APPROFONDIMENTI
Scoprire il piano di Dio nella storia
Quando il Signore... (Sal 126)
Anna Fumagalli, mss
Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion… oppure Quando il Signore cambiò le sorti di Sion…: così incominciano le due possibili versioni italiane del Salmo 126. Esso fa parte di quel gruppo di salmi che vanno dal 120 al 134 e che portano lo stesso nome, i salmi delle "salite". Tra questi il Salmo 126 è un canto di gioia per un sogno divenuto realtà, il ritorno dall’esilio, quel ritorno cantato nei famosi capitoli 30-31 di Geremia.
Un salmo che ci è familiare e che spesso ritroviamo nelle celebrazioni scalabriniane. In effetti, la scelta è significativa, non solo per il tema dell’esilio e del ritorno a casa, ma per l’atteggiamento di fondo che vi sta alla base. Troviamo in questo salmo, infatti, le tracce della meditazione di un popolo sulla propria storia e soprattutto sulle tragedie di questa storia per scoprirvi il piano di Dio. Leggendolo non possiamo fare a meno di pensare alla ricerca costante di G.B. Scalabrini, al suo desiderio di comprendere ogni realtà alla luce del progetto di Dio, di scoprire la presenza della Provvidenza nella storia con i suoi avvenimenti. Una ricerca che per G.B. Scalabrini partiva da un grande "già", dalla certezza che in Gesù – la "scala" viva – cielo e terra sono per sempre profondamente riconciliati.
L’avvenimento cui il Salmo 126 si riferisce è l’esilio, un’esperienza veramente tragica per Israele: non si trattava solo di vedere la propria città invasa e il tempio distrutto, di perdere l’indipendenza, di dover lasciare tutto e di essere deportati… Il dramma più profondo è che tutto ciò che stava accadendo contraddiceva la promessa di Dio, la smentiva radicalmente: per il popolo dell’alleanza, infatti, la terra invasa e perduta non era solo la propria terra, ma niente meno che la terra promessa. Non a caso le immagini con cui Ger 4,23-26 racconta tali accadimenti li paragonano alla smentita della stessa creazione: Guardai la terra ed ecco solitudine e vuoto, i cieli e non v’era luce. Guardai i monti ed ecco tremavano e tutti i colli ondeggiavano. Guardai ed ecco non c’era nessuno e tutti gli uccelli dell’aria erano volati via. Guardai ed ecco la terra fertile era un deserto e tutte le sue città erano state distrutte dal Signore e dalla sua ira ardente.
A partire da questa dura esperienza, una pista di riflessione maturata all’interno del popolo di Dio era stata quella che possiamo chiamare la "spiegazione profetica": si trattava di riconoscersi responsabili, di leggere in ciò che stava succedendo la conseguenza della propria infedeltà all’alleanza e di guardare alla distruzione non come fosse l’ultima parola, ma come provocazione alla parola del pentimento, l’unica che poteva consentire la salvezza.
E tuttavia, di fronte alla radicalità degli avvenimenti, di fronte ad una sofferenza che colpisce anche i giusti e non lascia alcun spiraglio di speranza, la pista della responsabilità si rivelava insufficiente a rendere ragione di ciò che era accaduto. Ad Israele non rimanevano che due possibilità: pensare di avere un Dio debole, che si era lasciato vincere dai nemici, oppure dover ammettere che le sue promesse non erano state sincere: "Il nostro Dio ci ha ingannato!". In entrambi i casi, poi, la conclusione non poteva che essere questa: "Come ci possiamo ancora fidare di Lui?".
L’esperienza dell’esilio, dunque, viene a coincidere con una profonda crisi di fede, diventa l’esperienza-simbolo della crisi del credente: quante pagine nella Bibbia ci testimoniano lo sconcerto, la delusione e la ricerca di senso provocata dai fatti accaduti. Tutti conosciamo il tono confidente con cui si esprime il Salmo 23: Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla... Il contrasto non potrebbe essere più forte quando il Salmo 44,12-13 si esprime per esempio così: Ci hai consegnato come pecore da macello, ci hai dispersi in mezzo alle nazioni. Hai venduto il tuo popolo per niente, sul loro prezzo non hai guadagnato.
E dobbiamo riconoscere il coraggio della Bibbia di non dare risposte veloci, il coraggio di percorrere strade lunghe fino ad arrivare a scoprire un senso non nonostante l’esilio, non nonostante la crisi, ma dentro lo stesso esilio, da cui si esce con una nuova conoscenza-esperienza di Dio. Il Sal 126 non dice tutto di questa ricerca che in fondo, per es., è la stessa di Giobbe: è un testo breve, che lascia però intravedere preziose intuizioni nella scoperta di senso.
Per cogliere il movimento originale del testo si deve tener conto del suo sviluppo in tre parti. Ecco la prima:
Quando il Signore ricondusse i
prigionieri di Sion,
ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si aprì al
sorriso,
la nostra lingua si sciolse in
canti di gioia.
Allora si diceva tra i popoli:
«Il Signore ha fatto grandi cose
per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore
per noi,
ci ha colmati di gioia.
Già alla prima riga troviamo nel testo originale ebraico una difficoltà, ma subito ci accorgeremo che è proprio grazie ad essa che possiamo incominciare a scoprire la profondità di questo canto di lode. Nella prima riga, dunque, troviamo il Signore come soggetto di un verbo molto importante nella Bibbia, šwb, il verbo del ritorno, della conversione, del cambiamento. Come oggetto, però, troviamo un termine difficile, la cui radice potrebbe essere individuata in due diversi verbi (lo stesso šwb, girarsi indietro, ritornare, opp. šbh, fare prigioniero, deportare). Da ciò deriva la possibilità di tradurre l’intera espressione in due modi diversi: cambiare la situazione (l’oggetto in questo caso va considerato come un "accusativo interno") o far tornare i prigionieri. La prima possibilità dice in generale l’intervento di Dio che "restaura le sorti", cioè cambia la situazione, la risolve, la salva. La seconda fa riferimento all’esperienza del ritorno dall’esilio. A seconda delle versioni, infatti, ci può capitare di trovare nelle nostre Bibbie l’una o l’altra traduzione all’inizio del Sal 126.
La stessa espressione si ritrova anche altrove nella Bibbia. Quando è usata in riferimento a Giobbe (cfr. Gb 42,10) riconosciamo facilmente il primo significato, cioè l’intervento di Dio che salva: probabilmente è questa la possibilità da preferire.
D’altra parte possiamo tener presente che in altri testi della Bibbia la stessa espressione è usata nel contesto del ritorno degli esiliati. Significativamente si tratta di testi in cui viene in risalto il ritorno come segno di una realtà più profonda, come in Ger 29,10-14: l’esperienza di poter cercare Dio con tutto il cuore e trovarlo, di poter entrare in una nuova conoscenza di Lui.
In effetti le versioni più antiche della Bibbia hanno dato la preferenza al secondo significato. Quale scelta fare allora? Forse è proprio l’ambiguità dell’espressione che va valorizzata, la sua doppia valenza. Essa, infatti, permette di stabilire un legame tra l’intervento salvifico di Dio inteso in senso generale e l’esperienza del ritorno dall’esilio, percepito come la realizzazione tipica di tale intervento, come il paradigma della salvezza: quando Dio interviene per salvare, l’uomo fa l’esperienza di tornare a casa, intesa nel suo senso più profondo. E viceversa: ogni ritorno a casa è segno di una realtà più profonda.
E il salmo continua paragonando l’esperienza del ritorno ad un sogno: ...troppo bello per essere vero – potremmo dire con le nostre parole. Viene in risalto, dunque, quel senso di impossibile che rivela la presenza di Dio. O meglio: il salmo paragona a dei sognanti coloro che annunciano l’esperienza del ritorno: un’affermazione densa di conseguenze. Infatti «i sognanti sono anche i visionari, cioè coloro che nel sogno ricevono le rivelazioni divine e che nella visione si aprono al dono di interpretare la realtà nella sua vera dimensione e secondo il suo senso più profondo. Coloro che sognano sono allora anche coloro che vivono l’esperienza profetica e possono rileggere gli eventi alla luce di Dio e discernere nella storia degli uomini il dispiegarsi della storia divina, la storia della salvezza. Così quel sognare che dice una sensazione di irrealtà è anche ciò che permette di riconoscere la realtà della presenza divina e di andare oltre le apparenze, individuando il vero protagonista della storia: non è Ciro che salva, ma il Signore». Ne consegue una gioia incontenibile. E così si chiude la prima parte.
La seconda parte è la più breve, ma ci introduce al punto più difficile per la nostra comprensione del salmo:
Riconduci, Signore, i nostri
prigionieri,
come i torrenti del Negheb.
La richiesta espressa qui sembra contraddire l’affermazione iniziale di questo canto di lode: ritroviamo infatti la stessa espressione, ma questa volta alla forma imperativa. Siamo di fronte ad una supplica, come se quel ritorno debba ancora accadere.
Diversi sono i tentativi di soluzione di quella che a prima vista appare come una evidente contraddizione: a partire dall’analisi della forma verbale che normalmente troviamo tradotta all’imperativo è stata formulata l’ipotesi che si possa dare alla nuova affermazione il valore di azione passata, oppure che le espressioni trovate all’inizio del salmo si possano riferire al futuro. Altri studi hanno ipotizzato che la stessa espressione possa avere, all’inizio del salmo, il significato generale di "cambiare le sorti" e, qui, quello particolare che è il "ritorno dall’esilio".
In generale queste ed altre ipotesi tendono a risolvere la contraddizione escludendola. Più che di togliere la contraddizione, però, si tratta di comprenderla.
Così per esempio ci sono degli studi che la riferiscono alla situazione storica del ritorno dall’esilio: un’esperienza di grande gioia, sì, ma anche segnata dalla sofferenza e dall’incompiutezza. Da altre pagine della Bibbia sappiamo che non tutti tornarono, che ci fu chi preferì rimanere a Babilonia, che i rimpatriati ebbero gravi problemi da affrontare: in questa situazione è ben comprensibile la supplica che troviamo nel Sal 126.
D’altra parte un ulteriore aspetto va sottolineato: non sono solo le difficoltà a rendere incompiuto il ritorno, quanto la consapevolezza che ogni compimento storico della promessa è di per sé parziale e tiene viva l’attesa del compimento definitivo. Allora possiamo comprendere la supplica che viene dopo l’affermazione della salvezza avvenuta: essa esprime la dimensione escatologica di ogni compimento storico della promessa.
Entrambe queste ultime ipotesi, dunque, ci permettono di scoprire che l’apparente contraddizione di fatto esprime quella dinamica tipicamente biblica del già e non ancora, per la quale ogni intervento salvifico è riconosciuto come un segno, in attesa del compimento definitivo. Chi fa esperienza della salvezza di Dio nella storia, diventa anche colui che la chiede per tutti: testimone ed intercessore allo stesso tempo. In effetti: come si fa a far davvero festa… se non ci siamo tutti?
Ogni dono di Dio nella storia ha il senso di una promessa. Chi ritorna dall’esilio a Gerusalemme non può identificare quella terra come la meta definitiva, ma deve continuare ad attendere, evitando di confondere il dono con il donatore. Chi vive fidandosi di una promessa, rimane aperto a nuovi doni, più grandi, e soprattutto rimane in rapporto con il donatore.
E il dono di Dio – ecco la prossima immagine del Salmo – ha la forza e l’imprevedibilità propria dei torrenti che si formano nel deserto quando vengono le piogge. Questa immagine può essere positiva ma anche negativa, può esprimere la sorpresa della vita ma anche la potenza distruttrice dell’acqua: è il contesto che ci permette di riconoscerne la valenza positiva. Viene in risalto l’idea di un fatto incontrollabile e potente. Così è il dono di Dio: una realtà di cui certamente l’uomo non può avere l’iniziativa e nemmeno il controllo, una realtà capace di vincere ostacoli e resistenze.
E poi il testo si raccoglie su un’unica ed ultima immagine:
Chi semina nelle lacrime
mieterà con giubilo.
Nell’andare se ne va e piange,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare viene con giubilo,
portando i suoi covoni.
Sono parole che conosciamo bene e che forse hanno assunto in noi il tono di una consolazione rassegnata… E invece, proprio qui, nell’immagine della semina, è nascosta la vera perla preziosa di questo salmo. L’immagine del contadino – familiare per chi legge la Bibbia – è ricca di possibilità ed è in grado di evocare dimensioni fondamentali dell’esperienza della salvezza: la necessità di fare tutta la propria parte e, allo stesso tempo, l’esperienza di doversi fidare e lasciar sorprendere da una grande sproporzione.
Ma l’elemento innovativo del Sal 126 sta nel riferire l’immagine della semina – cioè un’immagine di vita, di fecondità, di speranza - all’esperienza dell’esilio. Il salmo dice che l’esilio è come una semina: il momento della crisi, dunque, è paragonato al momento della semina. Un’affermazione ardita, le cui conseguenze sono enormi: dire che l’esilio è come una semina significa dire che la vita non incomincia con il ritorno, ma è già operante nell’esilio stesso. L’esilio, dunque, non è più una realtà solo negativa.
Troviamo qui il germe di un’intuizione che avrà la sua piena espressione nella Pasqua di Gesù, nella sua morte e risurrezione: nel granellino che muore opera già la vita (cfr. Gv 12,24), così come nelle doglie del parto (cfr. Gv 16,21). Noi generalmente tendiamo a separare: la morte è solo morte, la fatica è solo fatica, la vita è un’altra cosa. I testi biblici ci portano su un’altra pista, quella della Pasqua, come unico mistero di morte e vita.
L’immagine della semina riferita all’esilio, dunque, dischiude l’intuizione che morte e vita non si possono separare, che il Dio della vita è già presente nella morte. E se il Dio della vita è presente nell’esilio, allora la fine dell’esilio è già possibile dentro lo stesso esilio.
Si può ritornare dall’esilio perché si è scoperto che Dio era presente anche in esilio. Ecco che diventa possibile attraversare con stima il momento della crisi, guardare all’esilio con occhi diversi.
Nella morte opera già la vita: non è, però, automatico. Ci vuole un contadino: e di lui siamo sicuri; ci vuole un seme: e anche del seme siamo sicuri; ci vuole una terra che si lasci seminare. Qui sta tutta la nostra parte: aiutarci a diventare terra che si lascia seminare.
L’esilio è come una semina: questa preziosa intuizione ci mette su strada, ci sollecita nella ricerca di come imparare – sui passi del Vescovo Scalabrini - a riconoscere negli avvenimenti le tracce del piano di Dio. Una ricerca che facilmente ci potrebbe portare su strade che possono presto deludere noi e i migranti che incontriamo: o la pista di una visione senza speranza, che dichiara Dio assente, che ci rende arrabbiati o amari a fianco dei migranti, che ci porta ad identificarci con il grido della rivendicazione, oppure la pista di chi in nome della Provvidenza benedice tutto, finendo per chiudere gli occhi sulle ingiustizie e per allontanarsi sempre più dalla realtà.
Invece: l’esilio è come una semina, nel granellino che muore opera già la vita. In queste intuizioni, che con la Pasqua di Gesù si sono riempite di realtà, ci è data la chiave per una lettura capace di chiamare per nome gli avvenimenti, il dolore, l’ingiustizia, la fatica e di riconoscere proprio dentro questo dolore, ingiustizia, fatica i germi della vita. Con questa chiave possiamo leggere in profondità la storia del mondo, la nostra storia personale, le storie dei migranti.
Per poter fare questo ci vuole molto silenzio, molta contemplazione del mistero della Pasqua, una conoscenza-esperienza personale della persona di Gesù, il Crocifisso risorto, per poterlo riconoscere come il "tesoro nascosto" anche nel terreno più duro, in ogni situazione ed avvenimento. In questa ricerca – che è impegnativa ma anche affascinante, che non si può mai dire conclusa, ma che anzi incomincia sempre di nuovo – possiamo dire di essere compagni di viaggio di Scalabrini.