



Dell'assistenza alla emigrazione nazionale
e degli Istituti che vi provvedono
Rapporto all’Esposizione
di Palermo
(Piacenza,
Tipografia Marchesotti e Porta, 1891, p. 23)
Nei
primi mesi del 1891, Scalabrini fu assai attivo nel tenere conferenze
sull’emigrazione nelle principali città italiane, Roma, Firenze, Torino,
Milano, per propagandare le sue idee e sostenere le sue opere. Verso la fine
dell’anno, si recò a Palermo, dove tenne questa conferenza nell’ambito
dell’Esposizione. Scalabrini conosceva la realtà dell’emigrazione
siciliana per i contatti, già nel 1888, con il vescovo di Monreale e per aver
inviato, fin nel 1889, P. Giacomo Gambera a New Orleans dove viveva la maggior
concentrazione di siciliani all’estero. Proprio qui nel marzo 1891 la
comunità siciliana era stata vittima del linciaggio di tredici connazionali
detenuti in carcere con l’accusa dell’omicidio di un poliziotto.
Il
vescovo di Piacenza ricorda che l’impegno per l’assistenza ai migranti gli
aveva suggerito due pubblicazioni, rispettivamente del 1887 e del 1888. La sua
iniziativa non si era fermata alla denuncia del male o alla esortazione, ma si
era concretizzata nella fondazione dell’istituto dei Missionari, con
l’approvazione e il sostegno di Leone XIII, e nella società di patronato
“S. Raffaele”, attiva a Genova e al porto di New York e sostenuta
dall’attività sociale dei missionari.
La
“S. Raffaele” in Italia ha dato vita a comitati in molte città, opera con
delegati e sottodelegati (parroci, maestri, segretari comunali) nelle zone di
emigrazione; offre consigli e aiuti concreti attingendo informazioni dai
missionari presenti nei paesi di immigrazione. È un modello anche per
Palermo. Nel giugno 1893 nascerà a Palermo, sotto gli auspici del card.
Michelangelo Celesia, la “Società di patronato S. Michele per gli Italiani
del Sud emigranti per l’America”, che stringerà particolari vincoli di
collaborazione con la scalabriniana “S. Raffaele” anche se avrà più
tardi vita travagliata e complessa. (Cfr. F. Riccobono, L’eco di Scalabrini in Sicilia e l’azione a favore degli emigranti,
in G. Rosoli (a cura di), Scalabrini tra
vecchio e nuovo mondo, Roma, CSER, 1989, pp. 319-333).
L’aumento progressivo
nell’esodo doloroso di tanti connazionali i quali, abbandonata questa
Italia, impotente oramai a sfamare tutti i suoi figli si dirigono alla ventura
in cerca di una terra meno ingrata alle loro fatiche ed ai loro sudori;
l’eco delle miserie infinite alle quali è soggetta l’emigrazione
italiana, che commove l’animo di chiunque abbia senso gentile di carità di
patria e di pietà pei sofferenti; la necessità di provvedere ai bisogni
d’ogni natura di codesti nostri fratelli dispersi nelle vaste plaghe del
Nuovo Mondo, mi suggerirono il pensiero di richiamare l’attenzione de’
miei compaesani sopra questa, che è una parte della complessa questione
sociale la quale tanto affatica il secolo presente.
E lo feci colle osservazioni
contenute nell’opuscolo pubblicato l’anno 1887 sotto il titolo La
emigrazione italiana in America.
Quel mio umile scritto ebbe
diffusione maggiore di quanto avrei potuto sperare, fu oggetto di discussioni,
e di esso vennero dati giudizi grandemente benevoli. La qual cosa fece nascere
in me la fiducia che taluno, compreso dell’importanza dell’argomento e
rivestito di autorità necessaria a dare esecuzione al vasto disegno proposto
per la protezione degli emigrati italiani, avrebbe raccolto l’invito ed
iniziato un movimento nazionale all’uopo.
Questa mia speranza manifestai in
un altro opuscolo, edito nel 1888, nel quale erano raccolte proposte ed
osservazioni presentate, in forma di lettera, all’onorevole Paolo Carcano,
allora Sottosegretario di Stato. Sennonché volendo corroborare coll’esempio
la mia povera parola, mi posi io stesso all’opera e tentai quanto altri, se
non con maggiore affetto, certo con più grande efficacia, avrei desiderato
potesse compiere. Bentosto però m’accorsi che le previsioni mie erano
fondate e non solo trovai lodi ed incoraggiamenti, ma, ciò che più conta,
cuori aperti, anime generose, volontà energiche, pronte a seguirmi
nell’azione.
E fondai qui nella mia Piacenza
l’Istituto dei Missionari, destinato appunto all’assistenza religiosa
de’ nostri emigrati, sotto il nome glorioso del grande italiano scopritore
del nuovo Continente, Cristoforo Colombo.
Il Sommo Pontefice Leone XIII,
primo fra tutti, incoraggiò l’opera intrapresa, approvandola non solo, ma
favorendola con liberalità degna del suo gran cuore. Volle anzi arricchirla
di speciali privilegi. Più tardi con lettera, data il 10 Dicembre 1888, si
degnava raccomandarla egli stesso all’episcopato americano.
Ed anche la Sacra Congregazione
di Propaganda si dichiarò lieta di
prestare il suo valido ed autorevole appoggio alla novella istituzione, intesa
ad appagare un suo voto lungamente insoddisfatto.
L’Eminentissimo Prefetto
Cardinale Simeoni, con lettere, date il 27 Febbraio 1889 e il 2 Febbraio 1891,
notificava ai Vescovi d’Italia, essere volere espresso del S. Padre che non
si frapponessero ostacoli a que’ sacerdoti i quali, sentendosi chiamati a
prestare l’opera loro in soccorso delle tante centinaia di migliaia di
italiani emigrati nelle Americhe, domandassero di far parte della
Congregazione, istituita all’uopo, come dissi, qui in Piacenza sotto la mia
direzione.
La Congregazione è retta da un
regolamento di cui giova trascrivere qui talune disposizioni.
«La Congregazione (così
l’art. 1) ha per iscopo di provvedere all’assistenza specialmente
spirituale degli emigrati, massime nelle Americhe.»
Ad essa possono appartenere
sacerdoti e laici (art. 2).
I sacerdoti attendono alla cura
spirituale degli emigrati ed esercitano verso i medesimi la carità col
procurarne, quanto è possibile, anche il benessere civile ed economico (art.
3).
I laici si prestano al buon
assetto della casa e coadiuvano i Missionari nell’esercizio delle loro
funzioni. Quelli tra essi che sono giudicati idonei, vengono impiegati
nell’istruzione e nell’insegnamento catechistico (art. 4).
Fra gli studii a cui si debbono
applicare i sacerdoti durante l’anno di prova che ordinariamente essi
compiono nell’Istituto Cristoforo Colombo, Casa
Madre della Congregazione, vi sono quelli dei primi elementi della lingua
in uso nella regione alla quale vengono destinati, e delle più comuni nozioni
d’igiene e di medicina per le prime cure ad ammalati o feriti.
Nell’Istituto Cristoforo
Colombo, al cui mantenimento provvede la carità pubblica, si trovano
presentemente, tra preti, chierici e laici, 42 individui. Fra questi alcuni
giovani di famiglie italiane stabilite in America, i quali si preparano a
divenire anch’essi Missionari pei loro connazionali emigrati.
Dal 28 Novembre 1887, data della
sua fondazione, esso ha visto partire per l’America 48 Missionari sacerdoti,
sparsi presentemente in 16 missioni, delle quali 11 nel Settentrione e 5 nel
Mezzodì.
Sono stabilite tre missioni a New
York ed una in ciascuna delle seguenti città, capoluoghi di altrettanti
diversi Stati dell’Unione, e cioè: New Haven, Providence, Boston, Buffalo,
Pittsburgh, Cincinnati, Nuova Orleans, Kansas City.
Nel Sud le missioni sono
stabilite a Novella Mantova, Santa Teresa, Todos los Santos, Curitiba nel
Brasile, e Balvanera (Provincia di Entre Rios) nell’Argentina.
In New York i missionari hanno
fondato scuole parrocchiali, un orfanotrofio, un ospedale e il Barge
Office di cui sarà parola più innanzi, nonché la
Società di San Raffaele per l’assistenza e la protezione degli
emigrati; a Boston una scuola industriale; dappertutto chiese e cappelle.
Per la direzione
dell’orfanotrofio e dell’ospedale e per la fondazione di scuole femminili
e di asili, furono spediti nel Nuovo Mondo numerosi drappelli di quelle ottime
religiose che sono le suore salesiane missionarie del Sacro Cuore.
Si provvederà in seguito alla
istituzione di speciali missioni anche nei principali porti del Brasile e del
Plata. Frattanto si vanno costituendo comitati della Società di San Raffaele
in tutte le città degli Stati Uniti ove sono stabiliti i nostri Missionari.
Del pari sono iniziate trattative, e con isperanza di buona riuscita, per la
istituzione di altre missioni a Cleveland, a S. Luigi, ad Hartford ecc.
I coadiutori laici o fratelli
catechisti che accompagnarono i Missionari Sacerdoti sono a tutt’oggi 38
e, grazie a Dio, hanno fatto sin qui ottima prova.
Gli emigrati che partono dai
porti italiani vengono, quando è possibile, accompagnati da un sacerdote,
anche non appartenente alla suddetta Congregazione, il quale li assiste
durante il viaggio. La Società di navigazione La
Veloce accorda al medesimo il passaggio gratuito sopra i suoi piroscafi e
tutto il necessario per l’esercizio del sacro Ministero. Voglio sperare che
eguale concessione faranno in avvenire le altre compagnie per i trasporti
marittimi e soprattutto quella della Navigazione
Generale.
I Missionari, nel breve periodo
di tempo dacché esercitano la loro opera di cristiana e patria carità, hanno
saputo guadagnarsi ovunque l’affetto dei connazionali emigrati e circondarsi
della stima delle popolazioni in mezzo alle quali essi vivono. Basta leggere i
giornali d’America non sospetti di parzialità pel clero e ricordare la
grande ed universale dimostrazione, data dalla colonia italiana di New York
nel giugno scorso al compianto D. Domenico Mantese il quale, entrato dei primi
nell’Istituto Cristoforo Colombo, primo soccombette vittima del suo zelo e
delle fatiche sopportate a pro dei connazionali in America.
Il Padre Giuseppe Bandini,
partito nel marzo u.s. per New York, venne specialmente destinato alla
missione di quel porto. L’opera sua intelligente e indefessa ha conseguito
in breve tempo dei risultati confortantissimi. Innanzitutto egli ottenne di
installarsi nel Barge Office o
Ufficio d’immigrazione stabilito nel porto medesimo per l’assistenza degli
emigranti italiani che sbarcano dai piroscafi provenienti dall’Europa.
Coadiuvato da persone di sua
fiducia, egli si presta per tutto quanto può occorrere ai nostri connazionali
poveri, appena sbarcati, a quelli sopratutto che gli sono raccomandati o che
arrivano accompagnati da speciali tessere, rilasciate loro dai Comitati
dell’Associazione italiana di
patronato, costituita qui in Italia.
Egli ottenne inoltre di essere
accreditato, come rappresentante della emigrazione italiana, nel Labour
Bureau, che è un ufficio governativo nel quale i rappresentanti delle
diverse emigrazioni nazionali hanno mezzo di procurare lavoro ai connazionali
a condizioni oneste e vantaggiose, senza necessità di ricorrere agli
intermediarii che sovente li sfruttano, e di tutelare i diritti, dipendenti
dai contratti di prestazione d’opera, stipulati dai connazionali stessi con
padroni od intraprenditori di lavori.
Finalmente egli promosse la
costituzione della Società di San
Raffaele per l’assistenza e la tutela della emigrazione italiana, in
relazione ed in istretti rapporti di corrispondenza colla suddetta
Associazione nazionale di Patronato.
Del Comitato di New York accettò
la presidenza l’illustre Arcivescovo di quella città Mons. Corrigan, il
quale diresse nel Luglio scorso una nobilissima lettera ai parroci da lui
dipendenti per raccomandare quest’opera a vantaggio degli emigrati italiani.
Ne è Vice-Presidente il Generale Ferrero e ne fanno parte distinte persone
della colonia italiana. Lo stesso P. Bandini è Segretario Generale
dell’associazione e mantiene infatti relazioni non interrotte con me e col
Presidente del Comitato Centrale di patronato.
Scrivevo, nella lettera
indirizzata all’onorevole Carcano, essere mio intendimento che l’Istituto
ecclesiastico di patronato avesse a soddisfare a questi tre grandi bisogni:
-
Tener viva nel cuore de’ nostri connazionali
emigrati la fede dei loro padri e, colle immortali speranze d’oltre
tomba ravvivate, indurli a mantenere alto il sentimento di moralità,
poiché l’unico trattato di etica del nostro popolo è ancora
fortunatamente il Decalogo.
-
Insegnare nella scuola la lingua materna e un poco di
storia nazionale, sì da tenere accesa nei loro petti la fiamma
dell’amore alla patria e il desiderio di farvi ritorno.
-
Prestar loro all’occorrenza i primi soccorsi
dell’arte salutare istituendo i Missionari intorno all’uso dei
medicinali più efficaci e più comuni e istituendo piccole farmacie
presso ogni missione. È poco, ma è pur qualche cosa quando si pensa alla
frequente impossibilità di avere medici e medicine là nelle immense
pianure dell’America ove i nostri emigrati sono dispersi.
Or bene, ho il conforto di poter
affermare che già è provveduto, non certamente in conformità al bisogno, ma
in parte almeno, alle accennate esigenze per opera appunto dei nostri
Missionari, allo zelo religioso ed alla carità di patria dei quali mi onoro
di rendere qui pubblica testimonianza.
Sennonché la sola fondazione di
un Istituto ecclesiastico sarebbe riuscita insufficiente alle provvidenze
necessarie per la completa assistenza della nostra emigrazione.
L’On. De Zerbi, relatore al
Parlamento della legge sull’emigrazione, dichiarava che la legge medesima
difende gli emigrati, ed augurava la costituzione di associazioni di cittadini
i quali, «inspirati da sentimento filantropico e patriottico gareggino colle
agenzie istituite a solo scopo di lucro. Esse, continua il De Zerbi, se
porteranno fiori nel paese dove fiorisce l’arancio, varranno più di
qualunque legge».
Alla lettura di così belle e
savie parole, che l’onore nazionale consigliava a tradurre in fatti, ebbi il
pensiero, che si parve non temerario dal buon successo, di unire tutti i
buoni, senza distinzione di parte, in un’azione concorde di protezione,
facile ad esercitarsi dai concittadini, desiderosi di concorrere a scemare i
mali di questo grande fenomeno sociale dell’emigrazione che tanto
impensierisce ogni uomo di cuore.
Era mio intendimento di costruire
un’Associazione, conforme press’a poco a quella sorta nel 1868 in
Germania, presieduta dal Principe Isemburg-Birnstein e conosciuta sotto il
nome di Raphaels Verein. Scopo della
medesima si è, di difendere con un ben ordinato sistema di protezione gli
emigranti dai numerosi pericoli che li circondano non appena abbandonano il
paese nativo.
L’iniziativa mia trovò
conforto ed aiuto nell’azione efficace di un considerevole gruppo di persone
che più mi sono vicine; e nello scorso anno costituii qui in Piacenza il
Comitato Centrale dell’Associazione di
patronato per la emigrazione italiana, alla presidenza del quale venne
assunto il Marchese Avvocato Giambattista Volpe Landi, che all’opera dedica
tutta l’attività e lo zelo di cui è capace.
Di esso Comitato fanno parte
cittadini d’ogni ordine, non tutti di opinioni conformi, ma tutti circondati
dalla stima e considerazione universale e noti per caldo sentimento di verace
amore alla patria e di carità illuminata.
Col concorso anche di personaggi
residenti in altre città d’Italia fu redatto uno Statuto provvisorio, nel
quale vennero designati e l’indole dell’associazione e lo scopo di essa.
Questo consiste nel dare opportuno indirizzo e giovare a coloro che hanno
deciso di espatriare, mediante opportune informazioni intorno ai paesi più
idonei all’emigrazione per mitezza di clima, per feracità di suolo, per
facilità a trovar lavoro, per opportuna assistenza religiosa e civile; nel
prestare gratuitamente i suoi servigi agli emigranti nei porti d’imbarco;
nel raccomandarli ai Comitati nazionali costituiti nei paesi transoceanici e
sopratutto al delegato o corrispondente che li riceve nel porto di sbarco e
che ricomincia con loro nella terra straniera la stessa opera di carità resa,
più che utile, necessaria dai nuovi pericoli ai quali si trovano esposti.
Il Comitato di Genova, che vanta
a suo capo il degno Marchese Vittorio Del Carretto di Balestrino, incomincierà
prima della fine del corrente anno ad esercitare la sua azione di efficace
assistenza a pro’ degli emigranti che salpano da quel principalissimo fra i
porti italiani. E a questo scopo ha deliberato l’apertura di uno speciale
ufficio di assistenza e di informazioni a cui è preposto un suo delegato.
Inoltre ha provveduto perché col
prossimo Gennaio 1892 una speciale funzione religiosa sia celebrata nella
Chiesa di S. Giovanni di Prè, vicinissima al porto, per ogni partenza di
piroscafo per l’America.
Spero e mi auguro che fra non
molto anche in quella splendida città di Napoli, che ha tante attrattive per
noi settentrionali, e dove in così svariate e molteplici forme si esplica la
carità cristiana e di patria, non meno che nella generosa Palermo; in questi
due porti, donde ogni mese salpano navi cariche di infelici che la fame spinge
sotto cieli men belli, ma forse dei nostri più clementi, spero, dico, e mi
auguro che sorgano, per iniziativa di cuori magnanimi, altri Comitati
destinati, come quello di Genova, a prestare i primi aiuti a quei poveri
profughi dalla terra natale.
Come sopra accennai è fondata da
due mesi la Società di San Raffaele negli Stati Uniti d’America.
L’articolo 1°. del suo Statuto
indica quali ne sieno gli scopi, e così:
-
Assistere agli Italiani immigranti nel loro primo
arrivo in America e procurare che non cadano in mano di gente disonesta.
-
Assicurare ai medesimi, per quanto è possibile,
impiego e lavoro.
-
Vigilare che non manchi loro l’assistenza religiosa
dopo lo sbarco e nei luoghi dove andranno a stabilirsi.
-
Provvedere al più presto una casa, dove possano
essere alloggiati gli immigranti poveri, i fanciulli e le fanciulle fin
che sieno collocati o consegnati ai loro parenti.
L’art. 6°. ed ultimo
stabilisce, che la Società Italiana di
S. Raffaele si mantenga in istretta relazione coll’analoga Società
costituita in Italia sotto il titolo di Società
Italiana di Patronato per gli emigranti italiani.
Così l’opera incominciata in
Italia si completa nel nuovo Continente e continua ad accompagnare
l’emigrante agli Stati Uniti, ove soltanto, fra le diverse regioni americane
a cui si rivolge l’emigrazione nazionale, si è potuto fin qui organizzarne
praticamente ed efficacemente l’assistenza e la protezione.
Se, col divino aiuto, potrò,
come è mio desiderio, ottenere all’Istituto Cristoforo
Colombo il favore di cui abbisogna, provvederò in avvenire gradatamente
anche all’emigrazione nel Brasile e nelle Repubbliche Platensi, mercé
l’invio di Missionari i quali, oltre all’opera propria di assistenza
religiosa, promuovano ivi pure la costituzione, sopratutto nei porti di
sbarco, di Comitati di patronato
Ma qui in Italia, oltre al
Comitato Centrale e a quelli costituiti e costituendi nei porti d’imbarco,
era necessario fondarne altri nei centri più importanti, sopratutto nelle
regioni che all’emigrazione forniscono più largo contingente, i quali
raccogliessero aderenti e coadiutori, affinché l’azione di tutela possa
esercitarsi veramente a vantaggio di coloro che ne hanno principale bisogno.
E a ciò rivolge precipuamente le
sue cure il Comitato Centrale, al quale ho dato vita in passato e mi propongo
di coadiuvare in seguito col mezzo di speciali conferenze, intese a far
conoscere l’indole e la natura dell’opera.
Nello scorso inverno parlai al
pubblico buono e cortese di Genova, di Roma, di Firenze, di Torino e di
Milano; e sorsero così i Comitati in queste ultime quattro fra le principali
città d’Italia, a Genova essendosi già formato fino dal cessato 1890. Il
Comitato di Roma, oltre all’ufficio, comune agli altri Comitati, di
raccogliere i mezzi pecuniarii indispensabili, ha pure quello di essere organo
di comunicazioni per tutto quanto possa interessare l’Associazione sia
presso la suprema Autorità Civile, sia presso la Congregazione di Propaganda.
Esso non è ancora completo, ma un nucleo di giovani intelligenti ed attivi, a
capo dei quali sta il Principe D. Luigi Boncompagni Ludovisi, ne ha assunta
volonteroso la rappresentanza. Mi lusingo che presto, col concorso di
autorevoli persone le quali assistono non indifferenti al doloroso spettacolo
dell’emigrazione e ne riconoscono i bisogni, possa il Comitato di Roma
completarsi in guisa da rendere all’Associazione quei servigi che la
medesima a ragione se ne ripromette.
Accettarono di onorare
rispettivamente i Comitati di Milano e di Firenze col nome e colla autorità,
loro conferita dall’alto ufficio che occupano nella Gerarchia Ecclesiastica,
gli Arcivescovi delle stesse città, quel venerando prelato che è Mons. di
Calabiana e l’insigne Cardinale Bausa che tanto illustra colla sua dottrina
la sacra porpora. Questi anzi degnossi di assumere egli stesso del Comitato
fiorentino la presidenza effettiva, mentre presidente effettivo del Comitato
di Milano è uno dei rappresentanti di quell’antica aristocrazia piemontese
che tanti servigi ha resi alla patria nelle imprese di guerra e negli
ordinamenti civili, il generale Thaon di Revel. Il Comitato di Torino è
anch’esso presieduto da un patrizio che porta degnamente un nome caro ed
onorato, il Barone Antonio Manno.
Altri Comitati sono tuttora in
forma embrionale o stanno per costituirsi a Treviso, a Brescia, a Cremona, a
Bergamo, a Lucca ed altrove.
Le attribuzioni dei Comitati
locali saranno più specialmente determinate nello Statuto definitivo
sottoposto alle deliberazioni di un Congresso dei rappresentanti i Comitati già
costituiti o in via di formazione, tenutosi qui in Piacenza nel mese di
Settembre di quest’anno e le cui disposizioni sta presentemente coordinando
il Comitato Centrale a seconda dell’incarico avutone.
Conoscendo gli intendimenti del
Comitato Centrale posso affermare, essere suo pensiero che i Comitati nelle
diverse provincie siano come intermediarii e mezzo di più sollecita e facile
comunicazione fra esso, nel quale si concentra il servizio d’informazioni, e
gli emigrati, e ciò mediante delegati e sotto-delegati sparsi in tutte le
terre che forniscono un contingente qualunque all’emigrazione.
È mestieri che gli emigranti
conoscano i paesi d’immigrazione nel loro vero aspetto; ma è necessario
altresì che ognuno d’essi riceva consigli secondo la condizione personale
propria e della propria famiglia. Ora, moltiplicando Comitati e, per mezzo dei
Comitati, i delegati e sotto-delegati (ufficio che nelle campagne possono
assumere i parroci, i maestri, i segretarii comunali ecc.), ogni emigrante
troverà a sé vicino una persona di fiducia la quale potrà consigliarlo con
perfetta cognizione di causa. I delegati e sotto-delegati a loro volta,
mediante i Comitati, e questi per mezzo del Comitato Centrale, ricevono e
chieggono istruzioni, notizie ed informazioni attinte alle fonti più sicure,
e sopratutto per mezzo dei Missionari stabiliti in America, in guisa da
poterne autenticare la verità. Oltre a ciò i Comitati provveggono per
ottenere all’Opera la somministrazione dei mezzi che le sono indispensabili
coadiuvati in questo da Comitati composti di signore fra le più distinte,
come a Torino, Milano ecc.
Per raggiungere i risultati
benefici che si ripromette, l’Associazione ha bisogno del concorso di tutti
coloro nel cuore dei quali vibra alto e sereno l’affetto di patria e che
hanno un senso di pietà gentile per le sofferenze ed i bisogni dei fratelli
che hanno abbandonata questa nostra terra comune. Conviene che essi divengano
aderenti e cooperatori, o coll’obolo modesto o colla prestazione personale,
dell’opera di patronato: conviene che le accordino il loro appoggio morale o
materiale, e che ne diffondano la notizia.
Un’opera così vasta, difficile
e complessa non esige soltanto un lavoro perseverante, un’abnegazione a
tutta prova per parte de’ suoi capi; essa deve inoltre poter disporre di
risorse proporzionate.
Ho ferma fiducia che questo
appello non rimarrà inascoltato.
L’Italia abbonda di cuori
nobili e generosi che non vorranno rifiutare il loro concorso ad un’opera la
cui assoluta necessità non può essere posta in dubbio; ad un’opera
d’amore e di protezione dei deboli nella quale, lo dissi già e lo ripeto,
si intrecciano, si fondono in bell’accordo e si completano i più alti sensi
di religione e di patria, di queste due supreme aspirazioni d’ogni cuore
bennato e gentile, d’ogni cuore veramente italiano.