MeditazioniLa diversità nel progetto di Dio secondo i primi capitoli della Genesi[1]Anna Fumagalli, mss La nostra ricerca prova a prendersi a cuore una sola domanda tra le tante possibili con cui ci potremmo avvicinare ai primi capitoli del libro della Genesi, una domanda che a motivo della nostra vocazione scalabriniana ci viene affidata come una particolare responsabilità: mi riferisco alla dimensione della diversità, che nell’esperienza quotidiana è spesso vista come ostacolo alle relazioni piuttosto che come via da percorrere per l’incontro con l’altro. Si tratta di una ricerca, dunque, che non facciamo solo per noi stessi, ma come servizio alla Chiesa e alle società di oggi, dove la convivenza delle diversità è tra le sfide più attuali. Ciò che posso comunicare attraverso questo contributo non è solo frutto di studio[2], ma soprattutto di comunione, cioè della ricerca condivisa con la mia comunità nell’incontro con tanti migranti e giovani sulle strade della vita missionaria. Se così come siamo - cioè come gente che ha ricevuto una vocazione specifica e lungo il cammino ha maturato una speciale sensibilità - ci mettiamo in un ascolto profondo, fatto di studio e preghiera, dei testi biblici così come sono, ci possiamo trovare sorpresi nel vedere quanto i temi che più ci stanno a cuore siano presenti lungo la Bibbia.
Due diversi racconti Già dalle sue prime pagine la Bibbia ci sorprende con qualcosa di strano! Si apre con due diversi racconti di creazione, messi uno dopo l’altro: dopo il primo (il racconto della creazione in 7 giorni...), il testo pare ricominciare da capo (il racconto della creazione di un giardino per l’uomo...). La questione della loro precisa delimitazione è discussa, ma certamente li possiamo identificare con il capitolo 1 e il capitolo 2 del Libro della Genesi. Le ipotesi di lavoro degli studiosi ci dicono che i due racconti hanno avuto origine in due momenti diversi della storia del popolo di Dio, a ca. 500 anni di distanza l’uno dall’altro. Quello messo per primo risulterebbe il meno antico, risalirebbe al tempo dell’esilio del popolo a Babilonia (587 aC); il secondo, invece, al tempo di Salomone (1000 aC), due situazioni storiche molto diverse. Sappiamo di non essere di fronte ad un resoconto circa gli avvenimenti dell’inizio, cioè il quando e il come delle origini del mondo, ma a racconti di genere simbolico, sapienziale, che sono testimonianze di fede riguardo al senso di tutto ciò che esiste, al perché e al chi della creazione. Per questo, il fatto che in momenti storici diversi siano nati racconti diversi per spiegare le origini del mondo lo possiamo anche capire; più difficile per noi è comprendere che siano stati lasciati uno accanto all’altro, rinunciando ad armonizzarli, tagliarli, ecc. Di fronte a situazioni simili, che non sono rare nella Bibbia, per decenni la cosiddetta “critica letteraria” classica o la “critica della redazione”, che sono ramificazioni del metodo storico-critico, ci hanno giustamente insegnato a dare una spiegazione storica a queste incoerenze, a ricostruire il percorso della composizione di tali racconti in tutti i loro strati. Queste ricerche, però, non ci hanno aiutato a comprendere il senso delle differenze presenti in essi e a leggerle in profondità a partire dal fatto che la Bibbia oggi si presenta a noi con racconti diversi, messi l’uno accanto all’altro. Da qualche decennio gli studiosi sono diventati più attenti alla “forma finale” dei testi biblici, cioè ai testi così come sono stati raccolti e sistemati per noi che ora li leggiamo. Di conseguenza siamo in grado di riconoscere nella presenza di racconti diversi uno accanto all’altro un segno: già dalle prime pagine, la Bibbia ci testimonia di non temere la diversità, le divergenze. Anzi: chi ha qualcosa di grande da presentare, da testimoniare, impara a stimare la diversità, si accorge che è preziosa perché impedisce di restringere l’orizzonte e fa intuire che le cose sono più grandi di ciò che possiamo da noi stessi immaginare e comprendere.
Genesi 1 Il racconto è noto, segue il ritmo della settimana. Ma soprattutto vi ritorna per 7 volte l’espressione: Dio vide che era cosa buona, anzi bella e buona (vv. 4.10.12.18.21.25.31). Nel progetto di Dio la vita, il mondo, l’uomo, tutto è buono. E in questa creazione bella e buona, ogni cosa è diversa dall’altra: lo troviamo sottolineato attraverso vari accorgimenti. Secondo Genesi 1, infatti, c’è un nesso profondo tra creazione e separazione (cfr. lo studio di P. Beauchamp, 1967). Generalmente la separazione ci richiama un’esperienza dolorosa, propria non tanto dell’inizio quanto della fine, del giudizio finale: in Genesi 1 scopriamo che si tratta di una dimensione che è anche strettamente connessa alla creazione. Mettendoci alla ricerca dei verbi con cui Genesi 1 presenta l’azione creatrice di Dio, infatti, scopriamo che Dio crea dicendo, facendo, ma anche separando. Non solo il verbo separare ritorna più volte – a proposito di luce e tenebre (v. 4.18), di acque sopra il firmamento e acque sotto il firmamento (vv. 6-7) – ma nel testo troviamo anche altre espressioni che vanno a sottolineare la separazione: acque e suolo asciutto (v. 9); ciascuno secondo la loro specie (vv. 11-12; 21.24-25); per distinguere il giorno dalla notte (v. 14); maschio e femmina (v. 27). Perché una cosa esista, deve essere distinta e, dunque, limitata - non può essere contemporaneamente luce e tenebra, non può essere tutto... - deve accogliere di essere quello che è e, di conseguenza, aprirsi a ciò che è diverso da sé.
Genesi 2 In Genesi 1 l’opera di Dio raggiunge il culmine della sua bontà con la creazione dell’uomo: ...ed ecco, era cosa molto buona (1,31). Ora, in Genesi 2, l’uomo è il primo ad essere creato (2,7). Sono due modi diversi per dire la stessa cosa: Dio ha creato l’universo e tutte le bellezze della natura per gli uomini! E per loro Dio prepara un giardino stupendo (2,8)! Il racconto mostra che nel giardino l’uomo ha a disposizione tutto ciò che serve alla vita e molto di più: un terreno fertile (4 fiumi) e ricco (oro), dove ogni frutto è abbondante (2,10-14). Quando tutto sembra concluso, il racconto introduce un ulteriore intervento di Dio: Non è bene che l’uomo sia solo (2,18). Per chi legge di seguito i due racconti della creazione il contrasto è forte: dopo le 7 ripetizioni in Genesi 1, Dio vide che era cosa buona (kî tôb), qui troviamo Non è cosa buona..., cioè la stessa espressione ripresa alla forma negativa (lō’ tôb). In questo modo il testo ferma l’attenzione: quello che sta per essere raccontato è un aspetto importante della creazione, senza il quale essa non è ancora buona! Non si tratta propriamente del racconto della “creazione della donna”. In effetti, da questo momento in poi (2,23) troviamo nel testo ebraico non solo un nuovo termine per dire donna, ’îššâ, ma anche un nuovo termine, ’îš, per dire uomo! Il termine usato fin qui per dire uomo, invece, è ’ādām, che può avere un senso individuale o collettivo (più avanti lo troveremo anche come nome proprio) e che può significare uomo nel senso di persona umana. In italiano questa differenza di termini non si vede: la versione italiana del racconto della creazione parla fin dall’inizio di uomo e noi naturalmente immaginiamo l’uomo maschio. La versione tedesca della Bibbia, per esempio, è invece più vicina al testo ebraico perché traduce ’ādām con il termine Mensch, che indica la persona umana. Ciò che stiamo dicendo non significa che Dio ha creato prima un uomo generico, né maschio né femmina (v.7), e poi ha creato l’uomo e la donna! Invece: il testo racconta l’unica creazione dell’uomo in due tempi per dire che essa raggiunge la sua pienezza con la creazione di una fondamentale diversità. La vita secondo il progetto di Dio, dunque, è vita piena quando è vissuta in relazione con l’altro, in dialogo con l’altro, che è diverso da me! Allora la vita diventa feconda, porta frutto! Questo non vale solo per la relazione tra l’uomo e la donna! Tale relazione, essendo la più intima, si rivela piuttosto come la più adatta per dire qualcosa di fondamentale, che vale per ogni relazione: la vita umana secondo il progetto di Dio si realizza nella relazione e nel dialogo, si realizza là dove ognuno tiene conto dell’altro diverso da sé. Il segno della costola tolta all’’ādām (vv. 21-22) – percepito in genere come negativo – esprime non solo il fatto positivo che uomo e donna sono della stessa natura, ma soprattutto dice la radicale incompletezza della persona umana ed il suo costitutivo bisogno dell’altro e dell’Altro. Il progetto di Dio, dunque, considera il limite non come un ostacolo, ma come la via che apre l’uomo alla relazione con l’altro, il quale – possiamo dire: per fortuna! – è sempre diverso da me. Il segno di cui il racconto si serve è chiaro: la persona umana è mancante! Riconoscere in un deficit una potenzialità certamente non è automatico, implica una fatica e tuttavia possiamo essere sicuri che tale fatica è feconda, perché intimamente connessa alla possibilità di entrare in relazione con l’altro non... nonostante, ma grazie alla diversità! Una prima conclusione. Non possiamo entrare ora nei dettagli del testo, ciò che abbiamo visto fin qui, però, è sufficiente per poter dire: nel progetto di Dio per l’umanità, così come Lui dall’eternità l’ha pensata, la diversità è fondamentale, buona, preziosa. Sapere questo non è poco: al minimo possiamo essere certi che l’uniformarci, il tentare di rendere l’altro uguale a noi o di farci uguali all’altro – magari in nome del dialogo! – non è la strada. Conosciamo un testo significativo a questo proposito: la torre di Babele in Gn 11,1-9. Ogni mancanza di stima nella diversità è un passo indietro nella creazione: voler rendere l’altro come me è decreante, ci porta lontano dal progetto di Dio. Come continua, però, il racconto biblico di Gn 2-3? Basta scorrere il testo di poche righe e la situazione cambia radicalmente. Il racconto è noto: a partire da un dialogo con il serpente (Gn 3,1-7), succede qualcosa per cui l’uomo e la donna non possono più vivere nel giardino che era stato fatto per loro. Il primo quadro sulla vita fuori dal giardino (Gn 4,1ss) è la storia di una relazione, quella tra due fratelli, Caino e Abele.
Genesi 4,1ss Nemmeno due fratelli sono uguali: la relazione tra Caino e Abele è presentata qui come il paradigma della relazione con l’altro diverso da me. A cominciare dal fatto che uno è nato prima e l’altro dopo, persino due fratelli devono accettare di essere diversi! E qui ci è raccontata la storia di una diversità non accolta. Non entriamo ora nel percorso di questo testo, solo notiamo come fin dall’inizio (4,2b-4a) il racconto accentui le differenze. In pochi tratti, infatti, fa riferimento a culture e a forme di religiosità diverse: da un lato la vita nomade del pastore, dall’altro quella stabile del contadino; e ancora: chi vive di pastorizia sacrifica a Dio gli animali del suo gregge, chi coltiva la terra ne offre a lui i frutti. Ma conosciamo la tragica conclusione del racconto: Caino uccide suo fratello! Quella diversità che nel progetto di Dio è presentata come buona, anzi preziosa, ora è sperimentata invece come differenza ingiusta, che suscita gelosia e malcontento. Ciò che nel progetto di Dio è il luogo stupendo della possibilità di vivere in relazione, in dialogo, in comunione, diventa qui – fuori dal giardino – il luogo del confronto e della gelosia.
Genesi 3 A questo punto ciò che viene in risalto è soprattutto il contrasto tra il doppio racconto della creazione (Genesi 1 e 2) e il racconto di come prosegue la vita fuori dal giardino (Genesi 4)! La vita fuori dal giardino, cioè la condizione attuale dell’uomo – fuori da quel giardino che era stato creato per lui – non è quella che Dio da sempre ha sognato per l’uomo. E il contrasto tocca proprio la fondamentale dimensione della diversità: fuori dal progetto di Dio, l’uomo non sa più accogliere l’altro nella sua diversità e, prima di tutto, non sa più accogliere la propria diversità. Come spiegarci questo drastico cambiamento di scena? Che cosa fa problema? Per rispondere a questi interrogativi dobbiamo capire il racconto che segna il passaggio tra le due situazioni. È il racconto della tentazione, del dialogo tra la donna e il serpente (3,1-7), al centro del quale sta il comandamento dato da Dio all’uomo subito dopo la sua creazione: Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti (2,16-17). Già dalle prime battute del dialogo, però, il comandamento di Dio viene stravolto: il serpente lo riferisce infatti a tutti gli alberi del giardino. Non avevamo letto, invece, che quel giardino era stato fatto per l’uomo? Davvero Dio proibisce all’uomo di avvicinarsi a tutti gli alberi del giardino? Già alle prime parole del serpente, dunque, la realtà è stravolta, anzi è la stessa immagine di Dio ad essere stravolta. La risposta della donna (3,2-3), a prima vista, sembra quella di chi, non lasciandosi condizionare, ristabilisce la verità. Se guardiamo più da vicino, però, ci accorgiamo che la sua risposta è problematica e rivela che le parole del serpente hanno insinuato in lei dei dubbi su Dio. Lo mostrano due elementi: 1) La donna esagera il comandamento aggiungendo alla proibizione di mangiare del frutto di quell’albero (si trattava di non appropriarsi...), anche la proibizione di toccarlo; in questo modo la donna mostra di non comprendere il comandamento di Dio: la sua obbedienza è dunque esterna. 2) La donna confonde gli alberi e si riferisce all’albero che sta in mezzo al giardino, che in 2,9 era l’albero della vita, mentre il comandamento riguarda l’albero della conoscenza del bene e del male; ne risulta l’immagine di un Dio che vuole limitare all’uomo la vita!
Le successive parole del serpente (3,4-5) semplicemente confermano alla donna l’idea di un Dio geloso dell’uomo. Questa falsa immagine di Dio ha conseguenze enormi: quando dubitiamo che Dio voglia il bene per noi, allora incominciamo a decidere da soli che cosa sia bene per noi! L’uomo ingannato dal serpente è l’uomo che, dubitando che Dio voglia il suo bene, incomincia a decidere da solo quale sia il proprio bene. Dio diventa il nemico di cui liberarsi. E ci si sostituisce a Lui, rifiutando di essere diversi da Lui, di accogliere Dio come Dio e di accogliersi come creature. Ormai la disobbedienza è inevitabile. E coinvolge anche altri: di fatto facciamo l’esperienza che il male ha un’incredibile ed imprevedibile forza di contagio. Incomincia da una scelta che pare non far male a nessuno e poi va ben al di là di ciò che potevamo immaginare. Il resto del racconto è tutto e solo conseguenza: l’uomo e la donna ormai hanno paura l’uno dell’altro (cfr. 2,25 con 3,7: la vergogna è un’espressione della paura, il sentirsi minacciati nella propria fragilità, il timore che l’altro ci faccia male), hanno paura di Dio e si nascondono (3,10: Ho avuto paura...). La comunione è rotta a tutti i livelli. La chiave è in quel comandamento iniziale dato da Dio all’uomo (2,16-17). Infatti, con la proibizione di decidere da sé che cosa è bene e che cosa è male, di determinarlo in proprio invece che fidarsi di Dio, quel comandamento dice che l’uomo – secondo il progetto di Dio - è qualcuno per il quale vivere è fidarsi di Colui che lo ha voluto, che gli ha dato la vita non come un dono che si riceve una volta per tutte e poi si gestisce da sé, ma come un dono da ricevere continuamente in un costante rapporto di fiducia in Colui che è la fonte della vita. Appena s’insinua la sfiducia in Lui, tutto è stravolto. Ecco allora le conseguenze: l’uomo che non si riconosce più creatura, non sa più riconoscere nel proprio limite una fortuna, l’occasione per aprirsi alla relazione con l’altro, che invece è sentito come un concorrente, una minaccia. E l’uomo non sa più accogliere l’altro nella sua diversità!
Conosciamo la Via Siamo allora in grado di comprendere, a questo punto, che la possibilità di accogliere l’altro nella sua diversità non può trovare la sua via d’uscita, la sua realizzazione su un piano orizzontale, ma ha il suo fondamento nel rapporto verticale con Dio. L’accoglienza della diversità è una questione verticale prima che orizzontale! Sembra perfino qualcosa di troppo semplice, eppure questi testi ce l’affidano come una chiave che può riaprire la via dell’incontro a tutti i livelli: tra persone di cultura diversa, tra le generazioni, tra uomo e donna, tra me e ogni altro… Non possiamo, però, leggere i racconti della creazione con nostalgia! Li leggiamo con speranza: non come un passato che abbiamo perso, un inizio da cui ci siamo allontanati, ma come il progetto eterno di Dio per l’umanità, un futuro che abbiamo davanti e non solo…: un futuro di cui conosciamo la Via! C’è una corrispondenza particolarmente significativa tra le prime parole della Genesi ed il Nuovo Testamento, cioè le prime parole del Vangelo di Giovanni: In principio era il Figlio eterno del Padre... Il progetto del Padre è tutto racchiuso nel Figlio: non è rimasto un sogno di cui avere nostalgia, si è pienamente realizzato in una persona, Gesù di Nazareth. Gesù, il Figlio in tutto dipendente dal Padre, continuamente riferito al progetto del Padre, è l’uomo vero, cioè l’uomo che – nel ricevere continuamente la vita dal Padre e nel rimanere in un rapporto costante di fiducia e di dipendenza da Lui – può vivere la sua vita in una continua apertura all’altro, una vita per l’altro, per ogni altro, anche il più diverso, il nemico. È Lui la Via per realizzare pienamente il progetto del Padre: diventare figli per diventare uomini veri.[1] Relazione tenuta a Solothurn durante l’incontro delle Direzioni generali dei tre Istituti della Famiglia Scalabriniana (15-18 giugno 2001). [2] Punto di partenza di queste riflessioni è stato per me il Corso di Antropologia Biblica tenuto dalla prof.ssa Bruna Costacurta presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma: le sono grata per le sollecitazioni ricevute lungo il corso come anche per le diverse occasioni in cui è stato possibile continuare il dialogo su questi temi.
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