esclusivamente su quelli a cui si è inviati. Per la persona consacrata invece il primo in assoluto è Colui che invia. Si tratta di disponibilità ad essere inviati, a seguire dovunque il Signore, perché Lui in noi continui ad annunciare il regno di Dio.
"La fedeltà consiste nel metterci al passo di Dio, giorno dopo giorno, con una sufficiente visione, frutto del discernimento, per andare avanti, e molta disponibilità per cambiare strada quando il soffio dello Spirito ci conduce dove vuole e come vuole" (ib.).
Siamo coscienti delle esigenze di internazionalizzazione, siamo attenti al problema dell’inculturazione e ci impegniamo perché cresca la stima della diversità. Ma questo processo non deve farci dimenticare quell’unum che tiene saldamente legati i tralci alla vite.
Il filosofo danese Søren Kierkegaard (1813-1855) narra un episodio significativo:
"Un europeo, in viaggio attraverso il misterioso oriente, conobbe una giovane con la quale si incontrò una sola volta. Il «colpo di fulmine» fu talmente forte che si appassionò perdutamente di lei. Ma non conosceva il cinese e quindi non poteva conversare con la sua amata. Ritornò al suo paese e decise di imparare quella lingua per comunicare con lei. Dopo molto difficoltà si mise a studiare e tanto si sforzò da diventare un esperto di quella lingua e cultura e cominciò a tenere conferenze un po’ ovunque. I suoi studi, viaggi e impegni furono talmente numerosi che all’inizio scriveva ancora alla sua amata, la quale gli rispondeva felice. In seguito non trovò più tempo per scriverle ed essa non sapeva più dove inviarle le sue lettere. Divenne così importante da dimenticare la donna per la quale aveva imparato il cinese".
Se dimentichiamo la prima passione, allora la vita consacrata a favore dei migranti perde tutto il suo fascino e la carica profetica.
"Niente - diceva padre Arrupe - deve importare di più che incontrare Dio, vale a dire, innamorarsi di lui in maniera definitiva e assoluta. Ciò di cui ti innamori afferra la tua immaginazione e finisce per lasciare tracce in tutto. Sarà esso che decide ciò che ti scuote fin dal momento dell’alzata, e quello con cui riempi le tue serate, e spendi i tuoi fine-settimana, e ciò che leggi, quello che conosci, ciò che muove il tuo cuore e ti riempie di gioia e di gratitudine. Innamórati! Rimani nell’amore. Tutto sarà diverso!" (J. M. Guerrero, La Vita Consacrata negli attuali cambiamenti. Un fascino da ritrovare, "Testimoni", 11, 15 giugno 2005, 23).
Conclusione
Lungo il cammino abbiamo riconosciuto che una persona ci unisce: un fondatore, un ispiratore, colui che ci ha mostrato cosa significhi essere persone di preghiera e di comunione, innamorati dell’Eucaristia. E G.B. Scalabrini ci porta a Cristo, fonte di riconciliazione e di comunione tra le diversità:
"È necessario che viva in noi Gesù Cristo; è necessario che Gesù Cristo operi in noi continuamente, potendo Egli solo riconciliare la terra col cielo" (G.B. Scalabrini, Lettera Pastorale per la Santa Quaresima del 1883, in: O. Sartori (a cura di), Lettere Pastorali, SEI, Torino 1994, 285).
Che cosa resta da fare allora?
Di fronte ai mutamenti in atto nelle nostre comunità e nel mondo migratorio, le nostre discussioni vertono spesso sul cambiamento delle strutture e delle cose da fare, puntando a divenire un’équipe di "impresari apostolici", lasciando ai margini – quasi fosse un fatto privato – quella chiara motivazione che sta all’origine della vita missionaria tra i migranti.
Quello che ci è chiesto invece va molto oltre i cambiamenti esterni e riguarda i fondamenti, ciò che rimane e dà stabilità a tutto il resto.
È la ricerca dell’ "unica cosa" necessaria che ci deve appassionare.
"Ci troviamo in un’epoca di esodo, di «uscita» dall’Egitto, di abbandono di tante certezze e «plausibilità» sin qui avute che ci hanno sostenuto e dato sicurezza" (Tempo di Dio, tempo di speranza. Tratto da una conversazione che p. Hermann Schalück ha tenuto a Limburg e successivamente riportata in "Testimoni", 13, 15 luglio 2005, 7).
Ora è il tempo del duc in altum! Come i discepoli di Emmaus, ci liberiamo dai monologhi che ci agitano dentro e volgiamo lo sguardo altrove.
Occorre puntare su una spiritualità come "vita nello Spirito": riconoscere che la comunione non è una meta da raggiungere con i nostri sforzi, ma una fonte – nientemeno che la comunione trinitaria – cui possiamo attingere luce e forza per rispondere alle sfide attuali con scelte profetiche.
Come si può frenare lo slancio di chi ha scoperto la fonte? "Il vescovo Scalabrini... lo si scorge sempre in cammino, quasi in corsa", scrive Maria Grazia Luise:
"Bruciato da una febbre misteriosa che lo spinge ad andare, ad intervenire, a portare speranza. Egli certamente si trovava a casa nella sua Diocesi, ma anche in tutta la Chiesa, per la quale sentiva una totale e pressante responsabilità. Si trovava a casa a Como, a Piacenza, ma anche in tutta l’Italia, che non esitava ad attraversare per far conoscere a tanti il fenomeno dell’emigrazione" (Maria Grazia Luise, G.B. Scalabrini, uomo di comunione, in: Traditio Scalabriniana, 3, giugno 2006, 6).
"Quando vuoi costruire una nave – diceva Antoine Marie Roger de Saint-Exupéry (1900-1944) – non incominciare a raccogliere il legname, a piallare le assi e a distribuire il lavoro. Sveglia prima nel cuore degli uomini il desiderio del mare aperto e profondo".
Questo mare aperto e profondo è
"il sogno di una patria nuova, quella della comunione che non ha confini e si allarga ad ogni terra; quella dei rapporti di socialità e solidarietà, per cui tutti i popoli finalmente potrebbero abitare nella giustizia e nella pace; quella di relazioni nuove, che sanno mettere al centro i più svantaggiati. E tuttavia neanche questa immagine utopica dice la patria vera cui tutti i popoli con le loro diversità sono chiamati ad appartenere: la vera patria è altrove!" (Maria Grazia Luise, G.B. Scalabrini, uomo di comunione,... op. cit.).
È mettere di nuovo al centro Dio, il suo progetto per il mondo e il suo modo di guardare il cammino dei migranti. G.B. Scalabrini ci porta lì.