TRADITIO SCALABRINIANA

 

Pagina iniziale
Collana Traditio Scalabriniana n. 1 Collana Traditio Scalabriniana n. 2
Collana Traditio Scalabriniana n. 3 Collana Traditio Scalabriniana n. 4
Collana Traditio Scalabriniana n. 5 Collana Traditio Scalabriniana n. 6
Traditio Scalabriniana n. 3 (giugno 2006)
 
Approfondimenti

G. B. uomo di comunione, Maria Grazia Luise, mss
G. B. Scalabrini, a man of communion

G. B. Scalabrini, hombre de comunión

* * *
Comunidades profecias de comunh
ão na diversidade, Ir. Analita Candate, mscs

 


G. B. Scalabrini, uomo di comunione

Maria Grazia Luise, mss

 

A cento anni dalla sua morte – avvenuta il 1º giugno 1905 nella Festa dell’Ascensione – la figura di G. B. Scalabrini si ripropone al vivo davanti agli occhi di tanti, prendendo luce in tutte le sue svariate e sorpendenti espressioni, così da mostrare una personalità dai tratti eccezionali per doti, bontà, opere e profezia.

Certo G. B. Scalabrini, come scrisse lo storico piacentino don Franco Molinari fu "un vescovo con una marcia in più". Lo mostra l’azione che seppe innestare a favore dei migranti; infatti "risultò non solo un catalizzatore dell’operosità ecclesiale, ma anche una coscienza critica di fronte allo Stato, che allora brillava per la sua assenza nel settore dell’emigrazione. Gli interventi attivi di questo grillo parlante, che in forma garbata e chiara denunciava inadempienze delle strutture statali, demoliscono un tabù ed annientano l’accusa secondo cui la Chiesa arriva puntualmente in ritardo".

E tuttavia ci sembra che la grandezza di questo santo vescovo non emerga solo dalle sue opere che, proprio perché così rispondenti ad un preciso momento storico, non possono non essere per qualche verso datate. La nota più profonda e costante, che può coglierlo nella sua attualità profetica e caratterizzare il suo pensiero e la sua straordinaria azione, la sua contemplazione e il suo puntuale intervento, si racchiude forse nelle parole che lo stesso don Molinari disse qualche anno fa, a conclusione di una qualificata tavola rotonda tenutasi nel palazzo vescovile di Piacenza: "Scalabrini fu soprattutto un uomo di comunione".

È davvero la comunione, vissuta personalmente ad ogni costo e messa in atto a tutti i possibili livelli, la nota che lo lega straordinariamente alla tradizione dei Padri della Chiesa, nutrimento sostanziale della sua meditazione quotidiana; ed è ancora la comunione che, sotto alcuni aspetti, lo fa precursore dello stesso Concilio Vaticano II.

Andare al cuore che animava ogni sua opera

Così, ci sembra che non si possa riproporre e neppure continuare l’opera di G. B. Scalabrini scegliendo, tra le tante, questa o quella sua attenzione pastorale, per quanto importante essa possa risultare oggi, senza andare al cuore che animava ogni sua opera, al come segreto che lo muoveva e che lo stesso Scalabrini non mancava di annunciare. Basta allo scopo ricordare anche solo qualche sua frase lapidaria come: "È necessario che viva in noi Gesù Cristo; è necessario che Gesù Cristo operi in noi continuamente, potendo Egli solo riconciliare la terra col Cielo".

Il suo segreto era proprio quello di agire sempre nella profonda consapevolezza di essere in Cristo, per attingere ogni momento alla sorgente della Sua Pasqua quella vita risorta che genera comunione in ogni ambiente e con tutti, amici e nemici, nella Chiesa e nel mondo.

In questo senso il cuore di Scalabrini è particolarmente vivo anche oggi e per questo, mentre sempre di più conosciamo le sue innumerevoli attività, vorremmo soprattutto cogliere il segreto da cui attingeva quell’energia che lo faceva tutto a tutti, senza esclusione di nessuno, quella lungimiranza profetica che è inspiegabile, se non si parte da dove partiva lui: dal sentirsi prima di tutto, in forza della sua passione per l’Eucaristia, semplicemente e ostinatamente uomo di comunione.

Era la vita di comunione, continuamente ricevuta nel profondo della sua fede, quella smisurata ed insopportabile grandezza che poteva esprimersi in un’instancabile attività e che allo stesso tempo lo portava ad una sincera e radicale umiltà. Humilitas è infatto il motto che ha voluto consegnare ai suoi Missionari per i migranti: una strategia sicura, che affida la vita anzitutto a Dio, per poter di conseguenza intervenire e portare tutto il frutto possibile a bene dei fratelli più svantaggiati. È questo spirito autenticamente eucaristico che fa di lui un santo e un santo per i nostri giorni, qualcosa di ben più e di ben diverso di un semplice protagonista del suo tempo.

Sempre in cammino

Un’altra finestra da cui potremmo spiare la grandezza di questo padre e apostolo dei migranti è forse il fatto che nessuna sua opera riesca a definirlo. Egli sapeva passare da un tipo di azione ad un’altra come mosso da dentro, dallo Spirito Santo, che ha potuto mostrarci in lui un capolavoro del Suo amore.

Scalabrini stesso sembrava non aver fissato la dimora nelle sue cose... tanto era pronto a lasciare per andare oltre, per rendersi sempre nuovamente disponibile a ciò che gli avrebbe ancora potuto chiedere il suo Dio, a quello che gli chiedevano i più piccoli e svantaggiati che gli capitava di incontrare, come un segno da leggere, un appello, sulla sua strada. Così avvenne alla stazione di Milano quando, nel 1886, vide gli ampi portici gremiti di migranti in partenza.

Il vescovo Scalabrini, in effetti, lo si scorge sempre in cammino, quasi in corsa, bruciato da una febbre misteriosa che lo spinge ad andare, ad intervenire, a portare speranza. Egli certamente si trovava a casa nella sua Diocesi, ma anche in tutta la Chiesa, per la quale sentiva una totale e pressante responsabilità. Si trovava a casa a Como, a Piacenza, ma anche in tutta l’Italia, che non esitava ad attraversare per far conoscere a tanti il fenomeno dell’emigrazione.

Vescovo missionario, anzi, era un cittadino del mondo, che non temeva di incontrare capi di stato come pure le persone più semplici, anche gli indios del Brasile, gente che allora era considerata quasi senz’anima... E non lasciava di percorrere il mondo, anche quando era più stabilmente impegnato a visitare le 365 parrocchie del piacentino... Lo faceva con il pensiero, la preghiera, l’amore, oltre che fisicamente nei modi che gli erano possibili: a dorso di mulo, in nave, in barca, a cavallo, a piedi... senza badare a fatiche e privazioni.

Il realismo della fede, che in ogni situazione ritmava i suoi passi, dava al vescovo Scalabrini la certezza che anche i cocci rotti degli errori dell’uomo e dei mali del mondo, in mano all’Artista, possono diventare qualcosa di ben più grande di quello che da noi stessi possiamo immaginare. Infatti, mentre denunciava con forza i soprusi e gli sfruttamenti di cui erano vittime gli emigranti italiani, aveva negli occhi e nel cuore la visione profetica dei grandi disegni di Dio, che si stanno compiendo non senza innumerevoli e tanto differenti collaboratori, come lui stesso affermava: "I servitori di Dio che lavorano senza saperlo, inconsciamente pel compimento dei suoi disegni, sono numerosi in tutti i tempi, ma nelle grandi epoche storiche di rinnovamento sociale, ve ne sono più che non si conosca, più che non si pensi: essi sono innumerevoli".

Una nuova patria

Camminando, infatti, può nascere nel cuore di tanti, migranti e non, un sogno simile a quello di Scalabrini: il sogno di una patria nuova, quella della comunione che non ha confini e si allarga ad ogni terra; quella dei rapporti di socialità e solidarietà, per cui tutti i popoli finalmente potrebbero abitare nella giustizia e nella pace; quella di relazioni nuove, che sanno mettere al centro i più svantaggiati. E tuttavia neanche questa immagine utopica dice la patria vera cui tutti i popoli con le loro diversità sono chiamati ad appartenere.

Nello scritto anonimo del secondo secolo, A Diogneto, i primi cristiani venivano caratterizzati quale gente che conosceva una misteriosa abitazione, un’abitazione universale, per cui ogni patria era considerata da loro terra straniera ed ogni terra straniera patria. Dove abitavano? E dove abitiamo noi, cristiani del terzo millennio? Siamo chiamati a camminare perché strada facendo possiamo prendere coscienza della nostra nuova ed eterna abitazione.

In Cristo infatti siamo stati creati, nel battesimo siamo stati con-sepolti e con-risorti con Lui, apparteniamo al Suo Corpo, alla stessa famiglia della Trinità. In Lui e con Lui siamo chiamati noi pure a diventare figli di Dio. Non siamo più ospiti o stranieri, allora, ma concittadini dei santi e familiari di Dio (cfr Ef 2,19), invitati già da ora a prendere parte al banchetto trinitario, dal momento che siamo parte dell’umanità assunta dal Figlio di Dio fatto uomo. Un prendere parte non quasi occupando un quarto posto tra le persone divine, ma rimanendo nel Figlio, lasciandoci trasformare nella sua stessa umanità filiale sempre in relazione con il Padre.

G. B. Scalabrini ha espressioni molto efficaci a questo riguardo: "Iddio ama il suo Figlio e lo ama essenzialmente ed è impossibile che si compiaccia in altri che in Lui, perché l’amore di Dio è infinito e non può avere altro oggetto che un oggetto infinito: Questi è il Figlio mio diletto, nel quale mi sono compiaciuto (Mt 17,5). Ma quel Figlio suo diletto si è fatto uomo. Dunque in Lui ama l’uomo. Con una sola compiacenza e dilezione, in Gesù abbraccia tutto, anche il corpo, anche la carne, anche l’anima. Ora noi siamo quella carne, quelle ossa, quella natura, siamo un corpo con Cristo ed in Lui e per Lui siamo fatti figli di Dio, anzi lo stesso Figlio di Dio che si estende in noi. Dunque noi pure in Lui siamo avvolti e compresi dal Padre in un solo atto d’amore e, come in noi e su noi si allarga e si estende la figliolanza per cui Cristo è Figlio di Dio, così a noi pure si allarga ed estende l’amore del Padre...".

La comunione trinitaria, cui già da ora possiamo aver parte, è la vera patria in cui siamo chiamati ad abitare, accolti e riconciliati nel perdono che il Padre di ogni misericordia ci dona, perché diventiamo sempre più figli e fratelli. La certezza di essere a casa nella Trinità è una meta e, allo stesso tempo, un punto da cui partire, consapevoli che il mistero dell’amore trinitario prende dimensioni sempre più ampie e profonde nella misura in cui, con la fede, vi camminiamo dentro.

In dialogo con gli amici e i nemici

Che G. B. Scalabrini fosse veramente sempre a casa nel dono divino della comunione ce lo dice la sua tensione a rimanere in dialogo con tutti, con le persone più diverse, con gli amici ma anche con i nemici, che si accorgevano di essere da lui quasi privilegiati.

E di nemici, acerrimi, ne ebbe diversi, soprattutto determinati a contrastare il suo ministero, oltre che la sua persona. E saranno proprio i nemici del tesoro più prezioso, la comunione ecclesiale, come l’antivescovo Paolo Miraglia, a portarlo precocemente alla morte: martire appassionato della comunione, come qualcuno dirà.

Ciò che ispira e illumina il nostro impegno di missionarie secolari scalabriniane nel mondo dei migranti è proprio questo suo essere e rimanere sempre in dialogo. Attingendo continuamente alla profondità della fede egli riusciva ad unificare e a ricomporre contrasti e opposizioni. Non fede o cultura, natura o grazia, patria o religione, autorità o libertà, lavoro o capitale, ma e...e..., dirà anche con i fatti quest’uomo profondamente appartenente alla Chiesa e al mondo, a Dio e all’umanità.

Scalabrini riuscì ad incidere in ambito politico, ma non come un abile stratega che allaccia alleanze favorevoli al suo scopo pur legittimo, finendo per scadere in una diplomazia funzionale, se non anche in rapporti umani poco autentici ed affidabili. Egli sapeva intessere le relazioni con umiltà e verità, a partire da una vita stupendamente unificata nella fede in Cristo crocifisso e risorto, a partire cioè dall’accoglienza della croce, che sempre gli apriva la via per una inesauribile strategia di comunione con tutti.

Fac me cruce inebriari

Egli infatti aveva imparato a riconoscere in ogni sofferenza e difficoltà la presenza trasformante del Crocifisso, che fin da piccolo aveva imparato ad amare e che poi, lungo le strade della sua vita, avrebbe ancora spesso abbracciato, chiedendo proprio alla Madre di Gesù la sua stessa forza invincibile vissuta al Calvario: Fac me cruce inebriari.

In questa preghiera, che Scalabrini aveva fatto sua, scorgiamo quella che potremmo chiamare la decisiva inversione di marcia, quella di partire dall’Altro per eccellenza, Gesù crocifisso e risorto, il diverso dei diversi. E il luogo per questa esperienza è l’incontro concreto con l’altro, con il suo volto che attraverso una irriducibile diversità ci interroga e ci inquieta, diventando l’occasione più propizia perché usciamo da noi stessi, in un esodo provocato proprio da quell’eccedenza che non riusciamo ad assimilare o ad armonizzare secondo i nostri schemi precostituiti. Un’eccedenza che esprime un’impronta di Dio, quel mistero che attraversa l’altro e che io non posso ridurre a mia misura, ma solo accogliere, rispettare, perdonare, amare.

Scalabrini sapeva di poter rivolgere con fiducia la sua preghiera a Maria, la Madre che partecipa alle nostre lotte e fatiche perché venga alla luce la pienezza della verità, cioè la completa edificazione del Corpo del suo Figlio crocifisso e risorto, il Cristo totale che si va rivelando nel cammino della storia.

Si, in Maria possiamo contemplare la nostra umanità già arrivata alla sua meta. Sul suo volto splendido, tuttavia, permangono i segni delle doglie del parto, del travaglio della nostra esistenza, al quale lei, Madre della speranza, partecipa finché il Figlio non sia formato in ciascuno di noi e tutte le membra differenti si possano riconoscere appartenenti a Lui

Scalabrini è stato l’uomo della speranza vera. Per questo la sua testimonianza cristiana parla ancora nell’oggi: non solo alle due Congregazioni da lui fondate, al nostro Istituto Secolare che a lui si ispira, alla sua Diocesi, ma anche a tanti uomini e donne che, in un clima di diffusa paura e pessimismo anche nei confronti del fenomeno migratorio, sono sorpresi dalla sua visione positiva e lungimirante.


[Translated from: Collana Traditio Scalabriniana n. 3 (June 2006)]

 

G.B. Scalabrini, a man of communion

Maria Grazia Luise
Scalabrinian Secular Missionaries

 

A hundred years since his death — the 1st of June 1905 on the Feast of The Ascension — the figure of G.B. Scalabrini continues to appear alive before our eyes, alight in all its various and astonishing expressions, showing a character with exceptional features, gifts, goodness, works and prophecy.

Of course, as Fr Franco Molinari, the historian from Piacenza wrote, G.B. Scalabrini was "a bishop with an extra bounce in his step". He demonstrated this in the actions he undertook and realised for migrants; infact "he became not only a catalyst of ecclesial works, but also a critical conscience for the state, which at that time was conspicuous by its absence in the emigration sector. The interventions of this ‘chattering cricket’, who politely but clearly denounced the failures of state structures, have demolished the prejudice and eliminated the accusation that the Church always arrives too late in these matters."

Nevertheless, it seems that the greatness of this saintly bishop doesn’t arise only from his works, which could be outdated in a few aspects, because they were responding to the needs of a precise moment in history. The deepest and most constant feature that captures him in his prophetic role and characterises his thought and extraordinary action, his contemplation and timely intervention, is very likely contained in the concluding remarks the same Fr Molinari pronounced a few years ago, at the end of a round table held in Piacenza’s episcopal palace: "Scalabrini was above all, a man of communion."

Communion, lived personally at all costs and practised on every possible level, is truly the note that links him in an extraordinary way to the tradition of the Church Fathers, who were the substantial nourishment of his daily meditation. It is this communion that, somehow, has made him a precursor of Vatican II.

Getting to the heart that animated all his actions

Thus, it seems that one cannot re-consider or even continue the work of G.B. Scalabrini choosing this or that area of his pastoral care, however important it might be today. We must go to the heart that animated each of his works. We must capture the secret ‘how’ that moved Scalabrini and that spirit he never failed to announce. It is enough to quote some of his memorable sayings such as: "Jesus Christ must live in us; Jesus Christ must continuously work in us, because He alone can reconcile earth with heaven."

Scalabrini’s secret was precisely the ability to act in the deep awareness of being in Christ, to draw every moment from the source of His death and resurrection, that risen life which generates communion in every environment with all, friend or foe, in the Church and in the world. And this was possible thanks to his love for the Eucharist.

Thus Scalabrini’s vision is particularly alive today. While we come to know more and more his countless works, above all we wish to grasp the secret from where he drew the energy to become "all things to all", excluding no-one, that prophetic far-sightedness which is inexplicable, if one does not step off from the same starting point from which he moved, that is from the perception of being above all, simply and obstinately a man of communion.

The life of communion, which he continuously received, was the unmeasured and unbearable greatness, that brought him to a tireless activity and at the same time to a sincere and radical humility. Humilitas is infact the motto that he wanted to give his Missionaries for migrants: a secure strategy, that entrusts life above all to God, making him able to intervene and bring all possible fruit to the most needy of his brothers and sisters. It is this authentic eucharistic spirit that makes him a saint and a saint of our times, something much more relevant than being a protagonist of his time.

Always on the move

Another window from which we glimpse the greatness of this father and apostle of migrants is perhaps the fact that none of his works can define him entirely. He knew how to move from one type of action to another as if led from within, by the Holy Spirit, who in him has shown us a masterpiece of His love.

Scalabrini himself seems not to have fixed his home among his works. He was always ready to move on, to make himself ever more available for whatever his God might have asked him, or for the smallest and most disadvantaged people he might meet. For him these were like a road-mark in his journey. It is the case at Milan station where, in 1886, he saw the railway porticoes crowded with departing migrants.

Bishop Scalabrini, in effect, could be always caught on the move, almost running, burnt by a mysterious fever that pushed him to go, to intervene, to bring hope. He obviously felt at home in his Diocese, but also in the entire Church, for which he felt a total and pressing responsibility. He was at home in Como, in Piacenza, but also all over Italy, so much so that he did not hesitate to cross over its length and breadth to make the topic of emigration known to as many people as possible.

He was a missionary bishop or rather a citizen of the world, who didn’t fear meeting heads of state as well as the simplest of people, even the Indios of Brazil, people who at that time were considered more or less sub-human. And he didn’t omit to travel all over the world, even while he was visiting the 365 parishes of Piacenza. He would travel with his thoughts, prayers, love, as well as physically in the ways that were possible for him: by mule, by ship, by boat, on horseback, on foot … not minding the harsh conditions and deprivation.

The realism of faith, which guided his steps in every situation, gave Bishop Scalabrini the certainty that even the broken pieces of human mistakes and the evil of the world, in the hand of ‘The Artist,’ could become something much greater than we might possibly imagine by ourselves.

Infact, while he forcefully denounced the abuses and exploitation to which the Italian migrants were exposed, in his eyes and heart he cherished the prophetic vision of the great plan of God, that was being accomplished by countless and diverse collaborators, as he himself affirmed: "God’s servants who, without realizing it, work for the fulfilment of His plans, are numerous in all periods. But in the great epochs of social renewal there are many more than we can see or imagine. They are innumerable."

A new homeland

Being on the move can, infact, inspire in the hearts of many, migrants and non-migrants alike, a dream similar to that of Scalabrini: the dream of a new homeland, that of communion, without boundaries and embracing every country; a new homeland of sociality and solidarity, in which all people may finally live in justice and peace; a homeland of new relations, which will place the most disadvantaged in the centre. And, nonetheless, not even this utopian image speaks of the true homeland to which all peoples in their diversity are called to belong.

In the anonymous writing of the second century, Letter to Diognetus, the first Christians were characterised as people who knew a mysterious habitation, a universal dwelling-place, so that every homeland was considered foreign to them and every foreign land could be their homeland. Where did they live? And where do we live, Christians of the third millennium? We are called to journey because as we do so we may take notice of our new and eternal dwelling.

Infact, we have been created in Christ; in baptism we have been buried and risen together with Him, we belong to His body, to the same family of the Trinity. In Him and with Him we are also called to become children of God. We are no longer guests or foreigners, but fellow citizens with the saints and members of the household of God (Ephesians 2:19). We are invited even from now to take part in the Trinitarian feast, because we are part of humanity adopted by the Son of God who became man. Taking part does not mean occupying a fourth place among the ‘Divine Persons’, but remaining in the Son, letting ourselves be transformed in His own filial humanity, always in relation with The Father.

G.B. Scalabrini has some very effective expressions regarding this topic: "God loves his Son and loves him essentially. He cannot take pleasure in anybody than him because the love of God is infinite and can have only an infinite object: ‘This is my beloved Son with whom I am well pleased’ (Mt 17:5). But that beloved Son of His became man. So, in His Son, God loves man. With a single act of complacent love God, in Jesus, embraces everything: even the body, even the flesh, even the soul. We are now that flesh and those bones. We are that nature. We are one body with Christ. In him and through him we have become sons and daughters of God, indeed the very Son of God who prolongs himself in us. So, in Him we too are encompassed and embraced by the Father in a single act of love. Just as the sonship by which Christ is Son of God, spreads and extends to us and over us, in the same way the Father’s love spreads and extends to us as well..."

Trinitarian communion, in which even from now we may take part, is the true homeland we are called to dwell in, gathered and reconciled in the forgiveness that the Father of all mercy grants us, so that we become more and more His children and brethren forever. The certainty of ‘being at home’ in the Trinity is a goal and, at the same time, a starting point. We are aware in fact that the mystery of Trinitarian love takes on ever greater and deeper dimensions in so far as we walk with faith within it.

In dialogue with friend and foe alike

G. B Scalabrini was really always at home in the divine gift of communion. This may be seen by the effort he undertook to cherish dialogue with people from all walks of life, with friends as well as foes. And foes became aware of being almost privileged by him.

He had many and fierce enemies, determined above all to counter his ministry, besides his person. It will be precisely the enemies of the most precious treasure, ecclesial communion, like the anti-bishop Paolo Miraglia, who would bring him to a premature death: impassioned martyr of communion, as some will say.

That which inspires and enlightens our commitment as Scalabrinian Secular Missionaries in the world of migrants is exactly Scalabrini’s way of being and remaining in dialogue. Continuously reaching to the heart of the faith he managed to unify and recompose conflicts and oppositions. This man, profoundly committed to the Church and the world, to God and humanity, would also show it with the facts: not faith or culture, nature or grace, homeland or religion, authority or freedom, work or capital, but both… and…

Scalabrini succeeded in making his mark in the political world, but not as a clever strategist who could establish favourable alliances even for his legitimate purpose, resulting in functional diplomacy and unauthentic and untrustworthy human relationships. He knew how to build relations with humility and truth, moving from his life which was incredibly unified in faith in the crucified and risen Christ. His starting point was the acceptance of the cross, that always opened up the path for an inexhaustible strategy of communion with all.

Let me be inebriated by the cross

He had learnt to recognise in every suffering and difficulty the transforming presence of the crucified Christ. Since a very young age he’d learnt to love the Cross and during all his life he would often continue to embrace it, asking Jesus’ mother herself for her invincible strength shown at Calvary: Fac me cruce inebriari.

In this prayer, that Scalabrini had made his own, we see what we could call a decisive change of direction, one that starts from the ‘Other’ par excellence: Jesus crucified and risen, the most different of all strangers. This experience is found in the actual meeting with the ‘other’, in his face that questions and disturbs us in his difference. That encounter acquires a real meaning because we go out from ourselves. The other becomes the most favourable occasion for our going out of ourselves: an exodus drawn out just by that surplus we cannot assimilate or reconcile with any of our preconceived ideas. This surplus reveals the mark of God, the mystery that is present in the other and that I can’t reduce to my size, but only welcome, respect, forgive and love.

Scalabrini knew he could turn with faith in prayer to Mary, the Mother who participates in our struggles and difficulties so that the fullness of truth may come to light, that is the complete building-up of the body of her crucified and risen Son, the total Christ, revealed throughout the course of history.

Yes, in Mary we may contemplate our humanity already having arrived at its destination. On her splendid face, nevertheless, remain the signs of the birth pangs, that labour of our coming-to-be. In this process she, the Mother of hope, participates fully until her Son be formed in each one of us, and all the different members recognise that they belong to Him.

Scalabrini has been a man of true hope. For this reason his Christian witness still speaks to us today: his message of hope is intended not only for the two Congregations he founded as well as for our Secular Institute which takes inspiration from him, but also for his Diocese, and for the many men and women who, in a climate of widespread fear and pessimism regarding the phenomenon of migration, are surprised by his positive and far-sighted vision.


[Traducido de: Collana Traditio Scalabriniana n. 3 (Junio 2006)]

J. B. Scalabrini, hombre de comunión

Maria Grazia Luise, mss

A cien años de su muerte –ocurrida el 1 de junio de 1905 en la Fiesta de la Ascensión– la figura de J. B. Scalabrini se repropone al vivo a muchas personas, tomando luz en todas sus varias y sorprendentes expresiones y revelando así una personalidad con rasgos excepcionales por cualidades, bondad, obras, profecía.

Es cierto que Scalabrini, como escribió el histórico de Piacenza P. Franco Molinari, "fue un obispo con un gran tesón". Lo demuestra la acción que supo implantar en pro de los migrantes; de hecho "no sólo resultó un catalizador de la laboriosidad eclesial, sino también una conciencia crítica delante del Estado, que en aquel tiempo brillaba por su ausencia en el sector de la emigración. Las intervenciones activas de este pepito grillo, que en modo cortés y claro denunciaba los incumplimientos de las estructuras estatales, desarman un tabú y abaten la acusación que la Iglesia llega puntualmente atrasada".

Sin embargo nos parece que la grandeza de este santo obispo no surge sólo de sus obras que, siendo correspondientes a un preciso momento histórico, en algún modo, forzosamente son datadas. La nota más profunda y constante, que puede cogerlo en su actualidad profética y caracterizar su pensamiento y su acción extraordinaria, su contemplación y su intervención puntual, tal vez se encierra en las palabras que el propio P. Molinari dijo hace unos años, en la conclusión de un foro en el palacio episcopal de Piacenza: "Scalabrini fue sobre todo un hombre de comunión".

Es realmente la comunión, vivida personalmente a toda costa y llevada a la práctica en todos los niveles posibles, la nota que lo une extraordinariamente a la tradición de los Padres de la Iglesia -alimento substancial de su meditación cotidiana- y aún es la comunión que lo hace precursor, en algunos aspectos, del propio Concilio Vaticano II.

Ir al corazón que animaba toda su obra

Nos parece, pues, que no se puede reproponer y tampoco continuar la obra de Scalabrini eligiendo, entre muchas, una u otra atención pastoral que tuvo -por lo importante que pueda resultar hoy- sin ir al corazón que animaba toda su obra, al como secreto que lo movía y que el mismo Scalabrini no dejaba de anunciar. Basta con recordar algunas frases lapidarias que dijo: "Es necesario que Jesucristo viva en nosotros; es necesario que Jesucristo actúe en nosotros continuamente, pudiendo sólo Él reconciliar a la tierra con el Cielo".

Su secreto era precisamente actuar siempre en la conciencia profunda de estar en Cristo para encontrar en cada momento en la fuente de Su Pascua, aquella vida resucitada que genera comunión en cada ambiente y con todos, amigo y enemigos, en la Iglesia y en el mundo.

En este sentido el corazón de Scalabrini es especialmente vivo también hoy y por eso, con que vamos conociendo siempre más sus innumerables actividades, quisiéramos hallar sobre todo el secreto de donde sacaba la energía que lo hacía ser todo para todos, sin excluir a nadie. Aquella visión profética que es inexplicable, si no se parte de donde él partía: del sentirse antes que nada, por su pasión por la eucaristía, sencilla y obstinadamente hombre de comunión.

Era la vida de comunión, continuamente recibida en lo profundo de su fe, la grandeza desmedida e insoportable que podía expresarse en una actividad incansable y al mismo tiempo lo llevaba a una sincera y radical humildad. Humilitas es por ende el lema que quiso entregar a sus Misioneros para los migrantes: una estrategia segura, que confía la vida primero a Dios, para poder en consecuencia intervenir y dar todo el fruto posible para el bien de los hermanos más desfavorecidos. Es este Espíritu auténticamente eucarístico lo que hace de él un santo y un santo para nuestros días, algo más, y algo bien diferente a un simple protagonista de su tiempo.

Siempre en camino

Otra ventana de la que podríamos espiar la grandeza de este padre y apóstol de los migrantes es tal vez el hecho que ninguna de sus obras logre definirlo. Él sabía pasar de un tipo de acción a la otra como movido por dentro, por el Espíritu Santo, que pudo mostrarnos en él una obra maestra de Su amor.

El mismo Scalabrini parecía no haber establecido su morada en sus cosas… por lo dispuesto que estaba a dejar para ir más allá, para hacerse siempre y nuevamente disponible a lo que aún hubiera podido pedirle su Dios, a lo que le pedían los más pobres y desamparados que le ocurría encontrar, como un signo a leer, una invocación en su camino. Así pasó en la estación de Milán cuando, en 1886, vio los amplios atrios atestados de migrantes saliendo.

Al obispo Scalabrini, de hecho, siempre se le divisa en camino, casi a la carrera, quemado por una fiebre misteriosa que lo empuja a ir, a intervenir, a llevar esperanza. Él por cierto se sentía en casa en su Diócesis, pero también en toda la Iglesia, por la que sentía una total y apremiante responsabilidad. Se encontraba en casa en Como, en Piacenza, pero también en toda Italia, que no dudaba en atravesar para llevar a conocer a muchos el fenómeno de la emigración.

Obispo misionero, más bien era un ciudadano del mundo, que no temía encontrar a jefes de estado así como a la gente más sencilla, también los indígenas de Brasil, gente que en aquellos tiempos casi se le consideraba sin alma… Y no dejaba de recorrer el mundo, aún cuando estaba ocupado con visitar las 365 parroquias de la diócesis de Piacenza… Lo recorría con el pensamiento, la oración, el amor además que físicamente como podía: a lomo de mula, en navío, en barca, con el caballo, caminando… sin fijarse en fatigas y privaciones.

El realismo de la fe, que en cada situación ritmaba sus pasos, le daba al obispo Scalabrini la certeza de que también el barro roto de los errores del hombre y del mal del mundo, en las manos del Artista, puede convertirse en algo más grande de lo que lograríamos imaginar nosotros mismos. Efectivamente, al mismo tiempo que denunciaba con fuerza los abusos y las explotaciones de los que eran víctimas los emigrantes italianos, mantenía en la mirada y en el corazón la visión profética de los grandes designios de Dios, que se están cumpliendo no sin tan innumerables y diferentes colaboradores, cómo el mismo afirmaba: "Los servidores de Dios que trabajan sin saberlo, sin conocimiento de causa para el cumplimiento de sus designios, son numerosos en todos los tiempos, pero en las grandes épocas históricas de renovación social, hay más de cuanto se conozca, más de lo que se piense: ellos son innumerables."

Una nueva patria

Caminando, por supuesto, puede nacer en el corazón de muchos, migrantes y no, un sueño parecido a el de Scalalabrini: el sueño de una patria nueva, el de la comunión que no tiene confines y que se ensancha a toda tierra; la de las relaciones de sociabilidad y solidaridad, por las que todos los pueblos podrían por fin vivir en la justicia y en la paz; la patria de relaciones nuevas, que saben poner en el centro los que tienen más desventajas. Sin embargo ni esta imagen utópica dice la patria verdadera a la que todos los pueblos con sus diversidades están llamados a pertenecer.

En el texto anónimo del segundo siglo, a Diogneto, los primeros cristianos estaban caracterizados como gente que conocía una misteriosa morada, una morada universal, por la que toda patria era considerada tierra extranjera y toda tierra extranjera patria. ¿Dónde vivían? ¿Y dónde vivimos nosotros cristianos del tercer milenio? Estamos llamados a andar para que haciendo camino podamos tomar conciencia de nuestra nueva y eterna morada.

En Cristo pues hemos sido creados, en el bautismo hemos sido con-sepultados y con-resucitados con Él, pertenecemos a Su Cuerpo, justo a la familia de la Trinidad. En Él y con Él hemos estado llamados nosotros también a convertirnos en hijos de Dios. Entonces ya no somos huéspedes o extranjeros, sino conciudadanos de los santos y familiares de Dios (cfr. Ef, 2,19), invitados desde ya a tomar parte en el convivio trinitario, ya que somos parte de la humanidad asumida por el Hijo de Dios hecho hombre. Un tomar parte que no es casi ocupando un cuarto lugar entre las personas divinas, sino permaneciendo en el Hijo, dejándonos transformar por su propia humanidad filial siempre en relación con el Padre.

J. B. Scalabrini tiene expresiones muy eficaces a tal propósito: "Dios ama a su Hijo y lo ama esencialmente y es imposible que se complazca en otros que en Él, porque el amor de Dios es infinito y no puede tener otro objeto que un objeto infinito: Hic est Filius meus dilectus in quo mihi bene complacui [Este es mi hijo predilecto, en el cual he puesto mi complacencia] (Mt 17,5). Pero ese Hijo suyo querido se hizo hombre. Por lo tanto, en Él ama al hombre. Con una única complacencia y dilección, en Jesús abraza todo, también el cuerpo, también la carne, también el alma. Ahora nosotros somos aquella carne, aquellos huesos; nosotros somos aquella naturaleza; somos un cuerpo con Cristo y en Él y por Él somos hechos hijos de Dios, mejor dicho, el mismo Hijo de Dios que se prolonga en nosotros. Por lo tanto, nosotros también en Él estamos envueltos y comprendidos por el Padre en un solo acto de amor; y, como en nosotros y sobre nosotros se extiende y despliega la filiación por la cual Cristo es Hijo de Dios, así también se extiende y despliega en nosotros el amor del Padre…."

La comunión trinitaria, a la que ya ahora podemos tomar parte, es la verdadera patria donde estamos llamados a vivir, acogidos y reconciliados en el perdón que el Padre de cada misericordia nos dona, para que nos convirtamos siempre más en hijos y hermanos. La certeza de estar en casa en la Trinidad es una meta y, al mismo tiempo, un punto de donde partir, concientes de que el misterio del amor trinitario adquiere dimensiones siempre más amplias y profundas en la medida que, con la fe, caminamos dentro de ello.

En diálogo con los amigos y los enemigos

Que J. B. Scalabrini estaba realmente siempre en su casa en el don divino de la comunión, nos lo dice su tensión para permanecer en diálogo con todos, con las personas más diversas, con los amigos pero también con los enemigos, que se daban cuenta de que por él eran privilegiados.

Y enemigos, acérrimos, tuvo a varios, sobre todo determinados en contrastar su ministerio, además que su persona. Y serán justamente los enemigos del bien más valioso, la comunión eclesial, como el anti-obispo Paolo Miraglia, a llevarlo precozmente a la muerte: mártir apasionado de la comunión, como alguien dirá.

Lo que inspira e ilumina nuestro compromiso de misioneras seculares scalabrinianas en el mundo de los migrantes es precisamente este ser y permanecer siempre en diálogo de Scalabrini. Alimentándose continuamente a la profundidad de la fe, él lograba unificar y recomponer disputas y oposiciones. No fe o cultura, naturaleza o gracia, patria o religión, autoridad o libertad, trabajo o capital, sino y…y…, dirá también con los hechos este hombre profundamente perteneciente a la Iglesia y al mundo, a Dios y a la humanidad.

Scalabrini logró incidir en el ámbito político, pero no como un hábil estratega que entabla alianzas favorables a su objetivo aún legítimo, acabando con decaer en una diplomacia funcional, y también en relaciones humanas poco auténticas y poco confiables. Él sabía tejer las relaciones con humildad y verdad, a partir de una vida estupendamente unificada en la fe en Cristo crucificado y resucitado, es decir a partir de la acogida de la cruz, que siempre le abría el camino a inagotables estrategias de comunión con todos.

Fac me cruci inebriari

De hecho, él había aprendido a reconocer en cada sufrimiento y dificultad la presencia transformadora del Crucifijo, que desde niño había aprendido a amar y que después, a lo largo de los caminos de su vida, a menudo aún habría abrazado, pidiendo precisamente a la Madre de Jesús su misma fuerza invencible vivida en el Calvario: Fac me cruci inebriari.

En esta oración, que Scalabrini había hecho suya, divisamos aquella que podríamos llamar la decisiva inversión de marcha, aquella que parte del Otro por excelencia, Jesús crucificado y resucitado, el diferente de los diferentes. Y el lugar para esta experiencia es el encuentro concreto con el otro, con su rostro que a través de una irreducible diversidad nos cuestiona y nos inquieta, volviéndose la ocasión más propicia para que salgamos de nosotros mismos, en un éxodo provocado por aquella excedencia que no logramos asimilar o armonizar según nuestros esquemas preconstituidos. Una excedencia que expresa una huella de Dios, aquel misterio que atraviesa al otro y que yo no puedo reducir a mi medida, sino sólo acoger, respetar, perdonar, amar.

Scalabrini sabía que podía dirigir con confianza su oración a María, la Madre que participa en nuestras luchas y fatigas para que venga a luz la plenitud de la verdad, es decir la completa edificación del Cuerpo de su Hijo crucificado y resucitado, el Cristo total que va revelándose en el camino de la historia.

Sí, en María podemos contemplar nuestra humanidad ya llegada a la meta. Sin embargo en su rostro esplendido permanecen los signos de los dolores, de los trabajos del parto de nuestra existencia, en el que Ella, Madre de la esperanza, participa hasta que el Hijo sea formado en cada uno de nosotros y todos los miembros diferentes puedan reconocerse pertenecientes a Él.

Scalabrini fue el hombre de la esperanza verdadera. Por ello su testimonio cristiano sigue hablando hoy: no sólo a las dos Congregaciones fundadas por él, a nuestro Instituto Secular que en él se inspira, a su Diócesis, sino también a muchos hombres y mujeres que, en un clima de difundido miedo y pesimismo también con respecto al fenómeno migratorio, están asombrados por su visión positiva y profética.

 


Comunidades profecias de comunhão na diversidade

Ir. Analita Candaten, mscs

 

A experiência migratória marca toda a história da Salvação, que tem seu ápice na Encarnação e, com o Pentecostes, a Igreja forma a sua identidade: um povo sem fronteiras, reunido pelo Espírito. Continuar na Igreja esta experiência de Pentecostes, de modo especial no contexto migratório, significa construir comunidades que sejam verdadeiros espaços de comunhão e partilha das diversidades, um verdadeiro desafio que requer o empenho de todos, pastores e fiéis, cada um com seus próprios dons e carismas. Viver e anunciar o amor universal do Pai e colocar-se a serviço exige um peregrinar que comporta uma constante emigração, uma saída de si em direção ao outro, para partilhar com ele o pão da própria vida de batizados, para lavar com humildade os pés do peregrino, para perfumar o hóspede inesperado com o bálsamo precioso, para olhar com olhos de amor os migrantes feridos ou ofendidos na própria dignidade. Indivíduos e comunidades, todos são convidados para um caminho de comunhão, que vence toda a tentação de uniformidade e transforma a afirmação da própria identidade na celebração da div

ersidade do dom.

Nesse itinerário, em vista de comunidades que sejam profecias de comunhão nas fronteiras de tantas diversidades étnicas, culturais, religiosas e outras, primeiramente, os migrantes precisam ser vistos não como estrangeiros, mas como um dom, construtores ocultos e providenciais da fraternidade universal, junto a muitos outros irmãos e irmãs. A presença deles, quando acolhida e estimada, torna-se uma riqueza para todos e oferece às Igrejas particulares a oportunidade de realizar concretamente a sua identidade de comunhão e a ocasião de verificar a sua catolicidade, onde a diferença não está na soleira da porta ou obrigada a uniformizar-se. Viver a catolicidade é o caminho de reencontro entre as diversidades e experiência de comunhão entre as etnias. No passado, a prática da catolicidade estava nos missionários que partiam para terras distantes, hoje, os imigrantes oferecem a todos, e continuamente, a chance de viver a catolicidade. Acolher o imigrante na comunidade, aceitar o encontro e o diálogo com ele, é permitir uma renovação profunda da própria fé, é fazer realmente uma experiência eclesial e espiritual, é uma prova da fidelidade à Igreja de Cristo. A presença do imigrante interpela a responsabilidade dos fiéis como pessoas e como comunidade e esta tem a possibilidade de oferecer um luminoso exemplo de apostolado comunitário, colocando junto todas as diferenças humanas que ali se encontram, inserindo-as na universalidade da Igreja. São comunidades onde todos os agentes empenhados na pastoral migratória atuam em comunhão, em vista de uma pastoral de comunhão, que tem como horizonte a santidade, para o qual deve tender todo caminho pastoral.

A presença dos missionários nestas comunidades, superada a fase de emergência e de adaptação dos migrantes no país de acolhida, tornar-se-á um «diácono de comunhão». Com o seu «ser estrangeiro», ele será uma lembrança viva para a Igreja local, em todos os seus componentes, de sua catolicidade e as estruturas pastorais, ao serviço das quais ele está, serão um sinal, embora pobre, de uma Igreja particular empenhada, concretamente, num caminho de comunhão universal, no respeito das legítimas diferenças. Neste propósito, todos os fiéis leigos também são chamados a empreender um itinerário de comunhão que implique, sem dúvida, aceitação das legítimas diversidades. O diálogo fraterno e o respeito recíproco, o testemunho vivido de amor e de acolhida, constituirão em si mesmos a primeira e indispensável forma de evangelização.

Graças ao espírito de acolhida que deve animar a comunidade cristã, concretamente, possa ela fazer com que ninguém se sinta sem família neste mundo, porque a Igreja é casa e família para todos, «casa e escola de comunhão» e, sobre todas as estradas do mundo, seja ela testemunho do amor trinitário que se revelou na Páscoa de Jesus. Ele, verdadeiro vestigium Trinitatis, é o único critério que salva e mantém viva a tensão fecunda entre unidade e diferença na Igreja. Tal unidade, não vem da mesma origem de seus componentes, mas do espírito de Pentecostes, que faz de todas as nações um povo novo, o qual tem como fim o Reino, como condição a liberdade dos filhos e como estatuto o preceito do amor. O percurso de Babel a Pentecostes deve impulsionar a Igreja a testemunhar, já nesta terra, a possibilidade de viver em profunda comunhão na diversidade, valorizando a beleza e a riqueza dos diferentes dons que o Senhor doou a cada pessoa e a cada povo.

 

Todos peregrinos e missionários

O vasto movimento de pessoas que compõem as muitas faces do fenômeno das migrações, constantemente fazem memória, também, àqueles que nunca se afastaram de sua terra, de que todos os homens são peregrinos rumo à pátria celeste, porque a vida cristã é, essencialmente, uma passagem, uma sublime peregrinação, para a comunhão total no Reino de Deus. Desde o início, os cristãos compreenderam esta verdade e sentiam-se apenas peregrinos neste mundo, porque acreditavam que a verdadeira riqueza da vida futura não estava neste espaço e tempo. Esta verdade parece contrastar com a mentalidade do homem de hoje, tão onipotente e seguro de seus bens e pertenças temporais. Mudar esta concepção de vida requer um caminho de conversão e, na verdade, este é um grande desafio para os migrantes e para toda a Igreja, porque todos precisam sentir-se peregrinos no coração, na mente, no ânimo, relativizar o efêmero desta vida, desapegar-se das pertenças que os escravizam e, sobretudo, precisam criar o desejo das coisas eternas e seguras. O migrante, com o seu testemunho de fé, talvez possa ajudar a todos a ver positivamente a itinerância, a evocar a dimensão transcendente da vida, orientando-a para os bens nos quais a existência humana encontra plena justificação.

Enquanto peregrinos nesta terra, todos os membros da Igreja possuem em comum a vocação missionária, chamados a vivê-la conforme os dons e ministérios próprios. No que se refere à missão dos migrantes, desde sempre as migrações dos cristãos, ou a sua diáspora, constituíram veículo de evangelização, estímulo de missionariedade. Nos primeiros séculos, o cristianismo difundiu-se, predominantemente, porque os cristãos viajavam ou se estabeleciam em regiões onde Cristo não tinha sido anunciado e lá testemunharam a sua fé, fundaram comunidades cristãs maduras e eram testemunho de vida diante dos pagãos. Através dos séculos, e ainda hoje, a migração continua sendo uma ocasião favorável para a dilatação do Reino de Deus, quando os migrantes se tornam apóstolos do Evangelho e eles, os evangelizados, tornam-se os evangelizadores em muitas partes do mundo. Em qualquer lugar que chegue, o migrante católico é parte integrante da Igreja local, é membro efetivo do único povo de Deus, porque, com o Batismo, o cristão pertence à comunidade cristã do território no qual reside. Antes de ser um destinatário do anúncio, o migrante é um interlocutor, uma pessoa com a sua dignidade e a sua liberdade, portanto as Igrejas particulares são chamadas a abrir-se a uma melhor acolhida, também com iniciativas pastorais de encontro e de diálogo, mas sobretudo, ajudando os fiéis a superarem preconceitos e prevenções.

Por outro lado, a presença dos migrantes desafia a comunidade a considerá-los na totalidade de seu mundo cultural e dos seus valores espirituais. As interrogações que esta presença suscita, podem e devem representar também uma chance para uma identidade cristã mais eloqüente e para um testemunho de fé mais verdadeiro. O anúncio não deve uniformizar, mas reconciliar as diversidades, a fim de que a distância cultural e espiritual não seja uma ameaça para ninguém, mas um bem que todos podem alcançar. No âmbito de uma pastoral migratória, é necessário encontrar um modelo de comunicação que valorize a cultura popular, com as suas expressões humanas e celebrativas e reconheça o seu rico patrimônio cultural e espiritual como recurso para a Igreja local. Talvez esta via do encontro com as tradições e com a cultura, com a espiritualidade, com as expressões próprias da religiosidade popular e das legítimas celebrações litúrgicas dos migrantes, se torne um interrogativo fecundo para a fé dos fiéis e para as estruturas das comunidades, uma das chaves mais importantes para uma autêntica compreensão do Evangelho e certamente, um novo kairós missionário que chama em ação toda a Igreja. A pastoral específica para, entre e com os migrantes, exatamente porque é de diálogo, de comunhão e de missão, se tornará então expressão significativa da Igreja, chamada a ser encontro fraterno e pacífico, casa de comunhão, onde se vive a acolhida, a reconciliação, a fraternidade e uma autêntica promoção humana e cristã.

A missionariedade pressupõe que a relação pastoral de anúncio seja fruto de uma reciprocidade entre a comunidade dos fiéis e o mundo dos migrantes, onde a comunidade doa aquilo que está no centro de sua vida, e também acolhe aquilo que Deus fez e está fazendo naqueles a quem é enviada. Não basta proclamar a missionariedade dos migrantes, é necessário ajudá-los a serem verdadeiros cristãos, com uma fé madura, adulta e dar-lhes os meios para uma formação paciente e séria. Só assim os migrantes se tornarão missionários e o serão, não como um fato pessoal, mas um fato comunitário, porque a missionariedade dos migrantes nasce, se propõe, tem sentido e consistência, se for comunitária. Quando na comunidade a fé é anunciada, celebrada e testemunhada, transforma-se em exercício de caridade. Desta forma, a própria comunidade se torna anúncio e irradia a presença de Deus. Vendo-a, reunida no amor e em oração, as pessoas de hoje deveriam exclamar, como o visitante de quem fala Paulo aos Coríntios: «Verdadeiramente, Deus está entre vós» (1Cor 14,25). Sendo assim, efetivamente, os migrantes tornar-se-ão missionários.

A tarefa dialógico-missionária das migrações é de todos os membros do Corpo Místico, por isso, todos devem realizá-la na tríplice função de Cristo, Sacerdote, Rei, Profeta. Em grande parte, a missionariedade dos migrantes depende também da reintegração e valorização dos leigos em todos os aspectos da vida e do apostolado da Igreja: não apenas colaboradores, atores ou ouvintes, mas como co-responsáveis, protagonistas, operadores proféticos, administradores dos recursos. Para todos, a missionariedade é expressão de maturidade cristã e exercício de responsabilidade, por isso deve ocorrer uma verdadeira relação entre as diversas funções, ministérios e carismas, que o Espírito distribui entre todos os membros da Igreja. Não é só a distância geográfica que determina a missionariedade, mas também a situação cultural e religiosa do estrangeiro, que se encontra em quase todas as comunidades. Portanto, «missão» é ir até cada homem para anunciar-lhe Jesus Cristo e, n’Ele e na Igreja, colocá-lo em comunhão com toda a humanidade.

A Virgem Maria que, junto ao seu filho experimentou a dor intimamente radicada na emigração e no exílio, ajude a compreender a experiência, e muitas vezes o drama, daqueles que são obrigados a viver distantes da sua pátria e ensine a todos a colocar-se a serviço das suas necessidades, numa acolhida verdadeiramente fraterna, a fim de que as hodiernas migrações sejam consideradas um apelo, embora misterioso, ao Reino de Deus, já presente como primícias na sua Igreja e instrumento providencial ao serviço da unidade da família humana e da paz. E possam os migrantes ajudá-la a manter sempre mais vivo o sentido de sua itinerância na história, em vista de sua projeção escatológica.