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Collana Traditio Scalabriniana n. 3 (giugno 2006) - Approfondimenti, Testimonianze, Meditazioni
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Comitato di redazione |
Anna Fumagalli, mss, Etra Modica, mscs, Giovanni Graziano Tassello, cs |
| Segreteria tecnica |
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Contenuto |
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| Approfondimenti | |
| Testimonianze | |
| Presentazione La Traditio Scalabriniana in quanto work in progress comporta la ricerca di sempre nuove piste. La preziosa eredità spirituale affidataci dal beato Scalabrini va riletta ed incarnata là dove il Signore desidera che viviamo la nostra consacrazione. G. B. Scalabrini è essenzialmente uomo di comunione. "È davvero la comunione, vissuta personalmente ad ogni costo e messa in atto a tutti i possibili livelli, la nota che lo lega straordinariamente alla tradizione dei Padri della Chiesa, nutrimento sostanziale della sua meditazione quotidiana; ed è ancora la comunione che, sotto alcuni aspetti, lo fa precursore dello stesso Concilio Vaticano II" (M. G. Luise). Questa sua passione contagia le comunità in cui operiamo e che con noi vivono l’esperienza di pellegrini verso la patria e questa testimonianza di amore sollecita tutti coloro che incontriamo ad un cammino di comunione (cfr. Traditio Scalabriniana, n. 5). Le comunità migranti possono così trasformarsi in profezia del progetto di comunione caro al Padre. "Il percorso da Babele a Pentecoste deve indurre la Chiesa a testimoniare, già fin da ora, la possibilità di vivere una profonda comunione nella diversità, valorizzando la bellezza e la ricchezza dei diversi doni che il Signore dà a ciascuna persona e a ciascun popolo. L’annuncio non deve creare uniformità, ma invece riconciliare le diversità, affinché le distanze culturali e spirituali non costituiscano una minaccia per nessuno, quanto piuttosto un bene di cui tutti possiamo godere" (A. Candaten). Il vescovo di Piacenza ci insegna che la comunione è un dono da invocare poiché le tentazioni della frammentazione, dell’individualismo e della parcellizzazione sono tante. "La nostra impotenza e le nostre incapacità di fronte ai progetti di eliminazione delle differenze e di omologazione ci fanno invocare lo Spirito creatore di Pentecoste. La tentazione è sempre quella di fermarsi, mentre lo Spirito ci invita al continuo passaggio dalla comunione alla diversità e dalla diversità alla comunione" (cfr. Traditio Scalabriniana, n. 4). La conversione personale alla comunione significa fare propria la capacità di varcare le frontiere e sentirsi fratelli con tutti. Una rilettura della propria storia di vita e della storia del proprio Istituto ci svela quanto fruttuoso possa diventare questo approccio. "Il mio essere scalabriniano mi dà una precisa collocazione in questo momento della storia del mondo che dilata le mie appartenenze, per cui sento sempre più insopportabile ogni idea di confine, di delimitazione, di particolarismo culturale che voglia mettersi in competizione o contrapporsi ad altri" (S. Guglielmi). Sono in tanti a sostenere che la sfida più grande che la Chiesa deve affrontare agli albori del terzo millennio è il pluralismo. Solo la comunione nella diversità può dar risalto a questo "nuovo" cammino di Chiesa che vuole vivere autenticamente la sua missione: Chiesa "che è casa della comunione, dove la differenza non è lasciata alla porta o costretta ad uniformarsi. La persona di Gesù, figlio di Dio e figlio dell’uomo, vero vestigium Trinitatis, è infatti il solo criterio che salva e mantiene in vita la tensione feconda tra unità e differenza nella Chiesa" (cfr. Traditio Scalabriniana, n. 4). |