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46. Lettera Pastorale di Monsignor Vescovo di Piacenza per la Santa Quaresima dell’anno 1893 (Il Papa), 18.1.1893, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1893, pp. 30.
Tra le insidie che minacciano la vita spirituale dei fedeli il Vescovo ritiene particolarmente pericolose le pubblicazioni che deridono le verità della fede. La loro diffusione non è casuale, ma rientra in un piano sistematico di opposizione a Dio inteso a scristianizzare la società. Scalabrini fa riferimento all'Italia; a questo proposito invita a leggere la lettera che Leone XIII ha da poco indirizzato agli italiani mettendoli in guardia dalla massoneria definita l'incarnazione dello spirito del male. Al pontefice i cattolici della diocesi devono essere profondamente grati perché sottolineando la gravità della minaccia della setta e gli strumenti di difesa, ha reso un prezioso servizio anche a loro . Nel papa devono riverire il maestro infallibile della fede, la persona stessa di Cristo che insegna la verità; è il padre amoroso che non soltanto comunica la vita divina conferendo ai ministri della chiesa la facoltà di amministrare i sacramenti, ma partecipa pure alle sofferenze dell'umanità attraverso gesti concreti di solidarietà. Al pontefice deve giungere anche una pubblica manifestazione di affetto che lo consoli per le amarezze che gli procurano i nemici della chiesa. La diocesi ha in programma un pellegrinaggio a Roma nel prossimo febbraio; i fedeli che non possono prendervi parte sono invitati, come in altre occasioni simili, a partecipare almeno con l'offerta dell'obolo. In ossequio alle direttive di Leone XIII tutti devono poi cercare di operare perché lo spirito cristiano penetri in ogni settore della vita pubblica; oggi c'è urgente bisogno di questo sacerdozio laicale (espressione molto significativa per definire l'importanza dell'apostolato dei laici, anche se ancora lontana degli sviluppi conciliari del concetto di sacerdozio comune dei fedeli). Una presenza cristiana nella vita pubblica italiana è tanto più necessaria in quanto le offese al papa da parte della classe dirigente si intrecciano con attività che compromettono il benessere dei cittadini; Scalabrini deplora ancora il malgoverno e parla di scandali quotidiani. (la data della pastorale, gennaio 1893, potrebbe far pensare allo scandalo della Banca Romana).
Nel prendere la penna per comunicarvi l'Indulto Quaresimale, concesso anche in quest'anno dalla benignità del Sommo Pontefice, sento il bisogno di esprimervi anzitutto, venerabili fratelli carissimi, la consolazione grande che io provai ne' passati giorni dinanzi allo spettacolo veramente edificante della vostra pietà religiosa.
Oh, si! il ricordo delle feste che abbiamo
insieme celebrato con tanto splendore di solennità, con tanto slancio di
affetto a onore della Madonna del Popolo, presidio e vanto della nostra
Piacenza rimarrà incancellabile nel mio cuore. Le auree corone che voi per
mia mano avete posto sulla fronte della Vergine benedetta e del divino suo
Figlio parleranno di voi a' più tardi nepoti.
Con muto, ma eloquente linguaggio quelle corone e quelle feste diranno,
che in un'età come questa superba e scredente, la vostra fede era viva, era
fervida la vostra devozione; diranno come da voi senza umani riguardi si
praticasse la religione, la religione santa de' vostri padri; come per voi si
coltivassero gli affetti più gentili, si educassero gli animi a virtù e si
onorasse davvero la patria. Onore a voi, fratelli e figli carissimi; onore altresì ai due esimii Prelati che i vostri cuori prepararono con tanto zelo alle celesti operazioni della grazia! A voi e ad essi mi è dolce atte stare ora pubblicamente la mia riconoscenza.
A chi poi, dimenticando (perchè non dirlo?) le regole più elementari
della educazione e del
buon senso, all'indomani della solenne riparazione osava con oltraggio
sacrilego ferire il vostro cuore di cattolici e di cittadini, conceda Iddio
misericordioso, per la intercessione della benedetta sua Madre, perdono.
Ignoranza in fatto di religione, più che altro, deve aver mosso
l'incauto a lanciare in pubblico le invereconde parole, che giustamente
provocarono le vostre franche proteste e indignarono gli onesti d'ogni
partito.
«Molti, scrive infatti un moderno filosofo, sogliono deridere i riti
sacri e le cerimonie cattoliche più belle e venerande, fermandosi alla loro
corteccia, senza curarsi di penetrarne il midollo. Ora donde nasce questo
vizio, se non da quella incredibile leggerezza che non sa ravvisare l'idea
sotto le formole che la vestono? Donde in effetto procede che gli uni non
curino o scherniscano que' medesimi emblemi
che inspirano agli altri una
profonda e affettuosa venerazione? La ragione si è, che l'uomo di fede
ravvisa sotto la scorza del rito legittimo una idea divina, laddove l'uomo
profano non vi scorge nulla, fuori della forma esteriore. Questi si ferma al
sensibile (materializzando volgarmente
il sentimento religioso), quegli invece risale all'intellegibile....Il
penetrare sotto l'invoglio dei simboli è tanto più difficile al dì d'oggi,
che il secolo frivolo non sa apprezzare i nobili sensi dell'animo, nè i
sublimi concetti della mente. Quindi un'infinità di cose,
che paiono ridevoli e di niun valore, se sapessimo apprezzare
l'eccellenza ideale che vi soggiace, desterebbero nell'animo nostro rispetto e
meraviglia.... I nostri filosofi sorridono quando veggono p.e. una povera
donniciuola (e io dirò tutto un popolo)
imprimere un bacio affettuoso sul pio segno di redenzione (ovvero, soggiungo io, prostrarsi innanzi all'immagine di Maria).
Infelici! i quali se non fossero confitti nello studio e nell'amore delle cose
che paiono e che non sono,
conoscerebbero che quest'umile atto, purchè muova da un vivo sentimento di
carità e di speranza, è cosa moralmente più utile e più grande che la
scoperta dell'America e tutte le vittorie di Alessandro e di Napoleone.[1]»
Ma dal fatto ora deplorato voi dovete, o carissimi, trarre utili
ammaestramenti. Dovete, a tacer d'altro, confermarvi nel proposito di
abbandonare l'acquisto e la lettura dei fogli blasfemi, derisori delle nostre
credenze, impedire che essi penetrino nelle vostre case, che cadano sotto gli
occhi de' vostri figlioli e dei vostri dipendenti. Dovete invece sostituirvi,
quanto è da voi, la lettura di pubblicazioni oneste, serie, schiettamente
cattoliche. Il potrò allora benedire il Signore che dagli errori stessi degli
uomini sa cavare profitto pel finale trionfo della verità e della religione.
Nel fatto inoltre che voi potete ravvisare un sintomo funesto di quello
spirito, che signoreggia pur troppo il nostro
secolo; spirito di aperta e decisa opposizione allo spirito di Dio, agli
insegnamenti del Vangelo e alle dottrine della Chiesa di Gesù Cristo. Questo
spirito, vera e manifesta espressione
della primigenia ribellione di satana portata fino alle ultime e più
disperate sue conseguenze, non è proprio esclusivamente di alcuni individui,
di una classe particolare di persone, di una città, di una provincia, di una
nazione, di un regno, ma si appalesa oggimai dappertutto. Spirito che tutto
altera e corrompe: che penetra nelle famiglie e ne bandisce la pace; si
insinua ne' diversi ordini di cittadini e vi semina la discordia; si diffonde
nelle masse popolari e le provoca alla rivolta; entra nelle scuole e vi
introduce l'incredulità; passa nell'officina e la rende accessibile alla
seduzione, aleggia nei dorati palagi e vi suscita l'orgoglio; si avanza nelle
aule stesse del potere e vi fa dominare l'arbitrio, la doppiezza, l'intrigo;
spirito di licenza cui nulla resiste, nè la solidità delle più sacre e più
vetuste istituzioni, nè i monumenti più venerandi, nè la forza e la potenza de' più stabili imperii, nè la fede dei popoli
più religiosi. Spirito insomma di universale pervertimento che tutto avvolge
in una notte profonda, perchè tutto tenta d'illustrare coi falsi suoi lumi,
colle sue strane e assurde opinioni; che tutto distrugge, perchè tutto vuol
rinnovare con funeste e menzognere dottrine e con sistemi iniquamente
studiati; che tutto guasta e corrompe, perchè tutto sgraziatamente vuol
ricostruire sulle rovine di ogni ordine sociale, di ogni diritto, di ogni
dovere, di ogni autorità, di ogni legge.
In quale confusione perciò, in qual disordine, in quale abisso di mali
questo diabolico spirito abbia precipitato l'odierna società, niuno è che
nol vegga.
E voi potrete vederlo ancor meglio, potrete anzi toccarlo con mano,
fratelli e figli carissimi, leggendo la stupenda Lettera che il nostro Santo
Padre Leone XIII, indirizzava testè al popolo italiano contro la Massoneria,
setta nefanda, che dello spirito sopra descritto può dirsi la incarnazione.
E' un documento,
codesta Lettera, che rivela una volta di più la sapienza, la fortezza, la
vigoria, lo zelo, l'amore veramente paterno di un tanto Pontefice, e io ve la
trasmetto, com'è di dovere, fratello e figli miei dilettissimi, perchè ne
facciate l'oggetto delle vostre considerazioni più serie, delle vostre più
serie applicazioni.
Con linguaggio più che mai tenero ed eloquente, Egli mette in evidenza
i tristissimi frutti che a noi italiani ha recato la setta massonica,
additandoci poi i mezzi pratici della riparazione e della difesa.
Allorquando un capitano, forte del suo esercito, fa appello ai soldati,
li chiama alle armi, li sprona, li incoraggia, si pone egli stesso alla loro
testa, è ben chiaro che il nemico si avanza,
che stringe il pericolo, che urge il combattere. Allora un fremito generale si
spande nel campo, anche i più deboli si scuotono, s'infiamma ogni cuore, e
tutti muovono concordi alla pugna. Così, fratelli e figli carissimi, adopera
con noi cattolici, con noi
italiani il magnanimo Leone XIII, la vigile scolta d'Israele, il gran Capitano
del popolo di Dio, alzando la sua voce siccome tromba, giusta la frase
profetica, per annunziare alla casa di Giacobbe i suoi pericoli non meno che i
suoi peccati.
E' Dio che ci parla per bocca di Lui, ascoltiamolo.
Quando altro non avesse fatto l'immortale Pontefice che questo, cioè:
strappare dal viso della Massoneria la maschera onde velavasi agli occhi dei
popoli e mostrarla nella cruda sua deformità, nella sua tenebrosa e
funestissima azione, avrebbe già fatto moltissimo. Ma egli ha fatto ben di più.
Il suo Pontificato non è che una serie continua di atti uno più
grande e più maraviglioso dell'altro, uno
più dell'altro fecondo di beni innumerevoli a pro della Chiesa e del
civile consorzio.
Quanti pertanto amano di verace amore la religione e la patria, debbono
rallegrarsi di ogni propizia occasione che loro si presenti per attestargli la
loro ammirazione, la loro
gratitudine, il loro affetto.
E una di siffatte occasioni, o dilettissimi, è, come sapete, la
ricorrenza del suo Giubileo Episcopale, di cui ebbi altre volte a parlarvi.
Ancora poche settimane, e tutto il mondo cattolico festeggerà con
trasporto di giubilo questa nuova data memoranda della vita di Lui; ancora
poche settimane, e a Lui, anche dai più remoti lidi, trarranno turbe di
figli, beatissimi di potere pur una volta contemplare quel viso, udire quella
voce, baciare que' piedi, venerare quella augusta canizie; ancora poche
settimane, e tutta la terra, ove sorge una croce, divenuta come un tempio,
manderà all'Altissimo un inno di grazie, un cantico della più viva
esultanza.
Anche noi, fratelli e
figli carissimi, dobbiamo entrare in questo sublime concerto di voci; dobbiamo
anche noi concorrere a rendere più solenne che sia possibile questa concorde
manifestazione di amor filiale.
Si tratta del Papa, di colui che compendia in sè le vicende e le
glorie di cento popoli di cento età, che abbraccia e piega al suo trono i
confini del mondo, che in mezzo al variar continuo degli uomini e delle cose,
rimane sempre immobile, sempre fermo, sempre eguale a sè stesso.
Il Papa! Egli è il personaggio più augusto e più venerando che siavi
sulla terra. E' il successore del Principe degli Apostoli, il Vescovo de'
Vescovi, il Maestro infallibile della fede e del costume, il Giudice
inappellabile di tutte le controversie, il centro della cattolica unità, il
Pastore supremo delle anime, la pietra fondamentale della Chiesa, il
depositario delle somme chiavi, il luogotenente di Dio; è, a dir breve, Gesù
Cristo in su la terra che continua ad ammaestrare e governare tutti i
credenti. Il Papa insegna una verità? E' Gesù Cristo che la insegna. Il Papa
comanda? E' Gesù Cristo che comanda. Il Papa condanna? E' Gesù Cristo che
condanna. Il Papa assolve? E' Gesù Cristo che assolve.
A te darò le chiavi del regno de' Cieli, dissegli nella persona del Beato Pietro Gesù
Cristo medesimo, e tutto ciò che avrai
legato sulla terra sarà legato ne' Cieli, e tutto ciò che avrai sciolto
sulla terra sarà sciolto ne' Cieli.
Il Papa è altresì padre
nostro. Egli è padre, perchè per mezzo dell'episcopato e del sacerdozio
c'infonde non già la vita del corpo, ma la vita, infinitamente più preziosa,
dell'anima, la vita spirituale e divina, la vita dell'eternità. Egli è
padre, perchè governa, assai più per mezzo della misericordia e dell'amore
che per mezzo dell'autorità, la grande famiglia cristiana, sparsa su tutta la
superficie del globo. Egli è padre, perchè risente nel
proprio cuore tutti i dolori de' suoi figli, tutte le sollecitudini,
tutti gli affanni, tutte le angoscie della tenerezza paterna. Egli è padre,
perchè è l'immagine più espressiva, più toccante, più perfetta di Dio, da
cui ogni paternità deriva in Cielo e sulla terra. Tutto ciò che vi ha di più
venerabile, di più dolce, di più commovente nella paternità di questo mondo
si trova in grado superiore
nella paternità di cotesto Vegliardo del Vaticano, che noi salutiamo appunto
col nome di Papa, di Padre dei Padri, di Santo
Padre; paternità nobilissima, paternità universale, paternità
prodigiosamente feconda, paternità oltre ogni credere generosa, paternità
finalmente immortale, a cui s'inchinarono i secoli passati, a cui
s'inchineranno i secoli avvenire, in cui la nostra fede riconosce e saluta
l'eterna giovinezza della Chiesa di Dio.
Ecco chi è il Papa, o dilettissimi.
E poichè Leone XIII personifica sì nobilmente in sè stesso la
sovrumana eccellenza di cotesta
mondiale istituzione che è appunto il Papato; poichè sì degnamente ha
compiuto e va compiendo la missione divinamente sortita di reggere e governare
la Chiesa, uniamo, ripeto, uniamo ancor noi, le nostre voci a quelle di
trecento milioni di cattolici, e diciamogli con amoroso trasporto anche noi:
Salve! Salve, o Grande! Salve, o luce splendidissima del nostro secolo, stella
propizia del nostro Cielo, presidio e ornamento della nostra Italia, iride serena di pace, salve!
Chi di più di Lui meritevole del plauso universale?
Ma non a questo soltanto noi, fratelli e figli carissimi, dobbiamo
starci contenti.
Come già pel suo Giubileo sacerdotale, così in quest'altro Giubileo
noi dobbiamo porgere un tributo di venerazione alla sua dignità, di
ammirazione alle sue virtù, di adesione al suo infallibile magistero, di
obbedienza al suo inappellabile potere, di compatimento a' suoi immensi
dolori, di gratulazione alla sua prosperosa vecchiaia, di lieti augurii a'
suoi giorni avvenire, di affetto tenerissimo alla sua persona. Dobbiamo
ristorarlo di tante amarezze e di tanti oltraggi patiti, ringraziarlo di tante
fatiche durate, compensarlo di tante lotte per noi sostenute,
e all'odio contrapponendo l'amore, all'insulto l'ossequio, alla rivolta
la fede, dobbiamo erigergli un trono nell'anima nostra, nel centro medesimo
del nostro cuore.
Glorificando Lui, in quest'ora delle potestà delle tenebre, noi
glorificheremo Gesù Cristo
medesimo, protesteremo contro chi osa vilipenderlo nel suo Vicario, faremo
aperta professione della nostra fede, daremo prova di cristiano coraggio,
edificheremo col nostro esempio i fratelli, offriremo al mondo lo spettacolo
di quella unità, che forma uno dei caratteri più belli del cristianesimo,
verremo a compiere un atto di religione dei più meritorii.
Ma in qual modo e con quali opere adempiremo noi tutto questo?
Anzitutto col prendere attiva parte al pio pellegrinaggio che si recherà
a Roma il giorno 15 del prossimo Febbraio e sarà ricevuto dal S. Padre il
giorno 17 dello stesso mese.
Io confido che la Diocesi piacentina anche questa volta sarà da molti
di voi rappresentata in quella cara e solenne adunanza, e mi chiamerò ben
fortunato di poterli accompagnare io stesso personalmente. La parola di Leone
XIII infonderà nei nostri petti novello vigore, nuovo coraggio nel difendere
i supremi interessi della religione e della patria. La sua benedizione scenderà
sopra di noi feconda di
consolazioni celesti, ineffabili.
A Roma pertanto, a Roma; ai piedi del Vicario di Cristo; alla tomba dei
vincitori del mondo pagano; al centro cui debbono far capo tutte le Chiese e
donde emana la luce della verità, la sorgente della vita.
Tutti dobbiamo andare a Roma in così straordinaria circostanza, tutti.
Chi non può di persona, deve trovarvisi con qualche indirizzo, con qualche
dono, con qualche offerta, coll'obolo dell'amore filiale, con lo spirito, col
cuore colla preghiera.
Il Santo Padre si è degnato di aprire in tale faustissima occasione i
tesori spirituali della Chiesa concedendo:
I. Indulgenza plenaria durante l'anno giubilare a tutti i pellegrini
che si recheranno in Roma alla tomba dei
SS. Apostoli, purchè per una novena recitino la terza parte del S. Rosario,
e, confessati e comunicati, preghino secondo l'intenzione del Sommo Pontefice.
2. L'Indulgenza plenaria parimenti durante l'anno giubilare a tutti
coloro che si uniranno in
ispirito ai pellegrini venuti a Roma, purchè, premessa una novena con la
recita quotidiana della terza parte del Rosario, confessati e comunicati nel
giorno 19 febbraio, preghino secondo la mente del Sommo Pontefice.
3. L'Indulgenza Plenaria a quei fedeli che prenderanno parte agli
Esercizi Spirituali o alle Sacre Missioni che fossero per darsi nelle diocesi
durante l'anno giubilare 1893, purchè confessati e comunicati entro il corso
di detti spirituali esercizi o sacre missioni, abbiano cinque volte assistito
alle prediche.
Deh! che niuno di voi, o miei cari figli, lasci passare questa bella
opportunità per fare del bene all'anima propria e alle anime dei fedeli
defunti, alle quali pure quelle indulgenze sono applicabili.
Torno poi a raccomandarvi,
come altro mezzo per onorare il Papa, l'Opera
di S. Opilio in favore dei chierici poveri della nostra Diocesi; opera
stabilita appunto, come sapete, a perenne ricordo del presente Giubileo
Episcopale.
Grazie a Dio, sono molti i generosi che hanno risposto fin qui
all'appello, e ve ne sarà dato in quest'anno contezza, ma è d'uopo che ad
essi altri molti se ne aggiungano ancora, perchè la Diocesi abbia a sentirne
presto i salutari effetti. La raccomando massimamente al vostro zelo, parrochi
e sacerdoti carissimi.
Si avvicina il tempo della santa Quaresima, tempo specialmente
consacrato dalla Chiesa al rinnovamento dello spirito, all'esercizio delle
buone opere, alle pratiche di pietà, all'incremento del bene.
Ravvivate la fede, figliuoli miei; rientrate in voi stessi; disponetevi
ai gaudii delle Pasquali solennità coll'esatta osservanza del digiuno, coll'ascoltare
assiduamente la divina parola, coll'accostarvi al Sacramento della Penitenza e
alla Mensa Eucaristica. Rammentate il prezzo
che costò l'anima vostra a un Dio Redentore. Lungi da voi quelle
transazioni codarde tra i principii del Vangelo e le massime del mondo che
tanto disdicono al vostro carattere e vi pongono dalla parte dei nemici di
Dio. La mattina in Chiesa
e la sera al teatro, dove non di rado si fa strazio delle cose più sante;
oggi una limosina, domani un'usura; un giorno alla predica, un altro al ballo,
e via dicendo.
No, dilettissimi, no. Siate veramente, francamente, coraggiosamente
cristiani; cristiani di mente, di cuore, di opere, sempre, da per tutto, in
ogni cosa, a costo di qualunque sacrifizio. Parlate come credete, e, come
parlate, operate.
Vi stiano a cuore i supremi interessi della religione, zelate con tutte
le vostre forze l'onor della Chiesa.
Nella grande lotta che oggi si combatte tra la verità e la menzogna,
tra il diritto e la forza, tra il vizio e la virtù, tra il bene e il male,
non è lecito, a che ha un bricciolo di fede, di tenersi in disparte.
Un figlio che vede i pericoli e le angoscie della propria madre, e, freddo,
insensibile a' suoi dolori, nulla fa per alleviarli, è indegno di
appartenerle.
Vi stia davanti, o cari, l'esempio degli avi. Per tutto ciò che
riguardava la Chiesa ardeva nel loro petto uno zelo vivo,
operoso, magnanimo, pronto a fare e patire ogni gran cosa. Ne propugnavano la
dottrina, ne aiutavano i ministeri, ne soccorrevano i bisogni, ne tutelavano i
diritti, ne riparavano i danni, ne asciugavano le lacrime; a pro di essa
parlavano, combattevano, morivano, confessori, apostoli, soldati, martiri.
Anche riguardo alla vita pubblica essi diedero l'esempio di quello che
dobbiamo fare noi. Solleciti, come scrive un insigne apologista, più che
della forma politica, della giustizia e santità delle leggi; persuasi che la
religione, essenzialmente superiore ai civili partiti, dev'essere servita da
tutti, non servire a nessuno; alieni del pari dalla presuntuosa arroganza che
vuol che a suo senno si governi la Chiesa e dalla prudenza carnale, prodiga
verso il mondo di concessioni e simulazioni colpevoli, veri seguaci del
Redentore, veri discepoli del Vangelo, veri patrioti, essi in ogni fibra del
corpo sociale fecero penetrare lo spirito di Gesù Cristo e crearono le
stupende armonie del mondo cristiano e della cristiana civiltà.
Se quello spirito, o miei cari, abita realmente in voi, non può fare
che non dia segni di vita, che non si traduca in azione. Dalla vostr'anima
deve passare ad altre anime, alla vostra famiglia, ai parenti, agli amici, ai
servitori, ai commilitoni, ai condiscepoli, agli scolari, ai cittadini vostri,
a tutto quel grande o piccolo mondo che vi circonda Questo sacerdozio, questo
apostolato laicale fu sempre un dovere e una gloria, oggi è assoluta,
suprema, urgente necessità.
Noi tutti vediamo il mal governo che dell'Italia nostra hanno fatte le
sette. Siamo spettatori ogni giorno di brutture, di corruzioni, di scandali
senza nome. Quanti latrocinii! quante piaghe! quante rovine! A voi, sacerdoti,
a voi, laici, l'impedire, con tutti i mezzi consentiti, che l'opera di
demolizione prosegua; a voi il sollevare le sorti di questa nostra cara
patria.
Proclamate, che la prosperità vera e duratura non è da sperare per
essa se non nella professione costante della Religione cattolica e nel
rispetto agli inviolabili
diritti della Chiesa e del suo Capo augusto. --
«Ispiratrice e gelosa custode delle italiche grandezze, vi dirò con
le parole dello stesso Sommo Pontefice, fu sempre l'Apostolica Sede. Siate
dunque italiani e cattolici, liberi e non settarii, fedeli alla patria e
insieme a Cristo e al visibile Vicario suo, persuasi che un'Italia
anticristiana e antipapale sarebbe opposta all'ordinamento divino e quindi
condannata a perire.»
«Diletti figli, la religione e la patria vi parlano in questo momento
per bocca Nostra. Deh, ascoltate il loro grido pietoso, sorgete unanimi e
combattete virilmente le battaglie del
Signore. Il numero, la baldanza, la forza dei nemici non vi atterriscano, chè
Dio è più forte di loro, e se Dio è con voi, che potranno essi contro di
voi?»
Conchiude il Santo Padre la sua ispirata
Lettera esortandoci alla preghiera; e alla
preghiera vi esorto io pure da ultimo, fratelli e figli miei.
Si, preghiamo. Preghiamo con umiltà, con fiducia, con perseveranza:
preghiamo per noi,
preghiamo pei nostri fratelli, preghiamo pei bisogni della santa Chiesa, e Dio
ci esaudirà. Preghiamolo soprattutto pel Capo supremo di essa il Romano
Pontefice, l'invitto Leone XIII, affinchè vie più arricchito e colmato dello
spirito di sapienza e di fortezza, diriga intrepido fra le onde la mistica
navicella di Pietro da tante procelle agitata, da tanti nemici assalita, e
salva la conduca in porto.
Deh! il Signore lo conservi lunghi anni ancora al bene della cristianità,
all'amore de' suoi figli. Vegga Egli coronati di felice successo i suoi santi
e sublimi disegni; vegga i popoli sempre più avvicinarsi alla Cattedra di
verità; vegga i suoi nemici gettarsi ravveduti a' suoi piedi; vegga
ristabilita ovunque la pace.
Possa Egli, l'amatissimo Padre, gioire su questa terra del tanto
sospirato trionfo, prima di conseguire in Cielo il premio delle sue gloriose,
apostoliche fatiche.
La grazia di Gesù Cristo e la benedizione di Dio onnipotente, Padre,
Figliuolo e Spirito Santo, sia con tutti voi, fratelli e figli dilettissimi, e
con voi rimanga sempre. Piacenza, dal
Palazzo Vescovile, 18 Gennaio 1893. †
Giovanni Battista Vescovo |
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