TRADITIO SCALABRINIANA

 

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Traditio Scalabriniana n. 5 (giugno 2007)
 
Meditazioni

L’Eucaristia, cammino e sosta

Alcune riflessioni sulla Lettera pastorale di G.B. Scalabrini del 1902

Sr. M. Ermelinda Pettenon, mscs

Ripercorrendo la lettera pastorale della Quaresima 1902 sulla devozione al SS. Sacramento, che possiamo ritenere il testamento spirituale del Beato Scalabrini, ho maturato, a partire dalla nostra vita di Suore Missionarie Scalabriniane, alcune riflessioni che desidero condividere con quanti camminano nello spirito scalabriniano.

Leggendo la vita del nostro Fondatore e gli altri scritti di p. Mario Francesconi, scopriamo che "la nota più caratteristica della spiritualità" di Scalabrini fu la centralità dell’Eucaristia, il suo ardente amore per Essa, che ha segnato il suo cammino di santità.

La suddetta lettera pastorale voleva offrire al popolo e al clero – e oggi a noi – la sintesi del Sinodo Eucaristico celebrato due anni prima. Leggendo tra le righe percepiamo che l’Eucaristia era per Scalabrini il sacramento del cammino con il Signore e della sosta presso il Signore. Egli fa riferimento a due aspetti, come a due colonne portanti.

Il primo è il cammino con il Signore, visto come "solida e profonda istruzione" sul mistero eucaristico. Un brano tenero e forte di questa memoria è Lc 24, che conclude con l’esclamazione "Resta con noi Signore".

Il secondo è la sosta, cioè l’aspetto più pratico, il modo di stare in preghiera, in cui si canta "un inno perenne di benedizione e di lode" all’Eucaristia.

L’Eucaristia quindi è vista come lo spazio quotidiano al rendimento di grazie, via a rapporti gratuiti e universali, invito all’"inutile", alla dimensione contemplativa e festosa della nostra comunità. Per noi Suore Scalabriniane l’Eucaristia è in primo luogo cultura (nel senso di stile di vita, di atteggiamenti) della donazione, del servizio. Ma dobbiamo tenere anche presente che il Fondatore scrive:

"il sacerdote, il parroco (...) esca dal tempio, dopo aver attinto dalla pietà e dalla preghiera lume e conforto (…), ma al tempio tenendo sempre rivolto lo sguardo" .

L’Eucaristia è dunque un antidoto dell’autosufficienza; nell’Eucaristia il centro è il Signore Gesù da cui tutto parte e a cui tutto ritorna (SC 10). Porre l’Eucaristia al centro significa che l’uomo si apre, si decentra da se stesso per ritrovare il suo equilibrio, nel dono di Dio.

Indicandoci l’Eucaristia come centro della nostra vita spirituale, la Chiesa attraverso le nostre Costituzioni non ci consegna uno slogan pubblicitario di cui noi, magari, siamo tentate di servirci per giustificare le nostre "battaglie" comunitarie, carismatiche, personali, ma ci pone dinanzi al mistero della salvezza, che si rende presente e operante, in quanto si tratta della storia di Dio con l’uomo, insomma del Pane di vita, del Pane del cielo:

"Soluzione che per tanto tempo ha tenuto sospeso il cuore dell’umanità".

È un cammino che inizia ogni volta con una chiamata (una con-vocazione) e termina con la missione di fare nostra la sua stessa dedizione: "Fate questo in memoria di me". La sua essenza appartiene alla vita quotidiana del discepolo.

È inconcepibile per Scalabrini la vita del sacerdote e del consacrato lontana dall’Eucaristia:

"Ve ne scongiuro, o dilettissimi: se non vi sentite chiamati ad una vita profondamente interiore e di alta contemplazione, state però con Gesù sacramentato e di cuore e di opere, in privato e in pubblico, ora e sempre (…). Non trascorra ora del giorno senza che gli abbiate dedicato un pensiero di grata e affettuosa riconoscenza".

È il pane del cammino verso il Regno di Dio nel tempo dell’attesa, memoria dell’ultima cena di Gesù con i suoi, del suo desiderio di sostare con loro per mangiare la Pasqua prima di morire. Sosta da ripetere… fino a quando Egli verrà. Questo significa in Scalabrini un desiderio autentico di ritorno alla chiesa primitiva,

"dove neppure gli editti dei Cesari, o i furori delle persecuzioni, poterono mai trattenere i cristiani dal raccogliersi nelle catacombe per partecipare all’immolazione incruenta dei nostri altari".

Scalabrini a questo punto si chiede:

"Perché oggi non si saprà togliere alle ordinarie occupazioni una mezz’ora, per impiegarla allo stesso nobilissimo e santissimo scopo? Se non venisse celebrata che una messa all’anno, ed in un solo luogo della terra, chi non si stimerebbe felice di assistervi, almeno una volta nella vita?".

Vale la pena riflettere su un motivo certo non marginale per la nostra vita di credenti, quello del nutrimento che ci tiene in vita, una vita con il Signore - "rimanete in me ed io in voi" (Gv 15,4) - perché possiamo dare la vita per gli altri - "amatevi come io vi ho amati" (Gv 13,34).

Il Corpo del Signore ci tiene in vita purché noi siamo nella disponibilità ad accoglierLo nella contemplazione ed abbiamo una certa consuetudine con l’ascolto della sua Parola.

In chiusura della lettera, mons. Scalabrini, si presenta come:

"quel padre che per accendervi d’amore verso Gesù Sacramentato, volentieri, darebbe il sangue e la vita!".

Possiamo chiederci con G.B. Scalabrini:

"Il santuario, il tabernacolo che cosa vi dicono? Quali impressioni vi fanno? (…) Dopo tanti anni lo si ama di un amore senza vita".

Il Signore Gesù è in grado di far diventare cibo, per un’immensa folla, pochi pani e pochi pesci. Ma la bellezza del segno è che egli non moltiplica propriamente del cibo, bensì la disponibilità di alcuni a prendersi cura della fame altrui. Questo è fondamentale per noi, figlie di un Vescovo definito da Papa Giovanni Paolo II, nella sua omelia, il 9 novembre 1997, giorno della beatificazione:

profondamente innamorato di Dio e straordinariamente devoto all’Eucaristia (…). Giovanni Battista Scalabrini seppe tradurre la contemplazione di Dio e del suo mistero in azione apostolica e missionaria facendosi tutto a tutti.

Sottolineo che è tale fede e amore per l’Eucaristia, cioè il suo stare con il Signore, che lo portava a vivere per gli altri.

Credo che tra noi, ancora oggi come in passato, qualcuno debba sporgersi oltre la propria fame (cf. Gv 6,9), affinché tutti siano saziati. Nell’ultima cena Gesù si sporge oltre la propria vita. L’Eucaristia è il pane che nutre e ci dà la grazia di riuscire a sporgerci ben oltre la nostra vita, in favore della vita altrui. Ma il Signore ha bisogno del nostro desiderio di stare con Lui e di mangiare la Pasqua con Lui, per imparare a vivere per Lui.

Ma dove si intensifica per noi Suore lo stare con Lui?

"Si stabiliscano momenti comunitari di adorazione al Santissimo Sacramento per intensificare l’intimità personale con Gesù Cristo, glorificare il Padre e approfondire il mistero celebrato".

E con le parole di G.B. Scalabrini:

"Recatevi spesso a gustare ai suoi piedi quelle pure delizie (…); andatevi a passare tutti i momenti che avrete liberi".

Indicazioni chiare, ma che spesso incontrano le nostre resistenze. Potremmo infatti riferire a noi quello che Scalabrini scriveva per qualcuno del clero del suo tempo:

"Ma pur troppo, manca questa scienza di Cristo sopra la terra".

Leggendo la lettera pastorale del Fondatore, tra le righe sentivo risuonare per noi un forte invito all’adorazione, come se lui volesse dirci: "Adorate, cercate la relazione con il Signore al di là di ogni limite".

Se proviamo ad approfondire la dimensione dell’adorazione a livello biblico, troviamo che è un gesto riservato a Dio. Per questo non possiamo non adorare perché altrimenti Gli sottrarremmo qualcosa che Gli appartiene. Ricercando le radici del verbo adorare, scopriamo che esso deriva dal latino ad-orare (rivolgere una preghiera a..) o dal greco pros–kyneo (pros di fronte, rivolto a…; kyneo baciare, atto di inchinarsi). Fin dall’origine esso ha un significato religioso-culturale e

"indica da una parte una distanza da colmare con un gesto d’amore e dall’altra un desiderio profondo di superare tale distanza con l’amore. L’adorazione è quindi un entrare in relazione con ciò che di più lontano e necessario ci sia: Dio e il suo mistero".

Popoli e religioni, generazioni dopo generazioni, sperimentano il desiderio di colmare questa distanza. Nell’adorazione ci è data la possibilità di assecondare questo desiderio profondamente connaturale al cuore dell’uomo.

Questa devozione non è sentimentalismo, ma

"trionfo dello spirito sopra la carne, della carità sull’egoismo, della fede sull’orgogliosa ragione, ed è alimentata dal sangue del Redentore immolato sulla croce".

Il contenuto è l’Eucaristia; il destinatario è il personaggio divino verso il quale rivolgere la nostra lode. Allora, altro che perdita di tempo quell’ora settimanale dedicata all’adorazione eucaristica! Che cosa ci blocca in questa pratica? L’adorazione, anzi, è davvero "perdere tempo", ma in senso evangelico, dedicandolo al "nostro" Dio.

Nell’Antico Testamento per 200 volte troviamo il verbo adorare (nei libri di Gn 22,5; 18,1; 24,26.48, Es 20,5; 34,24; 1 Re 22,54; 2 Re 5,18; Sal 29,2, Is 2,8; 44,17 ecc.).

Nel Nuovo Testamento lo troviamo per 59 volte (Mt 2,2.8; 28,9; Gv 4,20-24; At 10,25; Ap 4,11; 6,17). Adorare è un gesto che qualifica la relazione con Dio, diviene anche critica e vaglio per ogni differente tipo di prostrazione, ci mette in guardia dall’idolatria.

L’adorazione è un servizio a Dio. Dopo l’esperienza adorante del roveto, Mosè riceve l’invito a togliersi i sandali e il mandato di recarsi in Egitto con un comando da portare al faraone:

"Lascia partire il mio popolo perché mi possa servire" (Es 7,26; 8,16).

Ecco allora il primo frutto dell’adorazione: la missione, fare del popolo di schiavi un popolo di adoratori (Es 3,12).

Il secondo frutto è la celebrazione:

"Lascia partire il mio popolo perché mi celebri una festa nel deserto" (Es 5,1).

La storia della Chiesa, nostro patrimonio, ci mostra come nel tempo le diverse espressioni rituali si siano unificate sotto l’influenza, per esempio, di Gerusalemme, Alessandria d’Egitto, Roma, Bisanzio, dando luogo a riti, famiglie liturgiche, che sono la bellezza della sposa di Cristo, la Chiesa.

Alcune forme:

Nei secoli XVI–XVIII questa forma di adorazione conosce un forte sviluppo e diverse Congregazioni e Confraternite si dedicano all’adorazione del Santissimo. Tale sviluppo porterà alla fondazione dei Congressi e Sinodi Eucaristici. Ricordiamo qui l’attività straordinaria di G.B. Scalabrini in questo campo.

Nel XX secolo si registra una fase di disagio che il Vaticano II affronta cercando il vero senso dell’adorazione eucaristica e ancorandola alla celebrazione eucaristica.

Le nostre Ordinazioni n. 25 dicono che è

"per approfondire il mistero celebrato nell’Eucaristia".

Come Suore Missionarie Scalabriniane siamo chiamate ad innestare l’esperienza eucaristica nel nostro apostolato, che non è altro che l’espressione di quell’adorazione incessante a Lui che si dispiega nel quotidiano:

"S’imita così gli abitatori della celeste Gerusalemme, i quali non cessano mai dal celebrare le glorie del Signore".

E ancora a proposito del beato Fondatore, dalla testimonianza di mons. Mondini sappiamo che:

"La sua fede si manifesta in modo straordinario verso il SS. Sacramento innanzi al quale egli si intratteneva lungamente, approfittando di una piccola tribuna che dall’Episcopio guardava alla Cattedrale, presso la Madonna del Popolo. Entusiasmava veramente, quando alla presenza del SS. Sacramento ne parlava ai fedeli sia in pubblico che in privato: così che lasciava l’impressione che egli vedesse il Signore con i suoi occhi corporali".

Un altro testimone, il suo primo biografo, mons. Francesco Gregori, affermava:

".. si dilungava quotidianamente davanti al tabernacolo, come io ebbi a vederlo spesso, al giorno e tanto più a tarda notte".

Varie testimonianze aggiungono la sua abitudine di porre materialmente a contatto con il Sacramento gli affari e le decisioni più difficili:

"Quando aveva qualche cosa ardua e difficile, metteva il documento sotto il corporale, nella fiducia di essere illuminato".

G.B. Scalabrini non si accontentò, come abbiamo visto, di percorrere personalmente questo cammino di santificazione, ma lo additò con ogni mezzo alla sua gente raccomandando, contro le tendenze gianseniste del tempo, la frequenza anche quotidiana all’Eucaristia.

Diffuse la pratica delle Quarant’Ore, organizzò l’adorazione perpetua e sollecitò i sacerdoti all’adorazione notturna. Per il Vescovo infatti la pietà eucaristica non doveva rimanere qualcosa di astratto.

Questi fatti parlano anche a noi oggi. Dobbiamo meditare con molta umiltà sul nostro rapporto con l’Eucaristia: spesso non è né cammino, né sosta con il Signore. Il Signore Gesù, presente nelle nostre comunità, ci invita a un passo ulteriore: qualcuno si deve sporgere!

Ma mentre l’Eucaristia ci spinge oltre:

"L’Eucaristia è il punto di contatto dove il finito e l’infinito, la natura e la grazia si congiungono nell’ineffabile amplesso della verità e dell’amore per essenza"

… nello stesso tempo ci nutre:

"Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino" (1 Re 19, 7).

Se desideriamo che altri abbiano cibo, noi stessi dobbiamo cercarLo e verremo abbondantemente nutriti. Basterebbe che mettessimo a disposizione pochi pesci e pochi pani che abbiamo e già il rito sarebbe diverso e rifocillante per molti. E ne avanzerebbe.