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45. Opera di S. Opilio in favore dei chierici poveri della Diocesi Piacentina a perenne ricordo del Giubileo Episcopale di Sua Santità Leone XIII. Lettera Pastorale del Vescovo di Piacenza, 1 Maggio 1892, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1892, pp. 31.
Scalabrini, riprendendo il discorso sulla necessità del sacerdote avviato nella Pastorale precedente, esprime preoccupazione per la crescente flessione del numero delle vocazioni anche nella diocesi di Piacenza. Individua le cause del fenomeno nella secolarizzazione e, come altre volte ha osservato, anche nei limiti dei mezzi finanziari dei seminari dove si preparano i futuri preti. Nonostante l'intervento del Vescovo, a prezzo di notevoli sacrifici, questi istituti non riescono a sostenersi economicamente perché la legislazione ha compromesso il loro patrimonio. E' un'allusione alle leggi eversive dell'asse ecclesiastico in atto da alcuni decenni; ma Scalabrini non si perde in sterili diatribe contro lo stato; fa appello alla carità dei fedeli. Propone che ogni vicariato assicuri la retta ad un seminarista povero osservando che se è meritorio la decorazione di una chiesa, è ancora più pregevole il concorso per donare un sacerdote alla chiesa. Il clero deve anche impegnarsi nella promozione vocazionale e ammonire i genitori perché non pongano ostacoli alle scelte dei figli in ordine alla vita ecclesiastica. Invita alla generosità non soltanto i ricchi, ma anche chi ha bisogno di un duro lavoro quotidiano per sostentarsi; chiede l'umile obolo della vedova di cui parla il vangelo. Non sono motivi sufficienti per disattendere questo impegno le cattive stagioni, le imposte, il caro-viveri e le questue frequenti; questi spesso sono soltanto pretesti per mascherare sprechi, spese inutili o anche dannose allo spirito.
Il prete cattolico. ─ E' questo, fratelli e figli carissimi, l'argomento della mia Lettera Pastorale, data il 15 Febbraio u. s.; lettera che venne accolta da voi, mi è caro il dirlo, con segni di particolare gradimento, -- In essa presi a dimostrare, se ben vi ricorda, la dignità eccelsa, la importanza somma, l'utilità immensa del prete, Con ragioni, con fatti e con testimonianze, anche di avversari, vi provai la suprema necessità, che tutti abbiamo, del ministero di lui. Vi toccai i lagrimevoli danni, che dalla mancanza del prete non possono non derivare all'individuo, alla famiglia, alla civile società. Vi svelai inoltre da chi e perchè si fa guerra al prete, e conchiusi, esortandovi a non risparmiare sacrifizi per venirgli in aiuto e soprattutto per favorire le vocazioni allo stato ecclesiastico.
Su quest'ultimo punto sento il dovere, o dilettissimi, di richiamare di
nuovo la vostra attenzione; sento, più che il dovere, il bisogno d'insistere,
perchè tutti abbiate a persuadervi non esservi cosa, oggidì specialmente,
che meriti più di questa, le vostre simpatie, il vostro appoggio, la vostra
efficace cooperazione. Purtroppo anche nella Diocesi nostra si comincia a sentire la penuria dei sacerdoti, e ogni giorno vieppiù apparisce la difficoltà di appagare appieno le brame e i bisogni spirituali di tutte le nostre popolazioni. In più luoghi, dove, non ha molto tempo, si contavano sacerdoti coadiutori, ora non v'è che un parroco, rimasto solo in mezzo ai molteplici carichi del ministero. Vi sono anzi parrocchie senza parroco affatto, senza nemmeno un prete! Ciò che impensierisce maggiormente sì è, che questo vuoto doloroso andrà inevitabilmente a crescere ognora più, dacchè la tristizia dei tempi, le massime irreligiose, la licenza del vivere, la educazione guasta e altrettali cagioni vengono a sminuire nella gioventù le chiamate al Sacerdozio. Aggiungete l'assottigliamento dei mezzi per la sussistenza del clero, l'allettamento di vantaggiosi impieghi
secolareschi, le leggi ostili alla Chiesa e a' suoi ministri, la sfacciata
persecuzione che loro si muove continuamente, la minaccia di
peggio, e poi ditemi a che si ridurrà quind'innanzi il numero degli
operai evangelici.
Per me, ve lo confesso, fratelli e figli carissimi, veggo non senza
raccapriccio avvicinarsi quegli anni, ne' quali buon numero de' miei zelanti
cooperatori, consumato il loro corso, andranno a ricevere la corona
della giustizia. In tante parrocchie verrà
domandato il prete e non avrò come darlo! Da tante buone plebi verrà
chiesto il pane della divina parola per sè e pei figli e non sarà chi
loro lo spezzi! Da tante povere anime s'implorerà il conforto dei Sacramenti
e non sarà chi loro lo somministri!
Questo pensiero altamente mi cruccia, mi riempie l'animo di tristezza
profonda. Mi cruccia altresì e mi rattrista il pensiero dell'angustia in che
verranno, per gli accennati motivi, i miei Successori... Oh! che ne sarà, mi
domando sovente, di questa Diocesi illustre, un tempo così florida e
circondata di tanto splendore per la ricchezza de' suoi capitoli, de' suoi
sodalizi, delle sue religiose comunità, per il lustro e decoro di tante anime
buone? Questa terra già innaffiata dal sangue del Martire Antonino e dai
sudori fecondata di tanti Pontefici santi, uopo sarà che isterilisca per
deficienza di coltivatore? Così,
così avverrà purtroppo se non
si provvede. Avverrà che non poche popolazioni saranno costrette a vivere
come gregge che non hanno pastore, appunto perchè saranno costrette a vivere
senza prete.
Senza prete! Ma intendiamo noi, o dilettissimi, la immensa, la
terribile sciagura che racchiudono queste due semplici parole? Voglia Dio che
la intendano tutti. Un popolo senza prete vuol dire un popolo senza religione,
e un popolo senza religione è un popolo senza moralità, senza idee di
giustizia e ordine, senza sentimento di fratellanza, di carità e di pace. Un
popolo senza religione è un branco d'individui che vivono e muoiono a guisa
di bruti, e peggio ancora, perchè abusano dei lumi e delle cognizioni che
hanno, per immergersi ne' vizi più nefandi, per abbandonarsi alle passioni più
ignominiose, per gittarsi senza rattento a qualunque misfatto. Un popolo senza
religione è un'accozzaglia di gente che non vive insieme che per ingannarsi,
tradirsi, soppiantarsi a vicenda; è un popolo di selvaggi e di barbari, un
popolo che non rifuggirà domani dal ricorrere al petrolio e alla dinamite per
abbattere e distruggere quanto si oppone al conseguimento de' suoi pazzi
disegni; un popolo insomma che non può essere frenato nè dalle leggi, nè
dalla vigilanza de' magistrati, nè dalla potenza della forza materiale, perchè
la efficacia delle leggi e de' tribunali e delle pene civili è nulla, ove
taccia la voce della coscienza, e la voce della coscienza allora tace, quando
non si ode più la voce della religione. Un grido solo si ode allora: quello
dell'orgoglio, della libidine, della vendetta. Non esagero: la storia e lì a
provarlo con fatti di un'eloquenza terribile.
Anche da questo lato è adunque di assoluta necessità fare il prete.
Ma il prete, o miei cari, tale non diventa dall'oggi al domani. Bisogna
pigliare quei giovanetti che danno il segno di vocazione al ministero
ecclesiastico, bisogna allontanarli dai mali esempi, sottrarli all'aria
corrotta e corrompitrice del mondo, bisogna per tempo educarli, istruirli,
abituarli all'esercizio delle virtù più ardue e più pure, alla disciplina
più severa e più santa. Ed ecco quegli asili di benedizione che si chiamano Seminari:
Seminari, perchè là appunto germogliano le giovani piante, che devono
sottentrare, nel Clero, agli alberi che la fatica rese sterili, o che la morte
ha atterrati; Seminari, perchè là si prepara e si accumula il buon grano
della verità e della virtù, che la mano del sacerdote, divino seminatore,
deve spargere nelle anime.
Vegliare alla tutela e prosperità dei Seminari, dev'essere il precipuo
oggetto delle cure e dei pensieri di un Vescovo.
I suoi Seminari li ha pure
la Diocesi piacentina, e certo a
me nulla sta più a cuore di questi cari e religiosi Istituti. Oh! si, io li
amo; li amo come la pupilla degli occhi miei, perchè è nelle crescenti
speranze del sacerdozio ch'io veggo un pegno della futura prosperità del mio
gregge. Per questo mi assoggettai di buon grado a sacrifici enormi, per questo
io continuo a fare anche oggi tutto che mi è possibile; ma le sole mie forze,
o cari, non bastano. Ho bisogno, e bisogno grande del vostro aiuto, e vengo
appunto a domandarvelo colla presente.
Vero è, come dice il regnante Pontefice, che la pia e benefica volontà
de' padri nostri avea provveduto, e la Chiesa colla sua avvedutezza e
parsimonia era giunta a tale, che non le faceva d'uopo raccomandare la tutela
e la conservazione delle cose sacre alla carità de' suoi figliuoli. Ma il suo
patrimonio, legittimo insieme e sacrosanto, fu dalla procella de' nostri tempi
distrutto; laonde per quelli che professano amore al cattolicismo , è tornato
il caso di rinnovare la liberalità degli
avi.
I nostri Seminari sono poveri, e poveri generalmente sono i giovanetti
che vengonvi ammessi. Quasi tutti, com'è noto, escono da famiglie poco o
nulla provviste di beni di fortuna, e però più o meno bisognosi di soccorso,
benchè la retta sia minima. Deh! quale strazio al cuore di un Vescovo il dover tante volte negare l'ingresso nel Seminario a giovanetti di belle speranze, e ciò per mancanza appunto di mezzi! Qual dolore sentirsi riferire che altri, di speranze ancora migliori, si dovranno, per lo stesso motivo rimandare alle loro famiglie, senza
che a lui sia dato provvedere!
Solo la vostra carità, fratelli e figli miei, può togliermi da tante
angustie; ed è appunto su di essa ch'io faccio assegnamento. Io spero che
anche questa volta non invano avrò fatto ad essa ricorso.
Io vorrei che ciascuna parrocchia, o almeno ciascun Vicariato della
Diocesi, si proponesse di fondare nel Seminario un posto gratuito pei chierici
poveri. -- Ecco precisamente l'Opera che io vi propongo, o dilettissimi, a
ricordo perenne del Giubileo Episcopale del nostro S. Padre Leone XIII.
Chi di voi non vorrà prendervi parte? Si tratta infine di voi stessi,
del vostro spirituale e temporale benessere, del benessere temporale e
spirituale de' figli vostri e delle vostre famiglie; imperocchè, l'ho detto e
lo ripeto: non vi ha libertà senza
legge, non legge senza costumi, non costumi senza religione, non religione
senza preti.[1]
Favorire pertanto i Seminari è far opera eminentemente religiosa non
solo, ma anche eminentemente civile. E non si potrebbe pensare altra opera più eccellente e più meritoria di questa, perchè tutte le opere di beneficenza e di utilità privata e pubblica sorgono, fioriscono e si moltiplicano a misura che prevale la religione e si accende nei cuori la carità. Ma ciò si ottiene solo col procurare alla Chiesa buoni sacerdoti. Perciò il moltiplicare codesti sacerdoti è lo stesso che dar vita a
tutte le opere buone immaginabili.
Fratelli miei, diceva a' suoi
missionari quell'incomparabile eroe della carità che fu S. Vincenzo de' Paoli,
pensiamo pure finchè vogliamo, e
troveremo di non poter contribuire a cosa più grande che a formare un buon
prete.[2]
Volete conoscere il merito sovrabbondante che viene ad acquistarsi che
accoglie nel Seminario i piccoli del Signore? Udite Gesù Cristo medesimo: Chi
accoglie voi, Egli dice a' suoi Apostoli, accoglie
me; e chiunque avrà dato da bere ad uno di questi piccoli un sol bicchiere di
fresca acqua a mio riguardo, in verità vi dico: non rimarrà senza la sua
ricompensa.[3]
Quale poi sia per essere questa ricompensa, udite di nuovo Gesù Cristo: Chi
riceve un profeta come profeta, riceverà la mercede del profeta;[4]
vale a dire, come spiega il Crisostomo, chi aiuta a formare un ministro del
Vangelo e a lui, come tale, porge soccorso, egli ha parte a tutto il bene che
fa il ministro, e avrà da Dio la mercede stessa che avrà il ministro;
mercede immensurabile.
Se infatti il premio è proporzionato al merito, qual merito maggiore
di chi esercita il sacro ministero? Chi può dire i tesori di grazia e di
salute che questi spande
ogni dì sulla terra? Egli opera come luogotenente di Dio, insegna come
maestro, guarisce come medico, sentenzia come giudice, combatte come soldato,
edifica, sacrifica, consola. Nel convertire a Dio un solo peccatore, egli
esercita in una volta sola e in una maniera assai più perfetta tutte le opere
di misericordia registrate nel santo Vangelo.
Ebbene, al merito di tutte queste opere partecipa appunto il cristiano
che può dire: -- è per me che quel giovane è sacerdote. -- Salverà questi le anime? Le salverà in certo modo anche quegli
e salverà nel tempo stesso la propria. -- Sappiate,
scrive l'Apostolo S. Giacomo, che colui
il quale farà sì che un peccatore si ritragga dalla mala sua via, camperà
l'anima di lui dalla morte e verrà a cancellare i proprii peccati per molti
che sieno.[5]
Di tutte le opere di Dio, questa, al dire di S. Dionigi Areopagita, è la più
divina: Divinorum divinissimum est cooperari Deo in salutem animarum.[6]
Mi attendo pertanto che nessuno fra i sinceri cattolici, nessuno fra i
miei amatissimi diocesani, per quanto nelle sue finanze aggravato e ristretto,
vorrà rifiutarsi di fare, a beneficio della medesima, quello che è in suo
potere e che la sua religione e pietà gli suggeriscono.
Mi affido soprattutto al vostro zelo e alla vostra sollecitudine. Parrochi e Sacerdoti miei
amatissimi. Coll'esortazione, in privato e in pubblico, dal pergamo e
dall'altare non cessate d'infervorare i fedeli tutti a questa bellissima e
santissima delle opere, mettendone loro in rilievo i fini, la eccellenza e il
merito.
Il vostro Vescovo, com'è suo dovere, precederà coll'esempio,
obbligandosi fin d'ora alla fondazione (entro pochi anni, se Dio gli darà
vita) di due posti pei chierici più poveri della Diocesi; l'uno nel Seminario
Urbano, l'altro nel Seminario di Bedonia. -- Porto ferma fiducia che non
mancherà chi voglia, anche in questo, seguirmi. Parlo a voi, o venerabili
fratelli, che pari alla pietà e alla larghezza del cuore possedete beni di
fortuna. Quanto al rimanente clero, conosco le strettezze in cui versa
purtroppo; ma mi è pure notissimo lo spirito di sacrificio e di carità ond'è
animato; e spero che, come in altre circostanze, così in questa gravissima,
il suo zelo supererà la mia aspettazione. I parroci e i sacerdoti benestanti concorrano da benestanti, i poveri da poveri, e questi, rammentando ch'essi pure un giorno nel Seminario trovarono un pane, e col pane materiale quello della vita e dell'intelligenza, porgano soccorrevole la mano ai fratelli più poveri di loro. Ottima cosa abbellire la chiesa e fornirla di arredi preziosi, di pie immagini, di campane, di organo; ma cosa di gran lunga migliore il pensarla a fornirla del Sacerdote, senza del quale, tutte le sacre suppellettili servirebbero a nulla. -- Io non so dirvi, fratelli carissimi, la consolazione che provo quando sento che un prete ricco è morto, ricordandosi dei poveri chierici. Non so dirvi con qual cuore li preghi da Dio la ricompensa eterna! E' così edificante d'altra parte il vedere i ministri del santuario di nulla più solleciti che dell'onore del santuario! -- Oh! miei amati fratelli, parrochi e sacerdoti carissimi, studiatevi di preparare fin d'ora quasi altrettanti voi stessi che valgano poi a compensare la Diocesi, quando avrà il dolore di perdervi. A tal uopo osservate se nelle vostre parrocchie venga crescendo qualche fanciullo di ingegno aperto, d'indole schietta, di carattere vivace, ma insieme docile, studioso, modesto, d'illibati costumi e portato al servizio degli altari. Quando vi sia, prendete a coltivarlo con particolare premura: ve lo raccomando. D'accordo co' suoi genitori, vedete di ascriverlo alla sacra milizia. Non potete voi fornirgli la somma richiesta per mantenerlo nel Seminario? Fate almeno di procurargli la veste, i libri di cui abbisogna; interessate in favore di lui le anime caritatevoli del luogo: istruitelo, se non altro, voi stessi. Oh, sì, felice il parroco che avrà cooperato a dare almeno un prete alla Chiesa! Sia pure che nel campo del Padrone evangelico egli abbia forse lavorato sempre, con tutta quella diligenza e premura, con tutto quel fervore che il
bisogno dei tempi richiedeva. Potrà nondimeno presentarsi pieno di fiducia al
divin Giudice, sapendo di lasciare chi proseguirà sulla terra la sua celeste
missione, sapendo che per mezzo di lui egli continuerà in certo qual modo ad
evangelizzare, ad istruire, a presentare sempre nuovi manipoli al Padrone
della messe. Per tal guisa, come fu detto benissimo, egli parlerà, faticherà,
e meriterà anche nella tomba.
Un'altra cosa debbo raccomandarvi, o miei amatissimi Parrochi.
Voi ben sapete quante preziose vocazioni vadano miseramente perdute per
colpa degli stessi genitori. Non tralasciate quindi di porre sotto gli occhi
dei padri e delle madri le terribili conseguenze onde si rendono responsabili
in faccia a Dio, quando alla vocazione dei propri figli direttamente ed
apertamente si oppongono, quando con invincibile resistenza chiudono loro le
porte del Santuario, quando con blandizie e con minacce costringono a
trascinare le ignobili e pesanti catene del mondo chi era nato a dilatare
sulla terra il regno di Dio.
Premuniteli da quell'amore disordinato e sensuale che ad alcuni di essi
fa stimare quasi perduti e per la famiglia e per il casato quelli tra i loro
figliuoli che vestono le sacre divise. Oh, quanti esempi vediamo noi di
genitori, i quali, dopo aver attraversata la vocazione dei figli per mire
terrene, si accorgono, ma troppo tardi, di aver preparato a
sè stessi ed ai figli medesimi una vita d'infelicità e di sventure!
Ricordate loro pertanto, o venerabili fratelli, che se hanno da
guardarsi dallo spingere i figli per una via che non è la loro, debbono pure
guardarsi dal ritrarli da quella sulla quale Dio li chiama. Insegnate loro
come lungi dal contrastare quella vocazione e rammaricarsene, debbono, mercè
la cristiana educazione, coltivarla, svolgerla, difenderla e tenersene
altamente onorati, come nei tempi più belli della fede se ne tenevano onorati
i nostri maggiori. Dite loro altresì essere la vocazione al ministero sacro
come un germe delicatissimo, inserito dalla mano stessa di Dio nell'anima che
viene a pellegrinar sulla terra. Porranno essi quel germe in condizioni
propizie? Con celere movimento lo vedranno crescere, fiorire, dar frutto. Lo
porranno in condizioni contrarie? Esso morirà inevitabilmente senza un
miracolo della onnipotenza divina. Mostrate loro finalmente come siano
condizioni tutt'altro che propizie quelle in cui è allevata a' dì nostri la
gioventù. Le case ove crescono i fanciulli, le scuole che li istruiscono,
gl'istituti che li educano, i compagni che li circondano, i discorsi, gli
esempi, i libri, le immagini che feriscono tuttodì i loro sensi, sono sempre
tali da svolgere il divino germoglio? da nutrire in quelle teneri menti e in
quei teneri cuori pensieri ed affetti di cielo? Oh! mio Dio, non siamo noi
spesso costretti a gemere
vedendo pervertimenti e corruzioni precoci? Non siamo noi costretti a pregare
che in tante povere creature si salvi, se non l'innocenza, almeno la fede? Ed
ecco una delle cause principali, per cui in certe classi del civile consorzio
non si veggono più vocazioni
ecclesiastiche. Ecco la necessità di collocare per tempo nei Seminare i
giovani aspiranti al Sacerdozio.
Tutto questo ditelo, venerabili fratelli, ai genitori, e persuadeteli a
fare per ciò qualunque sacrificio.
Io so di un buon padre di famiglia il quale aveva in Seminario il
proprio figlio unico. Questi non sentendosi chiamato allo stato ecclesiastico,
ne depose l'abito. Il padre allora si presenta al Vescovo dicendo: --
Veramente io avrei desiderato che mio figlio avesse continuato nella via per
la quale si era messo, ma dal momento che tale non è la sua vocazione, ne
scelga pure un'altra a suo piacimento. Io però voglio continuare a pagar la
pensione pagata sin ora, affinchè l'Eccellenza Vostra possa al posto di lui
mettere qualche altro buono e bravo giovane, e così sentirmi poi consolato
all'idea di avere anch'io donato alla Chiesa, che ne ha tanto bisogno, un
prete.
Pensiero oltre ogni dire nobile e delicato: pensiero che voi,
venerabili fratelli, vi studierete d'insinuare in quelli che avessero mezzi
per attuarlo.
Ed ora una parola a voi quanti siete, o laici, che sopra gli altri vi
elevate per copia di ricchezze
e nobiltà di sentire. Io mi pongo ai vostri piedi in nome de' miei figli più
piccoli, e vi scongiuro e vi supplico per le viscere di Gesù Cristo di venir
loro anche voi in aiuto.
Nelle presenti condizioni della Chiesa, io veggo, o miei cari, una
grande misericordia per voi. Il vostro danaro, quel danaro così pericoloso
alla vostra eterna salute, può creare apostoli rigeneratori delle anime. Chi
sa che tra quei poveri fanciulli
che mi assediano per essere ammessi al Santuario non vi siano vocazioni
privilegiate, non vi sia qualche
anima eletta, su cui vuol posarsi in lingua di fuoco lo Spirito del Signore?
Voi che il potete, non permettete no, che vadano perdute tante care speranze.
Deh, aprite, aprite la vostra mano benefica e preparate le vie agli uomini di
buona volontà, ai ministri e dispensatori della misericordia divina! E' santa
cosa nutrire gli affamati, vestire i nudi, soccorrere i poveri di Gesù
Cristo; è il vostro dovere principale, ma è cosa ancor più santa e doverosa
nutrire, vestire e soccorrere questi figli del popolo poveri ed aspiranti
all'onore di servire la Chiesa e di lavorare alla salvezza delle anime. Non
sono essi i primi poveri, non sono i poveri più interessanti per l'età loro,
per la loro innocenza, pel loro nascente fervore, per la loro vocazione ad uno
stato il quale mira specialmente al sollievo dei poveri?
Se al dire d'Aristotile, filosofo pagano, le spese degne di maggior lode sono quelle che si fanno in
ordine ai sacrifici: honorabiles sumptus
sunt maxime qui pertinent ad
sacrificia[7], quanto non saranno più lodevoli le spese sostenute
per formare un prete che solo può offerire quell'unico Sacrifizio della nuova
Legge che abbraccia tutti gli altri ed è per sè d'un valore infinito?
Non saprei davvero, come meglio potreste, o facoltosi, impiegare il
vostro danaro, che aiutando Gesù Cristo nella persona de' suoi prediletti,
vale a dire de' fanciulli poveri che vorrebbero seguirne le orme.
Mettete pertanto nel vostro bilancio la piccola spesa necessaria a
formare un prete, e fatevi una legge, nè mai vi esca di mente, di porre a
parte a quando a quando quello che ciascuno di voi avrà
seco stesso liberato per l'altissimo scopo. Come già ho detto, la
elemosina che si fa per le vocazioni ecclesiastiche, è la più meritoria,
perchè è la più gradita a Dio e la più utile al prossimo. Un clero
numeroso, istruito, esemplare, operoso è di sommo vantaggio alla patria, è
la maggiore benedizione della Diocesi e della Chiesa; e a questo duplice scopo
è intesa appunto l’opera di cui vi parlo, e che altamente vi raccomando.
Oh, sì, date, o miei cari! date generosamente, date costantemente,
date volentieri. Non temete per ciò d'impoverire. Tema chi nell'ozio
impigrisce, chi toglie
l'altrui, chi rapina beni di Chiesa, il che prima o poi frutta danno e
disdoro; ma temer non dovete voi, aiutando quest'opera. Voi vi farete anzi
debitore Gesù Cristo medesimo, quel Gesù che nel suo santo Vangelo,
si è protestato di rendere al benefattore del povero il cento per uno.
E neppure temer dovete che sieno deluse le vostre speranze. Quand'anche
sull'albero della carità non vedeste quaggiù maturare i frutti desiderati,
quei frutti matureranno a conto vostro nelle aiuole del Paradiso. Fuori di
metafora: non mai al cospetto del Signore l'opera virtuosa va perduta.
Quand'anche dei giovani leviti, raccolti nel Seminario, i più fossero
costretti a lasciarlo, e solo a pochi fosse dato di toccare la meta, quei
pochi nondimeno varrebbero un tesoro, sarebbero una letizia del cielo e della
terra. Fra cento goccie di pioggia che cadono al suolo, novantotto diventano
fango; ma della altre due, una cade sulla fronte del pargolo nel lavacro
battesimale e dona un figlio alla Chiesa; l'altra cade nel calice
del Sacerdote, si immedesima col Sangue di Cristo e dona agli uomini
Dio. -- Felice, ripeto, felice mille volte chi dà
un Sacerdote alla Chiesa! Non vi conforta il pensiero che nell'estremo
dei vostri giorni, quando la scena del mondo si dileguerà dagli
occhi vostri e vi andrete avvicinando all'eternità, un Sacerdote abbia
a recarvi il perdono di Dio? Or
bene, ecco la parola di Gesù Cristo:
-- date
e vi sarà dato -- date et dabitur vobis. --
Date un prete alla Chiesa, ed Egli nella sua misericordia accorderà un prete
a voi e a' vostri cari nei momenti di maggior bisogno, nel giorno della grande
tribolazione, nell'istante supremo della vita: date et dabitur vobis.
Ma che dirò io a voi, o miei cari, che il pane siete costretti a
guadagnarvi col sudor della fronte? In quest'opera di redenzione e di salute,
non avrete voi parte alcuna?
Ascoltate: l'ordine del padre di famiglia, andate
anche voi nella mia vigna, è diretto a tutti, preti e laici, ricchi e
poveri, e tutti siamo tenuti a lavorare, ciascuno a misura delle proprie
forze, perchè si rassodi quaggiù e si estenda il regno di Dio. L'opera è a
vantaggio di tutti, quindi deve stare a cuore, tutti debbono cooperarvi.
Del resto, non vi si chiede, o miei cari figli, ciò che non avete, ma
ciò che potete. So bene che pochi sono i mezzi de' quali vi è dato disporre,
ma so ancora che molti siete voi. Ora chi non vede che quella pioggia
abbondante la quale innaffia le riarse campagne e le feconda, non è altro che
l'aggregato di molte goccie? Gesù Cristo non ha forse benedetto il centesimo
del povero? Non lo ha forse consacrato alle più alte e più nobili imprese di
sua gloria? Quel centesimo, o cari, afferma la fede e l'amore delle vostre
anime e basta.
Chi avesse veduto la vedova di cui parla il Vangelo, a mettere i due piccioli nel tesoro del tempio,
avrebbe potuto dire: e che fa mai tanto poco alla grande fabbrica, al superbo
monumento che era il tempio ebreo?
Chi invece si fosse imbattuto nei ricchi che versavano l'oro, avrebbe
potuto esclamare: quella, sì, è condegna offerta! Eppure Gesù volse
l'ammirazione e l'encomio alla vedova: commendò i due piccioli, e disse che
la povera donna aveva vinto la mano ai ricchi, perchè ella aveva dato di
quello che le mancava, e i ricchi di quello che loro abbondava. I due piccioli
d'allora in poi restarono immortali, e anche oggi se ne favella a rincorare i
poveri e a persuaderli, che la loro umile offerta
è tutt'altro che spregevole e indifferente. Essa, benchè ignorata
dagli uomini, darà nell'occhio al Padre che sta ne' Cieli, il quale se ne
loderà un giorno innanzi a' suoi Angeli, innanzi alle generazioni stupite in
vedere colmata di gloria un'opera che il mondo stimava da poco, ricoperte
invece di oblio tante imprese cui il mondo dava il nome di grandi.
Ma anche qui sulla terra la vostra umile offerta avrà, o cari, la sua
ricompensa. -- E' un giovane che da qualche anno non ha che un pensiero: il
Santuario! un solo affetto: il Santuario! un solo desiderio il Santuario! --
Quando sarò prete?..... Quando potrò fare un po' di bene a' miei fratelli in
Gesù Cristo? -- e intanto ei si vede costretto dalla miseria della famiglia ad abbracciare una carriera affatto
contraria alle sue nobili aspirazioni. Allorchè divenuto, per vostra
generosità, Sacerdote, egli offrirà sull'altare la Vittima Santa, ditemi,
per chi saranno le più ferventi preghiere se non appunto per voi che gli
procuraste sì grande consolazione?
Odo le solite scuse: non si può; le stagioni cattive, le imposte, il
caro dei viveri, le continue questue...
Non si può? Io potrei prima di tutto domandare: queste calamità a cui
andiamo soggetti, queste miserie che vanno aumentando che cosa ci dicono? Ci
dicono, risponderò con un santo Vescovo, che Dio è irritato e che dobbiamo
placarlo, redimendo i nostri peccati con larghe elemosine; ci dicono che
specialmente la nostra indifferenza, la nostra durezza per le anime provoca la
collera divina. Iddio nella sua ineffabile carità, ci invita ad aprire le
mani; ad aprirle verso il Cielo per ricevere, ad aprire verso la terra per
dare. Noi verso i chierici poveri saremo avari di soccorso? Iddio sarà avaro
di soccorso con noi, avaro di misericordia, avaro di operai evangelici. Stolto
calcolo di prudenza mondana è dunque negare ai poveri aspiranti al
sacerdozio, sotto pretesto d'impotenza, l'obolo della carità. Perchè
sentiamo che la mano amorosa di Dio si restringe sopra di noi, perciò appunto
più largamente dobbiamo a sollievo del prossimo aprire la nostra, essendo
scritto: vi sarà dato in quella misura che voi darete agli altri:
qua mensura mensi fueritis, remetietur vobis.
Ma poi, diciamolo, dov'è questa pretesa
impotenza? Denari se ne versano da tutti e con tale agevolezza, che quasi si
direbbe l'età nostra l'età dell'oro. Se ne hanno per ogni comparsa, per ogni
occasione, per ogni impresa, se ne sprecano in ninnoli, in frasche, in
superfluità d'ogni fatta; peggio, se ne fa talvolta scialacquo a seduzione e
rovina. E per Iddio, per l'anima, pei nostri più vitali interessi, non si
vorrà disporre di nulla?
Non possiamo: è la fredda risposta anche delle famiglie di discreta
fortuna. -- Voi non potete? Ma voi potete bene andare al teatro, voi potete
bene frequentare i caffè, voi potete bene spendere pel giuoco, pel giornale,
per mille capricci. -- Ah! figliuoli miei, cessiamo di mentire allo Spirito
Santo. Noi possiamo soccorrere i chierici poveri; lo possiamo e lo dobbiamo
tutti. Lo possiamo tutti, perchè con piccoli risparmi, con piccoli sacrifizi
il soldo per l’opera dei chierici poveri possono facilmente raggranellarlo
anche i più poveri, e perchè tutti, se non altro, possono pregare il Padrone
della messe che mandi nel suo campo operai in buon numero. Lo dobbiamo tutti,
perchè questo tributo lo richiedono da noi l'amor di Dio, l'amore di Gesù
Cristo, l'amore del Vicario di
Gesù Cristo, l'amore della Chiesa, l'amore della religione, l'amore della
civiltà, l'amore del prossimo, l'amore
di noi stessi, i più sacri e solenni interessi della terra e del Cielo.
Venerabili fratelli e dilettissimi figli, lasciate che ancora una volta
ve lo ripeta: il premio che Dio prepara alle offerte che farete per assistermi
in questa che io reputo la prima opera del pastorale ministero, la regina
delle opere buone, è immenso, ineffabile; e quando nel dì estremo a migliaia
a migliaia si presenteranno a voi le anime degli eletti a ringraziarvi della
eterna salvezza ottenuta, mercè degli ottimi Sacerdoti che colle vostre
largizioni avrete procurati, vi chiamerete felici di aver corrisposto
all'invito e alle esortazioni che il vostro Vescovo si è creduto in dovere di
farvi con questa lettura.
Quel Dio che opera in noi, al dire
dell'Apostolo, il volere ed
il fare secondo la sua volontà, vi accordi la grazia di
volere e di fare.[8] Che
Egli spanda copiose sopra di voi, venerabili fratelli e figliuoli carissimi,
le sue più elette benedizioni, come io, ringraziandovi fin d'ora con
effusione di cuore, benedico affettuosamente a voi, alle vostre famiglie e
alle cose vostre, nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Piacenza,
dall'Episcopio, 1 del Mese di Maria, 1892. †
Giovanni Battista Vescovo STATUTO D
E L L'O P E R A D I
S. O P I L I O A FAVORE DEI
CHIERICI POVERI _____________
Affinchè l'insigne opera abbia sin dal principio un regolato indirizzo
ed una norma come attuarsi nella Diocesi, ho creduto di emanare le seguenti
ordinazioni:
1°. E' istituita in Piacenza una Commissione Diocesana diretta a
raccogliere e costituire un fondo, formato colle oblazioni dei fedeli, a
favore di quei giovani di buona indole e di ingegno svegliato, ma poveri, che
diano segni di vocazione ecclesiastica. --
Tale opera è posta sotto la protezione di S. Opilio, giovane levita,
piacentino, ed ha per titolo: Opera di
S. Opilio a favore dei Chierici poveri.
2°. Tale Commissione sarà presieduta dall'Ordinario e composta almeno
di quattro Sacerdoti e due laici, con un Segretario ed un Tesoriere.
Dei Sacerdoti, due verranno eletti dal R.mo Capitolo della Cattedrale,
e due dai Parrochi della città collegialmente adunati. I due laici verranno
scelti dalla stessa Commissione.
3°. Essa ha per ufficio: a)
di procurare lo sviluppo e l'incremento della pia Opera
tanto nella Città quanto nella Diocesi; b)
di amministrare il denaro raccolto ed erogarne a tempo debito i frutti; c)
di renderne conto annualmente; d)
di dare il suo parere sulla distribuzione dei sussidi.
4°. Ogni Vicario Foraneo istituirà una Commissione della quale
faranno parte almeno due parrochi da eleggersi dal Clero del Vicariato,
radunato all'uopo. Il Vicario
Foraneo ne terrà la Presidenza.
5°. La Commissione Vicariale ha per ufficio: a)
di sollecitare l’impianto delle Commissioni Parrocchiali, come nell'art. 6.°;
b)
di promuovere l’Opera nei modi consentiti dalle condizioni e consuetudini
locali; c)
di raccogliere e trasmettere all'Ordinario le offerte di ciascuna parrocchia; d)
di vegliare, affinchè gli ordini siano da tutti puntualmente eseguiti.
6°. Ogni Parroco istituirà una Commissione Parrocchiale composta
almeno di tre membri, i quali potranno essere Sacerdoti o laici, secondo che
il Parroco stimerà opportuno. -- Presidente
di siffatta Commissione sarà il Parroco stesso, il quale notificherà al
rispettivo Vicario Foraneo i nomi di quelli che furono chiamati a comporla. I
Parrochi della Città e dei Sobborghi direttamente allo stesso Ordinario.
7°. Compito della Commissione parrocchiale sarà: a)
di distribuire a tutte le famiglie della Parrocchia le schede che vengono
trasmesse dalla Commissione Diocesana; b)
di promuovere la pia Opera in ogni miglior modo possibile; c)
di custodire le offerte tanto in oggetti che in denaro che si raccoglieranno
all'uopo.
8°. Ogni anno nel Lunedì di
Pasqua e della Solennità del SS. Rosario, in tutte le Chiese Parrocchiali
della Città e Diocesi, come
anche in tutti gli Oratorii, ove si celebri la S. Messa, si farà dai Parrochi
(sotto precetto di ubbidienza, attesa l’importanza e gravità della cosa),
una Colletta speciale a questo pio
scopo, datone avviso ai fedeli la Domenica o festa precedente.
9°. Le contribuzioni
ordinarie saranno in ragione di centesimi cinque
per settimana. Qualunque altra limosina eventuale sarà accettata come
sussidio straordinario.
10°. In tutte le Chiese della Città e Diocesi rimarrà esposta una
cassetta, colla iscrizione a grossi caratteri: --
Offerte -- Pei chierici poveri». --
11°. Ogni parroco terrà sempre aperto nel suo studio un registro, per
L'opera di S. Opilio, dove segnerà
le libere offerte che potranno fare i suoi buoni parrocchiani, nell'occasione
di speciali festività, o del loro matrimonio, o del battesimo di un neonato,
o di qualche infortunio per implorarne la cessazione o per suffragare le anime
dei loro morti.
12°. Due volte all'anno,
e cioè, in occasione della Congregazione dei Vicarii Foranei e sui primi di
Dicembre, il Presidente della Commissione Parrocchiale trasmetterà al
Presidente della Commissione Diocesana il danaro raccolto. -- Fuori di città
lo trasmetterà per mezzo del rispettivo Vicario Foraneo, in città e nei
sobborghi direttamente come sopra.
13°. Sarà pubblicato ogni anno dalla Commissione Diocesana, il
resoconto delle Collette di ciascuna Parrocchia, e spedito ai singoli
Parrochi, i quali dal pergamo ne faranno conoscere il risultato ai fedeli.
14°. Le offerte di ciascun Vicariato, di ciascuna Parrocchia, di
ciascuna Comunità che stabilisse di fondare un posto, saranno messe a frutto,
sino a che vengano a formare un capitale sufficiente per una pensione intiera.
Allora soltanto s'incomincierà la distribuzione dei frutti annuali.
15°. Quella Parrocchia o quel Vicariato che nel giro di alcuni anni
arrivasse a fondare un posto gratuito nel Seminario, avrà diritto che quel
posto sia conferito al chierico più povero e più meritevole di quella
Parrocchia o di quel Vicariato.
16°. Compiuta la somma necessaria alla fondazione di un posto o di un
sussidio, l'Ordinario, sentito il parere dei Superiori del Seminario, e della
Commissione diocesana, applicherà ogni anno i frutti delle oblazioni
raccolte, in tanti sussidi per quei Chierici poveri che stimerà idonei alla
carriera ecclesiastica, e più
meritevoli per scienza e condotta.
17°. I sussidii si assegneranno, previo esame dei documenti che
verranno in seguito richiesti, e in quella misura che sarà possibile, anno
per anno, con facoltà alla Commissione di diminuirli od anche di sopprimerli
del tutto, quando le circostanze lo richiedessero o i sussidiati se ne
rendessero immeritevoli.
18°. Le domande per
sussidii si dovranno indirizzare ogni anno, entro il mese di Luglio, al
Segretario della Commissione Diocesana.
19°. Non si accorderanno sussidii a quelli che già
fossero altrimenti
provveduti. †
Giovanni Battista Vescovo |
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