



Memoriale sulla necessità
di proteggere la nazionalità degli emigrati
[1891]
- Bozza inedita e incompleta
Nel
marzo 1891 Mons. Scalabrini ebbe un colloquio con il Papa Leone XIII
sull’emigrazione “e massime sulla necessità di proteggere le varie
nazionalità in quelle contrade. Il papa finì per restare persuaso e mi
incaricò di stendere un memoriale in proposito, cosa che ho già cominciato
ben volentieri”. Così scriveva a Mons. Bonomelli in data 12 marzo 1891.
Pare che a questo memoriale appartengano questi appunti, scritti per mano del
collaboratore marchese Giovanni Battista Volpe Landi, ma ispirati da mons.
Scalabrini. Non conosciamo l’esito finale di questo memoriale che inoltre ci
è pervenuto in forma mutila. Scalabrini vi espone idee che saranno meglio
elaborate ed articolate, sotto il profilo pastorale, nel memoriale inoltrato a
Pio X nel 1905. Facendo ampio ricorso alla storia passata e recente,
Scalabrini sottolinea la funzione della religione nello sviluppo storico della
nazionalità e il ruolo della nazionalità per la conservazione della fede.
I - L’idea della
nazionalità
L’idea della nazionalità non è un’idea
convenzionale, ma reale. Vari elementi concorrono a concretarla: tradizioni
storiche, comunanza di razza, affetto al luogo natio, tradizioni locali o di
famiglia, glorie e dolori comuni, ecc.
L’idea della nazionalità è conforme ai bisogni
dell’uomo, e non senza una potente ragione Dio divise gli uomini in nazioni
diverse, ed ai popoli e alle nazioni assegnò confini.
Per il progresso morale e materiale dell’umanità
era necessaria cotesta divisione. La differenza del genio delle varie stirpi,
l’ammirabile varietà di tendenze, di aspirazioni, di affetti che
distinguono un popolo dall’altro contribuiscono a creare quel grande
movimento intellettuale che fa progredire l’umanità e soddisfa ai bisogni
nuovi di tempi e di luoghi.
La separazione degli uomini in varie schiatte, in
varie nazioni ingenera l’emulazione, fonte prima dell’attività morale,
intellettuale e materiale del genere umano.
Senza dubbio le lotte e le gelosie fra nazione e
nazione producono errori e spesso anche ingiustizie; ma queste lotte meschine,
queste condannabili cupidigie non escludono che la grande emulazione fra
popolo e popolo, la corsa affannosa verso il meglio, ove ognuno cerca di
precedere il vicino e l’avversario, non sieno fautrici di vero e reale
progresso, e quindi di bene.
Parlando delle nazionalità non si può a meno di
osservare una cosa, e cioè che esse non possono essere e non furono mai un
ente artificiale, ma risposero sempre a certi bisogni specificati, a certe
cause contingenti che ne determinarono l’esplicazione.
È possibile il creare un grande impero tagliando
e frastagliando territori, isole e continenti. I conquistatori agirono sempre
così, ma se l’opera loro fu gloriosa e ricca di conseguenze, essa non creò
ex se una nazionalità, perché il
fondere elementi vari, e talvolta disparati, non è impresa di un giorno, ma
di secoli, non frutto dei prodigi di una spada fortunata, ma conseguenza di un
lungo e lento lavoro di assimilazione.
Le odierne nazionalità sono il risultato di
cotesta paziente operazione, che si è compiuta in molti secoli, procedendo
con criterii positivi, non con capricciosi espedienti. E però oggimai sarebbe
impossibile formare una nuova nazionalità, a meno che il mondo tornando nel
caos ove lo piombarono i grandi suoi rivolgimenti non si prestasse a nuove
combinazioni, a nuove fusioni, come accadde allorché i barbari vennero a
sconvolgere l’impero romano.
Questo non era a propriamente parlare una nazione,
ma un’agglomerazione di nazioni, e doveva la sua potenza e al vigore della
razza dominante e conquistatrice, e al sapientissimo suo regime verso i vinti,
che, come ognuno sa, consisteva nell’imporre il proprio regime politico, pur
rispettando le tradizioni, le abitudini proprie e perfino la Religione dei
popoli vinti. Ché anzi Roma pagana, nel dar diritto di cittadinanza alle
nazioni che aveva legate al suo carro, si appropriava anche i loro Dei, che
vedevano sorgere tempî anche nell’Urbs
per eccellenza dove nessun idolo di paese annesso era straniero.
I barbari vennero a sconvolgere il mondo antico,
invadendone il territorio ed accampandosi in Italia, in Ispagna, nelle Gallie,
in Oriente, nel Nord dell’Africa ecc. Poco alla volta le orde invaditrici si
assestarono sulle terre conquise, si mescolarono agli aborigeni ed ai coloni
romani, s’incrociarono fra loro, e questo fu il punto di partenza e come il
seme delle nuove nazionalità, le quali non si raggrupparono che lentamente,
s’incrociarono poi di nuovo per le migrazioni frequenti di varii popoli, fra
le quali primeggiarono gli arabi, gli ottomani, gli slavi, i tartari, i
normanni, i germani, i francesi, gli spagnuoli.
Più ci allontaniamo dal medio evo, e meno si
producono le migrazioni, perché le nazionalità si vanno formando e
delineando con maggior precisione, e a grado a grado che si formano presentano
più compatta ed efficace resistenza agli elementi eterogenei, rappresentati
dalla conquista e dalla migrazione.
I tre ultimi secoli hanno per così dire compiuto
l’opera della formazione definitiva e dell’assetto stabile delle
nazionalità, ed ecco perché io dico che a meno di un grande sconvolgimento
mondiale, impreveduto ed imprevedibile, a meno cioè di nuove migrazioni della
forza e del carattere di quelle dei Barbari e dei mussulmani, l’attuale
divisione nazionale del mondo, e specialmente dell’Europa, non si muterà.
L’ambiente e l’educazione creano generalmente
il sentimento della nazionalità, sentimento provvidenziale che rende ognuno
contento del proprio paese, e che impedisce per conseguenza che i cittadini di
una contrada men dotata di tante altre aspirino ad abbandonare la patria per
formarsene a capriccio un’altra in paese più ricco, di miglior clima, di più
facile commercio.
A questa conseguenza provvidenziale dell’amor di
patria mi fu dato spesse volte di riflettere nell’attraversare paesi
infelici o per sterilità di terreno o per scarsa bellezza di luoghi o anche
per un cumulo di circostanze che li rendono brutti ed uggiosi. Ovunque ho
trovato gl’indigeni animati da affetto pel luogo natio e mi son detto: - Che
fortuna! Che provvidenziale disposizione di Dio! Se costoro vedessero la
patria loro cogli occhi coi quali la veggo io l’abbandonerebbero subito, ed
allora avremmo contrade spopolate ed altre dove gli uomini si sgozzerebbero
per occuparne il suolo: in uno stesso paese avremmo regioni deserte ed altre
troppo popolate.
In quella vece le tradizioni di famiglia, di
gioventù, l’ambiente morale e materiale, la parentela, le abitudini fanno
dimenticare i più gravi inconvenienti, i quali non valgono non solo ad
uccidere ma neppure ad affievolire l’amor di patria, il quale è il
fondamento della teoria della nazionalità.
Certo guardando le cose in grande la Religione ha
molta, anzi forse principale parte nel sentimento di nazionalità, ma non è
sola a costituire l’idea nazionale. È il complesso morale, religioso e
materiale dell’ambiente patrio che costituisce cotesta idea, della quale si
è visto dianzi il benefico e provvidenziale effetto per la pace del mondo e
la felicità degli uomini.
La cultura di un popolo accresce in lui il
sentimento nazionale, perché meglio lo determina nella sua mente. Onde noi
vediamo che col progredire dei tempi l’avversione ad ogni dominazione
straniera è divenuta irresistibile e che quegli stessi popoli, come
l’italiano e lo slavo del Sud, che tanto sopportarono pel passato, si
oppongono vigorosamente oggi a quello che più o meno tolleravano ieri.
Sull’influenza che il sentimento nazionale può
esercitare sull’idea religiosa, o per meglio dire sulla Religione di un
popolo e dei cittadini che lo compongono, molto si potrebbe dire. Basti il
ripetere quanto dianzi è stato detto, e cioè che giacché l’ambiente,
l’educazione e le tradizioni storiche e di famiglia sono potentissimi, anzi
si può dire esclusivi fattori dell’idea nazionale, la Religione ha
principal parte fra le cause onde nasce l’amor patrio e l’idea nazionale.
L’uomo ha due grandi affetti che lo accompagnano
dovunque, l’amore di Dio e quello dei genitori e della famiglia. Ambedue
formano, assieme a qualche altro elemento, l’idea della nazionalità. E però,
fintantoché l’uomo rimane, ancorché passivamente, fedele alla Religione
dei suoi padri, egli sente l’amor di famiglia e con esso l’amor di patria.
L’uomo che abbandona la Religione, l’apostata abbandona anche il
sentimento nazionale. Onde si deve concludere che la fedeltà alla Religione
trae seco la fedeltà alla patria, a meno che un fatale conflitto, mettendo in
urto i due grandi affetti di religione e patria, non spinga gl’illusi a
sacrificare il primo al secondo, cosa che invariabilmente si produsse fin qui
nel passato là ove il conflitto fu duraturo.
I grandi rivolgimenti religiosi ebbero questa
origine. Lo scisma della Chiesa d’Oriente fu cagionato in grandissima parte
dalla insofferenza degli Orientali di ubbidire a Roma. Non bastava a loro di
sapere che da Roma poteva comandare un Pontefice Orientale come un Pontefice
Occidentale. Il solo fatto che, per volere di Dio, la sede prima del
cristianesimo era in Occidente li rese gelosi. Sembrò loro che la patria ne
fosse umiliata, e quando sorse un ribelle l’errato amor proprio nazionale
gli rese facile la via e gli permise di attuare il deplorevole scisma. Così
si perdettero una dopo l’altra le Chiese Orientali, ed il fatto è tanto
vero che Leone XIII l’ha riconosciuto quando per ricondurre coteste Chiese
alla sospirata unità ordinò che se ne rispettassero i riti e le tradizioni
antiche non difformi dalla dottrina cattolica e proibì formalmente che si latinizzassero i convertiti orientali affine di far loro comprendere
che nel cattolicismo tutti i popoli hanno diritto di cittadinanza e che, come
religione universale, esso rispetta tutte le nazioni, i loro diritti, le loro
legittime aspirazioni, il loro patriottismo.
L’eresia protestante fu essa pure sorretta dal
sentimento nazionale male interpretato. Le tradizioni di Arminio, il desiderio
di schiacciare il Papato, considerato come istituzione latina, e quindi quello
che molti Tedeschi chiamano ancora “la malvagità latina”, non poté poco
per spandere il protestantesimo non solo in Germania, ma nei paesi scandinavi
e in Inghilterra. Dipinto il Papa come sovrano straniero, sebbene spirituale,
gli aizzarono contro il sentimento nazionale e questo bastò a fortificare di
gran lunga l’eresia. Noterò qua che le eresie che non poterono trovare in
loro appoggio un sentimento patriottico male inteso non poterono né
diffondersi né consolidarsi. Così fu degli Albigesi, degli Hussiti, di Gio.
di Leyda e della sua setta e da ultimo dei giansenisti, che rimasero poco
numerosi e sono tuttora pochissimi.
In Olanda l’abborrimento all’obbrobriosa
tirannide spagnuola provocò l’apostasia della Nazione, e così in
Inghilterra sotto Elisabetta minacciata da Filippo II, ed in parte pure in
Scozia. Senza questa causa determinante dell’apostasia, il protestantesimo
non si sarebbe generalizzato in quei paesi. Così pure se il cattolicismo
rimane saldo in Irlanda ed in Polonia, si è perché l’Anglicanismo e lo
scisma sono la Religione dei conquistatori stranieri e che il popolo vede
nella Religione cattolica il Palladio della Patria. E però nei tempi andati,
prima della emancipazione dei cattolici (1827), gl’inglesi col ferro e col
fuoco vollero protestantizzare l’Irlanda, sicuri che abbandonata la
Religione dei Padri loro gl’irlandesi avrebbero pure perso il sentimento
nazionale.
Lo stesso fecero e fanno i Russi, senza maggior
successo, in Polonia. Costoro non si credono sicuri perché veggono nel
cattolicismo il caposaldo del sentimento patrio in Polonia, e pensano che
schiacciato quello, questo verrebbe meno e la completa assimilazione fra
conquistatori e conquistati si produrrebbe.
Con più politica, i prussiani fanno lo stesso nel
ducato di Posen. Ed a questo tende in quel paese la propaganda protestante.
Conclusione
Dunque la Religione ha gran parte nel sentimento o
idea di nazionalità. Un popolo che si crede osteggiato nei sentimenti
nazionali dalla Religione, cerca purtroppo nell’apostasia un rimedio ed un
baluardo. Per lo contrario un popolo conquistato da altro popolo di altra
religione non può conservare il sentimento nazionale se non conserva la
Religione dei padri suoi.
E però quello che impedì l’annientamento del
sentimento patrio nella Polonia russa e prussiana e nell’Irlanda fu
l’incrollabile fedeltà di quei popoli al cattolicismo, nella stessa guisa
che ciò che permise l’indebolimento e lo sgretolarsi della parte europea
dell’impero turco fu l’impossibilità in cui si trovarono i conquistatori
ottomani di convertire milioni e milioni di cristiani all’islamismo.
Convertiti costoro, il regno della mezzaluna nei Balcani e al Nord del Mar
Nero diveniva solido e duraturo, mentre ché bastò un po’ di debolezza del
padrone maomettano per far rivoltare i cristiani. Solo alla Religione, la
storia lo prova, si deve se si è mantenuto nei bulgari, nei serbi e nei
rumeni, malgrado secoli di efferatissima oppressione, il sentimento nazionale.
L’idea nazionale dormì per quattro secoli in
Rumenia e Serbia e per cinque secoli in Bulgaria. Erano popoli giovani, senza
le grandi tradizioni Elleniche, ma la fede li salvò e dopo centinaia d’anni
condotti dai loro Sacerdoti si liberarono dal dominio ottomano.
Dunque il sentimento religioso ha gran parte
nell’idea della nazionalità, la mantiene intatta nei pericoli, la salva dal
naufragio nelle catastrofi e sopravvive a qualsiasi disastro, conservando nel
petto il seme che dopo anche vari secoli farà risorgere dalla tomba quella
caduta nazionalità che non avrà apostatato.
Questo però quando non vi sia conflitto fra i due
nobilissimi sentimenti di nazionalità e di Religione. Che se sciaguratamente
il conflitto si produce, e si mantiene allo stato di malattia endemica, allora
i popoli sono fatalmente trascinati ad abbandonare la Religione e si produce
l’apostasia la quale piglia forme di scisma o di eresia nei tempi di fede
viva o di facili dispute religiose, o di pratica apostasia, e cioè
miscredenza, indifferenza ecc. nei tempi nostri, poco propensi alle nuove
eresie.
Per evitar tanto male conviene dunque allontanare
ogni causa di conflitto, massime permanente, fra religione e patria.
II - Definita la
nazionalità si domanda quale influenza possa essa avere riguardo alla
conservazione della fede e viceversa
Non v’ha dubbio che l’idea della naionalità
sia uno di quei sentimenti che sono chiamati ad esercitare larga e talvolta
decisiva influenza sulla conservazione o la perdita della fede di un popolo.
Nella stessa guisa che le idee filosofiche hanno
il loro contraccolpo nella vita sociale di un popolo, come la storia antica e
moderna lo prova, l’idea nazionale influì sempre sul sentimento religioso,
e tanto maggiormente influì quanto più vivo era il sentimento patriottico.
Come s’è detto, a rassodare lo scisma ed il
protestantesimo molto poté il concetto che quelle due forme di cristianesimo
fossero garanzia d’indipendenza nazionale. I grandi fondatori di Religioni
cercarono quasi sempre di unire assieme i concetti di patria e di religione,
affinché il sentimento nazionale sorreggesse la fede del popolo e fosse la
leva colla quale essi potessero sollevarlo dall’antico stato per trascinarlo
nella nuova via e legarlo al loro carro.
Grazie al concorso dell’idea nazionale,
concretata nello spirito belligero e conquistatore, l’Islamismo poté
vincere le prime prove e poi propagarsi fra gli arabi prima, fra gli ottomani
poi, al segno da divenir pericolo gravissimo alle nazioni cristiane ed al
Papato.
I pagani, massime greci e romani, non divisero mai
l’idea nazionale da credenze religiose e questo per loro valeva a rafforzare
ambedue i principi di patria e di Religione. Riconoscevano quindi
l’influenza che la nazionalità esercita sul sentimento religioso e come
fede e patriottismo fossero due cose strettamente collegate.
Purtroppo, come s’è detto, ogni qual volta il
sentimento religioso parve in conflitto coll’idea nazionale, questa
ribellossi, e siccome gli uomini son più sensibili alle cose concrete che
alle astratte ne vennero l’apostasia della nazione o l’indifferentismo più
o meno ostile.
Ho citato più sopra gli esempi della Germania
settentrionale, dell’Olanda e dell’Inghilterra, ove il conflitto creato
dagli uomini di varia opinione (protestanti o ultracattolici spagnolisti)
annientò il sentimento religioso cattolico a profitto della Riforma.
Citai pure l’esempio dell’Irlanda e della
Polonia ove malgrado i poderosi sforzi dei conquistatori inglesi, russi e
prussiani, l’idea religiosa si mantenne intatta, come rocca inespugnabile, e
questo perché l’idea religiosa era divenuta palladio dell’idea nazionale.
E ben lo compresero gli inglesi in Irlanda, i russi ed i prussiani in Polonia,
i quali non perseguitarono il cattolicismo in quelle contrade e non cercarono
di sostituirlo collo scisma e con l’eresia, se non perché eran certi che
l’idea religiosa era il baluardo dell’idea nazionale e viceversa.
Quindi l’idea nazionale influisce sulla
conservazione o meno della fede di un popolo ed è anzi elemento fondamentale
della fedeltà di questo popolo alla Chiesa o della sua apostasia.
Questo vale tanto per le nazioni generalmente
prese quanto per gl’individui. Venendo più particolarmente a questi, è
certo che in loro si manifestano gli stessi sintomi che nell’intero corpo
sociale e nazionale. Finché l’uomo vive nel proprio paese su per giù
conserva i sentimenti che hanno corso nella generalità dei suoi compatrioti.
Vi sono eccezioni, ma esse non cambiano la regola.
La cosa muta per l’emigrante. Costui vive
sbalzato in terra straniera e come annegato nel mare magno di un altro popolo
o, nei paesi misti, di più popoli aventi costumi, tradizioni ed abitudini
affatto diverse dalle sue.
La fede è forse la cosa che da un cattolico si
perde più facilmente in terra straniera, quando il paese che si abita sia
cristiano ma eterodosso.
Ciò che mantiene la vita cattolica è
l’ambiente religioso. Le idee sono patrimonio di pochi. Un pensatore può
essere cattolico a Roma, a New York, fra i lapponi, gli eschimesi, i cinesi ed
i turchi. Un operaio che non pensa, e che le idee materiali dominano, non è
mantenuto nella Religione dei padri suoi, quando trovasi sbalzato in terra
straniera che a patto di trovarvi qualche cosa che gli ricordi l’ambiente
che ha lasciato abbandonando la patria, e conservando per le sue nazionali
tradizioni un affetto intenso ed inalterabile. E però anche in paesi
cattolici, come l’America del Sud, il sentimento nazionale viene a
sorreggere il sentimento religioso ed il povero emigrato ha bisogno non solo
dell’assistenza di un sacerdote cattolico, ma dell’affettuosa cura di un
apostolo, che coltivi in lui le antiche tradizioni di patria e di famiglia che
sono fondamento della sua fede.
Fintantoché l’emigrato si considera come
straniero e mantiene intatto il suo affetto alla patria lontana, le tradizioni
di famiglia rimangono intatte in lui, e però noi vediamo l’irlandese, che
ovunque emigra non dimentica mai l’idea nazionale e la cara Irlanda,
conservare quasi sempre la fede, ancorché assimilato all’Americano, al
colono del Capo di Buona Speranza o all’Australiano. Ma per l’Irlandese ci
sono due vantaggi che mancano affatto all’italiano e cioè: 1° la lingua
che si parla negli Stati Uniti, in gran parte del Canada e nelle grandi
colonie inglesi del Capo e dell’Australia è la stessa che si parla in
Irlanda. 2° Il clero cattolico di quei paesi, salvo ben poche eccezioni, è
irlandese o oriundo irlandese.
Inoltre nell’irlandese è potente l’odio
nazionale contro l’Anglicanismo che egli mette in fascio coll’oppressione
politica della sua patria.
L’Italiano invece non ha, né può avere odio
nazionale e religioso contro gl’inglesi. Deve osteggiare il protestantesimo
solo dal punto di vista religioso, quindi vi è un ostacolo di meno (e quale
ostacolo) alla sua apostasia.
Se egli conserva le tradizioni patrie, egli rimarrà
cattolico; se le perde si farà protestante, insensibilmente, nei paesi
protestanti, massone o indifferente nei paesi cattolici, molto più che
purtroppo non mancheranno incentivi, anche da parte di compatrioti traviati,
per spingerlo all’apostasia.
Ma la tradizione è l’ostacolo massimo a cotesta
apostasia. Il popolo, che non pensa, e quindi è soggetto a minor varietà di
sentimenti, è più tenace nelle tradizioni della persona colta, ma viceversa
quando in lui si affievoliscono questi tradizionali sentimenti, questa memoria
perenne del luogo natio, che si compendia nella casa paterna, nella Chiesa,
nelle sacre funzioni, nel parroco, egli si trasforma radicalmente e si
assimila all’ambiente nuovo, oppure perde ogni principio, e diventa un
isolato, un uomo a sé, tutto dato alle materialità, senza ideali e senza
principii sovrannaturali.
È certo che un operaio che perde le tradizioni
nazionali, perde in gran parte la ragione d’essere della sua fede, e che
viceversa quando mantiene intatta la fede conserva pure intatte le tradizioni
nazionali.
I milioni di cattolici italiani, spagnuoli,
tedeschi ecc. che si sono persi nel mare magno di protestantismo o d’indifferentismo
dell’America del Nord, si sono persi perché fino da quando sbarcarono su
quella terra lontana e straniera si videro abbandonati ed isolati.
Ora, l’uomo non può vivere a lungo abbandonato
ed isolato. L’uomo è un essere essenzialmente socievole. Può resistere un
poco all’isolamento, ma quando in terra straniera non l’incoglie la
nostalgia, finisce coll’adattarsi all’ambiente, e quando, come la
maggioranza dei nostri emigrati, è ignorante, colle abitudini nuove
nazionali, prende ancora le abitudini religiose della novella patria,
apostatando dai due grandi sentimenti del cuore umano: il nazionale ed il
religioso.
Si comprende poi tanto più facilmente la protestantizzazione
dei cattolici ignoranti, in quanto che una volta abbandonata la fede dei padri
loro, i cattolici si adattano facilmente a religione così elastica e che
accetta nel suo seno con uguale facilità anime ardenti di sentimento
religioso e gente scettica, fredda o indifferente. In una parola, se costa
farsi o rimanere cattolici, poco pesa il farsi o rimaner protestanti per chi
ha poco sentimento religioso.
I tedeschi, non solo i cattolici, ma anche i
protestanti compresero da tempo lo stretto legame che v’ha fra sentimento
nazionale e religioso. E però curarono che ovunque sono i loro emigrati, essi
trovino sacer[...]
(l’originale è
incompleto e non è stato possibile ricostruire la versione originale).