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50. Unione colla Chiesa, obbedienza ai legittimi Pastori, Lettera Pastorale di Monsignor Vescovo di Piacenza per la Santa Quaresima dell’anno 1896, 8.2.1896, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, pp. 48.
L'unione con la chiesa è un tema scontato per Scalabrini, amareggiato dallo scisma con cui da un anno Paolo Miraglia, un sacerdote extradiocesano, sta lacerando il tessuto ecclesiale piacentino. Della chiesa il Vescovo ha già trattato in due Pastorali, rispettivamente nel 1877 per dare fiducia ai fedeli turbati per le aggressioni feroci messe in atto dall'anticlericalismo, e nel 1888 per sottolineare la necessità che i laici cooperino con il clero nella evangelizzazione della società. Nella nuova Lettera pone in primo piano l'unità gerarchica. Il triplice potere (dottrinale, sacramentale e legislativo) conferito da Cristo a Pietro è passato ai vescovi uniti e subordinati al papa. Dal parroco, attraverso il vescovo, si sale al pontefice con una specie di catena che dà vita a un corpo compatto di cui il Signore è il capo. In questo senso la chiesa è l'estensione morale dell'incarnazione di Cristo nel corso dei secoli; è quindi oggetto di fede e di amore come il figlio di Dio. Come Gesù che è uomo e Dio, la chiesa comprende una parte visibile (o corpo) strutturata nell'associazione dei membri, il culto, il governo, e una parte invisibile (o anima) che unisce i battezzati a Cristo con la grazia operando lo scambio dei meriti nella comunione dei santi. Scalabrini precisa che l'organizzazione gerarchica della comunità ecclesiale comporta una distinzione di uffici e una subordinazione di ruoli; i sacerdoti appartengono alla chiesa che insegna; sono l'anello di congiunzione tra Dio e l'uomo; ma rientrano pure nella sfera della chiesa "insegnata" perché non possono svolgere il ministero spirituale se non sono autorizzati dall'ordinario diocesano. L'unione intima del vescovo con il papa, vicario di Gesù, consente di affermare che nel vescovo Cristo vive quasi come in un sacramento animato. E' una verità ignorata da Paolo Miraglia. Questi, disobbedendo al vescovo, si dimostra un falso profeta; lo si può riconoscere dai frutti, come il settimanale "Gerolamo Savonarola" che Scalabrini ha condannato fino dal primo numero nel luglio 1895 e dalla cui lettura diffida i fedeli. Questo discorso sulla chiesa può sembrare una involuzione se confrontato con altri sull'apostolato dei laici visto in un ruolo quasi sacerdotale; in realtà è la puntualizzazione dell'aspetto gerarchico della chiesa in un momento in cui viene contestato da un sacerdote scismatico che, come osserva nella conclusione il Vescovo, lacerando l’unità ecclesiale, disonora anche la città e la diocesi.
Due città, quanto l'uman genere antiche, si trovano di fronte su
questa terra: la città di Dio e la città degli uomini, la Chiesa e il mondo.
La Chiesa è la società dei buoni, e il mondo, nel senso che il Vangelo dà a
questa parola, è l'insieme dei cattivi. La Chiesa è la società dei buoni,
ma non tutti quelli che appartengono alla Chiesa son buoni. Il Vangelo la
rassomiglia ad un campo, dove insieme col buon frumento cresce la zizzania; ad
una gran rete che raccoglie un’infinità di pesci d'ogni qualità, altri da
mettere in serbo, altri da gettare via; ad un'accolta di vergini alcune delle
quali sono savie e alcune stolte. In altri termini vi sono nella Chiesa buoni
e cattivi cristiani. Gli uni che fanno onore al battesimo e uniti a Gesù
Cristo per la carità vivono della sua fede, imitano i suoi esempi seguono le
sue massime praticano la sua dottrina. Gli altri che dal Battesimo in fuori e
dalla fede, se pure non l'hanno perduta non conservano più nulla di ciò che
forma il cristiano e son tutti del mondo Questi sono nella Chiesa come la
zizzania nel campo, i pesci scadenti nella rete, come le vergini stolte della
parabola. L'indole poi diversa degli uni e degli altri produce necessariamente
la lotta, e la Chiesa, nuova Rebecca che portava in seno due popoli sente le
sue viscere lacerate dai figli che non hanno con lei veruna rassomiglianza.
Questa, fratelli e figli carissimi, è la sorgente di tutte le calamità,
di tutte le lotte che furono e che saranno nella Chiesa di Dio. E' sempre la
lotta dell'errore colla verità del vizio colla virtù, del male col bene. Da
una parte la Chiesa, dall'altra il mondo.
Ognuno di noi entra necessariamente in questo o in quello dei due
campi. La neutralità è impossibile la scelta è inevitabile.
Non è dubbio che voi volete appartenere alla Chiesa; ma chi vuole
appartenervi con sincero affetto e come conviene a salute, deve tenersi con
lei in intima unione, deve vivere sottomesso, deve obbedire a' suoi Pastori
legittimi.
Questo dovere preme oggi più che mai ogni schietto credente; preme voi
in modo particolare fratelli e figli carissimi.
Nell'annunziarvi pertanto il digiuno quaresimale, reso così mite anche
in quest'anno dall'Indulto che vengo a comunicarvi, mi sono determinato di
parlarvi appunto dell'Unione colla
Chiesa e dell'obbedienza ai legittimi Pastori.
Voglia Dio benedire queste parole dettate dall'amore della verità e
vostro.
Per bene intendere, fratelli e figli miei, il dovere che tutti abbiamo
di stare uniti e sottomessi alla Chiesa cattolica, giova ricordare per poco di
questa Chiesa l'origine, il fine, l'ordinamento.
Gesù Cristo, Dio e Uomo insieme, è Colui che l'ha fondata. Gli è
questo un articolo di fede non solo ma un fatto, e un fatto ineluttabile che
abbraccia e riempie diciannove secoli di storia, si manifesta luminoso nel
vasto campo dello scibile e signoreggia quello altresì delle arti, dei riti,
delle costumanze dei popoli. Anzi non vi ha per avventura in tutta la storia
un altro fatto che sia attestato con maggior sicurezza poichè di nessun altro
fallo abbiamo come di questo i testimoni di veduta perennemente vivi e
parlanti.
Il fine precipuo per cui Gesù Cristo fondava questa Chiesa nessuno lo
ignora, è la salvezza di tutti gli uomini mercè la pratica della Religione
da Lui insegnata.[1]
La fondava perciò a modo di società,
come indica lo stesso suo nome, ordinata e composta con interno ed esterno
organismo, perfetto in ogni sua parte,[2]
non circoscritta da limite alcuno nelle sue espansioni.[3]
La fondava visibile, per modo che in Lei potessero e dovessero appuntarsi gli
sguardi di tutti i popoli dell'universo, assomigliandola ad una città, posta
sulla vetta di eccelsa montagna.[4]
La fondava duratura fino alla consumazione de' secoli,[5]
vale a dire fino a che esisteranno uomini sulla terra, fino a che l'umanità
compiuto il suo pellegrinaggio, si raccoglierà glorificata in grembo a Dio.
Ora la prima ed essenziale condizione di una vera e perfetta società,
qual’è o dilettissimi? E per fermo l'unità senza della quale non può
esservi ordine, nè potrebbe società alcune sussistere, nè conseguire in
alcun modo il proprio fine. Per questo ad ogni pagina del Vangelo il Redentore
divino si piace di adombrarla la sua Chiesa sotto le immagini di una famiglia,
di un esercito, [6]
di un regno,[7]
di un edifizio, [8]
di un ovile,[9]
di una nave.[10]
Per questo essa viene da S. Paolo assomigliata ad un corpo vivente il quale
non può essere che uno.[11]
Ancora, se in ogni società bene ordinata ha da essere un principio di
autorità supremo, centrale, dirigente, come non dovrà ciò verificarsi nella
Chiesa, società tra le perfette perfettissima? Ed è per questo che fra tutti
gli Apostoli Gesù Cristo elesse Pietro,[12]
e a lui soltanto conferì il potere di pascere e pecore ed agnelli, [13]
cioè popoli e pastori. A lui solamente affidò le chiavi del regno de' cieli;
[14]
e lui proclamò pietra fondamentale dell’edifizio,[15]
confermatore dei fratelli, [16]
Pastore sovrano di tutto l'ovile.[17]
Non basta. A lui aggiunse come fratelli altri pastori cioè gli
Apostoli,[18]
e questi pur investì della sua autorità. Diede loro l'autorità dottrinale,
ossia d'insegnamento, erigendoli a maestri:[19]
«Predicate il Vangelo ad ogni creatura,[20] Ammaestrate tutte le genti.»[21]
Diede loro l'autorità sacramentale, ossia di ministero, con quelle parole: «Battezzate nel nome del Padre, e del Figliuolo e dello Spirito Santo,[22] Questo è il mio Corpo, fate anche voi altrettanto in memoria di me.[23] Riceverete lo Spirito Santo; saranno rimessi i peccati a coloro ai
quali voi li avrete rimessi, ed a cui li riterrete saranno ritenuti».[24]
Diede loro l'autorità legislativa, ossia di governo,
dicendo: « Come il Padre ha mandato me,
così io mando voi, [25] Insegnate a tutti l'esatta osservanza di tutte le cose che vi ho
affidato,[26] -- Tutto quello che voi avrete legato sopra la terra sarà legato anche
in Cielo, e sarà sciolto anche in Cielo tutto ciò che voi avrete sciolto
sopra la terra.»[27]
Questa triplice potestà dagli Apostoli passò ai Vescovi che loro
succedono per divina istituzione, nel regime delle singole chiese: «Posuit Episcopos regere Ecclesiam Dei»[28].
Sono essi Pastori al Successore di Pietro, al Pontefice Sommo congiunti e
subordinati, come gli astri minori dipendono dal maggior pianeta, e non per
tanto, veri Pastori, ciascuno regge a proprio nome la sua chiesa particolare,
e tutti insieme aiutano lui nel regime della Chiesa universale.
E' così che per le cose dell’anima i fedeli si uniscono al loro
parroco, i parrochi al loro Vescovo, i Vescovi al Papa. Così sorge o
dilettissimi, una catena che, partendo dal Papa, arriva ordinatamente e
gerarchicamente sino all'ultimo dei fedeli. Così di tutti i credenti formasi
una sola immensa famiglia, un sol corpo compatto e riunito, organato
stupendamente per mutui nessi e gradi di gerarchia, della quale è Capo
invisibile lo stesso divino Autore Gesù Cristo.[29]
E da Gesù Cristo appunto, come dal capo nelle membra del corpo umano,
deriva nella persona morale
della Chiesa la forza, la bellezza, il movimento, la vita; vita di grazia
sulla terra, vita di gloria nel Cielo: «Crescamus
in illo per omnia, qui est Caput, Cristus.»[30]
Cotalchè ben fu detto, non essere la Chiesa altro che la estensione morale
della Incarnazione lungo il corso dei secoli. E siccome in Cristo la umanità
e la divinità, benchè distinte, sono però intimamente unite e inseparabili,
così la Chiesa, che lo rappresenta, ne continua l'opera, ne produce gli
stessi effetti sovrumani, è ad un tempo divina ed umana. Più chiaramente: la
Chiesa, che riguardata nel suo fine è una società spirituale, diretta alla
santificazione e salute eterna delle anime, ha però eziando una parte
materiale visibile ed esterna, principalmente in ragione dei membri che la
compongono, gli uomini cioè, i quali non sono puri spiriti, ma esseri
composti d'anima e di corpo. E come la riparatrice missione dell'Uomo-Dio,
sebbene intesa al riscatto e alla salute delle anime fu sotto le forme
corporee e sensibili della incarnazione, predicazione, passione, morte,
risurrezione, così a forme materiali e sensibili Ei volle legare gli atti
della sua Religione, e gli ordinarii mezzi di santificazione; culto,
magistero, Sacramenti. Il perchè in questa religiosa società scorgersi una
parte spirituale, che anima della
Chiesa sì addimanda; ed è quella che vivifica, informa e regge tutte le
mistiche membra, e le mette in comunicazione col suo divin Capo e tra loro, ed opera quel beato commercio di
meriti e di dovizie, che Comunione dei
Santi si appella, e che abbraccia tutti i giusti e amici di Dio, pur
pellegrini nel mondo, ma quelli altresì che, varcata la mortale carriera,
toccarono già la patria, o temporaneamente sono trattenute nel carcere
purgante a finale sconto delle loro colpe. A questo si appartiene tutto che la
Chiesa tiene d'interno e spirituale: la fede, la carità, la speranza, i doni
della grazia i carismi, i frutti del divino Spirito e tutti i celesti tesori
che pei meriti di Cristo Redentore e de’ servi suoi le sono derivati. Forma
poi come il corpo della Chiesa
l'altra parte, che consiste in ciò che essa tiene di visibile ed esterno, sia
nell'associazione dei congregati, sia nel culto e nel ministero
d'insegnamento, sia nel suo esterno ordine e regime. Nel modo poi che queste
due essenziali parti, costituenti la Chiesa sono tra loro inseparabilmente
congiunte, come è l'anima col corpo, così tra membro e membro, tale per la
carità deve regnare un'armonia e reciprocanza di uffici, che renda immagine
dell'unità di che consta il fisico individuo, come appunto la descrive
l'Apostolo dicendo, che «da Cristo
nostro Capo tutto il corpo compaginato e connesso per via di tutte le giunture
di comunicazione in virtù della proporzionata operazione di ciascun membro,
prende l'aumento proprio del corpo mediante la carità.»[31]
Delineatovi così in pochi tratti il divino contegno della Chiesa, io
v'invito, o dilettissimi, a fermare la vostra attenzione sulle importanti
verità che ne scaturiscono.
E prima di tutto: se la Chiesa è quaggiù la incarnazione permanente
del Figliuolo di Dio, se Cristo e la Chiesa sono perciò inseparabili, voi
dovete inferirne che, come non vi ha salute senza Cristo,[32]
così non vi ha nè può esservi salute, senza la Chiesa. Quindi poteva ben
dire san Cipriano: «Chi abbandona la
Chiesa di Cristo (ed è un'istessa cosa che abbandonarla quando non si
segua in tutto) non può ai premii di
Cristo aver parte; egli è un estraneo, un profano, un nemico. Chi non ha la
chiesa per madre (cioè chi non l'ama con filiale amore e soggezione) non può avere per padre Iddio[33].»
Unione adunque colla Chiesa, fratelli e figli miei. Ma badate che non
vuol essere un'unione qualunque: imperocchè risulta dal sin qui detto, che
per far parte adeguatamente della Chiesa di Cristo e partecipare come membro
attuoso alla sua vita interiore, non basta la esterna aggregazione, ma si
richiede altresì il possesso della grazia santificante, il corredo delle
precipue virtù che legano l'uomo a Dio, fede, speranza, carità, e
l'esercizio di opere meritorie verso gli altri membri del mistico corpo.
Grande iattura fanno pertanto quei cattolici che, per indegni fatti o
per provocati anatemi, quantunque non rinneghino del tutto la fede, pure
deliberatamente si staccano dalla spirituale comunione della Chiesa, e
addivengono membri morti di questo gran corpo vitale. Essi si alienano da
Cristo e dal santo consorzio de' suoi figli, rinunziando ai benefizi e
conforti che da Lui, come Capo, e dagli altri membri spiritualmente derivano,
fan getto di inestimabili tesori, sottoscrivono avvertitamente la propria
condanna. «Vedete, scrive s. Agostino, nel corpo umano egli può accadere che
un qualche membro, come mano, dito, piede, venga reciso; e l'anima segue essa
allora quel membro troncato? Mai no: mentr'esso era unito al corpo avea vita;
ma così separato, resta cosa morta. Così è pure dell'uomo; mentrechè esso
è unito al corpo mistico di Cristo, egli è vivente della vita stessa di
Cristo, è cristiano, è cattolico; ma tagliato che sia, egli è membro morto,
inerte, e presto fracido, perchè lo spirito non lo segue.»[34]
Volete dunque, figli miei, esser di Cristo e aver parte ai beni di
Cristo? Tenetevi uniti al corpo di Cristo, col tenervi uniti alla Chiesa:
uniti di mente, uniti di cuore; uniti di mente per la fede, uniti di cuore per la carità. Ecco la importante conclusione
dello stesso santo Dottore.[35]
E che altro è questo se non l'insegnamento del divino Maestro? che
altro raccomandò Egli più fervidamente a' suoi discepoli? Ah, quel momento
solenne di sua vita, nel quale Egli, poco prima di morire, levati gli occhi al
cielo orò al padre, mi stà sempre avanti al pensiero, mi rapisce, mi
commuove e consola. «Padre, esclamò Egli, l'ora è venuta: glorifica il tuo
Figliuolo....Non prego pel mondo, ma per coloro che tu mi hai dati, perocchè
son tuoi.... Padre santo, conservali nel tuo nome, affinchè sieno una cosa
sola, come una cosa sola siamo Noi. Santificali nella verità; la tua parola
è verità. Io non prego soltanto per essi (i discepoli), ma anche per tutti
quelli che, mediante la loro parola, crederanno in me. Che siano tutti uno,
come tu, o Padre, sei in me e io sono in te.... Che sieno tutti consumati,
perfetti nell'unità, affinchè creda, conosca il mondo che tu mi hai mandato.
»[36]
Adunque, fratelli e figli miei, «datevi
ogni studio, vi dirò coll'Apostolo, di conservare l'unità dello spirito in
colleganza di pace, con ogni umiltà e mansuetudine (poichè la superbia,
non conoscendo soggezione, è contesa e disordine), con
pazienza, comportandovi gli uni gli altri in carità, imperocchè voi siete un sol corpo, una mente sola, come ancora siete chiamati ad una
sola speranza. Non vi ha che un solo Signore, una sola fede, un solo
battesimo, un Dio unico padre di tutti, che sta sopra tutti.»[37]
Un altra verità importantissima scaturisce dalle cose già dette, o
miei cari. Se per divina ordinazione avvi un'autorità unitiva e dirigente, e
questa come abbiam visto, risiede nell'ordine sacerdotale, dovete dunque
riconoscere, che nella Chiesa avvi distinzione di classi, di uffici e di
poteri; vi è superiore e suddito, vi è pastore e gregge: vi è chi ammaestra
e chi è ammaestrato, chi pasce e chi è pasciuto.[38]
Vi è, in altri termini, la Chiesa insegnante
e la Chiesa insegnata, le quali,
sebbene distinte fra loro, non formano che una sola e medesima Chiesa.
Appartengono alla prima i successore degli Apostoli, i Vescovi e specialmente
il successori del Principe degli Apostoli, il Papa. Appartengono alla seconda
i fedeli tutti. Quanto ai semplici Sacerdoti, se da un lato paiono appartenere
alla Chiesa insegnante, in quanto
amministrano i Sacramenti ed ammaestrano i fedeli, in realtà appartengono
alla Chiesa insegnata, perchè non
posseggono la pienezza del Sacerdozio, perchè non hanno giurisdizione alcuna,
perchè non amministrano
Sacramenti, nè ammaestrano i fedeli, se non in quanto sono a ciò autorizzati
dal Vescovo.
Dovete inoltre per conseguenza riconoscere, o miei cari, che alla
Chiesa compete il potere di far leggi consentanee al proprio fine e al comun
bene della religiosa società e de' suoi membri, e il potere di esigerne la
osservanza con opportune sanzioni.[39]
Dovete riconoscere infine che l'esercizio di questo potere legislativo
spetta al ceto gerarchico, cui Cristo, nella persona di Pietro e degli
Apostoli, commise l'autorità di comandare; come allo stesso ceto, e non agli
altri membri, nè all'intera comunanza, Ei confidò l'autorità dì governare,
di ammaestrare la sua Chiesa e di trasmettere pel sacro Ordine la sacerdotale
dignità da uno in altro con perpetua successione.[40]
Sì, è a questa che fu da Cristo legata, o dilettissimi, l'unità di
fede, di comunione, di regime, il magistero della dottrina e della parola, la
sua diffusione in tutti i luoghi, fra tutte le genti. Dove adunque è Pietro,
dove sono gli Apostoli, dove sono i Vescovi, loro legittimi eredi e
successori, ivi è la Chiesa: Ubi Petrus,
ibi Ecclesia.[41] -- La Chiesa, scrive S. Cipriano, altro non è
che il popolo unito al Sacerdote e il gregge congiunto al proprio Pastore;
ond'è a sapersi, che il Vescovo è nella Chiesa e la Chiesa è nel Vescovo, e se taluno non è col Vescovo, egli non è nella Chiesa.»[42]
E' dunque strettissimo dovere d'ogni schietto credente il vivere in
unione col Sacerdozio, coi Pastori della Chiesa, col proprio Pastore: «Tutti
quelli che appartengono a Dio e a Gesù Cristo, stanno tutti col Vescovo»[43]
, scrive il grande Vescovo e Martire Antiocheno, il gran Dottore dell'unità,
il discepolo immediato degli Apostoli, Sant’ignazio.
Chi si attiene, fratelli e figli miei, a questa regola, non può
sbagliare. Quale consolazione a questo riflesso non dovete provare voi,
sapendo di far parte così della famiglia di Dio, di essere così nella vera
arca di salute!
E chi sono coloro che a questa eletta famiglia non appartengono? Potete
argomentarlo da quanto si è detto. Non vi appartengono i gentili, i
maomettani gli apostati e gli eretici, perchè al tutto mancanti o del lume
della fede o della unità di professione. Non partecipano ai beni e vantaggi
della sua sociale unione gli scomunicati e gli espulsi dal suo consorzio,
perchè, quantunque fregiate del carattere battesimale, e per avventura non
ancora disertori della fede, a causa però dei loro demeriti, furono rimossi
dalla comunione dei Sacramenti. Non vi partecipano del pari gli scismatici,
ancorchè non dichiaramente apostati o infedeli, poichè, alzando essi la bandiera
di ribellione, scindono l'inconsutile veste del Nazareno e rinunziano alla
unità religiosa. I viziosi cattolici poi, che senza rinnegare apertamente
questa unità, disonorano però con vita degenere la loro professione,
continuano, è vero, ad appartenere materialmente al corpo della Chiesa, ma
non partecipano, giova ripeterlo, alla vita interiore di lei, e quai tralci
ignobili ed ammorbati si privano dei vitali influssi di questa benedetta
pianta, ed avvizziscono.
Vedete dunque, fratelli e figli carissimi, quanto dovete tenervi cara e
riguardata non pure la prerogativa e il nome di figli della Chiesa cattolica,
ma quel che più monta, la congiunzione feconda e perfetta con essolei, nella
triplice unità di fede, di comunione, di obbedienza. Così è; fa d'uopo
rispettare l'ordine che Dio ha stabilito, e l'ordine stabilito da Dio gli è
questo: che alle creature superiori sottostiano le inferiori, e le une dalle
altre dipendano. Quindi il Principe degli Apostoli intimava ai primi fedeli:
«Siate soggetti ad ogni creatura»[44]
a tutti quelli, vale a dire, i quali per condizione, per ufficio o per altra
legittima cagione soprastanno. Quindi soggiunse l'Apostolo: «Ognuno alle
superiori potestà si sottometta» e perchè? perchè «non havvi potestà se
non da Dio, e le cose che sono, sono da Dio ordinate. Laonde che resiste alla
potestà, resiste all'ordinamento di Dio, e quei che resistono ne porteranno
condanna.....Siate sottomessi, non solo per timore, ma per coscienza.»[45]
Ora, o dilettissimi, se per siffatta legge il figlio è tenuto ad
obbedire al padre, il discepolo al maestro, il servo al padrone, il soldato al
generale, il suddito al sovrano, non dovrà il cattolico, a più forte
ragione, obbedire alla Chiesa, nella persona del Papa, del Vescovo, del
parroco? Sì, senza dubbio, come è facile dedurre dai posti principii. Egli
deve obbedire, poichè nel Papa, nel Vescovo unito al Papa, nel parroco unito
al Vescovo e al Papa, risiede un'autorità a tutte le altre di gran lunga
superiore, un'autorità divina, ed eglino dovranno rendere conto a Dio delle
anime vostre.
Richiamate qui, o dilettissimi, la definizione dogmatica della Chiesa,
riguardata nel suo stato di militante. Che cosa è dessa? -- E' come sapete,
una società d'uomini viatori, adunati nella professione d'una sola e medesima
fede cristiana e nella comunione degli stessi Sacramenti, sotto
il governo dei legittimi Pastori, e principalmente del Pontefice Romano.
-- Adunque, per essere cristiano e salvarsi, non basta esser battezzato, non
basta professare la fede di Gesù Cristo, non basta neanche partecipare agli
stessi Sacramenti, ma è necessario altresì obbedire ai Pastori legittimi;
obbedire, cioè, al Papa, obbedire al Vescovo, obbedire a quelli che, dal Papa
o dal Vescovo sono preposti al governo delle anime nostre. Chiunque pertanto
al Papa, al Vescovo, al Sacerdote cattolico non obbedisce, potrà essere
qualunque altra cosa si vogli, ma non cristiano, non cattolico sicuramente.
Egli è un superbo, un ipocrita e niente più; egli è fuori della Chiesa: « Si quis non
est cum Episcopo, in Eccliesia non est;[46]»
Così il più volte citato S. Cipriano. Il quale inoltre scrive: «Chi
sei tu che vuoi far da Vescovo al Vescovo, e giudicare il Giudice che Dio ti
ha dato nel tempo? Ricordati ciò che Dio stesso dice nel Deuteronomio (XVII,
12): Qualunque uomo che si leverà in
superbia e non vorrà obbedire al Sacerdote, che è il Ministro del Signore, nè
al decreto del Giudice, quell'uomo perirà... e si torrà il male da Israele.[47]
»
So bene il fango, onde si tenta oggi di ricoprire il Sacerdozio di
Cristo; so la congiura di metterlo in mala voce fra il popolo con ogni arte di
calunnia, con accorti scherni; ma so anche, e lo sappia chi se ne mostra
ignorante, che altresì ha detto il Signore: «Chi
disprezza voi, disprezza me, e chi me disprezza, disprezza Iddio che mi ha
mandato.[48]»
Intendete bene, figliuoli miei, questo punto capitale, nè vi esca mai
della mente. Voi, disobbedendo ai vostri legittimi Pastori, disobbedendo al
Parroco, disobbedendo al Vescovo, non disobbedite a uomini, ma disobbedite a
Dio, disobbedite a Gesù Cristo, vivente in essi.
Benchè immeritevole, io son vostro Vescovo. Chi mi ha dato l'autorità
sopra di voi, se non appunto Gesù Cristo, per mezzo di Colui che ne fa qui in
terra le veci? Cristo Gesù vive nel Vescovo, come, direi quasi, in un
sacramento animato, e la vita del Vescovo trae
tutto il suo vigore, da questa unione intima con Lui, Principe dei Pastori, e
col suo visibile Rappresentante, il Papa. E' solo per questa unione, che egli,
il Vescovo, possiede, nei confini della sua Diocesi, autorità di magistero,
di comando, di perdono, di punizione, ch'egli è predicatore del Vangelo,
ministro di tutti i Sacramenti, consacratore degli stessi ministri di Dio,
Giudice, Maestro, Pontefice, Legislatore. Quindi se l'autorità della Chiesa
è umana negli organi per cui si esercita, essa ha nulla di umano nella
sorgente da cui discende. Uomini sono che vi dicono quello che dovete credere,
ma essi non insegnano la loro dottrina. Eglino altro non sono che l'eco
dell'insegnamento del Verbo di Dio. Ciò che propongono alla vostra credenza
è quel medesimo che son tenuti essi stessi a credere come voi. Comandando,
obbediscono; non esercitan, no, un dominio, ma vi fanno partecipi delle gioie
della loro certezza.
Nè vale il dire, come faranno taluni, per un pretesto alla loro
freddezza e incuranza verso le cose della Chiesa: -- Io non ascolto i preti,
poichè operano indegnamente. -- Non vale, ripeto, perchè, lasciamo stare,
scrive un dotto autore, che quasi sempre questa rinfacciata indegnità di
operare dipende da una misura falsa e ingiustissima, tutta fabbricata delle
storture del secolo, la massima è contraria al Vangelo.
Sì, sia pur vero per alcuni infelici quello che voi dite; anzi,
diciamo schietto, avessero i preti due volte tanti più peccati che loro non
si appongono; e che perciò? Dio li giudicherà, e più severamente di quello
che non giudicherà voi; ma
quali che essi siano, fossero anche scribi e farisei, per ora vuole che dai
fedeli si presti loro, nelle cose di Religione, obbedienza: «Super
cathedram Moysi sederunt scribe et pharisei; omnia ergo quaecumquae dixerint
vobis servate et facite; secundum autem opera eorum nolite facere;[49]»
e vuol dire: Sono essi legittimamente mandati? fate come insegnano, non
guardate come operano; poichè l'opera è dell'uomo, ma la parola è di Dio.
Vedete, figli miei, come Dio vi abbia posti in sicuro! E vedete altresì
mirabile economia della sua Provvidenza! Egli ha scelto i suoi Sacerdoti tra
gli uomini,[50]
cioè tra creature piene d'infermità e d'imperfezione, per mostrare che la
sua Chiesa non si regge per umana virtù. «Che cos'è, domanda s. Agostino,
chiunque è proposto alla spirituale vostra cura, se non quel medesimo che
siete voi? Tuttavia, se gettate un velo sulla umana fralezza, voi lo onorate
come angiolo;[51]»
cioè, se voi considerate la grazia e la potestà che Gesù Cristo ha
collocato su questo, povero al pari d'ogni altro, figlio di Adamo, siete
tenuti a venerarlo. Del resto, se avvenga che alcuno insegni male, facile è
vedere, per quella luce che Dio concede a ogni uomo che viene a questo mondo,
che quella non è parola di Dio, e però non deve ascoltarsi. Ma il fatto è,
che non ai Sacerdoti, dimentichi di sè stessi, che parlano il linguaggio
delle umane passioni, nega
le sue orecchie il mondo fatuo e libertino, ma sì le lega a chi degnamente
parla il Vangelo, a chi annunzia liberamente le verità eterne, e questi
sprezza e vitupera, perchè non sono de' suoi, nè trattano le cose sue.
Altri s'incontrano che, a scusare la loro disobbedienza alle leggi
della Chiesa vanno dicendo: -- Le son cose dei preti. -- Ma chi non vede come
sotto questa formola essi vengono ad impugnare direttamente l'autorità della
Chiesa medesima? La Chiesa che governa non è un'astrazione della mente, ma è
proprio la società visibile composta del Romano Pontefice, dei Vescovi, dei
Parrochi, dei Sacerdoti minori, dei preti insomma che s'incontrano a vivere
con noi, e a questi, proprio a questi, vogliasi o no, bisogna obbedire in ciò
che riguarda il nostro ultimo fine. -- Le son cose dei preti! -- Sicuro! e non
è forse ad essi che Gesù Cristo ha comandato di guidarci nella via
dell'eterna salute?
Certamente Gesù Cristo avrebbe potuto, per la sua virtù divina,
salvare gli uomini senza servirsi dell'opera d'altri uomini, ma nella sua
infinita sapienza nol volle; e creava così, anche nell'ordine della grazia,
come aveva fatto nell'ordine della natura, le cause intermedie e seconde. Tra
sè e gli uomini egli mise i suoi Sacerdoti! ne' quali ha degnato continuarsi,
e nella sua preghiera al Padre egli non riconosce altri discepoli da quelli in
fuori che avrebbero creduto per mezzo di loro.[52]
Il {23} Vangelo infatti parla sempre di tre: Dio, il
Sacerdote e l'uomo. Chi esclude il Sacerdote, toglie l'anello di congiunzione
e rompe la catena, abbatte i ponte di passaggio e scava un abisso. E' duro
questo linguaggio all'umano orgoglio, lo so; ma la Chiesa, o miei cari, è
quale Gesù Cristo, Sapienza eterna, l'ha costituita, nè può mutarsi o modifìcarsi,
qualunque moda corra pei tempi, qualunque capriccio seguano le moltitudini.
Egli ha voluto darle, a propria immagine, un ornamento divino-umano, ha voluto
fondarla su Pietro e sugli Apostoli,[53]
e questi, nella persona dei legittimi Pastori, questi ripeto, e no altri,
bisogna assolutamente ascoltare, voglia il mondo o non voglia. Ascoltarli
quando predicano e ascoltarli quando insegnano,[54]
perchè chi non avrà creduto alla loro parola sarà condannato[55];
ascoltarli quando comandano,[56]
perchè chi non obbedisce ai loro comandi deve esser tenuto come etnico e
pubblicano,[57]
ossia come ripudiato e diviso dalla società dei fedeli; ascoltarli quando
provvedono al buon governo dei fedeli, poichè è lo Spirito Santo che li pose
a reggere la Chiesa;[58]
ascoltarli, come si ascolterebbe Gesù;[59]
ascoltarli con tanta fermezza, da dire anatema arche a un angelo, se venisse a
predicare altrimenti: «Sunt qui vos con
turbant et volunt convertere Evangelium Christi. Sed licet nos, aut Angelus de
coelo, evangelizet vobis praeter
quod evangelizavimus vobis, anathema sit.»[60]
Ma dirà taluno, si dovrà ascoltarla la Chiesa, anche quando si tratta
di cose che non riguardano la fede? -- Si, senza dubbio, per chi voglia essere
veramente e sinceramente cattolico. Quando il divin Redentore ci obbligò a
dipendere dalla Chiesa, non disse che da lei si dipendesse in generale solo
nella credenza del simbolo, ma che si stasse in generale ai cenni di lei.
L'obbedienza è il primo obbligo che contragga l'uomo venendo la mondo, e si
ha da obbedire, com'è evidente, ancorchè non si tratti di cose di fede. I
genitori comandano sempre cose di fede a' loro figliuoli? Eppure chi vorrà
dire che questi non sieno tenuti ad obbedire? Togliete l'obbedienza nei
rapporti tra figli e genitori, tra servi e padroni, tra sovrani e sudditi, e
voi avrete nella società l'anarchia, nelle famiglie il disordine. Che se
l'obbedienza è doverosa verso ogni legittima Autorità, quanto più nol sarà
verso l'Autorità prima e più augusta che esista sulla terra, qual’è
appunto la Chiesa cattolica? La Chiesa, fu detto benissimo, è un'armata
invincibile, ove la disciplina è cosa sacra. Guai a chi osa turbarla!
Sieno dunque le sue leggi ordinate alla tutela della sua indipendenza o
riguardino l'adempimento de' suoi molteplici uffici, rampollino immediatamente
da altri precetti di diritto divino o appartengano esclusivamente al giure ecclesiastico, emanino dal Vescovo,
dai Concilii, o dal Papa, minaccino o no le pene canoniche, riferiscansi alla
fede, ai costumi, o solamente alla disciplina, egli è insegnamento cattolico
che esse leggi vincolano la coscienza davanti a Dio. La loro obbligazione potrà
essere, come avviene anche per le leggi naturali e divine, più o meno grave,
e la loro gravità dovrà dessumersi dalla materia intorno alla quale si
aggirano, dalla importanza degli atti che impongono, dal fine cui sono
destinate, e sopratutto, dalla volontà del legislatore, ma obbligano sempre,
perchè il dovere dell'obbedienza nel suddito è sempre in ragione diretta
coll'autorità del comando nel superiore, e l'autorità della Chiesa è
l'autorità stessa di Dio, Oh! non per nulla dice lo Spirito Santo per bocca
di Samuele: «Il non voler obbedire, gli è quasi un peccato di idolatria;»[61]
non per nulla Gesù Cristo ci comanda di tenere per scomunicato chi non
ascolta la Chiesa.[62]
Fra il trasgredirne, specialmente, per abito, le leggi e il negarle l'autorità
di obbligarvi i fedeli, fra l'aperta ribellione e l'eresia non corre che un
passo. La storia è lì a comprovarlo in maniera terribile. Misero chi non
l'intende! più misero chi si trova su questa via![63]
Ma che dire se qualche Superiore ecclesiastico ordinasse cose, le quali
sembrassero a taluno men che conformi a giustizia? Valgano per tutta risposta
le seguenti gravissime parole del regnante Sommo Pontefice: «Finchè
un Vescovo è in comunione colla Sede Apostolica, a niuno è lecito scemargli
rispetto e obbedienza, tra i confini della sua diocesi. Investigarne gli atti
e biasimarli non spetta in alcun modo ai privati, ma a quelli soltanto che ne
hanno l'autorità secondo l'ordine gerarchico; spetta principalmente al Sommo
Pontefice, come a Colui al quale Cristo commise la cura delle pecorelle non
solo, ma anche degli agnelli. A lui tutt'al più, in qualche grave
controversia, si potrà deferire intieramente la cosa, ma con cautela e
moderazione, come consiglia l'amore del comun bene, non facendo rumore o
bravando, chè in tal maniera si creerebbero più che altro dissidii ed
offese, o certo si aumenterebbero.»[64]
Sappiate del resto, figli carissimi, che non è lecito mai disobbedire,
per qualsivoglia motivo, se dalla disobbedienza, ne venga scandalo, ai fedeli,
o ne provenga danno alla Chiesa.
Vi sono poi altri che dicono: Io credo la parola rivelata, io rispetto
la Chiesa e il suo magistero, riconosco la sapienza delle sue prescrizione,
m'inchino al Papa, venero il mio Vescovo, mi tengo onorato del nome di
cristiano, mi vanto d'esser cattolico; che cosa si richiede di più?
Si richiede di più che a queste belle parole corrispondano le opere;
poichè non basta, o miei cari, il credere, ma bisogna praticare ciò che si
crede. Dio vuole che crediamo in lui;
non già solamente che crediamo lui o
a lui. Come il germe resta inutili,
se improduttivo, così resta inutile la fede se non opera. Quindi l'Apostolo
s. Giacomo: «Che pro, fratelli miei (diceva) se alcuno, mentre afferma di
aver la fede, cioè d'esser cristiano
cattolico, non fa poi le opere che
la fede insegna e prescrive? Con una fede cosifatta, cioè del tutto speculativa, potrà egli salvarsi? Mai no, Guardate
un cadavere disteso sul feretro: pallida è la fronte, svanito è il vermiglio
sulle guance, come di vetro gli occhi, mite le labbra, tutta la persona
immobile, fredda qual marmo; è putredine, è fango: ecco la viva immagine
della fede senza le opere, esclama lo stesso Apostolo; essa è morta;[65]
è un'ipocrisia, una menzogna; è l'ateismo di coloro, i quali confessano di
conoscer Dio, ma coi fatti lo negano, direbbe S. Paolo.[66]
«Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno de' cieli,
sentenzia Gesù Cristo, ma chi fa la
volontà del Padre mio che è nei cieli, ossia che osserva i miei
comandamenti, quegli entrerà nel regno
de' cieli.»[67]
Dunque se si crede in Dio, bisogna onorarlo; se si crede in Gesù
Cristo bisogna seguirlo; se si crede nella Chiesa bisogna obbedirla; se si
crede ai Sacramenti bisogna riceverli, altrimenti la nostra condanna è già
pronunziata: «Ogni albero che non fa
buon frutto è tagliato e gittato nel fuoco.»[68]
E badate bene, o miei cari, che la legge di Dio vuol esser osservata
tutta intiera, senza restrizioni, senza eccezioni, senza omissioni di sorta.
La divina autorità si disprezza anche colla violazione di un solo de' suoi
precetti. Lo dice lo Spirito Santo per bocca dell'Apostolo S. Giacomo:
Chi manchi in uno, egli è reo di tutti;[69]
e la ragione? perchè tutti hanno il medesimo fondamento, che è la veracità
di Dio.
Misero, ripeto, chi alla Chiesa rifiuta la dovuta obbedienza! Imperocchè
di chi finalmente viene ad essere tutto il danno? non forse di costui? Egli,
così un insigne apologista, è per una parte eguale ai protestanti, è per
l'altra in peggior condizione. Che cosa è che distingue essenzialmente il
cattolico dal protestante? Questi non ha fede, perchè non crede all'autorità
della vera Chiesa; ma a questa autorità non crede punto meglio chi per
principio la disobbedisce. Il protestante non ha intero il culto di Cristo,
perchè dalla Chiesa non lo riceve, ma neppure il disobbediente contumace ha
intero questo culto, perchè accetta della Chiesa solo quel tanto che gli
accomoda. Il protestante non ha l'uso della Penitenza e della Eucarestia, che
solo si trova nella vera Chiesa; ma chi disobbedisce alla Chiesa, non si
confessa, nè si comunica, o si comunica sacrilegamente. Il protestante ha in
dispregio le astinenze e i digiuni; il disobbediente alla Chiesa fa il
medesimo. Il protestante accetta della fede cristiana quei soli articoli
ch'egli crede trovar nella Bibbia, interpretata secondo il privato suo
giudizio, quindi tante sette nel protestantesimo, quante sono le maniere di
pensare. Ebbene, osservate quelli che non istanno sottomessi alla Chiesa. Ciò
che credano o discredano precisamente nol sanno. Vivono con sè stessi in perpetua contraddizione. Dei misteri medesimi più
necessarii a salute, o non hanno che una cognizione superficiale, o se ne
formano in mente i più strani concetti. Oso dire che, in qualche senso, il
cattolico ribelle alla Chiesa è in condizione peggiore di quella di un
protestante; imperocchè questi, contraddicendo a' suoi principii, pure
riconosce qualche specie d'autorità, nè suoi ministri laddove quegli
l'autorità, ch'egli stesso riconosce, calpesta, sovverte l'ordine stabilito
da Dio e si allontana da ciò che è vitale nel cristianesimo. Finalmente,
quello che è terribilissimo, il protestante è nato tale, e si trova per sua
grande sventura in quella setta, dove non si è posto da sè; laddove il
cattolico non può ribellarsi alla Chiesa se non per proposito deliberato e
con una malizia al tutto diabolica. Quindi se tra i protestanti vi può
essere, e talora vi è, buona fede, tra i cattolici disobbedienti non vi è, nè
vi può essere che assoluta perfidia. Costoro si recano a ingiuria d'esser
stimati settarii, perchè questo è nome alle sette stesse odioso. Eppure,
senza che essi lo vogliano, senza che forse neppur lo sospettino, subiscono
delle settarie dottrine tutta la perniciosa influenza ed obbediscono a satana,
padre della superbia, come a satana obbedì il primo uomo, violando il comando
di Dio.
Andate adesso a dar loro speranza di eterna salute, se vi è possibile.
Gesù per formarsi la Chiesa, per renderla bella, santa, immacolata ha sparso
tutto il suo Sangue,[70]
e lascierà impunite le lagrime che figli crudeli le spremono dal ciglio? Non
sanno forse costoro che ella è Sposa di Gesù tenerissima, il centro di tutti
i suoi pensieri ed affetti, il termine di tutte le sue opere, la pupilla degli
occhi suoi, il cuore insomma del suo cuore? Non sanno che gli uomini sono ai
suoi occhi, quello che sono verso la sua Chiesa, nè più nè meno? Se dunque
cader non vogliamo, o dilettissimi, nelle mani di uno sposo oltraggiato, non
ci stacchiamo da lei! usiamole i riguardi che egli stesso le usa. L'apostolo
S. Paolo scriveva ai fedeli di Corinto: «Io vi prego, o fratelli, e scongiuro
nel nome del Signor nostro Gesù Cristo, che non vi siano tra voi scissure, ma
che tutti pensiate, sentiate, diciate lo stesso.»[71]
Questa è pure la preghiera che io faccio a voi, miei cari. Ma come sarebbe
possibile questa perfetta uniformità, questa concordia, senza obbedienza alla
Chiesa?
L'obbedienza, e l'obbedienza pronta e cordiale, è dirò con altri, il
miglior sacrificio che si può rendere a Dio, perchè è l'olocausto della
miglior cosa di cui siano possessori, che è la nostra volontà. L'obbedienza
è sicura, perchè si può talvolta errare nel comando, ma chi obbedisce non
sbaglia mai. L'obbedienza è sempre meritoria, chè l'obbediente moltiplica le
vittorie e le palme. L'obbedienza è principio dell'ordine, fonte della
tranquillità e della pace, e ragione della potenza e della bellezza della
Chiesa. Chi obbedisce si cinge di gloria, perchè si fa compagno dei Santi,
compagno della Vergine benedetta, imitatore di Cristo, fattosi
obbediente al Padre, sino alla morte e alla morte di croce. Oh, fratelli e
figli carissimi! se l'obbedire qualche volta vi è grave, gettiamo lo sguardo
su questo esemplare divino. Gran che! il Verbo consustanziale al Padre, Colui
che domina e sostiene l'universo, che passeggia i firmamenti sulle penne dei
Cherubini, che dice alla folgore, va, e la folgore scroscia, guizzando pei
campi dell'aria, questo Dio umanato, passò trent'anni della sua vita nella
sudditanza più umile! L'Evangelo racconta, compendiata in due parole, tutta
la storia della sua infanzia e della sua giovinezza: «Era soggetto a Giuseppe
e a Maria.»[72]
E innanzi a tale esempio, chi dei cristiani oserà scuotere il giogo
dell'obbedienza? chi anzi nol porterà con allegrezza?
Fratelli e figli miei, non mi stancherò di ripeterlo: per quanto vi è
cara la vostra eterna salute, per quanto vi sta a cuore la stessa vostra
temporale felicità, deh, siate alla Chiesa umilmente sottomessi! stringetevi
ai vostri Pastori legittimi tanto più fortemente, quanto più si sforzano
altri di allontanarvene. E qui dite di nuovo S. Cipriano: «Io desidero, miei
dilettissimi, io vi consiglio, io vi esorto, che niuno di voi vada a perire,
ma che la madre Chiesa sia lieta di tener tutti raccolti nel suo grembo come
un sol corpo. Pure, continua il Santo Vescovo, se il sano consiglio non potrà
richiamare a via di salute certi capi
di scisma e autori d'eresia, perfidiati nella loro cieca demenza, voialtri
almeno che foste, o colti per semplicità di mente, o sopraffatti per sofismi,
o gabbati per qualche scaltrita frode, voi discioglietevi dai lacci di questa
fallacia, levatevi dalle tortuose vie dell'errore, e riconoscete la via dritta
che mena al Cielo. Voi avete il testimonio dell'Apostolo: Vi comandiamo, egli dice, nel
nome del Signore nostro Gesù Cristo, che vi ritiriate da tutti quei fratelli
che camminano disordinatamente e non secondo la dottrina da noi ricevuta.
E ancora: Badate che niuno v'inganni con
fallaci discorsi, pei quali scende l'ira di Dio ne' suoi figliuoli arroganti.
Non fate parte con loro. Bisogna pertanto separarsi dai peccatori, anzi
fuggir da essi, acciocchè accompagnandosi con chi male cammina, e va per vie
di errore e di peccato, non sia anch'egli compreso in un’istessa colpa.[73]»
Ricordatevi pur sempre, figliuoli miei, che nel mondo ci vivono molti
falsi maestri che, gonfi di sè stessi, solleticano le orecchie e si dan
l'aria di sapienti; ma non sono essi i vostri Pastori, e non possono, senza
mentire parlarvi in nome di Dio. Guardatevi pertanto da loro come il gregge si
guarda dai lupi. E lupi sono eglino veramente in sembianza di agnelli; lo ha
detto Gesù Cristo «Attendite a falsis
prophetis qui veniunt ad vos in vestiment ovium, intrinsecus autem sunt lupi
rapaces.»[74]
Se non badate che alle esteriori apparenze vi sembrerà che null'altra
passione li muova, fuorchè l'amore della verità; null'altro essi cerchino,
fuorchè il trionfo della giustizia, di null'altro si struggano che di
togliere, come essi dicono, gli abusi, di riformare i costumi, di tutelare i
vostri interessi, l'onor del paese, e via discorrendo. Ma osservate ben
addentro, e vedrete che, sotto il manto della più raffinata ipocrisia,
nascondono una superbia ancor più raffinata. Non la gloria di Dio essi
cercano, ma la propria gloria. Tutto il loro studio consiste, si può dire,
nel mendicare le lodi, gli applausi del mondo, di cui perciò seguono le
massime e i costumi e di cui ottengono facilmente il favore.
Di ciò potrete voi stessi convincervi, osservando qual gente li
circondi più dappresso. Sono forse i più umili, i più morigerati, i più
rispettosi, i più pii? Contraddicendo, questi falsi maestri, ai facili
encomii che hanno sul labbro per la Religione e per la Chiesa, ne rispettano
l'autorità, ne usurpano gli uffici, ne travisano gl'insegnamenti, ne
sovvertono la disciplina, arrivano persino (chi il crederebbe?) a profanarne i
riti sacrosanti, e, seminando a piene mani lo scandalo e lo scisma, spremono
dal ciglio di tutti i buoni lagrime di dolore ineffabili. Di questi lupi in
veste di agnelli ne abbiamo, pur troppo, anche in mezzo a noi, e sono i più
pericolosi.
Gesù Cristo però ci ha lasciato nel Vangelo il criterio sicuro,
infallibili per discernerli, per distinguere quali veramente sieno i veri e
quali i falsi maestri. «Li riconoscerete, Egli dice, dai
loro frutti,[75]
cioè dalle opere loro. Le opere sono buone? buoni sono i maestri. Sono invece
cattive? cattivi sono i maestri, e non dovete ascoltarli: Attendite.
Ascoltiamoli, ne avrebbe danno l'anima vostra.
Osservate infatti quelli che incautamente si sono con loro
addomesticati. Vedrete in essi, generalmente grande indebolimento nella fede e
nello spirito cristiano, li vedrete più o meno alieni dalle pratiche di
religione, li vedrete lontani dai Sacramenti e dalla parola di Dio, li vedrete
caparbi, insolenti, senza rispetto nel tempio santo, li vedrete pieni di
livore contro i sacri ministri, li udirete non di rado scagliar contro i
medesimi parole di scherno e villane ingiurie. Sono frutti dell'esempio di
certi falsi maestri; frutti esiziali, che debbono essere più che sufficienti
a farvi conoscere la rea indole della pianta: A
fructibus eorum cognoscetis eos. E però un'altra volta io grido col
divino Maestro: Attendite!
Guardatevi da loro, figliuoli miei. Guardatevi non solo dalla loro
compagnia, dalle loro adunanze, dai loro discorsi, ma anche dai loro scritti,
dai loro periodici, non fosse altro per non incoraggiare il male ad essere
altrui pietra di scandalo.
Voi sapete per quali gravi motivi e sotto qual pena, uno di tali
periodici venne condannato dal vostro Vescovo, non sono molti mesi. Rinnovando
ora quella pena e quella
condanne, rinnovo altresì a tutti la proibizione di comperarlo, di leggerlo,
di ritenerlo; proibizione che colpisce naturalmente non solo i numeri
pubblicati, ma che si estende altresì a quelli che si pubblicassero per
l'avvenire.
Con preti contumaci e sacrileghi voi dovete aver nulla di comune: «Nec
ave ei dixeritis.»[76]
Voi specialmente, o genitori cristiani, badate, per carità, di non
affidar loro i vostri figli. Non lasciatevi illudere dalle apparenze. Chi vi
assicura che insieme ai primi rudimenti del Catechismo, non si vada inoculando
in quei teneri cuori il veleno, che non si vadano seminando in quel terreno
ancor vergine i germi dell'orgoglio e della ribellione? Io non voglio
interpretar sinistramente; ma mi si spieghi come va che non si vedono più,
questi cari fanciulli, così aperti, così rispettosi cogli altri sacerdoti, e
collo stesso loro parroco? E vi par cosa dicevole, per non dir altro, ch'essi
apprendano le verità della fede da chi ai misteri della fede fa onta
pubblicamente? Con tale esempio sotto gli occhi credete voi che i vostri
figliuoli cresceranno più docili, più rispettosi in famiglia, più timorati
di Dio? Pensate, o dilettissimi, oh pensate la responsabilità enorme, onde
venite a gravarvi innanzi a Dio! il terribile conto che dovrete renderne a Lui
nell'altra vita! E deh, non avvenga che anche
nella presente abbiate a piangere, ma troppo tardi, la vostra leggerezza su
questo punto!
Figliuoli miei dilettissimi, ascoltate la voce di chi non cerca, non
desidera, non vuole altro che il vostro bene. Più volte vi dissi, e m'è
dolce ripeterlo, che incessante oggetto di consolazione e di gioia mi è la
vostra fede, la vostra pietà, il vostro devoto e sincero attaccamento alla
Chiesa; pure io non posso dissimularlo, devo dirvelo per dovere di coscienza,
guai a me se tacessi! il male è anche fra noi, ed assai grave. O Piacenza! o
città prediletta, pensa alla fede de' tuoi padri; vedi come sei scaduta
dall'antica grandezza! Chi ti tradì? chi ti ridusse tale? Imperocchè molti
io veggo fra le tue mura i quali vivono dimentichi d'ogni dovere che loro
impone la fede, che la oltraggiano con sataniche bestemmie, che offendono
continuamente Dio con una vita affatto pagana, che profanano i suoi giorni
santi, che si danno alla lettura di libri e giornali blasfemi, che osteggiano
la Chiesa e i suoi fedeli ministri, che si lasciano trasportare come fanciulli
da ogni vento di dottrina, sol che venga annunziata loro con ciarlatana gravità
e con ignorante orgoglio da uomini astuti e turbolenti. Deh, che fate, figli
miei? Sono queste adunque le opere della vostra fede? è così che rispondete
ai benefizi, de' quali vi fu largo il Cielo? Vergogna vostra, vergogna della
vostra città! Non vedete che adoprando di questa maniera vi rivoltate con
matta superbia contro l'Onnipotente, che contristate i Santi vostri Patroni e
l'istessa Madre di Dio e madre vostra, Maria Santissima? Deh, Signore, ascolta
il gemito dell'anima mia profondamente amareggiata! Perchè mi serbasti tu in
questo tempo di aberrazione e di delitto? Quando avranno fine questi giorni di
turbamento e di profanazione sacrileghe? Deh, Signore, abbi pietà del
Pastore, pietà del gregge!
Non mancano però, in mezzo ai dolori, i conforti. E' conforto, o miei
cari, il pensiero che c'è lassù chi tien conto di tuttociò che soffriamo, e
che prima di noi fu sofferto dal nostro divino Duce e Maestro. E' conforto,
anzi è balsamo soavissimo, la coscienza di patire per la giustizia, e di
patire senza odio, anzi con amore di chi ci perseguita, perchè si converta e
viva. E non è altresì un conforto il sapere che i nostri persecutori sono
verga di correzione nella mano di Dio? Mentrechè pei nostri peccati
meriteremmo peggio, Egli, il clementissimo Iddio, ha così ordinato le cose,
che tutto questo che accade apparisca piuttosto uno sperimento, che una
persecuzione. Sì, miei cari; il Signore ha voluto mettere a prova la sua
famiglia, perchè i fedeli suoi si riscuotano, alzino a Lui il cuore e la
voce, si stringano insieme della sua gloria, si facciano insomma vivi per Lui,
dinanzi a' suoi avversari. Egli è appunto in questi penosi momenti che si
manifestano le anime generose e gagliarde, i veraci amatori di Gesù Cristo, i
valorosi soldati, pronti a combattere e a tutto soffrire per la sua causa. E'
in questi momenti che si vengono a scoprire i traditori, gl'ipocriti, i
codardi, i falsi fratelli, gli operai d'iniquità, e che la zizzania ad essere dal buon grano separata: «Nunc probantur, fideles, nunc perfidi deteguntur.»[77]
Sopratutto, o dilettissimi, vuole il Signore in questi momenti che i
fedeli suoi servi, nel dolorare della Chiesa sempre più a lei si stringano di
amore, che lungi dal piglia scandali de' suoi patimenti, ne tolgano anzi
occasione di rendersi figliuoli più degni, standole a fianco e portando alto
sulla fronte il nome di lei. Essa è madre, e qual madre, mio Dio! Da lei
fummo generati, mediante il Battesimo, alla vita soprannaturale della grazia,
e coi Sacramenti ci mantiene in quelli vita. Ella ci accolse bambini fra le
sue braccia e ci nutrì col latte della sua celeste dottrina, dalla culla alla
tomba essa veglia amorosa sopra di noi ci soccorre in ogni spirituale necessità,
asciuga ogni nostra lagrima, santifica ogni atto più importante della nostra
terrena esistenza. Quando tutti ci abbandonano, essa ne viene incontro; se
vacillanti ne porge la mano, se oppressi leva la voce a nostra difesa, se
assaliti ci fa scudo del suo petto. O madre incomparabile, madre pietosa! è
mai possibile che tu debba trovare anche un solo de' tuoi figli,
ingratitudine? che un solo di loro si unisca a' tuoi nemici per accrescerti
gli affanni, le pene? Pur troppo è possibile, o dilettissimi, e ne siete voi
stessi testimoni. Ah! voi almeno siatele di conforto, siatele di sollievo
almeno voi.
Se bramate, per consolarla, ricondurre la pace in famiglia, procurate
in prima d'esserle voi stessi figliuoli obbedienti.
Ad obbedirla poi prontamente e di buon animo in tutto, vi muova, o cari, il
pensiero che le sue leggi non sono punto arbitrarie, suggerite dal capriccio,
o ispirate dal desiderio di dominare, come vanno taluni insinuando, ma sono
invece prescrizioni sagge e salutare quanto mai possa dirsi; elle non hanno
altro fine, che di agevolarvi e rendervi più facile la via del Cielo.
Una propizia occasione per dare alla Chiesa una prova di obbedienza
veramente filiale, ci si offre in questi giorni. Perocchè è giunto quel
periodo dell'anno, in cui essa c'invita in modo speciale a dire addio ai
mondani sollazzi, a rientrare in noi stessi, a meditare le verità eterne, a
piangere le nostre colpe, ad esercitare opere sante, a far ritorno a Dio.
Voi primieramente, venerabili fratelli e cooperatori miei dilettissimi,
ritempratevi ognor più nello spirito della vostra vocazione. Proseguite
animosi nelle vostre parrocchiali fatiche, chè non debbono esser premiate dal
mondo, ma da Colui che vi ha chiamati all'onore inestimabile di rivestire la
sua divina Persona nell'opera di salvare le anime. Raddoppiate di operosità e
di vigilanza, parlate chiaro e parlate alto, affine di premunire i vostri
greggi dalle arti dei seduttori. In questo tempo massimamente, promovete con
tutto zelo nel popolo la istruzione e la pietà. Uscite pure, come oggi suol
dirsi di sagrestia, ma pieni la mente e il cuore dello Spirito Santo, uscite
per santificare. I sacrifizi del vostro santo ministero sono grandi,
grandissimi oggi ch'egli è tanto attraversato da ogni maniera di ostacoli, ma
dessi, infino al più
lievi, sono tutti contati lassù. Pazienza adunque e coraggio!
E voi tutti, figliuoli miei, entrate con animo volenteroso in questo
sacro tempo e col fermo proposito di migliorale voi stessi. Ravvivate la fede,
astenetevi da ogni divertimento anche lecito, fuggite le occasioni pericolose,
fuggite lo scisma, e sappiate che di tutti i delitti, questo, per chi ha fede,
e il più grave. Il martirio stesso al dire dei Santi Padri appena è
sufficiente a lavar tanta macchia! Torno quindi a gridarvi per l'ultima volta:
state uniti alla Chiesa obbedite ai vostri legittimi Pastori. A chi tentasse
allontanarvi da essi rispondete colle celebri parole di san Girolamo a Damaso
Papa: « Non sarà mai che per qualsiasi motivo io cessi di comunicare con
voi. Non conosco Vitale, rigetto Melezio, ignoro Paolino. Solo questo io so,
che è profano chiunque non mangia l'Agnello con Voi, e quale con Voi non
raccoglie, disperde.»[78]
La vostra obbedienza, o miei cari, sarà la condanna più solenne, il
rimprovero più eloquente dell'altrui insubordinazione. Frequentate la parola
di Dio che vi sarà annunziata da' suoi Ministri legittimi: riparate i vostri
scandali se mai ne avete dati. Confessatevi e Comunicatevi almeno a Pasqua;
digiunate, meditate, pregate. Pregate che si emendino i colpevoli, che
gl'illusi aprano gli occhi, che tornino sul retto sentiero gli erranti.
Pregate per nostro amatissimo Santo Padre
perchè Dio lo conservi ancora lungamente all'incremento della Religione, a
bene della Chiesa, all'onore e alla salvezza d'Italia.
Io confido, fratelli e figliuoli carissimi, che anche questa volta
vorrete accogliere con tutta docilità gl'insegnamenti e le esortazioni del
vostro Pastore e tradurle in pratica. Vi ho parlato francamente, e a cuore
aperto, come richiedeva il dover mio. Forse a taluno è sembrato acerbo
qualche rimprovero? Me ne dorrebbe assai, perchè, credetelo, miei figli, se
detesto il male, io non ho ombra di risentimento verso alcuno. Vi amo, e
appunto perchè vi amo, mi sdegno contro chi si fa a voi pietra di scandalo e
cerca tradirvi. Vi abbraccio tutti in Gesù Cristo, vorrei tutti porvi qua
dentro il mio cuore; darei la vita e mi farei volentieri anatema per ciascuno
di voi, quando potesse tornarvi a salute. No, non è per me fra voi amico o nemico, chè tutti
siete figli della mia famiglia, tutti segnati in fronte del segno della
Redenzione, tutti destinati ad essere il mio gaudio e la mia corona. Dirò a
voi quello che diceva al suo popolo un Vescovo santo. Quand'anche a Dio
piacesse permettete che venisse giorno nel quale, alle avversità e alle
contraddizioni del mio Ministero si aggiungessero le vostre ingratitudini e le
vostre maledizioni, ho per fermo che, con la grazia del Signore, vi
risponderei benedicendovi e amandovi più ancora.
Ma quanta sia la bontà e gratitudine vostra a mio riguardo, voi lo
avete dimostrato anche recentemente in una fausta occasione. Intendo dire
della festa, onde voleste commemorare il XX Anniversario della mia
Consacrazione a vostro Vescovo.
Oh, la dolce consolazione che voi mi procuraste! Con singolare
spontaneità, sacerdoti e laici, d'ogni condizione e d'ogni grado, accorreste
al nostro massimo tempio, per farmi in quel giorno lieta corona, per darmi del
vostro filiale attaccamento una testimonianza pubblica, inaspettata, solenne.
Potete immaginare con quale compiacenza il mi sguardo si posasse sopra
ciascuno di voi ! potete immaginare la commozione dell'animo mio !
Era già per sè abbastanza eloquente la vostra presenza, fratelli e
figli carissimi, abbastanza eloquenti erano i cantici che, erompendo da mille
e mille petti, echeggiavano sublimi sotto quelle volte maestose. Più che
ringraziamenti, erano voti, erano preghiere che salivano per me supplichevoli
al trono dell'Altissimo. Quali doni avrei io potuto desiderare più preziosi
di questi? quali più dolci e più soavi ricordi?
E tuttavia con altri doni, con altri ricordi vi piacque farmi palese i
sentimenti dell'animo vostro. Perocchè tutti unanimi voleste pormi sul capo
una mitra ricca d'oro, di gemme, di squisito lavoro.
O mio Signore, andavo dicendo fra me, che cosa ho fatto io mai da
meritarmi tanta benevolenza? Se io discendo col pensiero nel segreto del mio
spirito non trovo che materia di rammarico per tanto bene che non ho fatto o
che ho fatto non bene. Di una però io posso assicurarvi davanti a Dio,
fratelli e figli miei, e cioè che in tutte le cose non ho avuto mai altro di
mira che la sua gloria e il vostro bene. Godo che mi abbiate fatto intendere
coi vostri presenti, colle vostre offerte, coi vostri indirizzi, con mille
altre significazioni affettuose ed opportune di averlo compreso; ne godo non
per me, ma perchè l'onore che ne ridonda, risale tutto quanto a Gesù Cristo
di cui, sebbene immeritevole, io faccio le veci tra voi; ne godo infine, perchè
avete, dirò cosi, purgata la città vostra da una macchia, che la disonorava
grandemente in faccia alla Chiesa e alle città sorelle, una macchia che
l'avrebbe pure disonorate presso i più tardi nepoti. Il maligno spirito, come
già vi dissi dall'alto della Cattedra episcopale, aveva tentato di gettare
nelle vostre file la confusione, la diffidenza, il disordine; ma ecco che voi
avete saputo mostrare una volta di più in faccia al mondo, che le arti dei
tristi e le loro calunnie nulla possono sull'animo vostro buono e gentile.
Ho poi veduto i vostri nomi segnati a migliaia e migliaia sotto parole
di gran devozione. Oh, siate benedetti, fratelli e figliuoli miei cari! siate
mille e mille volte benedetti. Potessi appieno significarvi la mia
riconoscenza! Di ogni cosa vi ringrazio dall'intimo del cuore tuttora
commosso.
Ringrazio in prima Reverendissimo Capitolo di questa Cattedrale, primo
in questa gara di affetto nobilissima e santa, indi il Comitato promotore, i
Capitoli delle Collegiate, i superiori e professori dei Seminarii e del
Collegio Alberoni, i vicarii foranei, i parrochi e i sacerdoti tutti, regolari e secolari, della città e della Diocesi.
Ringrazio vivamente le Autorità cittadine, il patriziato, il benemerito
Comitato diocesano, le varie Società cattoliche, i Sodalizi religiosi, le pie
confraternite, gl'Istituti di educazione, gl’Istituti pii, e quanti o con
lettere o con visite private vollero aggiungere conforti a conforti. E voi
pure, miei dilettissimi chierici, voi, cari giovani del Circolo cattolico e di
S. Vittore, voi quanti siete o buoni figli del popolo, abbiatevi i miei
ringraziamenti più affettuosi e più vivi. Di tutto, di tutto fratelli e
figli miei, vi compensi, e largamente, il Signore; e sapendo come nulla
va perduto di ciò che si fa per onorare il Vescovo, secondo la sentenza
di S. Ignazio discepolo immediato degli Apostoli, voi, fin da questo momento,
rallegratevi.
Proseguite a dare della vostra fede e pietà il consolante spettacolo
che in questa occasione avete dato. Io per me conchiuderò coll'Apostolo: «Se
havvi alcuna consolazione in Cristo, se alcun conforto di carità, se alcuna
comunanza di spirito, se viscere di misericordia, rendete compiuto il mio
gaudio, con essere concordi, con avere tutti un medesimo sentimento.»[79]
Sapendo poi che io dovrò rispondere a Dio delle anime vostre,
vogliate, ve ne supplico pel nostro Signore Gesù Cristo, continuarmi l'aiuto
delle vostre orazioni.
Il Dio della pazienza e della pace sia con tutti voi, o dilettissimi,
ai quali con tutta la effusione del cuore benedico nel nome del Padre e del
Figliuolo e dello Spirito Santo. Piacenza, dal
palazzo Vescovile, 8 Febbraio 1896. †
Giovanni Battista Vescovo [1]Vult
omnes homines salvos fieri. (Tim. I, 15.) [2]Ut
exhiberet ipse sibi gloriosam Ecclesiam, non habentem maculam, aut rugam
aut aliquid huiusmodi (Ad
Ephes. V, 27). [3]
Euntes in mundum
universum....docete omnes gentes
( Marc. XVI, 15). [4]
Non potest civitas abscondi supra montem posita (
Matth. V, 15). [5]
Ecce ego vobiscum
sum usque ad consumationem saeculi (Matth.
XXVIII,
20). [6]
(Matth. XIII, 24). [7] (Luc. XI, 21). [8] (Matth. XIII, 41). [9] (Luc. VI, 48 ). [10]
(Io. X, 16). [11] Unum corpus sumus in Christo.
(ad Rom. XI, 5). [12]
Tu es Petrus , et
super hanc petram aedificabo Ecclesiam (Matth..
XVI, 18). [13]
Pasces oves meas,
pasce agnos meos (Io. XXI, 16). [14] Et tibi dabo claves regni coelorum (Matth. XXVI, 19). [15] (ibi). [16] Confirma frates tuos (Luc. XXII, 2J). [17] ( Io. XXI, 16). [18] (Luc. VI, 13). [19]
(Matth. XXVIII, 18). [20]
Marc. XIV, 15 ). [21]
(Matth. XXVIII, ). [22]
(ibid.). [23] (Luc. XXII, 19). [24] (Io. XX, 23). [25] (Io. XX, 21). [26]
(Matth. XXVIII, 20). [27]
(Matth. XVIII, 17). [28]
(Act. XX, 28). [29] Ipsum dedit Caput super omnem Ecclesiam ( ad Ephes. I, 2 |