La Pastorale

 

“L’INTUIZIONE DEI FATTI AVVENIRE...”

Mons. Scalabrini e la pastorale delle migrazioni moderne

Silvano M. Tomasi, c.s.

1. Le migrazioni: interrogativi di ieri e di oggi - 2. Il vescovo Scalabrini - 3. La preoccupazione per i migranti - 4. Una visione globale del fenomeno migratorio - 5. Il sentimento religioso, la religione e le migrazioni - 6. Spiritualità di Servizio - 7.  Conclusione.

 

 1. Le migrazioni: interrogativi di ieri e di oggi. (£)

Le migrazioni suscitano emozioni intense ed ambivalenti nell’attuale dibattito che la comunità internazionale sta portando avanti attraverso i suoi organismi rappresentativi e all’interno dei singoli Stati. Nella stampa, nelle campagne elettorali, nelle proposte legislative dei parlamenti e nelle procedure della pubblica amministrazione, il clima facilmente si surriscalda quando l’attenzione si focalizza sugli immigrati. Il fatto non è però nuovo. Si tratta di una questione, quella delle migrazioni, che riemerge con regolarità nella storia moderna. Ne è infatti una componente di primo piano per capire il processo di industrializzazione, l’espansione coloniale delle potenze europee, la transizione demografica dei paesi occidentali come pure lo sviluppo economico e l’egemonia politica di altri. Non sorprende quindi se l’impatto e la capacità trasformatrice del fenomeno migratorio continuano a farsi sentire. Non emigrano solo braccia per lavoro ed esuli paralizzati dalla paura in cerca di un rifugio provvisorio dalla guerra e dall’oppressione. Sono le persone che si muovono e con esse emigrano culture e religioni, tradizioni, abitudini e costumi di vita che fanno delle società di accoglienza un microcosmo del mondo con un pluralismo interno e con legami globali sempre più significativi.

Ritornate ora priorità politica urgente, le migrazioni evocano sentimenti di rigetto e paura del diverso e del nuovo, dell’altro che minaccia il mio benessere, ma anche risvegliano le coscienze alle esigenze della solidarietà internazionale davanti alle ingiustizie e sofferenze che spesso le accompagnano. L’Europa con i suoi 15 milioni di immigrati di varie culture, razze e religioni, non è il solo continente che s’interroga su un fatto sociale che sfida identità storiche e sicurezze acquisite. Su tutte le strade del mondo masse di migranti e rifugiati si muovono alla ricerca di sopravvivenza sospinti dal desiderio di una vita più dignitosa. Le Nazioni Unite, dove si sta esaminando la richiesta di una conferenza mondiale sulle migrazioni, stimano ad almeno 125 milioni il numero di persone che in maniera legale o no e per svariate ragioni vivono e lavorano in un paese diverso da quello in cui sono nate.[2] Anche l’Italia, benché su scala minore che il resto della Comunità Europea, non è estranea alle tensioni e agli interrogativi che pongono un milione di immigrati sul suo territorio. Essa esperimenta con immediatezza che significhi essere allo stesso tempo paese di emigrazione e di immigrazione e come la memoria di quasi 30 milioni di Italiani emigrati in poco più di un secolo possa servire da lezione forte per far aprire alla comprensione e all’accoglienza.

Con la diversità imposta dai vari paesi e regioni geografiche, le migrazioni sono divenute un aspetto strutturale e permanente delle società moderne. Non potevano perciò lasciare indifferente la Chiesa davanti alle dimensioni pastorali ed etiche che esse comportano quando si rifletta sulle loro cause e sulle conseguenze che ne derivano per i singoli migranti, le loro famiglie, il paese che lasciano e le nuove comunità dentro cui si insediano. Di fatto, e spesso anticipando l’azione dei Governi, la Chiesa è scesa subito in campo a fianco ai migranti fin dall’inizio delle grandi migrazioni di massa del XIXmo secolo, le riconobbe fin dal loro nascere in tutta la loro complessità e le incluse nello sviluppo della sua dottrina sociale e della sua prassi pastorale.

A mobilitare la Chiesa e farla avanzare su questo duplice binario servì da catalizzatore verso la fine del 1800 e l’inizio di questo secolo il vescovo Giovanni Battista Scalabrini. La vivacità intellettuale e il dinamismo pastorale di Mons. Scalabrini contribuirono attraverso i suoi scritti e la sua azione ad avviare una sistematizzazione dell’insegnamento e della politica ecclesiali riguardante la mobilità umana che in gran parte rimane ancora valida.[3]

Perciò davanti alla persistenza del fenomeno migratorio, pur in circostanze segnatamente diverse e più complesse, una nuova presentazione del pensiero di Mons. Scalabrini costituisce uno stimolo originale a far progredire la comprensione e l’impegno, e non solo dei cattolici, per una convivenza pacifica e arricchente.

 

2. Il vescovo Scalabrini  (£)

Mons. Giovanni Battista Scalabrini (1839-1905) esercitò per quasi trent’anni il suo ministero episcopale a Piacenza durante un periodo di profonde trasformazioni sociali, politiche ed economiche che toccavano l’Italia e l’Europa. Un sintomo di tali cambiamenti furono i sessanta milioni di emigrati che tra il 1815, fine delle guerre napoleoniche, e il 1930, non molto dopo la Prima Guerra Mondiale, lasciarono i paesi europei per destinazioni lontane in altri continenti.[4]

Del clero della diocesi di Como, Mons. Scalabrini fu professore e rettore del seminario e poi come parroco si distinse per l’azione pastorale e sociale e i suoi scritti catechetici e apologetici che indussero S. Giovanni Bosco a presentarlo a Pio IX come un candidato all’episcopato. Vescovo di Piacenza dal 1876, intraprese una vasta opera riformatrice che si estese alla formazione spirituale e culturale del clero, la catechesi, l’organizzazione e la legislazione diocesana. Portò a termine cinque visite pastorali alle 365 parrocchie della diocesi. Fu durante la prima di queste visite pastorali, nel 1876-1877, che scoprì che l’11% dei suoi fedeli erano emigrati all’estero. Celebrò tre Sinodi diocesani, fondò la prima rivista catechistica italiana, Il Catechista Cattolico, convocò nel 1889 il primo Congresso Nazionale Catechistico. Per promuovere la pietà popolare e l’educazione cristiana, fu predicatore instancabile, scrisse una sessantina di lettere pastorali, sviluppò la stampa cattolica e compì opera costante di moderazione e di mediazione fra le varie correnti del suo clero e del laicato cattolico, intento a rafforzare l’unità della Chiesa in un momento di forti conflitti dovuti alla Questione Romana e ai rivolgimenti politici ed economici dell’Italia post-unitaria. Convinto che la Chiesa deve abbracciare con la sua azione anche la trasformazione della società, Mons. Scalabrini, oltre le sue attività più conosciute per i migranti, promosse una serie sorprendente di opere sociali: l’opera di protezione per le mondariso (1903), l’istituto per le sordomute (1879), l’assistenza per i terremotati (1883, 1887). Si occupò dei carcerati, dei poveri, dei malati. Usò con efficacia la stampa dando interviste e scrivendo opuscoli sul tema delle migrazioni, ma anche su altri temi scottanti come la politica del tempo, che ebbero larga risonanza. L’opuscolo Intransigenti e Transigenti, pubblicato anonimo nel 1885 per volontà di Leone XIII, ebbe un’eco straordinaria. Propugnava la libertà di opinione e di studio, l’autonomia legittima delle Chiese locali, il ruolo del vescovo come mediatore tra il Papa e i fedeli, e soprattutto la necessità della conciliazione fra Chiesa e Stato, da prepararsi gradualmente con la partecipazione dei cattolici alle elezioni politiche. Scalabrini fu contrario all’intransigentismo radicale, giudicato incapace di risolvere il problema di coscienza dei cattolici italiani dopo l’Unità e perciò cercò d’avviare la ricristianizzazione della società nelle sue componenti principali. Sostenne tuttavia l’Opera dei Congressi attraverso cui i cattolici italiani di orientamento intransigente si riproponevano un ruolo attivo nella vita sociale: Piacenza risultò al secondo posto in Italia per il numero e l’attività associazionistica dei comitati parrocchiali. Le sue convinzioni, sostenute con lealtà e fermezza di fronte al Papa, non offuscarono la sincerità dell’obbedienza: la pratica di questa, come delle altre virtù, specialmente della carità, è il fondamento del “concetto di santità”, in cui morì, il 1 giugno 1905 a Piacenza.[5] Sei mesi prima aveva concluso una lunga visita pastorale agli emigrati in Brasile simile per le enormi distanze coperte, il grande numero di comunità emigrate incontrate, gli innumerevoli discorsi pronunciati, le cresime conferite e le autorità civili e religiose visitate, a quella da lui condotta negli Stati Uniti nel 1901. Fu questo contatto diretto con i migranti nel loro nuovo ambiente che a meno di un mese dalla morte l’aveva spinto a sottomettere alla Santa Sede l’espressione più matura della sua visione ecclesiale delle migrazioni, la proposta di un loro coordinamento mondiale affinché la Chiesa, “chiamata dal suo apostolato divino e dalla sua tradizione secolare”, potesse “dare la sua impronta a questo grande movimento sociale, che ha per fine la ristorazione economica e la fusione dei popoli cristiani.”[6]

 

3. La preoccupazione per i migranti  (£)

L’attenzione di Mons. Scalabrini per i migranti non nasce improvvisa né è una sua preoccupazione isolata. Si tratta invece di una presa di coscienza progressiva da parte di un animo aperto ai segni dei tempi e che la fede muove alla compassione e al coinvolgimento attivo nelle problematiche della società del suo tempo. Da giovane sacerdote e da parroco, Mons. Scalabrini aveva notato che i contadini della Valtellina e i tessitori del comasco dovevano fuggire davanti alla fame e alla disoccupazione. Da vescovo, registrò il numero elevato di diocesani che la povertà spingeva all’estero, specialmente dall’Appennino emiliano. Del resto, la stazione di Piacenza costituiva un nodo ferroviario di passaggio per migliaia di emigranti veneti, lombardi e romagnoli diretti al porto di Genova e la loro miseria era una scena familiare straziante.

Davanti a tale esodo doloroso e ininterrotto e “di fronte a uno stato di cose così lacrimevole,” Scalabrini scrisse, “io mi sono fatto sovente la domanda: come poter rimediarvi?”[7] Passò all’azione: “...io raccolsi il grido di dolore dei nostri poveri espatriati, e chiamai l’attenzione del pubblico sull’opera nefanda dei trafficanti di carne umana...”[8] La risposta di Mons. Scalabrini è sintetizzata nel primo Regolamento per una Congregazione di Missionari per le Colonie italiane specialmente in America del 1888 dove lo scopo proposto è “di mantenere viva nel cuore dei nostri connazionali emigrati la fede cattolica, e di procurare quanto è possibile il loro benessere morale civile ed economico.”[9] Scalabrini programma un’assistenza completa che va dal porto di partenza, al viaggio, allo sbarco e all’insediamento nel paese di accoglienza in modo che l’emigrato sia protetto da abusi e sofferenza e aiutato nel raggiungimento del suo obbiettivo non solo di successo materiale ma anche di crescita umana e spirituale preservando la sua fede religiosa e il sentimento nazionale in un piano provvidenziale che attraverso lo spostamento e il mescolamento dei popoli prepara l’unione di tutti in Cristo.

La strategia operativa di Mons. Scalabrini per incarnare la sua visione si muove sul piano dello studio, dell’analisi e della sensibilizzazione dell’opinione pubblica, da una parte, e, dall’altra, sul piano dell’organizzazione di opere e della mobilitazione di persone per sostenerle. Per la prima forma di intervento intraprese una serie di conferenze nelle principali città italiane e stabilì una fitta rete di contatti e di corrispondenza con le persone che sotto qualsiasi aspetto potessero essere coinvolte nella causa dei migranti come per esempio erano il Prefetto di Propaganda Fide, Ernesto Schiaparelli dell’Associazione Nazionale per Soccorrere i Missionari Italiani, Giuseppe Toniolo, tra l’altro, fondatore dell’Unione Cattolica per gli Studi Sociali, S.Francesca Saverio Cabrini, fondatrice delle Missionarie del Sacro Cuore, Peter Paul Cahensly, fondatore della Società San Raffaele in Germania. Fece delle pubblicazioni sue o da lui ispirate e incoraggiate come gli opuscoli sull’emigrazione e la rivista L’emigrato italiano. Il risultato fu la presa di coscienza da parte di settori importanti del cattolicesimo italiano della gravità e urgenza del problema delle migrazioni e lo sviluppo di proposte concrete per risolverlo. La seconda forma di intervento di Mons. Scalabrini portò alla fondazione delle Congregazioni dei Missionari di San Carlo Borromeo per gli emigrati (1887), delle Missionarie di San Carlo (1895), della Società di Patronato per gli Emigrati di San Raffaele (1892), opere che guidò quotidianamente nella molteplicità di iniziative di assistenza religiosa e sociale che intrapresero in Italia e nell’America del Nord e del Sud come testimonia la sua vasta corrispondenza, e che lo portarono a un dialogo diretto con esponenti della Chiesa in altri paesi anticipando così un coordinamento internazionale.

Sia gli scritti che le opere di Mons. Scalabrini sono contrassegnati dall’urgenza di rispondere a situazioni di tale sfruttamento, degrado umano, dolore fisico e morale, che non permettevano il lusso di una pianificazione dettagliata o l’attesa che fossero disponibili tutte le risorse necessarie. L’intuizione del momento, l’essenzialità del messaggio, la certezza che la Provvidenza avrebbe fatto maturare il piccolo seme gettato nel solco della storia, caratterizzano lo stile di Mons. Scalabrini assieme alla paziente e ferrea persistenza nel perseguire per quanto le sue forze permettevano la realizzazione del suo programma. In particolare, gli scritti riguardanti i migranti - che formano questo volume - risentono dell’occasionalità, delle polemiche, del bisogno di smuovere l’indifferenza, di toccare anzitutto il cuore e spronare all’azione.[10] Interi paragrafi vengono ripresi quasi alla lettera da un testo all’altro e non sarebbe ragionevole cercare una precisione meticolosa e costante di concetti che lo studio e l’esperienza di Mons. Scalabrini fanno evolvere verso una aderenza sempre maggiore al fenomeno migratorio nel suo continuo cambiamento. Non manca però una struttura di pensiero che si regge su delle convinzioni precise e che costituisce non tanto una teoria delle migrazioni ma un approccio articolato e ragionato a questo fenomeno sociale dove si ritrovano gli elementi quadro per una sua comprensione sistematica.

 

4. Una visione globale del fenomeno migratorio   (£)

“Dalle varie regioni d’Italia emigra di anno in anno,” scriveva Mons. Scalabrini nel 1899, “un numero considerevole di contadini e operai che si spargono nel mondo in cerca di lavoro, alcuni per un periodo di tempo limitato, altri per stabilirsi definitivamente fra genti straniere diverse di religione, di lingua e di costumi. Questo esodo (effetto qualche volta di vere necessità economiche) è spesso opera di agenti d’emigrazione che si danno a speculare sulla miseria e credulità altrui.”[11] Nei paesi di partenza anzitutto si debbono identificare le cause delle migrazioni temporanee e permanenti. L’emigrazione è un fatto importante non solo per il numero di persone coinvolte, ma “per i quesiti sociali che involge, per il malessere economico di cui è sintomo.”[12] Dei vari tipi di emigrazione che Mons. Scalabrini elenca, interna, politica, cioè per fini di conquista e colonizzazione, e agricolo-commerciale o di infiltrazione, si sofferma su quest’ultima.[13] La spinta ad emigrare viene dalla crescita della popolazione, dall’inabilità di un paese a sfamare tutti i suoi cittadini, dalla cattiva amministrazione pubblica che causa crisi agrarie e industriali e impone tasse eccessive. Alla fame e alla disoccupazione, Mons. Scalabrini aggiunge altre spinte: la facilità dei trasporti, il desiderio naturale di migliorare la propria posizione e il fascino di possedere terra e di far fortuna in America.[14] Si deve quindi informare accuratamente i migranti potenziali e prevenire la necessità di emigrare promuovendo ogni forma di sviluppo sociale ed economico “in sollievo della miseria, cooperando a togliere abusi e ingiustizie, insegnando agli ignari molte cose utili e belle senza stancarsi mai” attraverso opere di previdenza e mutuo soccorso, assicurando il giusto salario agli operai, combattendo l’usura, istituendo società cooperative di produzione, di consumo e di mutua assicurazione, introducendo nuovi ritrovati e sistemi agricoli.[15] L’emigrazione “è una parte della complessa questione sociale la quale tanto affatica il secolo presente,”[16] osserva Mons. Scalabrini, e non se ne potrà trovare una via di uscita che nella soluzione di questa. Pertanto, “le leggi non bastano a sanare le piaghe che affliggono la nostra emigrazione, perché alcune di esse sono alla natura dell’emigrazione stessa inerenti, altre derivanti da cause remote, che sfuggono all’azione della legge.” [17]In particolare, “le misure di polizia non arrestano, bensì deviano dai nostri ad altri porti le masse migratorie, rendendo così più doloroso e più dispendioso l’esodo dei nostri connazionali.”[18]

Lo Stato ha l’obbligo di intervenire con le sue leggi e le sue istituzioni affinché le migrazioni raggiungano il loro scopo naturale. Andando al di là delle circostanze storiche, Mons. Scalabrini afferma la necessità dell’emigrazione, “fatto naturale, provvidenziale,” e ne intuisce la dimensione di fenomeno permanente. “L’emigrazione nella quasi totalità dei casi non è un piacere, ma una necessità ineluttabile... impedendola si viola un sacro diritto umano, abbandonandola a sé la si rende inefficace... è l’espressione sincera di uno stato permanente di cose.”[19] L’emigrazione, legge di natura, è un diritto umano inalienabile e perciò il Vescovo afferma ripetutamente la libertà di emigrare, ma non di far emigrare, e la necessità per lo Stato e per il settore privato di gestire e tutelare l’emigrazione.[20] Infatti “in tutto ciò che riguarda l’emigrazione, interesse religioso, civile e nazionale, pubblico e privato, non si possono disgiungere senza danno... proteggere e dirigere la emigrazione... si esplica in azione legislativa, religiosa e filantropica, e che interessa quindi il Governo, il clero e tutti i buoni di qualsiasi partito.”[21] Su questa convergenza di azione, oltre al compimento dei suoi doveri pastorali, Mons. Scalabrini vede “un mezzo pratico, un inizio di quella pacificazione delle coscienze” necessaria nell’Italia del suo tempo ancora divisa dalla questione del potere temporale del Papa e dal dissidio che ne derivava tra Santa Sede e governo italiano.[22]

In pratica, Mons. Scalabrini lotta contro gli agenti di emigrazione che definisce mercanti di carne umana e veri incettatori di schiavi, ma vede l’emigrazione in una luce positiva se guidata e sostenuta nel suo spontaneo movimento. Essa diviene “valvola di sicurezza che stabilisce l’equilibrio tra la ricchezza e potenza produttiva di un popolo, fonte di benessere per chi va e per chi resta, sgravando il suolo di una popolazione soverchia e avvalorando la mano d’opera di chi resta.” Inoltre, “apre nuove vie ai commerci, facilita la diffusione dei trovati della scienza e delle industrie, fonde e perfeziona le civiltà e allarga il concetto di patria oltre i confini materiali, facendo patria dell’uomo il mondo.”[23] Mons. Scalabrini non sottovaluta o lascia nell’ombra le tragedie dell’emigrazione e ne parla con forza e profonda empatia, ma non perde mai di vista il piano provvidenziale che oltre “gli alti fini sociali a cui fu destinata,” fa dell’emigrazione uno strumento per “propagare ovunque la cognizione di Dio e di Gesù Cristo”[24] e, come scriverà alla Santa Sede nel 1905, “sempre strumento di quella Provvidenza che presiede agli umani destini e li guida, anche attraverso catastrofi, verso la meta ultima, che è il perfezionamento dell’uomo in terra e la gloria di Dio nei Cieli.”[25]

La lettura che Mons. Scalabrini fa combina un’analisi realistica delle conseguenze dolorose e degradanti delle migrazioni forzate dalla fame con l’indicazione di piste innovatrici sul protagonismo degli emigrati, il loro diritto all’informazione e alla libertà di movimento, il dovere dello Stato di tutelare senza costringere, la positività sostanziale delle migrazioni e la loro funzione transnazionale di apertura verso il futuro. La sua visione tuttavia si estende su orizzonti più vasti e più pertinenti alla sua missione di pastore che vedeva attuata nel compito di preservare la fede nel nuovo ambiente e di favorire la creatività sociale e religiosa delle migrazioni.

 

5. Il sentimento religioso, la religione e le migrazioni   (£)

Lo sradicamento dalla propria terra, i rischi e le sofferenze del viaggio e del primo insediamento in un paese straniero dettarono pagine traboccanti di compassione e di sdegno a Mons. Scalabrini e, occasionalmente, alla stampa e ai politici suoi contemporanei. Ma il Vescovo di Piacenza, oltre a passare ad un’azione efficace di informazione, di prevenzione e di protezione, si pone il problema del futuro delle comunità emigrate: l’integrazione, il legame con la patria di origine, la preservazione dell’identità religiosa, tema questo che motiva e guida senza limitarle tutte le sue forme di intervento. Imposta quindi un discorso culturale innovatore, che pur nel linguaggio e con i condizionamenti del tempo, apre delle prospettive originali per capire le esigenze dell’emigrato e darvi delle risposte adeguate. Il punto di partenza dell’analisi di Mons. Scalabrini è il tipo di emigrato che lasciava l’Italia post-unitaria, “gente zotica e ignorante” in cui i sentimenti primordiali giocavano un ruolo chiave. “Nel figlio della gleba il concetto di religione è inseparabilmente unito a quello del tempio e del sacerdote. Dove taccia ogni sensibile apparato religioso, esso dimentica a poco a poco i suoi doveri verso Dio e la vita cristiana del suo spirito illanguidisce e muore.”[26] Il mondo contadino e rurale da cui proveniva la quasi totalità degli emigranti era ancorato a tradizioni plurisecolari dove famiglia, religione e comunità si interpenetravano e creavano un modo di appartenenza socio-culturale e un mondo affettivo che definivano il senso d’identità della persona. Il frequente richiamo di Mons. Scalabrini all’interdipendenza del sentimento religioso e della nazionalità, intesa appunto come la convergenza di tradizioni storiche e di famiglia, comunanza di razza, affetto al luogo natio, glorie e dolori comuni e l’amore di Dio, non sembra essere altro che l’inculturazione della fede e la sua connessione con l’etnicità. La rottura provocata dall’emigrazione disturba antichi equilibri e il normale processo di socializzazione. Scrive Mons. Scalabrini: “Il popolo, che non pensa, e quindi è soggetto a minor varietà di sentimenti, è più tenace nelle tradizioni della persona colta, ma viceversa quando in lui si affievoliscono questi tradizionali sentimenti, questa memoria perenne del luogo natio, che si compendia nella casa paterna, nella Chiesa, nelle sacre funzioni, nel parroco, egli si trasforma radicalmente e si assimila all’ambiente nuovo, oppure perde ogni principio, e diventa un isolato, un uomo a sé, tutto dato alle materialità, senza ideali e senza principi sovrannaturali.”[27] L’integrazione nel nuovo ambiente perciò non può prescindere dall’identità etnica e dalla sua dimensione religiosa. Data la condizione sociale e culturale degli emigrati, il passaggio da una identità etnica ad un’altra non potrà avvenire che sostenendo la prima attraverso forme di assistenza agli emigrati che tengano in considerazione “i loro costumi, il loro dialetto, la loro indole.”[28] Ne deriva quindi la necessità in particolare di servizi e strutture pastorali specifiche adatte al momento culturale degli emigrati e alla loro esigenza di comunità per esprimere la propria identità con la quale appunto viene preservata anche la fede. Per questo Mons. Scalabrini insiste sul valore di insediamenti, di “colonie”, omogenei di emigrati in Brasile e sulle parrocchie etniche o nazionali negli Stati Uniti come su un clero che “sia possibilmente della nazionalità dei parrocchiani, o almeno ne parli la lingua.”[29]

Non poteva[30] sfuggire però a Mons. Scalabrini che le dinamiche demografiche e culturali dei paesi di accoglienza avrebbero portato attraverso un lungo e lento lavoro di assimilazione alla formazione di un nuovo popolo. Mentre ammetteva tale risultato per le grandi “migrazioni della forza e del carattere di quelle dei Barbari e dei mussulmani,” avrebbe voluto che nei paesi moderni costruiti dall’immigrazione, pur nella loro unità politica e religiosa, si conservasse la lingua e l’esistenza nazionale degli immigrati. La motivazione è sempre religiosa: “ Non v’ha dubbio che l’idea della nazionalità sia uno di quei sentimenti che sono chiamati ad esercitare larga e talvolta decisiva influenza sulla conservazione o la perdita della fede di un popolo.”[31] Durante le sue visite pastorali toccando con mano la scelta definitiva degli emigrati di radicarsi nelle Americhe, Mons. Scalabrini modifica in parte il suo pensiero. Raccomanda agli emigrati: “Osservate i costumi del paese che vi ospita; conformatevi ad essi quanto vi è possibile. Imparate a parlar inglese, ma non dimenticate la vostra dolce lingua materna.”[32] Scalabrini però non parla dell’evoluzione di un’identità italiana verso una nuova americana senza che per questo la fede di origine si perda, forse anche perché l’immediatezza del problema migratorio non gli consentiva di anticipare tale sviluppo. È probabile che la spiegazione stia nel suo capire la religiosità come espressione riassuntiva della cultura tanto che raccomandava agli emigrati negli Stati Uniti: “Siate religiosi e sarete veramente italiani.”[33]

Componente essenziale dell’identità etnica, la religione è sostegno e conforto spirituale, dà continuità all’esperienza del migrante e gli provvede quell’assistenza caritativa che lo Stato magari anche promette ma non adempie. Mons. Scalabrini vede poi la religione come garanzia di convivenza “smussando gli angoli delle singole nazionalità, temperando le lotte di interessi delle diverse patrie, armonizzando, in una parola, la varietà delle origini nella pacificatrice unità della fede.”[34] Infine, gettando lo sguardo su un lontano futuro, non solo vede le migrazioni come una forma di espansione missionaria, ma anche un preludio della comunione dei santi nella storia, il compimento della “grande promessa dell’Evangelo: Un solo ovile, un solo Pastore.”[35]

 

6.  Spiritualità di servizio    (£)

L’impatto delle iniziative di Mons. Scalabrini suscitava interrogativi sui motivi che lo ispiravano. “Scalabrini si presenta, più che da agitatore politico, in veste di apostolo evangelico...vuole che non si dica che il prete italiano si chiude in un egoismo ascetico, si disinteressa delle questioni sociali, che travagliano in così  grave modo l’umanità.”[36] È la missione della carità che muove all’azione nel mondo duro, di abbandono e di sfruttamento dei migranti. Il fondamento è la fede. “È certo che per codeste imprese occorre la fede; e noi l’abbiamo;” notava Mons. Scalabrini in un’intervista al Corriere della Sera nel 1901, “e mai fummo delusi.”[37] Il senso di compassione e la volontà di trovare soluzioni pratiche ed efficaci spingevano ad agire con urgenza ed intensità, ma senza cadere nell’attivismo. La priorità e risorsa profonda dell’apostolato del missionario degli emigrati è per Mons. Scalabrini la coscienza di essere chiamato a far parte dell’opera redentrice di Cristo e di rimanere unito a Lui. “Finché dunque rimarrete in Lui,” scrive ai suoi missionari,”vi sentirete pieni di sovrumana energia e il frutto che riporterete non potrà essere che ubertoso e duraturo... E questa unione voi l’otterrete alimentando in voi, con gli esercizi continui di pietà, la fede, e mantenendo viva nel cuore la grazia.”[38] Nelle lettere ai missionari ritorna quindi con insistenza il richiamo alla meditazione e alla preghiera, alla fiducia in Dio e alla santità. “Se io e tu, “ scrive Mons. Scalabrini a P. Zaboglio, “non ci facciamo santi, l’opera nostra cadrà o riuscirà inutile o quasi.”  “È certo che l’opera nostra sarà dal Cielo benedetta, se noi ce ne renderemo meritevoli con la santità della vita e con una intera fiducia in Dio.”[39]La dimensione contemplativa della vita missionaria è strutturata da Mons. Scalabrini attorno ad alcuni punti essenziali: la fede, l’unione con Dio, il mistero della croce, l’imitazione di Cristo, la gloria di Dio. D’altra parte si tratta di una spiritualità incarnata nella quotidianità del servizio pastorale per cui i punti di riferimento diventano la povertà, l’unione con i confratelli, il vescovo e il papa, l’obbedienza ai Superiori religiosi e la generosità nel ministero verso i migranti. Perciò “i missionari devono essere interamente staccati dalle cose mondane, “dice Mons. Scalabrini, “e nel loro lavoro cercare tutto per gli altri e nulla per sé.”  Indica l’deale di missionario nei sacerdoti che offrirono l’opera loro per le missioni italiane e caddero sul campo. “I primi due,” ricorda Mons. Scalabrini, “ furono Don Giuseppe Molinari di Piacenza e Don Domenico Mantese di Vicenza; morti, l’uno e l’altro, di stenti e di fatiche, martiri dell’idea.” [40] Un altro esempio è il P. Giuseppe Marchetti morto a 28 anni a San Paulo, Brasile, fondatore dell’orfanatrofio italiano Cristoforo Colombo e co-fondatore delle Suore Scalabriniane, e che Mons. Scalabrini chiama “eroico...vero martire” della carità.[41]  Si trattava di formare dei missionari che in un  contesto di emarginazione e di povertà potessero continuare a promuovere il bene spirtuale e sociale degli emigrati sapendo che “per la via del Calvario si va al Cielo”, accettando “gli adorabili disegni di Dio,” proseguendo “con nobile e santa alacrità” e osservando esattamente le regole in modo “che tutti abbiano a spargere il buon odore di Cristo.” 

Nella Regola del 1895 si coglie la sintesi che  Mons. Scalabrini  fa tra azione e contemplazione  per la vita dei suoi missionari tra gli emigrati: “Il Missionario, come operaio evangelico, deve ricordarsi d’essere obbligato a diffondere colla sua vita il buon odore di Cristo, a predicare il vangelo più con l’esempio che con la parola...Porranno per fondamento delle proprie azioni la grande massima: di non applicarsi mai tanto all’esercizio dell’Apostolico Ministero da trascurare la vita interiore, e di non abbandonarsi mai tanto alle dolcezze della vita interiore da trasandare l’esercizio dell’apostolico Ministero.” [42]

 

7. Conclusione  (£)

La sensibilità pastorale di Mons. Scalabrini lo porta a cogliere l’importanza e la complessità politica, sociale e religiosa del fenomeno migratorio nelle società moderne, ad analizzarne le cause e a iniziare una serie di progetti concreti e mirati per la sua tutela e gestione costruttiva. Un profondo senso di cristiana carità anima l’azione del Vescovo di Piacenza, ma anche la ricerca di una strada nuova per un ruolo pubblico dei cattolici italiani come protagonisti nel campo sociale ed eventualmente in quello politico in un impegno d’interesse nazionale e umanitario. Soprattutto è la preservazione della fede degli emigrati che stimola l’azione di Mons. Scalabrini che nel suo metodo d’intervento abbraccia tutta la persona nelle sue esigenze fisiche e spirituali. Mentre progressivamente dà forma e concretizza la sua visione, Mons. Scalabrini avvia un piano ecclesiale di attenzione ai migranti che arriva fino ad assumere una dimensione internazionale di coordinamento che con il passare degli anni si rivelerà sempre più necessaria. Ma dirige la sua attenzione alla fase di sradicamento del processo migratorio per cui il ruolo dello Stato e della Chiesa nel paese di arrivo, la dinamica dell’integrazione e la relazione tra cultura in generale, nazionalismo, religione e società di accoglienza rimangono meno sviluppate. Il suo pensiero sociale tuttavia si articola con aderenza alla realtà e con ricchezza di intuizioni che servirono allo sviluppo sistematico della riflessione sociologica sulle migrazioni e dell’azione pastorale di tutta la Chiesa, facendo davvero di Mons. Scalabrini l’uomo che ebbe “l’intuizione dei fatti avvenire.”

[1]Il noto sociologo e promotore degli studi sociali in Italia Giuseppe Toniolo (1845-1918) colse con ammirazione l’originalità anticipatrice di Mons. Scalabrini nell’impostare la risposta cattolica al fenomeno migratorio. In una lettera al P. Massimo Rinaldi, missionario scalabriniano poi vescovo di Rieti, del 1 novembre 1911 (Archivio Generale Scalabriniano AO 01-02/1) scrive: “Io conobbi personalmente S.E. Mons. G.B. Scalabrini fin dai primi spunti della Sua iniziativa a pro’ dei nostri emigranti; e ciò reputo una fortuna ed onore per me; sicché ne ringrazio Dio. Che se io raffronto quei primi concetti e tentativi della istituzione religioso-sociale che l’intraprendente Vescovo stava per fondare, colle vicende che accompagnarono dappoi l’espandersi della emigrazione italiana fino ad oggi, la quale superò quella di ogni altra nazione contemporanea, e penetrò in ogni continente e regione del globo, - io sono tratto ad esclamare: quell’uomo ebbe l’intuizione dei fatti avvenire, che è propria delle menti superiori e dei grandi cuori, o piuttosto di coloro, che il Signore chiama a farsi strumenti speciali e opportuni dei Suoi profondi e misericordiosi disegni provvidenziali nel mondo!” Il Toniolo vedeva l’emigrazione italiana, se preparata, come un lievito nei paesi di arrivo per formare una “civiltà universale... latina e papale.” Aggiunge a proposito di Mons. Scalabrini: “A questa provvidenziale educazione degli italiani migranti provvedeva il Vescovo Scalabrini; e se oggi si scorga, come le istituzioni ed associazioni da lui vagheggiate, abbiano rivvenuta attuazione multiforme, vasta e duratura, e come il Pontificato ne abbia oggi stesso assunto la tutela e guarantigia in tutto il mondo, ben possiamo arguire che le iniziative del santo vescovo di Piacenza, preludessero ad una opera di religione e di civiltà del pari imperitura, a gloria del Cattolicesimo e della patria italiana.”

* Segretario, Pontificio Consiglio per la Cura Pastorale dei Migranti e gli Itineranti.

[2]Per gli immigrati in Italia, cf. Caritas di Roma: Immigrazione-Dossier Statistico 1994. Roma: Ed. Ricerca, 1994. Per la situazione mondiale delle migrazioni, cf. United Nations. Department for Economic and Social Information and Policy Analysis. Population Division. Trends in Total Migrant Stock, Revision 3 (Pop/1B/DB/95/I/REV.3), 1995., and, Concise Report on the World Population Situation in 1995.   United Nations High Commissioner for Refugees, The State of World’s refugees, 1995. Oxford university Press, 1995. Peter Stalker, The Work of Strangers: A Survey of International Labour Migration. Geneva, International Labour Office, 1994.

[3]Cf. Gianfausto Rosoli, “I movimenti di migrazione e i cattolici,” in Storia della Chiesa, XXII/1: La Chiesa e la Società Industriale (1878-1922), a cura di Elio Guerriero e Annibale Zambarbieri. Milano: Ed. Paoline, 1990. Pp. 497-526, e “Il cammino storico della Santa Sede nella creazione di un dicastero per la pastorale della mobilità umana,” in La missione del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti nel crescente fenomeno odierno della mobilità umana. Atti della XII Riunione Plenaria . Vaticano, 19-21, ottobre 1993. Città del Vaticano, 1995.

[4]Cf. Dudley Baines, Emigration from Europe, 1815-1930.  London: McMillan, 1991.

[5]Per un’esauriente presentazione della figura e dell’opera di Mons. Scalabrini, cf. Mario Francesconi: Giovanni Battista Scalabrini vescovo di Piacenza e degli emigrati. Roma: Città Nuova, 1985. Pp. 1306. Si vedano anche: Gianfasuto Rosoli, a cura di, Scalabrini tra vecchio e nuovo mondo: Atti del Convegno storico internazionale (Piacenza, 3-5 dicembre 1987). Roma: Centro Studi Emigrazione, 1989. Pp. 584. Giovanni Battista Scalabrini, Lettere pastorali. Edizione integrale a cura di Ottaviano Sartori. Torino: Società Editrice Internazionale, 1994. Pp. 748. M.Marcora (a cura di), Carteggio Scalabrini-Bonomelli. Roma: Studium, 1983. Pp.

[6]APF, N.S. 1908 vol. 461 Memoriale di Mons. Scalabrini sulla Commissione “Pro Emigratis Catholicis”.

[7]G.B. Scalabrini. L’emigrazione italiana in America. Osservazioni. Piacenza: Amico del Popolo, 1887, p. 5.

[8]G.B. Scalabrini. Prima conferenza sull’emigrazione (1891). Piacenza: Istituto Cristoforo Colombo, pp. 13-14.

[9]Regolamento della Congregazione dei Missionari per gli emigrati, approvato dalla S.C. di Propaganda Fide nel 1888 ad experimentum ad quinquennium. AGS DH 02-03/4c.

[10]Una prima edizione antologica di scritti di Mons. Scalabrini e di alcuni suoi collaboratori sulla questione dell’emigrazione fu fatta dalla rivista Studi Emigrazione, V (Febbraio-giugno, 1968) con il titolo: La società italiana di fronte alle prime migrazioni di massa.

[11]G.B. Scalabrini. Il socialismo e l’azione del clero. Torino: Libreria Editrice Salesiana, 1899. Pp. 86-87.

[12]G.B. Scalabrini. Prima conferenza, AGS AQ 01-07/1.

[13]Cf. G.B. Scalabrini. L’Italia all’estero. Conferenza tenuta nel recinto dell’Esposizione di Arte Sacra in Torino, 1898. Torino: Tipografia Roux Frassati, 1899. Pp. 8-10.

[14]G.B. Scalabrini. L’emigrazione italiana in America, op. cit., p. 11.

[15]Cf. G.B. Scalabrini. Il socialismo e l’azione del clero, op. cit. Pp. 81-86.

[16]G.B. Scalabrini. Dell’assistenza alla emigrazione nazionale e degli istituti che vi provvedono. Piacenza: Tip. Marchetti e Porta, 1891. P. 4.

[17]G.B. Scalabrini. L’Italia all’estero. op. cit., p. 20.

[18]G.B. Scalabrini. Il disegno di legge sulla emigrazione italiana, op. cit. P. 8.

[19]G.B. Scalabrini. L’emigrazione italiana in America, op. cit. P. 8

[20]G.B. Scalabrini. Il disegno di legge sulla emigrazione italiana. Osservazioni e Proposte. Piacenza: Tipografia Amico del Popolo, 1888. Pp. 32-33.

[21]G.B. Scalabrini. L’Italia all’estero, op. cit. Pp. 11-12.

[22]G.B. Scalabrini. Il disegno di legge, op. cit. P. 46.

[23]G.B. Scalabrini, “L’emigrazione degli operai italiani,” in Atti e documenti del XVI Congresso Cattolico Italiano, Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici in Italia. Venezia, 1899.

[24]Ibid. p. 1.

[25]G.B. Scalabrini, “Memoriale sulla Congregazione o Commissione“Pro emigratis catholicis” (1905)”. Studi Emigrazione,  IX (marzo-giugno, 1972) .

[26]G.B. Scalabrini. L’emigrazione italiana in America, op. cit. P. 46.

[27]G.B. Scalabrini, “Memoriale sulla necessità di proteggere la nazionalità degli emigrati - A Leone XIII.”  (Appunti) AGS AQ 01-10/1b.

[28]G.B. Scalabrini al Card. G. Simeoni, 12.10.1890. AGS BA 02-04/12.

[29]G.B. Scalabrini., “Memoriale sulla Congregazione o Commissione “Pro emigratis catholicis”, op. cit., p. 197.

[30]Nel discorso del 15 ottobre 1901 al Catholic Club di New York, Mons. Scalabrini diceva: “Da questa terra di benedizione si eleveranno ispirazioni, si svolgeranno principii, si dispiegheranno forze nuove, arcane, le quali verranno a rigenerare, a ravvivare il vecchio mondo con apprendergli la vera economia della libertà, della fratellanza, dell’uguaglianza; insegnandogli che popoli diversi per origine possono benissimo conservare la loro lingua, l’esistenza nazionale propria, pur essendo politicamente e religiosamente uniti e senza barriere per ingelosirsi e dividersi.” Cf. M. Francesconi, op. cit., p. 978; AGS AN 04-10/04.

[31]G.B. Scalabrini, “Memoriale sulla necessità di proteggere...”,  op. cit., II, p. 375.

[32]Cf. M. Francesconi, op. cit., p. 963.

[33]Cf. The Post Dispatch, St. Louis, Missouri, 3 ottobre 1901.

[34]G.B. Scalabrini, “Memoriale sulla Congregazione o Commissione...”,  op. cit., p. 194.

[35]Cf. Discorso al Catholic Club di New York, op. cit.

[36]Dalla Gazzeta Piemontese e riportato in Mons. Giovanni Battista Scalabrini Vescovo di Piacenza. Trent’anni di Apostolato: Memorie e Documenti,  a cura di A. Scalabrini. Roma, 1909, p. 405

[37]”I missionari italiani al’estero,” Corriere della Sera, 1 giugno 1901 , in op. cit.., p. 366.

[38]Giovanni Battista Scalabrini. Ai Missionari per gl’Italiani nelle Americhe. Piacenza: Tipografia vescovile Giuseppe Tedeschi, 1892, p. 5. Assieme alle Regole, questa lettera  di Mons. Scalabrini rivela sia la spiritualità personale del Vescovo che l’impronta che voleva dare ai suoi missionari : una pietà forte, essenziale ed ecclesiale a sostegno di uno zelo eroico. In quest’occasione propone loro come modello San Carlo Borromeo, “uno di quegli uomini di azione che non esitano...esempio meraviglioso di quell’impavida costanza, di quella generosa pazienza, di quell’ardente carità, di quello zelo illuminato, indefesso, magnanimo, di tutte quelle virtù che formano di un uomo un vero apostolo di GesùCristo.”

[39]Scalabrini a Zaboglio, Piacenza 18 maggio 1891; Scalabrini a Zaboglio, Piacenza, 4 febbraio 1895. La corrispondenza tra Mons. Scalabrini e P. Francesco Zaboglio è conservata nell’Archivio Generale Scalabriniano e nell’Archivio del Seminario di Como.

[40]Mons. Giovanni Battista Scalabrini Vescovo di Piacenza. Trent’anni di Apostolato...op. cit. , p. 363.

[41]Scalabrini a Zaboglio, Piacenza, 12 aprile 1897.

[42]Giovanni Battista Scalabrini, Regola della Congregazione dei Missionari di S.Carlo per gl’Italiani Emigrati. Piacenza: Tip. Vesc. G. Tedeschi, 1895. Cap. XIV, 1,2.