Ireland - Scalabrini

Carteggio Ireland-Scalabrini
(1888 - 1901)

  

Il contatto tra l’irruente e brillante arcivescovo di St. Paul, Minnesota, e Mons. Scalabrini passa attraverso la comune preoccupazione per l’emigrazione negli Stati Uniti e l’azione d’incoraggiamento per questa pastorale portata avanti dalla Santa Sede. Agli inizi dell’azione della Chiesa per gli emigrati italiani, Mons. John Ireland svolse un ruolo importante, sia per il prestigio di cui godeva sia per l’incisività delle sue proposte che nascevano dall’esperienza diretta con gli immigrati irlandesi e di altre nazionalità. Esempio di questa capacità sono il “Project d’une Oeuvre en faveur des Emigrants Italiens spécialement aux Etats Unis”[1]e l’appoggio immediato dato all’iniziativa di Mons. Scalabrini.

Nelle poche lettere scambiate tra i due vescovi[2] emerge un affiatamento di vedute e la comune ricerca di soluzioni operative. Per Mons. Ireland, leader dell’ala progressista della Chiesa del suo tempo negli Stati Uniti, la questione dell’immigrazione italiana scottava perché si inseriva direttamente nel dibattito sul modo di situarsi dei cattolici nella società americana. Egli scrive: “Giudicati gli emigrati Italiani, resta giudicata la Chiesa cattolica”. È inoltre attraverso Mons. Ireland che la Santa Sede riafferma l’opportunità di strutture pastorali specifiche per gli immigrati, mentre Mons. Scalabrini gli ricorda che la sua nuova Congregazione è “destinata” a glorificare Dio e a salvare le anime”.

Dalla corrispondenza appena si intravvede il rapporto personale maturato tra Mons. Ireland e Mons. Scalabrini. Rimane però una testimonianza  rivelatrice di Mons. Ireland nelle sue lettere alla contessa milanese Sabina Parravicino Revel: “Ieri ho parlato molto di lei, della sua famiglia, di Milano e dell’Italia con Mons. Scalabrini. Monsignore  è in ottima salute e, finora, è affascinato dall’America. Mi farà visita a St. Paul, dove “tutte le cose italiane “ saranno discusse con calma”[3]. Dopo questo primo incontro a New York in Agosto, i due vescovi si rincontrarono come d’accordo: “Sì, Mons. Scalabrini mi ha fatto visita in St. Paul”, scrive Mons. Ireland il 27 novembre 1901, “e per di più l’ho incontrato due volte a New York. Se mi ha obbedito, avrà visitato Milano e parlato a lei dell’America, di St. Paul, di me. Si; è affascinante. Le sue parole esalano la vera aria italiana, così gentile, così accarezzante, e allo stesso tempo tanto ispirano. Assieme abbiamo discusso ogni argomento, abbiamo conversato dal mattino fino alla notte. E se fosse stato possibile per me amare più ardentemente la terra Italiana e la gente Italiana, egli mi avrebbe portato a farlo. Mons. Scalabrini durante la sua permanenza in America ha fatto molto bene per gli immigrati italiani. È veramente un apostolo. Naturalmente, quando visiterò l’Italia la prossima volta, dovrò andare da Milano a Piacenza”[4]. La capacità di contatto umano, di incontro con l’altro, di Mons. Scalabrini trascendeva le formalità. Anche un altro amico di Mons. Ireland, il più noto scienziato cattolico del suo tempo, P. John A. Zahm dell’Università di Notre Dame, che avrebbe voluto Mons. Scalabrini  per una settimana all’università e che invece l’incontrò solo brevemente a New York, ne rimase affascinato e lo definì “an ideal ecclesiastic (un ecclesiastico ideale)”[5].

Da parte sua Mons. Scalabrini era cosciente del peso che aveva l’appoggio di Mons. Ireland. Nel 1889 parlando al secondo gruppo di missionari che spediva in America, teneva a sottolineare che essi venivano associati al numero degli apostoli “dando il loro nome alla umilissima Congregazione, la quale fu salutata giorni sono dal grande Arcivescovo di S. Paolo di Minnesota, dei nostri giorni la forma più bella, più utile, più feconda del cattolico apostolato”[6]. Nel discorso in latino ai seminaristi nella diocesi di St. Paul Mons. Scalabrini si associa alla visione di Mons. Ireland di un’America su cui la Provvidenza ha grandi disegni e ricorda che il loro sapientissimo e celeberrimo arcivescovo non è una gloria solo dell’America, ma anche dell’Italia e di tutto il mondo.[7] Del resto Mons. Ireland aveva assicurato a Mons. Scalabrini un incontro con il Presidente Theodore Roosevelt: “Stamane alle 10 feci visita alla Casa Bianca, al Presidente della Repubblica, che mi accolse con amorevole distinzione, appena arrivato. Mi intrattenne assai con isquisita gentilezza, Mons. Ireland mi aveva preparato assai bene il terreno”[8]. L’abilità politica di Mons. Ireland era accompagnata  da un’apertura intellettuale influenzata dalla sua formazione in Francia. La sua leadership è chiara per Mons. Scalabrini anche quando lo confronta con il cardinale James Gibbons di Baltimora. Di nuovo la bilancia pende in favore di Mons. Ireland. “Da Washington passai a Baltimora, ove il venerdì (11 corr.) trascorse lietissimo in una confidente famigliarità col Card. Arciv. Gibbons, un uomo alla mano, pieno di semplicità e di sapere, una specie di Capecelatro. È superiore a Mgr. Ireland di un grado in dignità, ma parvemi inferiore a lui di un grado in capacità. Ci lasciammo vecchi amici...”[9].

L’affinità tra Mons. Ireland e Mons. Scalabrini parte dall’emigrazione, ma si allarga all’efficacia della presenza della Chiesa nel mondo moderno e ad un atteggiamento di fiducia negli incontri e positivo verso il futuro perché la Provvidenza è alla guida della storia.

 Silvano Tomas

 

 1 - Ireland a Scalabrini[10]

  St. Paul, Minnesota, 21 dicembre 1888

 Monsignore,

Permetta che le esprima i miei ringraziamenti per l’invio del suo opuscolo “Il Disegno di Legge sulla Emigrazione Italiana”. L’ho letto attentamente, con profitto e con piacere.

Tale questione dell’emigrazione, sotto una forma o l’altra, mi ha preoccupato già da molti anni. Ho dovuto prestare attenzione specialmente all’emigrazione irlandese e anche, quantunque in misura minore, a quella tedesca.[11] Ma non mi sono mancate mai occasioni, durante questo tempo, di dare un occhiata all’emigrazione italiana negli Stati Uniti e di constatare il deplorevole abbandono di cui sono vittime migliaia di vostri poveri compatrioti. Costretto a trascorrere a Roma l’inverno 1886-1887, ho parlato più volte con Mons. Jacobini, col Card. Simeoni e con lo stesso S. Padre sull’importanza dell’organizzazione di qualche iniziativa in favore degli emigrati italiani. Fu in quell’occasione che fui informato per la prima volta delle Sue generose intenzioni e da allora ho seguito con interesse il cammino della Sua opera.[12]

Il Suo Istituto è, a mio parere, la forma più bella e più utile che l’apostolato cattolico possa assumere oggi, e sarà per me motivo di grande stupore se la Chiesa d’Italia non Le darà tutta la collaborazione che può desiderare. Voglia il Cielo, che anche l’Italia parlamentare, in nome del patriottismo, se non della fede di Pietro, venga in aiuto e accordi ai membri del Suo Istituto, non solo i piccoli favori che Lei domanda nel Suo opuscolo, ma anche altri ben più grandi.

Cinque mesi fa, ho fatto una visita ai buoni sacerdoti che V. E. ha mandato a New York, e ho potuto constatare il grande bene, che essi già facevano in quella città. Io spero che entro breve avrà dei sacerdoti sul posto in molte altre città della nostra repubblica. Mons. Elder, a Cincinnati, m’ha detto ch’egli desidera ardentemente di avere presso di sé due dei Suoi sacerdoti, e io sono sicuro che man mano che il Suo Istituto sarà conosciuto, altri prelati la pregheranno di mandar loro dei preti.

Vi sarà nell’opera delle Missioni Italiane negli Stati Uniti una lacuna abbastanza notevole da colmare, fino a che non si sarà provveduto a raggiungere i piccoli nuclei di emigrati Italiani, sparsi in questi Stati, fra i quali sarà impossibile mantenere due preti, e spesso di mantenerne in permanenza anche uno solo, e che perciò perderanno la fede, se saranno dimenticati. Non mi metto a discutere in questa lettera sui mezzi migliori per aiutare gli emigrati che si trovano in simili circostanze. Bisognerebbe mi sembra, che aveste, come suo autorevole rappresentante residente negli Stati Uniti, un sacerdote intelligente e zelante, con l’alta missione di prender nota di tutti i nuclei d’Italiani in tutti gli Stati Uniti, i di studiare sul luogo i mezzi migliori per venire in soccorso di ciascuna località e di tenerLa costantemente al corrente dei bisogni e delle condizioni degli italiani nelle diverse parti del paese.[13]

È una questione grave per l’onore della Chiesa - e io mi sono basato su questo punto quando ho avuto l’onore di un’udienza con il S. Padre - che gli emigrati italiani non siano trascurati. Agli occhi degli Americani cattolici e protestanti, gli emigrati Italiani rappresentano una popolazione su cui la Chiesa ha esercitato per lunghi secoli la sua azione, alla quale non sono mancati, certamente, né vescovi né preti né comunità religiose. Giudicati gli emigrati Italiani, resta giudicata la Chiesa cattolica riguardo al suo potere morale e civilizzatore. Io ho dovuto spesso rispondere a obiezioni provocate dalla condizione degli emigrati Italiani, e non sempre ho saputo trattenere qualche pensiero di collera e di risentimento contro i duecentocinquanta vescovi d’Italia, che dimenticavano le loro pecorelle al di là dei mari, quali si fossero le cure che loro prodigavano in Italia.

Per questi motivi, io sento come Vescovo americano che Le devo, Monsignore, un debito di riconoscenza per quello che fa, e prego Dio con tutto il cuore che benedica la sua opera.

Prendo la libertà di scriverVi in Francese; questa lingua, so, è assai conosciuta in Italia. Quantunque possa leggere facilmente l’Italiano, non saprei scriverlo, e il latino fluirebbe troppo lentamente dalla mia penna americana.

Accetti, Monsignore, i sentimenti di alta stima con cui sono

 Vostro devoto confratello
John Ireland
Arcivescovo di St. Paul

 

2 - Scalabrini a Ireland[14]

Piacenza, 12 marzo 1889

 Monsignore,

Vostra Eccellenza mi perdonerà se rispondo con tanto ritardo alla sua benevola e bella lettera del 21 dicembre, ma la causa di questo ritardo è indipendente dalla mia volontà. Ho voluto, prima di rispondere, inviare la sua lettera alla Congregazione di Propaganda e aspettarne riscontro per comunicarglielo. Ora la posso assicurare che oggi la Sacra Congregazione romana ha letto con il più vivo piacere quelle belle pagine nelle quali dimostra così bene l’importanza dell’opera che ho intrapreso e nelle quali fa così giustamente notare che dal suo successo non dipende soltanto l’avvenire spirituale di tanti cattolici italiani sbalzati oltre i mari dall’emigrazione, ma anche il successo della grande opera di evangelizzazione affidata allo zelo e alla saggezza dell’episcopato americano. Gli uomini, di fatto, non sono che troppo avvezzi a dedurre delle conclusioni logiche e rigorose dai fatti che avvengono intorno a loro. Più che mai oggi il sistema sperimentale tende a prevalere. È dunque naturale che i suoi compatrioti protestanti, vedendo l’ignoranza e l’indifferenza religiosa di un grande numero, per non dire della maggioranza degli emigrati italiani, concludono che la vita cristiana deve essere ben poco intensa nel nostro paese, se tanti suoi figli perdono così facilmente la fede e abbandonano la pratica dei doveri più elementari del cristiano. Ora siccome l’Italia non è soltanto un paese esclusivamente cattolico, ma è il centro della nostra Santa Chiesa e la residenza del suo capo augusto, ne segue, come lei fa risaltare molto bene, che i protestanti sono inclinati a credere che il cattolicesimo è in decadenza e che la causa di questa decadenza è senz’altro l’assenza di fede e di virtù, causata dall’impotenza dei preti o dalla loro negligenza colpevole. Questi errori, bisogna combatterli senza dubbio; ma bisogna soprattutto far scomparire le cause principali, che li generano; ora dalla prosperità e dal successo dell’opera, che ho intrapreso, dipende la guarigione del male che noi deploriamo e che non  è meno nocivo alla propagazione della fede in America che alla conservazione delle tradizioni cristiane e dei principi del cattolicesimo nei milioni di emigrati italiani che abitano il continente americano.

Per questi motivi la Propaganda ha accoltola mia opera con la più grande benevolenza e vede con piacere che essa è apprezzata dall’episcopato americano e in particolare da lei, che è uno dei vescovi più illuminati e più dotti del nuovo mondo.

Ma la Propaganda non è stata la sola a lodare il suo atteggiamento nei confronti della mia opera. Il S. P. Leone XIII, al quale io stesso ho mostrato la Sua lettera, n’è rimasto visibilmente soddisfatto e m’ha parlato di V. E. con la più grande benevolenza. Sua Santità conserva il miglior ricordo di lei e apprezza come si conviene le qualità eminenti e lo zelo di V. E.

Ora io devo ringraziarla delle espressioni troppo cortesi, che ha voluto indirizzarmi. Mi permetterà di attribuirle alla sua benevolenza per una povera persona e per l’opera che io dirigo. È per me una grande consolazione e un incoraggiamento prezioso vedere i miei pensieri e i miei progetti approvati da un prelato che onora tanto altamente con le sue virtù, con la sua intelligenza e con  la sua feconda attività, l’episcopato americano.

L’opera che ho fondata progredisce e prospera felicemente. Le domande di sacerdoti, che desiderano entrare nella Congregazione dei missionari di Piacenza, sono molto numerose e ne ringrazio Dio. Son soprattutto le difficoltà finanziarie che ostacolano lo sviluppo della bella impresa. Sfortunatamente non si può sperare in niente, per il momento, dal governo, che è più che mai in lotta contro il Vaticano. Questa situazione potrà cambiare col tempo, e io lo spero; ma nell’attesa la mia congregazione risente degli effetti  della lotta.

L’Italia cattolica invia offerte abbondanti, da parte mia faccio tutto quello che posso per sovvenire all’opera da me fondata; ma le risorse, di cui dispongo, sono molto esigue, la mensa vescovile, come quella di tutte le diocesi d’Italia, è ridotta a proporzioni più che modeste, la crisi commerciale e agricola ha privato proprietari, commercianti e industriali di gran parte delle loro risorse, cosicché, malgrado la loro nobile generosità. i cattolici italiani non possono sopperire alle spese che comporta il sostentamento del noviziato. Perché la mia congregazione possa prendere uno sviluppo serio e rapido, bisognerebbe che l’America concorresse anche da parte sua alle spese generali, che comporta il tenere in piedi il noviziato. Queste spese sono relativamente gravi; sono causate dalla compera dell’immobile e della chiesa che costituiscono la casa-madre dell’Istituto, per l’ammobiliamento e la manutenzione dei locali, per il sostentamento dei missionari, spese di viaggio e di vestiario dei sacerdoti, ecc. ecc.[15] Ah se qualche persona generosa, fra quelle che in America dispongono di una grossa fortuna, potesse venire in aiuto a questa impresa destinata a glorificare Dio e a salvare le anime! In questa maniera mi sarebbe possibile di accettare un numero più grande di ecclesiastici  e di prepararli all’evangelizzazione degli emigrati italiani.

Io le sottopongo questa idea. Ne faccia soggetto di mature e serie riflessioni e, se le sembra giusta, la comunichi ai suoi colleghi d’episcopato degli Stati Uniti e cerchi il mezzo pratico per farla apprezzare dai suoi connazionali cattolici, affinché, aiutato dalle offerte dei generosi americani, io possa allargare il quadro dell’istituzione di Piacenza e inviare al di là dell’Atlantico numerose coorti di missionari zelanti, che riportino i nostri poveri emigrati alle vie salutari della pratica cristiana.

Malgrado le preoccupazioni, che mi procura l’opera alla quale mi sono dedicato, nonostante le difficoltà finanziarie che mi assediano, la mia fiducia in Dio è profonda e incrollabile. Il Signore ci aiuterà e questa bella porzione del suo gregge che ha attraversato i mari per popolare l’America non sfuggirà ai pastori della sua Chiesa, e, lungi dall’ingrossare le file di coloro che disprezzano le leggi del cattolicesimo, essa formerà in avvenire la forza e la gloria di codesta giovane Chiesa d’America, destinata a diventare la gloria e l’orgoglio del successore di S. Pietro e della nostra santa Religione.

Voglia gradire, Monsignore, l’espressione della mia alta stima e della mia devozione in Cristo.

“Giovanni Battista
Vescovo di Piacenza”

 

 3 - Ireland a Scalabrini[16]

 St. Paul, 19 settembre 1901

 Monsignore,

oso ben sperare che non abbiate dimenticata la vostra buona promessa di farmi visita prima di lasciare gli Stati Uniti. Ciò sarà per me un onore del tutto personale di cui conserverò sempre il ricordo più piacevole. Inoltre, sarà un attenzione gentile verso gli Italiani di St. Paul e, allo stesso tempo, un’occasione per far loro molto bene. Ho già fatto sapere che goderanno della sua presenza.

Vorrei fin d’ora aver un’idea della data della sua visita. Dovrò sfortunatamente assentarmi dal Minnesota negli ultimi giorni di settembre e i primi di ottobre - e di nuovo tra il 17 e il 30 ottobre. Se lei fosse nei nostri paraggi verso il 10 ottobre, o in un momento qualsiasi durante le prime due settimane di novembre, sarei allora completamente a sua disposizione.[17]

Voglia inviarmi una breve parola che possa darmi qualche indicazione sul suo itinerario. Nell’attesa voglia gradire i sentimenti di alta stima e di cordialità fraterna con i quali sono

Vostro devoto servitore

John Ireland
Arcivescovo di St. Paul

 

 4 - Ireland a Scalabrini[18]

New York, 6 novembre 1901.

 Caro Monsignore,

Con mio grande dispiacere vedo che mi sarà impossibile di venire a trovarla questa sera. Una piccola questione imprevista mi toglie il piacere che avrei avuto di conversare con lei.

Sarà mio onore farvi visita all’arcivescovado domani nelle prime ore del pomeriggio. Domani sera parto per St. Paul: ma prima di lasciare New York voglio augurarvi un felice ritorno a Piacenza.

                                                                                                                      Suo devoto
                                                                                                                      John Ireland

[1]ASCPF, Congressi, Collegi vari, vol. 43, Ireland a Propaganda Fide, ff. 1496-1500.

[2]Sono solo quattro le lettere scambiate tra i due vescovi, tre di Mons. Ireland e una di Mons. Scalabrini, tutte in francese e conservate nell’Archivio Generale Scalabriniano (AGS). Dopo il primo scambio di corrispondenza alla fine del 1888 e inizio del 1889 bisogna aspettare dieci anni per rintracciare negli archivi nuova documentazione e riferimento ad incontri personali tra i due vescovi. Il silenzio è comprensibile se si  pensa che Mons. Scalabrini si era concentrato ad aprire missioni per gli emigrati italiani soprattutto nell’Est degli Stati Uniti dove si era stabilita la maggioranza di essi. Non c’era stata quindi l’occasione di comunicare direttamente con l’arcivescovo di St. Paul se non durante la visita pastorale agli emigrati italiani in quel paese fatta da Mons. Scalabrini nel 1901.

[3]Archivio Parravicino di Como (A.P.C.) John Ireland a Sabina di Parravicino Revel. St Paul, 27 agosto 1901. Le lettere di Mons. Ireland e di P. Zahm dell’Archivio Parravicino sono anche riportate in: Ornella Confessore, L’Americanismo cattolico in Italia. Roma: Editrice Studium, 1984, pp. 173-182.

[4]A.P.C. John Ireland a Sabina di Parravicino Revel. St. Paul, 27 novembre 1901.

[5]A.P.C. John A. Zahm, C.S.C. a Sabina di Parravicino Revel, Notre Dame, Indiana, 14 gennaio 1902.

[6]AGS AR 04 01. G. B. Scalabrini. Discorso ai missionari partenti, 24 gennaio 1889.

[7]AGS AR 04 10. Parole ai Seminaristi dell’Archidiocesi di S. Paolo, Stati Uniti, 26 settembre 1901.

[8]AGS AM 01 01. Scalabrini a Mangot, Washington, 10 ottobre 1901.

[9]AGS AM 01 01. Scalabrini a Mangot, New York, 16 ottobre 1901.

[10]AGS AL 02 16. (Originale in francese).

[11] Cf. nota 14 del Carteggio Corrigan-Scalabrini. Sull’attività pastorale e politica di Mons. Ireland, cf. Marvin R. O’Connel, John Ireland and the American Catholic Church. St. Paul, Minnesota Historical Society Press, 1988. Pp. 610.

[12]L’11 gennaio 1887 Mons. Scalabrini scrisse al Card Simeoni Prefetto di Propaganda Fide proponendo “un’associazione di preti italiani che avessero per iscopo l’assistenza spirituale degli italiani emigrati nelle Americhe.” Il Cardinale rispose il 3 febbraio seguente informando Mons. Scalabrini: “Trovasi attualmente in Roma Mons. Ireland Vescovo di S. Paolo negli Stati Uniti d’America il quale si è mostrato dispostissimo a porre l’opera sua perché si costituisca un Comitato, il quale prenda cura degli interessi religiosi ed anche temporali degli emigrati italiani. Si stava pensando di attuare questo progetto quando molto opportuna è giunta la sua lettera. Mi affrettai di riferire al S. Padre, al quale piacque la sua iniziativa e la sua proposta. Prima però di prendere una risoluzione definitiva sul da farsi, Sua Santità ordinò d’invitare V.S. ad esporre un poco più ampiamente le sue idee...”. ASCPF, Lettere e Decreti della S. Cong.ne e Biglietti di Mons. Segretario, anno 1887, vol. 383, fol. 75 2v.

Il progetto di Mons. Scalabrini (cf. nota 5 del Carteggio Corrigan-Scalabrini) e l’opuscolo L’Emigrazione italiana in America furono sottomessi dal Card. Simeoni a Mons. Ireland per un parere. Il 10 marzo 1887, mentre è ancora a Roma, Mons. Ireland invia al Card. Simeoni un “Projet d’une oeuvre en faveur des Emigrants Italiens spécialement aux Etats Unis” in cui nota che l’idea del Vescovo di Piacenza di dare missioni agli emigrati merita attenzione. Mons. Ireland propone una Commissione in Italia, magari sul modello della S. Raffaele tedesca, che coordini la cura pastorale e temporale dei migranti e, in risposta a Mons. Scalabrini, chiede la stabilità in America per i missionari italiani perché  conoscano l’ambiente e per praticità: “Il faudrait des missionaires se consacrant à l’oeuvre d’une manière permanente et établis en Amérique.” ASCPF, Congressi, Collegi Vari, vol. 43, f. 1496 - 1500. L’aspetto della stabilità sarà incorporato da Mons. Scalabrini nella sua nuova Congregazione.

[13]Mons. Ireland propone l’equivalente di un vicario generale di Mons. Scalabrini negli Stati Uniti. Nel suo “Projet d’une oeuvre en faveur des Emigrants Italiens spécialement aux Etat Unis”, Mons. Ireland proponeva, oltre l’istituzione di una Commissione Centrale in Italia, la presenza di sacerdoti italiani nei porti d’imbarco e di sbarco degli emigrati, e dei centri missionari in America da dove sacerdoti zelanti si irradierebberro per dare missioni agli italiani sparsi nelle varie città. Per cominciare sarebbero stati sufficienti due centri a Chicago e a New York. Mons. Ireland poi si metteva a disposizione per aiutare l’eventuale Commissione Centreale. Infatti Leone XIII il 14 novembre 1887 approvò le varie proposte sottomessegli dalla Congregazione di Propaganda Fide tra le quali c’era l’Istituto di Mons. Scalabrini, una lettera ai Nunzi pontifici in America per informarli di queste decisioni e una lettera a Mons. Ireland che “si invita a preparare la casa per le missioni.“ ASCPF, Collegi d’Italia, Piacenza, f. 1384, in margine. Oltre la fiducia della Santa Sede nella capacità e nella sensibilità pastorale dell’arcivescovo di St. Paul, la lettera che Propaganda gli invia il 25 novembre 1887 conferma la libertà di ministero che devono avere i missionari per gli emigrati e la creazione di parrocchie specifiche per questa cura pastorale. Ecco il testo integrale dell’importante lettera:

“Rev.mo Monsignore Ireland, Vescovo di S. Paolo in Minnesota ,  S.U. dell’America Settentrionale. Dalla S. C. di Propaganda Fide ,25 novembre 1887 .  Rev.mo Monsignore , Vostra Eccellenza ben conosce quanti siano gli italiani che, spinti dalla necessità, ogni anno sono costretti ad emigrare dalla loro patria e a quali disavventure e pericoli siano quasi sempre esposti in quelle terre dove speravano di trovare una migliore esistenza.

Sua Santità, per la paterna premura con cui cerca il vero bene specialmente spirituale di tutti i fedeli cristiani in ogni parte del mondo, non può non preoccuparsi e non sentire compassione di questi figli che si trovano in così grande sventura, in particolare perché sono italiani, ma soprattutto perché sono poveri e abbandonati. Nel riflettere sui rimedi che possano in qualche modo essere efficaci e opportuni, Egli ha ritenuto che il primissimo, al momento presente, sia raccomandare cordialmente questi emigrati ai Vescovi americani, sotto la cui giurisdizione essi risiedono in grande numero e che, a causa della mancanza di sacerdoti, mentre cercano il pane, perdono non di rado la stessa fede cattolica.

Tuttavia, visto che molti di loro non conoscono altra lingua fuori di quella patria e che pertanto hanno assoluto bisogno del ministero di sacerdoti italiani, Sua Santità ha appena approvato un nuovo Istituto, da erigersi a Piacenza, dove radunare dalle varie regioni d’Italia sacerdoti pii e zelanti, allo scopo di inviarli in America. Là essi potranno offrire agli emigrati aiuti spirituali sia con “missioni”, sia con altri servizi sacerdotali nel modo migliore e meno precario possibile.

Mentre questo nuovo aiuto viene offerto dalla Divina Provvidenza a Vostra Eccellenza per il suo servizio pastorale, perché possa provvedere con più facilità alla cura delle anime a lei affidate per mandato del Sommo Pontefice spetterà a Lei dunque davanti a così grande necessità farne uso in modo da ottenere un frutto certo e abbondante.

A tale scopo, viste le circostanze, il Sommo Pontefice ritiene che Lei proceda direttamente a concedere le facoltà necessarie ai missionari che dovranno essere richiesti a questa S. Congregazione ed inviati dal sopradetto Istituto, così che essi possano esercitare il ministero con libertà e indipendentemente da ogni giurisdizione di parrocchia o vicaria, ma solo sotto la direzione di Vstra Eccellenza, in vista della maggiore efficacia della “missione” alla quale si dedicano. Anzi sappia di poter contare sull’autorità apostolica per poter staccare dalle circoscrizioni parrocchiali già esistenti quei territori che sono popolati dai coloni italiani - quando il caso lo richieda e sia opportuno - e ad erigerli in nuove parrocchie da assegnare alla responsabilità di detti missionari.

Questa Sacra Congregazione fa il massimo affidamento sul suo zelo e della sua iniziativa per l’esecuzione di quest’ultima direttiva del Sommo Pontefice, dato che questa soluzione fu ritenuta anche da Lei la più efficace in codeste terre per rimuovere le maggiori difficoltà che fino ad oggi hanno compromesso i frutti del ministero sacerdotale in favore degli emigrati. Di conseguenza spetta a Lei predisporre con ogni impegno i mezzi perché al più presto venga aperta nella località più conveniente la predetta residenza, che si presenterà come un centro di salvezza per gli italiani dispersi in questa vastissima Repubblica. Spetterà ugualmente a Lei tenere informata questa Sacra Congregazione su tutto ciò che riguarda quest’opera, per la quale certamente non Le mancherà l’aiuto di Dio e la collaborazione dei Vescovi e di tutti i fedeli degli Stati Uniti.

Nel farle, com’è di competenza del mio ufficio, questa comunicazione, mi è gradito esprimerle i sentimenti della mia più profonda stima e di professarmi...”

Qualche mese più tardi, nel 1888 con il consolidarsi dell’iniziativa di Mons. Scalabrini, Mons. Ireland gli lascerà la possibilità di attuare i suoi stessi suggerimenti.

[14]AGS AL 02 16 (minuta, in francese).

[15]La “Casa madre” sarà formalmente comprata nel 1891. Cfr. Ottaviano Sartori, “Le origini dell’‘Istituto Cristoforo Colombo’”, L’Emigrato italiano, LXXXIX, 2 (marzo, 1992), 22-25 e 3 (aprile, 1992), 26-29.

[16]AGS BA 03 09 (originale, in francese).

[17]Scrivendo da St. Paul, Minnesota, il 26 settembre 1901 al suo segretario, il Canonico Camillo Mangot, Mons. Scalabrini informa: “Giunsi ieri a mezzogiorno da Detroit, dopo 23 ore di ferrovia passando per Chicago. Fui incontrato dall’Arciv.o Mgr. Ireland, che mi condusse festevolmente alla sua residenza. S. Paulo è una bella città, che venuta ora a Meneapoli conta 400 m. abitanti. Metà circa sono cattolici. Mgr. Ireland non ha ancora la Cattedrale, serve per essa una Chiesa qualunque, di nessun pregio, la prima fabbricata qui. Ha aperto un bellissimo Seminario con 152 tra filosofi e teologi, di tutte le Diocesi della Provincia ecclesiastica (6 Diocesi) e con un corpo di professori distinti. Parlano quasi tutti italiano e francese.

Ieri li invitò a pranzo e fu una serata all’italiana. Mi sembrò di essere nel nostro salone. Oggi visitai il Seminario. Mi si lesse un indirizzo latino e latinamente risposi. Vi avevo presente e non fui colto all’improvviso come a Detroit. Lassù invitato a visitare il Seminario polacco, mi sentii leggere un’indirizzo latino, cui risposi abbastanza spigliato. Ma non volli essere qui di nuovo messo alla prova. Domani parto per Kansas City con un viaggio di 24 ore. Di laggiù vi scriverò.

Mgr. ireland è davvero un distinto uomo: dotto, zelante, moderno, semplice, che non vuole che il bene delle anime e l’onore della Chiesa.” AGS AN 01 01

[18]AGS BA 03 11 (originale, in francese).