Corrigan - Scalabrini

Carteggio Corrigan-Scalabrini
(1887 - 1902)

I Vescovi degli Stati Uniti si erano preoccupati dell’assistenza pastorale degli immigrati italiani fin dall’inizio del loro arrivo. Alla fine della decade del 1870 in alcune città come Filadelfia e New York c’erano chiese con sacerdoti italiani che provvedevano alla cura pastorale dei loro connazionali[1]. Nel 1883 gli arcivescovi degli Stati Uniti erano stati convocati a Roma per la preparazione del III Concilio Plenario di Baltimora. L’immigrazione italiana e irlandese furono oggetto di una particolare sessione di quest’incontro. Dall’Italia  infatti gli immigrati arrivavano ormai a decine di migliaia. Dal 1881 al 1890 le statistiche ufficiali americane riportavano l’arrivo di 307.309 italiani, cifra che si sarebbe raddoppiata nella decade seguente. L’arcivescovo Coadiutore del Cardinale di New York John McCloskey, Michael Augustine Corrigan, parlò della difficoltà di dare chiese proprie agli italiani perché non frequentavano molto e non contribuivano al mantenimento dei sacerdoti.[2] Armato di informazioni di prima mano raccolte dai suoi parroci, Mons. Corrigan tenne la stessa linea durante i dibattiti del Concilio e fu favorevole all’invio al Papa di una lettera molto chiara che dicesse quanto misera fosse la condizione religiosa degli emigrati italiani. Allo stesso tempo, su ordine del Cardinale McCloskey, scrisse a Don Giovanni Bosco chiedendo dei buoni  preti per la cura pastorale degli italiani di New York.[3] Il Concilio di Baltimora non arrivò ad indicare molte soluzioni pratiche per l’immigrazione italiana insistendo che si istituissero dei comitati di accoglienza nei porti e incoraggiando la protezione delle ragazze immigrate. Nell’opinione dei vescovi la soluzione al problema doveva essere trovata anzitutto in Italia attraverso una migliore formazione religiosa del popolo e l’invio di sacerdoti ben preparati e disinteressati tra  i migranti. Da parte della Congregazione di Propaganda Fide, sotto la cui giurisdizione erano i cattolici degli Stati Uniti fino al 1908, si pensava che la risposta alle difficoltà doveva essere trovata sul posto in America. In questa tensione, Mons. Corrigan, divenuto Arcivescovo di New York nel 1885 (lo sarà fino alla morte nel 1902), giocò un ruolo chiave. Mentre il contatto con gli italiani dei quartieri poveri e malfamati di New York, il punto di insediamento maggiore di questi immigrati, spingeva Mons. Corrigan a cercare aiuto in Italia, l’incontro con gli emigrati in partenza, la coscienza del loro sfruttamento da parte di agenti di emigrazione e dell’inazione dello Stato, spingevano Mons. Scalabrini  a cercare delle iniziative pratiche che dall’Italia potessero sostenere gli emigrati nel loro nuovo ambiente.[4] La fruttuosa amicizia tra i due vescovi Corrigan e Scalabrini nacque dalla comune sollecitudine pastorale, in particolare per una catechesi di rievangelizzazione per le masse di italiani in America, che li portò a conoscersi per corrispondenza prima e poi ad incontrarsi direttamente a Piacenza e a New York.

Personalità e culture diverse, quelle di Mons. Corrigan e Mons. Scalabrini, ma legate da un grande zelo pastorale, una profonda sensibilità umana e cristiana per gli emigrati alle prese con la propria sopravvivenza in un paese sconosciuto, con il passaggio dalla vita contadina a quella operaia, con l’evidente bisogno di darsi nuove risposte religiose davanti alle sfide poste dalla loro identità etnica che cambiava. La corrispondenza tra i due vescovi mette in evidenza la ricerca comune di sostenere la fede degli immigrati, ma anche marcate divergenze circa il futuro di questi nella costruzione degli Stati Uniti. Mons. Corrigan mette l’accento sull’integrazione e la formazione di un’identità americana per favorire l’unità della fede e della Chiesa, unità che deve sempre avere la precedenza su qualsiasi nazionalismo ed etnocentrismo.  Mons. Scalabrini mette maggiormente l’accento sulla cultura di origine e la sua funzione nella preservazione della fede anche attraverso l’accettazione di pratiche e strutture pastorali separate che si ricompongono però in unità attorno al vescovo. Lo scambio di lettere sul Memoriale di Lucerna nel 1891 mette a fuoco queste due visioni. La visita di Mons. Scalabrini negli USA nel 1901 e i colloqui personali tra i due vescovi accorceranno le distanze, anche se l’aspetto dialettico del rapporto rimaneva, dato che era radicato nella realtà e nelle diverse aspettative legate alle culture  dei paesi di partenza e di accoglienza.

Si coglie nel carteggio Corrigan-Scalabrini il cammino iniziale della Congregazione Scalabriniana, come pure l’impegno generoso e i sacrifici dei missionari, immersi nella quotidianità difficile della vita dei migranti, e la loro impreparazione per i metodi pastorali americani, soprattutto la loro inesperienza amministrativa e lo scarso coordinamento della vita di gruppo. Anche se d’accordo sull’utilità di parrocchie specifiche per i migranti, Mons. Scalabrini e Mons. Corrigan arriveranno ad un momento di forte tensione appunto sulla questione dell’amministrazione e dei debiti incorsi da parte dei missionari italiani.

Sull’orizzonte di questo carteggio si intravedono tutte le principali figure coinvolte nella questione dell’immigrazione negli Stati Uniti e nell’azione della Chiesa a loro favore: Santa Francesca Saverio Cabrini, Peter Paul Cahensly, l’arcivescovo John Ireland, il primo delegato apostolico a Washington, Mons. Francesco Satolli, e i missionari e le missionarie operanti tra gli emigrati. È una corrispondenza che getta luce su un capitolo importante della storia della Chiesa in America e sull’azione della Chiesa in Italia a servizio del fenomeno moderno delle migrazioni di massa.[5]

Silvano M. Tomasi

 

1 - Scalabrini a Corrigan[6]

 Piacenza 18 Agosto 1887

 Eccellenza Rma,

Oltremodo gradita mi giunse la veneratissima sua in data 24 Luglio p. p. come quella che rivela in Vostra Eccellenza un animo tutto zelo per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime[7]. Io la ringrazio dall’intimo del cuore della bontà che si degna addimostrarmi. Quanto mi chiamerei fortunato di esserle vicino per potermi più facilmente giovare dei suoi sapienti consigli!

Pur troppo è verissimo quanto V.E. lamenta riguardo agli italiani emigrati in America. Però mi permetto, ottimo Monsignore, di farle osservare alla mia volta che conviene distinguere: l’Italia settentrionale dall’Italia Meridionale. Anche in fatto di istruzione religiosa, a quanto mi si dice è sensibilissima la differenza dall’una dall’altra. Qui da noi si sente ancora l’alito di S. Carlo Borromeo, e se la religiosa educazione non è tale dappertutto quale si vorrebbe, è però in generale sufficiente. Certo sarebbe necessario darle un maggiore impulso ed è per concorrere in qualche modo a un’opera così santa che io fondai anni or sono il Catechista Cattolico[8], periodico altamente encomiato dal S. Padre e abbastanza diffuso. Non potrebbe V.E. diffonderlo anche tra gli italiani residenti nella sua Diocesi? anzi non sarebbe disposta a onorarlo di qualche suo iscritto all’uopo? Farebbe cosa a tutti gradita assai e vantaggiosissima anche ai poveri emigranti. In tale speranza le mando alcuni numeri del periodico stesso, pregandola a perdonare il mio soverchio ardire.

Ella poi graziosamente si offre a scrivermi intorno ai preti e laici italiani residenti costì. Le sarei obbligatissimo del favore, giacché intendo, se Dio mi assiste, occuparmi nuovamente di questa importante materia. L’opuscolo che ella ha avuto la bontà di leggere, è stato accolto molto favorevolmente in Italia, ma finora verba verba praetereaque nihil.[9] La S. Sede però qualche serio provvedimento sembra che voglia prenderlo. Fin qui purtroppo i preti che partirono per l’America, fatte poche eccezioni, non erano che il rifiuto delle diocesi italiane. Ora si vorrebbero spedire sacerdoti degni della loro vocazione, prudenti, zelanti, disinteressati i quali fossero a intera disposizione dei Vescovi d’America. In tal senso presentai un umile progetto alla Propaganda Fide, e spero che qualche cosa si farà.[10] Spero anche di vedere sorgere qui in Piacenza una casa dove poter accogliere, istruire e preparare i sacerdoti che intendono dedicarsi all’evangelizzazione dei loro connazionali emigrati in America. Le vocazioni non mancherebbero ma quello che mi manca sono i mezzi pecuniari. Oh se qualche ricco americano si sentisse da Dio ispirato di venirmi in aiuto!

Non voglio più a lungo tediarla, Ecc.mo e Veneratissimo Mgre. Mi raccomandi a Dio, mi conservi la sua preziosa benevolenza e mi creda quale coi sensi di vivissima gratitudine e profonda venerazione godo professarmi,

Di V.E. Rma e Illma
Devmo Affmo Obbligmo servo
Gio. Battista Vescovo di Piacenza

 

 2 - Corrigan a Scalabrini[11]

New York, 28 Ottobre 1887

 Monsignore Veneratissimo

 Sono diverse settimane che non ho scritto all’E.V. per ringraziarla della lettera graditissima, e della cortesia Sua nell’inviarmi il “Catechista Cattolico”. Diversi poi furono i motivi di questo silenzio, e prima di tutto volli sentire da due sacerdoti Italiani come si potesse introdurre qui fra noi, il periodico predetto. Finora non mi hanno dato risposta, e disgraziatamente uno ora è morto. Per me e per gl’Italiani di questa città, fu una perdita immensa irreparabile.

D. Emiliano Ferrari[12] Pallottino tedesco di nascita, ma domiciliato per molti anni in Piemonte, fu per i poveri emigrati italiani un vero apostolo. Nel breve spazio di tre anni, fece più ch’io non oserei mai sperare, fabbricando una chiesa grande e bellissima, un Presbitero assai modesto; mentre radunava e portava ai S. Sagramenti i cinque mila napoletani e calabresi che gli stavano d’intorno.

Andò recentemente in Italia, ed alcune Suore dovettero venire fra poco, prima del S. Natale per educare i fanciulli. A questo scopo fabbricava apposta una scuola parrocchiale, alta cinque piani; ma pochi giorni fa quest’edifizio cadde ad un tratto, e il parroco restò così ferito che il giorno appresso spirò.

Mai ebbe promesso che con gran piacere servirebbe pel “Catechista Cattolico”, e vorrebbe averne degli esemplare per i ragazzi della scuola. Il Signore lo ha preso con grandissimo dolore nostro, che non abbiamo nessun simile a cui fidare queste tante anime!

Molte volte di discorreva D. Emiliano della differenza grande che passa fra le regioni favorite, dove come dice bene V.E. “Si sente ancora l’alito di S. Carlo Borromeo” e le regioni meridionali d’Italia, la distinzione è ben giusta e l’ammetto senza dubbio.

Ma la sorte infelice degli Emigrati è sempre tale da eccitare simpatia. Non vorranno frequentare le chiese nostre questi ben 90.000 che stanno in città. Non proponiamo di fabbricare delle chiese per loro esclusivamento: ed intanto l’oro Protestantico gli affolla ed ingoja.

Finora eccetto questo prete straniero, nessun sacerdote della sessantina o settantina che è stato qui, ha fatto molto per la gente loro, cioè abbiamo una chiesa cosiddetta Italiana, ma  veramente Irlandese. È la Chiesa dei PP. Francescani. Gli altri sacerdoti italiani vennero in America per far fortuna.

Le accludo £. 150 per avere degli esemplari del Catechista.

Si degni di pregare per i nostri italiani e ci conservi la nostra Sua benevolenza preziosa.

Sono Eccellenza
Dev.mo Servo Suo

 P.S. Se V.E. stabilirà un seminario per le missioni Estere, io ben volentieri ne sarei patrono, almeno fino al punto di pagare i posti di due o tre alunni. Sono tanti gli appelli alla carità dei fedeli nostri che non potrei aspettare ajuti da loro. Abbiamo l’anno venturo a cominciare a fabbricare il Seminario Diocesano.

Qui ancora abbiamo da cominciar dal principio e creare tutto quanto occorre, chiese, scuole, ospedali ect. E mentre i fedeli nostri facciano tutte queste cose per loro stessi, è difficile domandar loro i mezzi necessari per ajutar gl’Italiani specialmente quando questi non vogliono far nulla.

Anche D. Emiliano non poté riuscire se non con l’ajuto efficace degli Irlandesi.

  

3 - Corrigan a Scalabrini[13]

New York, 16 Dicembre 1887

 “Eccellenza R.ma.

Ne’ giornali religiosi, leggo con piacer grandissimo che V. E. va istituire or ora un Seminario per formare de’ bravi Missionarii destinati al benessere spirituale degli Italiani emigrati nel Brasile.

Se V. E. potrebbe anche favorirmi con alcuni Sacerdoti per gli Italiani di questa città, sarei ben obbligato e gratissimo.

Ben volentieri pagherei le spese del Seminario. Oppure, dopo due anni di studii teologici, potrebbero gli Alunni venire al Seminario nostro, per passare altri due anni, e così imparando frattanto la lingua inglese, rendersi ancor più utili nelle Missioni, conoscendo i costumi anche della gente.

E se non volessero i Missionarii rimanere sempre qui, esuli dalla Patria, potrebbero almeno star p. e. cinque anni, e ritornando in Italia non andar privi della ben meritata promozione a qualche incarico Parrocchiale, qualora occorrerebbe [sic]. - Tal è l’idea del R. Don Marcellino Moroni,[14] venuto qui non è guari, e la commendo alla considerazione pia di V. E.

Voglia, in ogni modo, procurarmi dei buoni Sacerdoti Italiani.

Siccome V. E. ha tanto zelo pei suoi Connazionali, ardisco parlarLe schiettamente, ed implorar aiuto.

AugurandoLe poi felicissimo S . Natale, mi professo di V.E.

um.mo dev.mo Servo
Michele Agostino Arciv.o di New York”

 

 4 - Scalabrini a Corrigan[15]

Piacenza, 7 Gennaio 1888

Eccellenza Rma,

 Iddio la benedica, Ven. Mgre, e la compensi largamente della esimia carità con la quale incoraggia l’opera della evangelizzazione degli italiani emigrati.

Io le sono immensamente obbligato e parmi che ci intendiamo perfettamente sopra del nostro argomento, come ci intenderemmo in ogni cosa, e se io non fossi, per ogni riguardo, di tanto inferiore a V.E. Rma, direi che siamo vecchi e sinceri amici.

Fui a Roma nel passato Novembre, ove ebbi la sua dell’Ottobre,[16] che lasciai nelle mani dell’Emo Simeoni.[17] Vennero stabilite varie cose a favore degli emigrati, tra le quali la fondazione in Piacenza di un Istituto Apostolico di Missionari per gli stessi emigranti e specialmente per quelli d’America, nessuna parte esclusa. L’Istituto è già aperto e già vi sono entrati 5 sacerdoti e parecchi altri domandano di entrarvi; ma io vado molto a rilento nell’accettazione, volendo soggetti veramente spiritu Christi ducti, che colla santità della vita e collo zelo rialzino il morale dei nostri connazionali e il prestigio del clero italiano.

Nell’istituto si studia la lingua inglese e la spagnuola, oltre una ripassatura delle scienze sacre.

Il progetto[18] dello zelante e caro padre Marcellino, cui raccomando tanto tanto a V.E. Rma, è buono e in avvenire potrà, secondo le circostanze, adattarsi, ma per ora conviene non parlarne, e convergere tutte le forze nell’attuazioni delle disposizioni prese, che verranno, spero tra breve, comunicate a tutto il Venerando Episcopato Americano con una lettera del S. Padre, il quale si è mostrato vivamente interessato nel nostro importantissimo affare.

Credo che V.E. avrà a quest’ora ricevute le copie del Catechista Cattolico. Possa questo umile, ma caro periodico, servire a bene e produrre in America quei frutti di vita che ha prodotti qui!

Unisco alla presente copia del Breve del S. Padre[19] e un compendio del Regolamento pei missionari, perché V.E. abbia cognizione di ciò che si vuol fare. Il resto le sarà spedito a tempo opportuno per sua norma e governo.

Dovrei scrivere le stesse cose al P. Marcellino, ma a nol faccio, pensando che sarà per lui una grande consolazione l’udirle da V.E. Rma, suo amato e venerato Pastore.

L’abbraccio in osculo sancto, mi raccomando alle sue orazioni e mi raffermo

Di V.E. Rma
Devmo Affmo confr.

 

 5 - Corrigan a Scalabrini[20]

 New York, 10 Febbraio 1888

 Monsignore Carissimo

Con giubilo immenso e con cuore pieno di gratitudine al Signore, ricevetti la lettera, colla quale V.E. mi dà notizie dell’Istituto suo, e mi fa conoscere la sovrana benevolenza del S. Padre e le regole da osservarsi dai Missionarii. Era la mallevadoria della salvezza degli emigrati italiani. Iddio ne sia benedetto mille e mille volte! Adesso respiro più sicuro; vi è la speranza fondata che si potrà fare qualche cosa per queste care anime, che si perdono a migliaia. Finora non trovai modo di riuscire a salvarle!... Ora sto tranquillo e contento.

Mi permetta Eccellenza, di offrirle come elemosina mia personale la cedola acchiusa di mille franchi per questo suo Istituto. Non ho potuto finora parlarne ai miei zelantissimi Sacerdoti, i quali son sicuro non mancheranno di avvalorare la mia tenue offerta colla loro.

Tutti, e due o tre specialmente, se non mi isbaglio, offriranno ben volentieri, una volta che l’Istituto prenda forma pratica e reale per noi altri.

Intanto le raccomando i miei italiani abbandonati. Se fosse possibile vorrei due Missionarii quanto prima.

Il zelantissimo Vescovo di S. Paolo di Minnesota[21] fu qui due giorni sono. Anch’esso farà il possibile per avere da Piacenza Sacerdoti per andare qua e là a salvare le anime che ora stanno per perire.

Mi raccomandi al Signore e alla Beatissima Vergine Madre, e mi creda sempre

aff.mo Servo suo
Michele Agostino Arciv.

 

 6 - Scalabrini a Corrigan[22]

 Piacenza, 27 Febbraio 1888

 Eccellenza Reverendissima,

Ebbi la cordialissima sua del 10 corrente Febbraio, accompagnata dalla generosa offerta di L. mille pel nostro Istituto. Mi sento impotente a ringraziarla quanto vorrei, ma anche l’affetto e la gratitudine è buona moneta, ed io con questa intendo, ottimo Monsignore, di pagarla.

Spero che a quest’ora il buon P. Marcellino le avrà esposto le mie idee intorno ai Missionari da inviarsi a New York.

Entro alcuni mesi conterei di spedirgliene tre, e di più un fratello catechista; ma occorrerebbe che vi fosse costì una casa per l’alloggio, dovendo far vita comune possibilmente; e una chiesa, sia pure per ora un abbassamento o sotterraneo, ove potessero esercitare liberamente sempre sotto l’assoluta dipendenza di Vostra Eccellenza Reverendissima, il sacro ministero. Qualora fosse possibile, conveniente e prudente il sottrarre gli Italiani alla giurisdizione parrocchiale e affidarne la cura spirituale ai nostri Missionari, ogni cosa riuscirebbe a meraviglia. Ma il giudizio di ciò spetta a V.E. ed ella farà quello che stimerà opportuno in Domino.[23]

Quanto a me, desidererei proprio che ella, venerando Monsignore, che gode meritatamente tanta stima presso la Santa Sede, fosse il primo dei Vescovi Americani ad aprire una casa dei nostri preti. È un’opera che abbiamo quasi fatta insieme, mentre ella si degnò di incoraggiarmi sin da principio e promettermi il suo alto patrocinio.

Dalla casa di New York, i Missionari crescendo in seguito di numero, potrebbero diffondersi come da una centrale nelle altre diocesi, che ne facessero domanda. A New York poi si potrebbe anche, secondo me, aprire qualche scuola pei figli degli Italiani, qualche asilo diretto da religiose; costituire dei comitati di patronato pei nostri emigrati sull’esempio dell’Associazione di S. Raffaele pei Tedeschi,[24] e come si pratica per gli Irlandesi.

La prego, Ecc. Reverendissima, di farmi sapere con tutto suo comodo, se e in qual epoca sarà attuabile l’impianto di detta casa, per sapermi regolare circa la prima spedizione. Anche dall’Episcopato Italiano l’opera è accolta molto favorevolmente. Spero che il Signore ci aiuterà.

Mi raccomando, Venerando Monsignore, alle sue preghiere e rinnovandole i sensi della mia gratitudine più viva, godo affermarmi,

di vostra Eccellenza Reverendissima,

Dev.mo servo e confr. aff.mo
Gio. Battista Vescovo di Piacenza.

 

 7 - Corrigan a Scalabrini[25]

New York, 13 Aprile 1888

Monsignore Veneratissimo,

Essendo ora occupato nella Visita Pastorale, ho tempo soltanto di ringraziarLa, ma sentitamente, della gentilezza usata verso il mio diletto Segretario.[26] Ritiene di V. E. le memorie più gradite, e non cessa parlarne giornalmente.

Mi preoccupo ogni giorno de’ nostri cari Italiani. Desidero molto dare a loro una Chiesa nazionale, - propria, - dove saranno indipendenti affatto. Questa è la mia ferma volontà. Solo, bisogna esser un po’ prudente per assicurarci i mezzi necessari. - Il Rettore dell’antica Cattedrale, che ha nella sua Parrocchia dieci mila Italiani, è del medesimo parere: come anche il Vicario Generale. Padre Marcellino è ansioso; dubita; ma riusciremo coll’aiuto del Signore. Ma forse non nella maniera che pensa il degnissimo P. Marcellino.

Vi sono moltissime difficoltà ma andiamo considerando, pensando tutte le cose, e non mai vogliamo por fine agli sforzi finché sarà stato realizzato il progetto.

Alcuni buoni uomini, ben pratici di tali affari, cercano adesso un buon sito per la chiesa futura, e anderemo avanti secondo le circostanze, colla massima prestezza possibile.

Così prepariamo la casa per i Sacerdoti di Piacenza. Coll’aiuto del cielo, V.E. ed io faremo qualche cosa per la salute eterna degli Emigrati italiani; ed ora ho molto più coraggio che mai.

Non posso scriverLe più a lungo questa sera, Don Carlo lo farà per me fra giorni.

Intanto, rinnovandoLe i ringraziamenti, e ponendomi tutto ai Suoi venerandi comandi.

sono di V. E.
um.mo dev.mo Servo nel Signore
Michele Agostino Arciv.o”

 

 8 - Scalabrini a Corrigan[27]

 Piacenza, 30 Aprile 1888

 Illustrissimo e Reverendissimo Monsignore

Ringrazio sentitamente l’Eccellenza Vostra di quanto fa in bene dei poveri emigranti italiani, e sono ben convinto della gravezza delle difficoltà ch’Ella deve superare, come ha accennato nella Sua in data 13 Aprile. Perciò, onde agevolarle la via a raggiungere il nostro fine, ho deciso di mettere senz’altro a disposizione dell’Eccellenza Vostra due o tre dei miei Missionari, ai quali basterà d’avere provvisoriamente una casa dove vivano uniti assieme con qualche laico.

Perciò V.E. scriva e appena ne riceverò da V.E. l’avviso, io li spedirò.

Se poi V.E. preferisse che inviassi prima il Segretario Generale della Congregazione, per concertare coll’Eccellenza Vostra il da farsi, farò quello che più Ella crederà opportuno.

Confido che il Signore ci aiuterà ad ottenere quanto vivamente bramiamo, tanto più che Maria, nel cui mese stiamo per entrare, ci assisterà col suo valido patrocinio.

Rinnovandole i miei ringraziamenti, presento a Vostra Eccellenza...

 P.S. La presenza di questi Sacerdoti che a quanto mi si scrive sono desiderati assai darebbe animo agli italiani per le offerte e il consolante progetto dell’Ecc. V. di dare una chiesa potrebbe raggiungersi molto più facilmente.

 

9 - Corrigan per P. Moroni a Scalabrini[28]

 New York, 28 Maggio 1888

 Latore di questa è il Rev. D. Marcellino Moroni  Missionario Apostolico della Diocesi di Cremona. Venuto qui nel mese di Ottobre scorso ha fatto bene immenso alla colonia italiana in questa città, ed ora per motivi di salute e dietro l’avviso del medico si sente obbligato di ritornare in patria.

Per me, la sua partenza è perdita sensibilissima. Sperando però che la salute del P. Marcellino verrà ristabilita sotto un cielo più mite dell’Americano, e così ogni testimonianza di virtù sacerdotale, costumi e zelo instancabile del medesimo missionario.

Vi consegno queste righe di commozione sincera.

Michele Agostino
Arcivescovo di New York

 

 10 - Scalabrini a Corrigan[29]

 Piacenza, 2 Giugno 1888

 Eccellenza R. ma,

Presento a Lei, ottimo e venerato M.gre, il Padre Francesco Zaboglio, Segretario Generale di questa Congregazione dei Missionari per gli emigrati, uomo pieno di ardore per l’opera nostra e fornito delle più belle qualità di mente e di cuore e di tutta mia fiducia.[30]

Egli è da me incaricato di due cose:

L’una, e ciò anche per ottemperare al desiderio espressomi più volte dall’E.mo Card. Simeoni, di studiare l’ordinamento dei Comitati di patronato per gli emigranti istituiti dalle altre nazioni, specialmente dagli Irlandesi e dai Tedeschi, e il loro modo di funzionare, per potere, coll’aiuto di Dio, far qualche cosa di simile anche a favore dei nostri poveri italiani.

L’altra cosa di cui il detto Sacerdote è incaricato, si è di prendere da V.E. R.ma cognizione intorno alle condizioni in cui si trovano gli italiani costì e di trattare con lei a nome mio e come mio speciale rappresentante, ed anche, se è possibile, conchiudere definitivamente l’impianto dei nostri Missionari.

Non ho alcun dubbio che V.E., così zelante pel bene delle anime, e che in particolare si è presa tanto a cuore la causa dei poveri italiani, non voglia essere largo così pel primo come pel secondo oggetto del suo aiuto e de’ suoi consigli al P. Francesco Zaboglio, il quale del resto ha stretta commissione di non allontanarsi un apice dalle prescrizioni e dai desiderii di V.E. R.ma.

Ricevo da cotesti coloni italiani continue suppliche di inviare ad essi sacerdoti, disposti a qualunque sacrificio. Non ho risposto loro che una volta, inculcando di aver piena fiducia in V.E. R.ma, e di rimettersi pienamente a Lei, come a Padre amoroso animato dalla più ardente carità pel loro bene e per la loro santificazione.

Non mi dissimulo le difficoltà che V.E. avrà ad incontrare, ma, fidente in Dio, oso esprimerle la mia speranza e il mio vivissimo desiderio di veder presto l’opera nostra coronata di lieto successo.

Gradisca, Venerato M.gre, i ringraziamenti che le invio dal più profondo del cuore e l’espressione della mia alta considerazione.

Di V.E. R.ma
Dev.mo Aff.mo servo e confr.
Gio. Battista Vesc° di Piacenza

 

11 - Corrigan a Scalabrini[31]

New York, 21 Giugno 1888,

Eccellenza R.ma,

Mi perdoni che per inavvertenza la tratta acchiusa sia fatta in nome Suo in vece di quello del Direttore del Catechista Cattolico.

Essendo ora in visita pastorale e non avendo l’opportunità di correggere questo sbaglio, La prego di scusar l’incommodo che Le reco.

In quanto ai nostri Cari Italiani, un agente mio sta ora cercando di comprare un grand’edificio in città, per servire come chiesa e casa pei Sacerdoti di Piacenza. Quest’edificio costerà lire 350.000 - somma spaventevole, è vero, ma non c’è rimedio.

Alcuni amici presteranno il denaro per ora, se gli Italiani mi daranno promessa di pagarlo più tardi. Per me solo, non posso far niente, o quasi nulla, non avendo i mezzi necessari.

Bramo molto avere presto due o tre Sacerdoti buoni da Piacenza.

Avrei molto da dire dell’opuscolo di Mgr. De Concilio[32] in proposito: ma ora mi manca il tempo.

Il mio Segretario, Don Carlo, Le manda i suoi ossequi e i più distinti omaggi: ed io mi raccomando alle Sue preghiere mentre mi confermo

di V.E. R.ma
um.mo dev.mo servo
Michele Agostino, Ar

 

12 - Scalabrini a Corrigan[33]

 Piacenza, 12 Luglio 1888

 Eccellenza Rev.ma,

Ebbi la venerata sua del 21 giugno p.p. che mi recò grandissima consolazione.

Ella mi scrive, che brama molto avere presto due o tre sacerdoti buoni di Piacenza. La gratitudine somma che le debbo per quanto ha fatto e per quanto sta facendo in favore della nostra opera per gli italiani emigrati, non mi permette di tardare un istante a far pago questo suo desiderio, che è pure il mio.

Le invio quindi senz’altro il P. Felice Morelli[34] e il P. Amos Astorri[35] accompagnati da un laico catechista, tutti e tre del mio Istituto, e tutti animati del vero spirito di Gesù Cristo.

Persuaso che saranno liberi di osservare le regole della loro Congregazione, io li metto a intiera disposizione di V.E. Rev.ma. Li collochi per ora come può e se ne valga pure come crede meglio. Spero faranno bene. Caso ne occorra qualche altro, vedrò di spedirglielo al più presto. Essi potranno anche caldeggiare fra gli italiani l’acquisto del grandioso edificio di cui mi scrive, e che sarebbe una vera provvidenza. Speriamo nell’aiuto di Dio.

V.E. avrà certamente veduto il P. Francesco Zaboglio da me inviatole: egli vedeva gravi difficoltà; ma temo siasi lasciato sorprendere da qualcuno; forse dall’autore del noto opuscolo:[36] io intendo che i Vescovi e solo i Vescovi siano i superiori de’ miei preti. Il più profondo e scrupoloso rispetto all’ordine gerarchico è la forza del ministero e pegno di sicure vittorie.

Fui, e non è molto, ad ossequiare il S. Padre, il quale mi parlò con rara compiacenza e con sentito encomio dell’Ecc. V. Rev.ma. Ciò mi fece grandissimo piacere, e farà piacere anche a lei tale notizia.

Il Signore la prosperi e la benedica; mi raccomandi a Lui nelle sue orazioni e mi creda,

di V.E. Rev.ma

Dev.mo Aff.mo servo e confr.
Gio. Battista Vesc.° di Piacenza

 

 13 - Corrigan a Scalabrini[37]

New York, 10 Agosto 1888

 Monsignore Veneratissimo,

Ella, con cuor di Vescovo e di Padre, può intendere meglio di qualunque il mio giubilo e la mia gratitudine all’arrivo de’ due nuovi Missionari per gli italiani emigrati. Domenica scorsa dissero la S. Messa per la prima volta nella Chiesa improvvisata, per così dire. Come avranno scritto a V. Eccellenza, hanno preso un magazzino in affitto pro tempore e lì hanno eretto un altare. Dissero quattro Messe; ora fanno la novena per la festa dell’Assunzione. Domenica, la colletta fruttava 300 Lire. Ogni sera, poi, quindici o venti altre. Onde, Monsignore mio, benché il luogo sia molto umile, e molto ristretto, il popolo comincia già a frequentarlo, e quindi, già dal principio, mi pare, la Missione riesce a meraviglia. Tal notizia Le recherà piacere e consolazione, come l’ha fatto a me. Così, poco a poco, possiamo guadagnare i nostri cari emigrati, e condurli tutti al Signore. Anzi, perché non si possono aprire diverse tali Cappelle modeste, affinché i fedeli possano almeno assistere al Santo Sacrificio, e sentire la parola divina? C’è luogo ancora per molte Chiese italiane, e quindi V.E. mi farà grandissimo favore spediendomi, quando lo potrà comodamente, un altro Sacerdote.

Lì 15 ottobre debbono partirsi da Roma cinque Suore Pallottine per la Chiesa del Carmine, (in questa città).

Sta circa cinque miglia lontana dai Padri di Piacenza, e il Rettore mi disse, pochi giorni fa, che vorrebbe esso dar principio, ivi, ad una nuova chiesa, se potesse avere i socii necessari.

La ringrazio tanto del suo foglio del 12 luglio, e mi commendo sinceramente alla Sua benevolenza, e le Sue preghiere.

Intanto sono, come sempre

Dev.mo aff.mo servo,

  

14 - Scalabrini a Corrigan[38]

Piacenza, 7 Settembre 1888

Eccellenza R.ma,

Da’ miei Missionari, costì residenti, ho saputo delle accoglienze festose e degli aiuti efficacissimi con cui V.E. si degnò animarli alla santa, ma ardua impresa.

Di tanta sua bontà io la ringrazio quanto so e posso, ottimo Mgre, assicurandola che la mia riconoscenza verso l’E. Vostra non verrà mai meno, come non verrà meno giammai quella de’ miei Missionarii, i quali a buon diritto riconoscono in lei non solamente il loro Superiore, ma il loro insigne benefattore e padre.

La ringrazio inoltre, Mgre carissimo, dell’ultima veneratissima sua che mi consolò grandemente. New York è un centro assai importante e verso il quale, in grazia forse al suo degno Arcivescovo, io sento un’attrattiva tutta speciale. Entro alcuni mesi pertanto, qualora V.E. possa riuscire a provvedere una altra chiesa, sia pur modesta, mi farò il dovere di appagare il desiderio suo, coll’inviarle, almeno, due altri Missionarii, che si stanno già preparando in questa casa di Piacenza, collo studio e coll’orazione.

Che il Signore si degni di benedire i comuni sforzi a suo onore e gloria.

Rinnovandole i sensi della mia più profonda venerazione, mi raffermo con riverente affetto,

Di V.E. R.ma
Dev.mo Aff.mo confr.
Gio. Battista V.° di Piacenza

P.S. Saluti affettuosi a D. Carlo.

 

15 - Scalabrini a Corrigan[39]

Piacenza, 27 Settembre 1888

 Eccellenza R.ma,

Latore della presente è il prof. Giacomo Biavaschi, mio caro e antico discepolo nel Seminario di Como. Egli è persona colta, conosce bene varie lingue, e, quel che più monta, unisce alla dottrina una soda e profonda pietà.

Il medesimo, si è deciso di abbandonare l’Italia per venire a stabilirsi in America, e io mi permetto di raccomandarlo vivamente, come faccio, all’alta Protezione di V.E. R.ma, assicurandola non avrebbe mai a pentirsi del favore che si degnasse accordargli. Sono anzi persuaso, che se qualche Istituto si risolvesse, com’è desiderabile, a riceverlo in qualità di insegnante, non avrebbe che a lodarsi del prezioso acquisto. Terrò come fatto a me stesso, qualunque favore a lui accordato.

Attendo poi, Mons. Veneratissimo, un rigo di risposta all’ultima mia, a fine di poter preparare a tempo i soggetti da spedire costì per la fondazione della nuova Parrocchia.

Rinnovandole i sensi della mia più affettuosa venerazione godo ripetermi,

Di V.E. R.ma
Dev.mo Aff.mo confr.
io. Battista Vesc.° di Piacenza

 

 16 - Corrigan a Scalabrini[40]

 New York, 4 Ottobre 1888

Eccellenza R.ma,

ho il piacere di accusare il foglio Suo pregiatissimo del 7 settembre, e di significarle che i Suoi Missionari in questa Diocesi siano pieni di zelo e mi rechino conforto e consolazione grandissima. Il Signore, poi, Padre di Misericordia, li aiuta visibilmente.

Le diranno del progetto loro di fabbricare una grande Chiesa. Non è d’uopo che Le dica ciò avere il mio consenso perfettissimo; la sola questione ora riguarda il sito. Vogliono naturalmente trovare un punto centrale per gli emigrati, affinché possano servire ai loro bisogni più efficacemente.

Per me sto adesso impiegato in visita pastorale, e non trovo un momento libero per me stesso.

Le acchiudo una tratta di due mila lire pel Istituto Cristoforo Colombo - per promuovere l’opera buona ed in pegno della mia gratitudine verso di Sua Eccellenza. D. Carlo li presenta i suoi complimenti e saluti rispettuosi: ed io mi raccomando alle Sue devote preghiere.

Di V.S. R.ma
um.mo dev.mo servo
Michele Agostino
Arciv. di New York

 

17 - Scalabrini a Corrigan[41]

Piacenza, 26 Ottobre 1888

 Eccellenza R.ma,

Ebbi l’ultima sua unitamente alla nuova offerta di L. 2000 a vantaggio del mio Istituto. Che dirle, Monsignore veneratissimo? Sono rimasto, a tanta bontà, veramente confuso. Ogni dì mi crescono gli obblighi verso la persona sua e l’impossibilità di soddisfarli. Mi studierò di ricambiarneLa coll’inviare, quand’ella il voglia, qualche nuovo operaio nella diletta sua vigna. Per me è una vera consolazione ogni qual volta mi è dato di appagare un desiderio qualunque dell’Ecc. V. R.ma, alla quale debbono tanto i miei missionarii e che, in uno scritterello, cui forse avrà di già ricevuto, additai alla pubblica riconoscenza per gli aiuti da lei porti alla nascente istituzione con singolare amore.

Il Signore la prosperi, Eccellenza, la benedica, la conservi per lunghi e lunghi anni alla nostra riconoscenza e al nostro affetto; all’affetto e alla riconoscenza di tutta la sua Diocesi, che si manifestò veramente; Plebs sacerdoti adunata et Pastori suo grex adhaerens.

Intanto rallegrandomi seco lei e rinnovandole i miei più vivi ringraziamenti di ogni cosa, mi raffermo con particolare venerazione,

Di V.E. R.ma
Dev.mo Aff.mo servo e confr.
Gio. Battista V.° di Piacenza

 

18 - Corrigan a Scalabrini[42]

 New York, 9 Novembre 1888

 Eccellenza R.ma.

Sarei molto contento per parte mia di avere qui una colonia delle Suore di Sant’Anna[43] per insegnare le fanciulle e far altre opere di carità: e perciò La prego di degnarsi mandarmi alcune Suore di codesto Istituto.

Um.mo dev.mo Servo Suo
Michele Agostino Arciv.

 

 19 - Scalabrini a Corrigan[44]

Piacenza, 23 Gennaio 1889

 Eccellenza R.ma,

Le presento i due nuovi Missionarii destinati, d’accordo colla S.C. di Propaganda, per codesta colonia italiana. Essi sono accompagnati da due buoni catechisti laici, che presteranno il servizio per la casa e per la Chiesa.[45]

Io li raccomando fervidamente alla paterna benevolenza di V.E. R.ma. Sono due ottimi sacerdoti, di mediocre ingegno, ma di esimia pietà. Il P. Giacomo Annovazzi ha abbandonato gli agi di sua famiglia ricca, per dedicarsi all’opera nostra. È un caro giovane.

Essi dipenderanno in tutto dai voleri di lei, ottimo loro Padre e Pastore e si faranno un dovere, anzi una gloria, come spero facciano anche gli altri, di seguire con figliale docilità anche i più piccoli desideri.

Le monache destinate per New York sarebbero le Missionarie del S. Cuore,[46] ordine recente, ma solido e ben provato. La Superiora Generale, essendosi ammalata, verrà un po’ più tardi per concertare con V.E. R.ma e colla pia Signora Cesnola[47] il da farsi. L’articolo monache è di estrema delicatezza e io desidero che si prendano risoluzioni mature e ponderate per riuscire poi sicuramente al nobile intento.

Invio cordiali saluti al carissimo e fedele suo D. Carlo.

Iddio la benedica, Vene. Monsignore, e la conservi per lunghissimi anni a bene delle anime e a decoro dell’Episcopato e baciandole il sacro anello con profondissima venerazione mi raffermo

Di V.E. R.ma Piacenza
Dev.mo Aff.mo servo e confr.
Gio. Battista V. di Piacenza

 

20 - Corrigan a Scalabrini[48]

 New York, 5 Febbraio 1889

 Monsignore Veneratissimo,

I due Missionari Apostolici, PP. Giacomo Annovazzi ed Oreste Alussi mi presentarono stamattina il Suo pregiatissimo foglio de’ 23 Gennaio pp. Le rendo grazie infinite della Sua bontà verso di me, e verso gli Emigranti Italiani a New York. Il Padre Felice[49] sta pieno di liete speranze pell’avvenire, e tutto promette benone.

Riguardo poi alle Suore, saranno benvenute, e faranno certamente del bene: ma confesso a V.E. R.ma che non veggio chiaramente i mezzi per avere i soccorsi necessarii ed opportuni.

Ancora non abbiamo se non lire 25.000; che sono proprio niente quando si tratta di un Asilo in questa città. La Signora di Cesnola va piena di fidanza, ma essa non è Vescovo, e non sente il peso della responsabilità dell’affare. Dobbiamo contare sul denaro nostro soltanto, e non aspettare qualche sussidio dal Governo: perché la legge civile attuale vieta il dare qualche cosa agli Istituti settari, come dicono qui, cioè agli Istituti Cattolici, o di qualunque forma speziale di Religione. Però le Suore potranno sempre campare, in qualche maniera; ma come, precisamente, non saprei. Faremo il possibile.

I Missionari mi piacciono molto. Sono zelanti, fedeli al dovere, e sono amati dal popolo. Altronde il Clero va molto rispettato sempre qui; molto più che non in Francia o Italia.

Sento con piacere che altri Sacerdoti debbano venire nel mese di Settembre per dare delle Missioni qua e là per la campagna. Il nostro Clero li riceverà con braccia aperte.

D. Carlo ringrazia molto V.E. R.ma del ricordo, e Le manda i suoi ossequi sinceri e grati.

Sono sempre qui in mezzo delle onde del mare, e perciò mi raccomando caldamente alle Sue preghiere. Merito però castigo più severo e debbo imparare a soffrire in pazienza e pace.

Intanto, Monsignore mio, mi creda,

di V.E.
um.mo dev.mo servo
Michele Agostino, Arciv.

 

21 - Scalabrini a Corrigan[50]

Piacenza, 13 Aprile 1889

 Eccellenza R.ma,

Mi giunsero da New York varie lettere di italiani le quali contengono amare doglianze e anche minacce di tumulti, a motivo di non so quale capitale, che la Curia ecclesiastica, com’essi dicono, tiene in mano e che loro spetterebbe per la compera della Chiesa. Parlano altresì dell’intestazione legale della Chiesa stessa in modo che io poco arrivo a capirne.

Di tutto questo non avrei fatto mai conto, se da una lettera direttami ora dal P. Felice non rilevassi che qualche cosa di grosso c’è per aria. Mi scrive infatti: “Sono molto impensierito all’idea che possa nascere qualche serio contrasto fra la colonia italiana e l’amatissimo nostro Arcivescovo e non può credere il dolore che sento del dispiacere, che ne potrebbe a lui derivare. Preghi Ecc., preghi tanto e faccia pregare”.

Credo che siano timori esagerati. Ad ogni modo mi raccomando a lei, Mgre Veneratissimo. Vegga, ne la supplico, di trovar modo nella sua nota saviezza e carità, di aggiustare anche queste faccende, per modo che i desiderii degli italiani siano appagati. Ella che ha incominciato con tanto zelo e con tanto coraggio a sostenere i nostri poveri emigrati, deh! voglia continuare ad essere loro padre.

Ben comprendo le difficoltà non lievi ch’ella dovrà incontrare nel governo di una Diocesi, dove le nazionalità sono tante e dove tante devono essere le gare, ma Dio non può mancare di compensarla della carità ch’ella avrà usato verso i più bisognosi de’ suoi figli.

Spero che i miei Missionarii non avranno in nulla demeritato della sua benevolenza; tuttavia desidero me ne dia notizie.

Gradisca i miei più affettuosi ossequii, mi raccomandi al Signore e mi creda,

Di V.E. R.ma
Dev.mo e aff.mo servo e confr.
Gio. Battista Vescovo di Piacenza

 

22 - Corrigan a Scalabrini[51]

Newburgh, 8 Maggio 1889

Monsignore Veneratissimo.

Mi giunse in buon tempo il foglio di V. E. de’ 13 Aprile, p.p.: ma sono stato così occupato a casa, e così di frequente fuori di città, come ora, in visita, che finora non potei risponderLe.

La quistione de’ fondi già procurati per fabbricare una Chiesa italiana fu solamente quistione di locale, e non di principio. Il dubbio versava circa l’intenzione degli offerenti, e ci fu d’uopo sapere se loro avevano dato tal somma per fabbricar una Chiesa loro nel ricinto stesso della Parrocchia dove loro abitavano, oppure in qualunque altro sito, purché la Chiesa sarebbe italiana. Quando fu trovato che le offerte furono fatte al fine di stabilir una Chiesa in quei dintorni soltanto, e non precisamente in quella stessa parrocchia, io subito diedi l’ordine di trasferire i fondi al Padre Morelli: e ciò prima dell’arrivo della Sua lettera.

Non occorre a dire che non fu mai la menoma idea di sequestrare tali fondi, molto meno di impadronirsene o di rubarli. Neppure occorre a dire che le minacce non mi fanno impressione di sorta.

Ora mi permetta dirle due cose riservatamente. Prima è lo sbaglio innocentemente fatto da Padre Felice nel comprare la Chiesa attuale. Gli dissi che per parte d’un amico mio intrinseco, potrei acquistarla per scudi 63.000: e che egli non dovrebbe mostrar desiderio di averla. Disgraziatamente ebbe da fare con Giudei, e mostrò nel proposito avidità grande. Per conseguenza, questi Giudei non vollero vendere il terreno se non per Scudi 73.000, e così abbiamo perduto una somma maggiore de’ risparmi di tutti questi anni, più che questi fondi benedetti di cui si è stato tanto fracasso. P. Felice errò per semplicità cristiana, trattando con Giudei, e per mancanza di sperienza.

Seconda cosa è più seria. Si sono piantati ora anche qui in America i semi di discordia fra i nativi di alta e di bassa Italia. Mi rincresce di dirLe pure in riserva che il nostro ottimo P. Marcellino sia cagione grandissima di ciò. Non mi cessò mai sparlando contro i Napolitani, e lodando sempre coloro dell’Alta Italia. Non Le significai finora, sperando che il male cesserebbe con lui. Quindi dal primo giorno pregai i Sacerdoti Suoi, per amor di Dio, di non mischiar mai questioni tali con la salvezza delle anime. Non li rimprovero: ma Domenica scorsa i poliziotti dovettero intervenire per conservare la pace nella Chiesa, nel tempo stesso del culto divino. Fu cosa mai veduta qui prima. I semi già piantati portano frutto amaro.

Le Sorelle Salesiane[52] non sono troppo contente, perché 1° non hanno casa decente; 2° non hanno salario fisso, ma solo la promessa che non mancheranno di nulla. Proverò di combinare le cose con P. Felice. Bisogna assegnare alle Suore almeno un’abitazione salubre, e abbastanza pulita e commoda. Di più, vorrei dar a loro una pensione fissa, come è costume di tutte le altre Sorelle in questa Diocesi. Ma ciò forse potrò combinare. Mi sembra meglio di seguire in queste materie il costume vigente del nuovo paese. Queste cose dico non per lagnarmi, ma solo per palesarLe lo stato attuale.

E dopo ciò mi segno di V.E. R.ma
Affezionatissimo nel Signore
Michele Agostino Arciv.

 

23 - Corrigan a Scalabrini[53]

Newburgh, 8 Maggio 1889

Eccellenza R.ma

AvendoLe scritto oggi in grandissima fretta, mi sembra opportuno dirLe ancora due parole per spiegarmi meglio.

1° Riguardo alle Salesiane, io mi opposi al progetto dell’Orfanotrofio italiano, come prematuro, ed avendo paura ben fondata di non riuscire a mantenerlo. Ma, senza aspettare la mia risposta in proposito, la Madre Superiora[54] è venuta in America. Le esposi poi in persona tutte le difficoltà dell’impresa: ma siccome vi furono 5.000 scudi raccolti a tal fine, le diedi il permesso di cominciare a fare la prova, finché duri il denaro suddetto.

Arrivate qui, le Sorelle ricevettero l’ospitalità nell’Asilo nostro presso la Cattedrale. Potrebbero stare lì finché P. Felice loro avrebbe procurato una dimora conveniente, che sperò di fare al 1° di Maggio, nella proprietà comprata di recente. Di fatti, mostrò alcune camere alla Madre, promettendole di pulirle e metterle in ordine per le Sorelle (5). Poi, divisò di affittare queste camere, e dare alle Suore due buchi, basse, sporche, ristrettissime, appena capaci per due persone invece di cinque. La Madre non volle assolutamente andarvi. Poi, promise di ceder a loro la casa dove sta egli stesso, almeno per due o tre mesi, finché possa fabbricare alcune stanze per loro. La Madre ha paura (vedendo le idee poco pratiche del Padre) che queste camere neppure saranno atte per le sue Religiose. I buchi, come li chiamò la Superiora, sono così bassi che P. Felice non poté entrare senza levar il cappello.

Quando le Suore stanno tutto il giorno nella scuola, in aria cattiva, almeno la notte dovrebbero poter respirare aria salubre, e non stare in camere troppo piccole. Quindi dover mio sarà di provveder a ciò. Col tempo tutto andrà bene. Nel principio si deve aspettare delle difficoltà.

Il Padre Felice sta ora dando una Missione a Paterson, venti miglia da Nuova York, nella mia antica Diocesi di Newark. Lo pregai di recarsi questa settimana anche a Saugerties, cento miglia lontano dalla città, in questa Diocesi dove si trovano pur molti italiani.

2° Non so come sbrigarmi dalle difficoltà esistenti fra le diverse popolazioni meridionali e di alta Italia. Alcuni zelanti Sacerdoti che sarebbero “personae gratae” ai meridionali e che loro andrebbero in cerca, farebbero gran bene. So benissimo che la piaga sia antica; di molto anteriore al P. Marcellino: ma esso non cessò mai scrivendomi e parlandomi di questo soggetto. Prima di lui, P. Giulio, Francescano[55] (napoletano) lavorò per undici anni fra gli italiani, con buon successo. I ragazzi andarono alle nostre scuole. I genitori vennero ai Sacramenti. Tutta questa popolazione quasi frequentò poi la Chiesa della Risurrezione. I nuovi Missionari ebbero tutte le cose pronte alle loro mani. Ora le cose promettono bene per l’avvenire. Me ne rallegro, e sono sempre graditissimo a V.E. R.ma.

Spero qualche giorno vederLa qui negli Stati Uniti.

Sono contentissimo de’ Padri suoi. Hanno buono spirito: lavorano molto: solo manca loro la sperienza del paese; ma questa verrà ogni giorno. Le Sorelle poi saranno ausiliari efficaci.

Le Pallottine giunsero pure da poco. Fanno la scuola al Carmine, dove si trovano circa 5.000 Italiani.[56]

Vi sono anche moltissimi fra massoni italiani in città. Quanto mi rincrebbe nelle feste recenti di vederli a migliaia e migliaia!

Commendandomi sempre alle Sue preghiere,

sono, Monsignore carissimo,
um.mo dev.mo Servo suo
Michele Agostino, Arcivescovo

 

24 - Corrigan a Scalabrini[57]

 Roma, 2 Maggio 1890

 Eccellenza R.ma,

Come V.E. avrà già saputo, sto qui per fare la visita ad limina, e non vorrei tornare in patria senza fare la sua conoscenza personale, e parlare un po’ dei nostri emigrati.

È probabile che debba rimanere in Roma tutto il mese che corre. Intanto mi permetta di darle quest’avviso di D. Carlo e di me; di professarmi sempre con sentimenti di viva gratitudine e di ossequio,

Di V.E. dev.mo um.mo servo,
Michele Agostino Arciv° di Nuova York

  

25 - Scalabrini a Corrigan[58]

 Piacenza, 24 Giugno 1890

Eccellenza Rev.ma,

Da qualche tempo la mia salute lascia a desiderare non poco. Fino dai primi di questo mese avrei dovuto, per ordine del medico, recarmi altrove per intraprendere una cura, ma ho sempre differito nel vivo desiderio di veder qui di giorno in giorno Vostra Eccellenza. Ora un telegramma del Superiore di cotesto Seminario mi assicura che Ella si tratterrà in Roma ancora per qualche tempo. Debbo quindi, con mio grandissimo dispiacere, rinunziare all’onore di ospitarla qui in Piacenza, giacché il fermarmi più oltre mi sarebbe proprio nocivo. Partirò per le acque di Levico nel Trentino domani. Non potrebbe V.E. passare nel ritorno da quelle parti? Invece della linea Bologna-Piacenza, non avrebbe che di percorrere Bologna-Verona-Trento. Quanto mi chiamerei fortunato di poter riuscire in questo modo a far pago il mio desiderio di fare la sua personale conoscenza e di poterle esprimere a voce tutta la mia gratitudine e venerazione. Veramente è una pretesa la mia un po’ troppo ardita, capisco; ma ho pensato che alcuni giorni di quelle acque potrebbero giovare molto a lei e a D. Carlo, entrambi tanto affaticati. Venga, ottimo Mgr. Arcivescovo, venga.

Gradisca intanto i miei più affettuosi augurii e mi creda,

Di V.E. R.ma
Dev.mo Aff.mo servo e Confr°
Gio. Battista Vesc° di Piacenza

 

26 - Corrigan a Scalabrini[59]

Roma, 27 Giugno 1890

 Quanto mi rincresce di sentire che la S.E. soffre, e che abbia aspettato sì lungo la mia visita a Piacenza! Per dir la verità, solo in questi ultimi giorni ho potuto formare un’idea della mia partenza da Roma. Son qui a mio mal grado. Un Sacerdote ribelle mi ha dato molta pena.[60] Giunto a Roma il 1° Febbraio, subito diedi al Card. Simeoni una relazione breve stampata della vertenza con questo Sacerdote. Invece di scrivere a lui, niente fu fatto se non dopo il mio ritorno dalla Terra Santa. Giunsi in Roma il 10 Aprile. La Propaganda non gli scrisse in proposito se non il giorno 3 di Maggio, dandogli 35 giorni per sottomettersi, oppure per la sua difesa. Ricusò di fare qualunque atto di sottomissione. Allora prepararono la ponenza, che non fu distribuita se non Lunedì di questa settimana, e fino a quel tempo, io non seppi quando mi sarebbe possibile partire. Ora, la Congregazione Generale di Propaganda si terrà il giorno 30: dopo, bisognerà aspettare la decisione del Santo Padre, che si farà nell’Udienza di Domenica il 6 luglio. D. Carlo ed io partiamo il giorno seguente, e speriamo di arrivare a Levico il giorno 15. Ecco, Monsignor Carissimo, il nostro programma. Proprio, fino a questi ultimi giorni, tutto fu sì incerto, che non seppi determinare nulla: quindi non potei combinar niente intorno alla visita di Piacenza.

Da Milano andiamo a Verona, da Verona a Trento.

Se V.E. mi favorirà col suo indirizzo a Levico, o qualche altra notizia utile nel caso, Le sarò grato: purché ciò non Le dia fastidio o incomodo.

Il nostro D. Carlo è stato fatto Cameriere Segreto di S.S. - sta molto bene adesso di salute.

Sperando di avere il bene di vederla fra poco, ed intanto augurandole un miglioramento di salute, e commendando pure me stesso, e le mie ansietà alla Sua rimembranza nelle preghiere,

sono di V.E.
um.mo dev.mo sempre servo
Michele Agostino
Arciv. di New York

 

27 - Scalabrini a Corrigan[61]

Levico, 1 Luglio 1890

 Caro e Venerato M.gre,

Grandissima consolazione mi ha recato l’ultima sua, come quella che mi annunzia vicino il momento sospirato di fare la sua personale conoscenza.

I motivi che l’hanno costretta a ritardare la sua venuta non mi meravigliano punto, perché conosco benissimo Roma.

La mia salute cammina ora discretamente.

Questo medico mi ordina di recarmi a Rabbi, stazione poco distante da Levico, ma più elevata. Vi andrò nella ventura settimana. Credo sarà meglio anche per V.E. e per D. Carlo. Là potremo stare almeno per qualche settimana in santa libertà e senza tanti fastidi.

L’itinerario è il medesimo di prima: cioè Milano - Verona - Trento - S. Michele. Da S. Michele si arriva a Rabbi in vettura, che sarà pronta, se mi indicherà con telegramma la corsa del suo arrivo a S. Michele.

I bauli sarà bene li porti con sé come bagaglio, pigliando la relativa bolletta fino ad Ala, che è il luogo di confine, dove sono visitati dai doganieri austriaci.

Voglia, Monsignore, indicarmi al più presto quanto tempo a un di presso intende fermarsi a Rabbi per poter ordinare a tempo la stanza giacché sono molto ricercate. I progetti di ritorno a Piacenza li faremo insieme.

Mi rallegro tanto tanto dell’onorificenza conferita al caro D. Carlo. A lui le mie congratulazioni più vive.

L’abbraccio, Monsignore venerato, in osculo sancto, e raccomandandomi alle sue preghiere, mi raffermo con sentita riconoscenza

di V.E. R.ma
Dev.mo Aff.mo servo e confr.
Gio. Battista Vescovo di Piacenza

 

 28 - Corrigan a Scalabrini[62]

New York, 14 Novembre 1890

 Eccellenza Reverendissima

Quando stava in Roma, scrissi una lettera al Direttore del “Catechista Cattolico”, pregandolo di inviarmi il mio conto. Finora non è giunto. Ora non mi ricordo né del numero degli esemplari, né del tempo esatto per cui devo pagare, e perciò Le mando ora una tratta di lire mille, pregandoLa di farla pervenire alle mani dovute, e poi di farmi sapere quanto più ci sarebbe da saldare

Dopo un viaggio felicissimo ci siamo tornati a casa, Don Carlo ed io, il giorno 10 di settembre. Da quel giorno in poi, vi è stata sempre una serie di affari non vista mai: la Visita Pastorale, Cresime, e tante altre cose. Non ho dimenticato la promessa di scriverLe qualche cosa sul nostro modo di fare il Catechismo: ma finora, Monsignore mio, è stato impossibile trovar un solo momento di tempo libero.

I Padri fanno bene. Ora vogliono comprare un sito nuovo e migliore per la seconda Chiesa, al prezzo di Lire 410.000. Le carte furono portate da me ieri pel mio consenso.

Avrei molto a dirle: ma mi manca il tempo, essendo Visita Pastorale domani ancora, e molte lettere ancora da scrivere questa sera.

Mi commendo dunque premurosamente alle Sue preghiere, e mi dichiaro di V.S. R.ma

Um.mo dev.mo servo
Michele Agostino, Arciv.

 

 29 - Scalabrini a Corrigan[63]

 Piacenza, 8 Dicembre 1890

 Eccellenza R.ma,

Grazie infinite di tutto. Il cuore non mi avrebbe permesso di lasciare partire i Missionarii senza inviarle una riga con la quale rinnovarle le espressioni dei mio reverente affetto. Ella, ottimo e Venerato Monsignore, vi sottintenda un volume di mille cose liete e graziose.

Il Padre Zaboglio latore di questa mia le esporrà il progetto di alcuni cambiamenti resi necessari pel buon andamento della nostra congregazione. Il P. Morelli, come Provinciale, deve visitare le case e stare assente gran parte dell’anno. Resterà in sua vece il P. Domenico Vicentini[64], uno dei migliori Sacerdoti che io conosca, sebbene nasconda il tesoro de’ suoi meriti colla sua modestia e colla più profonda umiltà.

Allo stesso P. Zaboglio V.E. R.ma esporrà tutti i suoi desiderii, e i nuovi operai saranno sempre pronti ad ogni suo cenno.

Ho ricevuto il vaglia di L. 1.000, non ho ancor potuto vedere il Direttore del Catechista, da qualche giorno assente, per saldare il debito suo, che dev’essere piccolissimo, se vi è. Che fare del rimanente della somma? Darlo alla Casa Madre dei Missionarii, che ne ha tanto bisogno, come generosa offerta di V.E. R.ma? Se non ricevo avviso di rimandarla, tengo di fare così.

Uno scritto qualunque intorno al Catechismo, di V.E. ci sarà sempre prezioso. Ella, M.gre, scrive l’italiano assai bene. Tuttavia e solo per incoraggiarla, le prometto che rivedrò io il suo lavoro dal lato della lingua e così potrà stare tranquillo.

Le brevi, troppo brevi ore passate coll’E.V. R.ma e col bravo D. Carlo, mi fecero un gran bene, e, a dirla con Dante,

ancor da me non si partì il diletto.

Voglia, Monsignore, gradire un piccolo dono, che le verrà presentato a nome mio dal P. Zaboglio, a corona delle feste del suo faustissimo giubileo.

Il mio Segretario Can° Mangot[65] vuole essere ricordato con gratitudine a Lei e al suo ottimo collega.

Infine mi raccomando, Mons. Veneratissimo, alle sue preghiere, La abbraccio, in D.no e mi ripeto,

Di V.E. R.ma
Dev.mo Aff.mo amico e confr.
Gio. Battista Scalabrini Vesc° di Piacenza

 

 30 - Corrigan a Scalabrini[66]

 New York, 9 Gennaio 1891

 Monsignore Carissimo,

V.E. mi ricolma di gentilezza e di benefizi. Come potrò ringraziarLa delle due stole bellissime che mi ha inviato in regalo?

I Missionari, grazie a Dio, sono giunti sani e salvi. Mi piace molto D. Domenico Vicentini. Gli altri, mi pare, vanno via.[67]

Vi sono qui molti Albanesi, come fare per loro? Mi dicono che non possono parlar o napoletano od inglese. Altronde la S.C. del Concilio, secondo l’ultima Circolare, esclude i Sacerdoti di “rito greco” in ogni caso. Sarebbe possibile ottenere alcuni Ligorini, o Gesuiti od altri Religiosi di quelle parti d’Italia, i quali potrebbero dare i Sacramenti a questa povera gente. Anche meglio, potrebbe V.E. procurare qualche buono Sacerdote Calabro che parla questi dialetti?

Fra poco, debbo scrivere a V.E. con più agio. Ora sto occupatissimo, e non trovo neppur un sol momento libero.

Intanto La ringrazio di nuovo. Ringrazio il Signore del bene fatto dai Missionarii, e dalle Suore.

Mi commendo a V.E., al Canonico Mangot e a tutto il Clero del Seminario

Sono, Monsignore Carissimo,
dev.mo um.mo Servo Suo
Michele Agostino, Arciv

 

 31 - Corrigan a Scalabrini[68] 

New York 25 Febbraio 1891

 Eccellenza Reverendissima,

Profittando dei brevi momenti che le continue cure della vastissima Archidiocesi mi consentono, ho con speciale interesse letto la relazione del Primo Congresso Catechistico[69] tenuto in Piacenza dietro l’iniziativa dell’Ecc.za V. R.ma. E mentre mi compiaccio assai nel vedere l’Episcopato ed il Sacerdozio italiano prendere tanta parte e tanto vivo interesse al Congresso, devo sommamente congratularmi coll’Ecc.za V. che ha saputo rendere alla sua cara Italia il servizio il più segnalato; poiché, colla sincerità di amico, devo confessare francamente che l’insegnamento del Catechismo in Italia è poco o nulla curato. E devo far ragione all’Eccmo Mons. Vescovo Bonomelli,[70] il quale nel suo bellissimo discorso conclusionale afferma una verità dolorosa per un cattolico, dolorosissima per un Pastore. Egli dice: «percorrendo tutte le diocesi dell’Italia nostra, quante migliaia di fanciulli e di fanciulle interrogati non saprebbero fare debitamente il segno della Croce né recitare il Pater né rispondere una parola intorno a Dio e a Gesù Cristo.» (Pagina 231, atti Primo Congr. Catech.)

Eccellenza, (me lo permetta) la sconfortante parola di Mons. Bonomelli pur troppo è vera nella sua triste realtà. In New-York più volte ne ebbi le prove, e non sapevo rendermi ragione come in Italia, in cui non ha a lamentarsi la scarsezza di sacerdoti, abbia a riscontrarsi tanta ignoranza nei figliuoli del popolo. Gl’italiani che lasciano la patria e traversano l’Atlantico per venire tra noi a cercar lavoro e pane, rivelano tale e tanta ignoranza nelle verità più elementari della Religione da recar meraviglia anche ai nostri nemici. Spesso accade che allorquando si presentano per celebrare il matrimonio il parroco è posto in imbarazzo non lieve, perché li trova digiuni del tutto delle verità cristiane. Faccia Iddio che l’opera sì felicemente iniziata dall’Eccellenza Vostra, benedetta ed incoraggiata dal S. Padre, presieduta dall’insigne Porporato Alfonso Capecelatro, abbracciata dall’Episcopato, coadiuvata da zelanti e pii sacerdoti, abbia a dare all’Italia frutti ubertosi di pietà e di religione. D’altronde nutro ferma fiducia che impresa di tal fatta non potrà mancare al suo ideale, poiché più che in altri casi, qui possiamo a buon diritto applicare il motto della sapienza popolare volere è potere, come egregiamente affermò Mons. Tonietti Vescovo di Massa (Pag. 125) e sotto altra forma espresse Mons. Bonomelli: a chi vuole fortemente tutto è possibile, e Dio è con lui. (Pag. 226).

Non ardisco far parola degli argomenti proposti e trattati con tanta