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43. Lettera Pastorale del Mons. Vescovo di Piacenza. 15 Ottobre 1891 (Giubileo episcopale di Leone XIII), Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1891, pp. 18.
Scalabrini invita la diocesi a partecipare ai festeggiamenti che il mondo cattolico prepara a Leone XIII per il cinquantesimo anniversario di episcopato. Informa che per ricordare l'avvenimento sarà posta a Roma la prima pietra della chiesa di S. Gioacchino, il santo di cui il papa porta il nome. La spesa della costruzione sarà sostenuta dalla generosità dei fedeli di tutto il mondo che intendono così reagire alla lotta accanita condotta dalla massoneria contro la chiesa. Nel nuovo tempio avrà sede l'Opera della Adorazione riparatrice delle nazioni cattoliche, iniziativa che Scalabrini nei sinodi raccomanda al clero di diffondere nelle parrocchie. All'Italia, nel turno settimanale in cui si avvicendano i diversi stati, è assegnato il martedì. Il Vescovo descrive l'emozione provata in una chiesa di Roma assistendo alla preghiera collettiva dei tedeschi davanti all'Eucaristia nel giorno riservato a loro; esprime il desiderio che le diocesi italiane, e, prima fra tutte, la chiesa piacentina, sappiano superare nel fervore quelle delle altre nazioni. Sottolinea l'importanza del culto eucaristico per la vita cristiana; accenna al prossimo congresso eucaristico nazionale, il primo celebrato nel nostro paese, che si svolgerà a Napoli. In esso vuole si privilegi il momento della riparazione anche per scongiurare i castighi divini provocati dai crimini che si commettono.
Grandiose oltre ogni dire furono le dimostrazioni di gioia onde il mondo cattolico celebrò, or sono quattro anni, il Giubileo Sacerdotale, del nostro Santo Padre Leone XIII. Chi di voi non lo ricorda, fratelli e figli carissimi? Chi non ricorda con quale generosità, con quale effusione di animo vi prese parte la Diocesi nostra? Fu quello un avvenimento che dimostrò un'altra volta quanto vivo e profondo sia il vostro attaccamento all'augusta Sede di Pietro e quanto sia grande il vostro affetto verso Lui che n'è il degno Successore. Il mio cuore di Pastore ne fu dolcemente commosso e ringraziai una volta di più il Pastore eterno delle anime per avermi posto a capo di una così eletta porzione del mistico suo gregge. Ora, o Dilettissimi un'altro avvenimento si avvicina ancor più straordinario voglio dire: il Giubileo Episcopale dello stesso regnante Pontefice.
Il 19 Febbraio dell'anno 1893 l'augusto Vegliardo compirà, a
Dio piacendo, il cinquantesimo anno della sua episcopale consacrazione.
L'episcopato è tremenda cosa fratelli e figli carissimi perocchè il
Vescovo, scrive S. Gregorio, deve portare i vasi viventi, che Sono le anime,
nel seno di una conversazione santa; è tenuto per l'altezza del ministero a
mostrare e a dire somme cose; ad entrare nel vortice delle umane faccende e
non perdere l'impero di sè; con fina accortezza cogliere la verità velata o
svisata dalle umane cupidigie; serbare animo mite davanti ai facili orgogli e
avere all'uopo maschia fortezza. Gli è necessaria l'annegazione come un
aroma, la meditazione come una lampana; la parola come una spada. San Bernardo
rammenta ad Eugenio che il Vescovado non e faccenda principesca ma lavorio da
colono. Esci, dice, nel campo del Signore; poni mente se è irto di spine ed
inselvatichito; disvelli e sterpa i sozzi germogli e coll'autorità punitrice
fa rampogna e giustizia.
Dalle quali parole si raccoglie, scrive un insigne Prelato, che
malagevole assai e di rischio supremo
è il ministero Episcopale sì perchè è facile sentirsi spuntata l'ala della
contemplazione per l'affancendamento di cure volgari, fiaccarsi per ignavia di
animo, patir naufragio di mente; sì perchè è agevole trascendere irosamente
o rammollirsi per commiserazione e restare così svigoriti dinnanzi agli
infingimenti ed alle ribellioni dell'orgoglio.
E' uopo in chi governa non sorga mai nebbia o dall'ira che affretta o
dall'affetto che affievolisce la censura del vizio. L'occhio dell'irato nulla
scorge meritevole di clemenza; l'animo indebolito da mollezza nulla vede
meritevole di castigo.
Ora così stupendo accordo di virtù chiare, che rade volte fanno
alleanza, si trovò e si trova in Leone XIII.
Egli non chiarificò Sè medesimo per diventare Pontefice, ma Colui che
è Pontefice per la eternità lo unse del suo Crisma e gli ebbe largito il
supremo degli onori, acciocchè la egregia pietà di Lui ne fosse rimunerata.
La pietà disposata al sapere gli fu scala al Pontificato, che gli venne, come
premio di onore eterno; perocchè Dio aveva designato di darlo, come lo ha
dato, per Testimonio ai popoli, per Guida e Maestro alle nazioni:
ecce testem populis dedi eum, ducem ac præceptorem gentibus.
Ed ecco, o Dilettissimi, delle feste che si preparano pel suo Giubileo
Episcopale l'intimo significato; ecco
la causa potente di quel religioso entusiasmo che inonderà un'altra volta
d'ineffabile allegrezza il
cuore di trecento milioni di cattolici; ecco perchè dall'una all'altra
estremità della terra si leverà in quel dì all'Altissimo un nuovo cantico
di riconoscenza e di amore.
Certo, come fu detto benissimo in altra simile ricorrenza mille altri
pietosi sentimenti si affolleranno allora al nostro cuore di figli. Celebrando
il Giubileo Episcopale di Leone XIII noi vogliamo porgere un omaggio di
riverenza alla sua dignità, di ammirazione alle sue virtù di adesione al suo
infallibile magistero, di obbedienza al suo inappellabile potere, di
compatimento a' suoi immensi dolori, di gratulazione alla sua prosperosa
vecchiaia, di augurio a' suoi giorni avvenire, di affetto tenerissimo alla sua
spirituale paternità. Noi vogliamo ringraziarlo di tanti insegnamenti
impartiti, ristorarlo di tante
amarezze sofferte, compensarlo di tante fatiche durate, di tante lotte per noi
e pei sacrosanti diritti della Sede Apostolica sostenuti, e all'odio opponendo
l'amore, all'insulto l'ossequio, alla rivolta la fede e i compensi di una
carità santamente riparatrice, erigergli un trono nell'anima nostra, nella
nostra coscienza.
Sono questi fin d'ora i miei sentimenti, e, senza dubbio, i sentimenti
vostri fratelli e figli carissimi; ma sovr'essi deve signoreggiare un
pensiero: il pensiero della santa missione divinamente sortita e degnamente
compiuta da Leone XIII. Iste homo, può ben dirsi di Lui, perfecit omnia quae locutus est ei Deus.
Che faremo noi pertanto, o Dilettissimi? Riserbandomi di suggerirvi in
altra occasione qualche opera che, perennando la memoria del faustissimo
Giubileo di Lui, riesca ad un tempo di pratica utilità per la nostra città e
diocesi, vi invito questa volta a portare la vostra attenzione sopra la
chiesa, di cui si è gettata giorni sono la prima pietra in Roma; la
chiesa, voglio dire, dedicata a S. Gioacchino.
Quella chiesa vuol essere un dono che le nazioni cattoliche offriranno
a Leone XIII in occasione appunto del suo Giubileo Episcopale, dono ch'Egli ha
già dichiarato di gradire in particolare maniera. Dev'essere quella un
monumento che attesti ai più tardi nepoti come i cattolici di tutto il mondo fossero unite nella devozione e
nell'amore al Vicario di Gesù Cristo, il
Papa, in un'età nella quale al Vicario di Gesù Cristo, il Papa si muoveva
dalle sette la guerra più sfacciata e crudele e nella quale tutte si usavano
le arti più inique per distoglierli dall'ossequio e dall'amore di Lui.
V'ha di più. Il nuovo tempio deve sorgere in Roma, augusta metropoli
del Cattolicesimo, in quella Roma onde Cristo è Romano, e voi comprendete, o
carissimi, come sia dovere di tutti i buoni l'adoperarsi perchè abbia essa a
conservare quella impronta di religiosità che le diedero i secoli e che dai
nemici della fede si vorrebbe ora distrutta.
Non basta. Il nuovo tempio deve sorgere in
Roma e precisamente nel vasto quartiere dei Prati di Castello, dove va
fissando la propria dimora una popolazione immensa, a quale, non possedendo
ancora una chiesa e mancando più d'ogni altra all'influenza delle sette e in
continuo pericolo di perdersi.
Non basta ancora. In quel tempio, per concessione dello stesso Sommo
Pontefice, avrà sua sede la pia Opera
dell'adorazione riparatrice delle nazioni cattoliche, laonde sarà come il
centro delle preghiere universali, il focolare della vita cristiana, il
sacrario delle divine misericordie, il trono di tutte le grazie.
O chiesa di S. Gioacchino, come sorgi promettitrice di nuove glorie
alla Religione, di pace alla cristiana famiglia, di salute al civile
consorzio! Chi di voi, fratelli e figli carissimi, non vorrà portarle la sua
pietra? Ed è questo che io caldamente vi raccomando. Ho nominato L'Opera
dell'adorazione riparatrice delle nazioni cattoliche. Già da tempo volevo
parlarvene, ed ora che ne ho l'occasione, eccomi a dirvene qualche cosa.
Scopo di detta Opera sì è, di unire le moltitudini cattoliche di
tutte le nazioni alla preghiera espiatrice delle Quarant'ore, che da tre
secoli si succedono in Roma.
Ad ogni nazione è assegnato un giorno della settimana, cioè: la
domenica all'Inghilterra, Irlanda,
Polonia, Norvegia; il lunedì all'Austria-Ungheria, Allemagna, Grecia; il
martedì all'Italia; il mercoledì al Portogallo ed all'America del Nord; il
giovedì alla Francia ed all'America del Sud; il venerdì alla Svizzera ed a
tutti i luoghi delle cattoliche missioni; il sabbato alla Spagna, al Belgio ed
all'Olanda.
Il S. Padre si degnò di
approvare il pietoso disegno non solo, ma volle arricchire l'Opera stessa di
privilegi al tutto speciali.
E' così che gli associati fuori di Roma, visitando qualunque chiesa,
ove si conservi la SS. Eucaristia (benchè non vi sia esposta), possono
lucrare tutte le Indulgenze, delle quali fruiscono i fedeli di Roma nelle
chiese dov'è l'esposizione solenne in forma
di Quarant'ore.[1]
Siffatte Indulgenze possono gli associati lucrarle ogni
giorno, anzi tante volte al giorno quante sono le visite a Gesù
Sacramentato.
Nè per avere diritto a così ricchi tesori di grazie si richieggono
pratiche molteplici o gravose. Basta mezz'ora circa di adorazione riparatrice
a Gesù Sacramentato una volta per settimana nel giorno fissato per la
rispettiva nazione e possibilmente nell'ora che precede l'Ave
Maria.{10}
E' da notarsi che quando per un motivo legittimo non si possa
intervenire all'Adorazione nazionale nel giorno stabilito, si acquistano egualmente
le indulgenze, scegliendo un altro giorno della stessa settimana. La
condizione poi di fare una volta ogni sette giorni l'Adorazione riparatrice è
tanto più facile ad adempiersi, in quanto che si può utilizzare a tale scopo
il tempo consacrato la mattina sia all'orazione sia alla S. Messa in una
chiesa qualunque, purchè, ripeto, vi si conservi la SS. Eucaristia.
Da tutto ciò voi vedete fratelli e figli carissimi quanto L'Opera
dell'Adorazione riparatrice sia
bella, opportuna, salutare ed
accessibile a tutti. [2]
E' una Lega di ammenda universale alla Maestà divina tanto iniquamente
oltraggiata dagli uomini, ed io vi esorto, vi scongiuro anzi per amore del
Signor nostro Gesù Cristo di darle tutti prontamente il vostro nome.
Ricorderò sempre con soavità il giorni in cui io entrai nel tempio,
sede provvisoria di cotesta pia Opera. Era il giorno fissato per la nazione
Germanica. Vidi là prostrati davanti a Gesù in Sacramento i figli di quel
nobile e fortissimo popolo residenti nell'eterna città. Pensai ai molti
milioni de' loro connazionali che in quel momento erano uniti in ispirito
ad essi, ed un senso di viva commozione s'impadronì dell'animo mio. -- Venga,
dissi fra me, oh, venga presto il giorno in cui tutti i figli della Chiesa
cattolica si trovino uniti così a Colui che è la Via, la Verità e la Vita!
-
Quel giorno sembra vicino perocchè l'Opera
della Adorazione riparatrice si va dappertutto propagando in modo
consolantissimo. Nel grande concerto delle nazioni dev'essere prima l'Italia,
come tra le Diocesi d'Italia io vorrei che non fosse a niuna seconda la
Diocesi Piacentina. Quale de' miei figli, che ami di verace amore Gesù
Cristo, la Chiesa, le anime, sè stesso, potrebbe ragionevolmente rifiutarsi
dal prendervi parte?
O miei cari! Tutto oggi cospira ad allontanare Gesù dalla mente e dal
cuore dell'uomo, a farne obliare se fosse possibile, la potenza e l'amore, a
far tenere in non cale il premio o il castigo che Ei tiene preparato alle
libere creature. L'individuo, la famiglia, la società si vogliono con ogni
mezzo e ad ogni costo segregati da Lui, e però voi vedete in che abisso di
mali siamo precipitati!
Quale rimedio a così lagrimevole disordine se non appunto l'Opera
della Adorazione riparatrice, che, chiamando i fedeli tutti a' piedi del
trono eucaristico, li avvicina nella maniera più intima a Gesù e a Lui li
unisce col vincolo di un'amore
invincibile?
E poi non vedete, o Dilettissimi, il mistero d'iniquità
che si va operando nel mondo? Non udite le bestemmie che salgono
provocatrici al trono dell'Eterno ogni giorno? Chi disarmerà il suo braccio
se non il Dio con noi, il Dio, cioè, nascosto per nostro amore nel sacramento
dell'Altare? E chi se se non Egli potrà rendere a noi meno amare le pene
dell'esiglio?
La pace della Chiesa dice S. Cirillo di Gerusalemme, la tranquillità
del mondo la prosperità dei re e degli imperi, il coraggio dei combattenti
l'unione delle famiglie, la guarigione degli infermi, il conforto degli
afflitti, l'assistenza a quelli che hanno bisogno di soccorso, tutto, tutto
deriva da quell'Ostia di propiziazione e di pace.
Un'influenza pertanto decisiva sui destini della Religione e della
patria è riservata per fermo all'Opera
dell'Adorazione riparatrice. Affrettiamoci, ripeto, a darle il nostro nome
e di essa facciamoci gli apostoli nelle nostre famiglie.
Stretti in compatta falange, rendiamo tutti insieme a Gesù nella SS.
Eucaristia, il tributo del nostro affetto più vivo l'omaggio della nostra più
profonda adorazione.
Si adorazione o miei cari! E'
un dovere al quale nessuna ragionevole creatura può sottrarsi. Adorazione! --
Dall'una all'altra estremità della terra odasi il grido che risuona
incessante nella Gerusalemme celeste: Benedizione,
e gloria, e sapienz., e rendimento di grazie, e onore, e virtù, e fortezza al nostro
Dio pe' secoli de' secoli.[3]
Adorazione!
Per me, lo confesso, non è lieve il conforto che provo allorchè essendo ai
piedi del Tabernacolo penso che tutti coloro i quali io ho amato quaggiù,
adorano meco lo stesso Dio; essi faccia a faccia, io sotto mistici veli.
Membri della Chiesa trionfante e della
Chiesa militante tutti noi siamo genuflessi innanzi allo stesso
Redentore, allo stesso Padre. La mia preghiera va a confondersi coll'inno di
amore che al di là della tomba i miei cari
sciolgono intorno al trono
dell'Agnello nel soggiorno immortale. Io li ritrovo in questo sacro convegno.
Adorazione! ed io saluto con giubilo il primo Congresso Eucaristico
italiano che, per promuoverla maggiormente, si radunerà fra poco nella città
di Napoli sotto la presidenza di quell'insigne Porporato, coll'intervento di
parecchi illustri Pastori e colla benedizione del Pastore Supremo.
Dio fecondi della sua grazia e coroni di ubertosissimi frutti le nobili
fatiche di quella santa e importantissima Assemblea!
Adorazione, e soprattutto adorazione riparatrice! Essa risponde, o
Dilettissimi, ad un vero bisogno del nostro secolo, così alieno dal
sovrannaturale, così avverso a tutto ciò che sa di religione, così
colpevole innanzi a Dio!
Basterebbero i fatti avvenuti recentemente in
Roma e in non poche città d'Italia a dimostrare quanto sia grande il
predominio del male e quanto sia l'odio che gli affigliati alle sette nutrono
in cuore contro Dio e contro la Chiesa.
Bella, sì, ogni manifestazione ispirata a verace sentimento di amor
patrio ma questo non dev'essere pretesto a sfoghi di passioni invereconde. La
patria, se compendia quanto vi ha di più caramente diletto al cuore umano,
non significa ancora scherno alla Religione de' nostri antenati, oltraggio al
Capo augusto e venerando di trecento milioni di cattolici, violazione dei più
sacri diritti di libertà,
profanazione delle cose più sante. E più alta, più bella, più
radiosa, più grande la patria
nostra. Essa, come benissimo fu detto, è cattolica come l'hanno plasmata i
secoli, perchè è veramente italiana. Italianità vera non è possibile senza
cattolicismo. Senza cattolicismo l'italianità finisce per disonorare sè
stessa.
E' in nome pertanto della religione e della patria ch'io levo contro
quei fatti il mio grido di protesta, mentre prego Dio che voglia risparmiare
al suo Vicario nuovi dolori, all'Italia più tremendi castighi.
Non disperiamo. Quel Dio che fece sanabili le nozioni, ha pure
preparato il rimedio.
La riparazione mercè la SS. Eucaristia sembra essere oggi il gran
mezzo ispirato da Lui per la loro salvezza. Esse, no, non periranno, finchè
resterà con noi (e resterà fino al tramonto dei secoli) Gesù nel Sacramento
dell'amor suo; finchè si troveranno anime strette in santa lega fra loro per
adorarlo, per compensarlo delle ingiurie degli uomini, per fare dolce violenza
al suo cuore; anime, vale a dire, risolute a disputare il terreno ai nemici di
Cristo colle armi sovrannaturali della fede in questa gran lotta della verità
contro l'errore, della Chiesa contro Satana, della civiltà contro la
barbarie.
Stringiamoci, fratelli e figli carissimi: stringiamoci sempre più a
Gesù Cristo, stringiamoci ora più che mai al suo Vicario in terra e Dio,
siamone certi, sarà con noi.
Vi benedico dall'intimo del cuore nel Nome del Padre e del Figliuolo e
dello Spirito Santo. Piacenza,
dal palazzo vescovile, il giorno 15 Ottobre 1891. † Giovanni Battista Vescovo [1] Vale a dire: Indulgenza plenaria, e indulgenza parziale di dieci anni e dieci quarantene. Questa Indulgenza parziale è assicurata a ciascuna visita, anche quando non si adempia la condizione richiesta per acquistare l'Indulgenza plenaria, quella cioè, di accostarsi a ricevere i SS. Sacramenti. [2] Credo bene insistere su questo punto. -- A parte la visita così detta della Porzioncola, i privilegi della quale sono del resto limitati ad un solo giorno dell'anno e solo a qualche chiesa determinata, nessuna altra visita al SS. Sacramento gode privilegi così numerosi, così facili, così estesi come questa dell'Adorazione riparatrice. 1. Così numerosi -- Non esiste infatti altr' Opera eucaristica la quale, come questa, procuri a ciascuno de' suoi membri la facoltà di guadagnare: a) ogni giorno, b) toties quoties in ciascun giorno, c) in una chiesa qualunque, d) in qualunque parte pel mondo si trovi, e) in seguito ad una semplice visita settimanale di circa mezz'ora, f) al SS. Sacramento, sebbene chiuso nel Tabernacolo, g) in tutte le ore del giorno e della notte, h) sia collettivamente che da soli, i) tanto per sè quanto per le anime dei trapassati -- delle Indulgenze pari a quelle annesse a cotesta pia Opera. 2. Così facili -- Non esiste infatti altr' Opera che ai servi, agl'impiegati, agli operai, agli uomini d'affari possa dire al pari di questa: voi non avete il tempo di recarvi alla chiesa durante la settimana. Non potete far altro che adempiere, come figli devoti della Chiesa cattolica, il precetto di udire la S. Messa nei giorni festivi. Ebbene, desiderate di guadagnare per voi e pei vostri cari defunti tutti i tesori spirituali di cui godono quei fortunati che possono visitare la chiesa ogniqual volta loro aggrada? Fate in quel tempo la prescritta mezz'ora di adorazione riparatrice, secondo lo scopo della pia Associazione, e voi siete, dirò così, forniti della dote per tutta la settimana, vale a dire: rinnovando in seguito, una o più volte al giorno, nella vostra chiesa parrocchiale o altrove, la stessa visita, voi venite a lucrare tutte e singole le Indulgenze accordate ai membri dell'Opera in discorso. 3. Così estesi -- e ciò quanto alle persone, al tempo e al luogo. -- Quanto alle persone, poichè chiunque possa recarsi alla chiesa una volta alla settimana può anche appartenere, se vuole, a quest'Opera. Quanto al tempo, poichè ciascuno è libero di scegliere quell'ora che meglio si accordi colle proprie occupazioni. Quanto al luogo, poichè dovunque si custodisca il SS. Sacramento della Eucaristia, ivi sono a disposizione degli associati tutti i privilegi suddetti. Gl'infermi possono lucrare le stesse Indulgenze nelle loro case facendosi commutare dal proprio Confessore detta visita con altra pia pratica di devozione. [3]Apoc, VII, I. |
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