TRADITIO SCALABRINIANA

 

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Traditio Scalabriniana n. 3 (giugno 2006)
 
Testimonianze

 

Sentirsi plurale. Pensieri, esperienze e un po’ di autobiografia

 

P. Silvano Guglielmi, cs

Il mio essere scalabriniano non mi rende orgoglioso; nella Chiesa ci sono ben altre forze e grandezze che ci fanno percepire la nostra pochezza e obbligano all’umiltà. Però il mio essere scalabriniano mi dà una precisa collocazione in questo momento della storia del mondo che dilata le mie appartenenze, per cui sento sempre più insopportabile ogni idea di confine, di delimitazione, di particolarismo culturale che voglia mettersi in competizione o contrapporsi ad altri. E dicendo questo non nego l’evidente e insopprimibile appartenenza nativa a una cultura. So dove ho affondato le radici nascendo e quali siano stati gli umori che hanno nutrito il mio crescere. Ma sono diventato altro per i contesti plurimi in cui vivo ormai da una vita.

Ho lasciato il mio paese poco più che tredicenne e da tempo ci ritorno solo di passaggio, solo qualche ora, giusto il tempo per andare al cimitero e salutare qualche amico, logicamente invecchiato come me. Ma lì mi sento ancora a casa mia. Respirare a pieni polmoni, anche solo per pochi istanti, l’aria nativa mi rinvigorisce. Quello è il mio terreno naturale, anche se, parlando con l’uno e con l’altro dei vecchi amici, subentra subito una sensazione opposta: mi manca l’aria! L’orizzonte si fa piccolo, mi sento estraneo, ho voglia di ripartire. Il perché è semplice: la mia vita mi ha portato altrove; ho incontrato contesti diversi; ho smesso di fare classifiche di merito tra nord e sud, tra Italia ed altri Paesi, perché vivo una pluralità di appartenenze, che fanno veramente mia patria il mondo intero. Lo dico con piena coscienza, anche perché, riandando alla storia di casa mia, ho scoperto che il terreno nel quale sono cresciuto era già plurale per tante ragioni. La vita poi mi ha portato a scoprire altre ricchezze, che sono diventate mie.

Non è solo questione di vocabolario

Da qualche tempo il nostro vocabolario sulle migrazioni si è arricchito. Siamo rimasti fermi per decenni ai due termini "emigrati-emigranti" e il nostro mondo era fermo lì. Anche nelle prospettive di interventi pastorali. Poi siamo arrivati al termine sintetico "migranti", onnicomprensivo e semplificante, e ci sembrava di essere culturalmente - sociologicamente progrediti. Si sono aggiunti poi altri vocaboli: clandestini, illegali, indocumentadi, sans – papier, irregolari, ed è stato un altro passo avanti verso una visione globale della mobilità umana.

Eravamo, però, bloccati, o quasi, a un’idea di emigrazione di lavoro e, quasi solo con questa specificità, parlavamo anche di emigrazione di necessità. Ma la "necessità" ci ha aperto progressivamente gli occhi su altre realtà, perché le necessità venivano, sì, dalla ricerca di lavoro, ma erano anche altre: mancanza di libertà politica e religiosa, fuga da conflitti e guerre senza fine, ricerca di giustizia, di salute, di istruzione. E qui sono entrati nelle nostre classificazioni anche i profughi. Ci siamo incontrati anche con la "fuga dei cervelli", spia di altre situazioni che vietano legittime aspirazioni professionali.

Abbiamo anche cominciato non solo a fare la somma di quanti erano emigrati dai vari Paesi verso altri, ma a prospettare le ondate dei prossimi anni, che qualche pensiero cominciano a darlo a chi deve programmare il domani e si trova davanti cifre di centinaia di milioni.

A questo punto siamo diventati raffinati. Studi, conferenze, meeting ci hanno aiutato a entrare più a fondo nelle problematiche che le migrazioni di ogni tipo comportano e abbiamo cominciato a discutere di integrazione, ricerca di identità, democrazia culturale, dialogo, tolleranza.... Il vocabolario sul tema prevede altri lemmi e ognuno avrebbe bisogno di spiegazioni, di rettifiche, di puntualizzazione: la fiera degli equivoci è ampia, ma ancor più ampia è la loro positiva portata culturale.

C’è, poi, un’altra serie di vocaboli di segno opposto, che sono quasi sempre dichiarazione di guerra a tutto quello che i termini precedenti vorrebbero inculcare. E sono razzismo, etnocentrismo, intolleranza, paura del diverso, pregiudizio e via con questa cacofonia.

Cittadelle fortificate: è l’impressione che si riporta, a sentire certi discorsi, sul futuro dei nostri paesi. Mura solide, alte, spesse; sentinelle alle porte; olio bollente da riversare su chi si avvicina ai nostri sacri recinti. Aggiornate pure i termini, ma siamo lì: in difesa.

Difendersi da chi?

In difesa di che? del nostro essere chi? Io, ad esempio, - oltre a quanto dicevo nell’introduzione, - non saprei con quale area culturale ben definita identificarmi. Mi sento sintesi di una storia millenaria come tutti gli altri e, venendo al mio particolare, che è poi simile per quasi tutti, penso a mio nonno che nel 1886, undicenne, faceva il "bocia" in un cantiere edilizio a Losanna, proprio qui, dove a distanza di centovent’anni, io mi ritrovo missionario. Veniva da Mis di Sospirolo, nel bellunese, e da semplice muratore, con coraggio e fantasia, si è messo in proprio e ha cominciato a costruire strade e ferrovie in Svizzera e Francia e i cinque figli sono nati a tot chilometri uno dall’altro, a seconda dello spostamento del cantiere. È morto a quarant’anni nel 1915 ed è sepolto a Nancy. Nessuno della famiglia ha avuto mai la possibilità di fermarsi in preghiera sulla sua tomba. Ho letto da qualche parte che uno sceglie come sua Patria la terra dove sono sepolti i suoi. Io mi sento francese, anche perché là è nata mia madre, figlia di emigrati.

Lo scorso anno, un nostro confratello, p. Eliseo Marchiori, al quale avevo dato alcune informazioni generiche, ha trovato il paesino dove è nata mia madre: trecento abitanti, la vecchia chiesa, e mi è venuta la voglia di andarci in pellegrinaggio. Quel paese, Fréményl, è per me terra sacra.

Mio nonno Antonio, invece, il padre di mio padre, negli stessi anni lavorava in Prussia e lassù ha lasciato metà della sua salute. Datemi la licenza di sentirmi un po’ tedesco: c’è un contributo di famiglia anche nel progresso grandioso di quella terra.

Mio zio Amilcare, fratello di mia madre, ha sposato Sofia Abu-Kalil, araba, cattolica palestinese, nata a Gerusalemme. I suoi erano mercanti ed erano finiti dalle parti di Fiume, allora Impero austro-ungarico. Sono sempre stato il suo nipote più coccolato. Mi ha dato qualcosa di sé e ora, ultra novantenne, mi telefona ancora per sapere come va la mia salute. È stata lei, durante l’ultima guerra, mentre ero suo ospite in Valtellina, a insegnarmi che non dovevo dire niente a nessuno degli ebrei che frequentavano la sua casa e mi ha spiegato il perché. Il mio piccolo mondo di ragazzo cominciava ad aprirsi su altri scenari. Ci penso adesso: una donna araba che proteggeva una famiglia di ebrei. Lezione di vita che non ho più scordato.

I miei compagni di scuola sono distribuiti nei cinque continenti. Ci sentiamo ogni tanto, qualcuno lo vedo al rientro in Italia e mi portano il mondo in casa. Ed è tutto un mondo di gente in movimento verso Terre Promesse dai nomi più diversi, gente che tenta l’avventura, con la valigia piena di speranza, gente che è diventata la nostra grande famiglia, gente che amiamo, gente che riempie le nostre giornate di affetti e di preoccupazioni.

Come si fa a dimenticare che noi missionari scalabriniani siamo nati sul marciapiede di una stazione e sulla banchina di un porto? Quella è stata la nostra culla: non una biblioteca, ma i crocicchi del mondo, dove la gente si incontra, si scontra, si unisce, si affratella e riprende il cammino, come diceva Scalabrini.

Ma permettetemi di aggiungere altri elementi al formarsi della mia identità.

Un anno solo sono stato parroco in Calabria, ma è forse l’esperienza che più mi ha segnato. La Calabria da sempre cava di braccia per una emigrazione senza fine, gente orgogliosa, dignitosa, generosa. L’attuale parroco mi ha invitato, dopo venticinque anni dalla mia partenza, a predicare la novena del patrono, S. Filippo d’Agira, ed è stato come tornare a casa dopo l’assenza di un sol giorno. "Ti sei fatto terrone", mi diceva sorridendo mia madre. E laggiù volevo chiudere i miei giorni; avevo già scelto il vecchio olivo pluricentenario sotto il quale essere sepolto, a due passi dalla chiesa della Madonna del Lume. È andata diversamente, ma la Calabria me la porto in cuore da quasi trent’anni. Anche quella è terra mia, terra che mi ha rigenerato.

Vi conduco a Manfredonia in Puglia, da sempre porto dove si sono incrociate tutte le razze del sud, dell’est e del nord. Una parrocchia di periferia, fatta tutta da gente che era scesa dal Gargano a cercare lavoro e da tecnici venuti dal nord Italia. La chiesa, Cappella San Pietro, era in un garage e ci stavano pigiate duecento persone. Ero diventato uno di loro e loro mi sentivano così. Dio solo sa quanto ho ricevuto e quanto quel mondo abbia contribuito a modificare ancora la mia fisionomia interiore. L’eterno conflitto tra nord e sud Italia? In chiesa c’erano tutti, senza distinzioni, Matteo Starace, manfredoniano e ingegnere all’Anic, e Alberto Buratti, nato a Budrio e caporeparto. C’era Carlo Mezzanzanica da Rho e tutta la compagnia dei Pellegrino e degli Arena, montanari. Convivere, condividere, solidarizzare: erano queste le parole che facevano unità, dentro e fuori la chiesa e la fabbrica. Idealizzo? Sì, a patto che mi consentiate di dare a questo verbo il valore di scoperta di ideali. Scoperte e decisioni prese assieme.

Vi risparmio le altre tappe della mia vita, ma, finito in Svizzera, ricordo la risposta a un questionario che il nostro Centro Studi di Basilea aveva sottoposto ai ragazzi italiani della seconda generazione: qual è la tua appartenenza? Uno ha scritto: sono seduto tra due sedie. Posizione scomoda senz’altro, ma non osava scegliere. Doppia appartenenza e doppia estraneità. Ma, insieme, ricerca di una sintesi, che per molti dei nostri emigrati è avvenuta, come si è realizzata per noi missionari. Non siamo più gli stessi da quando ci hanno timbrato per la prima volta il passaporto alla frontiera. Siamo "altri". Cresciuti. Abbiamo imparato il dialogo, il rispetto, il senso più vero del pluralismo che è la nota caratteristica di questa nazione.

Qualche tempo fa, scherzosamente, ho tentato di vendere a un’agenzia di viaggi svizzera uno slogan per il turismo giovanile: Ich bin I-CH. Se togliete il trattino tra la I e il CH, significa: Io sono io. Ma letta come è scritta, va interpretata così: io sono italiano e svizzero. Sintesi di due culture. Siamo tali ed anche qualcosa di più.

Questione ereditaria

Conosciamo a memoria certe frasi del beato Scalabrini, che sognava un’umanità unificata, anche per merito delle migrazioni, perché questa unità è da sempre il progetto di Dio. Credo, però, che dobbiamo rileggere altri capitoli della sua vita, che indicano come l’apertura al mondo facesse parte del sentire più profondo del vescovo di Piacenza. E partiamo da un discorso, tra il preoccupato e l’entusiasta, che ricorre da qualche tempo tra noi scalabriniani e riguarda le nuove posizioni missionarie che abbiamo accettato negli ultimi anni su sollecitazione di vari episcopati. La comprensibile preoccupazione nasce dalla totale diversità culturale e linguistica dei nuovi campi di lavoro e qui basta pensare agli ultimi tre: Indonesia, Giappone e Viet-Nam. L’entusiasmo, condito da un pizzico di giusto orgoglio, è frutto del nostro sentirci da sempre cittadini del mondo, convinti come siamo che le frontiere non le ha inventate il Padre dei cieli. È la nostra missionarietà che richiede queste scelte, che sono pienamente in sintonia col mandato del Cristo di portare il suo vangelo fino agli estremi confini.

Ma c’è qualcosa di più alle radici della nostra storia. Il vescovo di Piacenza aveva limitato per forza di cose il campo di lavoro agli italiani d’America, che in concreto voleva dire Stati Uniti e Brasile, ma gli studi recenti ci permettono di fare un lungo elenco di "eccezioni", che dimostrano l’apertura di Scalabrini a tutte le migrazioni, anche se non sempre ha potuto dare risposte positive alle domande di aiuto. Le richieste di missionari che arrivavano al vescovo di Piacenza sono, però, senza dubbio indicative del vuoto che il vescovo piacentino ha cercato di colmare con la sua iniziativa. Era una risposta che molti nella Chiesa attendevano, come se tutti stessero aspettando che qualcuno si muovesse in questo settore della pastorale e inventasse qualcosa.

In breve, vorrei presentare questo capitolo poco conosciuto delle nostre origini, servendomi della pubblicazione di p. Antonio Perotti, "Scalabrini e le migrazioni", testo preparato per il corso di formazione permanente dei missionari scalabriniani, riportando alla lettera, e solo schematizzando, lo studio del confratello.

Siamo alla fine di marzo del 1888; la congregazione ha pochi mesi di vita e mons. Scalabrini invia in Belgio e Lussemburgo p. Giuseppe Molinari e il chierico Degrenne per raccogliere fondi a favore dell’opera. Nella lettera di presentazione, certifica che i due "sono membri della Congregazione dei Missionari degli Europei migranti specialmente in America". In una lettera successiva del 1° aprile dello stesso anno ai vescovi belgi, sottolinea nuovamente l’apertura internazionale della sua opera: "Questa opera si chiama Opera di Evangelizzazione degli emigranti e ha per scopo di provvedere di sacerdoti i numerosi europei che vanno a colonizzare l’America, l’Africa e l’Australia. …mi sono già arrivate più di sessanta domande di ammissione tanto dall’Italia che dall’estero...".

Dal viaggio in Belgio dei due scalabriniani nasce un’altra idea: aprire una sede dell’Opera per l’assistenza ai migranti nell’ex abbazia di Clairefontaine, facendone una "filiale" della casa di Piacenza. Per varie ragioni il progetto non ebbe seguito, ma come scrive p. Perotti, "il progetto del seminario internazionale di Clairefontaine non è tuttavia da minimizzare", perché chiaramente indicativo delle intenzioni di Scalabrini.

Ancora nel 1888: in una lettera di p. Rolleri del 29 agosto al canonico Hengesch si fa domanda, a nome di Giovanni Battista Scalabrini, di poter avere a Piacenza un buon sacerdote di lingua tedesca "da inviare in Brasile in favore di una colonia di buoni tedeschi i quali desidererebbero tanto di avere un sacerdote che parlasse la loro lingua".

Il chierico Degrenne lascerà Piacenza, si trasferirà negli Stati Uniti e verrà ordinato sacerdote a New York, ma resterà in contatto con Scalabrini ancora per diversi anni, collaborerà con gli scalabriniani nella predicazione di varie missioni popolari. Passerà poi in Messico, diventerà parroco a Tecozauta e, col consenso di Scalabrini, si darà da fare per aprire una missione scalabriniana in quella nazione, anche se il progetto non avrà seguito.

Dell’8 giugno 1888 è una proposta dall’Argentina con la richiesta di un sacerdote.

Altra richiesta di un sacerdote arriva il 14 novembre 1888 dalla Romania da parte di un gruppo di contadini italiani.

Nel marzo 1889, Leone XIII invia a Scalabrini una lettera di mons. Thiel, vescovo del Costa Rica, in cui domanda missionari italiani. Scalabrini si dichiara disposto a inviarne due, ma a frenarlo è probabilmente una lettera di p. Colbachini, al quale lo stesso vescovo aveva fatto personalmente la proposta, proponendogli di farlo vicario generale; ma, precisa p. Colbachini, "i nostri si troverebbero fuori del loro campo specifico", perché in Costa Rica non vi erano immigrati italiani.

Nel gennaio 1890, il capitano Charles Plista chiede gli statuti della Società di Patronato di Piacenza, perché vorrebbe fondare in Francia un’associazione simile a quella italiana.

Lo stesso anno Scalabrini accoglie nel seminario di Bedonia (Parma) cinque seminaristi americani inviati dal vescovo di Hartford (Connecticut). Divenuti sacerdoti, rientreranno nella loro diocesi.

Negli anni 1890-92, Scalabrini si rende disponibile a inviare suoi missionari per gli italiani emigrati in Eritrea, allora vicariato apostolico affidato ai lazzaristi francesi. Il progetto non si realizzò per ragioni politico-diplomatiche, cioè per non creare "complicazioni moleste" con la Francia.

Il 24 aprile 1893 Scalabrini invia il primo missionario polacco, p. G. Chmielinski, originario della diocesi di Ploz, da tre anni alunno dell’istituto di Piacenza, negli Stati Uniti.

Alla fine del 1894 Scalabrini invia in Venezuela il p. Giacomo Annovazzi, originario della diocesi di Tortona, già missionario volante dal 1888 a Chicago. Il 1° gennaio 1895 p. Annovazzi arriva a Barquisimeto. In seguito Scalabrini lo trasferì nel 1897 in Argentina a Santa Fé.

Il 19 luglio 1895 Scalabrini invia in Brasile p. Brescianini e p. Faustino Consoni, che estendono la loro attività pastorale in Paranà, oltre che tra italiani, anche tra i brasiliani e i polacchi.

Nel 1896 si presentano due occasioni di nuove aperture: in Argentina e in Uruguay. È p. Colbachini incaricato di prendere contatto, ma i due progetti non vedranno la luce.

Il 2 dicembre 1896, e ancora il 21 gennaio 1898, a Scalabrini arrivano due lettere da parte del sacerdote tedesco mons. Lorenz Werthmann, fondatore nel 1887 a Freiburg in Brisgovia del Caritasverband, e da parte di un suo collaboratore, l’italiano don Roberto Biasotti, per ottenere "quattro o cinque Missionari per poter visitare le maggiori località popolate dagli operai italiani". La richiesta riguarda la Lorena e il Lussemburgo, dove gli scalabriniani arriveranno cinquant’anni dopo.

Da una lettera del 30 maggio 1901 risulta che Scalabrini aveva affidato a p. Annovazzi l’incarico di preparare le basi per una fondazione scalabriniana a Buenos Aires. L’arcivescovo però diede una risposta negativa, perché la missione per gli emigrati italiani era già stata affidata ai salesiani. La richiesta verrà rinnovata da Scalabrini personalmente nella sua breve sosta a Buenos Aires il 10 novembre 1904.

Il 4 marzo1903, il Patriarca di Gerusalemme invita Scalabrini in Levante per verificare le tristi condizioni degli italiani. La stessa richiesta arriva dal Libano da parte di una suora per gli italiani che lavoravano nelle ferrovie. Scalabrini non dà seguito a queste richieste poiché in quell’area operavano già i sacerdoti bonomelliani.

Da una relazione del 1904 dal Brasile, sappiamo che p. Natale Pigato aveva predicato delle missioni popolari a Cupim e Prudentopoli concernenti "non solamente gli italiani, come le altre volte, ma estese altresì ai brasileri, ai polacchi e agli alemanni residenti nelle su indicate parrocchie".

Nel dicembre 1904 Scalabrini si dichiara disposto ad accettare due giovani tedeschi, presentatigli da Bonomelli, per impiegarli nelle colonie miste italo-tedesche in Brasile.

Scalabrini moriva sei mesi dopo e dei due giovani seminaristi si perdono le tracce.

È questa solo una rapida carrellata su alcune realizzazioni, tanti progetti e infinite richieste, che ci permettono di cogliere quanto si muoveva nella mente e nel cuore del Beato Scalabrini negli anni 1887-1905 ed anche le speranze che la sua fondazione aveva suscitato. Mi viene da pensare che le ulteriori aperture compiute dalla Congregazione scalabriniana nei successivi cento anni, comprese le ultime che suscitano entusiasmo e perplessità, non siano altro che una lenta e progressiva realizzazione del "sogno" del Fondatore. E qui concludo con una sua pagina, che solo recentemente qualcuno ha cominciato a pubblicare: è il sogno di una missionarietà senza confini, che non resta bloccata dalle difficoltà e dalle poche forze a disposizioni. È sogno carico di speranza cristiana, quella dell’unico ovile e di un solo Pastore. È invito a non alzare muri e cancelli che separano. È sollecitazione verso pluralità che fa la Chiesa, profezia dell’unica famiglia di Dio. È l’invito per ciascuno di noi a diventare "plurimi", qualunque sia il campo di lavoro che ci è affidato.

Ecco la citazione dal discorso tenuto l’8 luglio 1888 al primo nucleo di missionari partenti: "Questi missionari sono anime generose che, sposate alla povertà di Cristo, abbandonati agi, onoranze, patria, dolcezze domestiche e quanto vi é nel mondo di più teneramente caro, volano anelanti in soccorso dei nostri connazionali emigrati al di 1à dell’oceano. Hanno sentito il grido di dolore di quei nostri lontani fratelli, e vanno!

Andate, che l’Angelo della Bolivia vi chiama, indicandovi 110.000 italiani abbandonati! Andate, che l’Angelo del Brasile vi invita, mostrandovi non meno di 340.000 italiani abbandonati! Andate, che 1’Angelo degli Stati Uniti vi chiama, mostrandovi oltre 500.000 italiani abbandonati! Andate, che gli Angeli del Paraná, del Perú, dell’Argentina, della Colombia e di altri Stati vi chiamano, mostrandovi 1.360.000 italiani sitibondi di verità!

Vasto senza confine è il campo dischiuso al vostro zelo. Là templi da innalzare, scuole da aprire, ospedali da erigere, ospizi da fondare; vi è il culto del Signore cui provvedere, vi sono fanciulli, vedove, orfani, poveri infermi, vecchi cadenti e tutte a dir breve le miserie della vita su cui far discendere gli influssi benefici della cristiana carità!

Vi aspettano, lo so, immense fatiche, pericoli non pochi, contraddizioni molte, lotte e sacrifici continui, ma è ciò che deve assicurarvi dell’impresa alla quale vi accingete, ciò che deve aggiungere lena al vostro spirito. Il vostro conforto, la vostra guida, la vostra più sicura difesa sia in quella croce che vi ho appena consegnato! Con questa spada in pugno (sento di potervelo dire) voi vincerete!" (in Scalabrini una voce viva, Roma,1987, 489-490. Ristampa 2005, 483-484).