I conferenza sulla emigrazione

PRIMA CONFERENZA  SULLA EMIGRAZIONE

Piacenza,  [1891-92] Istituto Cristoforo Colombo,

 

Con la dizione “Prima conferenza sull’emigrazione”, adottata nella stampa ad uso interno della Congregazione, viene riprodotto il testo dell’intervento fatto da Scalabrini a Genova nel gennaio 1891 e ripetuto, senza sostanziali variazioni, in numerose città italiane fin verso la fine del 1892. Il successo ottenuto a Genova ha un’eco immediata in altre metropoli d’Italia. La parola del vescovo di Piacenza è richiesta a Torino e Roma per l’intervento non soltanto di eminenti personalità ecclesiastiche, come i cardinali Lucido Maria Parocchi e Gaetano Alimonda, ma anche di laici impegnati. La conferenza a Milano è promossa da Luisa Visconti Venosta, moglie del ministro degli Esteri in numerosi governi postunitari, una volta superate le incertezze dell’arcivescovo card. Luigi Nazari di Calabiana: nella chiesa di S. Alessandro l’oratore è atteso dall’amico barnabita P. Pietro Gazzola. Più spedito è l’iter a Firenze dove Adele, sorella di Luisa Visconti di Venosta, ottiene l’approvazione del card. Agostino Bausa.

Nelle conferenze l’oratore, parlando del problema emigratorio, intende sfatare l’accusa di antipatriottismo mossa al clero italiano: di chiudersi in un ascetismo egoistico disinteressandosi della “questione sociale” che, anche per l’Italia, è la grande sfida del secolo.

Scalabrini osserva che l’emigrazione è uno dei fenomeni più importanti della vita moderna, è una legge di natura e un diritto inalienabile. Purtroppo diventa un male se non è protetta. E questa è un’amara realtà per il paese. Gli emigrati italiani espatriano e vivono all’estero in condizioni peggiori dei migranti di tutte le altre nazioni. Sono sfruttati, privi di ogni assistenza religiosa e con scarse prospettive di fortuna. È un dovere civico oltre che morale l’aiuto a chi lascia la patria. Scalabrini accenna a quanto è riuscito a realizzare fondando la congregazione e promovendo negli Stati Uniti e in Brasile una intensa attività missionaria, e chiede solidarietà per le opere che ha avviato.

 

 

Signori e signore,

Non per vano rumore, da cui rifuggo per principio e per indole, e neppure per seguire la moda, del resto lodevole, di intrattenere le varie classi sociali, spezzando il pane della scienza nella forma voluta dal Poeta: «utilia dulci», poiché non so «invidiati veri scientifici» rivelare al pubblico; ma è unicamente per obbedire ad un alto dovere, che io mi presento a voi.

Ho dei ringraziamenti da fare, ho dei conti da rendere ai molti generosi che al primo appello ch’io rivolsi loro tre anni or sono, in nome dei poveri emigrati italiani, concorsero all’opera mia con una fiducia che mi commosse e con una spontaneità che dimostrò quanto suoni potente e persuasiva la voce di chiunque in Italia sorga a favellare in nome della Religione e della Patria.

E rendendo conto di ciò che si è fatto, io intendo rinnovare l’appello al Clero italiano non per eccitarne lo zelo di Apostolato, che è noto al mondo quanto sia ardente, sublime, generoso, ma per dirgli che lungi da noi migliaia e migliaia di anime hanno bisogno dell’opera sua e ansiosamente la invocano; intendo rinnovare l’appello al laicato per dirgli che immenso è il campo aperto a lui e a tutti gli uomini di buon volere; per dire all’uno e all’altro che i mezzi necessari all’impresa sono grandi, come grandi sono i mali morali e materiali cui è uopo provvedere.

E un tale rendiconto mi parve tanto più un dovere, o signori, in quanto che, parlandosi di un’opera di redenzione non solo religiosa, ma economica e civile intrapresa dal Clero, fosse indiretta ma efficace risposta a quanti e non sono pochi ai dì nostri o per ignoranza, o per mala fede, o per oblio, accusano questo clero di chiudersi in un ascetismo egoistico, di non curar la Patria, di non interessarsi della grande malattia del secolo che si chiama: Questione sociale.

Mi è dolce, o signori, perorare dinanzi a voi, colti e gentili, una causa che ha bisogno di tutta la vostra simpatia, e mi è dolce parlarne in Roma; in questa Roma, onde Cristo è Romano; in questa Roma detta a ragione Madre del sapere e della civiltà, culla del genio, patria a tutti comune; in questa Roma, che per la sede di Pietro, stende lo scettro della potenza in tutte le nazioni cristiane ed abbraccia l’uno e l’altro emisfero; nel cui seno arde mai sempre vivo il fuoco di quella carità che fa di tutti i popoli un sol popolo, di tutte le famiglie una sola famiglia, che prima proclamò e vide attuata nel mondo la vera idea di libertà, uguaglianza, fraternità; in questa Roma finalmente donde muovono e dove hanno suggello tutte le grandi iniziative dirette ad assicurare, coi beni della patria terrena, l’acquisto della patria celeste.

 

I

Uno dei fatti più importanti della moderna vita italiana è la sua emigrazione; importante per il numero, per i quesiti sociali che involge, per il malessere economico di cui è sintomo. Secondo i calcoli della statistica, gli italiani emigrati che vivono ora nelle Repubbliche Americane sorpassano i due milioni: più di un milione nelle Repubbliche del Sud, 400 mila e più nel Brasile, e il resto nelle vaste parti d’America e soprattutto al Nord. La sola città di New York ne novera 85 mila. Nel decennio 1880-90 uscirono dai confini del Regno due milioni di abitanti - un milione per la emigrazione temporanea, vero flusso e riflusso di viventi che dà ai lavori d’Europa la mano d’opera intelligente e solerte dei nostri operai e riporta in patria lode e denaro; e un milione alla emigrazione permanente ossia gente che se ne va al di là dell’oceano colla speranza, quasi sempre delusa, di far ritorno, e si sparge fra le giovani Repubbliche americane, al Sud e al Nord, nelle città popolose, fra le pampas deserte e le vergini foreste, portando ovunque un’attività sempre apprezzata e stimata.

(Segue una breve statistica dell’emigrazione nei vari paesi d’Europa dell’anno 1887-1888).

Queste cifre non hanno bisogno di un lungo commento. Esse dicono chiaramente e rigorosamente: che nel biennio 87-88 uscì maggior numero di cittadini dal Regno d’Italia, che non dalla Francia, dai Paesi Bassi, dalla Spagna, dal Portogallo, dall’Austria, dal Belgio, dalla Danimarca, dalla Svizzera unite insieme: dicono che la nostra emigrazione è quattro volte tanto quella della Russia, il triplo della Germania - che pure ha una larghissima emigrazione e di qualche migliaio superiore a quella del Regno Unito che ha colonie fiorentissime ed affari in tutte le parti del mondo.

E notate, o Signori, che gli emigranti di quasi tutte le altre nazioni si trovano in condizioni molto migliori dei nostri, poiché gli Inglesi, i Francesi, i Portoghesi, gli Spagnoli, gli Olandesi fuori dei loro confini trovano vaste regioni ove la loro bandiera nazionale sventola sovrana, e la legge patria è la tutrice del diritto; trovano insomma nelle colonie politiche dei loro paesi un’altra patria con ciò che ha di più caro questo nome: religione, leggi, lingua, costumi, trovano almeno altre patrie, ove si parla la lingua che cullò i sogni della loro infanzia, che sorrise loro col primo sorriso della madre. Ma purtroppo nessuna di queste benedizioni, che sollevano lo spirito, e gli danno forza e coraggio nella lotta, trovano i nostri poveri connazionali, abbandonati, come sono, alla loro intelligente attività veramente ammirabile, e tale da ispirare in noi un legittimo orgoglio.

Le cifre esposte sono imponenti, ma il fenomeno migratorio, o Signori, pare non abbia raggiunto il suo apogeo, poiché malgrado le difficoltà frapposte dalla legge voluta due anni or sono, e che limita l’opera degli agenti di emigrazione; malgrado i disinganni e le grida di dolore che di tanto in tanto, attraversando l’Atlantico, ci fanno fremere ed arrossire, malgrado infine le proibizioni governative, l’esodo doloroso continua. Gli è, o signori, che l’emigrazione italiana, che fu ed è aumentata per le tristi condizioni nostre specialmente agrarie, che fu ed è stimolata fuor misura dagli agenti di emigrazione e dalla necessità di braccia da sostituire agli schiavi liberati del Brasile, risponde nel suo insieme ad un vero bisogno del popolo italiano, ed è in rapporto coll’aumento annuale della sua popolazione. Non si tratta quindi, o signori, di un fenomeno transeunte, ma di un fenomeno che ha tutti i caratteri di un fatto permanente. L’italiano è uno dei popoli che ha maggior aumento annuale di popolazione. Aumenta in ragione dell’1 e 12 per mille, in ciò superato solo dall’olandese che vanta una eccedenza dei nati sui morti del 13 per mille.

Quindi è che malgrado la ingente emigrazione, la popolazione del Regno aumenta, e fra pochi anni, le nostre belle contrade avranno una massima di densità.

Secondo calcoli esatti, aumentando la popolazione, come nello scorso ventennio, gli Italiani fra un secolo saranno 100 milioni dei quali, ammettendo pure, data una larga colonizzazione interna, di poterne ospitare tra i confini del regno altri 10 milioni e di raggiungere così i 45 o 50 milioni che tanti potrebbe capirne l’Italia, se tutte le sue regioni avessero la densità della popolazione della Lombardia -  avremo sempre un immenso popolo di altri 50 milioni, che si spargerà, nel secolo venturo, pel mondo, sospinto da una forza a cui invano si resiste, la lotta per la vita; 50 milioni di Italiani, o signori, dispersi sulla faccia della terra come foglie rapite da un turbine! Ma anche ammettendo che il fenomeno migratorio si arrestasse e le nuove terre in Africa possano diventare per l’avvenire la culla prospera e felice - e sia dessa benedetta - ove il popolo italiano sgraverà il soverchio della sua popolazione, senza ricorrere all’ospitalità d’altri popoli, sempre troppo interessata e spesso crudele, ammesso tutto questo e non è che una pallida e lontana speranza anche così, come è oggi, l’abbandono completo della nostra emigrazione transoceanica, sarebbe un delitto di lesa Religione e di lesa Patria. Signori, l’Emigrazione è legge della natura intera, per cui un organismo, nato in un luogo, si propaga, si diffonde, si modifica e si perfeziona in un altro, ed i suoi fatti che parevano, mezzo secolo fa, capricci di essa natura, sono ora considerati come espressione vigorosa di quella legge imposta alle cose dal Creatore. Signori, se l’Emigrazione considerata come espressione di una legge di natura, è un diritto inalienabile, considerata poi del punto di vista individuale e nazionale, può essere un bene od un male a seconda del modo con cui si compie.

È indubitatamente un bene, fonte di benessere per chi va e per chi resta, vera valvola di sicurezza sociale, sgravando essa il suolo del soverchio della popolazione, aprendo nuove vie ai commerci ed alle industrie, fondendo e perfezionando la civiltà, allargando il concetto di patria oltre i confini materiali, facendo patria dell’uomo il mondo; ma è sempre un male, e gravissimo, individuale e patriottico, quando la si lascia andare così senza legge, senza freno, senza direzione, senza efficace tutela: non forze vive e intelligenti, ordinate alla conquista del benessere individuale e sociale, ma forze cozzanti e spesso distruggentisi a vicende: e attività sfruttate a lor danno e vergogna; a danno e vergogna del paese di origine. Non acque atte a fecondare, ma torrenti senz’alveo, che perdono il tesoro delle loro acque fra i sassi e gli sterpi, quando non travolgono i campi già fecondati.

Vediamo ora, o signori, come si compie il fenomeno migratorio nella nostra Italia: vediamo ove fa capo questa fiumana di sangue, in qual parte si avvia questa gran massa di popolazione che ha toccati i 200 mila all’anno e l’anno scorso ha raggiunto la cifra di 204.000. La maggior parte di essa - è doloroso il dirlo - non sa dove vada. Per loro è l’America, il paese a cui si dirigono quelli che lasciano la patria in cerca di fortuna. Al Sud o al Nord, fra le zone temperate o le tropicali, in climi sani o pestilenti, su terre fertili o più sterili di quelle che abbandonano, in centri popolosi o in contrade deserte, essi non sanno. Vanno in America, e non di rado con l’aggravante di un contratto firmato in bianco che mette, se non la loro persona, il loro lavoro a disposizione di un padrone qualunque.

È così, che gli agenti di emigrazione hanno avviato un numero assai considerevole di emigranti al Brasile, a sostituire la mano d’opera già insufficiente ai bisogni dell’agricoltura, e resa affatto deficiente, come già dissi dall’abolizione della schiavitù. È così che a New York il cosi detto sistema dei padroni, condannato con un Bill del Senato degli Stati Uniti, agglomerò un numero sterminato di emigranti, attirati colà con mille promesse, sfruttati indegnamente e poi abbandonati, per lasciare il posto ai nuovi venuti, vittime nuove di turpi guadagni. È così, da ultimo, che nel Chili (Cile), per tacere di molti altri casi, trovano l’abbandono e la miseria più migliaia di nostri connazionali, allettati a recarvisi da ridenti menzogne. E come l’ignoranza e la povertà li rende qui in patria facili vittime degli agenti di emigrazione, così laggiù l’isolamento e la miseria li rende preda facilissima di speculazione, sempre dovunque senza viscere di pietà, e laggiù più che altrove. Per tal guisa, invece di lavoro adatto e largamente retribuito, invece di abbondante e sano nutrimento trovano quegli infelici un rude lavoro, - quando lo trovano - una retribuzione che, misurata alle fatiche, ai pericoli, al rincaro dei generi di prima necessità, è una vera irrisione, trovano poi il poco miglioramento dietetico pagato a largo prezzo, con la privazione bene spesso di quanto significa vita civile.

 

II

E i pericoli morali e materiali degli Emigrati? Non starò a descriverli, o signori, si è detto tutto quando si è detto che essi vivono laggiù privi di ogni assistenza religiosa; abbandonati a se stessi o si danno all’indifferentismo più desolante, o disertano la religione dei loro padri. Smarriscono il sentimento della nazionalità e con esso, cosa che stringe il cuore a pensarvi, il sentimento della cattolica Fede, cadono vittime della propaganda protestante, vittime infelici delle sette, colà più che altrove attive e numerose. Ah! Signori, permettete a un Vescovo di piangere innanzi a voi tanta sventura! La privazione di quel pane spirituale che è la parola di Dio, l’impossibilità di riconciliarsi con Lui, la mancanza del culto e di ogni eccitamento al bene, esercita, o signori, un’influenza mortifera sul morale del popolo. Anche l’uomo istruito è soggetto a tale pericolo, ma in minor grado poiché la sua educazione, la sua cultura, la conoscenza teorica della religione, valgono in qualche modo a salvarlo dal gelo dell’indifferenza, potendo egli, se non altro, associarsi col pensiero ai divini Misteri, che si celebrano altrove, e nutrire la mente di letture morali. Ma il povero figlio della gleba come potrebbe assorgere a pensieri così elevati? Per lui, più che per altri, il concetto della religione è inseparabilmente unito a quello del Tempio e del Prete. Dove taccia ogni sensibile apparato religioso, egli a poco a poco dimentica i suoi doveri verso Dio, e la vita cristiana nel suo spirito illanguidisce e muore. Ma non muore in lui la sete del vero!  La brama dell’infinito! «L’uomo, dice un moderno filosofo incredulo, abbisogna naturalmente di Religione e di Culto. Egli è religioso per natura, come per natura è ragionevole, o meglio ancora egli è religioso perché ragionevole». Questo bisogno tanto più è sentito quanto meno è possibile soddisfarlo. Ciò si tocca con mano in mezzo ai nostri Emigrati, anche là dove per mancanza del prete regna sovrano il materialismo il più abbietto. Immaginate poi, o signori, quanto quel bisogno debba esser vivo tra coloro - e sono i più - i quali ancora sentono la dignità del proprio essere, odono ancora i reclami della loro coscienza.

Dentro mi suona tuttora dolorosamente la voce di un povero contadino lombardo, venuto due anni or sono a Piacenza dalla estrema valle del Tibagy nel Brasile, per chiedermi a nome di quella numerosa colonia un missionario. «Ah!, Padre, mi diceva egli con voce commossa, se sapesse quanto abbiamo sofferto! quanto abbiamo pianto, al letto dei nostri cari moribondi, che ci chiedevano costernati un prete... e non poterlo avere! Oh Dio! noi, no, non si può più vivere, non si può più vivere cosi!» E continuava il poveretto, con rozzo ma eloquente linguaggio a narrarmi scene davvero strazianti! Lo confesso non mai come allora mi augurai la vigoria dei miei 20 anni, non mai rimpiansi come allora l’impossibilità di mutare la croce d’oro del Vescovo in quella di legno del Missionario, per volare in soccorso di quegli infelici, veramente infelici, perché agli altri pericoli si aggiunge per essi quello di cadere nell’abisso della disperazione.

Signori, il quadro non è lieto, ma non è colpa mia se la realtà delle cose è così triste! Tutto quanto vi dissi ora potrei documentarvelo con fatti e cifre ufficiali, con narrazioni di altri testimoni oculari di quei tristi fatti. Ma basta il fin qui detto a dimostrare quanto sia vera la sentenza del segretario fiorentino: «dove è Religione si presuppone ogni bene, ove ella manca: ogni male».

E le condizioni economiche della Emigrazione?

Da un rapporto alla Presidenza della Società di Protettorato da chi fu inviato appositamente per studiarle, tolgo i dati seguenti, desunti da pubblicazioni ufficiali di quei paesi.

Dopo aver parlato della valorizzazione della terra e delle cause per cui i primi coloni diventarono ricchi od agiati, parla delle condizioni presenti della emigrazione, principalmente agricola, in questi termini: «L’età dell’oro dell’emigrazione in America è passata, e pur troppo anche quella d’argento. L’emigrazione trova raramente la fortuna sognata, qualche volta un po’ di benessere; ma la maggior parte una vita dura, senza conforto e senza speranza. Ecco alcune cifre. Si é detto miracoli sulla fecondità e feracità di quelle terre, ma il prodotto medio non è superiore alle nostre terre mediocri, poiché la siccità, la pioggia, le cavallette ed altri malanni agricoli si mangiano troppo spesso in erba le speranze dei poveri agricoltori. Qui da noi su un novennio si calcola un anno perduto: colà bisogna calcolarne tre».

Dalla «Descripcion Geografica y estatistica» della provincia di S. Fé, opera premiata dal Governo Argentino, tolgo la prova di questa asserzione. E notate che la provincia di S. Fé è la meglio coltivata di tutta la Repubblica e si chiama colà: la regione del frumento. Nel quinquennio 1879-84 nella provincia di S. Fé si seminarono quadre quadrate - ogni quadra vale 10 pertiche metriche - 522.883 pari a pertiche metriche 5.228.506, e si raccolsero faneghe 4.052.530 ossia ettolitri 5.228 e 500. In quel quinquennio adunque la feracissima terra di S. Fé ha dato ai coloni un ettolitro alla pertica metrica, meno cioè delle mediocri terre di Lombardia, le meno frumentifere d’Italia.

Ecco ora altre cifre, non meno interessanti, tolte dalla statistica di Gaetano Ripol intitolata: «La provincia di Entre Rios bajo sus diversos aspectos». La colonia di Monte Caseros, che la statistica dice terre «immecorables», nel quinquennio 79-84 riscosse: per faneghe 33.799 di granoturco £. 254.150; per faneghe 71.194 di frumento £. 1.685.460; prodotto pollaio £. 90 mila; in tutto £. 1.924.460.

Ora sottraendo un terzo da questo prodotto per il fitto nella supposizione che quei coloni avessero tutti il miglior contratto colonico - due terzi al colono e un terzo al padrone avremo che i coloni poterono riscuotere per loro £. 283.390, le quali ripartite per ogni individuo, contandone in quel tempo la colonia 1.922, avremo che ogni colono nel quinquennio poté guadagnare £.  685 e per un anno £. 135.

Ecco, o signori, a che si riduce il sognato Eldorado! e dal meglio deducete il peggio, essendo l’Argentina il paese che offre alla nostra emigrazione maggiori garanzie.

Le condizioni dei nostri emigrati nel Brasile sono ancora peggiori. Le mercedi promesse loro nei libretti réclame e che ogni agenzia di emigrazione sparge in gran copia, sono così meschine, che se non trovassero un complice nel ridicolo sistema monetario di quel paese, basterebbe solo annunziarle perché nessun lavoratore si lasciasse mai più prendere all’amo delle lusinghe degli agenti. Un uomo robusto e nelle migliori condizioni, può coltivare 2.000 piante di caffè, che si zappa due o tre volte all’anno. Nella zappatura quindi, nella raccolta e nella politura quell’uomo può guadagnare da cento a cento venti mila reis, cifra che fa inarcare le ciglia alla povera gente, ignara di tutto, ma che tradotta in nostra moneta fanno da 300 a 350 lire. Con sì tenue guadagno, che potrebbe fare un povero uomo, un povero padre di famiglia? E che dirvi degli altri meno fortunati e dei coloni, che lavorano nelle fazendas? Più di ogni mia parola valga questo grido di indignazione del brasiliano Dr. Ennes Souza. «Non siamo preparati per la colonizzazione agricola ... Non possiamo collocare, nelle condizioni che esigono l’umanità e l’economia, dodici famiglie né due, se si vuole. Posto quindi fra la schiavitù bianca, che è di fatto l’unica condizione che pare vada ognor più aggravandosi per il riprovato sistema di seduzione al contratto, e il grido di protesta che avverta gli Europei del laccio che loro si prepara, io come figlio di una nazione che si è abbastanza imbrattata nella infamia universale della schiavitù, non esito a denunciare al mondo il triste fatto. Non potendo ancora il Brasile collocare immigrati agricoli nelle vere condizioni di lavoro, considero un delitto di lesa umanità consigliare la venuta di una sola famiglia di più, sino a tanto che non si modificano le condizioni del nostro Paese in modo da poter garantire una posizione autonoma all’immigrante spontaneo.»

E potrei continuare in queste citazioni di fatti e di parole che dimostrano di quante lagrime sia bagnato e quanto sappia di sale il povero pane dell’emigrato, di quegli infelici che tratti laggiù o da vane speranze o da false promesse, ove credettero trovare un paradiso, trovarono invece un’iliade di guai, l’abbandono, il dolore, la fame, e non di rado, la morte; che colorato dal miraggio del bisogno, videro l’Eldorado senza pensare che il simoun violento della realtà, sperde in un attimo quelle incantate città dei sogni: che estenuati dal clima, dalle fatiche, dagli insetti cadono sconsolati sulla gleba fecondata dai loro sudori, in margine alle vergini foreste, che seppero dissodare, ma non per sé, né per i figli; percossi da quel morbo fatale e gentile che è la nostalgia, sognando forse la patria, che non seppe dar loro nemmeno il pane, invocanti invano la Religione, la Religione santa dei loro vecchi, che lenisca i terrori dell’agonia con le immortali speranze dell’avvenire.

Ma ciò che più rattrista in tutto questo, è il pensiero che la maggior parte dei mali religiosi, morali, economici, ai quali si espone la nostra emigrazione potrebbero evitarsi o impicciolirsi d’assai, qualora le classi dirigenti in Italia fossero conscie dei doveri che li lega ai fratelli espatriati: poiché, o signori, le immense contrade d’America non sono così malsane da non poter offrire alla nostra emigrazione un angolo tranquillo, e non tutte le terre sono così possedute dalla speculazione, da non trovarne ancora di così fertili e a buon partito da assicurare un equo compenso ai lavoratori. Tutto sta saperle additare alla nostra emigrazione. Ma quando si è fatto questo in Italia. Quando si è detto all’emigrante: badate, questo e quest’altro contratto che vi si offre, queste e quest’altre regioni che vi si additano nascondono il tale e il tale agguato: sono malsicure, sono malsane, sono sterili; o pure essendo fertili, sono così fuori da ogni possibile mezzo di comunicazione, così segregate da ogni umano consorzio, che il frutto delle vostre fatiche giacerà invenduto, ricchi ad un tempo e poveri? Quando mai, ripeto, si è fatto questo in Italia? Tutto al più si grida un po’ e si geme sotto la sferza di qualche fatto, che in quei nostri fratelli offende il nostro amor proprio nazionale, si grida e si compassiona e si reclama anche, se si vuole, qualche misura dal Governo, e poi? Tutto tace, tutto si copre di oblio, tutto rientra nella calma; la calma infida dell’onda che nasconde la vittima e se ne preparano di nuove!

 

III

Fu allora, o signori, che, in Dio fidando e nella sua Provvidenza, osai tentare qualche cosa. E poiché i guai della nostra emigrazione, a parte quei moltissimi inerenti alla emigrazione in se stessa, derivano dall’abbandono in cui è lasciata e si riassumano in questi: perdita della fede per mancanza di istruzione religiosa, oblio della nazionalità per mancanza di stimoli che tengano vivo quel sentimento, ruina economica perché facile preda alla speculazione, fondai due società che mirassero a diminuire e a distruggere, se fosse possibile, quei mali: due società, una composta di sacerdoti, l’altra di laici; una, religiosa, l’altra civile; due società che si aiutano e si completano a vicenda. È la prima una Congregazione di Missionari, che mira principalmente al benessere spirituale dei nostri emigrati, la seconda principalmente al loro benessere materiale. Quella raggiunge il suo scopo fondando Chiese, scuole, orfanotrofi, ospedali per mezzo di Sacerdoti uniti come in una famiglia coi voti religiosi di castità, di obbedienza e di povertà, pronti a volare - dovunque sono mandati, apostoli, maestri, medici, infermieri secondo il bisogno. Questa dissuadendo l’emigrazione, quando sia avventata, vigilando l’opera degli agenti, perché non passi i limiti della legalità, consigliando agli emigranti e indirizzandoli a buona meta, quando altro non possono.

Impresa certamente colossale per chiunque, ma più per me, o signori, sfornito qual sono di mezzi e di capacità all’uopo. Io pensavo - ed il fatto ha comprovato il mio pensamento - che l’indifferenza nostra era dovuta a mancanza di iniziativa, e ad ignoranza dello stato delle cose e, se si vuole, all’aver la patria nostra perduta l’abitudine di certe opere, più che a mancanza di buona volontà: pensavo, che se una voce, ispirata solo a sentimenti di Religione e di patria carità si fosse levata a scuotere i sonnolenti o gli ignavi, non avrebbe risuonato nel deserto; pensavo che una volontà risoluta contro tanti mali avrebbe trovato anime altrettanto risolute a lottare: pensavo, che l’Italia, che dà sacerdoti eroici alle Missioni, che portano la luce del Vangelo e della civiltà fra le contrade più inospiti e chiamano a piè della Croce i popoli barbari; l’Italia che dà largamente l’obolo suo e la sua influenza alla abolizione della tratta dei negri, non poteva restare indifferente, o peggio sprezzante di fronte alla tratta dei bianchi e a quest’opera di redenzione religiosa, patriottica ed economica, dei nostri fratelli emigrati.

M’era cagione a sperar bene lo spettacolo commovente dato in più occasioni dalla carità cristiana dell’Italia nostra, ogniqualvolta la sventura era venuta col suo dito di fuoco a segnare qualche parte del nostro paese. Se per asciugare le lacrime di un’ora, i ricchi e i poveri d’Italia gareggiarono, dando i primi, e largamente, il superfluo; levandosi gli altri il pane di bocca; oh che non faranno, quando vengano a sapere esservi laggiù un pianto che dura da anni, e durerà, se non si provvede, di generazione in generazione? quando sapranno esservi laggiù tanta miseria religiosa e morale fra i nostri fratelli da farci credere dagli stranieri una nazione di inerti e di pezzenti? noi, il primo popolo del mondo? Allorché infatti la prima volta io raccolsi il grido di dolore dei nostri poveri espatriati, e chiamai l’attenzione del pubblico sull’opera nefanda dei trafficanti di carne umana, fu un coro di voci, che fecero eco alla mia.

Quando pensai di istituire per gli emigranti queste società, trovai mani plaudenti, cuori aperti, anime generose, volontà energiche pronte all’azione fino al sacrificio.

Primo fra tutti mi è grato ricordare il Sommo Pontefice Leone XIII, nel cui cuore apostolico si ripercuotono tutti i dolori dei suoi figli, che non solo volle accordare all’opera la sua protezione, ma si degnò altresì encomiarla e benedirla, dandole così il più valido appoggio che per me si potesse desiderare. E col Sommo Pontefice, la S. Congregazione di Propaganda, l’Episcopato Italiano, la Congregazione del tanto benemerito D. Bosco, l’Associazione Nazionale di soccorso per i Missionari italiani, l’Episcopato Nord-americano preceduto dall’Arcivescovo di New York, la pubblica stampa d’ogni colore, innumerevoli laici e non pochi di voi, o Signori.

Gli è con questi aiuti morali e un po’ anche materiali, e sopratutto con l’aiuto di Dio, che l’opera ha potuto prosperare.

Ecco ora brevemente il bilancio, dirò  così, di quanto si è fatto in questi tre anni.

Si è fondato in Piacenza un Istituto intitolato a Cristoforo Colombo, Casa Madre della Congregazione (già a quest’ora non più adatta né sufficiente all’uopo) ove i futuri Missionari si raccolgono per disporsi al loro santo Apostolato con lo studio e con la preghiera. Partirono a varie riprese, e sono ora sul campo dell’Apostolato, 33 Sacerdoti accompagnati da 27 catechisti, ossia giovani laici, legati essi pure con voti religiosi, e applicati secondo la loro capacità all’assetto delle case, al servizio delle Chiese, delle Scuole, fratelli più che compagni dei Missionari coi quali convivono.

Sono, a quest’ora circa 300.000 gli Italiani affidati alle loro cure, divisi in varie Missioni, al Sud e al Nord d’America. Al Sud una Missione si è aperta in Valvanera nell’Argentina. Nel Brasile: una nel fertile altopiano di Curytiba con 18 Cappelle periodicamente funzionate dai Missionari stessi; tre nella Provincia dello Spirito Santo, ad Anchietta, a Todos los Santos, e a Santa Teresa. Al Nord altre case e altre Missioni: Tre a New York, ove si sono aperte scuole ed un Orfanotrofio femminile - mercé l’aiuto di una gentildonna italiana colà residente - diretti, sì l’uno che le altre, da quelle sante e benemerite religiose che sono le Missionarie del Sacro Cuore. Ivi per cura dei Missionari si sta ora costruendo un Ospedale Italiano, sicché, mi gode l’animo a pensarvi, i nostri poveri connazionali non saranno più costretti d’ora innanzi a battere alla porta degli Ospedali Protestanti, con sì grave turbamento del loro spirito e pericolo della loro fede.

Spero inoltre in quest’anno di poter incoronare l’idea da tempo vagheggiata di un collegio o seminario per i figli dei nostri emigrati che volessero abbracciare la carriera ecclesiastica e sentissero in qualche grado almeno, il generoso istinto dell’Apostolato. Ben veggo di sobbarcarmi ad un nuovo gravissimo peso, ma la divina Provvidenza che veglia con tenerezza di Madre sulle opere da Lei ispirate, saprà risolvere Essa, anche questo per me arduo problema. Altre Missioni e Parrocchie abbiamo al Nord: New Haven, Providence, Boston, Pittsburg, Cincinnati, Buffalo, New Orleans, Bridgport, Cleveland, Kansas City, S. Luis, centri di attività religiosa, morale, nazionale, e altre se ne vanno preparando. Alle domande insistenti e commoventissime, che di là mi pervengono continuamente, risponderò coll’inviare i Sacerdoti raccolti nell’Istituto della mia Piacenza, facendo voti che Dio mi mandi dei santi e degli eroi. Taccio poi dei Sacerdoti che mercé la generosa cooperazione della benemerita società di navigazione, «La Veloce» si offrono di fare il viaggio in America per accompagnare gli emigranti al loro destino, intelligenti consiglieri, alleviatori, per quanto è possibile, delle mille miserie di bordo, confortatori di malati e di morenti, depositari di importanti interessi, fidi messaggeri di notizie desiderate tra quelli, che se ne sono andati e quelli che se ne sono rimasti in patria. Taccio di parecchi comitati di laici, che si sono già costituiti sotto la presidenza di uomini insigni d’ogni ordine e d’ogni grado, e degli altri che se ne vanno qua e là costituendo, ma tacer non voglio una parola di specialissimo encomio al Comitato sorto con tanta abnegazione in questa illustre Metropoli, dal quale mi venne il gentile invito di questa conferenza, e dall’opera sapiente ed efficace del quale mi riprometto non poco aiuto anche per l’avvenire.

Abbiamo pertanto in tre soli anni di lavoro, un nucleo di Sacerdoti, di catechisti, di suore e di laici formanti come un piccolo esercito di 400 e più persone, tutte intese con intelletto d’amore al benessere religioso, morale, civile ed economico dei nostri fratelli lontani. Ma che è mai tutto ciò, o signori, di fronte al bisogno? Restano ancora 1.800.000 italiani ai quali provvedere almeno l’assistenza religiosa; 1.800.000 italiani, numero che va ogni dì più aumentando; 1.800.000 italiani, centinaia dei quali da ogni parte d’America, quasi si fossero data una parola d’ordine, mi scrivono: Monsignore, abbiate pietà di noi, mandateci un prete, qui si vive e si muore da bestie!

IV

Signori, se m’è lecito dal passato trarre gli auspici per l’avvenire, e più se penso alla pietà e generosità dei buoni, io non dubito punto del prospero risultato di un’opera così gigantesca.

Lo ripeto, o signori, i bisogni sono grandi e sono urgenti; e ne è prova l’essermi io, non ostante le mie deboli forze, fatto pellegrino per le terre d’Italia, appunto per invocare in loro favore la cooperazione dei buoni che non può mancare quando la si invoca in nome della Religione e della Patria.

Rinnovo pertanto all’Italia l’appello che già altre volte e non invano le rivolsi: l’arringo che io addito al pensiero e all’azione del Clero e del Laicato italiano, è grande, nobile, intentato, e possono trovare in esso un posto condegno, tanto l’obolo della vedova quanto l’offerta del ricco; l’umile attività delle anime tranquille, come l’impeto generoso degli spiriti più ardenti.

Per amore dei lontani connazionali studiamoci stringere sempre più i vincoli di quella solidarietà fraterna che afforza i deboli ed i forti rende invincibili.

Signori: è dovere di cattolici e d’italiani l’adoperarsi perché quanti sono fratelli al di là dell’Oceano, abbiano tutti ad avere la stessa fermezza, lo stesso entusiasmo, la stessa divisa.

Non sono molti anni, vi furono tentativi incredibili per americanizzare, se così posso esprimermi, i nostri fratelli emigrati d’Europa. La Religione e la Patria hanno pianto la rovina dei rispettivi figli, perdendo l’una e l’altra a milioni quelli ai quali avevano data la vita civile e religiosa.

Un popolo solo poté resistere, perché guardato e protetto dalla madre patria, seppe tener alto il vessillo, su cui era scritto: La nostra Religione - la nostra Lingua  - e la nostra Patria.

RELIGIONE E PATRIA: queste due supreme aspirazioni di ogni anima gentile, si intrecciano e si completano in quest’opera d’amore e di redenzione che è la protezione del debole e si fondono in un mirabile accordo.

Le miserabili barriere elevate dall’odio e dall’ira scompaiono, tutte le braccia si aprono ad un fraterno amplesso, le mani si stringono calde d’affetto, le labbra si atteggiano al sorriso e al bacio, e tolta ogni distinzione di classe o di partito, appare in essi bella di cristiano splendore la sentenza: “Homo homini frater”

Possano queste mie parole essere seme di opere egregie, che ridondino a gloria di Dio a bene delle anime, a decoro del paese a sollievo degli infelici e dei diseredati.

RELIGIONE E PATRIA! Questi due supremi amori dei nostri avi, queste due potenti aspirazioni di ogni anima gentile; queste due corde vibranti all’unisono in fondo di ogni cuore bennato si intrecciano e si rafforzano in quest’opera d’amore che è la protezione del debole e, come figlie dello stesso padre, si abbracciano e si danno scambievole aiuto. Bella e santa fanno ai nostri cari la vita e ad egregie cose il forte animo accendono.

RELIGIONE E PATRIA! E le fronti si levano serene, e le labbra si atteggiano al sorriso e più fulgido sul nostro orizzonte brilla il sole della vera libertà.

RELIGIONE E PATRIA! E all’ombra di questo vessillo tacciano le ire, scompaiano le divisioni, si stringano le destre, riposino le famiglie, grandeggino i popoli e corrano al trionfo.

Odo le nazioni prorompere in un inno, a cui rispondono i cieli. È l’inno sempre antico e sempre nuovo del nostro immortale Poeta:

Tutti fatti a sembianza d’Un Solo;

Figli tutti d’un solo Riscatto

In quell’âra, in qual parte del suolo

Trascorriamo quest’aura vital,

Siam fratelli!...

Possa l’ITALIA sinceramente riconciliata con la SEDE APOSTOLICA, emulare le antiche sue glorie, ed un’altra aggiungerne imperitura, avviando sui luminosi sentieri della civiltà e del progresso anche i suoi figli lontani.

Ho finito.

A tutti i buoni che concorsero all’opera di redenzione, di cui finora ho parlato, a quelli che vi si aggiungeranno per l’avvenire; ai miei Sacerdoti, che sparsi pel nuovo mondo, soffrono, combattono e pregano; a voi che oggi mi avete onorato della vostra presenza, signori e signore, in nome della Religione e dei fratelli lontani, dall’intimo del cuore io dico grazie! Dio vi prosperi, vi benedica, vi salvi!

Soli deo honor et gloria.