37. Lettera Pastorale

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37.    Cattolici di Nome e Cattolici di Fatto. Lettera Pastorale di Mons. Vescovo di Piacenza, 1.2.1887, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1887, pp. 47.

 

                Come ha già notato in altre Pastorali, Scalabrini osserva che non tutti coloro che si vantano di essere cattolici, lo sono realmente. E' un equivoco da chiarire se si vuole cogliere il significato del discorso sulla religione e sulla fede che il Vescovo, come si è già visto, ha condotto attraverso molte Lettere alla diocesi.

                Tra i fedeli ci sono persone che dicono di credere, ma non praticano; stravolgono il concetto di cattolicesimo che non è un sistema filosofico astratto, ma una dottrina che investe tutto l'uomo, anche le sue facoltà operative.

                Sono cattolici soltanto di nome anche coloro che accettano alcune massime opposte al cristianesimo perché notano che esse stanno diffondendosi nella società; screditano la religione perché danno occasione agli avversari di identificare la vita cristiana con il loro comportamento scorretto.

                Ripetendo un'espressione contenuta nella lettera di Leone XIII al Card. Guibert[1] in relazione al "caso Pitra" del 1885, cui si è già accennato, Scalabrini si chiede che cosa si possa dire di coloro che, non contenti della parte di sudditi, pretendono di averne qualcuna anche nel governo della chiesa. E' un liberalismo di nuovo tipo che reca un danno notevole alla comunità cristiana; è una forma di ipocrisia che per la chiesa è più pericolosa delle persecuzioni da cui il cristianesimo è sempre uscito vittorioso.

                Si dicono devoti al papa, ma offendono i vescovi che sono uniti con lui, contestando le loro linee pastorali, denunciandoli come ribelli alla S. Sede; ostacolano il governo della chiesa locale ai pastori che lo Spirito Santo ha messo a capo dei sacerdoti e dei fedeli, rendendoli partecipi dell'amministrazione di tutta la chiesa.

                Con una allusione personale Scalabrini si domanda se non sia consentito a un vescovo invocare dal Signore la grazia che il papa attuale consegua la conciliazione con lo stato italiano senza essere accusato di voler imporre al pontefice il proprio giudizio.

                Conclude affermando che sarebbe un grave danno per la chiesa se l'episcopato fosse costretto al silenzio

 

            Di un insigne scrittore contemporaneo è celebre il motto: Anzitutto io sono Cattolico ed italiano. E Cattolico ed italiano anzitutto, fu egli veramente sino agli estremi di sua vita, caro egualmente a Dio ed agli uomini.

            Cattolici ed italiani si professano molti oggidì, ma è poi vero cattolicismo, vero patriottismo quello ch'essi vantano? «Per amare di vero amore la patria, diceva a questo proposito Silvio Pellico, {4}dobbiamo cominciare dall'offrirle in noi medesimi cittadini, di cui non debba ella arrossire e di cui abbia anzi a tenersi onorata. Essere schernitori della Religione e de' buoni costumi, e amare degnamente la patria, è cosa incompatibile.... Se un uomo vilipende gli altari, la santità coniugale, la decenza, la probità, e grida: Patria! Patria! non gli credere. Egli è un vero ipocrita del patriottismo, egli è un pessimo cittadino. Non è buon patriota se non l'uomo virtuoso; l'uomo che sente ed ama tutti i suoi doveri e studiasi di eseguirli; l'uomo, in una parola, educato alla scuola del Cattolicismo.»

            Sì, fratelli e figli carissimi: è solo nel vero Cattolico che i due supremi amori alla religione e alla patria mirabilmente si confondono ed armonizzano insieme.

            Abbiamo detto nel vero Cattolico, e pensatamente l'abbiamo detto; imperocchè non tutti quelli che si vantano Cattolici, sono tali realmente.

            Ditelo voi, o carissimi: è forse grande al mondo il numero dei cristiani, che conformano in tutto, com'è loro dovere, la vita e i costumi alle massime del Vangelo?

            Della vostra condotta, generalmente par{5}lando, Noi non abbiamo, a dir vero, che a lodarci; ma l'inestimabile tesoro di una schietta professione cattolica troppo è invidiato e tolto di mira a' dì nostri, per non temere che più d'uno, senza forse avvedersene, si lasci andare ad essere connivente all'errore, o ad opporgli più debole resistenza, che la verità non comporti, pur lusingandosi di vivere cristianamente.

            E' obbligo del Nostro pastorale officio mettervi in guardia contro sì grave pericolo.

            Non vi rechi pertanto meraviglia se nell'annunziarvi, come facciamo, i giorni della Santa Quaresima (resa anche in quest'anno tanto mite per benigna concessione del Sommo Pontefice), veniamo a ricordarvi la gran massima: che non basta essere Cattolico soltanto di nome, ma che bisogna esserlo anche di fatto.

            Vi parleremo, F. e F. C., con quella santa libertà di parola, a cui Ne danno diritto e il sacro carattere di cui siamo rivestiti, e il desiderio del vostro bene.

 

            La Religione, o Dilettissimi, com'è il primo bisogno dell'uomo, così ne è pur anco il primo dovere, sì perchè primo dovere d'ogni essere {6}intelligente e libero si è quello di adoprarsi al suo vero perfezionamento, sì perchè tutti gli altri doveri dell'uomo derivano da' suoi rapporti con Dio come conseguenze dal loro principio, come effetti dalla loro causa. Questa Religione però, dice benissimo un distinto oratore, non è già una serie di verità speculative, ordinate unicamente a perfezionare l'intelletto; non è già un sistema filosofico, non è già un complesso di idee e nulla più. Ma come quella che dimana immediatamente da Dio, che è ad un tempo stesso la prima verità, il sommo bene, la infinita bellezza, la essenziale santità, il centro e la fonte di ogni perfezione, ella tende necessariamente a nobilitare, a divinizzare, in certa guisa, tutte le umane facoltà, indirizzandole al loro ultimo fine. All'intelletto essa è luce infallibile, che dissipandovi le tenebre accumulate dall'ignoranza e dall'errore, gli dischiude i tesori della divina sapienza. Alla volontà essa è ardore celestiale, che sollevandola oltre la cerchia dei beni limitati e caduchi, la innamora delle infinite bellezze del sommo ed eterno Bene. Alla coscienza essa è regola sicura, che preservandola dai falsi dettami suggeriti dall'orgoglio e dalle corruttele, la armo{7}nizza coi dettami della legge eterna di Dio. Al sentimento essa è passione nobilissima, che purificandolo e, a così dire, spiritualizzandolo in tutti i suoi movimenti, gli fa anteporre al gusto delle terrene voluttà le caste e permanenti dolcezze della virtù. Alle potenze esteriori essa è freno salutare, perchè non trascorrano ad atti men che conformi alle regole della più pura morale, nel tempo stesso che avvivandole del divino suo soffio ne fa uno strumento di giustizia e una fonte di santificazione. Essa, in una parola, è l'ordine, l'armonia, la pace, la perfezione di tutto l'uomo, vuoi in ordine a Dio, vuoi in ordine ai prossimi, vuoi in ordine a sè medesimo; imagine ed arra di quell'ordine, di quell'armonia, di quella pace, di quella perfezione, senza confronto più avventurosa, che gli è preparata nel Cielo.

            Professare adunque di credere, poco o nulla curando i doveri da praticare, egli è uno stravolgere affatto, come vedete, il concetto di Cattolicismo; è in fondo un rinnegarlo.

            E coi fatti, se non colle parole, lo rinnegano quanti operano contrariamente alla fede che dicono di professare, quanti questa fede {8}sottopongono alla propria ambizione e al proprio interesse, quanti offendono Dio con una vita affatto pagana, sensuale, animalesca.

            Nè meno colpevoli, avvegnachè più onesti in apparenza, debbono ritenersi quelli che, cristiani cattolici in privato, in pubblico nulla o quasi nulla si differenziano dagli stessi increduli. E' coerenza questa? è Religione? Sappiamo quello che si dice: - la civiltà presente altro domanda all'uomo religioso, altro all'uomo politico; - è una massima, o Dilettissimi, succhiata alle fonti della moderna empietà, epperò dovete bene guardarvene. Nulla essa vale a giustificarci; perocchè questo dividere in due l'uomo, è follia, è strazio, è ipocrisia, è viltà. L'uomo non può nella vita politica e civile far altro che riflettere fuori quel che esso è dentro; e quando anche potesse altro, nol deve. Quest'uomo a due faccie, che crede e non crede, che ama ed è indifferente, che vuole e non vuole, è ipocrita della ipocrisia nuova dei nostri tempi, ma è ipocrita sempre.

            Gesù Cristo, o Dilettissimi, non ha insegnato due morali; una pubblica, l'altra privata; una per l'uomo di famiglia, l'altra per l'uomo d'affari. Questa sarà benissimo la morale {9}di Machiavelli, non la morale di Gesù Cristo. Gesù Cristo non vuole divisioni, non vuole infingimenti, non vuole doppiezze. Egli è sempre il medesimo, sempre il nostro padrone, sempre il nostro Dio in tutto, dapertutto; e di tutti i nostri pensieri, di tutte le nostre parole, di tutte le nostre opere, private e pubbliche, religiose e civili ci chiederà conto un giorno secondo il Vangelo, suo codice unico, immutabile, eterno. Chi crede così, è cristiano, è cattolico; chi così non crede potrà essere qualunque altra cosa si voglia, potrà chiamarsi con qualunque altro si voglia appellativo; ma non cristiano, non cattolico sicuramente.

            E qui entrano quegli altri, che sì in privato che in pubblico, si lusingano di poter accoppiare con la professione di sinceri figli della Chiesa quel pensare e vivere libero, che funestamente signoreggia a' dì nostri, affatto difforme dai dettami e ordinamenti di essa. Vorrebbero pure costoro accordare insieme l'esercizio della virtù e la pratica del vizio, l'amore di Cristo e l'amore del secolo, il servizio di Dio e il servizio del mondo. Niuna meraviglia; imperocchè sono appunto costoro che, senza idee e senza convincimenti {10}proprii tengono, almeno così a mezz'aria, almen certo nell'uso della vita, talune perfide massime opposte ai principii cattolici, sol perchè le vedono in voga e dominanti, e credono, come si esprime un valente letterato, che Dio oggimai non ce ne possa più contro di esse, e che pel buon della pace lasci correre, e abbia deposto i suoi tremendi Vae, le sue spaventose minaccie. Questi giungono anche a formarsene certa tal quale persuasione, perchè delle cose di Religione ignorantissimi. Quindi i torti e avventati giudizi, le stolte esigenze e le pugnanti azioni, miste molte volte in un istesso individuo, in modo da non sapere se fede abbia, o di qual fede sia. Da un lato è cattolico, da un altro poco meno che turco. Quindi è troppo frequente sentire dalla bocca di cosiffatti ripetere gli spropositi più grossolani come verità indubitate. E’ bello agli occhi loro mostrarsi, come dicono, spregiudicati verso la Chiesa (ch'essi d'altra parte ammirano ed esaltano e riconoscono per sovrumana istituzione del Dio Redentore); bello il far buon viso alle calunnie che le si avventano, e approvarne l'oppressione, e violarne le leggi, e non curarne il culto, e trar profitto dalle infelici circostanze per guadagnare sopra il suo {11}danno, e lasciare inadempiti oneri sacrosanti imposti da tavole di fondazione, o da espressa volontà dei trapassati.

            Secondare in tutto il proprio genio, e il genio di quanti loro potrebbero giovare o nuocere, ecco in fondo la vera religione di costoro. Quindi è che non temono addomesticarsi con gente incredula; e se libro vien fuori che sia lodato per qualche pregio da farne meglio succhiare il veleno, essi lo lodano, e leggono e danno a leggere; se giornale v'è spudorato ed empio, lo comprano, lo rispettano e si guardano bene dal cadergli mai in disgrazia; se proposta vien fatta men che cristiana, essi l'apprezzano, e non è raro il caso che la favoriscano, mentre a quanti, o scrivendo o adoperando, spiegano zelo per la causa di Gesù Cristo, per lo meno girano largo, e il più sovente frappongono ostacoli.

            E' in questi tali che la setta anticristiana trova i suoi più utili ausiliari, per abbattere tutte le cristiane istituzioni. Quanti padri di famiglia, e quanti, che tengono dovere di paternità, non sono di questo calibro! non sono quindi sorgente di scandalo ai loro figliuoli, ai loro dipendenti, ai loro allievi! In quante fami{12}glie non si ha rispetto alcuno alla tenera età e la si fa testimone di propositi, di discorsi e di esempi tutt'altro che edificanti! Sì, lo dobbiamo dire senza ambagi, quantunque col più profondo dolore: la vita cattolica languisce in molte famiglie. Sono famiglie cristiane, sono famiglie cattoliche, ma spesse volte puramente di nome. Vi si lasciano girare libri e fogli d'ogni peggior sorta; vi si veggono esposte non di rado le più sconcie figure; messi al posto d'onore i ritratti dei nemici più sfidati di Gesù Cristo e della sua Chiesa. I doveri religiosi o vi sono affatto dimenticati o tenuti come cosa molto secondaria e d'apparenza. I genitori stessi che si danno per più probi e più timorati di Dio, paghi di usare al tempio qualche volta e in certe occasioni soltanto, di stender la mano a qualche poverello, di compiere qualche atto esterno di Religione, non lasciano di sacrificare qualche cosa alle ree costumanze del giorno. E' l'ora della predica, l'ora in cui il ministro di Dio annunzia dall'altare o dal pergamo le verità eterne. A sentirli, eh! hanno essi ben altro da fare.... prima la stagione, e poi il passeggio, e poi le visite, e poi il pranzo, e poi un motivo e poi l'altro, finiscono per condurre una vita dissi{13}pata, vuota, indifferente, straniera così alle dolcezze della pietà, come alle lacrime soavi del pentimento. Intanto se altri li richiedesse, a che religione appartengono, si tolgono tal domanda a ingiuria: Siamo cattolici! Eh no! disingannatevi: questo è larva di cattolicismo, non è cattolicismo.

            Il vero criterio per discernere la sincerità di quelli, che in seno alla Chiesa avrebbero accolta e fruttuosamente professata la sua Religione, fu da Cristo medesimo additato nel suo Vangelo: Li conoscerete, Ei disse, dai loro frutti; cioè dalle opere loro, se rispondono al suono delle parole e alla manifestazione dei loro propositi: poichè Egli soggiunge: Entrerà nel regno de' Cieli solamente chi fa la volontà del Padre mio; agli altri mi protesterò di non averli mai conosciuti.

            Ponete ben mente, o Dilettissimi, ad una verità che è del massimo rilievo, e che non sarà mai perciò ripetuta abbastanza. L'appartenere alla Chiesa Cattolica per il solo carattere battesimale e per l'assunto nome di figli suoi, sarebbe ben poco; poichè anche gli eretici, vi direbbe S. Agostino, hanno con noi comune l'appellazione di {14}cristiani, quantunque non ci siano punto congiunti nè per conformità di fede e di dottrina, nè per unità di magistero e di regime.[2] Per essere membri vivi ed attuosi della Chiesa, ossia veri Cattolici, oltre una credenza riverente ed invariabile alle celesti verità, che insegna, v'ha d'uopo che queste verità formino la regola della nostra condotta, e con sincero spirito di operosa carità sieno da ciascuno tradotte alla pratica. Se per essere Cattolico bastasse una professione di mero nome, se questa professione potesse accordarsi con le massime del secolo, che la distruggono, o con opere che la smentiscono, poca o niuna differenza v'avrebbe, a detta del prelodato S. Dottore, fra cattolici di tal tempra e gli stessi eretici; mercecchè laddove questi credono cose false, i primi, quantunque credano cose vere, fanno onta però alla loro fede, non vivendo come credono. [3]

            E non solo fanno onta costoro alla lor fede, ma la discreditano non meno di coloro, che la si accoppiano a una vita rotta e malvagia, poichè fanno essi pure esclamare ai nemici di Cristo: vedete i valenti sostenitori che ha la causa cattolica!

            {15}Che dovrà poi dirsi di quelli, che non contenti della parte di sudditi, che loro spetta nella Chiesa di Dio, credono di poterne avere qualcuna anche nel governo di essa?

            Gli è su questa insana pretesa, ch'eglino sono iti fabbricando un sistema di liberalismo affatto nuovo, tanto più pericoloso, quanto più si studiano di vestirlo di belle apparenze; farisaico sistema, che arriva pur troppo a sedurre tante anime semplici, e ad invadere alcune menti eziandio non perverse nè ingenerose; anarchico sistema, che finisce per scindere le nostre forze e gettar la discordia tra i figli dello stesso padre, tra i membri della stessa famiglia; barbaro sistema, che non rifugge dal contristare ad ogni poco spiriti immortali, che ogni germe di carità uccide nel cuore di tanti, e che tante volte non rispetta nemmeno la santità della tomba! Deh! chi può calcolare, V. F., il danno che un tale sistema ha cagionato e cagiona alla Chiesa? Come non gemerne dal profondo del cuore?

            Se noi ci trovassimo in mezzo ad una persecuzione aperta, feroce, sitibonda del nostro sangue, rivolgendo uno sguardo alla croce, alle agonie di Lui, che n'ha detto: io non vi lascio che {16}una eredità di patimenti, ci sentiremmo l'animo rinfrancato, rassegnato, sereno. No, i pericoli maggiori per la Chiesa non sono le persecuzioni violenti e barbare, alle quali è avvezza da secoli, e la mercè di Dio sa fare suo pro; non sono le discussioni della ragione illuminata e della scienza, perchè sa per fermo di uscirne vittoriosa. La ragione, la storia, le promesse divine stanno per lei. I maggiori suoi nemici e più temibili sono le debolezze di taluni de' suoi, le loro matte superbie, le loro mire ambiziose, le loro ipocrite arti; sono i loro portamenti, le loro azioni tutt'altro che conformi allo spirito di veri e perfetti cattolici, quali si vantano di essere.

            Non istaremo qui a ripetere ciò che in proposito, sulle orme del vigilantissimo regnante Pontefice, Noi ci credemmo in obbligo di segnalare, non è gran tempo, alla vostra attenzione. Sentiamo però di dover levare un'altra volta la voce contro il nuovo manifestarsi del fatale sistema, e una volta di più ricordare: essere tutt'altro che conforme allo spirito schiettamente cattolico, quel disfarsi, come usano costoro, in proteste di attaccamento e di devozione al Papa, nel tempo stesso che osano venir meno al rispetto {17}dovuto ai Vescovi a Lui uniti, avversandone il regime con modi, se non altro, indiretti, o torcendone a sinistro senso gli atti e le intenzioni; quell'identificare, a così dire, sè stessi colla S. Sede, proclamandosene eglino i soli difensori, i soli figli devoti, i soli fedeli portavoce; quel segnalare come ribelli alla Chiesa persone alla medesima devotissime, rivestite eziandio d'autorità, e il più delle volte per fatti particolari di cui o si ignorano le cause, o si scambiano i veri motivi, o si trascurano le circostanze vere; quel pretendere al monopolio esclusivo del Cattolicismo, affettando un linguaggio da maestri infallibili, condannando e anatematizzando in nome della Religione e del Papa quanti non dividono le loro opinioni, e più spesso, le loro esagerazioni e stravaganze; quel ricorrere non di rado a clandestine pubblicazioni, per mettere in diffidenza e in mala vista gli uni, per mistificare o terrorizzare gli altri, tentando di far prevalere un indirizzo diverso da quello dell'Autorità suprema; quel raccogliere il fango che la stampa incredula co' suoi biasimi, e più co' suoi encomi, sparge ogni tratto sopra uomini di Chiesa, anche eminenti, per lanciarlo in faccia ai medesimi, sotto {18}pretesto di difenderne l'operato e l'onore; quell'avvicinare documenti, per circostanze di luogo, di tempo e di cose affatto diversi, metterli con mal celato artifizio a confronto, farli oggetto di arbitrari commenti e dedurne conseguenze quanto erronee, altrettanto offensive; quel pretendere di sciogliere con più o meno spontanei plebisciti, formati di persone prive d'autorità, e quasi sempre incompetenti, le quistioni più complesse, più ardue e più delicate, che sorgono talvolta nel campo religioso o scientifico-religioso; quell'assalire e combattere su questo campo gli avversarii, o coloro che tali si suppongono, senza tener conto delle dichiarazioni fatte dagli stessi ripetute volte, e attribuir loro tutto l'opposto di ciò che sostengono; quel mettere in un fascio coi nemici della Religione persone rispettabilissime sotto ogni riguardo, e non di rado muover loro l'accusa di violata o sospetta fede cattolica, per una differente opinione che abbiano in materie puramente politiche, o lasciate ancor libere alla discussione dei dotti dalla sapiente moderazione della S. Sede; quel coniare ad ogni stagione nomi nuovi, accoppiandoli insieme, senza nemmeno curarsi di definirli e di circoscriverli esattamente {19}per non creare equivoci, e poi senza discernimento, senza riflessione, con leggerezza incredibile, gittarli sul viso ai proprii fratelli; quel valersi dei mezzi più nobili adoperati dalla pietà dei fedeli a venire in aiuto al comun Padre, per nascondere dardi avvelenati all'indirizzo di chiunque sdegni esser loro soggetto; quel mettere a nudo delle piaghe che meglio sarebbe coprire, e additarle e farle sanguinare con voluttà, staremmo per dire, feroce; quel non vedere mai nulla di bene, anzi tutto di male, in ciò che si pensa o si opera da quanti sono o si suppongono contrari alle proprie idee; quel propalare e ingrandire il male stesso e menarne rumore, accagionandone sovente anche persone che mai non vi ebbero parte, o ebbero a farne pubblica emenda; quel chiudere in faccia agli uomini, come appunto praticavano gli antichi farisei, le porte del regno de' Cieli, e mentre si direbbe non ci vogliano entrar essi, non permettere neppure che abbiano ad entrarvi gli altri;[4] quell'affettare incuranza delle virtù più amabili del Cristianesimo e prender quasi ad irridere chi se ne faccia banditore, e mostri di averle sopra tutte preziosissime e care; {20}quell'infiorare i loro discorsi, le loro effemeridi, i loro scritti d'insinuazioni e d'insulti a carico ora di questi, ora di quegli, e più specialmente delle persone, che o per dignità o per carattere o per qualsiasi altro motivo si elevano al disopra dei loro. Sì, tuttociò è in aperta opposizione collo spirito da cui dev'essere animato il sincero Cattolico, ed ha smarrito il senso di Cristo, chi non lo comprende, chi non lo sente.

            Non vogliamo offendere alcuno e molto meno giudicare le intenzioni di chicchessia, ma i fatti purtroppo sono questi.

            E non abbiamo noi veduto anche recentemente fatto segno agli attacchi di certi pretesi cattolici uno dei più dotti e virtuosi prelati che vanti l'Episcopato italiano? Con amore di figlio e con riverenza di suddito indirizza questi al S. Padre una lettera, ispirata ai più nobili sentimenti di patrio e religioso affetto. Qual cosa più degna d'un pastore di anime? Il S. Padre stesso si compiace di esprimergliene il sovrano suo gradimento, lodandosi ad un tempo di lui come di ottimo Vescovo e alla Sede Apostolica devotissimo. Eppure tanto non bastò a salvarlo da malo morso!

            {21}E che? Non sarà dunque più lecito ad un Vescovo parlare o scrivere conforme la coscienza, il diritto e, più che il diritto, il dovere gli dettano, senza che uomini più volte ammoniti tentino imporglisi? Il Vescovo, custode della scienza divina, come lo chiamano le Costituzioni Apostoliche, mediatore tra Dio e gli uomini, princeps et dux, rex et dynastes, post Deum terrenus Deus, tamquam Dei dignitate condecoratus,[5] non potrà più esercitare il proprio ministero, senza temere di veder trascinata nel fango la propria dignità da tali che si protestano continuamente di rispettarla? Il Vescovo, posto dallo Spirito Santo a reggere la Chiesa di Dio, e chiamato a parte della sollecitudine pastorale di tutte le chiese, non potrà più esporre candidamente al comun Padre il suo avviso intorno ai pericoli che corrono le anime, senza che abbia a sentirsi gridare pietra di ruina e di scandalo? Che? Non potrà più un Vescovo dichiarare apertamente che ama la sua patria, che la desidera grande, gloriosa, felice nella riconciliazione colla Sede Apostolica, senza venir messo in sospetto di patteggiare coi nemici? Non sarà permesso {22}ad un Vescovo di pregar Dio che la gloria di compiere quest'opera di tutte più ardua e più necessaria, la pacificazione della patria nostra, si degni concederla al suo Vicario in terra, senza che altri gli muova rimprovero di voler dare consigli al Maestro universale, e di volergli forzare la mano? Dunque a tanto si arriva di temerità da biasimare atti che lo stesso Sommo Pontefice dichiara di aver graditi? a tanto si giunge di audacia da biasimare, sebbene velatamente, ciò che Egli asserisce pienamente conforme a' suoi voti? Gran Dio! ove siamo? e dove andiamo noi con siffatto sistema? Guai, grideremo con un Santo Padre, guai alla Chiesa, quando l'Episcopato è costretto al silenzio!

            Si lasci una volta, oh! si lasci ai nemici di Dio e della sua Chiesa la smania di trovare dei ribelli perfino nell'Episcopato! Perchè non ammirare piuttosto e non benedire la cura speciale della Provvidenza divina, che in tanta tristizia di tempi e in tanto sovvertimento di cose ha rinsaldato così i vincoli d'unione dei Pastori col Pastore Supremo, da rendere, vorremmo dire, impossibile ogni benchè minima defezione? Dite, dite: quando mai tra l'Episcopato e il Vescovo uni{23}versale fu maggiore armonia di pensieri, uniformità di azioni, intimità di affetti? No, che neppure nei più bei giorni del Romano Pontificato, quando la nave di Pietro veleggiava tranquilla nel suo corso, ebbesi a contemplare spettacolo di questo più commovente e più bello!

            Un Vescovo potrà sì in qualche caso particolare prendere un equivoco; ma staccarsi dall'immobile Pietra, su cui è fondato, come mai supporlo a' dì nostri? Non vi ha Vescovo al mondo, che non voglia quanto vuole il supremo Gerarca, e non condanni quanto Egli condanna; non vi ha Vescovo, che non deplori amaramente la condizione intollerabile fatta al Capo augusto di trecento milioni di Cattolici, e a Lui non si unisca nel rinnovare contro gli antichi e i moderni attentati le più formali proteste; non vi ha Vescovo, che non proclami con Lui: essere impossibile che le pubbliche cose d'Italia abbiano a prosperare, finchè non sia provveduto, come ogni ragione domanda, alla dignità della Sede Romana, alla libertà e indipendenza del Romano Pontefice.

            Tuoni adunque, senza rattento o paura, la parola episcopale; tuoni, come la viene il Signo{24}re ispirando; e sappiano gli orgogliosi censori della medesima, che «il considerare la Chiesa come una massa inorganica, che debba ricevere l'impulso da una mano onnipotente, senza che alcuno possa nè illuminarla, nè sottometterle umili e devote riflessioni, è il più gran danno che si possa arrecarle.» [6]

            Madre sconsolata, ella sovente ha motivo di lagnarsi de' suoi figliuoli, che la opprimono e le dilaniano il seno: ma istituzione viva e universale negli ordini dello spazio e del tempo, trova pure in sè stessa i mezzi opportuni da provvedere efficacemente alla salvezza de' suoi in qualunque novità o stranezza di umani eventi. Il cielo è la sua patria, Dio stesso il suo re, la verità il suo scettro. Con maestoso passo incede verso l’eternità, raccogliendo sul suo passaggio gli eletti che ogni secolo le vien preparando. Un vincolo maraviglioso ne collega tutte le parti, e questo vincolo è la carità: guai a chi lo spezza! Essa ama, ecco tutta la sua vita. Fatta per l'uomo essa ne penetra tutte le istituzioni, ne indirizza e benedice tutti i progressi, ne commisera e {25}corregge tutti gli errori, ne prepara il pentimento, ne dispone l'emenda, ne glorifica il ritorno a Dio.

            Sì, pur troppo, il nostro secolo è ammalato, come lo furono del resto tutti i secoli che l'hanno preceduto, e vediamo la storia non partigiana ridurre al loro giusto valore tanto le lodi eccessive degli uni, quanto i biasimi esagerati degli altri. Ma diteci voi, o Dilettissimi, qual è per un ammalato, il primo dei rimedi? Non forse la compassione, la bontà, le cure prodigate con tenerezza di amore? Allorchè un ammalato ravvisa siffatte disposizioni nel suo medico, non è egli vero che quasi sentesi alla guarigione più vicino? Non è egli vero che verso questo medico egli è come dolcemente attratto, sicchè, anche pei tagli più dolorosi, finisce per venirgli esso medesimo in aiuto? Di qui la grande massima di S. Gregorio Magno: resecanda vulnera, sunt prius levi manu palpanda.[7]

            Avviene appunto della società quello che avviene dell'individuo, e sì per l'una che per l'altro è necessario lo stesso metodo di cura, non violento, non aspro; ma benigno, paziente, affettuoso. Senza dubbio, allorchè le circostanze lo esigono, fa d'uopo spiegare una fermezza Apostolica, {26}e non tradir punto la verità, ne vada la vita, ma siamo figli della Chiesa Cattolica, e questa Chiesa, ripiglia il citato S. Gregorio, anche allora che fa udire parole di libera difesa, non dimentica la divina mitezza del suo Sposo celeste, e sempre intatta conserva la virtù della mansuetudine.[8]

            Quando pure sia necessario venire ad un estremo, i santi ci insegnano col loro esempio ad inclinare più verso l'estremo della dolcezza e della bontà, che verso quello della severità e del rigore. Nostro modello sovrano è Dio, del quale è scritto: Ma tu, dominatore potente, giudichi senza passione, e con gran moderazione ci governi perchè pronto hai il potere, quanto hai il volere. Per tal guisa tu hai insegnato al tuo popolo come fa di mestieri che il giusto sia ancora benigno. [9] Nostro modello sovrano è Dio, il quale nella sua infinita sapienza arriva da una estremità all'altra con possanza, e con soavità le cose tutte dispone. [10] Ancora, nostro modello sovrano è Dio, il quale, come scrive S. Agostino, nihil egit vi, sed omnia suadendo et monendo, [11] {27}opera cioè sempre colla persuasione e coi suggerimenti, non mai colla violenza.

            Questo spirito di saggezza e di moderazione, di mansuetudine e di carità, V. F. e F. C., fu e sarà sempre nel Cristianesimo il carattere delle anime grandi. Dove questo spirito regna, là è uopo che i dissidii spariscano; là senza dubbio voi troverete l'ordine, la concordia, la pace. Ah! noi riandiamo con gioia insieme e con tristezza quei dì avventurati, nei quali l'armonia di tutti i fedeli tra loro, e la piena e perfetta loro sommissione all'ordine gerarchico, divinamente quaggiù stabilito, davano alla Chiesa, secondo la bella espressione di S. Ireneo, un perenne fiore di giovinezza, che unito all'intatta purezza della fede e della morale la dimostravano agli occhi di tutti per cosa divina.

            Ebbene; il cor unum et anima una, che rese vincitori i nostri padri nella fede contro le tenebre dell'idolatria e i furori della barbarie, sarà pure anche oggi il mezzo efficace, se non unico, per far ripiegare la presente società verso l'ideale della società cristiana, con mano sovranamente maestra, descritta da Leone XIII nella sua memoranda Enciclica Immortale Dei opus.

            {28}E' però indispensabile che ognuno sia ben penetrato dall'idea di ciò che vuol essere la professione di Cristiano Cattolico, e non mai perda di vista le obbligazioni e gli impegni che seco porta questa alta e gloriosa professione.

            A tal fine Noi vogliamo qui riferirvi, V. F. e C. F., alcuni Documenti preziosissimi, che lo stesso regnante Pontefice con quella chiarezza, precisione e maestà di eloquio che Gli sono proprii, lasciò scritto in proposito, prima ancora che venisse dalla divina Provvidenza chiamato al governo della Chiesa universale. Cosa di questi più utile non crediamo si possa dettare. Fate di ben ponderarli:

 

            I. Cristiano Cattolico è quegli, che fa professione della vera fede e legge di Gesù Cristo. - Unica depositaria e maestra infallibile di questa fede e di questa legge è la Chiesa Cattolica Apostolica Romana. - Egli adunque tutta la cura ripone nell'appalesarsi in ogni atto della sua vita non indegno di questa gloriosa professione, e nel tenersi costantemente unito a questa Chiesa.

            II. Non basta credere nel segreto del cuore le {29}verità da Dio rivelate, come non basta fare adesione alla Chiesa col solo interno dell'animo; ma è indispensabile che la fede si renda palese e operativa anche al di fuori, e che la professione religiosa apparisca e signoreggi negli atti tutti sì interni che esterni del sincero credente. Poichè come è sentenza del Salvatore che chi non crede è già giudicato, così ci vien detto dal divino oracolo che la fede senza le opere è morta; e che l'eterno Giudice chiederà conto delle opere, e secondo le opere darà a ciascuno, anche a chi crede, il premio o la pena.

            III. Assicurato della divinità della sua fede il vero Cattolico crede le verità, che essa insegna, quantunque superiori alla sua intelligenza; le crede anche quando le trova contradette da chi ha nome di sapiente nel mondo; le crede tutte senza eccettuarne pur una; le crede con maggior fermezza che non le altre cose vedute cogli occhi propri, od apprese per autorità dell'uomo.

            IV. Esso riguarda la sua fede come dono celeste e tesoro inestimabile, che di gran lunga trascende ogni bene terreno, perchè eleva l'uomo alla cognizione di Dio, e gli assicura il suo ultimo fine. Sta perciò ben cauto di non farne gettito, e di {30}non mercanteggiarla mai alle esigenze del mondo e alla grazia degli uomini, ne vada pure ogni temporale fortuna, e la vita medesima.

            V. Egli abbomina e rigetta le odierne formole dei miscredenti «Ogni religione è buona a salvarsi,» «L'inferno è uno spauracchio,» «La sola fede del cuore basta alla eterna salute» e moltissime altre di simil tempra, che gli risuonano all'orecchio. E le rigetta perchè conosce uno essere Iddio, una la verità, e quindi una dover essere la fede, una la religione, e non potersi queste modellare dal talento ed opinione dell'uomo, ma unicamente dell'autorità di Dio rivelante.

            VI. Geloso della propria fede, sta segregato dal consorzio dei tristi, che palesemente l'avversano; e si tiene pur vigilante dalle astuzie di quelli, che la insidiano di soppiatto; ravvisando i primi dall'impudente spregio d'ogni cosa santa, e gli altri dall'affettato studio di conciliare la religione colla licenza del secolo.

            VII. Ha in orrore la lettura dei cattivi libri, reputandola, perniciosa allo spirito quanto è al corpo il veleno: nè si lascia adescare dalle pellegrine forme e dal leggiadro stile, onde l'in{31}credulità si fa strada a seminar l'errore e a pervertire le menti. Schivo di riceverli, e venutone in possesso, prontamente da se li ripudia, o li consegna a chi si appartiene; ed altrettanto inculca all'amico quando glieli vede in mano.

            VIII. Riconosce che la Cattolica Chiesa fu costituita da Gesù Cristo qual società perfetta, con l'autorità di far leggi, e di punire i colpevoli, e di espellere dal proprio seno i ribelli: quindi le si professa in tutto docile ed ossequente; salutarmente teme le sue pene e le sue censure, abbenchè derise oggidì dal mondo; dappoichè ricorda l'alta potestà conferitale dal divino Fondatore quando disse: sarà legato in Cielo quel che voi legato avrete sulla terra.

            IX. Sapendo essere nella Chiesa Cattolica alcune divine fonti di grazia celeste, che sono i Sacramenti, sente gratitudine a Dio, che nella sua pietà volle istituirli, e si studia con ogni cura di profittarne a suo vantaggio; e vivamente s'addolora per la cecità di quei miseri, che li dispettano o li hanno in non cale.

            X. Singolarmente egli tiene in pregio i Sacramenti della Confessione e della Comunione; poichè in quello rinviene il rimedio alle proprie {31}colpe, e il rinfrancamento alle proprie infermità; e da questo ritrae i più efficaci conforti alla virtù, e una piena ineffabile di consolazioni celesti con accogliere in sello l'Autore della grazia: nè si lascia distogliere dal frequentarli per riguardi umani e per le irrisioni del secolo; avendo bene scolpite in animo le grandi sentenze del Redentore: - Se non farete penitenza, tutti insieme perirete: - Se non mangerete la carne del Figliuolo dell'uomo, non avrete in voi la vita. -

            XI. Il sincero cattolico si discerne pure dal contegno riverente e divoto nel tempio santo. Colà nol conduce una vana curiosità o l'andazzo del secolo, ma schietta pietà e filiale impegno di rendere a Dio un tributo anche esterno del proprio ossequio. Profondamente lo accora il portamento di quelli, che usano alla casa di Dio per profanarla, per ischernire l'altrui divozione, e mettere in dileggio i venerandi riti della Religione.

            XII. Esso sa che esiste nella Chiesa Cattolica un Ordine Sacerdotale, a cui Gesù Cristo, Pontefice Eterno, ha commessa e tramandata l'eccelsa potestà di consacrare e offerire il divino Sacrificio, {33}di dispensare i suoi santi Sacramenti, e di custodire e predicare la sua celeste dottrina. Riguarda perciò i Sacerdoti come ministri e ambasciatori stessi di Dio; sente rispetto alla loro dignità, ed a loro in ogni atto il professa; docilmente ne ascolta e ne asseconda gl'insegnamenti; compatisce ai difetti, che può scorgere nella loro persona, non ispogliata da umane fralezze; e prova rammarico quando vede che il secolo perverso ne vilipende il sacro carattere, e ne osteggia l'augusta missione.

            XIII. Riconosce poi che all'Ordine sacerdotale, divinamente disposto in gradi di gerarchia, si spetta la cura di governare e pascere il gregge cristiano con quella autorità, che Cristo commise a Pietro ed agli Apostoli, e trasfuse in eredità ai legittimi loro successori; sopratutto si dimostra devoto e obbediente al Vicario di Gesù Cristo, il Pontefice Romano, Padre e Maestro universale, in cui si aduna la pienezza dei poteri nel regime di tutta la cattolica famiglia. Sottomesso è pure, e filiale riverenza professa al Vescovo, che presiede al governo spirituale della sua diocesi, ed al Parroco, alle cui cure sono affidate le anime della sua parrocchia.

            {34}XIV. Riconosce pure la infallibilità del magistero, che in virtù dell'immanchevole assistenza del divino Spirito la Chiesa esercita in materia di fede, di culto e di morale; quindi con ossequio e docilità accetta le decisioni della Suprema Cattedra, e ad esse conforma i suoi dettami e pensamenti; e bada di non iscostarsi mai da questa guida nella ricerca del vero, e nell'accogliere le mutabili opinioni e novità del secolo.

            XV. Memore che il cristiano vero deve professare non pur la fede, ma la legge eziandio di Gesù Cristo, s'applica con efficace studio ad apprendere tutti i doveri, che a Dio lo legano, e tutti i precetti e documenti, che il Redentore dettò nel santo suo Vangelo; e mostrasi sollecito di adempierli esattamente, e di adempierli tutti; sapendo che è reo di dannazione chi viola la legge anche in un solo di essi, poichè fa onta alla divina autorità, che tutta intera la legge stessa ha ordinata.

            XVI. Fedele a questa legge ama le creature, ama i congiunti, ama la patria, ma col dovuto ordine e proporzione; amando sopra ogni altro Iddio che è il primo e massimo dei precetti; ed a tutto anteponendo l'onore ed il servizio di Lui. {35}Qualora oda bestemmiare il suo Nome santissimo, ne prova rammarico e raccapriccio: e senza imprecare al bestemmiatore, lo ammonisce amorevolmente, qual fratello sciagurato, che fa ingiuria al comune padre; e se ciò non gli è dato, prega almeno per lui affinchè sia illuminato, e ripara come meglio sa la divina offesa con atti di lode e di benedizione.

            XVII. I dì festivi sono per lui giorni di Dio, il quale espressamente li riservò per suo onore, e ne fece solenne comando nella legge antica, e confermollo nella nuova; minacciando castighi ai trasgressori, e promettendo larga provvidenza a chi fedelmente li osserva. Considera il sincero Cattolico non potersi per verun conto a Dio rifiutare un sì giusto tributo di osservanza; del quale l'uomo stesso si avvantaggia col riposo dal temporale travaglio. Si guarda bene perciò dal profanarli, e dal fare in essi opere servili, a malgrado di qualunque terreno lucro; s'affatica anzi che dagli altri pure siano rispettati, usando dell'esempio e del comando verso quelli, che da lui dipendono.

            XVIII. I proprii genitori, superiori e padroni egli rispetta, perchè ricorda che resiste a Dio me{36}desimo chi resiste all'autorità: e li ubbidisce in tutto ciò che non dispiace a Dio, Padre e Signore supremo e universale di tutte le creature. Che se è genitore o padrone egli stesso educa i figli ed i servi alla religione e al timor santo di Dio, veglia sulla loro condotta, li ammonisce nei loro difetti, li preserva dalle ree occasioni, li illumina coll'esempio e colla parola.

            XIX. Nel secondo precetto della carità cristiana: Amerai il prossimo come te stesso, egli ben ravvisa il comando di Dio che si faccia ad altri ciò, che vorrebbe si facesse a sè, e che si riguardino i prossimi come tanti figli dello stesso Padre celeste; e l'applicarsi perciò ad opere di misericordia; sì spirituali che corporali per amor di Dio, ei lo considera non quale officio di supererogazione o semplice cortesia, ma un espresso dovere, e un contrassegno caratteristico per un seguace vero del Salvatore, il quale disse: Da ciò conosceranno che siete miei discepoli, se vi porterete verace dilezione fra di voi.

            XX. Vi ravvisa pure il divino divieto di fare ad altri ciò che a sè non aggrada; di non offendere il prossimo nella persona nell'onore e nella roba. Rispetta perciò le persone e le pro[37]prietà altrui; aborre da ingiusti lucri e ingrandimenti; serba la fede in ogni negozio, nè mai preferisce l'utilità al dovere. -- Misura e tempera il suo linguaggio per non detrarre alla fama altrui; schiva di propalare e mettere in credito le maldicenze che ascolta; non rivela segreti e difetti, che recan danno alla stima degli altri; del fallo palese o non parla, o parlandone non omette di scusare le intenzioni di chi il commise.

            XXI. Riguarda il proprio corpo come tempio dello Spirito Santo, perchè accoglie un'anima rigenerata alla grazia di Dio, e chiamata a celeste eredità. Conosce che abbrutirlo con sensuali piaceri e un degradare la dignità di uomo, e vituperare il suo carattere di cristiano; è un offendere l'occhio immacolato di Dio, a cui nulla rimane occulto; è un prepararsi sciagure in questa vita, e la dannazione nell'altra. Per non cadere in questo lezzo egli custodisce la mente da inonesti pensieri, e il cuore da impudichi affetti; fugge le pericolose occasioni; non si abbandona al lusso e alle vanità del secolo; evita compagni e discorsi inverecondi; si astiene da spettacoli e solazzi, che mettono in cimento la [38]purità dell'animo; e sopratutto si arma dello scudo efficacissimo della preghiera, e cammina di continuo alla presenza del Signore.

            XXII. Dopo i divini comandamenti egli si fa sollecito di non fallire a quelli pure della Chiesa, poichè rammenta la sentenza del Redentore: Chi ascolta voi, ascolta me; chi sprezza voi, disprezza me. Perciò non mai trascura di ascoltare la santa Messa in tutti i giorni festivi, e l'ascolta con riverenza e divozione. Non si lascia ingannare da quei che dileggiano la mortificazione cristiana, ma s'attiene fedelmente all'ecclesiastico comando e sulla qualità dei cibi e sulle stabilite astinenze; rammemorando che il Signore ordinò a tutti di fare frutti degni di penitenza. Con egual premura adempie le altre cose ingiunte dall'autorità della Chiesa; specialmente la Confessione annuale e la pasquale Comunione; facendole non per pura costumanza o umano riguardo, ma per coscienza del proprio dovere.

            XXIII. Fa degno concetto della pietà cristiana, che informa l'uomo ad alti sensi, e a nobili imprese lo prepara. Custodisce i germi di divozione accolti nella prima età, dai quali col crescere degli anni trae frutti di schietta religione e di ma[39]tura virtù. Serve Iddio da figliuolo amorevole e timorato; e si tien cara sopra ogni altra la divozione alla Vergine Santissima, a cui ricorre in tutte le sue necessità, e da cui riporta ogni maniera di aiuti per restar fermo nella fede e nelle proprie obbligazioni, e per sottrarsi alla corruzione del secolo.

            XXIV. Finalmente mai non dimentica queste tre verità, che devono formare la guida e l'usbergo del vero Cristiano in ogni vicenda: 1.a Il peccato è il vero male, che si deve sempre temere; 2.a La grazia di Dio e il vero bene, che si deve sempre stimare; 3.a La salvezza dell'anima è il supremo interesse, a cui si deve sempre attendere.

Deh! chi sa dirne, fratelli e figli carissimi, il giocondo spettacolo, che di sè offrirebbe l'umana famiglia, se questi ammirabili Documenti[12] venissero fedelmente messi da tutti in esecuzione?

[40]

            Dio e la sua Chiesa, il Vangelo e la sua morale, qui, qui solo è il freno e il governo delle umane passioni che sconvolgono il mondo, qui solo la sua salvezza, la sua pace.

La confessione di questa verità Dio la strappò di bocca anche a più d'uno de' suoi nemici. Odasi per tutti quel gran sofista che fu Pietro Bayle[13]: «Dalla semplice lettura del nuovo Testamento si vede che se i cristiani osservassero esattamente le leggi del loro Maestro, sarebbono i migliori e i più dabben'uomini del mondo, e le costoro società somiglierebbero l'età dell'oro: imperocchè vi si troverebbe la sede della pace e il regno della virtù; non usure, non frodi, non maldicenze, non ambizione, non gelosia, non avarizia; lungi sarebbero i tenebrosi raggiri e le fazioni: ma, invece, carità, castità, modestia e buona fede vi rifulgerebbero maravigliosamente. Gli uomini vi sarebbero più pronti a sopportare, che a fare ingiuria: i principi non avrebbero altro intento, che il bene dei popoli; e i sudditi non altro, che di rispettare i loro sovrani...... Sebbene il fine principale [41]di Dio nel fondare la Religione Cristiana non sia stato che di aprire all'uomo la via del cielo, pure non ha lasciato di munirla dei precetti più necessari al bene delle società civili. E se quei precetti si obbedissero, quei che comandano, mai non abuserebbero l'autorità sovrana; e i sudditi mai non si offenderebbero tra loro, e tutti sarebbero obbedienti all'autorità.»

            Questo è il quadro verissimo della società cristiana primitiva. E che cosa vieta egli che nol sia ancor della moderna? Lo vieta, o Carissimi, lo avere i figli di questo secolo maggiore operosità pel male, che non ne abbiano pel bene i figli della luce; lo vieta il lasciare ai malvagi libero il campo d'infestare più oltre e come meglio loro piace la Chiesa; lo vieta la mancanza nei più di quello spirito di orazione, di mortificazione, di sacrifizio, che forma, a così dire, il midollo della vita cristiana, e rende forte l'uomo della forza stessa di Dio.

            Che in tutti adunque si ridesti, si raddoppi questo spirito! L'imminente Quaresima ne porge anche a voi, o Carissimi, facile l'occasione colle sue pratiche salutari. Sempre, ma in questo sacro [42]tempo massimamente, voi dovete dare a conoscere che non siete Cristiani e Cattolici soltanto di apparenza e di nome, ma che lo siete e volete esserlo altresì di mente, di cuore e di opere. Osservate, ciascuno secondo la misura delle vostre forze, le astinenze e i digiuni che la Chiesa prescrive; frequentate la divina parola, che vi sarà più spesso predicata; fate elemosina ai poverelli che è uno dei mezzi più efficaci per ottenere il perdono delle colpe; sopratutto riconciliatevi con Dio, accostandovi contriti al Sacramento della Penitenza, e disponetevi colla preghiera e coll'esercizio di ogni più bella virtù alla solennità della Pasqua.

            Pregate, fratelli e figli carissimi, pregate con fede, con umiltà e con perseveranza. Fidenti nella potenza della preghiera, aspettiamo che una celeste rugiada scenda dall'alto ad ammollire col suo mite lavacro i cuori più indurati. Preghiamo, operiamo e speriamo. Ah! degnisi il Dio delle misericordie conceder pace alla Chiesa, e frattanto, pei meriti del Figliuol suo, conservare lungamente al bene di essa e della stessa civile società, il glorioso Pontefice Leone XIII, vero padre dei re e dei popoli.

            [43]Vi benediciamo con tutta la effusione del cuore nel Nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo.

 

Piacenza, dal Nostro palazzo vescovile, il giorno di S. Ignazio Vescovo d'Antiochia, 1 Febbraio 1887.

 

† Giovanni Battista Vescovo



[1] cfr. Lett. di Leone XIII a J.H. Guibert, 17.6.1885, La civiltà Cattolica, serie XII, vol. 11, pp. 86-89.

[2] Quæst. evang. in Matth. c. II.

[3] Id. Ibid.

[4] Matth. XXIII, 13.

[5] Constit. Apost, Cap. Lib. 2, cap. XXVI.

[6] Vedi l'opera del dotto Mons. Salzano, intitolata Il Cattolicismo nel secolo XIX, Capit. V.

[7] L. v. Epist. 18.

[8] Inter verba libertatis Sancta Mater Ecclesia virtutem mansuetudinis custodivit. In 1 Reg. L. 1 c. 1.

[9] Sap. XII, 18, 19.

[10] Sap. VIII, 1.

[11] De Vera Relig. N. 31 t. 1.

[12] Sarebbe grandemente a desiderarsi che dei medesimi si facesse un'edizione a parte in guisa, che si potessero largamente diffondere, ed ogni famiglia cristiana potesse tenerli esposti, come norma sicura di vita, fra le pareti domestiche.

                Riuscirebbe questo, a parer Nostro, il Ricordo più bello e più utile delle Nozze d'oro di Leone XIII, ed anche sicuramente uno degli omaggi a Lui più graditi.

[13]Cont. de pens. div. presso Chevé, Diction. des apologistes involontaires.