|
|
|
|
Le lettere pastorali di mons. Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza, fondatore dei missionari di San Carlo, costituiscono innanzitutto una fonte attendibile e di grande importanza per nuove riflessioni sulla sua personalità di presule e di spirituale e sul ruolo, in particolare, che egli ebbe nella Chiesa universale, nella sua diocesi e nel mondo da contemplativo migrante tra gli emigranti. Si colgono, infatti, in questi scritti considerazioni di alto valore spirituale frutto di una vigorosa pietà cristologica, esortazioni valide in quegli anni per una testimonianza realmente evangelica dei cristiani nel mondo, una capacità di fare “memoria” del passato e di cogliere i “segni dei tempi”, il progetto scalabriniano di superare lo sterile intransigentismo per l’attuazione del “servizio” dei credenti nel paese ed, infine, le vere ragioni, persino le più nascoste, della sua proposta a favore degli emigranti e, cioè, dei nuovi emarginati.[1] Una disamina dei testi evidenzia alcuni limiti didattici e pastorali degli scritti, nel senso che anche Scalabrini, si distingue da molti suoi confratelli nell’episcopato; salvo alcune rare eccezioni, mostra infatti di essere consapevole che trattazioni così ampie ben difficilmente sarebbero state recepite dai suoi sacerdoti per ben precise finalità pastorali. Lo stesso laicato cattolico, persino il più preparato ed impegnato, non sarebbe stato coinvolto da quel tipo di comunicazione che voleva essere eminentemente pastorale.[2] Ma è vero anche che in queste “lettere” non sia prevalso quel linguaggio raffinato ed erudito che era all’antitesi delle migliori finalità pastorali, tese ad un idoneo annuncio della Parola di Dio od a privilegiare gli emarginati. Scalabrini è stato innanzitutto fedele ai suoi ideali sacerdotali, ha praticato la spiritualità dell’azione ed è stato sempre autentico pastore che ben sapeva che il suo alto incarico nella Chiesa lo poneva non tra i notabili a cui erano accordati distinzioni e prebende, ma nel numero di coloro a cui la provvidenza aveva dato la missione del “servizio”, non certo in funzione egemonica. La contemplazione coniugata all’azione nel mondo lo indusse, infatti, a promuovere una pastoralità nuova e capace di non tralasciare quella parte del gregge che si era smarrita. Una pastoralità che non poteva essere compromessa da ragioni diplomatiche ma azione che era volta alla evangelizzazione che avrebbe potuto essere fruttuosa nella misura in cui fosse possibile agire nel mondo rimuovendo, ad esempio, ogni impedimento ed avviando un franco colloquio persino con i più incalliti anticlericali. Lo sforzo, volto a superare la cosiddetta questione romana rientra in questo disegno apostolico e l’aver preso risolutamente le distanze dagli intransigenti, dai denigratori di professione e dai prevaricatori, che ledevano a suo giudizio la dignità e la missione dei vescovi, era dettata dalla maturata convinzione che la pastoralità, ma soprattutto il cammino verso la santità, sarebbero stati vanificati da coloro che strumentalizzavano le istituzioni ecclesiastiche, al fine, in particolare, di avallare tesi che facevano comodo, volte comunque a sostenere disegni egemonici. La tormentata storia dei rapporti con la Santa Sede e con i suoi potenti avversari “intransigenti”, con le autorità civili e, persino, con alcuni suoi preti che non accettavano le sue proposte, e con coloro che mal sopportavano i suoi fraterni rapporti con il vescovo di Cremona Geremia Bonomelli e con altri cattolici illuminati del suo tempo, aveva per così dire un’unica origine e, cioè, l’essere egli l’uomo di Dio a cui erano stati assegnati compiti delicati per una vera evoluzione della Chiesa e della società. Se non fosse stato destinato ad assumere questi ruoli e se, preliminarmente, non avesse compiuto la sua scelta spirituale, o vissuto intensamente la sua pietà, non avrebbe, ad esempio, dedicato nelle lettere pastorali, appropriate ed intense riflessioni alla preghiera. In vescovo esortava ad “accorrere con la preghiera in aiuto della Chiesa”[3]; ed “alla vigilanza poi deve andar compagna la preghiera, arma onnipotente della nostra milizia, scudo poderosissimo contro tutti gli assalti e, nel tempo stesso, facilissimo così, che tutti possano adoperarla: vigilate et orate”[4]. La preghiera “è per noi, creature ragionevoli, un bisogno ingenito, istintivo, irresistibile” ed è “amorosa corrispondenza fra cielo e terra” e “commercio invisibile dell’uomo con Dio”[5]; “la preghiera è la luce, il calore, il nutrimento, il conforto, la vita dell’anima umana” e “chiunque non prega non ha anima”[6]. Le affermazioni sono semplicissime e pienamente rispondono alle esigenze pastorali, esse contribuiscono a formare quegli “intrepidi operai” a cui spettava l’onere, anche, di conformare con “premura e diligenza i poveri, i pupilli, gli orfani, le vedove, gli infermi, i moribondi, si ché la carità e la paterna sollecitudine dei pastori splenda di luce sempre più viva”[7]. Avverte il presule che gli “operai” dovranno affrontare enormi difficoltà in una società “minacciata da totale sterminio dall’educazione senza Dio” e “la società spirituale immortale di sua natura, ne soffre in tante anime deboli che sono rovinate, in tanti poveri giovanetti esposti a mille pericoli, sempre in procinto di perder la fede”[8]. Resta però il fatto - osserva Scalabrini - che “ogni umana istituzione, sia pure la più bella e santa, se non è del continuo animata e vivificata dallo zelo e dalla carità di persone per dignità e per opere venerande, a cui tutto si riferisca come a centro e da cui parta incessantemente l’alito di vita, presto si indebolisce, si spegne e muore”[9]. E’ facile intuire che il vescovo avesse innanzitutto la preoccupazione, e quindi la sollecitudine, per una reale conversione dei suoi figli spirituali e per lo stabilirsi di comunità che fossero unite per amore realmente fraterno, cioè dalla carità. E tutto ciò avrebbe potuto realizzarsi se, a suo dire, “nell’esercizio dei nostri doveri, il nostro primo amore non sia quello di desiderare intensamente la povera gloria mondana, la stima e l’onore degli uomini, ma quello di mirare e realizzare sempre la sola gloria di Dio e il bene e la salvezza delle anime, con la retta intenzione della nostra mente e del nostro cuore”[10]. Quindi - egli concludeva - “ogni nostro bene viene dall’orazione, come pure che non è possibile senza l’orazione ottenere quelle grazie e forze necessarie all’esercizio delle virtù e a fare il bene, a servire degnamente Dio: in una parola, necessarie alla santificazione ed alla salvezza delle nostre anime”[11]. In tutte le lettere il vescovo si soffermava sull’efficacia del rapporto con Dio, sulla necessità dell’annientamento e sull’utilità spirituale di un pieno esercizio delle virtù; il suo fine era volto ad una crociata che portasse effettivamente alla santità, una “santità sociale” che si sarebbe conquistata con il consumarsi per i derelitti. Per questo si evince dai contenuti anche di queste “pastorali” la base reale ed ideale del suo ambizioso progetto, quello, cioè, dell’assistenza agli emigranti attraverso anime consacrate dedite sino all’ultimo respiro ad un così oneroso servizio. Solennemente, infatti, nella “lettera” del 1876 lanciava quasi un proclama: “verremo a voi, Fratelli e Figli dilettissimi, per animarvi alla pratica delle cristiani virtù, alla pietà, alla concordia, alla pace; per levare la nostra voce in difesa degli oppressi; per essere il sollievo dei poveri e il consolatore degli afflitti; per accogliere i traviati e mescere le lagrime della consolazione con quelle del pentimento, pronti a sacrificare per voi, non solo quanto abbiamo, comodità, quiete e riposo, ma la vita medesima, se fia d’uopo”[12]. Una società perfetta del domani sarà possibile se preventivamente si formeranno le coscienze in particolare dei fanciulli e dei giovani; “è la società dell’avvenire” - scriveva il vescovo - che sarà realmente evoluta se vi saranno “onorati capi di casa, gli onesti commercianti, i pazienti artigiani. Nelle fanciulle li angioli delle famiglie, le provvide madri, le spose fedeli. Nei giovani i padri solleciti, i figliuoli rispettosi, i servi obbedienti, i santi Sacerdoti, gl’integerrimi magistrati, i sindaci, i consiglieri, gli amministratori dei più vitali interessi, essendo questo appunto lo scopo del Catechismo: l’uomo e il suo perfezionamento morale civile e religioso”[13]. Formazione delle coscienze attraverso la catechesi (all’insegnamento del catechismo il vescovo ha dedicato documenti ufficiali ed ufficiosi ed incontri di studio), che avrebbe dovuto non omettere quell’educazione civica indispensabile per assicurare alla società cittadini esemplari e veramente protesi al bene comune. Vi era, quindi, in lui, in momenti difficili per i rapporti tra Stato e Chiesa, la convinzione che i cristiani avrebbero dovuto rendere un leale servizio alla patria per offrire testimonianze nei diversi settori della vita della comunità, ma non per mero proselitismo bensì per attuare integralmente i principi enunciati da Cristo e nella convinzione che una società perfetta avrebbe costituito una comunità dove la tolleranza avrebbe facilitato confronti ideologici ed un vero trionfo dei valori cristiani. Se il vescovo non fosse realmente convinto del valore di questi principi inderogabili, che idealmente si collegavano al Vangelo ed ai Padri della Chiesa, non avrebbe intrapreso la grande avventura a favore degli emigranti nel nuovo e nel vecchio mondo e, tantomeno, ad esempio, nelle numerose lettere a Bonomelli avrebbe manifestato idee nuove e coraggiose[14]. Massimo Petrocchi nel ricordare l’azione di Scalabrini a favore degli emigranti la sua forte esortazione, “muovere una guerra implacabile ai sensali di carne umana” e, cioè a coloro che speculavano sul fratello che emigrava in terre lontane, ha scritto che egli riprendeva vigorosamente l’idea del vescovo: “quando si pensa che un Vescovo é l'uomo di Dio, il dispensatore dei misteri di Cristo Gesù che ogni fedele deve trovare sulle sue labbra la scienza della salute, che deve bastare il vederlo per sapere come si debba servire a Dio, che deve essere una legge vivente la quale porta la religione in tutti i cuori, che deve morire continuamente a se stesso per insegnare agli altri il vero cristianesimo; che il Vescovo deve essere umile e dolce di cuore, fermo senza alterigia e accondiscendente senza fiacchezza, povero e vile agli occhi propri in mezzo alle grandezze della dignità; che deve essere paziente, laborioso, equanime, pieno di diffidenza nei propri lumi e pronto a preferire gli altrui quando convenga; che deve guardarsi dalla adulazione che è il veleno dei grandi, amante dei consiglieri sinceri, attento a conoscere i veri meriti e a premiarli; che deve portare la croce delle contraddizioni e applicarsi al ministero come un martire”[15]. E’, questa, una pagina stupenda, frutto di finezza spirituale e di vigorosa pastoralità di un vescovo che guida i suoi figli verso la conversione, tendendo egli stesso alla conversione, soprattutto, del cuore. Non a caso, infatti, ha scritto in una lettera pastorale dedicata a “Gesù capo invisibile”: “né solamente dobbiamo vivere di Gesù Cristo, ma ancora Egli stesso deve essere la nostra vita e deve vivere in noi. Vivere in noi col suo spirito, colla sua grazia, coll’impressione de’ suoi misteri, coll’applicazione de’ suoi meriti, coll’efficacia de’ suoi Sacramenti, e sopra tutto, con quello del suo Corpo e del suo Sangue”[16]. E, per sgombrare il campo da possibili malintesi rilevava: “progresso nelle arti, progresso nelle scienze, progresso nelle industrie, no, non è questo il progresso cui maledice la Religione Cattolica, che anzi crede un delitto l’opporvisi perché ci vede la mano creatrice di tutto [...]. Il vero progresso di un popolo è nella sua educazione, e l’educazione legittima e al tutto civilizzatrice consiste innanzi tutto e sopra tutto, nello sviluppo delle facoltà intellettuali e morali; nello sviluppo del cuore e alla coltura dello spirito; del cuore, sicché abbracci la virtù; dello spirito, sicché prevalga sulla materia”[17]. L’insistenza sul tema della perfezione attesta che egli fosse convinto e vivesse fedelmente una vita spirituale che era intensa; e nella quale realizzava pienamente il proprio fine; “nel che appunto”, per Scalabrini, “la perfezione consiste di ogni essere destinato ad un fine” ed “è la sorgente della vera felicità e la vera felicità necessariamente suppone la perfezione”[18]. Per essere perfetti, a giudizio del vescovo, è necessario nn avere come fine la ricchezza, il potere, i piaceri della terra, anzi “i beni di questo mondo, i beni di mille mondi più vasti, più ricchi, più belli di questo, non sono , non possono essere il nostro fine. Il nostro fine (è) Dio, perché Dio solo è più grande di noi”[19]. Occorre quindi, rivestirsi “dell’armatura della fede” e purificare le anime, abbeverarsi “alle fonti di grazia e di santità”[20]. Ma occorre combattere l’indifferenza e la rassegnazione e [21]se “non tutti [...] siamo obbligati a vivere in una sì grande esteriore povertà, quale fu la povertà in cui Egli visse; come non tutti siamo obbligati a soffrire i tormenti ineffabili che Egli ebbe a soffrire; ma tutti indistintamente, grandi e piccoli, ricchi e poveri, sacerdoti e laici siamo obbligati ad essere nelle sue stesse interiori disposizioni di povertà, di umiltà, di carità, di sacrificio e di tutte le altre cristiane virtù, in guisa che siamo pronti a tutto sacrificare, a soffrir tutto, anche la morte, piuttosto che venir meno alla sua santa legge”[22]. Le lettere pastorali di Scalabrini, quindi, possono essere considerate la summa del suo pensiero e della sua spiritualità. Esse spiegano, inoltre, il vero significato e le finalità della sua pastoralità, svelano la sua ansia apostolica e le ragioni di fondo delle sue iniziative di autentica promozione umana e, soprattutto, a favore degli emigrati, E’, poi, evidente nei contenuti di questi scritti che egli abbia assaporato la Scrittura e testi edificanti come, ad esempio, “L’imitazione di Cristo”; ma, emerge inoltre, in questa documentazione l’originalità del pensiero del presule e delle sue proposte essenzialmente pastorali, che ebbero una felice ripercussione in alcuni testi del Vaticano II e in recenti encicliche dei papi del postconcilio. Non è questa la sede per tentare confronti ed, ovviamente, non si vogliono rivendicare, come purtroppo spesso avviene, “anticipazioni” in fatto di idee o di azioni, ma si vuole auspicare che nello studio del passato a noi più vicino della spiritualità e dell’azione si considerino il pensiero e le opere di vescovi come, ad esempio, Bonomelli e Scalabrini e non solo i trattati dei grandi maestri in particolare dell’età medioevale. Per questo, ma anche per altre ragioni, è da auspicare la pubblicazione integrale degli scritti di alcuni presuli che in età moderna e contemporanea seppero effettivamente essere modelli per santità di vita, vigorosa spiritualità e pietà, coraggiosi nelle proposte e nell’azione pastorale ed autentici profeti. Giovanni Battista Scalabrini fu uno di questi, spirituali, vescovo e profeta. Fermo nella condanna degli abusi e coraggioso nel denunciare le strumentalizzazioni della Chiesa o le incomprensioni e gli ingiusti provvedimenti della curia romana. Ha condannato i cristiani sacrileghi che ancora “squarciano il costato di Cristo”[23], ha definito la preghiera “la chiave d’oro che apre i tesori della sapienza, potenza e bontà divina”[24], ha fustigato coloro che “affettando un linguaggio di maestri infallibili, condannano e anematizzano in nome della Religione e del Papa”[25] ed ha scritto “che le alleanze fatte per usurpare l’altrui o per opprimere i deboli sono ingiuste; che la partigianeria, il favoritismo e la corruzione nell’amministrare la giustizia è iniquità; che l’insegnare gli errori e le malvage dottrine alla gioventù è tradimento; che il commercio, l’industria, il lavoro, la proprietà aggravata da soverchi balzelli è grave jattura de’ popoli; che lo spergiuro e la ribellione sono orribili delitti; che i lavori e i traffici nei dì festivi sono scandali esecrandi; che il cosiddetto matrimonio civile senza il matrimonio religioso è turpe concubinato; che il divorzio assoluto è irrito e abbominevole”[26]. Era questo il suo pensiero e questi i punti nodali della sua catechesi, a Piacenza e nel mondo, vescovo della diocesi che il papa gli aveva assegnato e di quella universale assegnatagli dalla provvidenza.. I suoi scritti sul catechismo ebbero, quindi, riflessi a Piacenza nelle Americhe del Nord e del Sud, con la finalità di “sacrificarsi in tutti i modi per dilatare quaggiù il regno di Dio e salvare le anime”[27] e per ribadire che “la Chiesa non siamo soltanto noi preti, noi Vescovi, ma voi pure, o Dilettissimi pel battesimo ricevuto, ne siete membri; ed in parte la formate”[28]. E nella grande lotta che oggi si combatte tra la verità e la menzogna, tra il diritto e la forza, tra il vizio e la virtù, tra il bene e il male, non è lecito, a chi ha un bricciolo di fede, di tenersi in disparte”[29]. I laici erano per lui “mediatori di Dio”[30] e la “vita eucaristica [...] è vita d’intelletto e di amore”[31] ed il Vangelo è “il codice della vera libertà”[32]. Pietro Borzomati [1]AA.VV.,
Scalabrini tra vecchio e nuovo mondo. Atti del convegno storico internazionale (Piacenza, 3-5
dicembre 1987) a cura di G. ROSOLI. Introduzione di G. DE ROSA, Roma 1989
e M. FRANCESCONI, Giovanni Battista
Scalabrini vescovo di Piacenza e degli emigrati, Roma 1985. [2]Lettere pastorali dei vescovi dell’Emilia-Romagna,
a cura di D. MENOZZI, con la collaborazione di A. VALENTI e G. CODICE’,
prefazione di G. MICCOLI, Genova 1986 (soprattutto pp. XXII e ss.
dell’introduzione di Menozzi). [3]
G. B. Scalabrini, Lettere Pastorali,
1888, p. 267; [4]ivi,
1899 p. 378; [5]ivi,
1905 p. 424; [6]ivi,
1905 p. 428; [7]ivi,
30.01.1876 p. 3; [8]ivi,
23.04.1876 p. 9; [9]ivi,
23.04.1876 p. 15; [10]ivi,
14.08.1876 p. 27; [11]ivi,
14.08.1876 p. 29; [12]ivi,
04.11.1876 p. 35; [13]ivi,
04.11.1877 p. 51; [14]Carteggio Scalabrini Bonomelli (1868-1905),
a cura di C. MARCORA. Introduzione di F. FONZI, Roma 1983. [15]M.
PETROCCHI, Storia della spiritualità
italiana, III, Il Settecento, l’Ottocento, il Novecento, Roma 1979,
pp. 114-115. [16]G.
B. Scalabrini, Lettere Pastorali, 1878,
p. 62; [17]ivi,
07.02.1879 p. 72; [18]ivi,
02.02.1881 p.131; [19]ivi,
02.02.1881 p.135; [20]ivi,
19.03.1881 p. 143; [21]ivi,
02.02.1882 pp.151-159; [22]ivi,
17.01.1883 p. 175; [23]ivi,
09.02.1886 p. 242; [24]ivi,
09.02.1886 p. 245; [25]ivi,
01.02.1887 p. 248; [26]ivi,
25.01.1888 p. 260; [27]ivi,
15.02.1892 p. 301; [28]ivi,
15.02.1892 p. 304; [29]ivi,
18.01.1893 p. 319; [30]ivi,
16.10.1896 p. 360; [31]ivi,
29.01.1902 p. 394; [32]
lettera collettiva redatta da Scalabrini 25.01.1898, p. 435. |
|
|