



SECONDA CONFERENZA SULLA EMIGRAZIONE
tenuta in Torino per l’Esposizione di Arte Sacra, 1898
(Torino,
Tipografia Roux Frassati e C., 1899, pp. 5-26)
Nonostante
il clima teso di scontro sociale di fine secolo la proposta di un gruppo di
parlamentari, intesa a modificare la legge di emigrazione del 1888, ha
progredito secondo le istanze di mons. Scalabrini. Nella lotta contro gli
agenti di emigrazione, si associa anche Emilio Visconti Venosta, ministro
degli Esteri nel governo Di Rudinì, che trova consenziente pure il successore
Felice Napoleone Canevaro. Luigi Luzzatti si occupa della tutela delle rimesse
degli emigrati; procede anche il dibattito per una revisione della normativa
sulla leva militare. Scalabrini è al corrente di queste iniziative, che tenta
di accelerare. La visita alla sezione dell’Italia all’estero, in occasione
dell’Esposizione di Arte sacra a Torino nel settembre 1898, offre
un’occasione propizia per parlare dei problemi dell’emigrazione, pur
nell’amara constatazione che l’opera di assistenza ai migranti in Italia
si trova ancora, purtroppo, “quasi nel completo abbandono” da parte della
patria. Eppure l’emigrazione è uno dei fattori più importanti della vita
italiana del tempo. Del resto il fenomeno è legge di natura; ha una valenza
positiva: fa patria dell’uomo il mondo.
Scalabrini
ritiene l’emigrazione interna incapace di assicurare posti di lavoro a una
popolazione in continua espansione demografica; né pensa a quella militare,
soprattutto dopo i disastri africani. Guarda all’emigrazione all’estero;
ma assistita. La legge del 1888 va cambiata, perché autorizza facili
arruolamenti e speculazioni. Il militarismo italiano, comprensibile forse in
altri tempi, è giudicato anacronistico e dannoso nei confronti degli emigrati
e anche degli aspiranti al sacerdozio. Osserva che la legge, trattando da
disertori gli italiani che vivono all’estero, impedisce che i figli di
connazionali visitino la patria avviando anche rapporti economici e
commerciali. I tre anni di servizio militare imposti ai chierici privano di un
aiuto prezioso le missioni dove l’Italia fa sentire pure la sua azione
civilizzatrice.
Scalabrini
conclude presentando come esempio di valida testimonianza missionaria la
fondazione dell’orfanotrofio “Cristoforo Colombo” a San Paolo del
Brasile per opera di padre Giuseppe Marchetti, morto prematuramente
nell’assistere gli emigrati italiani.
Signore e Signori,
Visitando la vostra bella
Esposizione io mi soffermai con particolare compiacenza nella Sezione
dell’Italia all’estero, ammirai i lavori delle scuole e i prodotti delle
industrie de’ nostri connazionali stabiliti nelle diverse parti del mondo, e
meco stesso mi rallegrai del loro progresso morale ed economico, e più del
sentimento che li mosse a partecipare alla nobile gara del lavoro indetta
dalla madre patria.
Io vorrei, o signori, che questo
fatto non passasse quasi inosservato, come un episodio comune della nostra
vita industriale, ma che valesse a richiamare l’attenzione de’ governanti
e delle classi dirigenti su quello appunto che io chiamo “l’Italia
all’estero”. Essa è andata formandosi a poco a poco, quasi nel completo
abbandono della patria, ed ha saputo, in paesi stranieri, acquistarsi una
posizione economica e morale distinta, e diventare uno de’ fatti più
importanti della presente vita italiana; importante pel numero de’ cittadini
che la compongono, pei quesiti religiosi e sociali che involge, pel malessere
economico che la produce, pei commerci e le industrie e le istituzioni
scolastiche e di presidenza che seppe attivare, per le correnti di simpatia o
di antipatia che può attirare su di se stessa e sul nostro Paese.
Dalle statistiche ufficiali, e più
da un pregevole studio «Colonie ed Emigrazione» pubblicato dal Ministero
degli Esteri, tolgo i dati che confermano queste mie affermazioni.
Gl’italiani che vivono
all’estero sparsi nel mondo, nelle varie città del Mediterraneo, del Sud o
del Nord e della lontana Australia, negli arsi campi africani, come nelle
praterie sterminate della Pampa e degli Stati Uniti, sono circa tre milioni. E
questo immenso esercito di lavoratori è alimentato di anno in anno da una
grossa corrente migratoria che tocca i 400.000. Sono circa 200.000 gli
emigranti temporanei, vero flusso e riflusso di viventi, che forniscono ai
lavori internazionali una mano d’opera intelligente ed operosa e riportano
in patria un sudato risparmio e lode meritata: e quasi altrettanti sono quelli
che formano la emigrazione permanente, sospinti lontano dalla lotta per la
vita, e passano l’Oceano colla speranza di rapida fortuna, ma che finiscono
nella gran maggioranza ad adagiarsi nel paese ospitale e a formare se non per
se stessi, pei loro figli, una patria nuova.
Sono più di 700 le Società di
Mutuo soccorso, di previdenza e di beneficenza fondate dai nostri connazionali
all’estero, con soci numerosissimi e grossi capitali risparmiati.
Sono circa 150 le scuole
governative, religiose e coloniali, frequentate da ben 30.000 alunni che
imparano da maestri italiani la storia e la lingua del nostro Paese.
Queste cifre, o signori, non
hanno bisogno di lungo commento. Esse ci dicono che cosa è la emigrazione
italiana e che cosa potrebbe diventare, quando fosse ben diretta, aiutata e
difesa, e costituiscono nel loro insieme un conforto, un rimprovero e un
ammaestramento. Se noi faremo sì che questa lezione non vada perduta e che
non finisca in una sterile querela, ma sia principio di un’azione razionale
e pratica della madre patria verso i suoi figli lontani, noi avremo compiuta
un’opera altamente meritoria.
Ed è per questo, o signori, che
io di buon grado accettai l’invito fattomi dal valoroso e benemerito
Comitato dell’Associazione Nazionale a favore dei missionari cattolici
italiani, di parlarvi dei bisogni della nostra emigrazione e dei nostri doveri
verso la stessa, persuaso che le mie parole piglieranno forza e autorità
dalla città forte e tenace nei propositi in cui sono dette, e da voi, o
signori, che con benevolenza così gentile mi ascoltate.
E un altro sentimento mi mosse a
parlarvi in questi giorni della nostra emigrazione, un sentimento formato di
pietà e di sdegno. Il nefando delitto compiuto testé su una vittima augusta
e innocente, già sacra alla sventura, da un senza patria cresciuto in Italia,
ha dato pretesto in vari paesi a minacce e persecuzioni, a caccie
all’italiano, da parte di plebaglie briache d’odio di razza e di malcelate
ire contro lavoratori concorrenti, più abili e più apprezzati.
È bene che sappiano que’
nostri connazionali, costretti a vivere fra tanti pericoli, che l’occhio
della patria li segue, che li sa, nella grandissima maggioranza, buoni ed
operosi, che li apprezza e li ama come parte viva di sé e che non li confonde
co’ pochi delinquenti che si annidano tra loro come serpe tra i fiori.
Innanzi di entrare in argomento,
permettetemi, o signori, che io saluti, in nome mio e vostro, il venerando
apostolo dell’Eritrea, Padre Michele da Carbonara, che vedo con gioia fra
noi. Dio gli conceda e forza e vita per condurre a compimento i suoi nobili
disegni a vantaggio della Religione e della Patria.
I
La emigrazione, o signori, è
legge di natura. Il mondo fisico, come il mondo umano soggiacciono a questa
forza arcana che agita e mescola, senza distruggere, gli elementi della vita,
che trasporta gli organismi nati in un determinato punto e li dissemina per lo
spazio, trasformandoli e perfezionandoli in modo da rinnovare in ogni istante
il miracolo della creazione. Emigrano i semi sulle ali dei venti, emigrano le
piante da continente a continente portate dalle correnti delle acque, emigrano
gli uccelli e gli animali, e, più di tutti, emigra l’uomo, ora in forma
collettiva, ora in forma isolata, ma sempre strumento di quella Provvidenza
che presiede agli umani destini e li guida, anche attraverso le catastrofi,
verso la meta ultima, che è il perfezionamento dell’uomo sulla terra e la
gloria di Dio ne’ cieli.
Questo ci dice la divina
Rivelazione, questo c’insegnano la storia e la biologia moderna, ed è solo
attingendo a questa triplice fonte di verità che potremo desumere le leggi
regolatrici del fenomeno migratorio e stabilire i precetti di sapienza pratica
che lo debbono disciplinare in tutta la sua ricca varietà di forme.
Essi ci dicono, che la
emigrazione è un diritto naturale, inalienabile, che è una valvola di
sicurezza sociale che ristabilisce l’equilibrio tra la ricchezza e le
potenza produttiva di un popolo, che è fonte di benessere per chi va e per
chi resta, sgravando il suolo di una popolazione soverchia e avvalorando la
mano d’opera di chi resta; che può essere insomma un bene o un male
individuale o nazionale, a seconda del modo e delle condizioni in cui si
compie, ma che è quasi sempre un bene umano, poiché apre nuove vie ai
commerci, facilita la diffusione dei trovati della scienza e delle industrie,
fonde e perfeziona le civiltà e allarga il concetto di patria oltre i confini
materiali, facendo patria dell’uomo il mondo.
La emigrazione di un popolo
civile può essere interna, politica e agricolo-commerciale o di
infiltrazione.
Per emigrazione interna io non
intendo di significare quel flusso e riflusso di popolazione che si muove
periodicamente per i diversi bisogni della vita civile e individuale in un
determinato territorio, ma intendo bensì una vera e propria colonizzazione,
entro i confini della patria, di terre incolte che possono sovrabbondare in
una regione e scarseggiare in un’altra.
Quello che significhi e come si
attui la emigrazione e la colonizzazione politica è a tutti noto, cioè: dare
alla patria più ampia estensione, allargandone i confini o aggiungendole
terre lontane, ove gli emigrati possano vivere all’ombra della bandiera
nazionale, sotto l’egida delle patrie leggi e dove la religione, la lingua,
le tradizioni, i costumi, tutto ciò insomma che forma la coscienza religiosa,
civile e patriottica di un popolo serva a tener vivo, anche ne’ più lontani
nepoti, il pensiero e l’affetto verso la terra dei padri .
Le colonie politiche furono il
mezzo più potente di conquista e di espansione dei romani, e sarebbe modo
veramente romano di compiere le funzioni migratorie.
Le colonie agricolo-commerciali e
d’infiltrazione sono quelle che mirano a stabilire in paese altrui nuclei di
popolazione di una data nazionalità che esercitino il commercio,
l’industria e l’agricoltura e vivano fra popoli stranieri, senza perdere
il proprio carattere nazionale. Fu il modo di emigrazione e di colonizzazione
preferito dalle nostre gloriose repubbliche marinare.
Ora, come compie l’Italia
nostra questa importante funzione della sua vita civile ed economica? o
meglio, quale dei predetti modi di emigrazione può essa adottare?
La colonizzazione interna pare a
molti la forma idealmente bella di emigrazione, utilissima e, per noi tutti,
di attuazione facile.
Costoro non sanno comprendere
come il Governo non siasi pur anco deciso ad adottare questo sistema che deve
renderci ricchi e potenti, intensificando la nostra popolazione, dando al
lavoratore il pane quotidiano abbondante.
I fautori della colonizzazione
interna ragionano così: - Che l’Italia nostra possa ospitare maggior numero
di abitanti è intuitivo: basta considerare la densità relativa della sua
popolazione, che va da 165 per Kmq. in Liguria a 152 in Lombardia, per
discendere via via ai 92 di Toscana, ai 77 delle Puglie e dell’Abruzzo, ai
60 dell’Umbria, ai 51 della Basilicata, ai 28 della fertilissima già
popolosa Sardegna: basta fare una corsa per le terre d’Italia e osservare i
greppi della Valtellina e della Liguria, i colli piemontesi e toscani, la
valle del Po trasformati in giardini, e il deserto dell’agro romano e i
piani fecondi delle provincie meridionali e della Sardegna che giacciono
incolti o convertiti in centri di infezioni malariche.
Utilizziamo la errante miseria
della patria, impieghiamo a nostro beneficio quell’attività sempre
ricercata, ma non sempre apprezzata, che si sparge per il mondo, fiotto di
viventi, simili alle acque di un fiume senz’alveo che, invece di fecondare
le terre circostanti, si perdono nel greto e fra gli sterpi lontani.
E sia dunque; si colonizzi pure
all’interno, si tolga alla malaria tanta parte di territorio italiano, si
renda più intensa e quindi più rimunerativa l’agricoltura: tutto quanto si
farà in questo senso sarà ottima cosa, ma non facciamoci illusioni;
colonizziamo pure nei limiti del possibile ma, a scanso di disinganni,
persuadiamoci che la cosa non è facile, come pare a prima vista, e che
certamente non è possibile nella misura che richiederebbe il rapido aumento
della nostra popolazione.
Infatti, la densità media della
popolazione in Italia è di 107 abitanti per Kil. q., mentre in Germania è di
97, di 80 in Austria e di soli 72 in Francia.
Di più, io credo che quelli che
contano a milioni di ettari le terre incolte d’Italia, siano in errore.
L’Italia ha una superficie di 28 milioni e mezzo di ettari, dei quali però
4 milioni e mezzo (dò la cifra tonda) sono occupati da strade, acque, greti,
o sono cime di monti alti e sterili. Gli altri 4 milioni di ettari vengono più
o meno adibiti a pascolo, e, anche di questi, secondo gli studi della
Direzione generale di agricoltura, un milione di ettari potrebbe essere
coltivato con profitto. Dunque, a parte le difficoltà dell’impresa e gli
ingenti capitali occorrenti per la espropriazione e il risanamento, a parte la
imperfezione dei catasti di molte Provincie, e segnatamente della Sardegna,
che rende difficile, e quasi impossibile, l’assegnazione dei lotti, le terre
utilmente coltivabili sono poche e affatto disformi ai bisogni della nostra
popolazione.
Ma, nelle migliori delle ipotesi,
supponendo il più largo bonificamento e la conseguente colonizzazione e un
perfezionamento di sistemi agricoli, nel senso della maggior intensificazione
possibile, e una larghissima produzione industriale, in modo da poter dare
all’Italia intera la densità della popolazione della Lombardia (cioè
portare a circa 50 milioni gli abitanti della Penisola) si sarebbe ben lontano
dall’aver trovato posto al crescente numero della nostra popolazione, la
quale, dato l’aumento medio di quest’ultimo ventennio, in un secolo
diventerebbe di circa 100 milioni.
Nel secolo venturo adunque, anche
nella migliore delle ipotesi, circa 50 milioni di Italiani dovranno
necessariamente trovar posto fuori d’Italia!
Le colonie politiche, o signori,
sono altro dei modi con cui i popoli civili compiono le loro funzioni
migratorie, forse quello che involge maggior numero d’interessi e
maggiormente solletica l’amor proprio nazionale. La grande attività e
gelosa cura spiegate a’ dì nostri dalle varie Potenze nel difendere gli
antichi possedimenti coloniali e nello acquistarne di nuovi, sono il commento
più eloquente di questa mia affermazione. Ma pur troppo per il nostro Paese
la speranza di una larga colonizzazione politica fu travolta e rimandata a chi
sa quando dai disastri africani, il cui ricordo rattrista ogni cuore italiano.
Queste cifre e considerazioni ci
portano a conchiudere, che all’Italia, per ora almeno, non resta che la
terza forma di emigrazione; effondere cioè in altri popoli e in territori
altrui il sovrabbondare della sua popolazione; forma più umile delle altre
due, ma più conforme a’ suoi bisogni immediati. Le funzioni migratorie
quindi, come si compiono da noi, rispondono alle necessità attuali politiche,
territoriali ed economiche del nostro Paese e non superano la sua potenza
riproduttiva e come tali hanno il carattere di fenomeni permanenti, e sono
fonti di benessere individuale e collettivo.
Ma quali sono le garanzie che la
legge accorda ad una emigrazione siffatta? Come esercita lo Stato il suo
dovere di tutela morale e materiale dell’emigrante? Come l’esercitiamo
noi, classi dirigenti?
II
Signori, i pericoli che porta
seco una tale emigrazione sono senza numero e del pari senza numero sono i
mali che l’affliggono.
Quand’io, dieci anni or sono,
raccolsi il grido di dolore de’ nostri poveri emigrati in uno scritterello
che ebbe tanta eco nel cuore di tutti i buoni, e che riscosse in ogni ceto di
persone così largo consenso di pensiero e di opere, io ero ben lungi
dall’immaginare il cumulo di mali e tutti i pericoli ai quali si espone il
povero emigrante.
Tutto, o signori, tutto cospira
contro di lui, e i suoi mali spesso incominciano prima dell’esodo
dall’umile casolare, sotto la forma di un agente di emigrazione che lo
determina a partire, facendogli balenare innanzi la facile conquista della
ricchezza e lo avvia dove a lui piace e conviene, non dove l’interesse
dell’emigrante consiglierebbe; e lo seguitano quei mali lungo il viaggio,
spesso disastroso, e lo accompagnano al suo arrivo in luoghi infestati da
terribili malattie, ne’ lavori a’ quali si sente spesso disadatto, sotto
padroni fatti disumani o dalla bramosia insaziata dell’oro, o
dall’abitudine di considerare il lavoratore come un essere inferiore; e si
aggravano que’ mali sotto i mille agguati che la malvagità tende loro in
paesi stranieri, di cui ignorano la lingua e i costumi, in un isolamento che
è spesso la morte del corpo e dell’anima.
E potrei citare fatti numerosi
che dimostrano di quante lagrime sia bagnato e quanto sappia di sale il povero
pane dell’emigrante, di quegli infelici che, tratti laggiù o da vane
speranze o da false promesse, trovarono un’iliade di guai, l’abbandono, la
fame e non di rado la morte, ove credettero trovare un paradiso; che, colorato
dal miraggio del bisogno videro l’Eldorado, senza pensare che il simoun violento della realtà sperde in un attimo le incantate città
dei sogni! Infelici! estenuati dalle fatiche, dal clima, dagli insetti, cadono
sconsolati sulla gleba fecondata dai loro sudori, sul margine delle vergini
foreste, che seppero dissodare non per sé, né pei figli, percossi da quel
morbo fatale e gentile che è la nostalgia, sognando forse la patria, che non
seppe dar loro nemmeno il pane, invocanti invano il ministro della religione
santa dei loro padri, che lenisca i terrori della agonia colle immortali
speranze della fede.
Signori, il quadro non è lieto,
ma è la storia verace di migliaia e migliaia di nostri connazionali emigrati,
quale io l’ho raccolta dalle relazioni de’ miei missionari, e quale mi
venne scritta e raccontata da chi fu testimone e parte di que’ tristissimi
esodi.
Non vorrei però essere frainteso
o sembrar pessimista. Le tristi cose accennate non ponno dirsi di tutti i
nostri emigrati. Moltissimi di loro hanno trovato ne’ paesi ospitali pane
sufficiente, molti agiatezza, e alcuni anche ricchezza, e formano nel loro
insieme colonie di cui la madre patria può andare orgogliosa. Ma sono pure
moltissimi i disgraziati, e in gran parte lo sono per loro ignoranza e per
incuria nostra.
Ora i doveri e gl’interessi che
derivano da un tale stato di cose sono molti, importanti e, sebbene di ordine
diverso, tutti intimamente collegati fra loro, poiché in tutto ciò che
riguarda l’emigrazione, interesse religioso, civile e, nazionale, pubblico e
privato, non si possono disgiungere senza danno.
Di questa somma di interessi e di
doveri, alcuni si riferiscono alla emigrazione in generale, come le leggi che
la riguardano e la società di patronato, altri ai singoli nuclei di emigrati,
come ad esempio le condizioni economiche e politiche dei paesi ospitali, i
sistemi di colonizzazione adottati, le mercedi degli operai, gli scambi
commerciali attivati, io limiterò il mio dire ai doveri e interessi generali
della emigrazione, non solo perché il discorrere di tutti partitamente ci
trarrebbe troppo per le lunghe, ma sì benanco perché degl’interessi
particolari io ragionai diffusamente in altri miei scritti, e specialmente
nella conferenza che tenni anche in questa città or sono dieci anni. Dò
quindi tutto il tempo, che la vostra paziente cortesia mi concede, a
quegl’interessi generali, che io compendio in due motti: proteggere e
dirigere la emigrazione; protezione e direzione che si esplica in azione
legislativa, religiosa e filantropica, e che interessa quindi il Governo, il
clero e tutti i buoni di qualsiasi partito.
Signori, in questo esame io dovrò
ripetere osservazioni e citare fatti che dissi già qui e altrove, ma non è
colpa mia se le osservazioni fatte ed i provvedimenti invocati non furono
ancora tradotti in leggi. Del resto è cosa nota: il cammino delle idee è di
una lentezza disperante, massime quando urtano interessi e passioni, ma è
continuo quando le idee proposte sono giuste e di vera utilità. Insistiamo
adunque, poiché ogni lentezza giunge alla meta, a condizione che la
stanchezza non vinca chi se ne è fatto banditore.
Ed è per questo, o signori, che,
a costo di abusare della vostra pazienza, io mi intratterrò ancora per poco
su alcune mie proposte riguardanti la legge sulla emigrazione, sul
reclutamento dell’esercito, sugli agenti di emigrazione, sulle banche
coloniali, e invoco non solo la vostra benevola attenzione, ma l’aiuto
altresì della parola e dell’azione vostra, perché, ciascuno nella sfera
della propria influenza voglia alla sua volta farsene propugnatore.
Incomincio dalla legge sulla
emigrazione. Quando nel 1888 fu presentato alla Camera dei deputati il disegno
che poi divenne la legge che regola attualmente la nostra emigrazione, io
notavo (in un opuscolo indirizzato ad un illustre uomo parlamentare) che le
buone disposizioni di quella legge e le migliori intenzioni venivano annullate
dagli articoli che riguardavano la istituzione dei subagenti di emigrazione.
Allora io scrivevo:
«Io credo che questa
concessione, giustificabile forse in teorica in pratica riesca di grave danno,
e tale da render vane molte buone disposizioni della legge stessa.
Se gli agenti di emigrazione
fossero, come sembra credere l’on. De Zerbi nella sua relazione, nulla più
che semplici intermediari, uomini cioè di fiducia tra le varie Società di
Navigazione e gli emigranti, e limitassero l’opera loro a dare schiarimenti
sul modo e sul tempo degli imbarchi; e le agenzie non altro che semplici
succursali degli uffici centrali di Navigazione, non ci sarebbe da
impensierisene. La loro azione, quantunque superflua nel maggior numero dei
casi (poiché quelle cognizioni si potrebbero apprendere, da chi ne avesse
interesse, sul canto delle vie e nei pubblici spacci), pure non sarebbe
dannosa. Potrebbe anzi alle volte riescir comoda agli emigranti. E anche se
gli agenti facessero un po’ da tentatori per risolvere i dubbiosi, e
mostrassero ai poveri assetati della miseria i ruscelletti americani freschi e
molli, come quelli che nell’inferno dantesco facevano andare in visibilio
maestro Adamo, via non sarebbe un finimondo, e si potrebbe chiudere un occhio
e dir loro col Manzoni: va, va povero unterello, non sarai tu quello che
spianterai Milano!
Ma la facoltà di fare
arrolamenti è qualcosa di ben diverso da tutto ciò, e gli agenti, che ne
usavano di già quando era vietato dalle circolari ministeriali, figurati se
non vorranno valersene ancora più largamente quando sarà per legge un
diritto! - Per naturale conseguenza le catastrofi, lamentate per il passato,
aumenteranno a misura della libertà accordata poiché esperienza da una parte
non sale contro la sete di guadagno insaziato, e ignoranza dall’altra, o non
sa il fato di chi lo ha preceduto su quella via, o spera di essere più
fortunata...
L’arrolamento in fatto di
emigrazione è qualche cosa di intrinsecamente cattivo, che altera le funzioni
di questo fenomeno sociale e lo fa deviare dal suo scopo e dalla sua meta
naturale. - La emigrazione come tutte le selezioni, deve essere spontanea per
riescire di qualche giovamento; nel caso contrario, invece di un sollievo
dell’organismo sociale, e di un lavorio benefico centrifugo e centripeto,
che dà moto e tiene in equilibrio gli umori, diventa uno sforzo che fiacca,
una febbre che lentamente consuma...
Che bisogno c’è di patentare
arrolatori di emigrazione e di dare autorità coll’approvazione governativa
ad un atto che, per essere lucroso, non può venir esercitato troppo
scrupolosamente? che ufficio fa egli chi va attorno per arrolare, se non
quello di stimolatore, di provocatore dei bisogni delle classi meno abbienti?
E non sono già molte e reali le miserie che spingono i nostri contadini ed
operai ad emigrare, senza che ci sia chi ne faccia sentir loro maggiormente il
peso, mostrando altrove, per lo più con ragioni menzognere, una ricchezza di
facile acquisto?
L’on. De Zerbi, nella sua dotta
ed elegante relazione, fra le cause dell’allargarsi di questo fenomeno in
Italia, pone, e giustamente, le
illusioni fomentate dai lenocinii dell’impresario di braccia umane. Ma
perché, aggiungo io, alle tante e lamentate cause di emigrazione, volerne
aggiunger un’altra e per di più darle maggior efficacia coll’approvazione
legale di questi lenocinii degli
impresari di braccia umane?»
Pur troppo, o signori, queste mie
brutte previsioni si verificarono, e in forma più grave del preveduto. La
nuova legge peggiorò, che è tutto dire, la condizione degli emigranti e le
agenzie e subagenzie all’ombra di quelle prosperarono e moltiplicarono, e
seguitarono come prima e più di prima in quel traffico, che la legge
intendeva reprimere!
Dopo quella legge infatti le
agenzie di emigrazione salirono a 34, cifra non mai raggiunta per lo addietro,
e i subagenti nel 1892 erano 5172; nel 1896, secondo le indagini fatte dal
Ministero dell’Interno, 7169, e saranno certamente aumentati in questi due
anni. È un vero esercito di arrolatori patentati, stavo per dire di parassiti
della miseria.
Ora, o signori, è dovere di
patrocinare la libertà di emigrare, ma è anche dovere di opporsi alla libertà
di far emigrare: è dovere delle classi dirigenti di procurare alle masse
de’ proletari un utile impiego delle loro forze, di aiutarli a cavarsi dalla
miseria di indirizzarli alla ricerca di un lavoro proficuo, ma è del pari un
dovere l’impedire che venga sorpresa la loro buona fede da ingordi
speculatori. Del resto i difetti della presente legge sulla emigrazione furono
riconosciuti e proclamati in diversi ordini del giorno ne’ Congressi
geografici di Genova, di Roma e di Firenze, furono segnalati da Consoli e
agenti diplomatici, e autorevolmente confermati dall’on. Visconti Venosta,
nella sua qualità di Ministro degli Esteri, nella relazione che precede un
pregevole disegno di legge.
«Dacché entrò in vigore -
scrive l’illustre uomo - la legge del 30 Dicembre 1888 sulla emigrazione, e
man mano che le sue disposizioni venivano applicate si rese manifesto, coi
dati dell’esperienza, che in essa erano numerose le lacune e gravi
imperfezioni, per cui rimaneva aperta la via a deplorevoli abusi.
Sorse quindi vivo il desiderio
nel Parlamento e nel Paese, di veder proposti ed approvati provvedimenti
meglio in armonia coll’indole della nostra emigrazione, così temporanea
come permanente, e tali da sopprimere, o almeno attenuare, i mali che ogni dì
si rinnovano, mentre le nostre autorità trovansi sprovviste, o quasi, di
rimedi per combatterli.»
Signori, facciamo voti e usiamo
di tutta la nostra influenza, perché il nuovo disegno di legge sulla
emigrazione presentato dall’on. Visconti Venosta e accettato dall’on.
Canevaro, attuale Ministro degli Esteri, abbia presto l’approvazione del
Parlamento. Si toglieranno così gravi abusi a danno degli emigranti e si
colmerà una lacuna piena d’insidie della nostra legislazione.
Altro provvido disegno di legge,
al quale non dovrebbe essere più a lungo ritardata la sanzione parlamentare,
è quello presentato dall’on. Luzzati, già Ministro del Tesoro, di concerto
co’ suoi colleghi Rudinì, Visconti Venosta, Sineo e Branca: Sulla tutela delle rimesse e dei risparmi degli emigrati italiani nelle
due Americhe.
Nella copiosa relazione che
precede quel disegno di legge, sono enumerati i fatti e i modi per cui i
risparmi sudati e a lungo tesoreggiati dai nostri connazionali all’estero,
sono sempre decimati dal cambio e dalla trasmissione, per opera di avidi e
spesso disonesti pseudobanchieri. Pur troppo quei poveri risparmi non di rado
vanno interamente perduti in uno di quegli atti di brigantaggio bancario non
infrequenti laggiù ove chiunque può improvvisarsi banchiere, anche senza
capitale effettivo, e che consistono nel vuotare la cassa e prendere il volo
per altri paesi. In un solo anno, e in una sola città del Nord America, si
verificarono quattro di tali fughe, e i risparmi perduti dai nostri poveri
emigrati vi figuravano complessivamente per L. 200.000!
Basterebbero solo alcuni di
questi fatti, e ve ne ha centinaia, per giustificare e dare carattere
d’urgenza al provvedimento legislativo escogitato dall’insigne statista
padovano, che taglia netto dalle radici tutto il parassitismo che vive e
ingrassa dei risparmi altrui, speculando indegnamente sulla ignoranza e buona
fede dei lavoratori.
Del pari manchevole e dannosa, se
non più, è la legge sul reclutamento dell’esercito applicata ai nostri
emigrati, ai loro figli e ai Missionari.
Colla legge sulla emigrazione noi
non solo apriamo le porte a chiunque se ne voglia andare, ma lasciamo campo
libero a coloro che arruolano la emigrazione stessa e la sollecitano e la
spingono con ogni lusinga; con questa sul reclutamento invece chiudiamo la
porta in faccia a chiunque degli emigrati volesse far ritorno.
Su questo argomento faccio mie le
seguenti considerazioni di un pregevole scrittore di cose coloniali.
È difficile valutare il male che
ha fatto e fa la legge sul
reclutamento applicata alla nostra emigrazione transoceanica.
Molte voci nel Parlamento e fuori
si sono già levate contro di essa, ma finora furono voci nel deserto, perché
la burocrazia tenace e conservatrice in tutti i rami di amministrazione, lo è
anche più in quella militare.
Io credo, o signori, che una
legge non dev’essere un dogma, né un’affermazione di principii assoluti,
e che non è buona per sé e per il modo con cui viene applicata, se non
provvede a un bisogno reale, se non reca utilità alcuna, se non è, in una
parola, una legge del suo tempo.
La legge attuale sul reclutamento
non ha niuna di queste qualità, e si ispira ancora al vecchio militarismo e
al tempo in cui, per non pagare ai governi e alla patria il tributo di sangue,
molti si rovinavano la salute, altri si mutilavano e altri ancora, ed erano i
più, emigravano. Una tal legge non solo è un anacronismo, ma è anche
ingiusta e dannosa e aggrava il male che si vorrebbe prevenire.
Oramai la renitenza, piaga della
nostra vita sociale e triste eredità del passato, è scomparsa quasi
interamente da ogni regione. Oramai più nessuno si mutila o si uccide per non
fare il soldato, e neppure emigra. La regola di un tempo è diventata ora
un’eccezione, ed assai rara. A che dunque mantenere una tal legge? Il ladro,
il bancarottiere, il truffatore, fin l’omicida, dopo un periodo di anni più
o meno lungo possono ritornare, e la legge riconosce che l’esiglio fu
sufficiente espiazione del delitto. Per la renitenza invece non c’è
prescrizione! E anche quando la solita amnistia schiude le porte della patria
a quelli che hanno raggiunto i 40 anni o a quelli che si segnalarono per opere
d’ingegno e di beneficenza, anche allora la legge impone al renitente che
rimpatria la sua larva di processo, un vero perditempo, per non dir altro, e
pel processato e pei giudici.
Eppure moltissimi non hanno di
tale mancanza veruna colpa, e molti hanno tali attenuanti che basterebbero a
detergere ben altri peccati. La massa infatti dei renitenti è formata dai
figli degli italiani nati in America o portati colà bambini. Ora per costoro
il ritorno o sarebbe impossibile o troppo duro. Equivarrebbe non di rado alla
perdita di una posizione conseguita col lavoro paziente e difficile di anni ed
anni. È così che la legge sul reclutamento, che si basa sul principio che
l’uguaglianza perfetta di tutti di fronte al tributo di sangue dovuto alla
Patria, diventa ingiusta applicata rigorosamente alla nostra emigrazione, o ai
figli degli italiani nati nelle lontane regioni americane o a coloro che nella
loro giovinezza furono portati lontano dalla bufera della vita.
E non solo la legge è ingiusta,
ma è anche, come dissi, dannosa, più di quanto può parere guardata così
superficialmente.
Molti di que’ nostri emigrati
tornerebbero volentieri - per finire la loro vita nell’agiatezza, dove
l’avevano incominciata nello stento - portando così in patria capitali e
tesori di esperienza e riallacciando i legami fra le terra natale e la
famiglia lontana. Ma innanzi a loro si rizza il fantasma della prigione o
semplicemente il processo, e si rassegnano a morire in terra straniera.
Molti nella piena attività delle
loro forze e dei loro commerci visiterebbero di gran cuore il nostro Paese,
per conoscerne la produzione, dai più ignorata, e per attivare nuovi scambi
commerciali. Ma, trovandosi chiusa la porta in faccia, volgono i loro passi e
i loro studi di esplorazione commerciale ad altre contrade.
Molti figli di italiani
americanizzati farebbero volentieri viaggi nella patria dei loro padri, ma se
ne guardano bene per paura delle penalità militari; paura esagerata, ma che
c’è, e se qualcuno vi si avventura, lo fa con gran precauzione e girando
lontano dai paesi, dove potrebbe essere riconosciuto pel figlio del tal dei
tali su cui pesa quella specie di taglia della coscrizione.
In alcuni poi questa specie di
ipoteca, che grava su loro, mantiene uno stato di irritazione contro la madre
patria che li fa ostili a tutto ciò che è italiano e che certamente non
giova né a’ buoni rapporti politici, né agli scambi commerciali, il primo
e vero bene, per non dire l’unico, che noi possiamo aspettarci dalle nostre
colonie d’America. Pei nostri commerci è meglio avere laggiù degli
stranieri amici che dei presunti cittadini
ostili.
Di più, questo stato di cose
affretta quell’assorbimento dei nostri connazionali, da parte degli altri
popoli, che si vorrebbe e si dovrebbe far di tutto per impedire.
Ma più dannosa ancora è la
disposizione di legge che sottrae alle Missioni tanti giovani leviti. Le
fiorenti Missioni Francescane, Domenicane, Carmelitane, per tacere di altre,
hanno visto diradarsi le loro schiere e in molte regioni, segnatamente
dell’Impero Ottomano e dell’estremo Oriente, hanno dovuto cedere il posto
ai loro confratelli francesi, tedeschi, ed austriaci. Ed è cosa che stringe
il cuore quando si pensi al danno che ebbero a soffrirne l’influenza e il
prestigio del nome italiano in quelle regioni; imperocché voi lo sapete, o
signori, la civiltà e l’influenza politica non si generano dal commercio, né
s’impongono colle armi. Esse sono il frutto di una educazione morale
pacifica, santa, paziente, sagace, indefessa, laboriosa, impartita col
sacrificio anche della vita da chi nulla vuole per sé, ma tutto pei fratelli
e per Gesù Cristo.
Parlando a Torino, non è
possibile dimenticare le belle parole, dettate al riguardo da uno de’ suoi
scrittori più rinomati, il Gioberti: “Oh, esclama egli, se noi fossimo più
intendenti di vera gloria, e non avessimo perduto insino i veri nomi delle
cose, che campo avremmo aperto ai nostri trionfi! Ma la cecità da cui siamo
pur troppo aggravati è tale che, mentre ammiriamo e leviamo al cielo quei
grandi macelli napoleonici che chiamansi battaglie e vittorie, non facciam
caso di quelle pacifiche imprese che sono di pro all’universo e il cui onore
è di tutti i cattolici, ma specialmente di noi italiani, poiché la mano che
le muove e le indirizza è in Italia, e mentre l’acquisto di un palmo di
terreno, forse ottenuto a prezzo di molto sangue, fa trepidar di gioia governi
e popoli, non cale a noi, figli ed eredi dell’antica Roma, di essere gli
apostoli della civiltà cristiana, i legislatori dell’universo!”
Signori, chi ha visitato la
nostra splendida Esposizione di Arte Sacra e ha veduto quei cinesi nel loro
pittoresco costume, quei beduini, quei negri dell’Eritrea, quegli arabi di
Terra Santa, quelle fanciulle dell’Africa e delle Indie, quei cari orfanelli
e quelle povere orfanelle che rispondono così bene alle nostre domande nella
bella lingua del sì e la leggono e
la scrivono, come noi la leggiamo e scriviamo, intenderà facilmente quanto
sieno vere le parole del filosofo torinese, e non può fare che non volga
commosso un pensiero di ammirazione e di gratitudine a que’ generosi che,
lungi dalla patria, dai parenti, dagli amici, tra mille disagi e pericoli, in
un continuo olocausto di sé medesimi, evangelizzando barbare terre, mirano a
formare di tutti i popoli un sol popolo, di tutte le famiglie una sola
famiglia.
Tutti sono concordi, amici ed
avversarii, nel rendere omaggio all’opera di civiltà e di patriottismo dei
Missionari. Francia, Austria, Germania, Spagna, Inghilterra se la disputano, e
ne fanno il fulcro della loro propaganda coloniale. La Francia, volterriana e
scredente, mostra di apprezzarne sopratutti l’alto valore, e profonde per le
Missioni tesori ed esenta dagli obblighi di leva i suoi Missionari e muove
quistioni diplomatiche per mantenere un esclusivo diritto di protettorato su
tutti i Missionari d’Oriente, anche non francesi. Tutto si muta
vertiginosamente nel Governo di quel grande Paese, e i partiti che contendono
per il potere si combattono con un accanimento, starei per dire, selvaggio:
ciascun partito, nell’avvicendarsi al Governo, distrugge l’opera
dell’altro con una specie di voluttà; ma nessun Ministero, per quanto
radicale, per quanto all’interno osteggiatore di Ordini religiosi, toccò
mai la vasta organizzazione delle Missioni cattoliche, anzi tanto più le
sussidia all’estero, quanto più viva è la lotta all’interno. Gli è, o
signori, che in Francia da mezzo secolo si è potuto sperimentare la forza
conquistatrice del Missionario cattolico, il quale fra i popoli barbari è
un’avanguardia impareggiabile, fra i conquistati freno potentissimo; hanno
visto, più d’una fiata che un drappello di Missionari armati del crocifisso
può almeno quanto una falange di soldati agguerriti.
Fra le molte testimonianze in
lode delle Missioni Italiane, una sola ne citerò: è uno splendido elogio, e
fa parte di una relazione intorno a un disegno di legge presentato al Senato
del Regno nella tornata del 28 maggio 1885 e porta la firma dei ministri
Mancini, Pessina, Ricotti e Brin:
«Ed ora (così il documento
ufficiale), convien parlare più particolarmente dei Missionari all’Estero e
dell’opera che essi prestano non solo a beneficio della civiltà universale,
ma altresì a vantaggio del nome nazionale e della nazionale cultura.
Abbondano negli Archivi del
Ministero degli Affari Esteri i rapporti dei rappresentanti di S. M. nei
quali, a cotesti coraggiosi e infaticabili apostoli dell’una e dell’altra
causa, sante entrambe, si rende amplissimo omaggio di lode e di riconoscenza.
Dove più inospite è la contrada, dove più restia e fiera è la popolazione,
dove grandeggiano i pericoli, dove vano sarebbe sperare altro aiuto che non
fosse quello della Provvidenza, là vive, opera, e spesso soccombe, martire
oscuro ed ignorato, il Missionario, avvezzo fin dai primi tempi di durissimo
tirocinio, a fare abbandono di sé e delle cose sue.
E poiché le Missioni irradiano
da Roma, ben si concepisce come tra i Missionari avesse finora a predominare
l’elemento italiano, e come, diffondendosi dal pergamo e dalle aule
scolastiche l’idioma nostro, si facesse popolare in ogni più lontana
regione, segnatamente nell’Impero Ottomano, ove ancor durano le gloriose
tradizioni delle nostre repubbliche medioevali. Pochi lustri or sono, quasi
solo la lingua italiana udivasi, accanto alla lingua del paese, negli scali di
Levante e di Barberia e nella zona che dall’Adriatico si protende verso il
Bosforo, attraverso la penisola balcanica.
Sennonché anche questo è
piuttosto un ricordo che un vanto di grandezza Italiana.»
Fin qui il documento surricordato.
Anche l’attuale Presidente del
Consiglio, on. Pelloux, presentò, quando era Ministro della Guerra, un
disegno di legge sul reclutamento militare, inspirato a concetti di modernità
e di utilità pratica. Tra le molte e savie disposizioni del medesimo, ve
n’erano alcune riguardanti appunto il servizio militare degli italiani
emigrati e dei Missionari. I giornali, or non è molto, annunziarono che il
Ministero della Guerra intende di ripresentare alla Camera, fra breve, quel
disegno di legge. Sia pur esso il benvenuto. Non potrà certo mancare ad esso
la sanzione del Parlamento, troppo essendo evidenti i vantaggi che ne
deriveranno.
Del resto noi, pei giovani
leviti, non domandiamo esenzioni e privilegi. Domandiamo soltanto che non sia
interrotto il loro tirocinio di preparazione (come non è interrotto quello di
nessun studente delle professioni liberali), e che, fatti sacerdoti, possano
mutare i pochi mesi di caserma in un apostolato all’estero lungo, forse di
tutta la vita, a beneficio della Religione e della Patria. Che danno sarebbe
per il nostro esercito qualora si esentassero dal servizio di leva quei
giovani chierici i quali volessero iscriversi fra i Missionari? Che strappo
sarebbe mai all’eguaglianza di tutti i cittadini in faccia al tributo
militare, se i giovani italiani aspiranti alla vita apostolica, invece di tre
anni di caserma, si dedicassero alle Missioni, specie a quelle in servizio
de’ nostri connazionali, cooperanti alla loro redenzione religiosa e morale,
soldati a un tempo della Chiesa e dello Stato? Col vergine entusiasmo della
loro giovane età, con quello zelo che non conosce ostacoli, colla gagliardia
dei vent’anni che non sente fatica, quali apostoli ne avremmo! quali
infaticabili maestri! quanta riconoscenza da parte loro! e quanta da parte
degli stessi emigrati! i quali se oltremodo vivo sentono laggiù il desiderio
del natio loco, ancor più vivo sentono il bisogno di quella religione che
cullò i sogni della loro infanzia, che li ebbe confortati nella loro
giovinezza e benedetti nei loro affetti più cari. Sì, il bisogno di
esercitare le pratiche di pietà è così vivamente sentito dalla grandissima
maggioranza de’ nostri emigrati, che spesso intraprendono veri viaggi fra
quelle inospiti lande, pur di assistere ad una Messa, di udire da un prete
italiano la parola di Dio.
III
I vantaggi che possono arrecare
gli accennati provvedimenti legislativi sono evidenti, o signori, né io vi
insisterò, ma è del pari evidente che le leggi non bastano per sanare le
piaghe che affliggono la nostra emigrazione, perché alcune di esse sono alla
natura dell’emigrazione stessa inerenti, altre derivanti da cause remote,
che sfuggono all’azione della legge. Quindi, anche con le migliori leggi del
mondo e cogli agenti di essa numerosi e perfetti, non si arriverebbe ad
estirpare quei mali. Di più, i Governi e i loro agenti sono vincolati da
consuetudini e da riguardi internazionali, e certi provvedimenti o non possono
usarli, o, usandoli, non farebbero che inasprire i mali che si vogliono
curare.
Ed è qui, o signori, che deve
incominciare l’opera delle classi dirigenti; qui appunto, dove quella del
Governo e della legge finisce, sconsigliando o dirigendo l’emigrazione,
difendendola dagli agguati, circondandola di tutti quei conforti religiosi e
civili che la rendono, contro i nemici, agguerrita e compatta, e, quasi dissi,
invincibile, poiché in questo caso la sicurezza di ciascuno diventa sicurezza
di tutti.
Signori, quale immenso campo
schiuso innanzi all’attività del clero, e del laicato in queste semplici
parole: dirigere e proteggere la emigrazione! Dirigerla e proteggerla, sia
rendendo più intensa l’azione del Governo e della legge, sia surrogando le
inevitabili manchevolezze dell’uno e dell’altra.
Ora, il dire che in questo
decennio si è fatto nulla, sarebbe affermare cosa non conforme a verità,
come non conforme a verità sarebbe il dire che si è fatto quanto si poteva e
si doveva.
Le Società di protezione
religiosa e civile che sorsero e si divisero per selezione spontanea questo
nuovo campo di attività, grazie a Dio non mancano.
Nel campo economico si sono
andate costituendo, in questi ultimi tempi, Società di indole diversa, ma che
tutte associano all’interesse privato il benessere della emigrazione. Fra
queste mi piace segnalare la Società di capitalisti costituitasi in Milano
collo scopo preciso della colonizzazione all’estero per mezzo appunto de’
nostri emigranti. Io saluto con gioia queste nuove imprese, come sintomo di
promettente risveglio della nostra attività colonizzatrice. L’intervento
del capitale in cose riflettenti l’emigrazione è indispensabile quanto una
buona legge, e non può mancare di procurare agli emigranti e a sé stesso
larghi benefici.
L’Associazione Nazionale di soccorso ai Missionari italiani, di cui è
anima il nostro professore Ernesto Schiaparelli, la Dante Alighieri che in altro campo tien vivo fra gl’italiani la
patria favella, la Società di Patronato
per l’emigrazione italiana, avente sede nella mia Piacenza, l’Istituto
Cristoforo Colombo, Casa madre della Congregazione de’ Missionari di S.
Carlo, sono istituzioni recenti e mirano tutte, più o meno direttamente, alla
cura religiosa, civile e morale de’ nostri fratelli espatriati. Sono inizi
confortevoli, germi promettitori. A noi, quanti siamo amanti del bene, il far
sì che si sviluppino e crescano e diano fiori e frutti copiosi.
Non è vero che il Paese nostro
sia apata, o peggio scettico; basta saperlo illuminare, interessare,
infondergli la fiducia, oramai stracca in ogni cuore per le continue
delusioni. Le Società or ora accennate ne sono una prova.
Mi permetto di darvi alcuni dati
statistici delle due istituzioni da me fondate e che trovarono sì larghe e
pronte aderenze nel clero e nel laicato.
Dieci anni di vita; diciannove
Comitati disseminati nei vari centri d’Italia, ove più numeroso è
l’esodo migratorio; la Casa Madre in Piacenza con Seminario per gli
aspiranti alle Missioni; la Missione al Porto di Genova per l’assistenza
agli emigranti, diretta dal mio infaticabile D. Pietro Maldotti.
Missioni al Nord-America, con
chiese esclusivamente per gl’italiani: due a New-York, una in Cincinnati, in
New-Haven, in Provvidence, in Boston Mass, in Cleveland, in Kansas City, in
Meriden Conn, in Buffalo, in Siracusa N. Y., in Detroit Pen [recte Mich.].
Nell’America meridionale:
Missione centrale in San Paolo, in Encantado, nella Nuova Bassano, in
Capoeiras, tutte nella Diocesi di Porto Alegre; in Santa Felicitade, nella
Diocesi di Curityba; in Nova Mantova e in Santa Teresa, nella Diocesi di
Spirito Santo; un’altra finalmente a Nuova Helvezia nell’Argentina.
Unitamente alle Missioni, parecchie scuole con ospedale e due orfanotrofii.
I Missionari, residenti in tutti
questi luoghi, assistono, con periodiche visitazioni, le colonie italiane
limitrofe.
Il modo con cui s’iniziò
l’orfanotrofio di S. Paolo nel Brasile ha, direi quasi, del prodigioso.
A bordo della nave, su cui
viaggiava un mio Missionario, il Padre D. Giuseppe Marchetti (già professore
nel Seminario di Lucca), moriva una giovane sposa, lasciando un orfanello
lattante e il marito solo, nella disperazione. Il Missionario, per calmare
quel desolato, che minacciava di buttarsi a mare, gli promise di prendersi
cura del bambino, e come promise fece. Giunse a Rio Janeiro, recando in collo
quella innocente creaturina, e si presentò con essa all’esimio conte Pio di
Savoia, allora Console Generale di quella città. Egli non poté dare al
giovane Missionario che parole d’incoraggiamento, ma tanto bastò perché
questi, bussando di porta in porta, arrivasse infine a collocare il povero
orfanello presso il portinaio di una casa religiosa. Da quel momento l’idea
di fondare a S. Paolo (dov’era arrivato) un orfanotrofio pei figli
degl’italiani gli balenò alla mente, e con ingenti sacrifici riuscì a
fondarlo di fatto. Conta ora quattro anni di vita, con 160 orfanelli e un
martire che prega per loro in cielo, poiché le grandi fatiche sostenute
costarono al pio e zelante Missionario la vita.
Sia pace e gloria a lui!
Tutto questo ch’io sono venuto
dicendovi, o signori, è una prova di ciò che possa la Religione unita al
sentimento di patria carità.
Religione e Patria! Sono questi
pur sempre i due grandi amori inseriti dalla mano di Dio nel cuore
dell’umanità, il motto scritto a caratteri di luce sul vessillo delle
nazioni cristianamente civili. È all’ombra di questo vessillo immortale che
i nostri padri pugnarono e vinsero. All’ombra di questo vessillo le fronti
si levano serene, tacciono le ire, scompaiono le divisioni di parte, le destre
fraternamente si stringono, riposano le famiglie, grandeggiano i popoli.
Religione e Patria! Signori,
uniamoci tutti attorno a questo sublime ideale che, nell’opera tutrice della
nostra emigrazione piglia, dirò così, forma e figura, e potremo sperare per
l’Italia nostra giorni migliori, potremo sperare che si compiano sopra di
lei, in tempo non lontano, i disegni di Dio.
Ancora una parola e finisco. Non
sono molti anni, e negli Stati Uniti si fecero immani sforzi per
americanizzare, se così posso esprimermi, gli emigrati delle varie nazioni
europee. La Religione e la Patria piansero a milioni i loro figli perduti.
Solo un popolo a quel violento tentativo di assimilazione seppe resistere, e
fu quello che aveva scritto sulla sua bandiera: - la nostra chiesa, la nostra
scuola, la nostra lingua. -
Non dimentichiamo questo fatto, o
signori. Adoperiamoci anche noi, ciascuno a misura delle proprie forze, perché
quanti sono italiani all’estero abbiano ad avere la stessa divisa, la stessa
fermezza, lo stesso coraggio: per la Religione e per la Patria.