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Osservazioni(Piacenza, Tip. dell’Amico del Popolo, 1887, p. 55)
I.
Reminiscenze - II.
L’emigrazione, sua necessità e utilità - III.
Dati statistici - IV Cause
dell’emigrazione e sua meta
I. In Milano, parecchi anni or sono, fui spettatore di una scena che mi lasciò nell’animo un’impressione di tristezza profonda. Di passaggio alla stazione vidi la vasta sala, i portici laterali e la piazza adiacente invasi da tre o quattro centinaia di individui poveramente vestiti, divisi in gruppi diversi. Sulle loro facce abbronzate dal sole, solcate dalle rughe precoci che suole imprimervi la privazione, traspariva il tumulto degli affetti che agitavano in quel momento il loro cuore. Erano vecchi curvati dall’età e dalle fatiche, uomini nel fiore della virilità, donne che si traevano dietro o portavano in collo i loro bambini, fanciulli e giovanette tutti affratellati da un solo pensiero, tutti indirizzati ad una meta comune. Erano emigranti. Appartenevano alle varie provincie dell’Alta Italia ed aspettavano con trepidazione che la vaporiera li portasse sulle sponde del Mediterraneo e di là nelle lontane Americhe, ove speravano di trovare meno avversa la fortuna, meno ingrata la terra ai loro sudori. Partivano, quei poveretti, alcuni chiamati da parenti che li avevano preceduti nell’esodo volontario, altri senza sapere precisamente ove fossero diretti, tratti da quel potente istinto che fa migrare gli uccelli. Andavano nell’America, ove c’era, lo sentirono ripetere tante volte, lavoro ben retribuito per chiunque avesse braccia vigorose e buona volontà. Non senza lagrime avevano essi detto addio al paesello natale, a cui li legavano tante dolci memorie; ma senza rimpianto si disponevano ad abbandonare la patria, poiché essi non la conoscevano che sotto due forme odiose, la leva e l’esattore, e perché pel diseredato la patria è la terra che gli dà il pane, e laggiù lontano lontano speravano di trovarlo il pane, meno scarso se non meno sudato. Partii commosso. Un’onda di pensieri mesti mi faceva nodo al cuore. Chi sa qual cumulo di sciagure e di privazioni, pensai, fa loro parer dolce un passo tanto doloroso!.... Quanti disinganni, quanti nuovi dolori prepara loro l’incerto avvenire? quanti nella lotta per l’esistenza usciranno vittoriosi? quanti soccomberanno fra i tumulti cittadini o nel silenzio del piano inabitato? quanti, pur trovando il pane del corpo, verranno a mancare di quello dell’anima, non meno del primo necessario, e smarriranno, in una vita tutta materiale, la fede de’ loro padri? Da quel giorno la mente mi andò spesso a quegl’infelici, e quella scena me ne richiama sempre un’altra non meno desolante, non veduta, ma intraveduta nelle lettere degli amici e nelle relazioni de’ viaggiatori. Io li veggo quei meschinelli sbarcati su terra straniera, in mezzo ad un popolo che parla una lingua da loro non intesa, facili vittime di speculazioni disumane: li veggo bagnare coi loro sudori e con le loro lagrime un solco ingrato, una terra che esala miasmi pestilenziali; rotti dalle fatiche, consunti dalla febbre sospirare invano il cielo della patria lontana e l’antica miseria del natio casolare, e soccombere finalmente senza che il rimpianto dei loro cari li consoli, senza che la parola della fede additi loro il premio che Iddio ha promesso ai buoni ed agli sventurati. E quelli che nella rude lotta per l’esistenza trionfano, eccoli, ohimè! laggiù nell’isolamento, dimenticare affatto ogni nozione soprannaturale, ogni precetto di morale cristiana, e perdere ogni dì più il sentimento religioso, non alimentato dalle pratiche di pietà, e lasciare che gli istinti brutali prendano il posto delle aspirazioni più elevate. Di fronte ad uno stato di cose così lagrimevole, io mi sono fatto sovente la domanda: come poter rimediarvi? E tutte le volte che mi accade di leggere su pei giornali qualche circolare governativa che mette le autorità ed il pubblico in guardia contro le arti di certi speculatori, i quali fanno vere razzie di schiavi bianchi per ispingerli, ciechi strumenti di ingorde brame, lontano dalla terra natale col miraggio di facili e lauti guadagni; e quando da lettere di amici o da relazioni di viaggi rilevo che i paria degli emigranti sono gli italiani, che i mestieri più vili, seppure vi può essere viltà nel lavoro, sono da esso loro esercitati, che i più abbandonati, e quindi i meno rispettati, sono i nostri connazionali, che migliaia e migliaia de’ nostri fratelli vivono quasi senza difesa della patria lontana, oggetto di prepotenze troppo spesso impunite senza il conforto di una parola amica, allora, lo confesso, la vampa del rossore mi sale in volto, mi sento umiliato nella mia qualità di sacerdote e di italiano, e mi chieggo di nuovo: come venir loro in aiuto? Anche pochi giorni or sono un distinto giovane viaggiatore mi portava il saluto di parecchie famiglie dei monti piacentini attendati sulle sponde dell’Orenoque: Dica al nostro Vescovo che ricordiamo sempre i suoi consigli, che preghi per noi e che ci mandi un prete, perché qui si vive e si muore come bestie... Quel saluto dei figli lontani mi suonò quale un rimprovero, ed il quesito che io aveva posto sovente a me stesso si è manifestato in queste osservazioni che ora io pubblico, e che ho scritto così come il cuore me le veniva significando. Chiamo sulle medesime l’attenzione del clero italiano, del laicato cattolico e di tutti gli uomini di buona volontà, poiché la carità, vera tregua di Dio, non conosce partito, ed il Sangue di Gesù Cristo tutti ne affratella in una fede e in una speranza, e ci fa debitori a tutti.
II L’emigrazione, sua necessità e utilità. L’emigrazione è un fatto naturale, provvidenziale. È una valvola di sicurezza data da Dio a questa travagliata società; è una forza conservatrice assai più potente di tutti i compressori morali e materiali, escogitati e messi in opera dai legislatori per tutelare l’ordine pubblico e per guarentire la vita e la roba dei cittadini. È noto il proverbio: mala suadet fames. Chi potrebbe trattenere un popolo che scatta sotto le convulsioni del ventre, dato che non vi fosse la speranza di trovare altrove il pane quotidiano? A quelli pertanto che, nel considerare le miserie cagionate dalla emigrazione, esclamano serenamente: e perché dunque tanta gente emigra? è facile il rispondere. L’emigrazione nella quasi totalità dei casi non è un piacere, ma una necessità ineluttabile. Senza dubbio fra gli emigranti vi sono anche cattivi soggetti, vagabondi e viziosi; ma costoro sono il minor numero. La immensa maggioranza, per non dire la totalità di coloro, che espatriano per recarsi nella lontana America, non sono di questa tempra; non fuggono l’Italia per aborrimento al lavoro, ma perché questo loro manca e non sanno come vivere e mantenere la propria famiglia. Un eccellente uomo e cristiano esemplare d’un paesello di montagna, ove anni sono io mi trovavo in visita pastorale, mi si presentò a chiedere la benedizione ed un pio ricordo per sé e pe’ suoi di partenza per l’America. Alle mie osservazioni egli oppose questo semplice, doloroso dilemma: o rubare o emigrare. Rubare né debbo né voglio, perché Dio e la legge me lo vietano; guadagnar qui il pane per me e pei figli non m’è possibile. Che fare adunque? emigrare: è l’unica risorsa che ci resta...... Non seppi che soggiugnere. Lo benedii commosso, raccomandandolo alla protezione di Dio, e una volta di più mi persuasi essere l’emigrazione una necessità, che s’impone, quale rimedio supremo ed eroico, cui bisogna sottoporsi, come a dolorosa operazione si sottopone il paziente per evitare la morte. La Religione e la emigrazione, ecco ormai i due soli mezzi che potranno per l’avvenire salvare la società da una grande catastrofe; l’una avviando su altri continenti il soverchio della popolazione, l’altra consolando di care speranze il dolore disperato degli infelici. Coloro però che vorrebbero impedita o limitata l’emigrazione in nome di considerazioni patriottiche ed economiche, e quelli che la vogliono, in nome di una male intesa libertà, abbandonata a se stessa senza consiglio e senza guida, o non ragionano affatto o ragionano, a mio avviso, da egoisti e da spensierati. Infatti impedendola si viola un sacro diritto umano; abbandonandola a sé la si rende inefficace. I primi dimenticano che i diritti dell’uomo sono inalienabili e che quindi l’uomo può andare a cercare il suo benessere ove più gli talenti; i secondi, che l’emigrazione, una forza centrifuga può diventare, quando sia ben diretta, una forza centripeta potentissima. Oltre infatti recar sollievo a quelli che restano colla diminuita concorrenza delle braccia e coi nuovi sbocchi aperti al commercio, torna essa d’immenso profitto acquistando influenze, e riportando sotto mille forme i tesori di attività sottratti per un momento alla nazione. La Grecia antica che trasse potenza e gloria dalle sue colonie sparse su tutte le coste del Mediterraneo, la Spagna che dopo la scoperta e la conquista dell’America toccò l’apogeo della sua grandezza, e l’Inghilterra che ha ne’ suoi vasti dominii dell’India una fonte inesauribile di forza e di ricchezza attestano la verità di queste mie parole. Io avrei ben volentieri omesso queste considerazioni generali, poiché il discutere teoricamente, se sia l’emigrazione un bene o un male, è qui inutile, bastando al mio scopo di constatarne l’esistenza. Siccome però nelle ricerche che ho intraprese, per raccogliere i dati statistici e i fatti che servirono di base a questo mio breve lavoro, e nei discorsi famigliari, mi sono accorto di una grande confusione di idee su questo rapporto, non solo fra la borghesia e i privati, ma anche fra giornalisti e persone che si dedicano alla cosa pubblica, così le ho creduto, quelle considerazioni, non affatto inopportune. Principalmente i proprietari di terre, ove l’emigrazione dei contadini è più numerosa, impensieriti da questo repentino impoverimento di braccia, che si traduce in un adequato aumento di mercedi per quelli che restano, hanno fatto sentire i loro lagni al Governo e per mezzo di deputati e di associazioni hanno chiesto provvedimenti «per sanare e circoscrivere questo morbo morale, questa diserzione, che spoglia il paese di braccia e di capitali fruttiferi, che fa rompere i patti colonici e lascia dietro a sé la svogliatezza e la insubordinazione senza nessun vantaggio degli emigranti, perché i contadini privi di capitali e di cognizioni saranno sempre e dovunque proletarii, e la miseria che tentano sfuggire abbandonando la patria, li seguirà sempre come l’ombra del loro corpo aumentata da nuovi bisogni e dall’isolamento (Atti parlamentari, tornata 12 Febbraio 1869) Come ognuno può facilmente rilevare, queste ragioni e questi consigli si ispirano più all’interesse degli agiati che restano, che ai bisogni de’ miseri che sono costretti ad andarsene, e se l’autorità prestasse loro facile orecchio e informasse l’opera sua a tali suggerimenti farebbe cosa inutile, ingiusta e dannosa. Inutile, perché non arriverebbe mai a sopprimere l’emigrazione; ingiusta, poiché ingiusto e tirannico è ogni atto che frappone ostacolo al libero esercizio di un diritto; dannosa, perché l’emigrazione prenderebbe altra via che non quella naturale dei nostri porti, come è avvenuto ogniqualvolta il Governo, per un malinteso spirito di patriottismo, ha reso difficile l’emigrazione. Così dopo la Circolare del Lanza la emigrazione clandestina crebbe assai in paragone della libera, e si videro gli emigranti prendere il passaggio sui porti esteri con grande danno della nostra marina e degli emigranti stessi, i quali, costretti a far le cose di nascosto, per sottrarsi ai rigori delle autorità, erano più facile preda alle ingorde speculazioni degli agenti di emigrazione. Quanto sarebbe stato più umano, più civile, più patriottico, più conforme ai doveri delle classi dirigenti, e soprattutto più cristiano, il consigliare, l’indirizzare e premunire quegli infelici contro i pericoli che li attendevano sulla via lunga e dolorosa dell’esiglio!
III Quanto abbiano giovato le lamentele e gli invocati provvedimenti ce lo dicono le cifre della statistica ufficiale sulla emigrazione che va di anno in anno aumentando ed il fatto che gli Stati tutti della vecchia Europa sono come invasi dalla febbre della colonizzazione. Si direbbe che governi e popoli si sentano come spinti da una forza misteriosa a cercare nuovi sfoghi alla loro attività. L’Europa trovandosi a disagio ne’ suoi antichi confini, sente l’urgente bisogno di allargare la sfera delle sue influenze, occupando pacificamente o conquistando col ferro e col fuoco i mondi inesplorati e barbari, per riversare in essi il soverchio della sua popolazione e della sua produttività industriale. Anche in Italia l’emigrazione va assumendo proporzioni tali che sarebbe follia trascurarla. In quest’ultimo decennio l’aumento progressivo degli emigranti è veramente stragrande. Ma ciò non deve sgomentarci. L’Inghilterra in poco più di mezzo secolo, dal 1815 al 1875, ha mandato fuori d’Europa 8.287.620 emigranti, dei quali 5.931.542 agli Stati Uniti e gli altri nelle varie sue colonie; e quella grande corrente di emigrazione, invece di impoverirla, fu la causa della sua prosperità. Dalla statistica pubblicata dal Ministero della Agricoltura, Industria e Commercio sulla emigrazione italiana, tolgo la seguente tabella, le cui cifre non hanno bisogno di commento per essere eloquenti:
Emigrazione italiana all’estero temporanea e permanente _________________________________________________________________________ Anno Emigrazione Emigrazione Totale propria o permanente Temporanea _________________________________________________________________________
1876 19.756 89.015 108.771 1877 21.087 78.126 99.213 1878 18.535 77.733 96.268 1879 40.824 79.097 119.831 1880 37.934 81.967 119.901 1881 41.807 94.225 135.832 1882 65.748 95.814 162.562 1883 68.416 100.685 169.101 1884 58.049 88.968 147.017 1885 77.029 80.164 157.193 1886 84.352 83.053 167.377 ________________________________________________________________________________
Si scorge da questa tabella che, mentre l’emigrazione temporanea ha oscillato poco intorno al 90.000, raggiungendo nell’83 la cifra massima di 100.000 per ridiscendere nell’86 all’83.000; l’emigrazione invece propriamente detta, ossia a tempo indefinito, è venuta crescendo da 20.000 circa, quant’era fino al 1878, a 40.000 circa, nei tre anni successivi 79-80-81, per salire gradatamente fino a 84.352 nello scorso anno. E che questo aumento enorme della nostra emigrazione non sia un fenomeno passeggiero, uno di quei riscaldamenti di testa, che possono esaltare per un giorno così un popolo intero come un individuo, ma l’espressione sincera di uno stato permanente di cose, ce lo dicono le numerose e continue partenze per l’America che i giornali registrano quotidianamente. L’Osservatore Romano del 22 Maggio testé passato riferiva la seguente notizia: «Da questo porto (Napoli) partirono in questi giorni per New-York l’Alsazia, vapore inglese con 80 tonnellate merci e 890 emigranti, e il Britannia, vapore francese, con 300 tonnellate merci e 920 emigranti.» «In un mese sono partiti circa 20 mila emigranti, e, quello che è più degno di considerazione, la maggior parte con moglie e figli.» Un’altra tabella importantissima è quella che divide gli emigranti per sesso e per età, poiché il numero dei fanciulli e delle donne, che va d’anno in anno aumentando fino a raggiungere nel 1886 per le donne la cifra di 23.320, e per i fanciulli sotto i 14 anni la cifra di 15.000 circa, ci dice chiaramente che la nostra emigrazione non è di semplici lavoratori, che cercano di impiegare per un tempo più o meno lungo la loro attività fuori della patria, ma che è di intere famiglie e di intere popolazioni, come è accaduto nel Friuli ed in qualche paese dell’alta Lombardia.
Cause dell’emigrazione e sua meta. Le cause che determinano l’emigrazione e la fanno aumentare di anno in anno, altre sono di ordine morale, altre di ordine economico, generali e particolari, e riflettono il benessere fisico e quella smania tormentosa di subiti guadagni, che ha invasa la fibra italiana dalle classi più alte a quella che sta al piede della scala sociale, formata dalla immensa turba dei diseredati. Le mutate condizioni dei tempi e del vivere civile, i bisogni aumentati non in rapporto alle ricchezze, il desiderio naturale di migliorare la propria posizione, la crisi agraria che pesa da anni sui nostri agricoltori come una cappa di piombo, il carico veramente enorme dei pubblici balzelli, che gravita sull’agricoltura e sulle piccole industrie e le schiaccia; a tutto questo si aggiunga il fuoco che le tre male faville, di cui parla Dante, hanno acceso ne’ cuori, e avremo appunto le cause della emigrazione, che io mi accontento di accennare appena, perché scopo del presente opuscolo non è di trovar modo di impedirla, ma bensì di sorreggerla, di illuminarla, di dirigerla coll’opera e col consiglio, affinché torni di vantaggio agli emigranti e di decoro all’Italia nostra. Più conveniente pertanto sarà il cercare la meta a cui tendono i nostri emigranti. All’ingrosso si sa da tutti che il centro della emigrazione italiana è l’America. Sono quelle vaste pianure incolte, concesse dai governi o dalle società in enfiteusi o in proprietà per un nonnulla, paragonato al valore delle nostre terre, che esercita sui nostri contadini un vero fascino; è l’attività febbrile delle città dell’America del Nord, ove tutte le idee trovano un esperimentatore, tutte le proposte un capitale, ove le fortune si fanno e si disfanno con una rapidità vertiginosa, che attrae irresistibilmente tutti quelli fra gli emigranti che cercano la loro fortuna negli affari aleatori; è là nelle Americhe insomma, o nel silenzio infinito delle pampas o nel tumulto delle città, che cercano la ricchezza, la pace, la gloria, l’oblìo, e qualche volta la riabilitazione, l’onestà e l’ingegno sfortunato o irrequieto, la sventura o la colpa di chi è costretto ad abbandonare il paese natio. Questo si sa, e da tutti, e la statistica ce lo conferma con chiarezza e precisione matematica. Le partenze per l’America di cittadini italiani nell’ultimo decenni furono le seguenti:
Ora se paragoniamo queste cifre a quelle già date più sopra, noi vediamo che, salvo frazioni piccolissime, il cento per cento della nostra emigrazione permanente va in America.
V Condizione coloniale d’Italia. Colonizzazione ed emigrazione furono per un certo tempo due fatti paralleli, che si sorressero ed afforzarono vicendevolmente e la cui integrazione accrebbe vigore, potenza e gloria ai popoli che li seppero compiere degnamente. Ma queste due alte funzioni della vita sociale che procedettero fin qui appaiate, ora per necessità di cose debbono separarsi; e mentre l’emigrazione aumenta ogni dì più e tocca cifre non mai raggiunte, la colonizzazione, per mancanza di nuove terre da conquistare, deve limitarsi alla pura e semplice conservazione ed alla difesa dei diritti di primo occupante. L’Italia non ha colonie, se pure non si vogliono credere tali quei due lembi di terra occupati sulle rive del Mar Rosso, e non è in grado di potersene procacciare senza patenti infrazioni di diritto internazionale e senza sanguinose contese. A questo proposito, osserva giustamente il signor Brow generale inglese, in un suo recente scritto, pubblicato sulla Nuova Antologia: «L’italiano è un popolo troppo pratico per pascersi di ideali, e comprende d’essere venuto al mondo troppo tardi, per avere colonie ricche e largamente compensatrici, come ha l’Inghilterra. Ormai il mondo è preso e l’Italia non è ancora abbastanza forte e grande per ambire il posto degli altri... Per avere d’altra parte delle colonie occorrono uomini e danari; e l’Italia ha una emigrazione numerosa sì, ma troppo priva di quell’energia, di quello spirito di iniziativa, di quei capitali che sono assolutamente necessarii a fondare colonie. In tutto il suo governo deve mantenere un troppo grande spirito di economia, ed il trovarsi esposta in guerre, come la nostra di Abissinia nel 1867, le quali costino qualche centinaia di milioni, per la necessità di mantenere il suo prestigio coloniale, è un pensiero che mette paura a tutti.» Dunque l’Italia non ha colonie e non sembra nella possibilità di procacciarsene dopo essere stata per secoli regina dei mari. Poche nazioni infatti hanno tradizioni coloniali come l’Italia. Le gloriose Repubbliche nostre del medio evo signoreggiarono successivamente in tutti i porti del Mediterraneo e dell’Adriatico, e le triremi di Amalfi, di Pisa, di Genova e di Venezia portarono la grandezza ed il terrore del nome italiano fra gli infedeli, e per secoli combatterono, ora vincitrici ed ora vinte, sempre gloriose, a difesa della patria, della religione e della cristiana civiltà contro l’invadente barbarie mussulmana. È inutile cercare qui le ragioni storiche e provvidenziali della sua decadenza civile e militare. È un fatto, che man mano che le nazioni moderne nella loro unificazione e nell’assetto definitivo dei loro governi trovarono la forza di coesione e di espansione, l’Italia, fra le gare municipali principesche, andò a poco a poco immiserendo, finché perdette ogni potenza; e mentre le altre nazioni si assidevano signore nei vecchi e nuovi continenti impadronendosi di immense ricchezze, l’Italia non solo perdeva ogni ingerenza politica nel mondo, ma anche su quei mari, che la circondavano e che appellavansi laghi italiani, ed era quasi esclusa da quei porti, ove i suoi mercanti avevano esercitato un monopolio secolare. In materie coloniali però, osserva giustamente il generale Brow, nel citato articolo, valgono più le sterline che le vecchie pergamene. Il fatto di Cipro informi. Ora il non aver noi Italiani colonie, in rapporto ai nostri emigranti, vorrà dire almeno quest’una cosa, che la costoro condizione è inferiore e d’assai a quella degli emigranti degli altri popoli. L’inglese, il francese, lo spagnolo, il portoghese, che emigra, abbandonando il suolo natio, varcando i mari, sa di trovare una spiaggia, un’isola, un continente, ove sarà protetto e giudicato dalle leggi del suo paese, ove si parla la sua lingua materna, ove sventola la stessa bandiera, che forse ha difeso sul campo di battaglia, ove innalza altari la stessa religione che fin dall’infanzia gli sorrise, che santificò i suoi affetti e implorò la pace de’ giusti sulla tomba de’ suoi padri; sa in una parola di trovare altrove colle sue ineffabili attrattive viva e gloriosa immagine della patria. Eppure con tutti questi vantaggi, che i nostri connazionali non possono avere, quanto non si è fatto e non si fa tuttodì in quei paesi dai governi e dalle società private a difesa ed a sollievo degli emigranti!
VI L’Inghilterra, maestra di color che sanno in materia di espansioni coloniali, conquistò la maggior parte delle isole e dei continenti, e mentre da un lato va ognora estendendo i suoi possessi indiani e si annette la Birmania, dall’altro occupa l’Egitto, è padrona di Cipro e di Malta e tiene nelle sue potenti mani la chiave del mar Rosso e della via marittima, che conduce a’ suoi dominii dell’estremo Oriente. Ma l’Inghilterra non si contenta solo di formare e di accrescere il suo vasto impero coloniale in contrade ricche e popolose, abitate da quelle che si chiamano razze inferiori, perché professanti il paganesimo e l’islamismo, e perché ignare delle bellezze della cristiana civiltà. Essa possiede al Canada, al Capo di Buona Speranza, in Australia immensi continenti, ove i suoi si riversano per cercarvi fortuna dedicandosi all’agricoltura, all’industria e ad ogni genere d’arti e mestieri. Là, come altra volta negli Stati Uniti, redenti da Giorgio Washington, la vita civile si espande e con essa si sviluppa e piglia nuovo incremento il progresso. Il cristianesimo vi piantò la sua Croce gloriosa, vi diffuse i suoi salutari insegnamenti, e se l’eresia protestante vi fondò chiese di tutti i riti e di tutte le sette, il Cattolicismo non le stette addietro, e già per ogni dove la sua fede e la sua morale vengono predicate da missionarii indefessi, che traggono maravigliosi frutti dai loro apostolici sudori. La Gerarchia cattolica dall’immortale Pontefice Pio IX istituita in Australia e nel Canada, conta in ambedue questi immensi paesi varie provincie ecclesiastiche, arcivescovadi e vescovadi, ricchi di parrocchie, di chiese, di scuole, di conventi. Due Cardinali furono da Leone XIII nominati, l’uno in Australia[1], l’altro al Canada[2], di guisa che ormai quelle giovani chiese non sono inferiori per nulla a quelle antichissime della nostra vecchia Europa. Così le colonie inglesi, mentre danno al mondo civile il maraviglioso spettacolo dei loro progressi materiali e del loro incremento intellettuale ed economico, si mostrano altresì figlie degnissime di codesta cristiana Europa. La Religione vi trova largo campo pel suo apostolato e gli emigrati del vecchio continente trovano nel nuovo sacerdoti attivi e zelanti, Vescovi pieni di coraggio e di spirito di sacrificio, scuole ed istituzioni ospitaliere, opere pie e tutto quanto può occorrere per la salute dell’anima, per la cura delle infermità e per lo sviluppo dell’istruzione. Così le idee di patria e di nazionalità non si spengono al di là dell’Oceano, ma si rafforzano pel contatto continuo con maestri, religiosi e sacerdoti, che hanno comuni coi coloni i santi affetti verso Dio, verso la Chiesa e verso la patria. Nel resto il Governo inglese, geloso custode dei diritti de’ suoi connazionali, ovunque si trovino, li veglia e li difende, certo che nella tutela degli individui sta il prestigio del suo nome. E all’infuori di ogni azione governativa, vi sono molte società, potenti per mezzi e per proseliti, che hanno fondato case, missioni e collegi ovunque avessero un interesse da far prevalere. Per le missioni dell’Africa equatoriale, quasi cinque milioni si sono spesi! La Francia, benché in minor grado che l’Inghilterra, ne imita l’esempio nelle isole oceaniche, che essa possiede, ma soprattutto ne’ suoi vasti possessi nel bacino del Mediterraneo. Algeri e Tunisi sono una prova sensibile di quel che può fare la Religione cattolica per lo sviluppo del patriottismo e per la santificazione delle anime nelle colonie; e nessuno ignora quanto merito vi abbia quel grande personaggio che è il Cardinal Lavigerie, il quale dalle risorte mura della gloriosa metropoli africana, tutto dirige con sapienza inarrivabile il movimento religioso delle colonie di Francia. Là, ove nel Luglio 1830 non erano che pochi missionarii ristretti fra quattro mura e guardati a vista dalla sospettosa tirannide di un satrapo mussulmano, oggi sorgono tre Diocesi fiorenti, Algeri, Orano, Costantina. La Cattedra di S. Agostino fu rialzata dalle rovine, ove l’aveano precipitata le migrazioni maomettane. Dovunque sorgono chiese, conventi, scuole cristiane, orfanotrofi, spedali. L’azione benefica della Croce di Cristo consola gli emigrati e li incoraggia, mantenendo fermi i loro principii religiosi e preservandoli dai pericoli della corruzione e dell’apostasia, che a poco a poco li condurrebbero a rinnegare non solo il cristianesimo, ma ancora i loro doveri verso la patria. Non ha guari ai possessi algerini la Francia univa la vasta e ricca reggenza di Tunisi, e lì ancora un maraviglioso impulso riceve l’opera di evangelizzazione e di civiltà, grazie allo zelo ed alla saggia direzione dello stesso Card. Lavigerie, divenuto primo metropolitano della rediviva chiesa di Cartagine. Così la Francia spende tesori per tener alta la gloria delle sue colonie e per difendere i suoi figli sparsi nel mondo, sussidiando largamente le missioni cattoliche, anche quando in patria osteggia la Religione con empie leggi. A Lione fiorisce da oltre mezzo secolo l’opera della Propagazione della fede con carattere internazionale, ma che raccoglie in Francia gran parte de’ suoi mezzi; mezzi che in questi ultimi anni toccarono la cifra di 7 milioni. Anche il governo del Portogallo riformò testè e dotò più largamente il Collegio de’ missionarii, e studiasi con ogni industria, segnatamente nel Congo, di far prevalere la sua lingua. La Germania, che in fatto di colonie si trova nelle stesse condizioni nostre, e dove l’emigrazione è pure grandissima, protegge non solo i connazionali colla energia e sollecitudine proprie di quel potentissimo impero, ma va spiando fra i mari lontani, sulle coste dell’Africa e delle Americhe un posto adatto per piantarvi la sua bandiera e preparare così a’ suoi figli, che emigrano, una patria nuova. E per impulso tutto privato si è costituita in Germania una società per il patrocinio dei cattolici tedeschi emigranti, detta: Unione di S. Raffaele. Da un discorso tenuto il 10 Settembre 1874 in Aquisgrana nell’adunanza generale dei cattolici tedeschi dal Sig. P. Cahensly tolgo le seguenti notizie. Questa società per il patrocinio degli emigranti tedeschi fu costituita in Bamberga nel Congresso cattolico del 1868 e fu riconfermata a Magonza nel 1872 su proposta del principe Isemburg-Birnstein. Scopo della medesima è difendere con un ben ordinato sistema di protezione gli emigranti dai numerosi pericoli che li circondano, non appena abbandonano il paese natio. In ogni porto d’imbarco la società ha un commissario da lei stipendiato, il quale presta gratuitamente i suoi servigi agli emigranti: li consiglia, li dirige, li aiuta sia per il cambio delle monete, sia per gli alloggi convenienti prima dell’imbarco, e, dopo averli esortati a fortificarsi colle pratiche religiose e coi Sacramenti, li abbandona al loro destino, dando loro commendatizie per il commissario che li attende allo sbarco in America e che ricomincia con loro la stessa opera di carità, resa più che utile necessaria dai nuovi pericoli ai quali si troverebbero esposti in terre straniere. Altre società congeneri fioriscono in Germania, le quali hanno per iscopo di diffondere e mantener viva la coltura e la lingua nazionale. Tali sono, per esempio, il Deutscher Schulverein (Associazione scolastica tedesca), che ha la sua sede centrale a Vienna; l’Allgemainer Deutscher Schulverein (associazione scolastica generale tedesca), che ha lo scopo ben determinato nel titolo stesso: Zur Erhaltung des Deutschtums im Ausland (per la conservazione del germanismo all’estero). L’una e l’altra di queste due società contano quasi dappertutto parecchie migliaia di soci, sono piene di vita e ricche di slancio, e dispongono di somme assai rilevanti. Anche la piccola Grecia non ha dimenticato i suoi figli, disseminati nelle varie parti dell’impero ottomano, e i Syllogos, società d’istruzione, che raccolgono i loro mezzi fra tutti i greci amanti del proprio paese, tengono alto il prestigio e la dignità della coltura ellenica non soltanto con iscuole popolari sin negli ultimi villaggi della Tessaglia e della Macedonia, ma con ginnasi altresì e con biblioteche circolanti, e perfino con iscuole di musica. Quanti e quali esempi!
VII Che cosa si è fatto in Italia. E l’Italia? L’Italia non solo ha fatto nulla di tutto questo, ma incamerando con atto ingiusto ed impolitico i beni di Propaganda Fide, ha, lo dico con immenso rammarico, trovato modo di stornare dal nostro paese gli ingenti capitali che vi affluivano da tutte le parti del mondo, e di impoverire e vincolare nella sua libertà d’azione una istituzione, che basterebbe essa sola ad onorare un’epoca, che conta a centinaia nel suo seno gli apostoli e i martiri, e che spinse le sue avanguardie eroiche fra le genti più inospite per raccoglierle a pie’ della Croce e conquistarle alla civiltà. Dalla più volte citata statistica, da relazioni particolari e dai fatti riferiti tratto tratto dai giornali, rilevo che i nostri connazionali all’estero sono i meno tutelati, che sono spesso vittime di infami speculazioni vuoi per ignoranza, vuoi per buona fede, e che sono quelli che meno si curano di ricorrere nei loro bisogni, o per far valere le loro ragioni, alle autorità consolari; cose tutte queste che possono derivare benissimo da spirito di indipendenza, o dal non essere avvezzo l’italiano a vedere nel governo del proprio paese un naturale e valido tutore, ma che possono essere anche grave indizio di sfiducia, derivata dalla abituale trascuratezza o impotenza delle autorità, tanto che i nostri connazionali abbiano trovato miglior cosa cavarsi alla meglio d’impiccio da sé, piuttosto che attendere il tardo ed inefficace patrocinio della patria lontana. Con questa osservazione io non intendo far rimprovero a chicchessia, e molto meno ad una intera classe di funzionari onorevolissimi, che io amo credere zelanti del loro dovere e coscienti dell’alta missione di cui sono rivestiti, ma semplicemente di constatare un fatto e di deplorarlo. Ora, date queste condizioni di cose, quali provvedimenti si sono presi, o solo tentati per migliorarle? Lo dico francamente, sebbene con dolore; dal Governo si è fatto ben poco, e dai privati nulla. Tratto tratto quando qualche tristo avvenimento viene a cognizione del pubblico vi è qualche po’ di agitazione, qualche interrogazione alla Camera, qualche articolo di giornalista; ma alle interrogazioni il Governo risponde che provvederà, alle grida giornalistiche qualche fremito di anima generosa e poi l’oblìo copre ogni cosa e tutto rientra nella calma, la calma infida dell’onda, che nasconde ne’ profondi suoi gorghi la vittima. E così si è andati innanzi di anno in anno, come se vi fosse nulla da fare pei lontani fratelli, all’infuori di molte chiacchiere, condite con un po’ di rettorica tanto per pascere di erba trastulla chi aspetta, e per distrarre l’attenzione di chi, obbedendo alle più nobili aspirazioni della vita umana e della cristiana carità vorrebbe mettere il ferro e il fuoco salutare nella piaga cancrenosa della società moderna, l’egoismo. Il dire però che s’è fatto nulla per migliorare le condizioni della nostra emigrazione non è esatto, perché di parole se ne sono fatte di molte, ed eziandio qualche tentativo pratico, ed io voglio tener calcolo anche delle parole, e perché anche queste rivelano se non una ferma volontà di agire, almeno buona intenzione; e perché dimostrano che la quistione che io richiamo all’esame della pubblica discussione si è imposta di quando in quando agli uomini, che reggono le sorti del paese, e infine perché dal poco che si è praticato si arguisca il molto che resta, e spinga i volenterosi, che non mancano, a fare, a far presto, e a far bene. Ab Jove principium: ma il Governo ha ben pochi fatti da registrare su questo proposito che veramente lo onorino, tanto che si è radicata negli animi di tutti la opinione che i meno protetti degli emigranti sono gli italiani. Certo se il Rossini tornasse in vita, io non saprei chi potrebbe abbracciare, dato che ei volesse giudicare la forza e l’importanza del suo paese dall’importanza e dal rispetto che gli si dà all’estero nella persona de’ suoi figli. È vero, torno a ripeterlo, anche dal Governo e dal Parlamento si è su questa vitale questione lungamente discusso; ma le interpellanze di qualche deputato e relativi disegni di legge e le solite raccomandazioni annuali nella disamina de’ bilanci e le solite risposte ministeriali, e le circolari ai prefetti, e gli articoli dei giornali officiosi, sono rimedi inefficaci e lasciano il tempo che trovano quando non diventino savie leggi. L’azione privata non è stata più feconda di quella governativa, e forse nol poteva essere. Qualche anno fa si costituì una Società di patronato degli emigranti, ma colle migliori intenzioni del mondo fece poco o nulla, e coll’opera sua timida e circospetta arrivò appena a farsi conoscere da un numero ristrettissimo di persone, né ora saprei dire se trascini ancora la vita, o se per inazione siasi del tutto spenta. Niuna maraviglia, avendo essa limitata l’opera sua ad una parte negativa, coll’avvisare gli emigranti dei guai a’ quali potrebbero andare incontro, e col provocare qualche volta contro la frode e gli abusi dei raggiratori la debole ed inefficace repressione, di cui la nostra odierna legislazione è capace. Spigolando gli atti parlamentari, gli archivi delle prefetture dei giornali, sarebbe facile raccogliere sulla emigrazione in generale, dati e cifre assai eloquenti, qualche provvedimento temporaneo efficace, molte osservazioni utilissime [3], ma si cercherebbe invano nel nostro codice una legge o nel paese una istituzione, che accennino d’aver fatto tesoro di quei fatti, di quelle cifre, di quelle osservazioni. Eppure senza promuovere rovinose conquiste l’Italia potrebbe trovare in America un vasto campo per lo sviluppo delle sue colonie, le quali se politicamente non dipenderebbero dalla madre patria, come le colonie inglesi e francesi, potrebbero nondimeno riuscirle di grande vantaggio per lo sviluppo de’ suoi commerci e della sua legittima influenza. L’America del Sud, come abbiam visto e come appare dai dati statistici, è il richiamo della massima parte de’ nostri. L’America meridionale, meno popolata della settentrionale, si presta maravigliosamente per le imprese agricole. Territori sconfinati lunghesso larghi e profondi fiumi vi giacciono incolti in attesa di braccia robuste che ne facciano valere la straordinaria feracità. La repubblica Argentina, il Brasile, l’Uruguay e le altre repubbliche dell’America del Sud sono a un di presso, quali più, quali meno, nelle identiche condizioni. Da molti anni, anzi da varie decine di anni, esse ricevono migliaia e migliaia di emigrati italiani, i quali si spargono su quelle contrade, assai più vaste di tutta l’Europa, e vi fondano borgate, villaggi, colonie agricole, alcune delle quali godono vita prospera e potrebbero essere per l’Italia sorgente inesauribile di attività industriale. Si comprende benissimo come, per la ragione addotta, l’azione dell’Italia non potrebbe mai uguagliare, nonché superare, quella della Francia e dell’Inghilterra nei loro possedimenti esotici. Però ciò non toglie negli italiani il dovere di pensare che hanno là dei fratelli che ad essi appartengono in modo speciale e che in modo speciale abbisognano del loro aiuto, l’abbandonarli in balìa di loro stessi a che altro equivarrebbe se non a distruggere in essi ogni legame verso la patria ed a mettere a duro cimento la loro fede e la loro moralità? E non dovrà dirsi opera veramente cristiana ed altamente patriottica quella, che rompendo la triste tradizione di incuranza lasciataci dal passato, si studiasse di rendere la loro sorte migliore?
VIII I pericoli che attendono gli emigranti sono tali e sì numerosi, che difficilmente un uomo anche sveglio d’ingegno se ne potrebbe sottrarre totalmente. Che dire poi dei poveri contadini, che ignari di tutto, si affidano a persone le quali non veggono in ogni emigrante che una cosa da sfruttare? Pur troppo coloro che leggono giornali debbono aver in mente un certo numero di fatti ora turpi, ora tragici, sempre tristi nei quali i nostri poveri fratelli che emigrano figurano in qualità di vittime. Qualche anno fa i pubblici diari parlarono di due o tre centinaia di emigranti, che arrivati al porto di imbarco, non so se di Genova o di Napoli, trovarono che il loro danaro raggranellato chi sa con quanti stenti e forse colla vendita dell’ultima masserizia, era andato a finire nelle mani di un truffatore. Quindi lagrime, strida, imprecazioni e poi ritorno al paese nativo a spese dello Stato. Sul principio dell’inverno del 1873 giunse a New York un bastimento con molte famiglie di contadini abruzzesi, che erano stati imbarcati dagli agenti di emigrazione colla promessa di essere diretti a Buenos-Ayres, ove ansiosamente li attendevano amici e parenti. Quei disgraziati, che aveano anche molto sofferto durante la traversata, si trovarono invece altrove, sfiniti, ben lontani dalla meta del loro viaggio e senza mezzi per proseguirlo. Ma queste possono essere eccezioni. Quello che è regola generale è il modo con cui avviene il loro trasporto. Stivati peggio di bestie, in numero assai maggiore di quello che permetterebbero i regolamenti e la capacità dei piroscafi, essi fanno quel lungo e malagevole tragitto letteralmente ammucchiati, con quanto danno della morale e della salute ben può ognuno immaginarlo. E quando arrivano a toccare il porto desiderato, la dolorosa iliade de’ loro guai è tutt’altro che finita. Spesso raggirati da arti subdole, abbagliati da mille bugiarde promesse, costretti dal bisogno, si vincolano con contratti che sono una vera schiavitù, e i fanciulli trovansi avviati coll’accattonaggio sulla strada del delitto e le donne gettate nell’abisso del disonore.[4] I vasti ed incolti terreni dell’America del Sud, del Brasile, del Chili sono ceduti in enfiteusi agli emigranti o direttamente dai governi o da società private, che ne hanno acquistato la proprietà a scopo di speculazione; e dopo un dato numero di anni e mediante il pagamento di canoni convenienti, il contadino diventa proprietario del suolo fecondato col suo sudore. I coloni quindi piantano le loro tende fra quelle lande, che tramutano spesso in ridenti ed ubertose campagne, e quei contadini per lo più di una stessa regione e qualche volta di uno stesso paese, battezzano laggiù col nome del villaggio nativo il luogo ove la fortuna li ha balestrati. Ma questi raggruppamenti se possono scemare i pericoli dell’emigrazione, rendendo meno triste e più sicura la vita, possono anche, se non sono ben diretti, essere causa di mali infiniti sia materiali sia morali. Poiché i nostri poveri contadini corrono pericolo d’essere avviati dagli speculatori a consumare la loro vita su terreni sterili e in luoghi malsani o mal difesi dalle bestie feroci e dalle orde barbariche. Cose tutte coteste che già si verificarono più di una volta, e su cui la stampa e l’opinione pubblica ripetutamente si commossero. E perché non si creda che di questo tristissimo quadro io abbia caricate le tinte, trascrivo fra i molti, che ho tra le mani, alcuni documenti ufficiali che confermano quei fatti nella loro cruda realtà. Nel rapporto del Cav. Avv. Domenico Brunenghi sulla Emigrazione italiana nella Repubblica Argentina, in data 5 Luglio 1883 si legge: «Anzitutto è necessaria un’attiva sorveglianza sul procedere degli agenti reclutatori, sieno essi stranieri o nazionali, ed una severa applicazione delle penalità comminate dalle leggi di polizia per ogni infrazione commessa nel disimpegno del loro incarico; mettere i nostri emigranti al coperto dalle scroccherie e dalle seduzioni cui, anche prima d’imbarcarsi, sottostanno per ignoranza o per troppa credulità.» «Una delle sorprese cui meno si attende l’emigrante e che è causa per lui di danni pecuniari non solo, ma di una sequela di mali spesso irrimediabili, è quella di trovarsi trasportato in un punto diverso da quello a cui intende recarsi e per il quale ha pagato il prezzo di passaggio...» «In generale, anzi quante volte lo possono, i battelli nazionali, che partono dai nostri porti per questi lidi, imbarcano passeggeri oltre il numero consentito dai regolamenti. Avviene che su di un vapore, che al più potrebbe trasportare dai 700 ai 750 passeggeri, se ne agglomerano 900, 1000 e anche più... Agglomerati sotto le coperte del bastimento, vi respirano un’aria corrotta, invece di quella quantità pura che è indispensabile al loro benessere: il numero dei malati cresce, e coll’aumentare delle malattie aumenta la mortalità, massime nei bambini...» «Il contadino addetto alle colonie governative dovrebbe ricevere l’occorrente pel dissodamento, per la coltivazione e seminazione del terreno, il quale dovrebbe essere anche misurato.... Se non che spirato il termine e soddisfatti i suoi obblighi, il colono chiede ripetutamente la misurazione del terreno coltivato, come pure la immediata consegna dei titoli di proprietà. Ma sì l’una che gli altri si fanno attendere molto a lungo.... Inutili quindi riescono i suoi reclami presso le autorità dipendenti dal Governo stesso; e se troppo insistenti le sue lagnanze e le sue sollecitazioni, sconta le une e le altre con vessazioni e con prigionia... In tal guisa la colonia deperisce e a breve andare si distrugge.» In quante terre del Messico del Brasile, del Perù, del Chili, per tacer d’altre, non furono seminate le ossa dei nostri connazionali, tratti colà come in una vera imboscata da promesse non realizzabili! La colonia di Port-Breton e i territori di S. Paolo e le contrade lungo la ferrovia Bahia-Minas e molte altre segnano pagine dolorose nella storia della nostra emigrazione. Questi fatti impensierirono per un momento il paese, e nella tornata parlamentare del 21 Giugno 1878 l’on. Del Giudice e l’on. Minghetti presentarono e svolsero due disegni di legge; il primo sui provvedimenti da prendersi circa l’emigrazione e gli agenti d’emigrazione, ed il secondo su l’istituzione di un ufficio speciale di vigilanza relativo alla medesima. E l’onorevole Antonibon nella tornata del 12 Febbraio l879 si rifaceva sul doloroso argomento con cifre e fatti di una gravità eccezionale e faceva risuonare all’orecchio de’ ministri e dei deputati, a titolo pietoso, alcuni dei gridi di dolore che ci giungono assidui, incalzanti da quelle terre, e che ora qui riproduco: «Non badate alle lettere che qualcuno scrive; credete, siamo disperati ed in gran parte qui si muore di passione e di fame.» Così uno da Morettes. «Sono qui in croce, scrive un altro, assetato, affamato e tradito. Di cento siamo ridotti a quaranta. Chi ha perduto il marito, chi la moglie, chi i figli. Alcuni del Tirolo, si narra qui, dalla fame hanno mangiato un figlio. E chi ci protegge? Nessuno ci protegge; non abbiamo né pretori né carabinieri. I signori in Italia ci trattavano male, ma in Italia era meglio...» E poi un altro: «Qui siamo come le bestie senza preti, né medici. Non si dà nemmeno sepoltura ai morti; siamo peggio dei cani legati alla catena. Dite al padrone che sarei più felice in Italia nel suo porcile, che in una reggia in America...» E un altro ancora: «Ci avevano detto che qui era nato e morto nostro Signor Gesù Cristo, che c’erano tutti i doni dei Re Magi, ma invece siamo piombati propriamente nell’inferno; ci hanno internati in una selva grandissima piena di bestie e di moscerini: abbiamo chiesto e richiesto del nostro console, ma non siamo mai stati capaci di vederlo!» «Due dei nostri, scrive un quinto, per aver fatto schiamazzo furono con una fune al collo attaccati ai piedi di un cavallo e fatti correre molte miglia, mentre il direttore colla sferza in pugno lo animava a trottare di pari passo.» «Ho qui un volume, soggiungeva l’On. Antonibon, in cui sono descritti i dolori atroci di quest’esodo nuovo..... ed io sentivo il bisogno di portare fra voi queste lacrime dei nostri, che credendo trovare il paradiso terrestre, hanno trovato l’angoscia, il dolore e la fame; che hanno veduto nel deserto del bisogno un miraggio, senza ricordarsi che il simoun violento rapidamente sperde quella città di polve; che sono uccisi dal clima, dagli insetti, dalle fatiche, e muoiono sconsolati, percossi da quel male gentile e fatale che è la nostalgia, pensando forse all’Italia che partendo maledicevano!.. Oh! i sogni degli emigranti sono splendidi, signori, conchiudeva l’oratore, ed io mi sento stringere il cuore, quando penso ai colloqui avuti con essi prima che partissero per l’America; quando ricordo che essi credevano di trovar l’oro per le strade, l’abbondanza pei campi, la ricchezza nelle mandrie, le spighe gonfie e la manna cadente dal cielo! Ed invece portano seco tutte le umane miserie..» Ma tutti questi discorsi non valsero a condurre a termine gli abbozzi di legge relativi, e solo quattro anni dopo il Ministro dell’Interno con una circolare ai Prefetti del Regno in data 6 Febbraio 1883, ammoniva i suoi uffiziali perché vigilassero sugli agenti di emigrazione e dava le norme per rendere meno dannosa l’opera loro e per punirla quando uscisse dai limiti concessi. La circolare è bella ed opportuna e non ha che il difetto di essere una circolare, cioè una cosa di natura sua transitoria; che ha la vita breve delle leggi fiorentine nel tempo di Dante: ......a mezzo novembre Non giunge quel che tu d’ottobre fili. Tolgo dal Progresso Italo Americano giornale di New York i seguenti fatti accaduti in questi giorni e che ci dicono con troppa eloquenza quali sieno le condizioni degli emigrati nel nuovo mondo. «In un nostro articolo per la difesa dell’onore e per la pace d’una colonia italiana, quella di Vicksburgh (Mississipì), esponevamo lo stato d’agitazione in cui si trovano presentemente i nostri connazionali colà residenti, in seguito alle inconcepibili provocazioni ed ai bassi insulti rivolti da una parte della cittadinanza, e più precisamente da un foglio locale, il Daily Commercial Herald, il quale, non si comprende perché, ha bandito contro gli italiani una sfacciata ed iniqua crociata. «A Vicksburgh, or’è un anno, gli eroi mascherati del linciaggio impiccarono un italiano, Villarosa, cui la voce pubblica affermava innocente: a Vicksburgh, poche settimane or sono, l’assassino d’un italiano, il povero Tironi, era assolto dai giudici: a Vicksburgh la stampa, viperina e malvagia, diffonde articoli innominabili contro gl’italiani.» «Pochi giorni or sono alcuni operai italiani delle provincie meridionali, reduci da un paese distante circa 50 miglia da Vicksburgh, erano di passaggio per quella città. Vi si soffermarono attendendo certe lettere, in seguito alle quali dovevano recarsi a Birmingham (Alabama), per attendere colà a lavori ferroviari.... » «Ma bastò perché i maligni insinuassero che essi, gli sporchi e straccioni italiani, come bugiardamente li chiamavano, ché eran vestiti a festa, certo decenti e più ancora decorosi, eransi recati colà per far concorrenza, col loro lavoro a meschina retribuzione, ai lavoratori del paese. Approfittavano poi della occasione per vuotare tutto il loro fiele contro i malcapitati, e contro altri italiani abitanti a Vicksburgh.» «Abbiamo detto che la locale società italiana, Margherita di Savoia intendeva di raccogliere l’insulto, e procedere. Una seduta fu tenuta a questo scopo, e tutti i membri della fiorente società vi accorsero e deliberarono di protestare, come per mezzo nostro protestarono, contro gli indigeni insultatori.» «Noi accogliamo la onesta deliberazione e la facciamo nostra: e ci domandiamo perché l’assassino del povero Villarosa, non ostante le promesse dall’alto, sia ancora impunito, e perché i rappresentanti il nostro Governo a Vicksburgh non provvedano come di dovere alla tutela dei nostri connazionali....» «Oramai, noi italiani, con certi giudici e in certe Corti dobbiamo far la parte di arlecchino, che pigliava le bastonate e, pigliatele, ne rilasciava in modis et formis la ricevuta. Queste parole sono a proposito d’un recente processo dibattutosi a Vicksburgh (Mississipì) contro l’assassino d’un italiano, assolto; e tranquille, misurate e, quasi scherzose, perché se lasciassimo libero corso a quel che noi proviamo e che dal cuore ci sale alla bocca e alla penna, forse, perderemmo il rispetto, che dobbiamo a noi e a chi ci legge.» «Ciò che è avvenuto anche adesso a Vicksburgh, è semplicemente nauseante e infame: giudicatene.» «Sei mesi or sono, Giovanni Tironi venditore di ostriche e pesce in un bar room di Washington street, uomo di indole tranquillissima e pacifica, dato al lavoro ed alla famiglia, amato da tutti, era insultato da un irlandese, certo Dan Keefe, di quelli a cui le clubbate dei policemens inglesi e le manette degli sceriffi di Salisbury sono cose anche troppo dolci e gentili: insultato senza motivo, per puro spirito di perfidia e di malignità.... Il povero Tironi pazientò, s’ingegnò di calmare con buone parole il suo insultatore, lo pregava anzi di smettere.... quando Keefe, inviperito sempre più, estrae un revolver, glielo appunta, tira il colpo.... Tironi cadde fulminato, perché la palla gli entrò nella parte posteriore della testa e gli si conficcò nel cervello.» «Arrestato, l’assassino ottenne la libertà provvisoria con cauzione di 5000 dollari: processato, dopo quindici minuti di deliberazione, i giurati lo assolsero: assolto, escì dalla Corte, trionfante, tra gli applausi e le urla incomposte di gioia degli amici e connazionali suoi pari.» «Caso di più sfacciata offesa alla legge non si dà, no, nemmeno nel paese dei mammalucchi: gl’italiani della colonia di Vicksburgh e dintorni, a cui ne è giunta notizia, sono mortificati e fremono di protesta e di dolore: noi, non potendo altro, ce ne facciamo eco volentieri, e soggiungiamo essere ben triste il vederci e saperci indifesi, non curati dalle autorità italiane, in balìa completa e assoluta degli arbitri partigiani di giudici...; senza più lontana speranza che codeste autorità rompano i loro olimpici e burocratici sonni per muovere un dito o per dir verbo in favor nostro e in nostra difesa!» Ma ancor più rilevante di tutti i riferiti documenti, e per l’importanza del consesso chiamato a discuterla, e per le misure in essa adottate, è la proposta di legge (bill) che il signor capitano Celso Moreno faceva presentare or è un anno alla Camera dei Rappresentanti di Washington dal senatore Lovering per colpire il così detto sistema dei padroni; sistema che copre il turpissimo mercato di carne umana. Ed ecco un sunto del bill: Lo scopo di questo è indicato dalle seguenti parole: «Abolire l’importazione di italiani od altri schiavi o lavoratori, scritturati e trattenuti in forzata servitù negli Stati Uniti di America.» Gli articoli 1° e 2° riguardano quelli che abbiano nelle città degli Stati Uniti o arruolato ragazzi o indottili ad arruolarsi in quelle Società, colla pena del carcere fino a cinque anni e con multa fino a cinque mila dollari. L’articolo 3° lo riproduciamo per intero perché indica a quale estremo di barbarie si sia arrivati: Art. 3. - «Qualunque ingaggiatore o padrone italiano o il suo manutengolo, o qualsiasi altra persona o persone che condurranno negli Stati Uniti, proprii territorii o nel Distretto di Colombia, un uomo o donna, fanciullo o fanciulla dall’Italia o da altrove, per servirsene come suonatori di organetti, cantori da strada, ballerini, saltimbanchi, finti ciechi o malati, negli angoli delle strade o chiese, o come mendicanti o raccoglitori di cenci, di carta straccia, carne guasta, pane od altro cibo avariato, o per qualsiasi altro mestiere instabile, vile e degradante, o li ingaggierà separatamente o per isquadre o in massa sulle strade ferrate, canali, serbatoi, musei a vil prezzo, o li costringerà a pagare ai padroni o loro complici od a qualunque altra persona o persone, due terzi od altra parte del loro guadagno, sarà giudicato reo di fellonia, e, dietro prove, sarà condannato alla carcere per un tempo non superiore ai cinque anni, e pagherà una multa non maggiore ai cinque mila dollari.» L’articolo 4° stabilisce che qualunque viaggiatore o padrone italiano conducesse persone negli Stati Uniti, lusingandole con promesse di lavoro lucroso, potrà subire prigionia sino a 10 anni e multa sino a 10 mila dollari. L’articolo 5° commina le stesse pene per i padroni o complici che ingaggiassero persone, sforzandole a prestare involontari servizi di qualunque genere. L’articolo 6° così si esprime: Qualunque persona imputata delle fellonie suindicate può essere processata nel Distretto in cui le medesime sono state commesse o nel Distretto o in altri ne’ quali la persona sedotta, trafugata, ingaggiata ecc. ecc. è trattenuta sotto tali vincoli o tenuta in forzata servitù ed abbietta schiavitù. L’articolo 7° finalmente stabilisce i modi coi quali il tribunale deve acquistare il convincimento dei fatti. L’articolo 8° prescrive l’immediata esecuzione della legge. Ma basti di tante miserie, poiché in quello che ho riferito (ed è ben piccola cosa al paragone di ciò che debbo tacere per non oltrepassare i limiti che mi sono imposto) ce n’è d’avanzo, per mostrare a chiunque senta amore di religione e di patria che il male esiste e grande, e che è doveroso, supremamente doveroso il provvedervi.
IX Moltissime cose sarebbero a dirsi a questo riguardo, né è mia intenzione accennarle qui tutte. L’esperienza medesima verrà suggerendone parecchie. Io non farò che esporre brevemente in questo capitolo alcune pratiche idee, nella speranze che altri abbia tempo da svolgerle, e presto addivengano un fatto. Come già si è visto, i bisogni cui vanno soggetti i nostri emigranti si possono dividere in due classi: morali e materiali, ed io vorrei che un’Associazione di patronato sorgesse in Italia, la quale fosse ad un tempo religiosa e laica, sicché a quel duplice bisogno pienamente rispondesse. Il campo che si presenta all’azione, guardata la cosa dal lato religioso, è vasto assai; ma non è men vasto se la si consideri dal lato economico. Compito infatti di detta Associazione vorrebbe essere, come già indicai, quello di provvedere agli interessi spirituali e materiali dei poveretti, che abbandonano il luogo natio per attraversare l’oceano; quindi: 1° Sottrarre gli emigranti alle speculazioni vergognose di certi agenti di emigrazione, i quali, pur di guadagnare, rovinano materialmente e moralmente gli infelici che cadono nelle loro reti; 2° Istituire un ufficio che prepari quanto occorre pel collocamento degli emigranti, sbarcati che sieno nei porti d’America, di guisa che ogniqualvolta un italiano si indirizzasse all’Associazione, questa potesse con sicurezza promettergli un utile occupazione, ovvero dissuaderlo dall’emigrare in caso contrario; 3° Fornire soccorsi in caso di disastri o d’infermità, sia durante il viaggio, sia dopo lo sbarco; 4° Muovere una guerra implacabile, mi si permetta l’espressione, ai sensali di carne umana, i quali non rifuggono dal ricorrere ai più sordidi mezzi, turpis lucri gratia; 5° Procurare l’assistenza religiosa durante la traversata, dopo lo sbarco e nei luoghi ove gli emigranti andranno a stabilirsi. In quanto al primo punto io vorrei che l’Associazione, oltre ai membri contribuenti, avesse ancora dei membri attivi. Le attribuzioni di questi dovrebbero essere varie e ben distribuite. Innanzi tutto dovrebbero fondare comitati in tutti i porti principali del Regno ed anche dell’estero, ove si imbarcano gli emigranti, per riceverli, vegliarli, consigliarli, proteggerli, aiutarli. Altri comitati dovrebbero essere fondati nei porti ove si dirige l’emigrazione italiana, per impedire che ivi si rinnovino gli inconvenienti ed i pericoli, che si incontrano troppo spesso nei porti d’imbarco. Ad attuare il secondo punto occorrerebbe che l’Associazione si ponesse in relazione non solo col Governo italiano, ma anche coi varii Governi americani, per dare all’emigrazione nazionale una direzione logica e pratica, per impedire che i poveri contadini, quando giungono in America, si trovino incerti sul luogo ove recarsi e possano fare una cattiva scelta, foriera di guai interminabili per loro e per la loro povera famiglia. Così si otterrebbe inoltre che le nostre colonie agricole fossero più prospere, meglio organizzate e maggiormente in grado di ricevere aiuto e protezione dal Governo nazionale. Il terzo punto ha pure molta importanza e si connette strettamente ai due precedenti. Dovrebbe l’Associazione aver cura che gli emigranti fossero o accompagnati durante il viaggio da un membro di essa od almeno raccomandati a persona di fiducia, che li soccorresse in caso di bisogno. Sui bastimenti poi vi dovrebbe sempre essere un sacerdote, il quale prestasse i conforti del suo ministero a tutti, e specialmente agli infermi. L’Associazione dovrebbe pure cercare che nei luoghi ove fossero agglomerati i coloni italiani non si lasciassero gli ammalati in abbandono e si sollevassero coloro, che un infortunio avesse ridotto all’indigenza. Ma per ottenere quest’ultimo risultato, è necessario che l’emigrazione venga meglio regolata, e che gli italiani non si disperdano in piccoli gruppi per l’immenso continente americano, ma si riuniscano in forti e ben ordinate colonie. Il quarto punto si riferisce all’energica repressione della tratta dei bianchi. Per far cosa pratica in questo senso l’Associazione avrà senza dubbio bisogno dell’appoggio efficace del Governo, il che io credo non sarà per mancarle qualora si mettano a nudo le cose nefande che ora succedono e che, per la generale indifferenza, rimangono sconosciute. Oggi infatti, come già ebbi a notare, troppo spesso accade che agenti di emigrazione senza coscienza e senza cuore, ingannino le famiglie e conducano via povere giovani, che destinano alla rovina morale e al disonore. Di questi casi veramente lagrimevoli ne avvengono, si può dire, ogni giorno. La pubblica stampa che si occupa con tanto interesse dei minimi pettegolezzi delle cronache cittadine, tace su questi delitti abbominevoli, li ignora o finge ignorarli. Occorre quindi che un’Associazione, la quale è destinata a proteggere gli emigranti, si dia cura di combattere apertamente, costantemente, questo traffico iniquo e, ove non possa fare da sé, ricorra alla forza pubblica e in adunanze solenni se ne richiami alla coscienza popolare, denunziando gli abusi e gli orrori che si commettono in onta alle leggi divine ed umane. In un secolo come il nostro, che trae vanto della sua civiltà, e che si gloria a buon dritto di aver soppresso la tratta dei negri, devesi ad ogni costo ottenere che i bianchi non sieno valutati da meno dei poveri pagani dell’Africa e che le donne ed i fanciulli italiani non sieno più a lungo esposti a tante sciagure. No, l’Italia e il suo Governo non possono e non debbono permettere sieno impunemente continuate tali indegnità, e per questo lato l’opera dell’Associazione sarà davvero cristiana, salutare, patriottica e laverà il nostro paese da un’onta che altamente lo disonora anche presso le estere nazioni. Ho toccato dell’assistenza religiosa che devesi agli emigranti durante il viaggio. Ma importa ancor più loro procurarla, stabiliti che sieno in America. Tale essendo il movente principale di questo umile scritto, non sarà, io mi penso, discaro al lettore che mi fermi a parlarne alquanto più distesamente; il che appunto farò nei due seguenti capitoli.
X I poveri contadini che emigrano, quando non muoiano per via, o non soccombano per le privazioni o pel crepacuore di vedersi tratti in inganno, sono, si può dire, abbandonati laggiù senz’ombra di assistenza religiosa. Il loro stato è più facile immaginarlo che descriverlo. I preti non abbondano in America, e quei pochi che ci sono, ignari quasi sempre della nostra lingua, non potrebbero neppure adempiere, come vorrebbero, ai loro doveri, per la semplicissima ragione che dagli emigrati non sarebbero compresi. L’italiano perciò che vive in America, è quasi costretto, generalmente parlando, a menare una vita peggio che pagana, senza Messa, senza Sacramenti, senza pubbliche preghiere, senza culto, senza parola di Dio, talché è molto se i figli che ivi gli nascono, vengano rigenerati nel Santo Battesimo. Ora è manifesto che un simile stato di cose, deve condurre insensibilmente quegl’infelici ad una indifferenza spaventevole in fatto di religione e ad un materialismo che abbrutisce. Né mi si dica, che se l’uomo è religioso, difficilmente può perdere ogni sentimento di pietà ed abbandonare affatto i suoi doveri. Imperocché la privazione del pane spirituale, l’impossibilità di riconciliarsi con Dio, la mancanza di eccitamento al bene, esercita un’influenza disastrosissima sul morale del popolo. Anche l’uomo istruito è soggetto a codesto pericolo, ma in grado minore, sia perché la sua coltura in materia filosofica, la sua conoscenza teoretica della religione lo possono in qualche modo salvare dall’indifferenza, sia perché la sua mente lo pone in grado di sostituire alla mancanza del culto esterno, almeno il desiderio riflessivo, che gli rende possibile l’associarsi anche da lontano ai divini misteri che celebransi nelle chiese cattoliche di altrove. Ma come mai può sperarsi tanta riflessione ed un complesso di pensieri così elevati in gente zotica ed ignorante? Nel figlio della gleba il concetto della religione è inseparabilmente unito a quello del tempio e del sacerdote. Dove taccia ogni sensibile apparato religioso, esso dimentica a poco a poco i suoi doveri verso Dio, e la vita cristiana nel suo spirito illanguidisce e muore. Non bisogna poi dimenticare che se in America mancano troppo spesso templi e sacerdoti cattolici, la propaganda protestante o massonica, a seconda dei luoghi, non fa mai difetto. Là ove la voce del ministro di Dio non giunge, arrivano i fogli miscredenti, i romanzi immorali, gli opuscoli ed i libri delle sette. Quindi se da un lato manca ogni soccorso religioso, abbondano dall’altro le insidie alla fede de’ nostri poveri connazionali, i quali o per interesse o per ignoranza di leggieri si lasciano arreticare dagli apostoli dell’errore. L’urgenza di provvedere si pare quindi manifesta, e si parrà ancor più dalle seguenti osservazioni. Quei piccoli gruppi di capanne, seminate ora in una specie di deserto, sono destinate a diventare fiorenti borgate e città; sia per il naturale accrescimento della popolazione, sia per questa marea dell’emigrazione, che monta - si può dire, ogni giorno. Che avverrà egli pertanto? Avverrà, come è facile prevedere, che in un breve giro di anni noi avremo là nelle immense pianure delle America una nuova Italia, ricca forse di beni materiali, ma povera dei beni dello spirito, o più propriamente, avremo una società conforme all’indirizzo che le sarà stato dato a principio. Le prime impressioni di fatto sono anche le più tenaci e durevoli, e sono le prime tradizioni quelle, che conservano ad una famiglia, ad una città, ad una colonia la sua particolare fisionomia. Ce ne fornisce la storia innumerevoli esempi. È da riflettere inoltre che l’indole de’ nostri connazionali è di natura sua eminentemente pieghevole, sicché facilmente si adagiano alle condizioni dei luoghi e de’ popoli fra cui la Provvidenza li guida. L’avvenire pertanto religioso e morale delle nostre colonie in America dipenderà da quel tanto di religione e di moralità che conserveranno codesti primi nuclei di popolazioni. Saranno essi informati a sentimenti civili e cristiani? Saranno civili e cristiani i loro discendenti, e quelli stessi che vi si uniranno, venuti d’Italia, dovranno più o meno spontaneamente adattarsi alle tradizioni di fede e di pietà che vi troveranno in seguito radicate. Si lascieranno invece nell’abbandono? Li vedrete crescere a guisa di selvaggi, e anche quelli che verranno dappoi diventeranno a corto andare selvaggi. La tendenza poi a stabilirsi in colonie dei nostri emigranti è un fatto che non va trascurato, e che renderà meno difficile il compito di chi dovrà indirizzarli. Il trascurarla ora che si tratta di sceglier bene la situazione delle future città e d’imprimer loro quel carattere di religiosità e d’italianità, dal quale devono dipendere la loro prosperità e la loro importanza avvenire, sarebbe errore imperdonabile. Quel carattere si deve imprimere subito. Ogni ritardo io lo credo fatale. Quel carattere, sarà, a tacer d’altro, come il vincolo che li unirà indissolubilmente alla patria lontana, poiché più assai degl’interessi materiali, è la comunione dei sentimenti religiosi e patriottici che vale a cementare in un modo infrangibile l’unità di un popolo.
XI Fu in seguito alle precedenti considerazioni, che io mi credetti in dovere di rivolgermi, come feci, all’E.mo Card. Giovanni Simeoni, degnissimo Prefetto di Propaganda Fide, per sentire come avrei potuto in modo stabile provvedere ai bisogni delle tante migliaia di emigrati miei diocesani. N’ebbi la risposta seguente, che io mi permetto di pubblicare, sia perché è un’autorevole conferma di quanto scrivo; sia perché rivela un’altra volta qualmente la Chiesa, madre sempre sollecita ed amorosa, non ha punto dimenticato, come potrebbe sembrare a taluno, di volgere la sua attenzione e le sue cure anche ai figli, lontani della nostra Italia; sia finalmente perché non poca gloria anche da questo ridonda al grande Pontefice, che presiede ora al governo della famiglia cattolica. Ecco in parte il documento: Roma 5 Febbraio 1887.
Ill.mo e Rev.mo Signore, «Mi è giunta graditissima la lettera della S. V. in cui parla degli emigranti italiani in America. Sono anch’io profondamente addolorato delle tristi condizioni in cui versano. Le relazioni rimesse a questa S. C. dagli Arcivescovi di New-York, New-Orleans, e dai Padri del III Concilio plenario Baltimorese danno un’idea molto scoraggiante del loro stato spirituale e religioso. Non è qui necessario che io Le esponga anche sommariamente le cattive informazioni avute, perché Ella ne sa a sufficienza. Solo non ometto di notare, che questa S. C. non ha tralasciato di fare tentativi per istabilire Comitati di soccorso a favore degli emigranti italiani; ma pur troppo gli sforzi fatti finora non hanno sortito soddisfacenti risultati.» «Trovasi attualmente in Roma Mons. Ireland Vescovo di S. Paolo negli Stati Uniti d’America, il quale si è mostrato dispostissimo a porre l’opera sua, perché si costituisca un Comitato, che prenda cura degli interessi religiosi ed anche temporali degli emigranti italiani. Si stava pensando di attuare questo progetto, quando molto opportunamente è giunta la sua lettera. M’affrettai di riferire la cosa al S. Padre, al quale piacque la sua iniziativa e la sua proposta...» Aff.mo come fratello
Io non entrerò nei particolari sul come assicurare a tante centinaia di migliaia d’italiani un avvenire meno triste. Basti per ora il sapere, che S. S. Leone XIII nella sollecitudine del suo cuore paterno si è degnato di accogliere benignamente un umile progetto all’uopo e lo va maturando nell’altissima sua mente. La Chiesa, di G. C., che ha spinto gli operai evangelici fra le genti più barbare e nelle contrade più inospite, no, non ha dimenticato e non dimenticherà mai la missione che le venne da Dio affidata di evangelizzare i figli della miseria e del lavoro. Essa con trepido cuore guarderà sempre a tante anime poverelle, che, in un forzato isolamento, vanno smarrendo la fede de’ loro padri, e colla fede ogni sentimento di cristiana e civile educazione. Dov’è il popolo, ivi è la Chiesa, perché la Chiesa è la madre, l’amica, la protettrice del popolo, e per esso avrà sempre una parola, un sorriso, una benedizione. Pur ora un insigne Porporato, l’E.mo Gibbons, Arcivescovo di Baltimora, in una sua Memoria, sottoposta alla. S. C. di Propaganda, toglieva a difendere con poderosa eloquenza l’Associazione che si intitola dei Cavalieri del lavoro. È uno scritto il suo riboccante di sapienza e carità non comuni, e mi è grato il farne qui cenno, non solo perché, mirando in esso l’esimio autore a porre in saldo le ragioni delle masse lavoratrici, viene a confermare un’altra volta, sebbene indirettamente, la mia tesi, ma anche perché rivelando egli, dirò così, un mondo di idee affatto nuove in rapporto ai bisogni della società moderna, dischiude una nuova via all’attività e allo zelo del clero cattolico. Piacemi riferirne il brano seguente: «Quiconque - così l’illustre personaggio - médite bien les voies par lesquelles la Divine Providence guide l’histoire contemporaine, ne peut pas manquer de reconnaître la part importante qu’y prend à présent, et que doit y prendre dans le futur, le pouvoir du peuple. Nous voyons avec une profonde tristesse les efforts du prince des ténébres pour rendre ce pouvoir dangereux au bien social, en soustrayant les masses populaires à l’influence de la religion, et en les poussant dans les sentiers pernicieux de la licence et de l’anarchie. Jusqu’ici, notre pays présent un aspect tout different - celui d’un pouvoir populaire réglé par l’amour du bon ordre, par le respect pour la religion, par l’obéissance à l’autorité des lois; ce n’est pas une démocratie de licence et de violence, mais la vraie democratie qui cherche la prospérité générale par les voies des sains principes et du bon ordre social.» «Pour conserver un état si désiderable, il est absolument nécessaire que la religion continue de posséder les affections, et de régler ainsi la conduite des multitudes. Comme l’a si bien écrit le cardinal Manning: - Dans l’ère future, ce n’est pas avec les princes et les parlements, mais avec les grandes masses, avec le peuple, que l’Eglise aura à traiter. Que nous le voulons ou non, voilà notre oeuvre, une oeuvre pour l’accomplissement de laquelle il nous faut un nouvel esprit, une nouvelle direction de vie et d’activité. - Perdre l’influence sur le peuple, ce serait perdre l’avenir tout entier; et c’est par le coeur, beaucoup plus que par l’entendement, qu’il faut tenir et guider cette puissance immense pour le bien ou pour le mal. Entre tous les titres glorieux de l’Eglise que son histoire lui a mérités, il n’y en est pas un qui lui donne à présent tant d’influence que celui d’Amie du peuple. Assurément, dans notre nation democratique, c’est ce titre-là qui gagne à l’Eglise Catholique, non seulement le dévouement enthousiaste de millions de ses enfants, mais le respect et l’admiration de tous nos citoyens, quelle que soit leur croyance religieuse. C’est la puissance de ce titre-là qui empêche et rend presque impossible la persécution, et qui attire vers notre sainte Eglise le grand coeur du peuple américain.» «Et puisqu’ il est reconnu de tous, que les grandes questions de l’avenir ne sont pas des questions de guerre, de commerce ou de finance, mais les questions sociales, les questions qui touchent à l’amélioration de la condition des grandes masses populaires, et spécialement des classes ouvriéres, il est d’une importance souveraine que l’Eglise soit trouvée toujours et fermement rangée du côté de l’humanité, de la justice envers les multitudes qui composent le corps de la famille humaine.» Siccome ognuno vede è un nuovo, maraviglioso, consolante risveglio che la Chiesa va suscitando a prò dei non abbienti e dei diseredati, e mille volte benedetto chi saprà in quest’opera di rigenerazione religiosa e sociale coadiuvarla. Tempo è, come grida l’Apostolo, che quanto gode un membro godano tutte le membra; e se un membro patisce, concorrano a sollevarlo tutte le membra. Se il passato fu triste, se fino a ieri i nostri fratelli furono lasciati in balìa di loro medesimi là nelle sterminate pianure dell’America, fra le Ande, sulle Cordigliere e le Rocciose, sulle sponde dei vasti laghi del Nord, lungo le rive della Plata, delle Amazzoni, dell’Orenoque e del Mississipì, sulle coste dei mari e perfino nei boschi, la carità cristiana e la odierna civiltà ne impongono di porre un termine ad uno stato di cose tanto deplorevole e indegno di un popolo grande e generoso. L’arringo che io addito al pensiero ed all’azione del clero e del laicato italiano è grande, nobile, intentato, glorioso, e possono trovare in esso un posto condegno tanto l’obolo della vedova quanto l’offerta del ricco, l’umile attività delle anime più tranquille, come l’impeto generoso degli spiriti più ardenti. Religione e patria, queste due supreme aspirazioni di ogni cuore bennato, si intrecciano, si completano in quest’opera d’amore, che è la protezione dei deboli, e si fondono in un mirabile accordo. Le miserabili barriere, elevate dall’odio e dall’ira, scompaiono; tutte le braccia si aprono ad un fraterno amplesso, le mani si stringono calde d’affetto, le labbra si atteggiano al sorriso ed al bacio, e, tolta ogni distinzione di classe o di partito, appare in essi bella di cristiano splendore la sentenza: homo homini frater. Possano queste povere mie parole essere il seme di opere egregie, che ridondino a gloria di Dio e della sua Chiesa, a bene delle anime, a decoro della patria, a sollievo degli infelici e dei diseredati. Possa l’Italia, sinceramente riconciliata con la Sede Apostolica, emulare le antiche glorie ed un’altra aggiungerne imperitura, avviando sui luminosi sentieri della vera civiltà e del vero progresso anche i suoi figli lontani.
[1] Il Card. Moran, Arciv. di Sidney. [2] Il Card. Taschereau, Arciv. di Quebec. [3] Vari egregi scrittori si occupano del grave argomento, fra i quali l’avv. Florenzano di Napoli. Sopra tutti però merita di essere ricordato il Ch. Comm. Leone Carpi, delle cose concernenti l’emigrazione indagatore paziente e studiosissimo. [4]Chi amasse di conoscere altri particolari a questo riguardo, legga le pagine sul Brasile dell’ex-deputato Marcone, ricche di episodii commoventi e di racconti che fanno raccapricciare.
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