TRADITIO SCALABRINIANA

 

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Testimonianze

(testo in portoghese)

La via del dialogo tra le culture:  l’esperienza di una suora scalabriniana[1]

 Sr. Giuliana M. Bosini, mscs

 

 Incomincio facendomi aiutare dal pensiero di una grande santa, la figura mistica e profetica della filosofa e martire del nostro tempo Edith Stein, per me simbolo per eccellenza del dialogo tra le culture. Riporto alcune espressioni tratte dal suo libro Il mistero del Natale:

 Essere figlia di Dio vuol dire camminare con la mano nella mano di Dio, fare la Sua volontà e non la propria; porre tutte le proprie speranze e le proprie attenzioni nelle Sue mani e non preoccuparsi più del proprio avvenire. È qui che risiede la libertà e la gioia di vivere da figli di Dio. Ora, chi fra coloro che sono veramente pii, o anche veramente eroici e disponibili a fare dei sacrifici, è davvero pieno di questi valori? Essi si arrabattano di qua e di là, curvi sotto il pesante fardello delle loro preoccupazioni e delle loro responsabilità. Tutti conoscono la parabola degli uccelli del cielo e dei gigli dei campi. Ma ogni volta che incontrano qualcuno senza soldi, senza entrate, senza sicurezza sociale, ma che tuttavia non è ansioso per l’avvenire, scuotono la testa, completamente sconcertati. La fiducia in Dio non rimarrà veramente irremovibile se non quando non sarà capace di accettare dalla mano di Dio tutto ciò che ci può accadere. Lui solo sa che cosa è bene per noi… Se si riesce a fare ciò, allora è possibile continuare a vivere nel presente e nell’avvenire.

 La riflessione di Edith Stein mi sembra particolarmente illuminante per definire il punto di partenza per la realizzazione del dialogo: il decentramento da sé, che avviene tramite la fiducia in Dio e la libertà interiore dalle proprie preoccupazioni e responsabilità. Gli altri due elementi costitutivi del dialogo, secondo la psico-sociologa Margalit Cohen-Emérique[2], sono la penetrazione nel sistema di riferimento dell’altro e la negoziazione/mediazione.

Sono queste le tre coordinate a cui farò riferimento nella mia esposizione.

 

Il decentramento da sé

 Il percorso esistenziale che ha qualificato in me il dialogo è passato attraverso la via della negazione e il fallimento di tutto ciò che credevo di essere e di possedere. Mi sembra ora di capire che Dio, proprio perché ci ama, ci spinge in tutti i modi a guardare l’infinito: pertanto ci spoglia di tutto, perché nella realizzazione dei progetti che intende affidarci non confidiamo più in noi stessi. È un discorso duro da accettare per la persona che lo vive; solo la fiducia di essere nelle mani di un pastore fedele, che sa dove condurre il suo gregge, può farcelo sopportare. Come ha agito Dio con me?

Pensando a questo itinerario, mi ritrovo nella pagina di Luca 2,41-45:

 I genitori di Gesù ogni anno andavano in pellegrinaggio a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando Gesù ebbe dodici anni, lo portarono per la prima volta con loro, secondo l’usanza. Finita la festa ripresero il viaggio di ritorno con gli altri. Ma Gesù rimase in Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credevano che anche lui fosse in viaggio con la comitiva. Dopo un giorno di cammino, si misero a cercarlo tra parenti e conoscenti. Non riuscendo a trovarlo, ritornarono a cercarlo in Gerusalemme.

 Dopo una giornata di cammino, mentre pensavano che Gesù fosse in carovana con loro, scatta l’ansia della ricerca per Maria e Giuseppe. Dove era rimasto Gesù? La scoperta che Gesù non era sulla carovana della mia vita è avvenuta quando sono stata aiutata a capire che vivevo sulle logiche dell’efficienza, del fare e della volontà di riuscire, “arrabattandomi” come se tutto dipendesse da me.

A distanza, percepisco quel momento come l’arrivare sull’orlo di un precipizio, di un reale disorientamento. Allora Dio ha fatto nuovamente irruzione nella mia vita attraverso il dialogo con un sacerdote. Senza tanti fronzoli egli mi disse che, se volevo salvarmi, dovevo cambiare. Per me “tornare a Gerusalemme” voleva dire dedicare tempo a Dio, rimettermi in ascolto della Parola di Gesù, un ascolto che lui chiamava “amoroso”: lasciare che essa diventasse carne, Parola nuova, Pentecoste per la mia vita.

Il Signore Gesù stesso si è preso cura di me. Padre F. mi aveva insegnato che prima di tutto e al di sopra di tutto dovevo avere cura della mia vita, di quel recupero che Qualcuno aveva atteso con pazienza: non potevo deluderLo, rovinare il Suo progetto. E ormai l’avevo sperimentato: ne valeva della mia vita, della gioia di esistere!

Mi sembrava di essere un albero intaccato da un terribile bruco: l’amor proprio. Piano piano, però, mi accorsi che stava avvenendo una cosa straordinaria e nascosta nella mia vita: si spostava il punto d’appoggio da me a Lui. Era la condizione indispensabile per ricevere un cuore nuovo, capace di capire il valore dell’altro come realtà unica, con cui mettersi in rapporto e dialogare senza “asservirla” a sé.

A conferma di tutto questo, durante un ritiro, un sacerdote che era passato attraverso la riscoperta del suo sacerdozio, mi aveva detto in un colloquio: “Non temere, nemmeno se dovessi passare tre anni della tua vita chiusa in una stanza”. La cosa mi sconcertava.

È stato un altro dei tanti paradossi che ho sperimentato vero nella logica nascosta dell’azione di Dio, dove avviene il rinnovamento, la Pentecoste. È simbolicamente l’esperienza di Giona nel ventre del pesce. È il tempo del silenzio, della pazienza, del macerare, del non frutto, della lotta con sé e con Dio. Giona entra nel ventre del pesce con la sua testa, con la sua presunzione, rimane nel silenzio e recupera il senso delle cose e la sua relazione con Dio. Giona prega e si rivolge a Dio così: Dal tuo tempio santo tu mi hai sentito. Quelli che adorano gli idoli ti hanno abbandonato. Ma io canterò lodi a te, ti offrirò sacrifici e farò quello che ho promesso. Sei tu che salvi, Signore (Giona 2,8b-10).

Il tempo della rielaborazione interiore di noi stessi è molto delicato e a rischio, perché i fantasmi del fallimento si fanno vivi in maniera prepotente. È fondamentale l’aiuto della supervisione: c’è bisogno che qualcuno ti ascolti, interpreti con te il vissuto, ti dia conferme. Non dobbiamo mai abbandonare una persona a se stessa in questa fase, perché può fallire, cadere in depressione o, come diceva Teresa d’Avila, rischia di soffrire molto, se non è illuminata da un dotto. Da soli non riusciamo a comprendere lo spessore di ciò che avviene in noi.

 

Penetrazione nel sistema di riferimento dell’altro

 Guarire dalla percezione della “perdita di te”, perché hai Dio come tutto, è il primo passo per poter instaurare rapporti liberi, rivolti a qualcosa di grande, fuori di noi, aperti all’infinito.

È negli anni ’80 che la nostra congregazione delle Suore Missionarie di San Carlo Scalabriniane si è “incontrata” in misura più piena, almeno per ciò che riguarda il quadro culturale migratorio europeo, con il sistema di riferimento dell’altro.

Un vero e proprio incontro delle culture: dopo l’apertura delle comunità in Portogallo, è stata la volta della riqualificazione della nostra presenza in Francia con l’attenzione ai migranti nord-africani e portoghesi e, da ultimo, l’apertura nell’est europeo, in Albania e Polonia. Nello stesso periodo è stata notevole anche in Italia l’attenzione (in ambito educativo, pastorale e caritativo) al volto dello straniero che andava via via diversificandosi.

Siamo state provocate alla conoscenza diretta della realtà e dello stile di vita di chi ha una cultura diversa dalla nostra, con una attenzione precisa: quella di non sentire queste persone come qualcuno da “integrare”.

Il termine “integrare” comunemente evoca processi positivi di risposta ai problemi indotti dall’incontro con l’alterità. È così che in passato si è parlato di integrazione con riferimento all’inserimento scolastico di persone handicappate, ai processi di uscita da contesti di marginalità (tossicodipendenza, detenzione, sofferenza psichica, ecc.) ed anche ai temi dell’emigrazione. Vivere il dialogo e l’incontro interculturale partendo da questa prospettiva credo costituisca un grave equivoco, quanto meno di carattere semantico.

Qualsiasi dizionario della lingua italiana alla voce “integrare” indica tra le definizioni principali le seguenti (tratte dal Dizionario della lingua italiana De Agostini) o qualcosa di più o meno simile: - rendere completa una cosa aggiungendovi quello che manca; - completare: integrare un testo lacunoso; - mettere una cosa, altrimenti inadeguata o insufficiente, in condizione di bastare ai bisogni.

E del resto lo stesso termine latino integrare, che deriva da integer (integro), sta a significare l’atto di rimettere qualcosa nel suo stato originario. In altre parole il verbo integrare e i suoi derivati evocano comunemente il senso di mancanza, incompletezza, di assenza-dell’unità, di atto-che-completa. Si tratta di una parola che accompagna il ritorno di una costante del pensiero occidentale: la tensione verso l’Uno, verso l’unità, e lo scandalo della molteplicità. Nostalgia dell’Uno, simbolo di perfezione e di compiutezza: questo sentimento ha segnato profondamente il pensiero occidentale. Si tratta, di fatto, di una negazione di dignità alla dimensione dell’alterità, che è percepita come tale solo in quanto mancante-di-qualcosa e quindi da integrare. Non si integra chi non-è-qualcosa-perché-è-qualcos’altro: con lui si dialoga.

 

Negoziazione/mediazione

 La mia esperienza con il volto del diverso iniziò in Veneto con un gruppo di migranti senegalesi, che dal Sud Italia risaliva in cerca di fortuna. Avevano lasciato Siponto (Foggia) con una lettera di raccomandazione di un missionario scalabriniano. Li incontrai in Piazza Duomo a Padova, mi chiesero dov’era la Caritas: lì pensavano di trovare vitto, alloggio e un lavoro. Iniziai a spiegare loro dove dirigersi, poi vedendoli sprovveduti decisi di accompagnarli alla sede che distava poche centinaia di metri. Salii insieme e ricevetti con loro la “cattiva notizia” che era possibile ricevere solo due buoni-pasto alla settimana e vestiario. Uscendo camminai con loro, prendendo tempo per pensare: e adesso… a chi li affido? Entrai nella Chiesa dell’Adorazione, che a Padova è dedicata a S. Lucia… per avere luce. Mi attesero fuori, erano musulmani. Decisi di portarli con me in comunità: sapevo di sconvolgere non tanto le Suore, quanto il paese, ma era un gesto che ci avrebbe fatto bene. In un primo momento furono alloggiati presso il parroco. In seguito, tra gare di solidarietà, chiacchiere e critiche, il piccolo gruppo di migranti senegalesi trovò in pochi giorni uno spazio dignitoso.

Ndam, Fallu e Moustaphà contribuirono ad educarci al dono dell’intercultura. La loro presenza, infatti, mise in moto condivisione, curiosità, interscambio, voglia di sapere e di trovare elementi comuni per un dialogo costruttivo.

Penso che come Scalabriniane siamo chiamate a fare sempre un passo in più nell’incontro con l’altro, ad andare oltre, intuendo tra le righe le attese e i bisogni dell’altro. Questo approccio, se continuativo e spoglio da interessi, permette di instaurare rapporti di empatia e questo è indispensabile per lanciare un ponte tra le culture. L’altro deve percepire che mi interessa, che mi prendo cura di lui / di lei, che il suo vissuto mi sta a cuore, che i suoi problemi non sono accolti superficialmente. A questo riguardo può essere di aiuto tener presente il significato del termine inglese care, diverso da cure: non si tratta di somministrare all’altro ciò di cui egli necessita, ma di prendersi a cuore tutta la situazione della sua persona.

Un altro aspetto importante[3] è stato l’incontro con nuove culture nel paese di provenienza dei migranti. Tra le esperienze che ho potuto fare nei diversi invii missionari, mi voglio fermare sul tempo vissuto in Africa, perché è particolarmente significativo in riferimento al dialogo interculturale. L’esperienza, condivisa con una sorella ed una novizia, non è stata vissuta in contesto scalabriniano: infatti, in entrambe le città visitate (Kinshasa e Mbujimay) siamo state ospitate da altri istituti religiosi femminili.

In casa d’altri si può sperimentare qualcosa della fatica del migrante. Tutto diventa più difficile: capire le lingue, il vissuto, il senso del tempo e degli impegni, la cultura del magico, della maledizione e della benedizione, la richiesta assillante di aiutarli ad uscire dal loro paese, insieme allo sfinimento per il caldo, la mancanza d’acqua, di mezzi e di strade, il cibo pesante, il fatto che le tue scelte sono sulla bocca di tutti… In questi contesti si sperimenta molta gratitudine per coloro che ci fanno sentire a nostro agio in una situazione in cui la negoziazione e la mediazione sono difficili per la non conoscenza delle culture locali nei loro punti di riferimento.

Come mai prima d’ora, ho capito il valore del rispetto e del dialogo nella concretezza. La Chiesa locale si è assunta il compito di inculturare la fede, di renderla vicina alla gente e in questo ci è davvero maestra. Con l’aiuto di movimenti internazionali sta spingendo le diocesi a dirsi “famiglia di Dio”, a fare una lettura più obiettiva della realtà del paese e a denunciare le ingiustizie subite. La gente, oppressa fino all’inverosimile da poteri interni ed esterni al paese, trova nella Chiesa il respiro fresco della speranza. Non togliamo a questo popolo la fiducia in Dio, sarebbe come ucciderlo!

Durante le liturgie eucaristiche si canta con gioia a Colui che è il liberatore. Uno dei numerosi segni di inculturazione della fede è il crocifisso appeso sulla pelle di un leopardo, considerato il re della foresta. Bisogna tener presente che il capo del villaggio, quando presiede una riunione importante, ha ai suoi piedi la pelle del leopardo. Ora, Gesù è il capo per eccellenza, il forte, il re a cui dare lode e onore. Nella liturgia avviene una vera e propria danza con i simboli della battaglia e con i fiori della vittoria.

 

Capaci di sognare un mondo migliore

 Il tempo del deserto, dell’abbandono faticoso a Dio e al Suo progetto d’amore è difficile da capire perché sfugge ai nostri sensi. Si delinea intanto l’opera dello Spirito, la stagione della bellezza interiore. Mentre Gesù “arava con la sua croce il deserto della mia anima” e con Lui passavo in mezzo a tante difficoltà, Egli dava a me gli strumenti, attraverso il perdono, per “arare” il campo difficile delle persone che mi erano affidate.

In un sacrificio costante, ma ricco di speranza perché si intravede l’oltre, si sperimenta che il dialogo con le culture passa attraverso l’amore più grande: dare la vita per i fratelli. Allora nasce una “vigna” nascosta, segreta, dove la persona si intrattiene sola con Dio, l’amato, dove la difficoltà diventa gioia, dove il silenzio si fa eleganza, dove tutto s’impara a vedere da un’altra ottica, dove ciò che vale è riscattare la vita dei fratelli.

In questa “vigna” è inebriante scoprire la bellezza del vederci riflessi – come in uno specchio – nell’immagine diversa del volto dell’altro. Allora si possono sognare relazioni nuove, sia incontrando il giovane marocchino, che lascia il suo lavoro per aiutarmi a portare i fiori della cappella dicendomi: “Vengo anch’io a comprare per vendere, è un pane duro”; o la donna rumena sfuggita alla mafia internazionale della prostituzione e che piangendo, ma con dignità, chiede aiuto; o la madre di famiglia, ecuadoriana, che nel trauma per la morte della sorella decide di ricongiungersi alla sua famiglia, scoprendo di nuovo il valore dell’amore per i figli e per il marito da cui è separata; o, ancora, l’anziana signora che cerca sicurezza e affidabilità nella scelta di un’assistente domiciliare straniera nella propria casa.

Ma è altrettanto preziosa l’esperienza di essere noi stranieri in terre lontane, di dover affrontare dalla parte del gruppo minoritario l’impatto con la cultura di accoglienza, di toccare con mano tutta la fragilità dello sradicamento. La libertà interiore, che è dono di Dio, ci permette di vivere tutto questo senza restarne schiacciati, anzi godendo di ciò, senza sentirci minacciati nella nostra alterità.

E piano piano prende forza il sogno di un mondo migliore.


[1] Relazione tenuta a Solothurn durante l’incontro delle Direzioni generali dei tre Istituti della Famiglia Scalabriniana (15-18 giugno 2001).

[2] Nata in Tunisia, di religione ebraica, Margalit Cohen-Emérique è successivamente emigrata in Israele e poi in Francia, dove si è affermata come formatrice, ricercatrice ed insegnante presso l’École Superieure en Travail Social di Parigi.

[3] Merita un approfondimento a parte l’incontro tra culture diverse all’interno della congregazione e, in particolare, nel cammino formativo.