TRADITIO SCALABRINIANA

 

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Approfondimenti

G. B. Scalabrini, uomo del dialogo[1]

 p. Gaetano Parolin, cs

 

          Parlare di Scalabrini come uomo del dialogo, vuol dire leggere la vita e le opere del nostro Fondatore con una categoria epistemologica e teologica contemporanea.

          Dagli scritti informatizzati, il termine, al singolare, non compare. Tanto meno Scalabrini teorizza sul dialogo. Compare al plurale, per quanto ci risulta, una sola volta. Quando Scalabrini dice che Gesù parlava con immagini, parabole e, “per imprimere più vivamente nello spirito la verità impegna dialoghi animati cogli uditori”[2].

          Il termine “dialogo” compare invece, almeno quattro volte, nei commenti agli scritti. Ricorre nelle brevi introduzioni alle lettere pastorali del 1885 e 1894[3], nella presentazione del volume “Scalabrini e le migrazioni moderne”[4] e nella presentazione della quarta parte di “Scalabrini una voce viva”. Qui infatti si legge:  “La conciliazione è un ideale che abbraccia tutti gli aspetti della vita dello Scalabrini. Egli concilia il realismo della storia vissuta con l’amore intrepido alla verità, la libertà e la franchezza del dialogo con l’obbedienza, l’amore per quanto di bello e di buono Dio ha messo a disposizione nel creato con l’amicizia degli uomini”[5].

          Questo significa che già abbiamo usato una categoria particolare per leggere Scalabrini. Scopo di questa breve riflessione è quello di vedere come la personalità, lo spirito, gli atteggiamenti di Scalabrini possono essere definiti e compresi nella categoria del “dialogo”.

         

La filosofia dialogica: il dialogo ambito dell’incontro

           La pratica del dialogo è oggi considerata della massima importanza in tutti gli ambiti della vita umana. Ogni forma di convivenza, per essere feconda e pacifica, deve essere articolata attorno alla comunicazione mutua di coloro che la compongono. Particolare sviluppo ha avuto nella Chiesa, dopo il Concilio Vaticano II e la elaborazione fattane da Paolo VI nella Enciclica Ecclesiam Suam e nella Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi.  Il dialogo è diventato la cifra della missione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Si parla quindi di dialogo ecumenico, dialogo interculturale e dialogo interreligioso. Certamente Scalabrini non ha teorizzato questo tipo di dialogo, anche se sull’ecumenismo ha una pagina stupenda. Prima di tutto questo però, il dialogo ha una sua profondità filosofica e teologica, una dimensione sostanziale, che Scalabrini ha vissuto in pienezza.

          Che cos’è infatti il dialogo? Quali sono gli elementi essenziali, la cui presenza determina il rapporto dialogico e la cui assenza lo fa scomparire? Qual è lo spirito, il denominatore comune che permette di qualificare determinati rapporti come dialogo?

          È interessante notare come subito dopo la morte di Scalabrini si sviluppi un pensiero nuovo, il pensiero dialogico appunto, per uscire dalla crisi spirituale provocata dalla guerra. Basti citare Martin Buber e la sua concezione filosofica, secondo la quale il senso della vita sta nel principio dialogico, nel rapporto duale io-tu.

          I pensatori dialogici, che si consacrarono allo studio radicale del linguaggio nella decade dal 1920 al 1930, si ispirarono addirittura alla Bibbia, come luogo per eccellenza del dialogo. Prima che mezzo per comunicare, il dialogo è ambito della creatività e dell’incontro, non mezzo per un fine, ma in sé una meta. Perché ogni vita vera è incontro. Vivere in dialogo significa orientare l’esistenza sulla via della creatività e dell’incontro, e adattarla così alle esigenze proprie di una vita personale. Perché l’uomo, in ultima istanza, è per costituzione un essere di incontro e di relazione[6].

 

Fondamenti storici e teologici del dialogo

           Se dalla filosofia dialogica passiamo alla antropologia teologica, possiamo cogliere le dimensioni più profonde del dialogo.

          Per san Gregorio di Nazianzio, il fondamento dell’uomo è depositato nella sua creazione avvenuta per mezzo della Parola che Dio gli ha rivolto. L’uomo è un essere chiamato all’esistenza come interlocutore di Dio. Per Gregorio la dimensione dialogica, la dimensione della conversazione, della comunicazione, è la più profonda verità dell’uomo. L’uomo non è dunque un essere isolato, a sé stante. Anzi, la più evidente conseguenza di questo è che l’uomo prende coscienza di sé – anche nel senso di sé come realtà che non cambia, che permane e fa da fondamento all’io – solo di fronte ad un altro. L’uomo, come realtà dialogica, come realtà creata da Qualcuno che gli ha rivolto la parola, è in ultima istanza un “essere della risposta”. La vita dell’uomo può essere benissimo intesa come il rispondere a colui che costantemente, incessantemente, gli rivolge la parola. E nel mondo degli uomini noi viviamo la nostra novità sullo stesso principio, cioè quello della conversazione, del dialogo.

          Secondo questa intuizione del Nazianzieno, la dimensione dialogica dell’uomo, sulla quale si fonda la continuità della sua storia personale, viene individuata e resa cosciente nei rapporti interpersonali, di fronte ad un tu e in mezzo ad un noi. Anzi questa particella oggettiva dell’io non è qualcosa di estraneo introdotto nell’uomo, qualcosa su cui in un secondo momento egli viene costruito, ma è il principio dialogico stesso che permette all’io di percepire se stesso come assolutamente inconfondibile proprio nel suo relazionarsi. È là che l’uomo sperimenta la sua grande originalità[7].

La realtà dialogica dell’uomo, come verità profonda dell’uomo, emerge dalla concezione teologica della persona. La persona umana è creata ad immagine di quella divina. Nel suo nucleo la persona umana è costituita dalla partecipazione nello Spirito Santo all’amore di Dio Padre. Frutto dell’amore di Dio, di una relazione divina, della kenosi e dell’estasi di Dio, la persona si realizza proprio nella relazione, nell’estasi, nella kenosi, proprio riconoscendo l’altro non solo come esistenza oggettiva, ma anche come ambito della percezione di se stessi. La persona vera è la persona in dialogo. Ad immagine della Beata e Santissima Trinità che è mistero di comunione nell’amore, insieme unità e distinzione. Dio è sì sostanzialmente Uno, ma pure esiste in Lui il fenomeno di una attività dialogica, d’una distinzione e d’un rapporto di colloquio (trinitario). Accanto alla sostanza si trova anche il dialogo, la relatio, intesa come forma ugualmente originaria dell’essere e non catalogabile fra gli accidenti.

L’uomo è nella sua verità un essere religioso perché è persona creata ad immagine delle persone divine che si definiscono proprio attraverso l’amore reciproco l’una per l’altra. In questo uscire da se stessi, in questo exodus dell’uomo è il cuore della sana fede e della sana spiritualità. L’uomo spirituale ricorda agli altri uomini, tramite se stesso, le Persone divine. L’uomo, vivendo pienamente la sua verità antropologica, è la persona del riconoscimento degli altri, della spoliazione di sé, dunque è immagine dell’amore. Ed è proprio l’immagine dell’amore quella che più d’ogni altra parla di Dio, lo ricorda costantemente. Come il mistero pasquale di Cristo, la sua morte la sua risurrezione[8].

          È quanto intendono i teologi quando definiscono la persona come “unità dialogale spirituale. Unità: una persona secondo il dinamismo del corpo, dell’anima e dello spirito. Unità dialogale perché costitutivamente divina e umana. Unità dialogale spirituale perché eternamente viva nell’amore in comunione con Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo”[9].

          Da qui discendono le caratteristiche del dialogo. “I termini del dialogo – scrive Pietro Rossano – sono alterità, rispetto, reciprocità, vicendevole, ascolto e comunicazione, pazienza e riflessione, accettazione di un certo rischio e dell’antinomia, volontà di perfezionamento e interiore docilità al Vero e al Bene, che finalizzano ogni rapporto sincero con gli uomini. I suoi caratteri sono “la chiarezza, la mitezza, la fiducia, la prudenza”. I suoi nemici sono la polemica, il monologo, l’imperialismo dottrinale, l’intolleranza, la fretta, la mancanza di introspezione e l’eccessiva sicurezza di sé, e soprattutto la divisione della realtà e del mondo in due campi socialmente configurati e contrapposti. Il dialogo è volontà assidua e sincera di conformarsi al vangelo nel rapporto con gli uomini: tale è lo spirito interiore del dialogo, chiamato a permeare e rinnovare tutte le attività della Chiesa”[10].

Oltre alla dottrina della persona umana, hanno contribuito a formare l’attuale coscienza del dialogo la riscoperta della historia salutis e la coscienza del carattere relativo e imperfetto del conoscere umano e dei limiti che circoscrivono storicamente la conoscenza della verità.

 “La storia della salvezza – dice Paolo VI – narra appunto questo lungo e vario dialogo che parte da Dio, e intesse con l’uomo varia e mirabile conversazione”. Da questo dialogo nasce il dialogo della Chiesa con il mondo. Il Vaticano II ha parlato ripetutamente del “Verbo che illumina ogni uomo”, dei “semi di verità e di grazia”, delle “cose vere e sante”, della “segreta presenza di Dio”, che si trovano presso i popoli, le culture e le religioni non cristiane. Tutto questo si inquadra nella storia della salvezza e postula nel cristiano l’atteggiamento del dialogo, che si china a scrutare l’opera di Dio nella creazione e si mette in rispettoso confronto con la creatura umana che gli sta di fronte.

L’atteggiamento dialogico è stato infine stimolato dall’esperienza, acuitasi nel nostro tempo, del carattere relativo ed imperfetto del conoscere umano, e dei limiti che circoscrivono storicamente la conoscenza della verità. Questo è vero nell’ambito della ricerca razionale della verità, ma anche nell’ordine delle cose rivelate. È vero che per il cristiano il dato rivelato non può essere messo in discussione, ma possono e devono essere soggette a riflessione e aggiornate le formule, le immagini, le espressioni che lo contengono e lo manifestano. La Bibbia ci mostra un progressivo e sapiente adattamento della parola di Dio ai contesti culturali delle epoche nelle quali fu rivelata, e la storia dei dogmi e della teologia documenta un processo di assimilazione e di adattamento continuo. Tutto questo rivela lo spirito del dialogo, ed è esemplare per il dialogo[11].

 

Il dialogo della Chiesa con il mondo

 Se per dialogo si intende un modo particolare di sentire e vedere, uno spirito e uno stile di comportamento, quale è stato delineato precedentemente, il dialogo è chiamato a coesistere d’ora innanzi con l’evangelizzazione, con la missione, con la pastorale e con tutte le attività ecclesiali ordinate alla conversione degli uomini a Dio, a coesistere e a influenzarle profondamente.

Spesso si pensa che un vero dialogo con il mondo significhi cercare i punti in comune con esso. Ma accordarsi su delle formule sulle quali ci troviamo d’accordo non è precisamente un dialogo. Questo corrisponde piuttosto ad un’immagine idealista di dialogo, dove la logica fa da sponda. Il dialogo si apre invece su dimensioni prettamente spirituali. La ricerca si orienta verso il senso spirituale nel quale ci si riconosce attraverso forme e formule anche differenti. L’apertura al dialogo è data da quelle realtà che fungono da incontro. Il nostro dialogo con il mondo è giustificato solo se diventa per il mondo e per noi un luogo della Rivelazione. Altrimenti rischia di diventare un gioco di prestigio, nel quale noi cristiani talvolta vogliamo giocare la parte del più grande, di quello che va in dialogo con il mondo e con le culture di oggi, mentre siamo in grande minoranza. Il nostro atteggiamento davanti alla cultura dei nostri contemporanei non può che essere un atteggiamento affermativo. È l’affermazione della relazione con gli uomini e le donne di oggi, il sentire tutto il tessuto vivo di un’unica umanità, della quale facciamo parte. Il nostro cammino è segnato da un riconoscimento radicale dei nostri contemporanei, ma nel dialogo con loro siamo chiamati a testimoniare il cammino pasquale, dove i concetti, le idee, le dottrine, i valori sono provati nel fuoco della liberazione. Il nostro dialogo scaturisce dunque da quella conoscenza del cuore che è capace di abbracciare, di far sentire un vero riconoscimento e allo stesso momento di parlare liberamente. Se siamo nel cammino della fede, siamo dunque in grado di amare. E se siamo in grado di amare ce lo dicono gli altri. Allora il dialogo è nato. Se non si ha l’amore e non si entra nella sua logica, il dialogo è una cosa formale, forse accademicamente interessante, ma che certamente non feconda e non prepara il cammino al Signore.

 

G. B. Scalabrini, contemplativo del mistero e tutto a tutti

           Le premesse che abbiamo posto ci aiutano a definire il nostro Fondatore come vero uomo del dialogo, inteso non solo come strategia, ma soprattutto come dimensione fondamentale dell’uomo, come espressione della verità della persona. L’uomo è l’essere della comunicazione, della relazione, della comunione, perché creato ad immagine di Dio che è Amore e comunione, Trinità. Creato dall’Amore, si realizza nell’amore, nella comunione. Il dialogo è la parola rivolta, è rapporto con l’altro, è ascolto, è colloquio, è, per usare una immagine di un mistico arabo, pensare con l’orecchio, è comunicare e sentirsi interpellato.

            Non v’è dubbio che Scalabrini sia l’uomo in ascolto ed attento a tutta la realtà umana che si muove intorno a lui, quella della Chiesa, ma anche quella del mondo, con tutti i problemi che si agitano in un momento di grandi trasformazioni sociali e culturali. Scalabrini osserva, studia, ascolta, va fuori, incontra. È il lettore dei segni dei tempi. L’atteggiamento di Scalabrini non è l’indifferenza, ma il rispetto e l’amore, un atteggiamento affermativo. Il teologo ortodosso Pavel Evdokimov scrive: “L’atteggiamento cristiano davanti al mondo non può mai essere quello della negazione, sia essa di tipo ascetico o escatologico. L’atteggiamento cristiano è sempre un’affermazione, ma escatologica: superamento incessante verso il termine che, anziché chiudere, apre ogni cosa al di là di se stessa”[12].

          Nel discorso tenuto in occasione del Giubileo episcopale dell’amico Mons. Bonomelli (15.11.96) scrive che il “Vescovo è come il valico, il ponte gettato dalla mano di Dio”[13], è colui che “si mette in ginocchio davanti al mondo per implorare come una grazia il permesso di fargli del bene”[14]. “Egli ama ogni cosa vera, ogni cosa bella, ogni cosa grande, ogni cosa buona, ogni cosa santa: materia e spirito, ragione e fede, natura e grazia, civiltà e religione, Chiesa e Stato, famiglia e patria. Egli ama tutte le armonie della natura umana, e le ama perché non può non amarle: le ama, perché nel suo cuore, unito grazie alla pienezza dello Spirito Santo a Dio, verità, bellezza, bontà, vita, amore per essenza, non può non esservi pienezza di amore”[15].    

          Il dialogo di Scalabrini è quello del pastore innanzitutto con i suoi preti (Seminari e Sinodi), i suoi fedeli (visite pastorali), ma soprattutto con i bisognosi, i bisognosi di istruzione (catechismo), i bisognosi di assistenza (poveri, sordomuti, mondariso, migranti), ma anche i grossi problemi del tempo come la classe operaia, la questione romana, la partecipazione dei cattolici alla vita politica, ma anche il senso del presbiterio e la collegialità dei Vescovi, la missione della Chiesa, la sollecitudine per tutte le Chiese, ecc.

          Ma il dialogo di Scalabrini non è solo “riconoscimento” e relazione con l’uomo ed il mondo del suo tempo. È innanzitutto dialogo con il mistero. Viene qui in taglio una definizione di H. De Lubac: “La santità non è una formula astratta. Esprime una potente capacità di incarnazione dello Spirito e una acuta lettura dei segni dei tempi in cui si vive per portarvi la potente novità del Vangelo”[16].

          Nell’omelia per la Beatificazione di Scalabrini, il Papa ha detto: “Profondamente innamorato di Dio e straordinariamente devoto dell’Eucarestia, egli seppe tradurre la contemplazione di Dio e del suo mistero in una intensa azione apostolica e missionaria, facendosi tutto a tutti per annunciare il Vangelo”[17].

          La vita spirituale di Scalabrini è vita di relazione, d’amore, di comunione, di unione con Dio, di gusto di Dio che coinvolge tutta la persona. È la contemplazione di Dio e del suo mistero. Mistero di Amore, mistero di comunione. È vita nello Spirito di Cristo, Spirito che è la comunicazione più personale di Dio, di Dio che è Amore. “È necessario che lo Spirito abiti in me, mi governi, mi conduca [...] dev’essere il segreto motore di ogni mia azione”[18], scriveva Scalabrini nei propositi del 19.8.1894. E qui arriviamo alla verità della persona, all’elemento costitutivo, al valore fondante della persona. L’uomo è costituito persona, cioè essere della relazione e della comunione, proprio perché toccato da una relazione d’amore, creato ad immagine di Dio che è Amore, cioè comunione, Triunità.

          All’inizio del mistero c’è la kenosi di Dio (il sacramento della pietà, della divina condiscendenza – direbbe Scalabrini) che riconosce l’uomo e lo vuole partecipe della comunione trinitaria. Questo riconoscimento, questo essere accolto, questa relazione rende l’uomo capace a sua volta di riconoscere, di amare, di accogliere. Da qui si capisce l’unità profonda, affermata dal Papa, di Scalabrini, fra la contemplazione ed il farsi tutto a tutti. Scalabrini non è prima contemplativo e poi pastore, apostolo e missionario, guida e autentico Padre dei migranti. Il principio agapico, l’amore, la vita nella Spirito è una realtà vitale, unitiva ed estatica insieme. Che cos’è infatti la “missione” se non un rendere partecipi gli altri dell’amore scoperto e vissuto? La missione è la memoria felice della comunione, di cui si desidera fare partecipi.

 

G. B. Scalabrini, uomo della conciliazione, dell’unità e della comunione

 Là dove era una rottura di comunicazione d’origine politica (Chiesa e Stato italiano), organica (sordo-muti), teologica (dialettica tra tomismo e rosminianesimo), educativa, religiosa, economica, culturale o linguistica e sociale (emigrati, operai, poveri), là dove erano queste dicotomie, fratture di rapporti personali e collettivi, religiosi o sociali, Scalabrini è stato presente come uomo di riconciliazione, “uomo-ponte”, per ristabilire la comunicazione e sanare le spaccature.  Il “conciliatorismo” di Scalabrini non derivava da mero calcolo politico o da una predisposizione caratteriale, ma era piuttosto frutto della sua cristiana carità che voleva esplicare verso tutti. La “riconciliazione” così difficile sul terreno politico veniva, di fatto, realizzata sul terreno della carità.

          Scalabrini tanto è attento alla realtà umana, quanto la legge con gli occhi di Dio, con quello che Dio vuole e sta realizzando nel mondo. Ma cosa vuole Dio? Risponde Scalabrini, con un linguaggio molto concreto e attento alle ferite della società del suo tempo: “Vuole la ragione riconciliata con la fede, la natura con la grazia, la terra col cielo e l’opera della creatura coi diritti del Creatore. Vuole che lavoro e capitale, libertà e autorità, uguaglianza e ordine, fraternità e paternità, conservazione e progresso si chiamino e si aiutino anch’essi come contrapposti armoniosi”[19].

          Scalabrini è passato alla storia come l’uomo del dialogo, della riconciliazione, della comunione, del concordato, del rispetto delle diversità perché portatrici di valori, della straordinaria difesa e valorizzazione del fenomeno migratorio che, secondo le sue parole, “fonde e perfeziona le civiltà ed allarga il concetto di patria oltre i confini materiali, facendo patria dell’uomo il mondo”[20].

          Uno dei profili più autentici del Beato Scalabrini è stato tracciato da un altro santo, don Orione, che lo conobbe personalmente e durante il processo depose: “Mons. Scalabrini era uno di quegli uomini che cercano di entrare nel campo avversario, concedendo, salva la sostanza, il più possibile, per guadagnare gli animi… La (sua) frase preferita era: entrare con la loro, per uscirne con la nostra (idea). Era persona che non lasciava occasione per fare di se stesso ponte… Lasciando cadere le scorie, egli mirava all’anima delle cose, cercando di attutire quanto di passionale affliggeva i suoi tempi… Egli ha lasciato un’orma straordinaria… E mi è venuto più volte di pensare che se fosse vissuto nelle prime epoche della Chiesa l’avrebbe illustrata con la dottrina ed anche col martirio”[21].

  Scalabrini, uomo-ponte, secondo la definizione di don Orione, ha perseguito la “conciliazione” a ogni livello. Di particolare importanza mi sembrano, in questa sede, due affermazioni sulla missione della Chiesa nel mondo e sull’azione pastorale nei riguardi della classe operaia.

La missione della Chiesa. “Dobbiamo essere uomini del nostro tempo – dice Scalabrini – . [...] Il mondo cammina e noi non dobbiamo restare indietro per qualche difficoltà di formalismo o dettame di prudenza mal intesa”[22]. “La missione della Chiesa nel mondo di oggi è di riconciliare con la fede il progresso scientifico e tecnico, il lavoro e il capitale, la libertà e l’autorità, l’uguaglianza e l’ordine, la fraternità e la paternità… Pretendere di voler distruggere i grandi fatti contemporanei, i quali non sono che conseguenza dei precedenti, e volerli distruggere col dolce far nulla, oppure con una sistematica opposizione a priori, è per lo meno assai poco razionale”[23].

L’azione pastorale: “E spetta precisamente a noi uomini di Chiesa questa missione di pace e di rigenerazione sociale, a noi più che ad altri, come quelli che ne abbiamo da Dio i mezzi ed il mandato. Io vorrei che la intendessero tutti i membri del mio clero. Ai nostri giorni è quasi impossibile ricondurre la classe operaia alla Chiesa, se non manteniamo con essa relazione continua fuori della Chiesa. Dobbiamo uscire dal tempio, o Venerabili Fratelli, se vogliamo esercitare un’azione salutare nel tempio”[24].

 

I migranti protagonisti del dialogo e dell’unità

     Originalissima in Scalabrini è la lettura delle migrazioni. Dagli ultimi scritti di Scalabrini, in particolare il “Memorandum” che Scalabrini scrisse a Pio X il 5 maggio 1905 per la costituzione di un organismo per l’assistenza pastorale per tutti gli emigranti cattolici, emergono alcune intuizioni di notevole rilevanza per il nostro tema.

           Il fenomeno migratorio è per sua natura universale, un diritto naturale che, se ben assistito, può svolgere un ruolo unico per la formazione di una società nuova. Per Scalabrini, l’emigrante è chiamato a svolgere la stessa missione evangelizzatrice e di diffusione del cattolicesimo nella società, allo stesso modo dei cristiani della diaspora nelle terre pagane. È necessaria, perciò, una adeguata assistenza religiosa ai migranti poiché l’avvenire della Chiesa in America è in proporzione diretta con il mantenimento della loro fede.                  

            La Chiesa, dal canto suo, non deve perdere questa occasione, perché il suo avvenire si giocherà soprattutto sulle frontiere delle migrazioni e della mobilità umana. Dice Scalabrini: “La Chiesa Cattolica è chiamata… a dare la sua impronta a questo grande movimento sociale, che ha per fine la sistemazione economica e la fusione dei popoli cristiani”… “a smussare gli angoli delle singole nazionalità, temperando le lotte di interessi delle diverse patrie, armonizzando, in una parola, la varietà delle origini nella pacificatrice unità della fede”[25].

La storia non è diretta soltanto dalle scelte umane ma soprattutto dalla Provvidenza, fondamento della speranza e fiducia del credente. “Emigrano i semi sulle ali dei venti, emigrano le piante dei continenti a continente, portate dalle correnti delle acque, emigrano gli uccelli e gli animali, e più di tutti emigra l’uomo, ora in forma collettiva, ora in forma isolata, ma sempre strumento di quella Provvidenza che presiede agli umani destini e li guida, anche attraverso a catastrofi, verso la meta ultima, che è il perfezionamento dell’uomo in terra e la gloria di Dio nei cieli”[26].

Scalabrini vedeva il dramma e le tragedie connesse all’emigrazione, se ne faceva carico e cercava in ogni modo di alleviarle; ma, sapeva anche sollevare lo sguardo e, quale uomo di fede, vi scorgeva l’arcano disegno della Provvidenza che, attraverso le migrazioni, guidava i popoli verso l’unità di una sola famiglia e la fratellanza universale. “La fratellanza universale e l’uguaglianza umana, appena intuite da qualche filosofo dell’antichità, diventano i cardini del Vangelo, della buona novella che redense il mondo e avviò l’umanità ai suoi alti destini. L’amore di Dio affratella tutti gli uomini, perché figli di Dio, fratelli nella fede e nell’amore”[27].

La fiducia e la speranza cristiana nascono proprio dalla convincimento che è Dio a condurre la storia verso la meta finale che è la salvezza di tutti gli uomini e donne di buona volontà, senza distinzione di sorta. “Dio è Padre di tutti, degli ebrei come dei gentili; che fa risplendere il sole sui buoni ugualmente che sui malvagi; che manda la pioggia sul campo dei giusti, come su quello dei peccatori…E come egli ama noi, così vuole che amiamo i nostri fratelli, cioè a dire tutti gli uomini senza distinzione e senza eccezioni di sorta”[28].

“Non più l’impeto di una fiumana che tutto travolge, ma il dilagare placido delle acque che fecondano. Non più soppressione di popoli, ma fusioni, adattamenti, nei quali le diverse nazionalità si incontrano, si incrociano, si ritemprano e danno origine ad altri popoli”.[29] “Mentre i popoli cadono, risorgono e si rinnovellano; mentre le razze si mescolano, si estendono e si confondono; attraverso il rumore delle macchine, al di sopra di tutto questo lavorio febbrile, di tutte queste opere gigantesche, e non senza di loro, si va maturando quaggiù un’opera ben più vasta, ben più nobile, ben più sublime: l’unione in Dio per Gesù Cristo di tutti gli uomini di buon volere”[30].

 

Conclusioni

 Gli uomini e le donne di oggi conosceranno Dio, che è Amore, se vedranno questo amore e lo sperimenteranno. Non si può conoscere l’amore senza l’amore. Fin quando le nostre comunità non sono un vero ambito di relazionalità, fin quando la nostra intelligenza non è purificata nelle relazioni interpersonali, forse siamo addirittura ridicoli per i non credenti o per le altre religioni, se ci poniamo di fronte a loro cercando il dialogo. La nostra comunità deve essere così tanto interessante da affascinare gli uomini e le donne di oggi, da porre loro una domanda. Ciò significa che il dialogo con gli uomini d’oggi non è un prima o un dopo, ma fa parte della natura stessa della fede, e dunque, appartiene alla natura della Chiesa, che è quella missionaria[31].

 È la vita spirituale – vita nello Spirito, obbedienza e sinergia con lo Spirito che è Amore – che permette a G. B. Scalabrini di restare in dialogo con Dio e con il mondo, in ascolto dell’Altro e degli altri. Egli non è un riduzionista, non cerca l’intesa sul minimo comune multiplo, ma legge la realtà con gli occhi e il cuore di Dio e vede lontano. È fermo nella verità, ma la verità è l’Amore di Dio crocifisso. Sappiamo quanto profondo fosse in G. B. Scalabrini il senso della croce come ultima frontiera del dialogo e della riconciliazione: è Gesù crocifisso, infatti, “colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, annullando per mezzo della sua carne la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Cristo in un solo corpo, per mezzo della croce” (Ef 2,14-16).


[1] Relazione tenuta a Solothurn durante l’incontro delle Direzioni generali dei tre Istituti della Famiglia Scalabriniana (15-18 giugno 2001).

[2] G. B. Scalabrini, Il Catechismo Cattolico, Piacenza 1877, in Scalabrini una voce viva,  Roma 1987, 295 (ristampa 2005, 297).

[3] Cfr. O. Sartori (a cura di), Giovanni Battista Scalabrini, Lettere Pastorali, SEI, Torino 1994, 348 e  524.

[4] Cfr. S. Tomasi - G. Rosoli (a cura di), Scalabrini e le migrazioni moderne, SEI, Torino 1997, XIX.

[5] Scalabrini una voce viva,  Roma 1987,  325 (ristampa 2005, 325).

[6] Cfr. T. Goffi - A. Palazzini (a cura di), Dizionario teologico della vita consacrata, Editrice Ancora, Milano 1994, 545-558.

[7] Cfr. M. I. Rupnik, Dire l’uomo, Vol. I: Persona, cultura della Pasqua, Lipa, Roma 1996, 66-67.

[8] Cfr. Ibid., 223-228.                                         

[9] M. Tenace, Dire l’uomo, Vol. II,  Dall’immagine di Dio alla somiglianza. La salvezza come divinizzazione, Lipa, Roma 1997, 24.

[10]  P. Rossano, Dialogo e annuncio cristiano. L’incontro con le grandi religioni, Edizioni Paoline, Milano 1993, 15.

[11] Ibid., 17-18.

[12] M. I. Rupnik, “Il dialogo interculturale secondo alcuni aspetti della teologia ortodossa”, in La Missione della Chiesa nel mondo di oggi, (a cura di Jesus Lopez-Gay, sj), Pug, Roma 1994, 47-60.

[13] G. B. Scalabrini, Discorso per il giubileo episcopale di Mons. G. Bonomelli, Cremona 1896, in Scalabrini una voce viva,  Roma 1987,  157 (ristampa 2005, 163).

[14] Ibid., 163 (ristampa 2005, 169).

[15] Ibid., 164 (ristampa 2005, 170).

[16] Cfr. H. De Lubac, Paradoxe et mystère de l’Eglise, Paris 1967, in particolare il capitolo sulla santità,  213-222.

[17] Giovanni Paolo II, Omelia per la Beatificazione di G. B. Scalabrini, in L’Osservatore Romano, lunedì-martedì, 10-11 novembre 1997, 6-7.

[18] G. B. Scalabrini, “Propositi”, 24.8. 1894 (AGS 3027/1), in Scalabrini una voce viva,  Roma 1987,  51 (ristampa 2005, 60). Si tratta di proponimenti che lo Scalabrini scriveva alla fine del ritiro mensile o degli Esercizi spirituali annuali.

[19] G. B. Scalabrini, Discorso per L’VIII Centenario della I Crociata, 21.4.1895 (AGS 3018/26), in Ibid.,  67 (ristampa 2005, 75).

[20] G. B. Scalabrini, Ia conferenza sulla emigrazione (AGS 5f3), Piacenza 1891, in Ibid., 417.

[21] Beatificationis et canonizationis Servi Dei J. B. Scalabrini, Positivo super causae introductione, Testis ex ufficio Dominus Aloysius Orione, Tip. Guerra, Romae 289, Juxta 19.

[22] G. B. Scalabrini, Centenario di S. Luigi - Enciclica del S. Padre - Obolo dell’amor filiale, Piacenza 1891, in Scalabrini una voce viva,  Roma 1987,  347 (ristampa 2005, 344-345).

[23] G. B. Scalabrini, Intransigenti e transigenti, Bologna 1885, 22-23. L’opuscolo, ispirato e riveduto da Leone XIII, rivela il fondamento della cosiddetta “transigenza” dello Scalabrini: sapersi adattare al mutarsi dei tempi, saper “leggere i segni dei tempi”, riconoscendo nei fatti storici irreversibili, come l’unificazione dell’Italia, la “storia della salvezza” (cfr. M. Francesconi, Giovanni Battista Scalabrini, Cap. XI, Transigenti e intransigenti, 571-620).

[24] G. B. Scalabrini, Centenario di S. Luigi, in Scalabrini una voce viva,  Roma 1987, 346-347 (ristampa 2005, 344).

[25] G. B. Scalabrini, Memoriale sulla Congregazione o Commissione “Pro Emigratis Catholicis”, in Studi Emigrazione, IX (1972), 25-26.

[26] G. B. Scalabrini, L’Italia all’estero, Torino 1899, 7.

[27] Id., Il socialismo e l’azione del clero, Piacenza 1899, in S. Tomasi - G. Rosoli, op. cit., 168.

[28] Id., Il socialismo e l’azione del clero, Piacenza 1899, in Ibid., 169.

[29] Id., Memoriale, in Scalabrini una voce viva,  Roma 1987,  448 (ristampa 2005, 442).

[30] Id., Discorso al Catholic Club di New York, 15.10.1901, in “L’Araldo Italiano – The Italian Herald”, New York, 24.10.1901, 1.

[31] Cfr. M. I. Rupnik, “Il coraggio del dialogo critico con le culture di oggi”, in Novità della soglia, Lipa, Roma 1995, 103-146.