Dalla mobilità umana alla Chiesa
Sr. Carmem Lussi, mscs
La prima precisazione è sul punto di partenza. Si tratta di tentare un approccio teologico-pastorale alle migrazioni che non parta soltanto dall’istituzione ecclesiale verso il migrante, ma anche dal migrante verso la Chiesa. Mentre l’approccio attuale alla mobilità umana, quando c’è, si presenta come uno sforzo ecclesiale di gestione di un problema sociale e religioso, una riflessione più ampia suggerisce che la comprensione del significato umano, sociale ed ecclesiale della mobilità umana può essere più pertinente se la prospettiva con cui viene letta non è a posteriori rispetto ai movimenti migratori – e quindi dalle conseguenze di fatto più emergenti – ma a priori, valorizzando gli intrinseci aspetti storici e antropologici dell’emigrare stesso. Risultano assunti così anche gli aspetti sociali ed economici ad esso strettamente collegati.
Non si tratta quindi di chiedere ad una Chiesa locale, territorialmente costituita e quindi organizzata pastoralmente sullo stesso criterio di base, di rimettere in discussione tutta la sua organizzazione per comprendere le persone immigrate che non hanno ancora legami con il territorio e quindi con le istituzioni ivi presenti. Forse non si tratta neppure di inventare, in conseguenza dell’impossibilità di un percorso "ordinario", una struttura parallela cosiddetta "personale" perché quella territoriale apparirebbe poco adatta o, attualmente, non in grado di porre gesti e opere significative da un punto di vista pastorale e missionario, anche se questa è fondamentalmente la scelta operata dalla De pastorali migratorum cura, e insistentemente riproposta negli ultimi dieci anni, soprattutto tra i nuovi gruppi etno-linguistici coinvolti in flussi migratori. Ma, se è vero che il movimento da fare va dalla mobilità umana alla Chiesa, è la Chiesa la destinataria della riflessione e dell’azione missionaria, non più soltanto i migranti. E il cambio di prospettiva può essere individuato in alcuni nodi quali la nozione di tempo e di spazio, senza escludere la questione organizzativa vera e propria.
La nozione di spazio e di tempo
A differenza di una parrocchia territoriale dove l’arco della vita è qualcosa di prevedibile e quindi la riflessione e l’azione possono essere pensate rispetto ad un interlocutore presente e che si suppone conosciuto nel territorio, la riflessione e l’azione che riguarda il migrante mancano di un fondamentale passaggio: il suo ieri, la sua storia vissuta non era qui, il suo domani non si sa dove sarà, neppure come promessa. Questa visione più puntuale e realistica di tutto il problema determina non tanto l’impossibilità della progettazione ma una logica diversa nella relazione. Il diverso rapporto al tempo rischia di diventare ostacolo alla comunicazione e quindi alla relazione. Nel suo ruolo di mediazione la religione e ognuno degli operatori rivestono ruoli di "costruttori di ponti" perché la possibilità di partecipazione in un’unica comunità sia reale. Nell’oggi di una comunità cristiana l’accoglienza degli immigrati e i percorsi integrativi sono attenzioni missionarie, esperienze di rinnovamento della stessa comunità, oltre che apertura e creazione di spazi e tempi per la vita dell’altro. Il rapporto del migrante con il tempo, infatti, non coincide con la percezione del tempo che hanno gli autoctoni. In un certo senso, quando la persona in movimento si incontra qui, questo è il tempo favorevole e il giorno della salvezza. Sembra ovvio; ma mentre per tutti i "sedentari" sono soltanto parole, per le persone in movimento il tempo riveste un carattere letteralmente valido e attuale. E quindi, non è l’istituzione a dare corpo e collegamento a un percorso in atto, ma è il migrante – e la sua rispettiva comunità, se ce l’ha e se quella non lo ostacola – a individuare i collegamenti con le radici della propria esperienza di fede e di comunità, che permetta continuità, pur nella situazione di sradicamento in cui si trova. Perché, a differenza degli autoctoni che normalmente hanno poco presente nella memoria il proprio passato, vivono nel presente e hanno "molto futuro", i migranti hanno "molto passato", "poco presente" e il futuro molto scuro e incerto. Una tale diversa percezione del reale tende a portare a reciproche esclusioni.
La concezione di spazio è certamente l’elemento principale e più ovvio di cambiamento. Lo spazio come luogo vitale rimane quello natio, per molti anni ancora dopo l’inserimento di fatto nel nuovo ambiente. La parrocchia come spazio territoriale riveste così, per l’immigrato, un carattere di estraneità, di provvisorietà e di instabilità e la sua originaria accezione di "luogo dei convenuti" diventa soltanto un miraggio, un traguardo verso cui tendere. La fatica della comunità locale all’accoglienza effettiva contribuisce ad aumentare il senso di estraneità e non-ancora-appartenenza. La parrocchia come uno spazio per sé è possibile solo entro un lungo percorso di riscoperta dell’appartenenza ecclesiale in un cammino di fede teso a svelare il significato anche spirituale dell’esperienza migratoria stessa, riconoscendole il peso e lo spessore che merita. La partecipazione alla comunità cristiana del nuovo territorio è una scelta che deve essere fatta, ma che può essere fatta solo lentamente.
L’analogia tra il viaggio e la società proposta da Colzani sembra suggestiva. Ogni viaggio comporta un punto di partenza e un punto d’arrivo. L’antropologia giustamente insegna che la terra e la cultura nativa sono tutt’altro che marginali per la vita e il senso della storia delle persone. Per il migrante il punto di partenza e il punto d’arrivo si identificano. Egli parte sempre con l’intento e il proposito fermo di tornare. Altrimenti non partirebbe. Così, finché il migrante non riesce a ricomporre la sua storia, ricreando il suo progetto migratorio sulla base del cammino percorso e degli ideali maturati nel frattempo, ovunque, anche nella Chiesa, sarà soltanto un "ospite" di passaggio e il contesto ecclesiale territoriale, "altro" rispetto a quello dove ha ricevuto la vita e la fede, non sarà mai casa sua.
Un’accoglienza responsabile e globale
In tale contesto l’opera missionaria può assumere la strategia e la forma di una maternità capace di accogliere e dare spazio, curare e promuovere la crescita di tutte le positività che, forse, la Chiesa locale stessa non avrebbe né voluto né scelto: una maternità pronta a farsi carico delle difficoltà reali e a provvedere nel rispetto delle persone. Anche senza insistere troppo sulla dimensione materna della Chiesa, è pur vero che la Chiesa-madre che ha nel suo seno gli immigrati deve trattarli da figli adulti. Non chiederà quindi loro di cambiare come condizione per essere accolti, né esigerà questo da se stessa. Ma sa che un’accoglienza responsabile e globale non può che trasformare gli attori coinvolti e la loro visione del mondo, nonché di sé stessi. Accogliendoli effettivamente e camminando con essi nella logica del Regno, la Chiesa parteciperà ad un processo di trasformazione che include e la Chiesa e i migranti come un’unica realtà, con più interlocutori. Se questo è vero, la concezione di Chiesa come famiglia, particolarmente sottolineata nell’esperienza africana, potrebbe essere offerta tramite le migrazioni, come un dono a tutta la Chiesa.
È vero che non tutti gli africani cattolici emigrati hanno conosciuto e assunto una esperienza di Chiesa come famiglia da poterla trasmettere alle nuove comunità che incontrano. Tuttavia, essendo la Chiesa-famiglia non una invenzione teologica, ma l’integrazione nella riflessione e nella prassi della Chiesa di un valore antropologico-culturale, l’interazione con persone o gruppi portatori di quei valori non può non eccellere per la ricchezza che lo scambio e l’incontro possono far emergere, sia sul tema Chiesa-famiglia come su tutto il bagaglio di valori umani e culturali che il fenomeno migratorio fa circolare nella Chiesa e nella società.
Così, la comunità locale di accoglienza, una volta aperta a ricevere e quindi a permettere che nel proprio seno avvenga un processo di ri-configurazione, entra a giocare un ruolo importante per i migranti perché viene legittimata a saldare un nuovo anello nella catena dei doni che tentano di eliminare la frantumazione storica e talvolta anche esistenziale, che colpisce la mobilità umana. Emerge così, carica di significato, l’immagine della Chiesa come popolo di Dio, amato e protetto da Colui che non abbandona quanti sono nel cammino, mentre esige da esso che sia popolo e che sia in cammino, pena la perdita di identità e di risorse per poter vedere e decidere di andare verso il proprio futuro. Futuro promesso e intravisto, ma che può diventare veramente ‘proprio’ a condizione di una decisione accogliente verso la promessa che significhi contemporaneamente l’assunzione e l’avvio in marcia verso di esso.
L’evoluzione dei percorsi pastorali
Ma un processo del genere non è automatico. Se a livello di riflessione il senso di una relazione promettente tra mobilità umana e Chiesa locale emerge abbastanza chiaramente, i percorsi storici e pastorali, invece, evolvono più lentamente e non senza frequenti e pesanti battute d’arresto. La difficoltà maggiore si presenta quando il risveglio di una istituzione ecclesiale locale nei confronti del fenomeno migratorio rimane a livello di tentativi isolati e istituzionali, senza lo sviluppo di una consapevolezza reale nelle comunità e nella gerarchia. Molte diocesi, infatti, istituendo l’ufficio MIGRANTES accantonano ogni percorso possibile sul campo, paralizzando anche eventuali dinamismi fisiologici all’incremento di popolazione immigrata in un territorio particolare. Infatti, oltre a tutte le difficoltà di carattere socio-politico ed economico, l’esperienza religioso-spirituale-antropologica riveste un carattere personale ed esige coinvolgimento diretto e scelte precise dei protagonisti, esige rispetto al senso stesso della vita e dei fatti storici legati alle persone e ai loro gesti, più che ai processi e ai percorsi in se stessi. Così, mentre a livello sociale il migrante può lasciarsi portare dalle spinte che gli arrivano dall’esterno, l’esperienza di re-integrazione ecclesiale e la riscoperta della fede e della comunità in terra straniera gli impone, invece, un grande sforzo individuale.
La persona, in differenti modi, può essere favorita o ostacolata da tanti fattori contingenti e non, che vanno dal posto di lavoro e dalle amicizie fino alla Parola e ai Sacramenti. Trasformare questi dati di fatto in potenziali occasioni di incontro e di cammino di fede è opera che il Signore compie quando vuole, senza togliere a nessuno la libertà e la grazia di cercarli, accoglierli o anche promuoverli, man mano i percorsi umani e storico-sociali lo richiedano o lo favoriscano. Infatti, "di volta in volta, a seconda dell’ottica in cui ci si pone, l’umanità sembra minacciata dal conflitto lacerante che scaturisce dall’assolutizzare, nei diversi gruppi, la propria identità; o al contrario la minaccia è rappresentata dall’omologazione di tutti gli apporti che i diversi gruppi sono in grado di dare al generale processo culturale".
L’antropologia culturale sostiene che esiste una originaria apertura e malleabilità nelle culture, che favorisce l’accoglienza e l’integrazione di elementi nuovi quando queste si incontrano, come avviene nel caso delle migrazioni. Questa capacità, intrinseca alle culture, di svilupparsi trasformando e integrando elementi nuovi, tocca la dimensione umana e quella sociale dei gruppi etnici in emigrazione in modo particolarmente forte, perché i migranti, oltre a doversi misurare con le differenze antropologiche e culturali, di cui gruppi umani e nazionali diversi incontrandosi si scoprono portatori, si trovano oggi davanti a sfide sproporzionatamente maggiori delle loro possibilità di gestirle. Così quello che originariamente potrebbe essere un incontro interculturale, in un orizzonte aperto e universale, progressivamente può diventare una violenza, spesso subdola, che frantuma lo strato socio-culturale dell’appartenenza originaria dei migranti. In tal caso, invece che integrazione, si danno fenomeni di massificazione o di frantumazione umana e sociale, causati da logiche consumistiche e semplicistiche in cui il primato va al merito, al guadagno, alla concorrenza. Ne risultano omologazione o alienazione, sia a livello individuale che dei gruppi etnici trapiantati in terra straniera o formatisi in emigrazione. Tali fenomeni toccano sia le appartenenze culturali d’origine dei migranti sia quelle che essi possono acquisire in emigrazione. Le tendenze - spesso contemporanee - all’assolutizzazione delle singole identità o all’omologazione vengono vissute con il gruppo verso gli altri gruppi presenti in uno stesso territorio e verso gli autoctoni e, come singoli, anche rispetto al proprio gruppo di appartenenza, che ha potere di controllo, non sempre favorevole, sui processi vissuti dagli individui e spesso dalle famiglie. E questo a livello sociale, ma anche ecclesiale. Una funzione essenziale, quindi, che la Chiesa è chiamata a svolgere è quella di bridge-builder o più semplicemente di mediazione.
Avvengono i processi più vari. In particolare, viene rafforzata l’autonomia e quindi la responsabilizzazione della persona, ma succede talvolta di cercare una autonomia senza ancoraggio in alcuna cultura in modo determinante e, quindi, senza mediazioni rispetto all’ambiente in cui si trova e esente da un retroterra che aiuti a dare senso alla realtà, da un quadro di valori che orienti e la vita e la morale e che motivi la persona verso obiettivi cui tendere. Ma le sfide alla vita dignitosa e alla partecipazione ad una vita di comunione nella fede sono sfide di ogni uomo e donna, e in questo senso sono affrontate anche dai migranti, salvo che per l’accesso a molti diritti, anche fondamentali. Il migrante normalmente è assai svantaggiato rispetto agli autoctoni sia per la propria condizione sia per i diritti realmente riconosciuti.
Né più né meno che in tutti gli altri battezzati, gli immigrati sono cristiani responsabili per la missione della Chiesa locale, nonostante tale consapevolezza sia scarsa in loro. La via principale per la gestione individuale e sociale di tale bagaglio è l’inserimento nell’ordinarietà della società e, in particolare, della Chiesa, dove si situa il presente dell’individuo. La sfida è tutt’altro che scontata. Tra le difficoltà più marcate si trovano l’assenza di un’antropologia e di una pedagogia interculturale che avvii grandi processi e politiche favorevoli e il dato per cui "le diversità etniche - e quindi le resistenze alla messa in gioco delle parti, in reciprocità - vengono enfatizzate, costruite, inventate tutte le volte che è in questione una qualche forma di accesso alle risorse". "La transizione culturale dell’immigrato è infatti molto complessa e il suo essere migrante non costituisce un problema contingente e transitorio - per nessuna società d’arrivo - ma un problema strutturale; non un problema sociale, da affrontarsi con aggiustamenti congiunturali, ma un problema di società che obbliga l’intero sistema a cambiare". Tutte questioni che toccano la società e le istituzioni in generale, riguardano processi storici; eppure entro il quadro più ampio l’esperienza della fede e i percorsi migratori avvengono per i singoli individui ed entro relazioni corte. Questa è anche una chance e per i migranti e per la Chiesa.
"Anche le culture, come gli uomini, possono unirsi e generare figli, che crescono e vanno per il mondo portando i cromosomi dei genitori, assomigliando loro, ed essendo al tempo stesso individui del tutto diversi". L’appartenenza ecclesiale attua ed esprime questa realtà. Sono le migrazioni che esprimono l’interazione arricchente e possibile tra individui, entità e popoli, sulla base di punti fissi comuni, punti di partenza legittimati nelle loro specificità e traguardi riconosciuti e assunti a ritmi, tempi e modi diversi, ma ugualmente e autenticamente validi per tutti. "Non si è stranieri in senso assoluto, ma sempre gli stranieri di qualcuno; né si può essere ospiti in senso generale, ma soltanto riferendosi a particolari persone - e quindi comunità cristiane - con cui si è instaurata una relazione". Relazione, quindi, perché senza relazione non esiste comunione, neppure simbolica. E se senza relazione neanche nella Chiesa si vede e si compie la verità del "nessuno è straniero" o del "siamo tutti ugualmente stranieri e pellegrini verso la Patria" di primitiva memoria, allora, con tranquillità si può anche legittimare il desiderio che ogni immigrato porta con sé - lo si può dire almeno per i cristiani - di non dover da solo affrontare la "sfida interculturale intraecclesiale", ma attendersi di condividerla con gli altri pellegrini, anche se sedentari autoctoni, delle Chiese d’arrivo.