48. Lettera Pastorale

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48.    Documenti Pontificii. Lettera Pastorale di Mons. Vescovo di Piacenza, 22 Settembre 1894, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1894, pp. 6.

 

                Scalabrini, comunicando due nuovi documenti con cui Leone XIII[1] si è rivolto rispettivamente ai governanti e ai cittadini, osserva che il papa invita all'unità in un momento storico in cui l'anarchia minaccia di sconvolgere tutte le nazioni. L'Italia, se ascolterà l'esortazione, potrà ritrovare lo splendore artistico e lo sviluppo economico che in passato hanno caratterizzato i suoi stati regionali.

                La ripresa spirituale sollecitata dal pontefice deve essere propiziata dalla preghiera soprattutto con la recita del Rosario nel prossimo mese di ottobre. E' una devozione che nel corso della storia ha ottenuto alla cristianità vittorie strepitose; è praticata da persone che appartengono a tutte le classi sociali; nelle famiglie, recitato ogni sera, diventa una scuola di sapienza cristiana.

                Il Vescovo si dice fiducioso che l'appello del papa sarà accolto senza resistenze dal mondo cattolico; esprime anche la speranza che la società, nauseata del materialismo, avvii quel processo di unità che faccia dell'umanità intera un solo gregge sotto la guida di un unico pastore.

 

            Ritornato dalla Visita Pastorale, mi affretto a comunicarvi, fratelli e figli carissimi, due nuovi preziosissimi documenti della carità e dello zelo del Sommo Pontefice Leone XIII.

            Mite come la voce di un padre, solenne come quella di un profeta, grandiosa come quella del più magnifico dei sovrani, profonda come di chi conosce tutti i bisogni dell'umanità e tutti i disegni della misericordia divina, la parola di Lui si indirizza questa volta ai re ed ai popoli tutti della terra: Principibus populisque universis.

            E che cosa Egli annunzia, che domanda Egli il sublime Vegliardo? Annunzia la pace e domanda, per ottenerla, che i redenti si stringano fra loro col vincolo di una stessa fede di uno stesso fratellevole amore.

            Noi, o miei cari, siamo i figli di Gesù Cristo che nel gran duello del Calvario, morendo, vinse la morte e, risorgendo glorioso, meritò a tutti il perdono, la risurrezione e la vita. Egli ha dunque il diritto di volerci a Sè uniti come una sola famiglia. Questa unione è ciò appunto che Egli chiese con infocata preghiera al divin Padre prima di salire al Cielo, ed è a questa unione che mira il Venerando Pontefice, vicino ormai a consumare il sacrifizio di una vita, spesa tutta, con purezza inalterabile di intenzioni e con indomabile energia, al bene della Chiesa di cui è Capo supremo.

            Sì, unione e pace in Cristo, Egli grida; e questo grido affettuoso, oh, come giunge opportuno in mezzo al frastuono di mille voci assordanti e discordi! nel momento in cui freme e si agita l'anarchia che spaventa le nazioni e minaccia il disordine universale! Oh, l'ascoltassero tutti il Papa! Chi, o dilettissimi, chi potrebbe ridire la grandezza a cui salirebbe allora la patria nostra? a quale altezza poggerebbero le arti, le scienze, le lettere, le industrie, i commerci? qual rifiorimento di vita allieterebbe la società tuttaquanta?

            Lo so, troppi e di ogni maniera sono gli ostacoli, smisurato l'orgoglio de' mondani, molteplici i loro tornaconti, accanito l'odio delle sette; pure ha da venire un giorno che la giustizia e la pace si bacieranno in fronte, che brillerà di nuova luce sul mondo il sole della cristiana civiltà, che l'edifizio sociale si leverà su basi vorrei dire incrollabili.

            Spetta a noi, o dilettissimi, l'affrettare quel giorno. In qual modo? Guadagnando alla verità, più coll'esempio che colle parole, i fratelli, professando apertamente la nostra fede, operando in conformità della medesima, adoperandoci a far sì che nell'animo di tutti, come ormai avviene in quello di molti, s'imprima il profondo convincimento che solo dal Romano Pontificato può l'Italia aspettare salvezza e benessere vero. A questo nobile e santo intendimento, ispirato dal più puro amore alla Chiesa e alla patria, deve ormai volgersi la comune operosità, smessa ogni gara di partito. Tutti, tutti, con la influenza delle virtù che ci sono imposte, preparar dobbiamo un popolo capace di essere governato con paterno regime, agevolando così ai reggitori della cosa pubblica l'arduo loro compito. Dobbiamo sopratutto ricorrere a Dio colla preghiera, perchè, non dimentichiamolo, se il Signore non custodisce la città, vegliano indarno coloro che la custodiscono (Ps. 126).

            E affinchè la nostra preghiera, o dilettissimi, torni maggiormente efficace, interponiamo appo Dio la mediazione di Maria Santissima, invocandola sotto il titolo del santo Rosario. A questa pia pratica ci esorta di nuovo con un'altra stupenda Enciclica il Santo Padre; e ben a ragione. Non vi ha preghiera che più di questa abbia forza d'ispirare fiducia in chi prega e che muova più di questa la pietà della Vergine benedetta a soccorerci e a consolarci da madre.

            Usiamo pertanto di questa preghiera sempre, ma singolarmente nell'imminente mese di Ottobre.

            Oh, si! preghiamo, o dilettissimi. Preghiamo che ritornino alla fede gli erranti, che si estenda sempre più il regno di Gesù Cristo, che i disegni del suo Vicario si compiano. Preghiamo e speriamo.

            Già un ritorno si sta facendo a idee sane e giuste, e da molti si rifà il cammino, o si riconosce almeno la necessità di rifarlo. Le delusioni e il disinganno scuotono salutarmente le moltitudini; si tocca con mano che l'empietà, comunque si mascheri, non è che tirannia, che le sue promesse sono mendaci, che mortiferi sono i suoi frutti. I più ascoltati scrittori disdicono oggi quello che ieri con burdanza asserivano, e sul labbro di uomini investiti del potere risuonano, sebbene timidamente, parole preziose da molti anni inusitate. Tutto appalesa una lenta, ma progressiva evoluzione di idee; tutto lascia presagire che la società, nauseata dall'immondo materialismo che la corrompe e degrada, sia per avviarsi al sospirato rinnovamento; tutto annunzia, come diceva De-Maistre, non so quale grande unità, verso la quale camminiamo a gran passi.

            E' senza dubbio l'unità predetta nell'Evangelo, l'unità religiosa per mezzo della Chiesa, l'unità che di tutta la terra farà da ultimo un solo ovile sotto la guida di un solo Pastore.

            Miei cari, l'uomo si agita, ma Dio lo conduce. Preghiamo, ripeto, e speriamo.

            Con tutto l'affetto vi benedico nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo.

 

Piacenza, dal palazzo Vescovile, 22 Settembre 1894.

 

† Giovanni Battista Vescovo



[1]cfr. LEONE XIII,  Enc. Praeclara gratulationis. ASS 26 (1893-1894), pp. 705-717 e Enc. Iucunda semper, ASS 27 (1894-1895), pp. 177-184.