42. Lettera Pastorale

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42.    Discorso del Santo Padre. Unione, azione, preghiera. Lettera Pastorale di Monsignor Vescovo di Piacenza, 11.5.1890, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1890, pp. 18.

 

Leone XIII, in un recente discorso a pellegrini italiani che Scalabrini comunica alla diocesi, ha deplorato che le sette, soprattutto attraverso la stampa e la scuola, cerchino di scristianizzare la nostra società. La chiesa, come è provato dalla storia, resiste sempre agli attacchi dei suoi persecutori, ma la Provvidenza che interviene in sua difesa esige anche il coinvolgimento dei battezzati.

                Scalabrini, a commento del testo pontificio, osserva, come già in altre Pastorali, che molti laici cattolici sono privi di coraggio o indifferenti; ma è breve il passo da una religiosità neutrale alla perdita della fede.

                L'invito all'impegno non viene soltanto dall'esempio dei primi cristiani, ma anche da un sentimento di amore verso la patria perché la massoneria, che guida la lotta contro la chiesa, è responsabile pure della crisi in cui si dibatte l'Italia. Il Vescovo parla di malgoverno che ha portato il nostro paese alla miseria; forse addebita alla guerra doganale e alle spese per le imprese coloniali del governo Crispi l'aggravarsi della depressione economica che va spopolando le campagne per ingrossare le file degli emigranti. Come sempre, non inasprisce il tono; osserva tuttavia che è calunnioso accusare il clero di essere nemico della patria quando esso si è opposto vigorosamente alle ingiustizie commesse da quella classe politica che ha rovinato l'Italia.

                Ricorda ai fedeli l'obbligo di una presenza cristiana in tutti i settori della vita sociale, specialmente in quelli nei quali l'azione del sacerdote è impossibile o inefficace; il laico può svolgere un intenso dinamismo: non è il vecchio che declina, ma il giovane in contino sviluppo. Vuole che l'impegno sia collettivo attraverso l'associazionismo privilegiando i Comitati parrocchiali che in pratica abbracciano tutte le altre forme associative; esorta a mettere da parte la discussione sull'efficacia o l'opportunita degli stessi Comitati: il papa lo vuole per combattere la massoneria.

                Nella Lettera di Scalabrini notiamo pure un riferimento alla questione operaia la cui gravità il Vescovo coglie nelle manifestazioni della prima edizione del Primo maggio 1890 quando il socialismo ha fatto sentire la sua forza numerica e organizzativa; c'è un monito non soltanto per i datori di lavoro, ma anche per i governanti: il conflitto tra capitale e lavoro, se ignora l'insegnamento della chiesa che propone carità e giustizia, può sconvolgere dalle radici l'ordinamento sociale.

                La Pastorale termina invitando i fedeli a sostenere l'Unione Cattolica Operaia della città di Piacenza

 

            Dalla Terra illustre, dove sto ora compiendo il più grave e il più caro  de' miei uffici, vo' dire la sacra Visita Pastorale, indirizzo a voi, fratelli e figli dilettissimi, la mia parola per comunicarvi il discorso  che il Santo Padre rivolgeva testè ai pellegrini convenuti in Roma da ogni parte d'Italia.

            E' un discorso pieno, come sempre, di  salutari ammaestramenti, e dobbiamo farne tesoro.

            L'amor della Chiesa, l'attaccamento alla fede, il coraggio di professarla e di difenderla, l’unione con Lui e coi Vescovi, la concordia di sentimenti e di azione tra i cattolici, l'educazione cristiana de' figli, ecco ciò che vuole  e lo inculca per nostro bene e per la nostra salvezza della patria nostra. Lo stesso reclamare ch'Egli fa continuamente i suoi diritti non ha altro scopo. A che mirano per lo contrario le sette nemiche? Oramai lo proclamano elleno stesse apertamente. Vorrebbero distrutta,  se fosse possibile, persin l'idea di Dio; vorrebbero strappare l'Italia dal seno della più tenera delle madri, la Chiesa, e sottrarla al soave giogo di Cristo per renderla schiava dei capricci  d'uomini senza fede e senza morale. E con quale attività  si lavora al diabolico intento! Nelle scuole, dalle cattedre, sui giornali, nei libri, sui teatri, ne' pubblici e privati convegni è, si può dire, un vomitar continuo di bestemmie e d'insulti  contro quanto vi ha di più sacro in Cielo e sulla terra.

            Intanto che vediam noi? Il dubbio lacera le menti, la corruzione contamina i cuori. Miseria, turbamento e disordine dappertutto, e in tutti un malessere profondo e un presentimento di maggiori mali, se Dio non soccorre.

            Però non c'illudiamo, o carissimi. Certamente non perirà la Chiesa per le presenti battaglie, come non è perita per quelle ben più formidabili di 18 secoli, ma sarebbe un disconoscere l'economia della{5} Provvidenza  divina l'astenersi dal cooperare al suo trionfo. Senza dubbio noi siamo nelle mani di Dio, ma non per istarci inoperosi. Da Lui è la salute, nè ci mancherà sicuramente, ma qualora non manchi l'opera nostra. Egli può far tutto per  noi e senza di noi, ma tutto vuol fare con noi. In altri termini: dobbiamo ben persuaderci, che la ristaurazione della società e dovere di tutti e che bisognano in essa più fatti che parole. Bisogna fare e dar animo e aiuto a chi fa. Ecco il nostro compito. Chi lo  ignora?   

            Ciò che manca  ne' più a'     nostri non è  la cognizione  del proprio dovere, ma il coraggio per adempierlo.

            E' somma pazzia, scrive S. Agostino, il non credere all'Evangelo dopo tanti secoli di luce e di glorie, dopo tanti prodigi e, tante prove della sua divinità: magnia insania Evangelio non credere: ma pazzia anche maggiore, egli soggiunge, è quella di coloro che pur credendo  all'Evangelo, vivono nullameno come se non credessero: sed longe major insania est, si de Evangelii veritate non dubitans, viveres tamen ac si de eius veritate dubitares. (Ep. ad Nep.)

            Pur troppo è questa la  condotta  di non  pochi cristiani oggidì. Professano di conoscer Dio a parole e  lo rinnegano a fatti, o almeno se ne mostrano freddi e indifferenti.

            Eh, no, fratelli e figli carissimi!  Non giova illuderci: un cattolicissimo speculativo e mentale, una{6} religiosa neutralità, mentre in seno alla società in cui viviamo si agitano e si dibattono con calore le più vitali questioni, è un assurdo, se non anzi una specie di tradimento. Tra l'occultare la fede e il perderla non v'è che un passo.  

            E'  necessità, è dovere opporre alla  pubblicità del male la feconda  e salutare pubblicità del bene. Veggano tutti le vostre buone opere, ci grida Gesù Cristo nel suo santo Evangelo. Chi mi avrà confessato dinanzi agli uomini, ed io lo confesserò dinanzi al Padre mio, che sta ne' Cieli; ma avrò anch'io a vergogna colui, che si sarà vergognato di me innanzi agli uomini.

            Il coraggio cristiano sia pertanto, o miei cari, la nobile tessera che vi distingua in mezzo alla comune fiacchezza, e all'odierna servilità dei caratteri. Mostratevi degni del nome e della professione di cattolici, vale a dire, superiori in tutto ai volgari pregiudizi e alle stolte dicerie del mondo, ossequienti con esterne manifestazioni al supremo Pontificato, avversari franchi e risoluti della rivoluzione e delle sue massime perverse.

            Rammentate i primi vostri fratelli nella fede. Paventò ella forse di  qualche cosa la nobile ed operosa virtù di que' magnanimi, delle cui fatiche e del cui sangue crebbe la cattolica fede? Già da' suoi tempi notava Tertulliano che i primi cristiani pagavano i tributi colla coscienziosa fedeltà onde osservavano il precetto di non rubare.{7} Ma ignoravano quei virtuosi l'arte vilissima di piegare agli ingiusti voleri dei Cesari: davanti a quelli, che facevano impallidire i Re, non impallidiva la loro faccia, e mentre gli altri s'inginocchiavano, essi sapevano star ritti, e per gl'inviolabili diritti della coscienza morire.

            Voi certo non aspetta un martirio di sangue, o miei cari; ma una lotta  spirituale vi attende non meno formidabile: la lotta impegnatasi tra la verità e l'errore, tra il diritto e la forza, tra la fede e la sviata ragione, tra il cattolicismo e la massoneria, tra Dio e Satana. Sono i due condottieri che si contendono, a così dire, l'impero delle anime. Sta scritto, che le porte dell'inferno non prevarranno contro la Chiesa, ed essa diroccherà per sempre la cittadella di Satana. Ma intanto che questo gran conflitto dura, a esperimento di fedeltà  e a conquista di merito, bisogna che i combattenti si schierino o da una parte o dall'altra, imperocchè non si dà via di mezzo. Alto suonano anche qui la parole di Cristo: Chi non è meco, è contro di me

            Pigliate animo, o carissimi, pensando al premio che vi è riserbato. Imitatori fedeli del Vicario di Cristo, guardate in faccia il nemico; abituatevi a condannarne pubblicamente le opere; imprendete e dimostratevi in ogni occasione cattolici ed italiani, a quella guisa che i settari si appalesano in mille forme empi e nemici  del vero bene d'Italia. Come diceva non è molto un valoroso scrittore, è passato il tempo {8} in cui l'accusa di nemici della patria poteva incutere spavento negli animi candidi e miti. Dopo il malgoverno che della misera patria nostra hanno fatto coloro, i quali  usurparonsi il privilegio di chiamarsene amanti, ci vorrebbe davvero una buona dose di sfacciataggine per appellare nemici del paese noi, che ci siamo opposti a tutte le angherie, ai soprusi, alle iniquità, alle spoliazioni, ai delitti, onde fu condotto allo stato della presente inopia. Sono accuse ridicole queste. Noi sentiamo di meritare tanto più il nome di buoni italiani, quanto meno ci siamo immischiati nelle geste di chi ha tradito e rovinato l'Italia.

            Del resto, santissimi amori l'amore di religione e l'amore di patria. Sono due grandi e nobili ideali. Tutti e due uniti col nostro primo vagito, tutti e due  morranno col nostro ultimo respiro. Ma gli slanci generosi dell'uno non devono soffocare le sublimi aspirazioni dell'altro. La giustizia non può essere spenta dal patriottismo. Le sorti d'una patria, che si deve lasciare, non  possono prevalere sui destini immortali che ci attendono, nè questi si ponno conseguire senza quei mezzi necessari che la società  deve prestarci coll'osservare quelle leggi che Dio ha dato agli uomini pel loro bene presente e avvenire.

            Ma se può sembrar lontano il tempo che la società traviata torni al retto sentiero, voi specialmente, o buoni laici, cui la sociale apostasia desta ribrezzo{9} ed orrore, cui il nome di Dio è nome di riverenza e di affetto, voi potete affrettare l'ora sospirata e disporre gli animi de' vostri fratelli al ravvedimento, professando voi al cospetto di tutti la fede vostra, gloriandovi del carattere di cristiani, raddoppiando di operosità  e ascrivendo a vostro onore poter servire il Signore, poterlo glorificare ne' vostri discorsi, negli scritti, ne' varii incontri della vita. Voi potete molto, giacchè  voi, come ben vi definì  un insigne pubblicista, non siete una vecchiezza che tramonta, ma una giovinezza che sorge. Tocca a voi impadronirvi della società, rifarla cristiana, lavorando con larghezza di idee, con tenacia  di propositi, acciò lo spirito cattolici si insinui dappertutto e investa tutto ciò che è parte ed elemento della vita intellettuale, morale e spesso anche fisica dell'uomo.

            Quanti insegnamenti, che per lagrimevoli pregiudizi tornano sospetti sulle labbra del clero, non fanno invece profonda impressione su quelle del secolare! Quante porte, che rimangono chiuse davanti al ministro di Dio, non si spalancano invece davanti all'uomo del mondo, che potrebbe, volendo recare con sè il tesoro inestimabile della fede! Quanti modi di accostarsi ai fratelli, disingannarli, parlarne degnamente di Gesù Cristo e della sua Chiesa, che avete voi per relazioni quotidiane indispensabili, che al prete o non si offeriscono o si offeriscono assai di rado! Quale apostolato, dilettissimi, non potrebbe essere il vostro in mezzo alla società, e quanto fe{10}condo! E forsechè, domandava un giorno lo stesso regnante Pontefice, non abbiamo un poco il diritto di chiedervi questa efficace cooperazione? Godiamo noi solamente dei beni spirituali, ond'è depositaria la Chiesa, e non voi altresì quanto noi? E se la Chiesa, insiemi colla fede rivelata, conserva i principii sopre i quali riposano gli stati, la famiglia, la proprietà, non è egli giusto che, come voi principalmente partecipate dei frutti del suo Magistero, così vi adoperiate valorosamente a farle riparo dai colpi, a purgarla  dalle calunnie, pogniamo che debba venirvene qualche scapito o vi abbia a costare qualche sacrificio? Se Dio promise alla sua Chiesa la vittoria finale, non promise nè a voi, nè alla famiglia vostra, nè alla patria di conservarvi a qualunque costo la fede, ed i benefizi singolari che vengono dalla fede: forse sarà questo il premio dei vostri sforzi e la ricompensa de' sacrifici incontrati nella santissima impresa.

            Lavoriamo, lavoriamo, fratelli  e figli carissimi, ciascuno nella sfera della  propria attività, a riparare i danni che i nemici del sono iti accomulandoci intorno. Lavoriamo con purità d'intenzione, sacrificando ogni nostra idea personale al trionfo della gran causa; lavoriamo con fermezza, ma insieme con carità; lavoriamo soprattutto disciplinati e concordi.

            E qui di nuovo vi raccomando le cattoliche Associazioni e tra queste, in modo speciale, i Comitati{11} parrocchiali, che tutte si può dire le abbracciano. Bando alle discussioni sul merito e sull'opportunità loro.  I parrochi li favoriscano e cooperino coi laici a farli prosperare. Ciò che vuole il Papa giudice e maestro più autorevole e competente. 

            Nè si dica che questi Comitati sono possibili  soltanto nelle grandi città. No: anche nei piccoli centri possono essere stabiliti e con grandissimo frutto, chè ovunque vi ha ancora persone buone, le quali volentieri si uniscono insieme per fare il bene. Bastano, poche  di siffatte persone, animate da spirito veramente cristiano, perchè un'Associazione di cattolici operai venga a stabilirsi, perchè s'istituisca una Conferenza di S. Vincenzo de' Paoli, perchè un Comitato Parrocchiale abbia vita.

            In quest'epoca in  cui la povera gioventù è insidiata di continuo dalle ridenti menzogne  di falsi  maestri  e in cui la framassoneria, questa setta svergognata, adopera tutte le arti per arruolarla tra le sue file, chi non vede l'estremo bisogno, chi non sente il grave dovere di aiutare quelle opere che mirano a salvarla?

            E chi non vede il bisogno, chi non sente il dovere di venire in soccorso alla classe operaia? Gli operai, come vi dissi altra volta, sono i beniamini della Chiesa, che nel fabbro di Nazareth riconosce e venera il proprio fondatore. - I poveri operai (così Leone XIII  nella memoranda Enciclica Humanum {12} genus)  oltre ad essere per la stessa condizione loro, degnissimi sopra tutti di carità e di sollievo, sono in modo particolare esposti alle seduzioni dei fraudolenti e dei raggiratori. Vanno perciò aiutati con la massima generosità e invitati alle società buone, affinchè non si lascino trascinare nelle malvagie. -

            Il fremito delle classi lavoratrici si fa udire da ogni parte, come ruggito di fiera digiuna, impaziente di avventarsi alla preda. Le abbiamo vedute di questi giorni, contarsi, disciplinarsi, spiegare all'aura i loro cento vessilli, minacciando saccheggi e rivolte. La sfida è lanciata dal lavoro al capitale, dal povero produttore al ricco possidente. E' la questione sociale che s'impone oggi, sempre più terribile ed urgente, ai governi, ai parlamenti ed  alle corti d'Europa. Indarno vi lusingate di poter salvare voi, i vostri figli e le vostre cose, o uomini del secolo XIX, se non ricorrete alla Chiesa di Gesù Cristo. Essa, essa sola, frenando le passioni e insegnando a tutti carità e giustizia, può risolvere efficacemente l'arduo e faticoso problema.

            Di tale problema vi parlerò a Dio piacendo, altra volta espressamente. Intanto vi esorto, fratelli e figli carissimi, a favorire per ogni guisa la benemerita Unione Cattolica Operaia che fiorisce e prospera nella nostra città con grande consolazione mia, e di tutti i buoni, e a far sì che vieppiù  si moltiplichi e si propaghi. Non dimenticate, o facoltosi, che non potreste oggi far uso migliore delle vostre{13} ricchezze, che promovendo il bene materiale e morale delle classi povere e lavoratrici.

            Tutti insomma, sacerdoti e laici quanti siamo, poniamoci all'opera. E' un edificio in gran parte nuovo che dobbiamo ricostruire; ciascuno vi porti la sua pietra.

            Lavoriamo e preghiamo. Abbiamo fede nella vittoria  che Gesù Cristo Signor nostro ci ha assicurato; vittoria del bene sul male, della carità  sull'egoismo, della Chiesa sul mondo. Interponiamo la mediazione di Maria Santissima. Maria è la Regina degli Apostoli; preghiamola, specialmente in questo mese, che avvalori l'apostolica voce del nostro S. Padre Leone XIII e Lui ci conservi lungamente. Maria è il rifugio dei peccatori; pregiamola che li accolga tra le sue braccia materne e li riconduca alla giustizia  per mezzo della verità. Essa è la madre di misericordia, la tesoriera delle grazie, la grande mediatrice tra la terra e il cielo; gittiamoci a' suoi piedi e diciamole: Gesù Cristo ha parlato a noi per bocca del suo Vicario; deh, precedete con la vostra misericordia, o Maria, questa salvatrice parola!...

            Vi benedico dall'intimo del cuore, fratelli e figli carissimi, nel Nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo.

Bedonia, dal Seminario, 11 Maggio 1980.

 

† Giovanni Battista Vescovo