L'Italia all'estero

SECONDA CONFERENZA SULLA EMIGRAZIONE
tenuta in Torino per l’Esposizione di Arte Sacra, 1898

(Torino, Tipografia Roux Frassati e C., 1899, pp. 5-26)

 

Nonostante il clima teso di scontro sociale di fine secolo la proposta di un gruppo di parlamentari, intesa a modificare la legge di emigrazione del 1888, ha progredito secondo le istanze di mons. Scalabrini. Nella lotta contro gli agenti di emigrazione, si associa anche Emilio Visconti Venosta, ministro degli Esteri nel governo Di Rudinì, che trova consenziente pure il successore Felice Napoleone Canevaro. Luigi Luzzatti si occupa della tutela delle rimesse degli emigrati; procede anche il dibattito per una revisione della normativa sulla leva militare. Scalabrini è al corrente di queste iniziative, che tenta di accelerare. La visita alla sezione dell’Italia all’estero, in occasione dell’Esposizione di Arte sacra a Torino nel settembre 1898, offre un’occasione propizia per parlare dei problemi dell’emigrazione, pur nell’amara constatazione che l’opera di assistenza ai migranti in Italia si trova ancora, purtroppo, “quasi nel completo abbandono” da parte della patria. Eppure l’emigrazione è uno dei fattori più importanti della vita italiana del tempo. Del resto il fenomeno è legge di natura; ha una valenza positiva: fa patria dell’uomo il mondo.

Scalabrini ritiene l’emigrazione interna incapace di assicurare posti di lavoro a una popolazione in continua espansione demografica; né pensa a quella militare, soprattutto dopo i disastri africani. Guarda all’emigrazione all’estero; ma assistita. La legge del 1888 va cambiata, perché autorizza facili arruolamenti e speculazioni. Il militarismo italiano, comprensibile forse in altri tempi, è giudicato anacronistico e dannoso nei confronti degli emigrati e anche degli aspiranti al sacerdozio. Osserva che la legge, trattando da disertori gli italiani che vivono all’estero, impedisce che i figli di connazionali visitino la patria avviando anche rapporti economici e commerciali. I tre anni di servizio militare imposti ai chierici privano di un aiuto prezioso le missioni dove l’Italia fa sentire pure la sua azione civilizzatrice.

Scalabrini conclude presentando come esempio di valida testimonianza missionaria la fondazione dell’orfanotrofio “Cristoforo Colombo” a San Paolo del Brasile per opera di padre Giuseppe Marchetti, morto prematuramente nell’assistere gli emigrati italiani.

 

Signore e Signori,

Visitando la vostra bella Esposizione io mi soffermai con particolare compiacenza nella Sezione dell’Italia all’estero, ammirai i lavori delle scuole e i prodotti delle industrie de’ nostri connazionali stabiliti nelle diverse parti del mondo, e meco stesso mi rallegrai del loro progresso morale ed economico, e più del sentimento che li mosse a partecipare alla nobile gara del lavoro indetta dalla madre patria.

Io vorrei, o signori, che questo fatto non passasse quasi inosservato, come un episodio comune della nostra vita industriale, ma che valesse a richiamare l’attenzione de’ governanti e delle classi dirigenti su quello appunto che io chiamo “l’Italia all’estero”. Essa è andata formandosi a poco a poco, quasi nel completo abbandono della patria, ed ha saputo, in paesi stranieri, acquistarsi una posizione economica e morale distinta, e diventare uno de’ fatti più importanti della presente vita italiana; importante pel numero de’ cittadini che la compongono, pei quesiti religiosi e sociali che involge, pel malessere economico che la produce, pei commerci e le industrie e le istituzioni scolastiche e di presidenza che seppe attivare, per le correnti di simpatia o di antipatia che può attirare su di se stessa e sul nostro Paese.

Dalle statistiche ufficiali, e più da un pregevole studio «Colonie ed Emigrazione» pubblicato dal Ministero degli Esteri, tolgo i dati che confermano queste mie affermazioni.

Gl’italiani che vivono all’estero sparsi nel mondo, nelle varie città del Mediterraneo, del Sud o del Nord e della lontana Australia, negli arsi campi africani, come nelle praterie sterminate della Pampa e degli Stati Uniti, sono circa tre milioni. E questo immenso esercito di lavoratori è alimentato di anno in anno da una grossa corrente migratoria che tocca i 400.000. Sono circa 200.000 gli emigranti temporanei, vero flusso e riflusso di viventi, che forniscono ai lavori internazionali una mano d’opera intelligente ed operosa e riportano in patria un sudato risparmio e lode meritata: e quasi altrettanti sono quelli che formano la emigrazione permanente, sospinti lontano dalla lotta per la vita, e passano l’Oceano colla speranza di rapida fortuna, ma che finiscono nella gran maggioranza ad adagiarsi nel paese ospitale e a formare se non per se stessi, pei loro figli, una patria nuova.

Sono più di 700 le Società di Mutuo soccorso, di previdenza e di beneficenza fondate dai nostri connazionali all’estero, con soci numerosissimi e grossi capitali risparmiati.

Sono circa 150 le scuole governative, religiose e coloniali, frequentate da ben 30.000 alunni che imparano da maestri italiani la storia e la lingua del nostro Paese.

Queste cifre, o signori, non hanno bisogno di lungo commento. Esse ci dicono che cosa è la emigrazione italiana e che cosa potrebbe diventare, quando fosse ben diretta, aiutata e difesa, e costituiscono nel loro insieme un conforto, un rimprovero e un ammaestramento. Se noi faremo sì che questa lezione non vada perduta e che non finisca in una sterile querela, ma sia principio di un’azione razionale e pratica della madre patria verso i suoi figli lontani, noi avremo compiuta un’opera altamente meritoria.

Ed è per questo, o signori, che io di buon grado accettai l’invito fattomi dal valoroso e benemerito Comitato dell’Associazione Nazionale a favore dei missionari cattolici italiani, di parlarvi dei bisogni della nostra emigrazione e dei nostri doveri verso la stessa, persuaso che le mie parole piglieranno forza e autorità dalla città forte e tenace nei propositi in cui sono dette, e da voi, o signori, che con benevolenza così gentile mi ascoltate.

E un altro sentimento mi mosse a parlarvi in questi giorni della nostra emigrazione, un sentimento formato di pietà e di sdegno. Il nefando delitto compiuto testé su una vittima augusta e innocente, già sacra alla sventura, da un senza patria cresciuto in Italia, ha dato pretesto in vari paesi a minacce e persecuzioni, a caccie all’italiano, da parte di plebaglie briache d’odio di razza e di malcelate ire contro lavoratori concorrenti, più abili e più apprezzati.

È bene che sappiano que’ nostri connazionali, costretti a vivere fra tanti pericoli, che l’occhio della patria li segue, che li sa, nella grandissima maggioranza, buoni ed operosi, che li apprezza e li ama come parte viva di sé e che non li confonde co’ pochi delinquenti che si annidano tra loro come serpe tra i fiori.

Innanzi di entrare in argomento, permettetemi, o signori, che io saluti, in nome mio e vostro, il venerando apostolo dell’Eritrea, Padre Michele da Carbonara, che vedo con gioia fra noi. Dio gli conceda e forza e vita per condurre a compimento i suoi nobili disegni a vantaggio della Religione e della Patria.

I

La emigrazione, o signori, è legge di natura. Il mondo fisico, come il mondo umano soggiacciono a questa forza arcana che agita e mescola, senza distruggere, gli elementi della vita, che trasporta gli organismi nati in un determinato punto e li dissemina per lo spazio, trasformandoli e perfezionandoli in modo da rinnovare in ogni istante il miracolo della creazione. Emigrano i semi sulle ali dei venti, emigrano le piante da continente a continente portate dalle correnti delle acque, emigrano gli uccelli e gli animali, e, più di tutti, emigra l’uomo, ora in forma collettiva, ora in forma isolata, ma sempre strumento di quella Provvidenza che presiede agli umani destini e li guida, anche attraverso le catastrofi, verso la meta ultima, che è il perfezionamento dell’uomo sulla terra e la gloria di Dio ne’ cieli.

Questo ci dice la divina Rivelazione, questo c’insegnano la storia e la biologia moderna, ed è solo attingendo a questa triplice fonte di verità che potremo desumere le leggi regolatrici del fenomeno migratorio e stabilire i precetti di sapienza pratica che lo debbono disciplinare in tutta la sua ricca varietà di forme.

Essi ci dicono, che la emigrazione è un diritto naturale, inalienabile, che è una valvola di sicurezza sociale che ristabilisce l’equilibrio tra la ricchezza e le potenza produttiva di un popolo, che è fonte di benessere per chi va e per chi resta, sgravando il suolo di una popolazione soverchia e avvalorando la mano d’opera di chi resta; che può essere insomma un bene o un male individuale o nazionale, a seconda del modo e delle condizioni in cui si compie, ma che è quasi sempre un bene umano, poiché apre nuove vie ai commerci, facilita la diffusione dei trovati della scienza e delle industrie, fonde e perfeziona le civiltà e allarga il concetto di patria oltre i confini materiali, facendo patria dell’uomo il mondo.

La emigrazione di un popolo civile può essere interna, politica e agricolo-commerciale o di infiltrazione.

Per emigrazione interna io non intendo di significare quel flusso e riflusso di popolazione che si muove periodicamente per i diversi bisogni della vita civile e individuale in un determinato territorio, ma intendo bensì una vera e propria colonizzazione, entro i confini della patria, di terre incolte che possono sovrabbondare in una regione e scarseggiare in un’altra.

Quello che significhi e come si attui la emigrazione e la colonizzazione politica è a tutti noto, cioè: dare alla patria più ampia estensione, allargandone i confini o aggiungendole terre lontane, ove gli emigrati possano vivere all’ombra della bandiera nazionale, sotto l’egida delle patrie leggi e dove la religione, la lingua, le tradizioni, i costumi, tutto ciò insomma che forma la coscienza religiosa, civile e patriottica di un popolo serva a tener vivo, anche ne’ più lontani nepoti, il pensiero e l’affetto verso la terra dei padri .

Le colonie politiche furono il mezzo più potente di conquista e di espansione dei romani, e sarebbe modo veramente romano di compiere le funzioni migratorie.

Le colonie agricolo-commerciali e d’infiltrazione sono quelle che mirano a stabilire in paese altrui nuclei di popolazione di una data nazionalità che esercitino il commercio, l’industria e l’agricoltura e vivano fra popoli stranieri, senza perdere il proprio carattere nazionale. Fu il modo di emigrazione e di colonizzazione preferito dalle nostre gloriose repubbliche marinare.

Ora, come compie l’Italia nostra questa importante funzione della sua vita civile ed economica? o meglio, quale dei predetti modi di emigrazione può essa adottare?

La colonizzazione interna pare a molti la forma idealmente bella di emigrazione, utilissima e, per noi tutti, di attuazione facile.

Costoro non sanno comprendere come il Governo non siasi pur anco deciso ad adottare questo sistema che deve renderci ricchi e potenti, intensificando la nostra popolazione, dando al lavoratore il pane quotidiano abbondante.

I fautori della colonizzazione interna ragionano così: - Che l’Italia nostra possa ospitare maggior numero di abitanti è intuitivo: basta considerare la densità relativa della sua popolazione, che va da 165 per Kmq. in Liguria a 152 in Lombardia, per discendere via via ai 92 di Toscana, ai 77 delle Puglie e dell’Abruzzo, ai 60 dell’Umbria, ai 51 della Basilicata, ai 28 della fertilissima già popolosa Sardegna: basta fare una corsa per le terre d’Italia e osservare i greppi della Valtellina e della Liguria, i colli piemontesi e toscani, la valle del Po trasformati in giardini, e il deserto dell’agro romano e i piani fecondi delle provincie meridionali e della Sardegna che giacciono incolti o convertiti in centri di infezioni malariche.

Utilizziamo la errante miseria della patria, impieghiamo a nostro beneficio quell’attività sempre ricercata, ma non sempre apprezzata, che si sparge per il mondo, fiotto di viventi, simili alle acque di un fiume senz’alveo che, invece di fecondare le terre circostanti, si perdono nel greto e fra gli sterpi lontani.

E sia dunque; si colonizzi pure all’interno, si tolga alla malaria tanta parte di territorio italiano, si renda più intensa e quindi più rimunerativa l’agricoltura: tutto quanto si farà in questo senso sarà ottima cosa, ma non facciamoci illusioni; colonizziamo pure nei limiti del possibile ma, a scanso di disinganni, persuadiamoci che la cosa non è facile, come pare a prima vista, e che certamente non è possibile nella misura che richiederebbe il rapido aumento della nostra popolazione.

Infatti, la densità media della popolazione in Italia è di 107 abitanti per Kil. q., mentre in Germania è di 97, di 80 in Austria e di soli 72 in Francia.

Di più, io credo che quelli che contano a milioni di ettari le terre incolte d’Italia, siano in errore. L’Italia ha una superficie di 28 milioni e mezzo di ettari, dei quali però 4 milioni e mezzo (dò la cifra tonda) sono occupati da strade, acque, greti, o sono cime di monti alti e sterili. Gli altri 4 milioni di ettari vengono più o meno adibiti a pascolo, e, anche di questi, secondo gli studi della Direzione generale di agricoltura, un milione di ettari potrebbe essere coltivato con profitto. Dunque, a parte le difficoltà dell’impresa e gli ingenti capitali occorrenti per la espropriazione e il risanamento, a parte la imperfezione dei catasti di molte Provincie, e segnatamente della Sardegna, che rende difficile, e quasi impossibile, l’assegnazione dei lotti, le terre utilmente coltivabili sono poche e affatto disformi ai bisogni della nostra popolazione.

Ma, nelle migliori delle ipotesi, supponendo il più largo bonificamento e la conseguente colonizzazione e un perfezionamento di sistemi agricoli, nel senso della maggior intensificazione possibile, e una larghissima produzione industriale, in modo da poter dare all’Italia intera la densità della popolazione della Lombardia (cioè portare a circa 50 milioni gli abitanti della Penisola) si sarebbe ben lontano dall’aver trovato posto al crescente numero della nostra popolazione, la quale, dato l’aumento medio di quest’ultimo ventennio, in un secolo diventerebbe di circa 100 milioni.

Nel secolo venturo adunque, anche nella migliore delle ipotesi, circa 50 milioni di Italiani dovranno necessariamente trovar posto fuori d’Italia!

Le colonie politiche, o signori, sono altro dei modi con cui i popoli civili compiono le loro funzioni migratorie, forse quello che involge maggior numero d’interessi e maggiormente solletica l’amor proprio nazionale. La grande attività e gelosa cura spiegate a’ dì nostri dalle varie Potenze nel difendere gli antichi possedimenti coloniali e nello acquistarne di nuovi, sono il commento più eloquente di questa mia affermazione. Ma pur troppo per il nostro Paese la speranza di una larga colonizzazione politica fu travolta e rimandata a chi sa quando dai disastri africani, il cui ricordo rattrista ogni cuore italiano.

Queste cifre e considerazioni ci portano a conchiudere, che all’Italia, per ora almeno, non resta che la terza forma di emigrazione; effondere cioè in altri popoli e in territori altrui il sovrabbondare della sua popolazione; forma più umile delle altre due, ma più conforme a’ suoi bisogni immediati. Le funzioni migratorie quindi, come si compiono da noi, rispondono alle necessità attuali politiche, territoriali ed economiche del nostro Paese e non superano la sua potenza riproduttiva e come tali hanno il carattere di fenomeni permanenti, e sono fonti di benessere individuale e collettivo.

Ma quali sono le garanzie che la legge accorda ad una emigrazione siffatta? Come esercita lo Stato il suo dovere di tutela morale e materiale dell’emigrante? Come l’esercitiamo noi, classi dirigenti?

 

II

Signori, i pericoli che porta seco una tale emigrazione sono senza numero e del pari senza numero sono i mali che l’affliggono.

Quand’io, dieci anni or sono, raccolsi il grido di dolore de’ nostri poveri emigrati in uno scritterello che ebbe tanta eco nel cuore di tutti i buoni, e che riscosse in ogni ceto di persone così largo consenso di pensiero e di opere, io ero ben lungi dall’immaginare il cumulo di mali e tutti i pericoli ai quali si espone il povero emigrante.

Tutto, o signori, tutto cospira contro di lui, e i suoi mali spesso incominciano prima dell’esodo dall’umile casolare, sotto la forma di un agente di emigrazione che lo determina a partire, facendogli balenare innanzi la facile conquista della ricchezza e lo avvia dove a lui piace e conviene, non dove l’interesse dell’emigrante consiglierebbe; e lo seguitano quei mali lungo il viaggio, spesso disastroso, e lo accompagnano al suo arrivo in luoghi infestati da terribili malattie, ne’ lavori a’ quali si sente spesso disadatto, sotto padroni fatti disumani o dalla bramosia insaziata dell’oro, o dall’abitudine di considerare il lavoratore come un essere inferiore; e si aggravano que’ mali sotto i mille agguati che la malvagità tende loro in paesi stranieri, di cui ignorano la lingua e i costumi, in un isolamento che è spesso la morte del corpo e dell’anima.

E potrei citare fatti numerosi che dimostrano di quante lagrime sia bagnato e quanto sappia di sale il povero pane dell’emigrante, di quegli infelici che, tratti laggiù o da vane speranze o da false promesse, trovarono un’iliade di guai, l’abbandono, la fame e non di rado la morte, ove credettero trovare un paradiso; che, colorato dal miraggio del bisogno videro l’Eldorado, senza pensare che il simoun violento della realtà sperde in un attimo le incantate città dei sogni! Infelici! estenuati dalle fatiche, dal clima, dagli insetti, cadono sconsolati sulla gleba fecondata dai loro sudori, sul margine delle vergini foreste, che seppero dissodare non per sé, né pei figli, percossi da quel morbo fatale e gentile che è la nostalgia, sognando forse la patria, che non seppe dar loro nemmeno il pane, invocanti invano il ministro della religione santa dei loro padri, che lenisca i terrori della agonia colle immortali speranze della fede.

Signori, il quadro non è lieto, ma è la storia verace di migliaia e migliaia di nostri connazionali emigrati, quale io l’ho raccolta dalle relazioni de’ miei missionari, e quale mi venne scritta e raccontata da chi fu testimone e parte di que’ tristissimi esodi.

Non vorrei però essere frainteso o sembrar pessimista. Le tristi cose accennate non ponno dirsi di tutti i nostri emigrati. Moltissimi di loro hanno trovato ne’ paesi ospitali pane sufficiente, molti agiatezza, e alcuni anche ricchezza, e formano nel loro insieme colonie di cui la madre patria può andare orgogliosa. Ma sono pure moltissimi i disgraziati, e in gran parte lo sono per loro ignoranza e per incuria nostra.

Ora i doveri e gl’interessi che derivano da un tale stato di cose sono molti, importanti e, sebbene di ordine diverso, tutti intimamente collegati fra loro, poiché in tutto ciò che riguarda l’emigrazione, interesse religioso, civile e, nazionale, pubblico e privato, non si possono disgiungere senza danno.

Di questa somma di interessi e di doveri, alcuni si riferiscono alla emigrazione in generale, come le leggi che la riguardano e la società di patronato, altri ai singoli nuclei di emigrati, come ad esempio le condizioni economiche e politiche dei paesi ospitali, i sistemi di colonizzazione adottati, le mercedi degli operai, gli scambi commerciali attivati, io limiterò il mio dire ai doveri e interessi generali della emigrazione, non solo perché il discorrere di tutti partitamente ci trarrebbe troppo per le lunghe, ma sì benanco perché degl’interessi particolari io ragionai diffusamente in altri miei scritti, e specialmente nella conferenza che tenni anche in questa città or sono dieci anni. Dò quindi tutto il tempo, che la vostra paziente cortesia mi concede, a quegl’interessi generali, che io compendio in due motti: proteggere e dirigere la emigrazione; protezione e direzione che si esplica in azione legislativa, religiosa e filantropica, e che interessa quindi il Governo, il clero e tutti i buoni di qualsiasi partito.

Signori, in questo esame io dovrò ripetere osservazioni e citare fatti che dissi già qui e altrove, ma non è colpa mia se le osservazioni fatte ed i provvedimenti invocati non furono ancora tradotti in leggi. Del resto è cosa nota: il cammino delle idee è di una lentezza disperante, massime quando urtano interessi e passioni, ma è continuo quando le idee proposte sono giuste e di vera utilità. Insistiamo adunque, poiché ogni lentezza giunge alla meta, a condizione che la stanchezza non vinca chi se ne è fatto banditore.

Ed è per questo, o signori, che, a costo di abusare della vostra pazienza, io mi intratterrò ancora per poco su alcune mie proposte riguardanti la legge sulla emigrazione, sul reclutamento dell’esercito, sugli agenti di emigrazione, sulle banche coloniali, e invoco non solo la vostra benevola attenzione, ma l’aiuto altresì della parola e dell’azione vostra, perché, ciascuno nella sfera della propria influenza voglia alla sua volta farsene propugnatore.

Incomincio dalla legge sulla emigrazione. Quando nel 1888 fu presentato alla Camera dei deputati il disegno che poi divenne la legge che regola attualmente la nostra emigrazione, io notavo (in un opuscolo indirizzato ad un illustre uomo parlamentare) che le buone disposizioni di quella legge e le migliori intenzioni venivano annullate dagli articoli che riguardavano la istituzione dei subagenti di emigrazione. Allora io scrivevo:

«Io credo che questa concessione, giustificabile forse in teorica in pratica riesca di grave danno, e tale da render vane molte buone disposizioni della legge stessa.

Se gli agenti di emigrazione fossero, come sembra credere l’on. De Zerbi nella sua relazione, nulla più che semplici intermediari, uomini cioè di fiducia tra le varie Società di Navigazione e gli emigranti, e limitassero l’opera loro a dare schiarimenti sul modo e sul tempo degli imbarchi; e le agenzie non altro che semplici succursali degli uffici centrali di Navigazione, non ci sarebbe da impensierisene. La loro azione, quantunque superflua nel maggior numero dei casi (poiché quelle cognizioni si potrebbero apprendere, da chi ne avesse interesse, sul canto delle vie e nei pubblici spacci), pure non sarebbe dannosa. Potrebbe anzi alle volte riescir comoda agli emigranti. E anche se gli agenti facessero un po’ da tentatori per risolvere i dubbiosi, e mostrassero ai poveri assetati della miseria i ruscelletti americani freschi e molli, come quelli che nell’inferno dantesco facevano andare in visibilio maestro Adamo, via non sarebbe un finimondo, e si potrebbe chiudere un occhio e dir loro col Manzoni: va, va povero unterello, non sarai tu quello che spianterai Milano!

Ma la facoltà di fare arrolamenti è qualcosa di ben diverso da tutto ciò, e gli agenti, che ne usavano di già quando era vietato dalle circolari ministeriali, figurati se non vorranno valersene ancora più largamente quando sarà per legge un diritto! - Per naturale conseguenza le catastrofi, lamentate per il passato, aumenteranno a misura della libertà accordata poiché esperienza da una parte non sale contro la sete di guadagno insaziato, e ignoranza dall’altra, o non sa il fato di chi lo ha preceduto su quella via, o spera di essere più fortunata...

L’arrolamento in fatto di emigrazione è qualche cosa di intrinsecamente cattivo, che altera le funzioni di questo fenomeno sociale e lo fa deviare dal suo scopo e dalla sua meta naturale. - La emigrazione come tutte le selezioni, deve essere spontanea per riescire di qualche giovamento; nel caso contrario, invece di un sollievo dell’organismo sociale, e di un lavorio benefico centrifugo e centripeto, che dà moto e tiene in equilibrio gli umori, diventa uno sforzo che fiacca, una febbre che lentamente consuma...

Che bisogno c’è di patentare arrolatori di emigrazione e di dare autorità coll’approvazione governativa ad un atto che, per essere lucroso, non può venir esercitato troppo scrupolosamente? che ufficio fa egli chi va attorno per arrolare, se non quello di stimolatore, di provocatore dei bisogni delle classi meno abbienti? E non sono già molte e reali le miserie che spingono i nostri contadini ed operai ad emigrare, senza che ci sia chi ne faccia sentir loro maggiormente il peso, mostrando altrove, per lo più con ragioni menzognere, una ricchezza di facile acquisto?

L’on. De Zerbi, nella sua dotta ed elegante relazione, fra le cause dell’allargarsi di questo fenomeno in Italia, pone, e giustamente, le illusioni fomentate dai lenocinii dell’impresario di braccia umane. Ma perché, aggiungo io, alle tante e lamentate cause di emigrazione, volerne aggiunger un’altra e per di più darle maggior efficacia coll’approvazione legale di questi lenocinii degli impresari di braccia umane

Pur troppo, o signori, queste mie brutte previsioni si verificarono, e in forma più grave del preveduto. La nuova legge peggiorò, che è tutto dire, la condizione degli emigranti e le agenzie e subagenzie all’ombra di quelle prosperarono e moltiplicarono, e seguitarono come prima e più di prima in quel traffico, che la legge intendeva reprimere!

Dopo quella legge infatti le agenzie di emigrazione salirono a 34, cifra non mai raggiunta per lo addietro, e i subagenti nel 1892 erano 5172; nel 1896, secondo le indagini fatte dal Ministero dell’Interno, 7169, e saranno certamente aumentati in questi due anni. È un vero esercito di arrolatori patentati, stavo per dire di parassiti della miseria.

Ora, o signori, è dovere di patrocinare la libertà di emigrare, ma è anche dovere di opporsi alla libertà di far emigrare: è dovere delle classi dirigenti di procurare alle masse de’ proletari un utile impiego delle loro forze, di aiutarli a cavarsi dalla miseria di indirizzarli alla ricerca di un lavoro proficuo, ma è del pari un dovere l’impedire che venga sorpresa la loro buona fede da ingordi speculatori. Del resto i difetti della presente legge sulla emigrazione furono riconosciuti e proclamati in diversi ordini del giorno ne’ Congressi geografici di Genova, di Roma e di Firenze, furono segnalati da Consoli e agenti diplomatici, e autorevolmente confermati dall’on. Visconti Venosta, nella sua qualità di Ministro degli Esteri, nella relazione che precede un pregevole disegno di legge.

«Dacché entrò in vigore - scrive l’illustre uomo - la legge del 30 Dicembre 1888 sulla emigrazione, e man mano che le sue disposizioni venivano applicate si rese manifesto, coi dati dell’esperienza, che in essa erano numerose le lacune e gravi imperfezioni, per cui rimaneva aperta la via a deplorevoli abusi.

Sorse quindi vivo il desiderio nel Parlamento e nel Paese, di veder proposti ed approvati provvedimenti meglio in armonia coll’indole della nostra emigrazione, così temporanea come permanente, e tali da sopprimere, o almeno attenuare, i mali che ogni dì si rinnovano, mentre le nostre autorità trovansi sprovviste, o quasi, di rimedi per combatterli.»

Signori, facciamo voti e usiamo di tutta la nostra influenza, perché il nuovo disegno di legge sulla emigrazione presentato dall’on. Visconti Venosta e accettato dall’on. Canevaro, attuale Ministro degli Esteri, abbia presto l’approvazione del Parlamento. Si toglieranno così gravi abusi a danno degli emigranti e si colmerà una lacuna piena d’insidie della nostra legislazione.

Altro provvido disegno di legge, al quale non dovrebbe essere più a lungo ritardata la sanzione parlamentare, è quello presentato dall’on. Luzzati, già Ministro del Tesoro, di concerto co’ suoi colleghi Rudinì, Visconti Venosta, Sineo e Branca: Sulla tutela delle rimesse e dei risparmi degli emigrati italiani nelle due Americhe.

Nella copiosa relazione che precede quel disegno di legge, sono enumerati i fatti e i modi per cui i risparmi sudati e a lungo tesoreggiati dai nostri connazionali all’estero, sono sempre decimati dal cambio e dalla trasmissione, per opera di avidi e spesso disonesti pseudobanchieri. Pur troppo quei poveri risparmi non di rado vanno interamente perduti in uno di quegli atti di brigantaggio bancario non infrequenti laggiù ove chiunque può improvvisarsi banchiere, anche senza capitale effettivo, e che consistono nel vuotare la cassa e prendere il volo per altri paesi. In un solo anno, e in una sola città del Nord America, si verificarono quattro di tali fughe, e i risparmi perduti dai nostri poveri emigrati vi figuravano complessivamente per L. 200.000!

Basterebbero solo alcuni di questi fatti, e ve ne ha centinaia, per giustificare e dare carattere d’urgenza al provvedimento legislativo escogitato dall’insigne statista padovano, che taglia netto dalle radici tutto il parassitismo che vive e ingrassa dei risparmi altrui, speculando indegnamente sulla ignoranza e buona fede dei lavoratori.

Del pari manchevole e dannosa, se non più, è la legge sul reclutamento dell’esercito applicata ai nostri emigrati, ai loro figli e ai Missionari.

Colla legge sulla emigrazione noi non solo apriamo le porte a chiunque se ne voglia andare, ma lasciamo campo libero a coloro che arruolano la emigrazione stessa e la sollecitano e la spingono con ogni lusinga; con questa sul reclutamento invece chiudiamo la porta in faccia a chiunque degli emigrati volesse far ritorno.

Su questo argomento faccio mie le seguenti considerazioni di un pregevole scrittore di cose coloniali.

È difficile valutare il male che ha fatto e fa la  legge sul reclutamento applicata alla nostra emigrazione transoceanica.

Molte voci nel Parlamento e fuori si sono già levate contro di essa, ma finora furono voci nel deserto, perché la burocrazia tenace e conservatrice in tutti i rami di amministrazione, lo è anche più in quella militare.

Io credo, o signori, che una legge non dev’essere un dogma, né un’affermazione di principii assoluti, e che non è buona per sé e per il modo con cui viene applicata, se non provvede a un bisogno reale, se non reca utilità alcuna, se non è, in una parola, una legge del suo tempo.

La legge attuale sul reclutamento non ha niuna di queste qualità, e si ispira ancora al vecchio militarismo e al tempo in cui, per non pagare ai governi e alla patria il tributo di sangue, molti si rovinavano la salute, altri si mutilavano e altri ancora, ed erano i più, emigravano. Una tal legge non solo è un anacronismo, ma è anche ingiusta e dannosa e aggrava il male che si vorrebbe prevenire.

Oramai la renitenza, piaga della nostra vita sociale e triste eredità del passato, è scomparsa quasi interamente da ogni regione. Oramai più nessuno si mutila o si uccide per non fare il soldato, e neppure emigra. La regola di un tempo è diventata ora un’eccezione, ed assai rara. A che dunque mantenere una tal legge? Il ladro, il bancarottiere, il truffatore, fin l’omicida, dopo un periodo di anni più o meno lungo possono ritornare, e la legge riconosce che l’esiglio fu sufficiente espiazione del delitto. Per la renitenza invece non c’è prescrizione! E anche quando la solita amnistia schiude le porte della patria a quelli che hanno raggiunto i 40 anni o a quelli che si segnalarono per opere d’ingegno e di beneficenza, anche allora la legge impone al renitente che rimpatria la sua larva di processo, un vero perditempo, per non dir altro, e pel processato e pei giudici.

Eppure moltissimi non hanno di tale mancanza veruna colpa, e molti hanno tali attenuanti che basterebbero a detergere ben altri peccati. La massa infatti dei renitenti è formata dai figli degli italiani nati in America o portati colà bambini. Ora per costoro il ritorno o sarebbe impossibile o troppo duro. Equivarrebbe non di rado alla perdita di una posizione conseguita col lavoro paziente e difficile di anni ed anni. È così che la legge sul reclutamento, che si basa sul principio che l’uguaglianza perfetta di tutti di fronte al tributo di sangue dovuto alla Patria, diventa ingiusta applicata rigorosamente alla nostra emigrazione, o ai figli degli italiani nati nelle lontane regioni americane o a coloro che nella loro giovinezza furono portati lontano dalla bufera della vita.

E non solo la legge è ingiusta, ma è anche, come dissi, dannosa, più di quanto può parere guardata così superficialmente.

Molti di que’ nostri emigrati tornerebbero volentieri - per finire la loro vita nell’agiatezza, dove l’avevano incominciata nello stento - portando così in patria capitali e tesori di esperienza e riallacciando i legami fra le terra natale e la famiglia lontana. Ma innanzi a loro si rizza il fantasma della prigione o semplicemente il processo, e si rassegnano a morire in terra straniera.

Molti nella piena attività delle loro forze e dei loro commerci visiterebbero di gran cuore il nostro Paese, per conoscerne la produzione, dai più ignorata, e per attivare nuovi scambi commerciali. Ma, trovandosi chiusa la porta in faccia, volgono i loro passi e i loro studi di esplorazione commerciale ad altre contrade.

Molti figli di italiani americanizzati farebbero volentieri viaggi nella patria dei loro padri, ma se ne guardano bene per paura delle penalità militari; paura esagerata, ma che c’è, e se qualcuno vi si avventura, lo fa con gran precauzione e girando lontano dai paesi, dove potrebbe essere riconosciuto pel figlio del tal dei tali su cui pesa quella specie di taglia della coscrizione.

In alcuni poi questa specie di ipoteca, che grava su loro, mantiene uno stato di irritazione contro la madre patria che li fa ostili a tutto ciò che è italiano e che certamente non giova né a’ buoni rapporti politici, né agli scambi commerciali, il primo e vero bene, per non dire l’unico, che noi possiamo aspettarci dalle nostre colonie d’America. Pei nostri commerci è meglio avere laggiù degli stranieri amici che dei presunti cittadini ostili.

Di più, questo stato di cose affretta quell’assorbimento dei nostri connazionali, da parte degli altri popoli, che si vorrebbe e si dovrebbe far di tutto per impedire.

Ma più dannosa ancora è la disposizione di legge che sottrae alle Missioni tanti giovani leviti. Le fiorenti Missioni Francescane, Domenicane, Carmelitane, per tacere di altre, hanno visto diradarsi le loro schiere e in molte regioni, segnatamente dell’Impero Ottomano e dell’estremo Oriente, hanno dovuto cedere il posto ai loro confratelli francesi, tedeschi, ed austriaci. Ed è cosa che stringe il cuore quando si pensi al danno che ebbero a soffrirne l’influenza e il prestigio del nome italiano in quelle regioni; imperocché voi lo sapete, o signori, la civiltà e l’influenza politica non si generano dal commercio, né s’impongono colle armi. Esse sono il frutto di una educazione morale pacifica, santa, paziente, sagace, indefessa, laboriosa, impartita col sacrificio anche della vita da chi nulla vuole per sé, ma tutto pei fratelli e per Gesù Cristo.

Parlando a Torino, non è possibile dimenticare le belle parole, dettate al riguardo da uno de’ suoi scrittori più rinomati, il Gioberti: “Oh, esclama egli, se noi fossimo più intendenti di vera gloria, e non avessimo perduto insino i veri nomi delle cose, che campo avremmo aperto ai nostri trionfi! Ma la cecità da cui siamo pur troppo aggravati è tale che, mentre ammiriamo e leviamo al cielo quei grandi macelli napoleonici che chiamansi battaglie e vittorie, non facciam caso di quelle pacifiche imprese che sono di pro all’universo e il cui onore è di tutti i cattolici, ma specialmente di noi italiani, poiché la mano che le muove e le indirizza è in Italia, e mentre l’acquisto di un palmo di terreno, forse ottenuto a prezzo di molto sangue, fa trepidar di gioia governi e popoli, non cale a noi, figli ed eredi dell’antica Roma, di essere gli apostoli della civiltà cristiana, i legislatori dell’universo!”

Signori, chi ha visitato la nostra splendida Esposizione di Arte Sacra e ha veduto quei cinesi nel loro pittoresco costume, quei beduini, quei negri dell’Eritrea, quegli arabi di Terra Santa, quelle fanciulle dell’Africa e delle Indie, quei cari orfanelli e quelle povere orfanelle che rispondono così bene alle nostre domande nella bella lingua del e la leggono e la scrivono, come noi la leggiamo e scriviamo, intenderà facilmente quanto sieno vere le parole del filosofo torinese, e non può fare che non volga commosso un pensiero di ammirazione e di gratitudine a que’ generosi che, lungi dalla patria, dai parenti, dagli amici, tra mille disagi e pericoli, in un continuo olocausto di sé medesimi, evangelizzando barbare terre, mirano a formare di tutti i popoli un sol popolo, di tutte le famiglie una sola famiglia.

Tutti sono concordi, amici ed avversarii, nel rendere omaggio all’opera di civiltà e di patriottismo dei Missionari. Francia, Austria, Germania, Spagna, Inghilterra se la disputano, e ne fanno il fulcro della loro propaganda coloniale. La Francia, volterriana e scredente, mostra di apprezzarne sopratutti l’alto valore, e profonde per le Missioni tesori ed esenta dagli obblighi di leva i suoi Missionari e muove quistioni diplomatiche per mantenere un esclusivo diritto di protettorato su tutti i Missionari d’Oriente, anche non francesi. Tutto si muta vertiginosamente nel Governo di quel grande Paese, e i partiti che contendono per il potere si combattono con un accanimento, starei per dire, selvaggio: ciascun partito, nell’avvicendarsi al Governo, distrugge l’opera dell’altro con una specie di voluttà; ma nessun Ministero, per quanto radicale, per quanto all’interno osteggiatore di Ordini religiosi, toccò mai la vasta organizzazione delle Missioni cattoliche, anzi tanto più le sussidia all’estero, quanto più viva è la lotta all’interno. Gli è, o signori, che in Francia da mezzo secolo si è potuto sperimentare la forza conquistatrice del Missionario cattolico, il quale fra i popoli barbari è un’avanguardia impareggiabile, fra i conquistati freno potentissimo; hanno visto, più d’una fiata che un drappello di Missionari armati del crocifisso può almeno quanto una falange di soldati agguerriti.

Fra le molte testimonianze in lode delle Missioni Italiane, una sola ne citerò: è uno splendido elogio, e fa parte di una relazione intorno a un disegno di legge presentato al Senato del Regno nella tornata del 28 maggio 1885 e porta la firma dei ministri Mancini, Pessina, Ricotti e Brin:

«Ed ora (così il documento ufficiale), convien parlare più particolarmente dei Missionari all’Estero e dell’opera che essi prestano non solo a beneficio della civiltà universale, ma altresì a vantaggio del nome nazionale e della nazionale cultura.

Abbondano negli Archivi del Ministero degli Affari Esteri i rapporti dei rappresentanti di S. M. nei quali, a cotesti coraggiosi e infaticabili apostoli dell’una e dell’altra causa, sante entrambe, si rende amplissimo omaggio di lode e di riconoscenza. Dove più inospite è la contrada, dove più restia e fiera è la popolazione, dove grandeggiano i pericoli, dove vano sarebbe sperare altro aiuto che non fosse quello della Provvidenza, là vive, opera, e spesso soccombe, martire oscuro ed ignorato, il Missionario, avvezzo fin dai primi tempi di durissimo tirocinio, a fare abbandono di sé e delle cose sue.

E poiché le Missioni irradiano da Roma, ben si concepisce come tra i Missionari avesse finora a predominare l’elemento italiano, e come, diffondendosi dal pergamo e dalle aule scolastiche l’idioma nostro, si facesse popolare in ogni più lontana regione, segnatamente nell’Impero Ottomano, ove ancor durano le gloriose tradizioni delle nostre repubbliche medioevali. Pochi lustri or sono, quasi solo la lingua italiana udivasi, accanto alla lingua del paese, negli scali di Levante e di Barberia e nella zona che dall’Adriatico si protende verso il Bosforo, attraverso la penisola balcanica.

Sennonché anche questo è piuttosto un ricordo che un vanto di grandezza Italiana.»

Fin qui il documento surricordato.

Anche l’attuale Presidente del Consiglio, on. Pelloux, presentò, quando era Ministro della Guerra, un disegno di legge sul reclutamento militare, inspirato a concetti di modernità e di utilità pratica. Tra le molte e savie disposizioni del medesimo, ve n’erano alcune riguardanti appunto il servizio militare degli italiani emigrati e dei Missionari. I giornali, or non è molto, annunziarono che il Ministero della Guerra intende di ripresentare alla Camera, fra breve, quel disegno di legge. Sia pur esso il benvenuto. Non potrà certo mancare ad esso la sanzione del Parlamento, troppo essendo evidenti i vantaggi che ne deriveranno.

Del resto noi, pei giovani leviti, non domandiamo esenzioni e privilegi. Domandiamo soltanto che non sia interrotto il loro tirocinio di preparazione (come non è interrotto quello di nessun studente delle professioni liberali), e che, fatti sacerdoti, possano mutare i pochi mesi di caserma in un apostolato all’estero lungo, forse di tutta la vita, a beneficio della Religione e della Patria. Che danno sarebbe per il nostro esercito qualora si esentassero dal servizio di leva quei giovani chierici i quali volessero iscriversi fra i Missionari? Che strappo sarebbe mai all’eguaglianza di tutti i cittadini in faccia al tributo militare, se i giovani italiani aspiranti alla vita apostolica, invece di tre anni di caserma, si dedicassero alle Missioni, specie a quelle in servizio de’ nostri connazionali, cooperanti alla loro redenzione religiosa e morale, soldati a un tempo della Chiesa e dello Stato? Col vergine entusiasmo della loro giovane età, con quello zelo che non conosce ostacoli, colla gagliardia dei vent’anni che non sente fatica, quali apostoli ne avremmo! quali infaticabili maestri! quanta riconoscenza da parte loro! e quanta da parte degli stessi emigrati! i quali se oltremodo vivo sentono laggiù il desiderio del natio loco, ancor più vivo sentono il bisogno di quella religione che cullò i sogni della loro infanzia, che li ebbe confortati nella loro giovinezza e benedetti nei loro affetti più cari. Sì, il bisogno di esercitare le pratiche di pietà è così vivamente sentito dalla grandissima maggioranza de’ nostri emigrati, che spesso intraprendono veri viaggi fra quelle inospiti lande, pur di assistere ad una Messa, di udire da un prete italiano la parola di Dio.

III

I vantaggi che possono arrecare gli accennati provvedimenti legislativi sono evidenti, o signori, né io vi insisterò, ma è del pari evidente che le leggi non bastano per sanare le piaghe che affliggono la nostra emigrazione, perché alcune di esse sono alla natura dell’emigrazione stessa inerenti, altre derivanti da cause remote, che sfuggono all’azione della legge. Quindi, anche con le migliori leggi del mondo e cogli agenti di essa numerosi e perfetti, non si arriverebbe ad estirpare quei mali. Di più, i Governi e i loro agenti sono vincolati da consuetudini e da riguardi internazionali, e certi provvedimenti o non possono usarli, o, usandoli, non farebbero che inasprire i mali che si vogliono curare.

Ed è qui, o signori, che deve incominciare l’opera delle classi dirigenti; qui appunto, dove quella del Governo e della legge finisce, sconsigliando o dirigendo l’emigrazione, difendendola dagli agguati, circondandola di tutti quei conforti religiosi e civili che la rendono, contro i nemici, agguerrita e compatta, e, quasi dissi, invincibile, poiché in questo caso la sicurezza di ciascuno diventa sicurezza di tutti.

Signori, quale immenso campo schiuso innanzi all’attività del clero, e del laicato in queste semplici parole: dirigere e proteggere la emigrazione! Dirigerla e proteggerla, sia rendendo più intensa l’azione del Governo e della legge, sia surrogando le inevitabili manchevolezze dell’uno e dell’altra.

Ora, il dire che in questo decennio si è fatto nulla, sarebbe affermare cosa non conforme a verità, come non conforme a verità sarebbe il dire che si è fatto quanto si poteva e si doveva.

Le Società di protezione religiosa e civile che sorsero e si divisero per selezione spontanea questo nuovo campo di attività, grazie a Dio non mancano.

Nel campo economico si sono andate costituendo, in questi ultimi tempi, Società di indole diversa, ma che tutte associano all’interesse privato il benessere della emigrazione. Fra queste mi piace segnalare la Società di capitalisti costituitasi in Milano collo scopo preciso della colonizzazione all’estero per mezzo appunto de’ nostri emigranti. Io saluto con gioia queste nuove imprese, come sintomo di promettente risveglio della nostra attività colonizzatrice. L’intervento del capitale in cose riflettenti l’emigrazione è indispensabile quanto una buona legge, e non può mancare di procurare agli emigranti e a sé stesso larghi benefici.

L’Associazione Nazionale di soccorso ai Missionari italiani, di cui è anima il nostro professore Ernesto Schiaparelli, la Dante Alighieri che in altro campo tien vivo fra gl’italiani la patria favella, la Società di Patronato per l’emigrazione italiana, avente sede nella mia Piacenza, l’Istituto Cristoforo Colombo, Casa madre della Congregazione de’ Missionari di S. Carlo, sono istituzioni recenti e mirano tutte, più o meno direttamente, alla cura religiosa, civile e morale de’ nostri fratelli espatriati. Sono inizi confortevoli, germi promettitori. A noi, quanti siamo amanti del bene, il far sì che si sviluppino e crescano e diano fiori e frutti copiosi.

Non è vero che il Paese nostro sia apata, o peggio scettico; basta saperlo illuminare, interessare, infondergli la fiducia, oramai stracca in ogni cuore per le continue delusioni. Le Società or ora accennate ne sono una prova.

Mi permetto di darvi alcuni dati statistici delle due istituzioni da me fondate e che trovarono sì larghe e pronte aderenze nel clero e nel laicato.

Dieci anni di vita; diciannove Comitati disseminati nei vari centri d’Italia, ove più numeroso è l’esodo migratorio; la Casa Madre in Piacenza con Seminario per gli aspiranti alle Missioni; la Missione al Porto di Genova per l’assistenza agli emigranti, diretta dal mio infaticabile D. Pietro Maldotti.

Missioni al Nord-America, con chiese esclusivamente per gl’italiani: due a New-York, una in Cincinnati, in New-Haven, in Provvidence, in Boston Mass, in Cleveland, in Kansas City, in Meriden Conn, in Buffalo, in Siracusa N. Y., in Detroit Pen [recte Mich.].

Nell’America meridionale: Missione centrale in San Paolo, in Encantado, nella Nuova Bassano, in Capoeiras, tutte nella Diocesi di Porto Alegre; in Santa Felicitade, nella Diocesi di Curityba; in Nova Mantova e in Santa Teresa, nella Diocesi di Spirito Santo; un’altra finalmente a Nuova Helvezia nell’Argentina. Unitamente alle Missioni, parecchie scuole con ospedale e due orfanotrofii.

I Missionari, residenti in tutti questi luoghi, assistono, con periodiche visitazioni, le colonie italiane limitrofe.

Il modo con cui s’iniziò l’orfanotrofio di S. Paolo nel Brasile ha, direi quasi, del prodigioso.

A bordo della nave, su cui viaggiava un mio Missionario, il Padre D. Giuseppe Marchetti (già professore nel Seminario di Lucca), moriva una giovane sposa, lasciando un orfanello lattante e il marito solo, nella disperazione. Il Missionario, per calmare quel desolato, che minacciava di buttarsi a mare, gli promise di prendersi cura del bambino, e come promise fece. Giunse a Rio Janeiro, recando in collo quella innocente creaturina, e si presentò con essa all’esimio conte Pio di Savoia, allora Console Generale di quella città. Egli non poté dare al giovane Missionario che parole d’incoraggiamento, ma tanto bastò perché questi, bussando di porta in porta, arrivasse infine a collocare il povero orfanello presso il portinaio di una casa religiosa. Da quel momento l’idea di fondare a S. Paolo (dov’era arrivato) un orfanotrofio pei figli degl’italiani gli balenò alla mente, e con ingenti sacrifici riuscì a fondarlo di fatto. Conta ora quattro anni di vita, con 160 orfanelli e un martire che prega per loro in cielo, poiché le grandi fatiche sostenute costarono al pio e zelante Missionario la vita.

Sia pace e gloria a lui!

Tutto questo ch’io sono venuto dicendovi, o signori, è una prova di ciò che possa la Religione unita al sentimento di patria carità.

Religione e Patria! Sono questi pur sempre i due grandi amori inseriti dalla mano di Dio nel cuore dell’umanità, il motto scritto a caratteri di luce sul vessillo delle nazioni cristianamente civili. È all’ombra di questo vessillo immortale che i nostri padri pugnarono e vinsero. All’ombra di questo vessillo le fronti si levano serene, tacciono le ire, scompaiono le divisioni di parte, le destre fraternamente si stringono, riposano le famiglie, grandeggiano i popoli.

Religione e Patria! Signori, uniamoci tutti attorno a questo sublime ideale che, nell’opera tutrice della nostra emigrazione piglia, dirò così, forma e figura, e potremo sperare per l’Italia nostra giorni migliori, potremo sperare che si compiano sopra di lei, in tempo non lontano, i disegni di Dio.

Ancora una parola e finisco. Non sono molti anni, e negli Stati Uniti si fecero immani sforzi per americanizzare, se così posso esprimermi, gli emigrati delle varie nazioni europee. La Religione e la Patria piansero a milioni i loro figli perduti. Solo un popolo a quel violento tentativo di assimilazione seppe resistere, e fu quello che aveva scritto sulla sua bandiera: - la nostra chiesa, la nostra scuola, la nostra lingua. -

Non dimentichiamo questo fatto, o signori. Adoperiamoci anche noi, ciascuno a misura delle proprie forze, perché quanti sono italiani all’estero abbiano ad avere la stessa divisa, la stessa fermezza, lo stesso coraggio: per la Religione e per la Patria.