|
|
|
|
44. Il prete cattolico. Lettera Pastorale di Monsignor Vescovo di Piacenza per la Santa Quaresima dell'anno 1892, 15.2.1892, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1892, pp.43.
Gli attacchi di cui è fatto oggetto il clero italiano sono l'occasione per un discorso sul sacerdote cattolico. Scalabrini intende illustrare la dignità del prete e la sua missione nella chiesa. Il sacerdote porta l'umanità a Dio perché offre a Lui la preghiera e la sofferenza del mondo inserendole nel sacrificio di Cristo che viene rinnovato nella celebrazione della messa. Reca Dio all'uomo comunicandogli la verità rivelata, capace di adeguarsi all'intelligenza delle persone di ogni età e condizione sociale. Dona la vita stessa di Dio con la grazia attraverso i sacramenti; è Cristo che nell'uomo parla, perdona e salva. Ha pure una funzione sociale perché promuove istituzioni che nel corso della storia costituiscono la gloria delle nazioni civili, come, in Italia, i Comuni, le università e le opere di beneficenza. Nella propria patria garantisce la convivenza pacifica dei cittadini perché difende i principi religiosi che, proponendo una sanzione efficace in quanto eterna, assicurano la vita morale senza la quale é impossibile una comunità ordinata; come missionario comunica agli infedeli la luce del vangelo onorando anche in questo modo il proprio paese; è sempre il primo a intervenire nelle calamità pubbliche per soccorrere le vittime. Non deve sorprendere l'insistenza con cui Scalabrini evidenzia il carattere patriottico dell'azione del sacerdote cattolico: in Italia è ricorrente l'accusa, mossa al clero soprattutto dagli ambienti massonici, di essere nemico della patria perché solidale con il papa nel difendere i diritti della chiesa calpestati dalla classe dirigente. L'uomo non sempre comprende la missione del prete. Questi deve perfino supplicarlo di concedergli come una grazia il consenso di fargli del bene. Eppure senza il sacerdote non si risolvono i gravi problemi che agitano il mondo, neppure la questione sociale che minaccia di sovvertire l'ordine pubblico. Il ministro di Dio unisce insieme datori di lavoro e dipendenti con la carità che rifiuta l'odio e la lotta di classe, e definisce i loro diritti in termini di giustizia. In queste affermazioni ci pare di cogliere un riferimento all'enciclica Rerum Novarum[1] pubblicata da Leone XIII l'anno precedente. Scalabrini conclude con un invito ai fedeli di collaborare con il sacerdote perché tutti i battezzati sono chiamati ad un impegno di apostolato nella comunità ecclesiale; al clero raccomanda una particolare attenzione verso gli operai che devono essere sollecitati a iscriversi alle associazioni cattoliche.
«In ogni parrocchia tu trovi un uomo, che non ha famiglia propria, ma che appartiene alla famiglia di tutti, il quale vien chiamato come testimonio, come consigliere, e come operatore negli atti più solenni della vita civile, senza il quale non si nasce e non si muore, giacchè riceve l'uomo dal seno materno, nè l'abbandona più mai se non al sepolcro; il quale benedice e santifica il talamo e la culla, il letto di morte e la bara; un uomo che i fanciulli si avvezzano ad amare, a venerare, a temere, cui gli sconosciuti ancora chiamano padre loro, a' cui piedi i cristiani manifestano i segreti più intimi, le lagrime più ascose; un uomo che per la sua condizione è consolatore delle miserie tutte dell'anima e del corpo, il mediatore diretto fra le ricchezze e l'indigenza, il quale ora vede il povero ed ora i dovizioso battere alla sua porta; il dovizioso a deporvi nascostamente la elemosina e il poverello a riceverla senza rossore; un uomo che, senza far parte di nessuna classe sociale, appartiene a tutte indistintamente: alle
classi minori per la sua vita povera, e bene spesso per l'umiltà de' natali,
alle classi poi più elevate in virtù dell'educazione, del sapere, e della
nobiltà degli affetti, ispirati e comandati da una religione che è tutta
carità; un uomo insomma che conosce ogni cosa, che ha il diritto di dire ogni
cosa, e la cui parola scende dall'alto sopra gl'intelletti e i cuori umani con
l'autorità di una missione divina e con l'imperio di una fede sublime.
Chi sia quest'uomo così bene ritratto dal celebre Lamartine, voi,
fratelli e figli carissimi, lo avete già indovinato: è il pastore delle
anime, il prete cattolico.
Il prete! Oh questi un giorno era,
si può dire, la delizia degl'italiani! Nulla d'importante si decideva dai
padri nostri, nulla s'intraprendeva di grande, senza del prete. Il prete si
voleva da per tutto, si chiamava da per tutto, entrava da per tutto. Ed
ora? Ora nulla vi ha generalmente parlando, che vi sia più
vilipeso del prete. Sanno troppo bene gli aderenti alle sette non potersi
strappare dai cuori la fede, finchè dalle moltitudini si porge orecchio alla
parola di lui. Perciò si affannano a metterlo in mala voce tra il popolo;
perciò di continuo, in privato
ed in pubblico, dalla tribuna e nei teatri, con la stampa e con la voce, per
via di rappresentazioni e d'immagini, in ogni peggiore maniera, lo deridono,
lo beffeggiano, lo insultano; perciò si studiano di allontanarlo, come in
gran parte vi sono già riusciti, dalle pubbliche amministrazioni, dalle opere
di beneficenza, dagli spedali, dalle scuole, dalle cattedre, dall'esercito,
dalle associazioni, dalle accademie, dai circoli, dalle famiglie e, non di
rado, dal letto persino dei morenti!
Qual meraviglia se il povero popolo, involto come in una nube di
pregiudizi, vada a poco a poco smarrendo il vero concetto del cattolico
sacerdozio e imbevendosi contro lui di idee false e di sentimenti ostili?
Ed ecco, o dilettissimi, perchè, approfittando io dell'imminente
Quaresima, credo mio dovere parlarvi del prete cattolico. - A trattare di
soggetto sì rilevante mi muove altresì il fatto, che quest'anno abbiamo pur
troppo a lamentare gravi perdite, e più del solito numerose, nelle file del
clero.
La messe è molta, gli operai sono pochi. Voglia il Signore mandarne altri in buon numero nella sua
messe!
Di tutti gli uffici che l'uomo è chiamato a compiere sulla terra, non
ve n'è uno, o dilettissimi, che si possa paragonare al sacerdozio cattolico.
La stessa regale maestà, scrive il Crisostomo, è obbligata ad inchinarsi
dinanzi alla maestà sacerdotale. Ai re sono soggetti i corpi, ai sacerdoti le
anime. Il re tiene il suo trono al di sopra delle società umani, ma anche là,
dove il poter suo è assoluto, esso non si esercita che in un ordine
subalterno e non riguarda che gli interessi del tempo. Il sacerdote sale più
alto: col suo ministero egli tocca lo stesso ordine divino e penetra
nell'eternità. Del re si potrebbe dire: «Egli è tolto fra gli uomini e
stabilito per gli uomini in ciò che riguarda gli uomini;» ma «il sacerdote
- dice l'Apostolo - è tolto fra gli uomini e stabilito a pro degli uomini per
le cose che riguardano Dio:» - ex
hominibus assumputus, pro hominibus constituitur in iis quæ sunt ad Deum.[2]
Egli d'altra parte è il coadiutore di Dio, il suo ambasciatore, il suo
luogotenente, l'interprete della sua volontà, l'avvocato della sua
misericordia, il depositario de' suoi santi misteri, il dispensatore delle sue grazie.[3]
- In lui s'incarna il popolo per avvicinarsi a Dio; in lui la società
religiosa concentra le sue
preghiere e i suoi voti per farli salire tutti insieme al Cielo; in lui si
imprime più spiccata, più viva,
più augusta che in qualunque altra autorità terrena l'immagine di Dio; in
lui si appuntano i doni celesti ch'egli deve spargere nel mondo
Una doppia corrente di cose sacre va dalla terra al Cielo e dal Cielo
alla terra. Dalla terra al Cielo gli atti
religiosi dell'umanità, dal Cielo alla terra le benedizioni di Dio.
Gli è nel sacerdote che queste cose sante s'incontrano, come sulle montagne i
vapori che dalla valle si sollevano verso la regione delle nubi, e le sorgenti
che dalle regioni delle nubi discendono nella valle.
Il sacerdote! Egli parla e tratta a nome degli uomini, egli parla e
tratta a nome di Dio. Uomo della Chiesa, uomo di Dio, in questo doppio ufficio
egli rappresenta il Sacerdote universale ed eterno Cristo Gesù, sorgente di
tutto il sacerdozio.
Egli è
l'uomo pubblico, l'essere
sacro per eccellenza. Il suo nome esprime appunto ciò ch'egli è, e ciò
ch'egli fa. Lo si chiama sacerdote
come per dire, ch'egli è dono sacro
che Dio fa agli uomini. Meglio ancora, secondo S. Tommaso: lo si chiama sacerdote, ossia datore delle
cose sacre, come per dire, ch'egli dà a Dio le cose sacre dell'umanità e
all'umanità le cose sacre di Dio:
Sacerdos quasi sacra dans.
La cosa sacra dell'umanità è la preghiera. - Popolo, esclama un
grande oratore, il dovere ed il bisogno ti
traggono presso Dio, il tempio si
apre e tu ne riempi le vaste navate. La tua bocca impaziente vorrebbe lanciare
verso il Cielo l'onda di questa preghiera di cui il tuo cuore è ripieno. Ma
taci. Tu non hai il diritto di parlare, se il prete non è là per aprire le
tue labbra, per raccogliervi le parole sante, per unirle alle sue e
trasmettere a Dio la religiosa espressione della tua fede, del tuo amore,
delle tue speranze, de' tuoi desiderii, de' tuoi timori.
Egli arriva, l'uomo sacro, si appressa all'altare, stende le braccia e
dice: «Preghiamo - Oremus!» Ecco
la corrente che trasporta appiè dell'Altissimo le cose sacre della terra.
Tutti gli atti religiosi del popolo cristiano debbono passare per le mani del
sacerdote per essere a Dio accettevoli.
Noi vogliamo lodare la maestà del Signore, adorare il mistero
ineffabile della sua vita cantare la gloria della Triade augusta. E' il
sacerdote che intuona il cantico ed unisce in un solo concento il concento di
mille voci: «Te Deum laudamus, Te
Dominum confitemur.»
Noi vogliamo ringraziar Dio de' suoi benefici, benefici di natura,
benefici di grazia. E il prete leva in alto i nostri cuori, e, lieto
interprete della nostra riconoscenza, canta: E' cosa degna e giusta, equa e
salutare, Signore santo, Padre
onnipotente, Dio eterno, che sempre ed in ogni luogo vi rendiamo grazie: «Nos Tibi semper et ubique gratias agere.» {9}
Noi vogliamo, miserabili peccatori, stornare dalla nostra vita sociale,
in cui trionfa il delitto, le verghe ed i flagelli della divina giustizia. E'
il sacerdote che piange per noi tra il vestibolo e l'altare e grida: « Pietà,
o Signore, pietà del tuo popolo!» «Parce, Domine, parce populo tuo!»
Noi vogliamo aprire le feconde sorgenti
donde la grazia divina si versa
sulle afflizioni, sulle miserie dell'anima nostra, sulle anime altresì de'
nostri cari defunti. E' il sacerdote che sotto mille forme, solenni ed insieme
commoventi, interpreta i nostri voti e li trasmette a Dio che deve esaudirli.
Lodi, rendimenti di grazie, suppliche della nostra indegnità e della
nostra miseria, voti del nostri cuore, tutto egli incentra nell'anima sua
consacrata e, allo scopo di far grandeggiare i nostri atti religiosi in
ragione dell'Infinito a cui sono indirizzati,
egli, il sacerdote, pone tutto e tutto divinizza nel cuore di Gesù Cristo,
sommo ed universale Sacerdote, con quelle parole: «Per
Dominum nostrum Jesus Christum. Questa,
sempre questa, o dilettissimi, la conclusioe di tutte le sue preghiere.
Ma un'altra cosa infinitamente più sacra della preghiera possiede
l'umanità: il sacrifizio. Nel sacrifizio si assomma il culto che l'uomo deve
al suo Creatore, all'Essere supremo, al Padrone della vita e della morte. E
chi offrirà il sacrifizio se non il prete? «Il sacrifizio e il sacerdozio,
dice il santo Concilio di Trento, sono talmente uniti nei disegni di Dio, che
si trovano in ogni legge.»
Sì il genere umano avea bisogno di un sacrifizio, che rendesse a Dio
gli omaggi richiesti dalla sua perfezione infinita e riparasse l'offesa fatta
a Lui pei delitti di tutti i popoli e di tutte le età. Senonchè tutti i
popoli e tutte le età si sentirono mai sempre impotenti a placare l'ira
divina, qualunque fossero i sacrifizi da loro offerti. Sgozzavansi umani
vittime nella persuasione che non si potesse redimere se non a prezzo di umano
sangue. Ma come poteva l'uomo colpevole espiare i peccati proprii e gli
altrui? Frater non redimit, redimet homo? - Era pertanto necessaria una
vittima, ma una vittima innocente, una vittima d'infinito valore. Ed ecco il
Verbo vestire per noi umana carne, immolarsi per noi sull'altare della croce,
farsi nostra redenzione e nostra salute, diventare cosa nostra.
La sua morte crudele e sanguinosa più non si rinnovella, ma la sua
ingegnosa bontà trova il mezzo di moltiplicare milioni di volte, senza
dolore, senza effusione di sangue, in perpetuo, il sacrifizio della croce e di
applicarcene i meriti in modo sensibile. Come mai? Mercè il Sacrifizio
eucaristico.
Io contemplo il sacerdote nel momento solenne e decisivo del santo
Sacrifizio. Egli è là, ritto, in mezzo all'altare, leva gli occhi al Cielo,
benedice un piccolo pezzo di pane, una coppa di vino, si curva e dice: «questo
è il mio corpo, questo è il mio sangue;» ed ecco nelle sue mani il corpo ed
il sangue di Gesù Cristo.
Il Sacrificio eucaristico e quello della croce sono nella sostanza un
solo e medesimo sacrifizio: in entrambi la stessa vittima, lo stesso
sacerdote, differente solo il modo dell'offrire.
Riflettete bene pertanto, figli carissimi. Ogni Messa che si celebra è
l'opera della nostra redenzione che si rinnova, ma non si rinnova che per
mezzo del prete. La Messa è come il sole del cristianesimo, l'anima, il
centro della religione nostra santissima; il mistero più sublime ed augusto
della nostra fede, la più sacra delle funzioni che possa celebrarsi sulla
terra, l'azione per eccellenza; ma azione eminentemente sacerdotale.
Qualunque cosa tu faccia, o cristiano, così un illustre contemporaneo,
tu mai non arriverai ad ottenere la suprema perfezione del culto che Cristo ha
posto nel Sacrifizio eucaristico. Da tutti gli alberi aromatici, fa trasudare
i loro profumi e li brucia, come se tu stesso volessi essere consumato in
onore del tuo Dio; esprimi il tuo rispetto, il tuo amore, la tua riconoscenza,
i tuoi desideri, la tua miseria colle più nobili, più fervide, più tenere,
più commoventi preghiere; apri l'anima tua al Signore, del quale vuoi onorare
la santa maestà ed implorare la clemenza; gliela presenta rivestita delle più
belle virtù che tu hai acquistato a prezzo di mille sacrifici; chiama in tuo
soccorso i tuoi fratelli di religione, e tutti insieme fate risuonare il mondo
d'un cantico che scuota cielo e terra; che la Chiesa trionfante si unisca alla
Chiesa militante per adorare e pregare: tutto ciò non vale una sola Messa.
Una sola Messa! è il compendio di tutti i sacrifizi antichi, nei quali
si svolgeva la corrente degli atti religiosi che l'umanità univano a Dio;
sacrifizio unico, olocausto insieme ed ostia pacifica della croce che si
avvicina a noi, per risparmiare alla nostra fede un faticoso ritorno ad un
passato lontano e sforzi troppo facilmente vani per la nostra debolezza e
negligenza. Una Messa! è l'immolazione di un Dio che in qualche modo ci è
posto in mano, affinchè noi ci pigliamo la parte che ci conviene nei tempi,
nelle condizioni, nella misura e pei fini dalla Provvidenza determinati. Una
Messa! è un Dio che adora, un Dio che ringrazia, un Dio che placa, un Dio che
implora. Una Messa! ancora una volta, essa è la corona del culto religioso,
il centro della vita cristiana, il suggello più splendido della grandezza e
potenza del sacerdote.
Personificazione del popolo cristiano il sacerdote offre a Dio le cose
sacre che sono al mondo. Personificazione di Gesù Cristo, egli largisce al
mondo le cose sacre di Dio.
La prima delle cose sacre è la verità; quella verità che comincia in
noi la vita sopranaturale e forma in noi una cotal primizie della creatura
divina.
Certamente è bello per l'uomo spaziare ne' cieli e misurare gli astri;
bello penetrare nelle viscere della
terra e strapparle i più riposti segreti; bello raccogliere i tesori di
fecondità che vi giacciono e convertirli a comune profitto. Deh! come grande
e maestoso apparisce cotesto re del creato allorchè accenna al fulmine e lo
fa cadere a' suoi piedi; allorchè chiama l'elettrica scintilla e la manda
nunzia de' suoi voleri tra gli abissi dell'oceano, al di là di scoscese
montagne, attraverso le sterminate pianure! Come glorioso si mostra allorchè
ingiunge al vapore di trasportarlo colla celerità del lampo dall'una
all'altra estremità del globo! Come potente quando co' suoi ingegni fa
sviluppare questa medesima forza, l'imprigiona e la conduce per apparecchiati
sentieri a dar movimento e quasi intelligenza alla bruta materia! Ma sta qui
forse il tutto? La questione capitalissima non è forse, o miei cari, quella
che riguarda la nostra esistenza? Si tratta di sapere chi siamo noi e per qual
fine creati. Che cosa è la nostra vita? donde veniamo? dove andiamo? Perchè
il dolore quaggiù? perchè le disuguaglianze sociali? perchè la morte? Che
ne sarà di questo corpo un giorno? che di quest'anima?
A queste ed altre simili domande, che si affacciano terribili alla
nostra ragione, e la affaticano indarno, occorre una risposta che non ammetta
alcun dubbio. L'uomo ne ha bisogno assoluto. Esiste ella siffatta risposta? Sì,
o dilettissimi, esiste. Sono le verità condensate in quel libricciuolo, che
noi chiamiamo catechismo, e che
nonostante l'umile sua
apparenza, è il codice volgare della più
alta filosofia, come ben lo definiva il Lamartine.
Verità sulla vita e sulle operazioni intime di Dio; verità sui
misteri del mondo invisibile; verità sulle relazioni soprannaturali di Dio
colla sua creatura; verità sul piano eterno, secondo il quale queste
operazioni sono ordinate; verità sulla condizione primitiva dell'umanità
nella sua sorgente; verità sulla catastrofe che ci piombò in un abisso di
miserie; verità sui grandi atti pei quali Iddio si mette in rapporti intimi
coll'uomo peccatore; verità sui pietosi abbassamenti che l'avvicinarono a noi
e l'introdussero nelle nostre famiglie; verità sul benefizio della nostra
redenzione; verità sulla Chiesa che deve avvantaggiarsene; verità sui mezzi
di raccoglierne i frutti; verità sui doveri ch'Egli c'impone; verità sulla
gloriosa trasformazione del nostro essere nella beatitudine soprannaturale,
ultimo termine dell'uomo, del disegno e dell'azione di Dio.
Cercate, o dilettissimi, queste verità nella natura, voi non le
troverete. Esse furono portate dal Cielo per mezzo dei testimoni delle cose
divine, del Verbo di Dio, che degnossi assumere lingua umana per insegnarcele.
Questa lingua parla ancora, perchè quelli, ai quali Cristo disse nei giorni
di sua mortale carriera: «andate, ammaestrate – euntes
docete» continuano, attraverso i secoli e fino alle estremità del mondo,
l'ufficio sacerdotale, che consiste appunto nel dare al mondo la verità di
Dio. «Noi adempiamo gli
uffici di Cristo, dice l'Apostolo - Pro
Christo legatione fungimur;» cioè, secondo un illustre espositore, noi
sacerdoti siamo quaggiù al luogo ed al posto di Gesù Cristo; noi abbiamo
ereditato il suo ministerio. Quando noi parliamo gli è come se parlasse Dio,
perchè egli parla non solo pel suo Figlio, ma per noi, continuatori
dell'opera sua. Il prete pertanto è veramente l'uomo di Dio nella comunicazione della verità. Egli, fu detto benissimo, la dà a tutti, grandi e piccoli, come Dio dà la luce del sole al cedro e al filo d'erba. Egli si innalza senza ingrandirsi, si abbassa senza impicciolirsi. Tanto le menti elevate, bramose delle alte e profonde speculazioni, quanto il popolo ed i fanciulli, la cui intelligenza ha bisogno di semplicità e chiarezza, vi trovano risposta a tutte le interrogazioni che la natura nostra istintivamente fa a sè stessa, preoccupata della propria origine, del proprio stato, dei proprii doveri e destini, e, ciò che più monta, l'incrollabile certezza e la perfetta sicurezza nella loro credenza.
Si può avere in sospetto la parola di un dotto che pretenda imporre
l'autorità della sua ragione e delle sue esperienze, ma come non credere a
coloro, ai quali Gesù ha detto; « In quella guisa che il Padre ha mandato
me, io mando voi. – Chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi,
disprezza me. – Chi riceve voi,
riceve me. – Voi siete la luce
del mondo, voi il sale della terra. – Andate, ammaestrate.
– Io sarò con voi fino alla consumazione dei secoli? »
E il mondo infatti alla parola del sacerdote ha creduto sempre.
Filosofi, letterati, artisti, guerrieri, sovrani, magistrati. i più grandi
genii dell'umanità, le più superbe altezze a quella parola s'inchinarono
riverenti, e le verità che annunziava professarono con quel coraggio e con
quella libertà che è propria delle anime grandi.
Si dirà forse che a ciò
li mossero i pregiudizi dell'infanzia? che adottarono il simbolo, ma senza
esami di sorta? Tutt'altro! chè i più di essi ne fecero l'oggetto degli
studi più severi e non pochi lo
avevano combattuto prima di abbracciarlo. Del resto come mai cotesti principi
dell'umano sapere avrebbero rinunciato alle concezioni più care del loro
spirito per il gusto di recitare una formola che sarebbe apparsa ai loro occhi
stoltezza e, più che stoltezza, follia? Gli è, o dilettissimi, che la
ragione, come scrive Pascal, non si indurrebbe mai a credere, se non vedesse
che è ragionevole il credere. Gli è che la parola del sacerdote, in quanto
sacerdote, è verità, ed è verità perchè parola di Dio.
Oltre la verità, miei
cari figli, vi è un'altra cosa sacra, che il prete dà agli uomini in nome di
Dio: la grazia; dono affatto gratuito, che solleva il cuore, che crea ed
alimenta in noi la vita sopranaturale, che ci fa amici di Dio, fratelli di Gesù
Cristo, ed eredi del suo regno. Noi, senza
di essa, nulla, nulla possiamo fare che abbia merito di vita eterna.
Ma come il sacerdote può comunicare ai fedeli la grazia? La comunica,
o dilettissimi, per mezzo di que' misteriosi canali che sono i Sacramenti.
Bisognava che la trasmissione di questo fluido celeste venisse fatta
secondo il piano reclamato dalla natura umana, la quale, essendo un composto
di spirito e di materia, esige che anche le cose puramente spirituali le siano
applicate con alcun che di materiale, che colpisca i sensi, e pei sensi
l'anima sia avvertita ed impressionata dell'operazione spirituale che succede
in lei; e quest'è appunto che avviene pei Sacramenti, detti perciò segni
esteriori di grazia interiore; segni ed agenti della medesima grazia, perchè
la rappresentano visibilmente, nel tempo stesso che invisibilmente la
conferiscono.
Ecco avanzarsi due giovani sposi, e darsi la mano inginocchiati appiè
dell'altare. Il sacerdote li benedice, e santifica la loro unione, la quale
non potrà sciogliersi che colla morte. Non corre un anno, e quegli sposi
depongono appiè dell'altare un bambino. Spiritualmente egli è morto, e
nessuno al mondo può risuscitarlo; ma il sacerdote amorevolmente lo prende,
versa un po' d'acqua su quella bionda testolina, pronuncia nello stesso tempo
le parole: «io ti battezzo,» ed oh, meraviglia! quel bambino esce da quelle
onde purificato, adorno della stola dell'innocenza, ricco di una seconda {18}vita. Egli non era che figlio, dell'uomo, ed
eccolo ora figlio di Dio, fratello agli angioli, membro avventurato della
grande famiglia di Cristo!
Più tardi, ammaestrato nella sua fede, arbitro di sè medesimo, egli
deve camminare da sè nella via del dovere. Momento terribile, in cui comincia
la lotta, in cui il bene ed il male si disputano l'impero del suo tenero
cuore. Egli ha bisogno di luce, ha bisogno di forza. Dove attingerla? Fa
d'uopo anche qui ch'egli ricorra al sacerdote, anzi al principe dei sacerdoti,
perchè segnato da lui col crisma della salute, possa vincere tutti gli
ostacoli e combattere da prode le battaglie del Signore.
Ciò tuttavia non rende il cristiano invulnerabile. Le passioni si
svegliano, il mondo lo insidia, la carne lo seduce, l'inferno lo circuisce in
mille maniere, ed egli cede all'impeto di cotesti nemici, cade ferito. Ahimè!
chi lo guarirà? Le sue lacrime forse, le sue preghiere, le sue grida di
pentimento? Dio vede tutto questo, di tutto questo tien conto, ma richiede
qualche cosa di più. – Va, egli dice al peccatore, ti presenta al mio
ministro, a lui che io ho fatto plenipotenziario della mia misericordia.
Innanzi a lui ti umilia, a lui confessa le tue colpe, dalla bocca di lui
aspetta la sentenza, che libera l'anima dalla schiavitù del peccato e la
restituisce alla libertà de' figliuoli di Dio: «Vade,
ostende te sacerdoti.» – Così è, o miei cari, Dio è disposto a
perdonare ai prodighi figliuoli che abusarono della
sua paterna bontà, ma a condizione che il sacerdote dica loro: «Io ti
assolvo.»
Il peccato però è tenace, e, come quelle lunghe e crudeli malattie,
che la medicina ha vinte, lascia ancora in noi le traccie del suo passaggio.
Traccie facilmente dimenticate nei tumulti e nelle agitazioni della vita, ma
la cui memoria si desta terribile nell'ora della morte, e genera nell'anima
cristiana, obbligata a sostenere l'ultimo assalto del maligno, una profonda
tristezza ed inenarrabili angoscie. Povera anima! Chi varrà a consolarla? Il
prete, o dilettissimi, non altri che il prete. Egli si curva pietoso sul
moribondo, ne ravviva la speranza, e compie in esso le operazioni della grazia
con la unzione santa; con quella unzione la cui virtù entra nell'anima per
tutte le porte dei nostri sensi profanati, distrugge in essa gli avanzi del
peccato e provoca una crisi suprema di convalescenza, che si scioglie nella
immanchevole floridezza dell'eterna vita.
Tutto questo è molto, e se ci svela da una parte la infinita bontà e
sapienza di Dio, ci manifesta dall'altra la grandezza del sacerdote e la
potenza di lui veramente ineffabile.
Ma un dono ancor più grande compie le cose sacre, delle quali il
sacerdote è il dispensatore. Non è soltanto la vita partecipata di Dio
ch'egli dà alle anime; è la vita sostanziale, Dio stesso, Dio in persona.
Egli, il sacerdote, lo ha posto nel Sacramento e gelosamente vel custodisce
per quelli che voglion
riceverlo. Quando un'anima, bramosa dell'infinito, gli dice: Padre, ho fame:
datemi il pane celeste che deve alimentare in me la vita divina; il sacerdote
apre il tabernacolo, e, prendendo nelle sacrate sue mani l'Ostia santa: «Ecco
l'Agnello di Dio, esclama; ricevi e mangia. Che il corpo di Cristo ti nutra e
ti conservi per la vita eterna.»
Qual uomo è questo che tiene in pugno la vita e la sorte delle anime,
e, in qualche modo, la vita e la sorte di un Dio? Ancora una volta ammirate, o
carissimi, la dignità e potenza del prete cattolico!
Non solamente Gesù Cristo vive in lui una vita reale, ma esercita
continuamente per mezzo di lui tutte le funzioni divine che fanno la
santificazione delle anime e la salute del mondo.
Il prete cattolico non è dunque soltanto Gesù Cristo vivente
nell'uomo, ciò che è il privilegio di tutti i cristiani: egli è Gesù
Cristo operante nell'uomo e che compie coll'uomo l'opera divina della
riparazione; egli è Gesù Cristo che parla, Gesù Cristo che sacrifica, Gesù
Cristo che perdona, Gesù Cristo che salva; e dappertutto, sul pergamo,
all'altare, nel tribunale di penitenza, rivestito della medesima dignità di
Lui, perchè investito della medesima autorità! Sacerdos
alter Christus.
E' perciò, o dilettissimi, che i più grandi santi ebbero sempre il
sacerdote nel più alto rispetto e nella venerazione più profonda. «Se io,
diceva fra gli altri S. Francesco d'Assisi, m'incontrassi ad un
tempo in un Angelo del Cielo e in un Sacerdote, darei la sinistra all'Angelo,
la diritta al Sacerdote.» E' perciò che in ogni tempo il cristiano, degno
veramente di questo nome, si accostò a lui come il figlio si accosta al
proprio padre, e lo vediamo anche oggi, nonostante la guerra dei tristi,
riporre nel sacerdote tutta la sua fiducia, a lui confidare i più gelosi
segreti, a lui rivolgersi per consiglio, a lui ricorrere nelle disgrazie, e
lui considerare come l'angelo consolatore, la guida indispensabile e sicura
della propria vita.
Dal rispetto e dalla venerazione di cui è circondato il Sacerdote, un
celebre filosofo argomentava il grado di civiltà di un popolo; e ben a
ragione: imperocchè, o dilettissimi, la civiltà nel suo principio generatore
è essenzialmente sacerdotale.
Chi dice civiltà, dice cattolicismo; chi dice cattolicismo, dice
sacerdozio. L'uno è sinonimo dell'altro. Interrogate infatti la storia e voi
troverete il sacerdote a capo d'ogni movimento sociale, lo troverete a capo
d'ogni progresso intellettuale, d'ogni progresso morale, d'ogni progresso
civile.
«Il clero cattolico presiedette alla fondazione della società
europea;» così Napoleone il grande. A non parlare che dell'Italia, chi non
sa che le maggiori sue glorie e le sue più celebrate grandezze vanno
inseparabilmente unite al sacerdozio, il quale o le produsse, o le ispirò, o
certo le favorì e diede ad essi incremento? Per le pubbliche
franchigie parlano i suoi Comuni; per le glorie militari parlano tante imprese
memorande contro nemici dichiarati del nome cristiano; per le scienze parlano
le Università, che fondate, sostenute, privilegiate dalla Chiesa ne furono
l'asilo e il teatro; per le arti parlano infiniti monumenti d'ogni genere di
cui tutta Italia è seminata a profusione; per le opere a vantaggio dei
miseri, dei diseredati, dei ciechi, dei sordo-muti degli operai parlano tante
fondazioni della carità cristiana, tanti asili aperti ad ogni sorta di
indigenza e d'infortunio, e le associazioni e le corporazioni cresciute sotto
l'egida della religione.
Il prete non è soltanto l'uomo di Chiesa l'uomo di Dio; egli è l'uomo
sociale per eccellenza. E come no, se è desso che ammaestrando le
moltitudini, tien sempre vive nella mente di tutti quelle idee fondamentali di
bene e di male, di virtù e di vizio, di premi e di pene oltre la tomba, che
applicate nella pratica della vita formano ad un tempo il buon cristiano ed il
virtuoso cittadino? Se è desso il prete che partecipando all'individuo i
tesori della grazia divina, lo aiuta ad osservare i doveri ch'egli ha con Dio
e col prossimo e lo spinge alle più ardue imprese? se, in una parola, è
desso il prete l'anima e la vita della religione, il suo custode, il suo
banditore, il suo difensore, il suo rappresentante, il suo naturale maestro?
Non è a dire quanto e per quanti capi la religione influisca salutarmente nella società. A questo proposito
udite, o miei cari, le autorevoli parole del regnante Pontefice. « E'
incontestabile, egli insegna, che la sana morale pubblica e privata fa l'onore
e la forza degli stati: ma è incontestabile egualmente che senza religione
non vi è buona morale nè pubblica nè privata. – Dalla famiglia
solitamente costituita sulle naturali sue basi piglia vita, incremento e forza
la società. Ora senza religione e senza moralità il consorzio domestico non
ha stabilità, e i vincoli di famiglia si indeboliscono e si dissolvono. –
La prosperità dei popoli e delle nazioni viene da Dio e dalle sue
benedizioni. Se un popolo non solo non lo riconosce da lui, ma contro di lui
si solleva, e nella superbia del suo spirito tristamente gli dice di non aver
bisogno di lui, quella non è che una larva di prosperità destinata a
svanire, non appena piaccia al Signore di confondere la superba audacia de'
suoi nemici. – La religione è quella, che penetrando nel fondo della
coscienza di ciascuno, gli fa
sentire la forza del dovere e lo spinge a seguirlo. La religione è quella,
che dà ai principi sentimenti di giustizia e d'amore pei loro sudditi, che
rende i sudditi fedeli e sinceramente ad essi devoti, che fa retti e buoni i
legislatori, giusti ed incorrotti i magistrati, valorosi fino all'eroismo i
soldati, coscienziosi e diligenti gli amministratori. La religione è quella,
che fa regnare la concordia e l'affezione tra i coniugi, l'amore e la riverenza tra i genitori ed i
figli, che ispira ai poveri il rispetto pei beni altrui e ai ricchi il retto
uso delle loro sostanze. Da questa fedeltà ai doveri e da questo rispetto ai
diritti altrui nasce l'ordine, la tranquillità, la pace, che sono tanta parte
della prosperità di un popolo e di uno stato. »
Di qui, o carissimi, voi potete comprendere quanto il prete sia
necessario, quanto utile al civile consorzio. Lo stesso Ugo Foscolo ebbe ad
affermare: «Non vi è libertà senza legge, non legge senza costumi, non
costumi senza religione, non religione senza preti.»[4]
– «Non vi è cosa più utile di un buon prete,»[5]
soggiunge Voltaire. – «Confessiamolo, scrive un altro famoso incredulo: a
mantenere il buon ordine, il semplice curato vale assai più di una compagnia
di granatieri.»
Ed anche oggi come non riconoscere che il prete, qualunque sia l'abito
che porta, è la cosa più utile che esista? Anche oggi in tutte le scienze
filosofiche, storiche, fisiche, matematiche, non vedete voi figurare con onore
nomi di preti? Anche oggi non li vedete in buon numero abbandonare ogni
cosa più cara per volare in lontane terre ad apportarvi colla luce del
Vangelo i tesori della civiltà e tenervi alto l'onor nazionale? Anche oggi
non siete voi testimoni de'
loro sforzi continui per estirpare il vizio e promuovere la virtù?
Lavorare, affaticarsi, sacrificarsi in tutti i modi per dilatare quaggiù
il regno di Dio e salvare le anime; mettersi, dirò così, in ginocchio
davanti al mondo per implorare come una grazia il permesso di fargli del bene,
ecco l'unica ambizione del prete. Quanto
egli ha di possanza, di autorità di industria, di ingegno, di forza, tutto lo
adopera a questo fine. Pericola l'innocenza? Ne assume la custodia. Sorge una
sciagura? vola ad alleviarla. Scoppia un litigio? egli è l'araldo di pace. E
qui si fa guida a' traviati, sostegno a' vacillanti, scudo agli oppressi; là
occhio ai ciechi, lingua ai muti, padre agli orfanelli, madre ai fanciulli,
compagno ai carcerati, Si dà tutto a tutti per guadagnar tutti a Gesù Cristo. Dal tugurio del povero corre al palagio del
ricco, dall'altare al capezzale dei moribondi, dal monte alla valle, in cerca
delle pecorelle smarrite, e allora soltanto si dà
pace quando gli venga fatto di stringersi l'una al seno, e caricarsi
l'altra sulle spalle, e a questa fasciar le piaghe, e quella sfamare col cibo
negato alla sua bocca, non mai tanto lieto come quando
prima di coricarsi può ricordare a sè stesso una lagrima detersa, una
famiglia consolata, una innocenza protetta, il nome di Dio glorificato.
Sorga, sorga pure il giorno delle grandi calamità. Dio, stanco delle
nequizie degli uomini, scateni pure contro di essi qualche tremendo flagello
dell'ira sua. Come più
questo mena stragi ed accumula rovine, e più il prete cattolico moltiplicherà
l'ardore del suo zelo. Egli non esiterà punto di affrontare i furori del
morbo più spaventoso per contrastargli le sue vittime: quelli stessi che lo
hanno disconosciuto, oltraggiato, forse maledetto, saranno i primi a
sperimentare le finezze della sua carità. Egli resterà al loro fianco anche
dopo che altri, contenti del facile eroismo d'una scenica comparsa, si saranno
per noia ritirati.
Arrivano giorni di sanguinose lotte che minacciano l'esistenza della
patria? Ebbene, dirò con altri, suonate l'appello, gittate il grido
d'allarme. Voi vedrete aprirsi le porte delle case parrocchiali, dei seminarii,
dei conventi, e un'intera legione di uomini, in abiti neri, bruni e bianchi
correre nelle ambulanze e sui campi di battaglia : vedrete il sacerdote
vincere l'opprimente fatica delle notti senza riposo, sfidare il tifo e il
contagio degli ospedali per
offrire ai morenti i supremi conforti, farsi portatore dei feriti, a rischio
della propria vita; curvarsi su quelli che cadono in faccia al nemico per
assolverli ad inviarli al cielo, e ricevere nell'inerme suo petto le palle e
gli obici scoppianti ch'esso affronta senza averli provocati.
Ma non meno terribili delle sanguinose battaglie, sono le battaglie
dello spirito; le battaglie che il
fuoco delle umane passioni accende bene spesso tra quei che un muro ed una
fossa serra.
Oggi è la quistione operaia, che tiene il campo e minaccia di sovente l'ordine pubblico. Non sarà possibile
uno scioglimento? -
No, ha risposto solennemente il supremo ed universale Maestro, uno
scioglimento che valga non è possibile senza ricorrere alla religione ed alla
Chiesa, [6]
cioè a dire, senza l'intervento del prete.
Alla fiumana rivoluzionaria che tutto vorrebbe travolgere nelle sue
onde, re, ricchi, padroni, Dio stesso, non è possibile altro riparo. E'
necessario il prete: il prete che tutto ordina a Dio; il prete che consacra
l'autorità dei re e la santifica per renderla inviolabile, ma responsabile
del bene dei sudditi, che son popolo di Dio; il prete che le ricchezze
benedice e rispetta, purchè si
versino a sollievo dei poveri e dei diseredati, sotto pena di terribili
maledizioni; il prete che padroni e servi, proprietari e proletari stringe coi
legami della carità e subordina
alle stesse leggi della giustizia. Si espongano pure teorie, si suggeriscano
rimedii, si adottino provvedimenti; ove si prescinda dall'azione del prete, le
leggi più severe, i rigori de' tribunali, la stessa forza armata riusciranno
vane. La storia è lì a provarlo con fatti eloquentissimi.
E' ancor vivo nella memoria di tutti il pauroso conflitto che scoppiò
l'anno scorso in Fourmies di Francia tra una folta schiera di ammutinati
operai e l'esercito. Fu d'uopo, a cessarlo, che un prete, l'abate Margerin, si gettasse ove più fervea la
mischia, davanti ai fucili spianati, tra gli assaliti e gli assalitori.
L'intrepido sacerdote fra quelle grida di furore e di morte parlò di
mansuetudine e di amore; mostrò la croce fra spade che sitiano sangue,
ricordò l'evangelica fratellanza, e furon spente le ire e tornò
negli spiriti la calma. Se non fosse stato il prete, i miei cari, chi
sa dirmi la strage che avrebbe desolata quella terra?
E chi sa dirmi che avverrebbe dell'individuo, della famiglia, della
società, se il prete non fosse? Cessata la nobile rappresentanza ch'ei tiene,
ecco chiudersi il Cielo, ecco il mondo brancolar nelle tenebre. Non più
divina rivelazione, non più vangelo, non più speranza di vita avvenire. Dio!
quale vuoto tremendo! Chi di voi , ampollosi filantropi, nel più tagliente
rigore del verno, e in quella che la notte è più cupa, e più le membra
affaticate sentono bisogno di
riposo, vorrebbe essere sveglio per troncare gli indugi e portarsi ad
assistere in luogo alpestre e faticoso un povero infermo che si dibatte
convulso tra la vita e la morte? Andreste voi ad abitare sul ciglione di un
monte, fra nevi e ghiacci perpetui o fra immonde paludi per essere pronti ad
ogni bisogno di quegli abitatori? Ah! che senza del prete, o miei cari,
cerchereste invano chi chiamasse colle preghiere e coi sacrifici sopra le
vostre famiglie, i vostri campi, i vostri sudori ed i vostri riposi le
benedizioni di Dio;
cerchereste invano chi fosse l'interprete del divino volere presso il
popolo, che insegnasse a tutti, cominciando dall'infanzia, i grandi misteri
della loro origine, del loro stato, del loro fine, ed i loro doveri;
cerchereste invano chi fosse apportatore della misericordia divina presso
tutte le sventure e tutte le umane miserie; cerchereste invano chi suffragasse
i vostri poveri morti! Senza il prete? più
non si alzerebbe una mano pietosa
a prosciogliervi dalle colpe ed a restituirvi la calma dell'anima; più
l'unzione de' sacri carismi sul petto e sulla fronte de' vostri figli non
sarebbe loro di conforto nelle lotte decisive della vita. Sorgerebbe in sul
mattino la vedova afflitta e non troverebbe un altare, verso cui stendere la
palme supplichevoli. Il tribolato più non vedrebbe una croce ad assicurarlo
che il dolore è sperimento della virtù, è seme di benedizione, è arra di
felicità immortale. Senza il prete? che sarebbe dell'Italia, dell'Europa, del
mondo? Non dubito affermarlo: ridiverrebbero barbari.
Ma dunque, si dirà, perchè tanta guerra al prete? Perchè i suoi
nemici così ferocemente lo detestano? A questa domanda ho già risposto fin
dal principio. Udite tuttavia un insigne apologista moderno. - Essi lo
detestano perchè il prete, è la censura vivente delle passioni, dei vizi e
dei delitti, onde sono insozzate, generalmente parlando, le loro vite, e quasi
una perenne minaccia sul loro capo. Essi
lo detestano, perchè il prete si tiene lontano dalle vie immonde che essi
corrono e si sforza di ritrarne le anime, sulle quali la sua parola ha qualche
autorità. - Essi lo detestano, perchè il prete predica l'umiltà
nella grandezza, la giustizia nel potere, il rispetto
pei diritti di tutti, la moderazione nei desideri, il disprezzo negli
onori, il distacco dalle ricchezze, la rinunzia ai piaceri, la mortificazione
dei sensi; perchè egli illumina il popolo che si inganna, e difende i deboli
che si vogliono corrompere; perchè egli è il promotore, l'organizzatore, il
sostegno delle opere di zelo e di carità che mettono un freno alle brighe e
ai soprusi. - Essi lo detestano, perchè il prete, custode della legge di Dio
e forte dei diritti che gli danno le leggi umani, non lascia passare nessuna
delle loro malvagità senza gridare: «Non licet! - non è lecito!» - Essi lo detestano, perchè il prete
è grave a sopportarsi quando si rigetta la verità, della quale è
l'apostolo, e i grandi beni, dei
quali è il dispensatore. - Essi lo detestano, perchè il prete ricorda loro
quel Dio, del quale tentano di scuotersi di dosso il giogo; perchè il prete
è Dio stesso, Dio testimonio e giudice dello loro prevaricazioni e del loro
induramento. - Il prete per essi è troppo gran cosa!
«Circondiamolo, dicono opprimiamolo coll'ingiuria e colla
persecuzione.» «Circumvenias eum.
Contumelia et tormento interrogemus eum.[7]»
Eccovi, o dilettissimi, il segreto delle loro ire e dei loro cupi
disegni. Osservate bene, e voi troverete che mai nè la ragione, nè la virtù
muovono guerra al prete. E' sempre ed unicamente la setta dei tristi,
la schiera degl'ignoranti o dei libertini.
Per giustificare però la loro brutta ostilità verso il prete, che
fanno essi? Cercano di screditarlo in ogni peggiore maniera, dipingendolo
pubblicamente coi più neri colori, sotto tutte le forme e sotto i più
miserabili pretesti. Lo accusano di voler perpetuare il regno dell'ignoranza e
della superstizione: menzogna! di avversare il civile progresso: menzogna! di sognare la rovina delle più sante libertà: menzogna! di
essere nemico della patria: menzogna!
Ma l'accusa di cui più spesso si valgono, perchè più facilmente
colpisce, la è questa: i preti sono tutt'altro che modelli di vita
incontaminata; sono oziosi, sono egoisti, sono.... calunnie! menzogne!
Io non nego che qualche ecclesiastico, infedele allo spirito della
propria vocazione, si faccia talvolta pietra di scandalo a quelli che dovrebbe
guidare nella via del Cielo. Pur troppo (che vale dissimularlo?) qualche Giuda
vi è oggi, vi fu ieri, vi sarà domani, vi sarà sempre. Dico però che non
è logico far ricadere sul corpo intiero le macchie, spesso esagerate, di
qualche membro; dico che non è giusto, pel difetto di pochi, involger tutti,
innocenti e colpevoli, nell'istessa condannazione.
E che? Direte voi che sieno ladri
tutti gl'impiegati, perchè qualche impiegato froda l'altrui? che sieno false
tutte le monete, perchè qualche moneta è
falsa?
Dio, per un tratto della sua bontà infinita, ha scelto i suoi ministri
non già tra gli angioli, ma tra gli uomini - omnis
pontifex en hominibus assumptus,
- cioè tra creature piene
d'infermità, e d'imperfezione, plasmati della comune creta di Adamo, esposti
come tutti gli altri, e spesso anche più degli altri, all'urto delle
passioni. Non bisogna
dimenticare che Dio, comunicando ai sacerdoti i suoi poteri, non
comunicò loro la sua impeccabilità. Se egli permette che qualche foglia del
grand'albero cada nel fango, gli è per mostrare che questi poteri sono
indipendenti dal merito di colui che li riceve; che non sono dati all'uomo per
lui stesso, ma pel bene altrui; che la Chiesa non si regge per umana virtù,
ma per virtù che le viene dall'alto.
Salve pertanto, o Sacerdozio cattolico! ricevi un ringraziamento, una
benedizione di mezzo allo scherno svergognato, alle beffe invereconde con cui
bene spesso suole il mondo ripagare l'opera tua! L'empietà
potrà ben seguitare a coprirti di vitupero, a maledirti, ma a farti
piegare, ma ad ucciderti, mai.
Figli miei dilettissimi. Se i preti, come abbiamo visto, Dio li ha
posti sulla terra a comune vantaggio; se quaggiù sono essi gli ambasciatori
suoi, i vicegerenti {33} di Cristo, i ministri della sua misericordia,
quali saranno i nostri doveri verso di loro?
Quando più l'empietà si sforza di renderli spregevoli ai vostri
occhi, tanto più voi dovete onorarli e circondarli del rispetto più delicato
e affettuoso; ecco il vostro primo dovere.
Attraverso la carne che li riveste, attraverso le infermità che li
accompagnano, attraverso le stesse imperfezioni e le stesse debolezze che li
umiliano, voi dovete venerare in essi Gesù Cristo medesimo. - Stimatevi
felici di averli in mezzo a voi. Chiudete l'orecchio alle maligne insinuazioni
che si spargono ad arte sul conto loro; allontanate dalle vostre case quei
libercoli e quei giornali che pare non trovino altra voluttà che nel gettar
fango in viso al clero; insegnate per tempo ai vostri figli ad avere i
sacerdoti in quella estimazione e in quel conto in che li dovete aver voi. «Honorifica sacerdotes - Onora i sacerdoti.[8]»
E' comando espresso di Dio, e
guai a chi si attenta violarlo!
I sacri ministri, quelli specialmente che sono preposti al governo
delle anime vostre, voi dovete inoltre ascoltarli: ascoltarli quando
insegnano, ascoltarli quando predicano, ascoltarli quando condannano. Su
questo punto, figliuoli miei, badate di non farvi illusione. In ordine
all'ultimo fine, è la loro parola che dovete credere, è al loro giudizio che
dovete rimettervi, in tutti, e massime nei dubbi casi. - Questa
o quell'azione è lecita? Quel libro o quel giornale si può leggere
senza pericolo? A quella commedia, a que' balli si può assistere senza
peccato? Quel contratto si può fare in coscienza? Quella massima è vera o è
falsa? e così via. Sono tutte domande alle quali solo il prete, maestro della
fede e della morale, può dare autorevole risposta. A lui pertanto ricorrete,
o miei cari, se volete camminare tranquilli e sicuri nella via della salute.
Tenetevi poi ai sacri pastori strettamente uniti: uniti di mente, uniti
di cuore, come tutti di mente e di cuore dobbiamo essere uniti al Pastore dei
Pastori, il Romano Pontefice. Non dimenticate, che non può essere con Cristo,
nè può aver parte con lui, chi si separa da' suoi sacerdoti, ne' quali egli
ha degnato continuarsi: «Qui non est mecum contra me est.»
Ma non solamente, o miei cari, dovete ai sacerdoti onore ed obbedienza,
non solamente dovete tenervi uniti ad essi nella maniera che ho
accennato; dovete di più aiutarli. - Sono aiuti di conforto, di
incoraggiamenti, di parole, di offerte, di preghiere che essi, poveri preti,
si aspettano a buon diritto da voi. Dovete aiutarli soprattutto col procurar
loro altri compagni nelle fatiche, cui debbono per voi sostenere; altri
commilitoni, i quali abbiano a riempire il vuoto lasciato da quelli che
muoiono sul campo, e ciò col favorire in ogni miglior modo le
vocazioni allo stato ecclesiastico.
Come vi dissi altra volta, la Chiesa non siamo soltanto noi preti, noi
Vescovi, ma voi pure, o Dilettissimi pel battesimo ricevuto, ne siete membri,
ed in parte la formate. Dunque anche voi naturalmente dovete concorrere alla
sua prosperità, al suo benessere.
Si, è vero: combattere in prima fila spetta al sacerdote. I primi e più
furiosi assalti sono per lui. Ma sarebbe errore ed
errore gravissimo, il credere esser la difesa della religione debito
esclusivo del clero. La religione, per usar le parole di un eminente prelato,
non è un patrimonio di cui il solo clero sia usufruttuario: essa è a
vantaggio di tutti, e quindi di tutti debb'esserne la difesa. Il dotto la
difende cogli scritti, l'indotto colle opere, il potente coll'autorità, il
ricco colle sostanze, il povero colla pazienza, la donna col sacrifizio, il
pargolo colla preghiera. Non havvi età, non condizione, non ufficio esente da
questo dovere come non v’è ufficio, età, condizione, esclusa da' suoi
benefici. Fare della religione un interesse, come suol dirsi, dei preti, è un
recarle onta gravissima, è un disconoscerla turpemente. Il prete è il
difensore generoso del diritto di tutti, è il soldato che muore sulla breccia
portando la patria nel cuore. Egli salva con la sua morte quelli che non
conosce, e che non gliene sono neppure obbligati perchè non è da essi.
Ah! quando il prete non cercasse che il proprio
interesse, non mirasse che a godersi una vita agiata e tranquilla, lotterebbe
egli così contro le prepotenze del secolo? Lotterebbe così, non di rado
contro persone, alle quali per molti titoli egli porta stima ed affetto?
lotterebbe così, contro coloro che possono a suo danno tutto ciò che
vogliono? Per chi dunque, se non per la giustizia, e per la verità, il
sacerdote soffre, combatte e prega?
Il prete che sacrifica al suo dovere tutto sè stesso, salva ad un
tempo la religione, la società e la dignità dell'uomo. Salva la religione,
perchè gli è questo un
privilegio esclusivo del cattolicismo di attingere dalle stesse lotte una vita
ognor più gagliarda e rigogliosa. Salva la società, perchè società alcuna
non può sussistere se non per un avvicendamento e ricambio continuo di
diritti e di doveri, che hanno nella religione la loro guarentigia, la loro
sanzione, la loro base. Salva finalmente la dignità umana, perchè ne salva
la libertà, indirizzandola al vero, ed informandola al bene.
Se amate adunque la religione, se amate la Chiesa, se amate la patria,
se amate voi stessi, non v'incresca, o dilettissimi, di incontrare anche
sacrificii per venire in aiuto al clero, che tutto si spende per la salute
vostra.
Ed ora una parola a voi, o miei amati e zelanti cooperatori, parrochi e
sacerdoti carissimi.
Se l'altezza del ministero che ci venne affidato deve persuaderci da
una parte ad operare con gran timore e tremore la nostra salute; se deve umiliarci,
pensando alla nostra indegnità e alla nostra miseria; dall'altra deve
servirci di sprone a corrispondervi con ogni maggior impegno possibile. Deve
infiammarci di santo ardore per la salvezza de' nostri fratelli per guarire le
piaghe della società presente e infonderle nelle vene nuovo sangue.
Sacerdoti di Cristo! Non dimenticate che se mai vi fu tempo in cui
l'umana società abbisognasse di voi, è di presente. Ella
medesima invoca l'opera vostra. Nauseata dalle improntitudini e dai
raggiri delle sette, delusa nelle sue aspettazioni affievolita dalle sue
mollezze, stanca di delitti, dal letto delle sue infermità, su cui si agita
irrequieta, domanda chi le ridoni la pace, chi le restituisca le speranze del
cielo. A lei dunque correte, apostoli di carità, e il vostro ministerio sia
di salute, la vostra parola acqua che disseti, pane che nutrisca, luce che
stenebri, farmaco che risani.
Approfonditevi sempre più nella cognizione delle verità rivelate, o
in ogni maniera di studii. Spetta a voi corroborare la fede, distruggere i
pregiudizi, scuotere gli inerti, riamicare i cuori.
Amatevi tra voi, aiutatevi scambievolmente; siate uomini di sacrifizio,
siate di colore, che al dire dell'Apostolo,
portano il mistero della fede in una coscienza pura.[9] Con
ogni sollecitudine adoperandovi, alla fede unite la virtù, alla virtù la
scienza, alla scienza la temperanza, alla temperanza la sofferenza, alla
sofferenza la pietà, alla pietà l'amore fraterno, all'amore fraterno la carità; imperocchè
ove queste cose sieno con voi, e vadano aumentandosi, non lascieranno
infruttifero in voi il conoscimento del Signor nostro Gesù Cristo. Vieppiù
studiatevi di rendere certa la vocazione ed elezione vostra per mezzo delle
opere buone. Pascete il gregge di Dio, che da voi dipende, governandolo non
forzatamente, ma di buona voglia, secondo Dio, non per sordido lucro, ma con
animo volenteroso.
Vegliate, o fratelli, alla pace delle famiglie, alla santità dei
connubii, al rispetto dei giorni festivi,
al decoro della casa di Dio, alla riverenza dei superiori, alla lealtà dei
commerci, all'osservanza della giustizia. Non impaurite a fronte delle
difficoltà e delle contraddizioni del mondo. - Compatite i difetti di tutti,
vogliate bene a tutti, fate del bene a tutti, a tutte senza eccezione. Imitate
il buon Pastore. Il suo zelo, che salda e non lacera, sia il vostro
zelo; il suo spirito di mansuetudine, il vostro spirito. Aborrite il vizio,
non mai il colpevole. Guardatevi tutt'insieme
da una eccessiva accondiscendenza come da una arcigna rigidità. A dir
breve: «in tutte cose, come vuole l'Apostolo, fate vedere voi stessi modelli
del ben fare, nella dottrina, nella purità dei costumi, nella gravità; il
discorrere sano, irreprensibile, talmente che chi ci sta contro, si tenga in
rispetto, nulla avendo, onde dir male di noi.»
Alle vostre cure in modo speciale io raccomando i fanciulli e gli
operai. Quelli riunite affettuosamente intorno a voi, e con sollecitudine
industriosa, instancabile, ammaestrate nei rudimenti della fede, informate ad ogni maniera di virtù; questi riunite in
fratellevoli associazioni, istruite circa il merito e la nobiltà del lavoro,
premunite contro le arti dei sobillatori e la seduzione degli empi.
Ma riguardo a tutto questo io vivo tranquillo, venerabili pastori delle
anime, chè lo spirito evangelico che vi guida nel vostro ministero, mi è
sufficiente garanzia dell'opera vostra.
Tutti, fratelli e figli carissimi, coll'orazione, colla frequenza alla
parola di Dio e con offici più larghi di carità verso il prossimo,
apparecchiamoci negli imminenti giorni penitenziali alla celebrazione delle
Pasquali solennità.
Pregate incessantemente Iddio misericordioso per il Primo dei Pastori,
il Pontefice Massimo Leone XIII. Supplicatelo, affinchè si degni consolare
delle meritate gioie la veneranda canizie di Lui e lo serbi a vedere giorni
migliori. Pregatelo anche per me, affinchè mi aiuti a portare degnamente il
grave peso del pastoral ministero a gloria sua, a salute di voi tutti,
fratelli e figli carissimi, che siete il mio gaudio e la mia corona.
Vi imparto con tutta l'espansione dell'anima la pastorale Benedizione
nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo. Piacenza, dal
palazzo vescovile addì 15 Febbraio 1892. †
Giovanni Battista Vescovo [1]
cfr. LEONE XIII, Enc. Rerum
novarum, AGS 23 (1890-1891), pp. 641-670. [2]
1 Hebr. v. 1. [3] 1 ad Cor. III, IV - 2 ad Cor. IV - 1 ad Tim. VI. [4] Della servitù d'Italia - Discorso terzo. [5] Oeuvres T. XII - Diction. philis. Lett. a M. Marin. [6]
Enciclica - Rerum novarum [7] Sap. II, 12-19. [8] Eccl. VII, 33. [9] I ad Tim, III, 4 = 2 Petr. 1. 5-10 = 3 Petr. V, 2. |
|
|