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37. Cattolici di Nome e Cattolici di Fatto. Lettera Pastorale di Mons. Vescovo di Piacenza, 1.2.1887, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1887, pp. 47.
Come ha già notato in altre Pastorali, Scalabrini osserva che non tutti coloro che si vantano di essere cattolici, lo sono realmente. E' un equivoco da chiarire se si vuole cogliere il significato del discorso sulla religione e sulla fede che il Vescovo, come si è già visto, ha condotto attraverso molte Lettere alla diocesi. Tra i fedeli ci sono persone che dicono di credere, ma non praticano; stravolgono il concetto di cattolicesimo che non è un sistema filosofico astratto, ma una dottrina che investe tutto l'uomo, anche le sue facoltà operative. Sono cattolici soltanto di nome anche coloro che accettano alcune massime opposte al cristianesimo perché notano che esse stanno diffondendosi nella società; screditano la religione perché danno occasione agli avversari di identificare la vita cristiana con il loro comportamento scorretto. Ripetendo un'espressione contenuta nella lettera di Leone XIII al Card. Guibert[1] in relazione al "caso Pitra" del 1885, cui si è già accennato, Scalabrini si chiede che cosa si possa dire di coloro che, non contenti della parte di sudditi, pretendono di averne qualcuna anche nel governo della chiesa. E' un liberalismo di nuovo tipo che reca un danno notevole alla comunità cristiana; è una forma di ipocrisia che per la chiesa è più pericolosa delle persecuzioni da cui il cristianesimo è sempre uscito vittorioso. Si dicono devoti al papa, ma offendono i vescovi che sono uniti con lui, contestando le loro linee pastorali, denunciandoli come ribelli alla S. Sede; ostacolano il governo della chiesa locale ai pastori che lo Spirito Santo ha messo a capo dei sacerdoti e dei fedeli, rendendoli partecipi dell'amministrazione di tutta la chiesa. Con una allusione personale Scalabrini si domanda se non sia consentito a un vescovo invocare dal Signore la grazia che il papa attuale consegua la conciliazione con lo stato italiano senza essere accusato di voler imporre al pontefice il proprio giudizio. Conclude affermando che sarebbe un grave danno per la chiesa se l'episcopato fosse costretto al silenzio
Di un insigne scrittore contemporaneo è celebre il motto: Anzitutto io sono Cattolico ed italiano. E Cattolico ed italiano anzitutto, fu egli veramente sino agli estremi di sua vita, caro egualmente a Dio ed agli uomini.
Cattolici ed italiani si professano molti oggidì, ma è poi vero
cattolicismo, vero patriottismo quello ch'essi vantano? «Per amare di vero
amore la patria, diceva a questo proposito Silvio Pellico, dobbiamo
cominciare dall'offrirle in noi medesimi cittadini, di cui non debba ella
arrossire e di cui abbia anzi a tenersi onorata. Essere schernitori della
Religione e de' buoni costumi, e amare degnamente la patria, è cosa
incompatibile.... Se un uomo vilipende gli altari, la santità coniugale, la
decenza, la probità, e grida: Patria! Patria! non gli credere. Egli è un
vero ipocrita del patriottismo, egli è un pessimo cittadino. Non è buon
patriota se non l'uomo virtuoso; l'uomo che sente ed ama tutti i suoi doveri e
studiasi di eseguirli; l'uomo, in una parola, educato alla scuola del
Cattolicismo.»
Sì, fratelli e figli carissimi: è solo nel vero Cattolico che i due
supremi amori alla religione e alla patria mirabilmente si confondono ed
armonizzano insieme.
Abbiamo detto nel vero Cattolico,
e pensatamente l'abbiamo detto; imperocchè non tutti quelli che si vantano
Cattolici, sono tali realmente.
Ditelo voi, o carissimi: è forse grande al mondo il numero dei
cristiani, che conformano in tutto, com'è loro dovere, la vita e i costumi
alle massime del Vangelo?
Della vostra condotta, generalmente parlando,
Noi non abbiamo, a dir vero, che a lodarci; ma l'inestimabile tesoro di una
schietta professione cattolica troppo è invidiato e tolto di mira a' dì
nostri, per non temere che più d'uno, senza forse avvedersene, si lasci
andare ad essere connivente all'errore, o ad opporgli più debole resistenza,
che la verità non comporti, pur lusingandosi di vivere cristianamente.
E' obbligo del Nostro pastorale officio mettervi in guardia contro sì
grave pericolo.
Non vi rechi pertanto meraviglia se nell'annunziarvi, come facciamo, i
giorni della Santa Quaresima (resa anche in quest'anno tanto mite per benigna
concessione del Sommo Pontefice), veniamo a ricordarvi la gran massima: che
non basta essere Cattolico soltanto di nome, ma che bisogna esserlo anche di
fatto.
Vi parleremo, F. e F. C., con quella santa libertà di parola, a cui Ne
danno diritto e il sacro carattere di cui siamo rivestiti, e il desiderio del
vostro bene.
La Religione, o Dilettissimi, com'è il primo bisogno dell'uomo, così
ne è pur anco il primo dovere, sì perchè primo dovere d'ogni essere {6}intelligente e libero si è quello di adoprarsi al
suo vero perfezionamento, sì perchè tutti gli altri doveri dell'uomo
derivano da' suoi rapporti con Dio come conseguenze dal loro principio, come
effetti dalla loro causa. Questa Religione però, dice benissimo un distinto
oratore, non è già una serie di verità speculative, ordinate unicamente a
perfezionare l'intelletto; non è già un sistema filosofico, non è già un
complesso di idee e nulla più. Ma come quella che dimana immediatamente da
Dio, che è ad un tempo stesso la prima verità, il sommo bene, la infinita
bellezza, la essenziale santità, il centro e la fonte di ogni perfezione,
ella tende necessariamente a nobilitare, a divinizzare, in certa guisa, tutte
le umane facoltà, indirizzandole al loro ultimo fine. All'intelletto essa è
luce infallibile, che dissipandovi le tenebre accumulate dall'ignoranza e
dall'errore, gli dischiude i tesori della divina sapienza. Alla volontà essa
è ardore celestiale, che sollevandola oltre la cerchia dei beni limitati e
caduchi, la innamora delle infinite bellezze del sommo ed eterno Bene. Alla
coscienza essa è regola sicura, che preservandola dai falsi dettami suggeriti
dall'orgoglio e dalle corruttele, la armonizza
coi dettami della legge eterna di Dio. Al sentimento essa è passione
nobilissima, che purificandolo e, a così dire, spiritualizzandolo in tutti i
suoi movimenti, gli fa anteporre al gusto delle terrene voluttà le caste e
permanenti dolcezze della virtù. Alle potenze esteriori essa è freno
salutare, perchè non trascorrano ad atti men che conformi alle regole della
più pura morale, nel tempo stesso che avvivandole del divino suo soffio ne fa
uno strumento di giustizia e una fonte di santificazione. Essa, in una parola,
è l'ordine, l'armonia, la pace, la perfezione di tutto l'uomo, vuoi in ordine
a Dio, vuoi in ordine ai prossimi, vuoi in ordine a sè medesimo; imagine ed
arra di quell'ordine, di quell'armonia, di quella pace, di quella perfezione,
senza confronto più avventurosa, che gli è preparata nel Cielo.
Professare adunque di credere, poco o nulla curando i doveri da
praticare, egli è uno stravolgere affatto, come vedete, il concetto di
Cattolicismo; è in fondo un rinnegarlo.
E coi fatti, se non colle parole, lo rinnegano quanti operano
contrariamente alla fede che dicono di professare, quanti questa fede sottopongono alla propria ambizione e al proprio
interesse, quanti offendono Dio con una vita affatto pagana, sensuale,
animalesca.
Nè meno colpevoli, avvegnachè più onesti in apparenza, debbono
ritenersi quelli che, cristiani cattolici in privato, in pubblico nulla o
quasi nulla si differenziano dagli stessi increduli. E' coerenza questa? è
Religione? Sappiamo quello che si dice: - la civiltà presente altro domanda
all'uomo religioso, altro all'uomo politico; - è una massima, o Dilettissimi,
succhiata alle fonti della moderna empietà, epperò dovete bene guardarvene.
Nulla essa vale a giustificarci; perocchè questo dividere in due l'uomo, è
follia, è strazio, è ipocrisia, è viltà. L'uomo non può nella vita
politica e civile far altro che riflettere fuori quel che esso è dentro; e
quando anche potesse altro, nol deve. Quest'uomo a due faccie, che crede e non
crede, che ama ed è indifferente, che vuole e non vuole, è ipocrita della
ipocrisia nuova dei nostri tempi, ma è ipocrita sempre.
Gesù Cristo, o Dilettissimi, non ha insegnato due morali; una
pubblica, l'altra privata; una per l'uomo di famiglia, l'altra per l'uomo
d'affari. Questa sarà benissimo la morale di
Machiavelli, non la morale di Gesù Cristo. Gesù Cristo non vuole divisioni,
non vuole infingimenti, non vuole doppiezze. Egli è sempre il medesimo,
sempre il nostro padrone, sempre il nostro Dio in tutto, dapertutto; e di
tutti i nostri pensieri, di tutte le nostre parole, di tutte le nostre opere,
private e pubbliche, religiose e civili ci chiederà conto un giorno secondo
il Vangelo, suo codice unico, immutabile, eterno. Chi crede così, è
cristiano, è cattolico; chi così non crede potrà essere qualunque altra
cosa si voglia, potrà chiamarsi con qualunque altro si voglia appellativo; ma
non cristiano, non cattolico sicuramente.
E qui entrano quegli altri, che sì in privato che in pubblico, si
lusingano di poter accoppiare con la professione di sinceri figli della Chiesa
quel pensare e vivere libero, che funestamente signoreggia a' dì nostri,
affatto difforme dai dettami e ordinamenti di essa. Vorrebbero pure costoro
accordare insieme l'esercizio della virtù e la pratica del vizio, l'amore di
Cristo e l'amore del secolo, il servizio di Dio e il servizio del mondo. Niuna
meraviglia; imperocchè sono appunto costoro che, senza idee e senza
convincimenti proprii
tengono, almeno così a mezz'aria, almen certo nell'uso della vita, talune
perfide massime opposte ai principii cattolici, sol perchè le vedono in voga
e dominanti, e credono, come si esprime un valente letterato, che Dio oggimai
non ce ne possa più contro di esse, e che pel buon della pace lasci correre,
e abbia deposto i suoi tremendi Vae,
le sue spaventose minaccie. Questi giungono anche a formarsene certa tal quale
persuasione, perchè delle cose di Religione ignorantissimi. Quindi i torti e
avventati giudizi, le stolte esigenze e le pugnanti azioni, miste molte volte
in un istesso individuo, in modo da non sapere se fede abbia, o di qual fede
sia. Da un lato è cattolico, da un altro poco meno che turco. Quindi è
troppo frequente sentire dalla bocca di cosiffatti ripetere gli spropositi più
grossolani come verità indubitate. E’ bello agli occhi loro mostrarsi, come
dicono, spregiudicati verso la Chiesa (ch'essi d'altra parte ammirano ed
esaltano e riconoscono per sovrumana istituzione del Dio Redentore); bello il
far buon viso alle calunnie che le si avventano, e approvarne l'oppressione, e
violarne le leggi, e non curarne il culto, e trar profitto dalle infelici
circostanze per guadagnare sopra il suo danno,
e lasciare inadempiti oneri sacrosanti imposti da tavole di fondazione, o da
espressa volontà dei trapassati.
Secondare in tutto il proprio genio, e il genio di quanti loro
potrebbero giovare o nuocere, ecco in fondo la vera religione di costoro.
Quindi è che non temono addomesticarsi con gente incredula; e se libro vien
fuori che sia lodato per qualche pregio da farne meglio succhiare il veleno,
essi lo lodano, e leggono e danno a leggere; se giornale v'è spudorato ed
empio, lo comprano, lo rispettano e si guardano bene dal cadergli mai in
disgrazia; se proposta vien fatta men che cristiana, essi l'apprezzano, e non
è raro il caso che la favoriscano, mentre a quanti, o scrivendo o adoperando,
spiegano zelo per la causa di Gesù Cristo, per lo meno girano largo, e il più
sovente frappongono ostacoli.
E' in questi tali che la setta anticristiana trova i suoi più utili
ausiliari, per abbattere tutte le cristiane istituzioni. Quanti padri di
famiglia, e quanti, che tengono dovere di paternità, non sono di questo
calibro! non sono quindi sorgente di scandalo ai loro figliuoli, ai loro
dipendenti, ai loro allievi! In quante famiglie
non si ha rispetto alcuno alla tenera età e la si fa testimone di propositi,
di discorsi e di esempi tutt'altro che edificanti! Sì, lo dobbiamo dire senza
ambagi, quantunque col più profondo dolore: la vita cattolica languisce in
molte famiglie. Sono famiglie cristiane, sono famiglie cattoliche, ma spesse
volte puramente di nome. Vi si lasciano girare libri e fogli d'ogni peggior
sorta; vi si veggono esposte non di rado le più sconcie figure; messi al
posto d'onore i ritratti dei nemici più sfidati di Gesù Cristo e della sua
Chiesa. I doveri religiosi o vi sono affatto dimenticati o tenuti come cosa
molto secondaria e d'apparenza. I genitori stessi che si danno per più probi
e più timorati di Dio, paghi di usare al tempio qualche volta e in certe
occasioni soltanto, di stender la mano a qualche poverello, di compiere
qualche atto esterno di Religione, non lasciano di sacrificare qualche cosa
alle ree costumanze del giorno. E' l'ora della predica, l'ora in cui il
ministro di Dio annunzia dall'altare o dal pergamo le verità eterne. A
sentirli, eh! hanno essi ben altro da fare.... prima la stagione, e poi il
passeggio, e poi le visite, e poi il pranzo, e poi un motivo e poi l'altro,
finiscono per condurre una vita dissipata,
vuota, indifferente, straniera così alle dolcezze della pietà, come alle
lacrime soavi del pentimento. Intanto se altri li richiedesse, a che religione
appartengono, si tolgono tal domanda a ingiuria: Siamo cattolici! Eh no!
disingannatevi: questo è larva di cattolicismo, non è cattolicismo.
Il vero criterio per discernere la sincerità di quelli, che in seno
alla Chiesa avrebbero accolta e fruttuosamente professata la sua Religione, fu
da Cristo medesimo additato nel suo Vangelo: Li
conoscerete, Ei disse, dai loro
frutti; cioè dalle opere loro, se rispondono al suono delle parole e alla
manifestazione dei loro propositi: poichè Egli soggiunge: Entrerà nel regno de' Cieli solamente chi fa la volontà del Padre mio;
agli altri mi protesterò di non averli mai conosciuti.
Ponete ben mente, o Dilettissimi, ad una verità che è del massimo
rilievo, e che non sarà mai perciò ripetuta abbastanza. L'appartenere alla
Chiesa Cattolica per il solo carattere battesimale e per l'assunto nome di
figli suoi, sarebbe ben poco; poichè anche gli eretici, vi direbbe S.
Agostino, hanno con noi comune l'appellazione di cristiani,
quantunque non ci siano punto congiunti nè per conformità di fede e di
dottrina, nè per unità di magistero e di regime.[2]
Per essere membri vivi ed attuosi della Chiesa, ossia veri Cattolici, oltre
una credenza riverente ed invariabile alle celesti verità, che insegna, v'ha
d'uopo che queste verità formino la regola della nostra condotta, e con
sincero spirito di operosa carità sieno da ciascuno tradotte alla pratica. Se
per essere Cattolico bastasse una professione di mero nome, se questa
professione potesse accordarsi con le massime del secolo, che la distruggono,
o con opere che la smentiscono, poca o niuna differenza v'avrebbe, a detta del
prelodato S. Dottore, fra cattolici di tal tempra e gli stessi eretici; mercecchè laddove questi credono cose false, i primi, quantunque
credano cose vere, fanno onta però alla loro fede, non vivendo come credono.
[3]
E non solo fanno onta costoro alla lor fede, ma la discreditano non
meno di coloro, che la si accoppiano a una vita rotta e malvagia, poichè
fanno essi pure esclamare ai nemici di Cristo: vedete i valenti sostenitori
che ha la causa cattolica!
Che dovrà poi dirsi
di quelli, che non contenti della parte di sudditi, che loro spetta nella
Chiesa di Dio, credono di poterne avere qualcuna anche nel governo di essa?
Gli è su questa insana pretesa, ch'eglino sono iti fabbricando un sistema
di liberalismo affatto nuovo, tanto più pericoloso, quanto più si
studiano di vestirlo di belle apparenze; farisaico sistema, che arriva pur
troppo a sedurre tante anime semplici, e ad invadere alcune menti eziandio non
perverse nè ingenerose; anarchico sistema, che finisce per scindere le nostre
forze e gettar la discordia tra i figli dello stesso padre, tra i membri della
stessa famiglia; barbaro sistema, che non rifugge dal contristare ad ogni poco
spiriti immortali, che ogni germe di carità uccide nel cuore di tanti, e che
tante volte non rispetta nemmeno la santità della tomba! Deh! chi può
calcolare, V. F., il danno che un tale sistema ha cagionato e cagiona alla
Chiesa? Come non gemerne dal profondo del cuore?
Se noi ci trovassimo in mezzo ad una persecuzione aperta, feroce,
sitibonda del nostro sangue, rivolgendo uno sguardo alla croce, alle agonie di
Lui, che n'ha detto: io non vi lascio che una
eredità di patimenti, ci sentiremmo l'animo rinfrancato, rassegnato, sereno.
No, i pericoli maggiori per la Chiesa non sono le persecuzioni violenti e
barbare, alle quali è avvezza da secoli, e la mercè di Dio sa fare suo pro;
non sono le discussioni della ragione illuminata e della scienza, perchè sa
per fermo di uscirne vittoriosa. La ragione, la storia, le promesse divine
stanno per lei. I maggiori suoi nemici e più temibili sono le debolezze di
taluni de' suoi, le loro matte superbie, le loro mire ambiziose, le loro
ipocrite arti; sono i loro portamenti, le loro azioni tutt'altro che conformi
allo spirito di veri e perfetti cattolici, quali si vantano di essere.
Non istaremo qui a ripetere ciò che in proposito, sulle orme del
vigilantissimo regnante Pontefice, Noi ci credemmo in obbligo di segnalare,
non è gran tempo, alla vostra attenzione. Sentiamo però di dover levare
un'altra volta la voce contro il nuovo manifestarsi del fatale sistema, e una
volta di più ricordare: essere tutt'altro che conforme allo spirito
schiettamente cattolico, quel disfarsi, come usano costoro, in proteste di
attaccamento e di devozione al Papa, nel tempo stesso che osano venir meno al
rispetto {17}dovuto ai Vescovi a Lui uniti, avversandone il
regime con modi, se non altro, indiretti, o torcendone a sinistro senso gli
atti e le intenzioni; quell'identificare, a così dire, sè stessi colla S.
Sede, proclamandosene eglino i soli difensori, i soli figli devoti, i soli
fedeli portavoce; quel segnalare come ribelli alla Chiesa persone alla
medesima devotissime, rivestite eziandio d'autorità, e il più delle volte
per fatti particolari di cui o si ignorano le cause, o si scambiano i veri
motivi, o si trascurano le circostanze vere; quel pretendere al monopolio
esclusivo del Cattolicismo, affettando un linguaggio da maestri infallibili,
condannando e anatematizzando in nome della Religione e del Papa quanti non
dividono le loro opinioni, e più spesso, le loro esagerazioni e stravaganze;
quel ricorrere non di rado a clandestine pubblicazioni, per mettere in
diffidenza e in mala vista gli uni, per mistificare o terrorizzare gli altri,
tentando di far prevalere un indirizzo diverso da quello dell'Autorità
suprema; quel raccogliere il fango che la stampa incredula co' suoi biasimi, e
più co' suoi encomi, sparge ogni tratto sopra uomini di Chiesa, anche
eminenti, per lanciarlo in faccia ai medesimi, sotto pretesto
di difenderne l'operato e l'onore; quell'avvicinare documenti, per circostanze
di luogo, di tempo e di cose affatto diversi, metterli con mal celato
artifizio a confronto, farli oggetto di arbitrari commenti e dedurne
conseguenze quanto erronee, altrettanto offensive; quel pretendere di
sciogliere con più o meno spontanei plebisciti, formati di persone prive
d'autorità, e quasi sempre incompetenti, le quistioni più complesse, più
ardue e più delicate, che sorgono talvolta nel campo religioso o
scientifico-religioso; quell'assalire e combattere su questo campo gli
avversarii, o coloro che tali si suppongono, senza tener conto delle
dichiarazioni fatte dagli stessi ripetute volte, e attribuir loro tutto
l'opposto di ciò che sostengono; quel mettere in un fascio coi nemici della
Religione persone rispettabilissime sotto ogni riguardo, e non di rado muover
loro l'accusa di violata o sospetta fede cattolica, per una differente
opinione che abbiano in materie puramente politiche, o lasciate ancor libere
alla discussione dei dotti dalla sapiente moderazione della S. Sede; quel
coniare ad ogni stagione nomi nuovi, accoppiandoli insieme, senza nemmeno
curarsi di definirli e di circoscriverli esattamente per non creare equivoci, e poi senza discernimento, senza
riflessione, con leggerezza incredibile, gittarli sul viso ai proprii
fratelli; quel valersi dei mezzi più nobili adoperati dalla pietà dei fedeli
a venire in aiuto al comun Padre, per nascondere dardi avvelenati
all'indirizzo di chiunque sdegni esser loro soggetto; quel mettere a nudo
delle piaghe che meglio sarebbe coprire, e additarle e farle sanguinare con
voluttà, staremmo per dire, feroce; quel non vedere mai nulla di bene, anzi
tutto di male, in ciò che si pensa o si opera da quanti sono o si suppongono
contrari alle proprie idee; quel propalare e ingrandire il male stesso e
menarne rumore, accagionandone sovente anche persone che mai non vi ebbero
parte, o ebbero a farne pubblica emenda; quel chiudere in faccia agli uomini,
come appunto praticavano gli antichi farisei, le porte del regno de' Cieli, e
mentre si direbbe non ci vogliano entrar essi, non permettere neppure che
abbiano ad entrarvi gli altri;[4]
quell'affettare incuranza delle virtù più amabili del Cristianesimo e
prender quasi ad irridere chi se ne faccia banditore, e mostri di averle sopra
tutte preziosissime e care; quell'infiorare
i loro discorsi, le loro effemeridi, i loro scritti d'insinuazioni e d'insulti
a carico ora di questi, ora di quegli, e più specialmente delle persone, che
o per dignità o per carattere o per qualsiasi altro motivo si elevano al
disopra dei loro. Sì, tuttociò è in aperta opposizione collo spirito da cui
dev'essere animato il sincero Cattolico, ed ha smarrito il senso di Cristo,
chi non lo comprende, chi non lo sente.
Non vogliamo offendere alcuno e molto meno giudicare le intenzioni di
chicchessia, ma i fatti purtroppo sono questi.
E non abbiamo noi veduto anche recentemente fatto segno agli attacchi
di certi pretesi cattolici uno dei più dotti e virtuosi prelati che vanti
l'Episcopato italiano? Con amore di figlio e con riverenza di suddito
indirizza questi al S. Padre una lettera, ispirata ai più nobili sentimenti
di patrio e religioso affetto. Qual cosa più degna d'un pastore di anime? Il
S. Padre stesso si compiace di esprimergliene il sovrano suo gradimento,
lodandosi ad un tempo di lui come di ottimo
Vescovo e alla Sede Apostolica devotissimo. Eppure tanto non bastò a
salvarlo da malo morso!
E che? Non sarà
dunque più lecito ad un Vescovo parlare o scrivere conforme la coscienza, il
diritto e, più che il diritto, il dovere gli dettano, senza che uomini più
volte ammoniti tentino imporglisi? Il Vescovo, custode della scienza divina,
come lo chiamano le Costituzioni
Apostoliche, mediatore tra Dio e gli uomini, princeps
et dux, rex et dynastes, post Deum terrenus Deus, tamquam Dei dignitate
condecoratus,[5]
non potrà più esercitare il proprio ministero, senza temere di veder
trascinata nel fango la propria dignità da tali che si protestano
continuamente di rispettarla? Il Vescovo, posto dallo Spirito Santo a reggere
la Chiesa di Dio, e chiamato a parte della sollecitudine pastorale di tutte le
chiese, non potrà più esporre candidamente al comun Padre il suo avviso
intorno ai pericoli che corrono le anime, senza che abbia a sentirsi gridare
pietra di ruina e di scandalo? Che? Non potrà più un Vescovo dichiarare
apertamente che ama la sua patria, che la desidera grande, gloriosa, felice
nella riconciliazione colla Sede Apostolica, senza venir messo in sospetto di
patteggiare coi nemici? Non sarà permesso ad
un Vescovo di pregar Dio che la gloria di compiere quest'opera di tutte più
ardua e più necessaria, la pacificazione della patria nostra, si degni
concederla al suo Vicario in terra, senza che altri gli muova rimprovero di
voler dare consigli al Maestro universale, e di volergli forzare la mano?
Dunque a tanto si arriva di temerità da biasimare atti che lo stesso Sommo
Pontefice dichiara di aver graditi? a tanto si giunge di audacia da biasimare,
sebbene velatamente, ciò che Egli asserisce pienamente
conforme a' suoi voti? Gran Dio! ove siamo? e dove andiamo noi con
siffatto sistema? Guai, grideremo con un Santo Padre, guai alla Chiesa, quando
l'Episcopato è costretto al silenzio!
Si lasci una volta, oh! si lasci ai nemici di Dio e della sua Chiesa la
smania di trovare dei ribelli perfino nell'Episcopato! Perchè non ammirare
piuttosto e non benedire la cura speciale della Provvidenza divina, che in
tanta tristizia di tempi e in tanto sovvertimento di cose ha rinsaldato così
i vincoli d'unione dei Pastori col Pastore Supremo, da rendere, vorremmo dire,
impossibile ogni benchè minima defezione? Dite, dite: quando mai tra
l'Episcopato e il Vescovo universale
fu maggiore armonia di pensieri, uniformità di azioni, intimità di affetti?
No, che neppure nei più bei giorni del Romano Pontificato, quando la nave di
Pietro veleggiava tranquilla nel suo corso, ebbesi a contemplare spettacolo di
questo più commovente e più bello!
Un Vescovo potrà sì in qualche caso particolare prendere un equivoco;
ma staccarsi dall'immobile Pietra, su cui è fondato, come mai supporlo a' dì
nostri? Non vi ha Vescovo al mondo, che non voglia quanto vuole il supremo
Gerarca, e non condanni quanto Egli condanna; non vi ha Vescovo, che non
deplori amaramente la condizione intollerabile fatta al Capo augusto di
trecento milioni di Cattolici, e a Lui non si unisca nel rinnovare contro gli
antichi e i moderni attentati le più formali proteste; non vi ha Vescovo, che
non proclami con Lui: essere impossibile che le pubbliche cose d'Italia
abbiano a prosperare, finchè non sia provveduto, come ogni ragione domanda,
alla dignità della Sede Romana, alla libertà e indipendenza del Romano
Pontefice.
Tuoni adunque, senza rattento o paura, la parola episcopale; tuoni,
come la viene il Signore
ispirando; e sappiano gli orgogliosi censori della medesima, che «il
considerare la Chiesa come una massa inorganica, che debba ricevere l'impulso
da una mano onnipotente, senza che alcuno possa nè illuminarla, nè
sottometterle umili e devote riflessioni, è il più gran danno che si possa
arrecarle.» [6]
Madre sconsolata, ella sovente ha motivo di lagnarsi de' suoi
figliuoli, che la opprimono e le dilaniano il seno: ma istituzione viva e
universale negli ordini dello spazio e del tempo, trova pure in sè stessa i
mezzi opportuni da provvedere efficacemente alla salvezza de' suoi in
qualunque novità o stranezza di umani eventi. Il cielo è la sua patria, Dio
stesso il suo re, la verità il suo scettro. Con maestoso passo incede verso
l’eternità, raccogliendo sul suo passaggio gli eletti che ogni secolo le
vien preparando. Un vincolo maraviglioso ne collega tutte le parti, e questo
vincolo è la carità: guai a chi lo spezza! Essa ama, ecco tutta la sua vita.
Fatta per l'uomo essa ne penetra tutte le istituzioni, ne indirizza e benedice
tutti i progressi, ne commisera e corregge
tutti gli errori, ne prepara il pentimento, ne dispone l'emenda, ne glorifica
il ritorno a Dio.
Sì, pur troppo, il nostro secolo è ammalato, come lo furono del resto
tutti i secoli che l'hanno preceduto, e vediamo la storia non partigiana
ridurre al loro giusto valore tanto le lodi eccessive degli uni, quanto i
biasimi esagerati degli altri. Ma diteci voi, o Dilettissimi, qual è per un
ammalato, il primo dei rimedi? Non forse la compassione, la bontà, le cure
prodigate con tenerezza di amore? Allorchè un ammalato ravvisa siffatte
disposizioni nel suo medico, non è egli vero che quasi sentesi alla
guarigione più vicino? Non è egli vero che verso questo medico egli è come
dolcemente attratto, sicchè, anche pei tagli più dolorosi, finisce per
venirgli esso medesimo in aiuto? Di qui la grande massima di S. Gregorio
Magno: resecanda vulnera, sunt prius
levi manu palpanda.[7]
Avviene appunto della società quello che avviene dell'individuo, e sì
per l'una che per l'altro è necessario lo stesso metodo di cura, non
violento, non aspro; ma benigno, paziente, affettuoso. Senza dubbio, allorchè
le circostanze lo esigono, fa d'uopo spiegare una fermezza Apostolica, e non tradir punto la verità, ne vada la vita, ma
siamo figli della Chiesa Cattolica, e questa Chiesa, ripiglia il citato S.
Gregorio, anche allora che fa udire parole di libera difesa, non dimentica la
divina mitezza del suo Sposo celeste, e sempre intatta conserva la virtù
della mansuetudine.[8]
Quando pure sia necessario venire ad un estremo, i santi ci insegnano
col loro esempio ad inclinare più verso l'estremo della dolcezza e della bontà,
che verso quello della severità e del rigore. Nostro modello sovrano è Dio,
del quale è scritto: Ma tu, dominatore
potente, giudichi senza passione, e con gran moderazione ci governi perchè
pronto hai il potere, quanto hai il volere. Per tal guisa tu hai insegnato al
tuo popolo come fa di mestieri che il giusto sia ancora benigno. [9]
Nostro modello sovrano è Dio, il quale nella sua infinita sapienza arriva
da una estremità all'altra con possanza, e con soavità le cose tutte dispone.
[10]
Ancora, nostro modello sovrano è Dio, il quale, come scrive S. Agostino, nihil egit vi, sed omnia suadendo et monendo, [11]
opera cioè sempre colla persuasione e coi
suggerimenti, non mai colla violenza.
Questo spirito di saggezza e di moderazione, di mansuetudine e di carità,
V. F. e F. C., fu e sarà sempre nel Cristianesimo il carattere delle anime
grandi. Dove questo spirito regna, là è uopo che i dissidii spariscano; là
senza dubbio voi troverete l'ordine, la concordia, la pace. Ah! noi riandiamo
con gioia insieme e con tristezza quei dì avventurati, nei quali l'armonia di
tutti i fedeli tra loro, e la piena e perfetta loro sommissione all'ordine
gerarchico, divinamente quaggiù stabilito, davano alla Chiesa, secondo la
bella espressione di S. Ireneo, un perenne fiore di giovinezza, che unito
all'intatta purezza della fede e della morale la dimostravano agli occhi di
tutti per cosa divina.
Ebbene; il cor unum et anima una,
che rese vincitori i nostri padri nella fede contro le tenebre dell'idolatria
e i furori della barbarie, sarà pure anche oggi il mezzo efficace, se non
unico, per far ripiegare la presente società verso l'ideale della società
cristiana, con mano sovranamente maestra, descritta da Leone XIII nella sua
memoranda Enciclica Immortale Dei opus.
E' però
indispensabile che ognuno sia ben penetrato dall'idea di ciò che vuol essere
la professione di Cristiano Cattolico, e non mai perda di vista le
obbligazioni e gli impegni che seco porta questa alta e gloriosa professione.
A tal fine Noi vogliamo qui riferirvi, V. F. e C. F., alcuni Documenti preziosissimi, che lo stesso regnante Pontefice con quella
chiarezza, precisione e maestà di eloquio che Gli sono proprii, lasciò
scritto in proposito, prima ancora che venisse dalla divina Provvidenza
chiamato al governo della Chiesa universale. Cosa di questi più utile non
crediamo si possa dettare. Fate di ben ponderarli:
I. Cristiano Cattolico è quegli, che fa professione della vera fede e
legge di Gesù Cristo. - Unica depositaria e maestra infallibile di questa
fede e di questa legge è la Chiesa Cattolica Apostolica Romana. - Egli
adunque tutta la cura ripone nell'appalesarsi in ogni atto della sua vita non
indegno di questa gloriosa professione, e nel tenersi costantemente unito a
questa Chiesa.
II. Non basta credere nel segreto del cuore le verità da Dio rivelate, come non basta fare adesione
alla Chiesa col solo interno dell'animo; ma è indispensabile che la fede si
renda palese e operativa anche al di fuori, e che la professione religiosa
apparisca e signoreggi negli atti tutti sì interni che esterni del sincero
credente. Poichè come è sentenza del Salvatore che chi non crede è già giudicato, così ci vien detto dal divino
oracolo che la fede senza le opere è
morta; e che l'eterno Giudice chiederà
conto delle opere, e secondo le opere darà a ciascuno, anche a chi crede,
il premio o la pena.
III. Assicurato della divinità della sua fede il vero Cattolico crede
le verità, che essa insegna, quantunque superiori alla sua intelligenza; le
crede anche quando le trova contradette da chi ha nome di sapiente nel mondo;
le crede tutte senza eccettuarne pur una; le crede con maggior fermezza che
non le altre cose vedute cogli occhi propri, od apprese per autorità
dell'uomo.
IV. Esso riguarda la sua fede come dono celeste e tesoro inestimabile,
che di gran lunga trascende ogni bene terreno, perchè eleva l'uomo alla
cognizione di Dio, e gli assicura il suo ultimo fine. Sta perciò ben cauto di
non farne gettito, e di non
mercanteggiarla mai alle esigenze del mondo e alla grazia degli uomini, ne
vada pure ogni temporale fortuna, e la vita medesima.
V. Egli abbomina e rigetta le odierne formole dei miscredenti «Ogni
religione è buona a salvarsi,» «L'inferno è uno spauracchio,» «La sola
fede del cuore basta alla eterna salute» e moltissime altre di simil tempra,
che gli risuonano all'orecchio. E le rigetta perchè conosce uno essere Iddio,
una la verità, e quindi una dover essere la fede, una la religione, e non
potersi queste modellare dal talento ed opinione dell'uomo, ma unicamente
dell'autorità di Dio rivelante.
VI. Geloso della propria fede, sta segregato dal consorzio dei tristi,
che palesemente l'avversano; e si tiene pur vigilante dalle astuzie di quelli,
che la insidiano di soppiatto; ravvisando i primi dall'impudente spregio
d'ogni cosa santa, e gli altri dall'affettato studio di conciliare la
religione colla licenza del secolo.
VII. Ha in orrore la lettura dei cattivi libri, reputandola, perniciosa
allo spirito quanto è al corpo il veleno: nè si lascia adescare dalle
pellegrine forme e dal leggiadro stile, onde l'incredulità
si fa strada a seminar l'errore e a pervertire le menti. Schivo di riceverli,
e venutone in possesso, prontamente da se li ripudia, o li consegna a chi si
appartiene; ed altrettanto inculca all'amico quando glieli vede in mano.
VIII. Riconosce che la Cattolica Chiesa fu costituita da Gesù Cristo
qual società perfetta, con l'autorità di far leggi, e di punire i colpevoli,
e di espellere dal proprio seno i ribelli: quindi le si professa in tutto
docile ed ossequente; salutarmente teme le sue pene e le sue censure, abbenchè
derise oggidì dal mondo; dappoichè ricorda l'alta potestà conferitale dal
divino Fondatore quando disse: sarà
legato in Cielo quel che voi legato avrete sulla terra.
IX. Sapendo essere nella Chiesa Cattolica alcune divine fonti di grazia
celeste, che sono i Sacramenti,
sente gratitudine a Dio, che nella sua pietà volle istituirli, e si studia
con ogni cura di profittarne a suo vantaggio; e vivamente s'addolora per la
cecità di quei miseri, che li dispettano o li hanno in non cale.
X. Singolarmente egli tiene in pregio i Sacramenti della Confessione e della Comunione;
poichè in quello rinviene il rimedio alle proprie colpe, e il rinfrancamento alle proprie infermità; e
da questo ritrae i più efficaci conforti alla virtù, e una piena ineffabile
di consolazioni celesti con accogliere in sello l'Autore della grazia: nè si
lascia distogliere dal frequentarli per riguardi umani e per le irrisioni del
secolo; avendo bene scolpite in animo le grandi sentenze del Redentore: -
Se non farete penitenza, tutti insieme perirete: - Se non mangerete la carne
del Figliuolo dell'uomo, non avrete in voi la vita. -
XI. Il sincero cattolico si discerne pure dal contegno riverente e
divoto nel tempio santo. Colà nol conduce una vana curiosità o l'andazzo del
secolo, ma schietta pietà e filiale impegno di rendere a Dio un tributo anche
esterno del proprio ossequio. Profondamente lo accora il portamento di quelli,
che usano alla casa di Dio per profanarla, per ischernire l'altrui divozione,
e mettere in dileggio i venerandi riti della Religione.
XII. Esso sa che esiste nella Chiesa Cattolica un Ordine Sacerdotale, a cui Gesù Cristo, Pontefice Eterno, ha
commessa e tramandata l'eccelsa potestà di consacrare e offerire il divino
Sacrificio, di dispensare i
suoi santi Sacramenti, e di custodire e predicare la sua celeste dottrina.
Riguarda perciò i Sacerdoti come ministri e ambasciatori stessi di Dio; sente
rispetto alla loro dignità, ed a loro in ogni atto il professa; docilmente ne
ascolta e ne asseconda gl'insegnamenti; compatisce ai difetti, che può
scorgere nella loro persona, non ispogliata da umane fralezze; e prova
rammarico quando vede che il secolo perverso ne vilipende il sacro carattere,
e ne osteggia l'augusta missione.
XIII. Riconosce poi che all'Ordine sacerdotale, divinamente disposto in
gradi di gerarchia, si spetta la cura di governare e pascere il gregge
cristiano con quella autorità, che Cristo commise a Pietro ed agli Apostoli,
e trasfuse in eredità ai legittimi loro successori; sopratutto si dimostra
devoto e obbediente al Vicario di Gesù Cristo, il Pontefice Romano, Padre e
Maestro universale, in cui si aduna la pienezza dei poteri nel regime di tutta
la cattolica famiglia. Sottomesso è pure, e filiale riverenza professa al
Vescovo, che presiede al governo spirituale della sua diocesi, ed al Parroco,
alle cui cure sono affidate le anime della sua parrocchia.
XIV. Riconosce pure
la infallibilità del magistero, che in virtù dell'immanchevole assistenza
del divino Spirito la Chiesa esercita in materia di fede, di culto e di
morale; quindi con ossequio e docilità accetta le decisioni della Suprema
Cattedra, e ad esse conforma i suoi dettami e pensamenti; e bada di non
iscostarsi mai da questa guida nella ricerca del vero, e nell'accogliere le
mutabili opinioni e novità del secolo.
XV. Memore che il cristiano vero deve professare non pur la fede, ma la legge eziandio
di Gesù Cristo, s'applica con efficace studio ad apprendere tutti i doveri,
che a Dio lo legano, e tutti i precetti e documenti, che il Redentore dettò
nel santo suo Vangelo; e mostrasi sollecito di adempierli esattamente, e di
adempierli tutti; sapendo che è reo di dannazione chi viola la legge anche in
un solo di essi, poichè fa onta alla divina autorità, che tutta intera la
legge stessa ha ordinata.
XVI. Fedele a questa legge ama le creature, ama i congiunti, ama la
patria, ma col dovuto ordine e proporzione; amando sopra ogni altro Iddio che è il primo e massimo dei precetti; ed a tutto anteponendo
l'onore ed il servizio di Lui. Qualora
oda bestemmiare il suo Nome santissimo, ne prova rammarico e raccapriccio: e
senza imprecare al bestemmiatore, lo ammonisce amorevolmente, qual fratello
sciagurato, che fa ingiuria al comune padre; e se ciò non gli è dato, prega
almeno per lui affinchè sia illuminato, e ripara come meglio sa la divina
offesa con atti di lode e di benedizione.
XVII. I dì festivi sono per lui giorni
di Dio, il quale espressamente li riservò per suo onore, e ne fece
solenne comando nella legge antica, e confermollo nella nuova; minacciando
castighi ai trasgressori, e promettendo larga provvidenza a chi fedelmente li
osserva. Considera il sincero Cattolico non potersi per verun conto a Dio
rifiutare un sì giusto tributo di osservanza; del quale l'uomo stesso si
avvantaggia col riposo dal temporale travaglio. Si guarda bene perciò dal
profanarli, e dal fare in essi opere servili, a malgrado di qualunque terreno
lucro; s'affatica anzi che dagli altri pure siano rispettati, usando
dell'esempio e del comando verso quelli, che da lui dipendono.
XVIII. I proprii genitori, superiori e padroni egli rispetta, perchè
ricorda che resiste a Dio me{36}desimo chi
resiste all'autorità: e li ubbidisce in tutto ciò che non dispiace a
Dio, Padre e Signore supremo e universale di tutte le creature. Che se è
genitore o padrone egli stesso educa i figli ed i servi alla religione e al
timor santo di Dio, veglia sulla loro condotta, li ammonisce nei loro difetti,
li preserva dalle ree occasioni, li illumina coll'esempio e colla parola.
XIX. Nel secondo precetto della carità cristiana: Amerai il prossimo come te stesso, egli ben ravvisa il comando di
Dio che si faccia ad altri ciò, che vorrebbe si facesse a sè, e che si
riguardino i prossimi come tanti figli dello stesso Padre celeste; e
l'applicarsi perciò ad opere di misericordia; sì spirituali che corporali
per amor di Dio, ei lo considera non quale officio di supererogazione o
semplice cortesia, ma un espresso dovere, e un contrassegno caratteristico per
un seguace vero del Salvatore, il quale disse: Da
ciò conosceranno che siete miei discepoli, se vi porterete verace dilezione
fra di voi.
XX. Vi ravvisa pure il divino divieto di fare ad altri ciò che a sè
non aggrada; di non offendere il prossimo nella persona nell'onore e nella
roba. Rispetta perciò le persone e le proprietà
altrui; aborre da ingiusti lucri e ingrandimenti; serba la fede in ogni
negozio, nè mai preferisce l'utilità al dovere. -- Misura e tempera il suo
linguaggio per non detrarre alla fama altrui; schiva di propalare e mettere in
credito le maldicenze che ascolta; non rivela segreti e difetti, che recan
danno alla stima degli altri; del fallo palese o non parla, o parlandone non
omette di scusare le intenzioni di chi il commise.
XXI. Riguarda il proprio corpo come tempio dello Spirito Santo, perchè
accoglie un'anima rigenerata alla grazia di Dio, e chiamata a celeste eredità.
Conosce che abbrutirlo con sensuali piaceri e un degradare la dignità di
uomo, e vituperare il suo carattere di cristiano; è un offendere l'occhio
immacolato di Dio, a cui nulla rimane occulto; è un prepararsi sciagure in
questa vita, e la dannazione nell'altra. Per non cadere in questo lezzo egli
custodisce la mente da inonesti pensieri, e il cuore da impudichi affetti;
fugge le pericolose occasioni; non si abbandona al lusso e alle vanità del
secolo; evita compagni e discorsi inverecondi; si astiene da spettacoli e
solazzi, che mettono in cimento la purità
dell'animo; e sopratutto si arma dello scudo efficacissimo della preghiera, e
cammina di continuo alla presenza del Signore.
XXII. Dopo i divini comandamenti egli si fa sollecito di non fallire a
quelli pure della Chiesa, poichè rammenta la sentenza del Redentore: Chi ascolta voi, ascolta me; chi sprezza voi, disprezza me. Perciò
non mai trascura di ascoltare la santa Messa in tutti i giorni festivi, e
l'ascolta con riverenza e divozione. Non si lascia ingannare da quei che
dileggiano la mortificazione cristiana, ma s'attiene fedelmente
all'ecclesiastico comando e sulla qualità dei cibi e sulle stabilite
astinenze; rammemorando che il Signore ordinò a tutti di fare frutti degni di penitenza. Con egual premura adempie le altre
cose ingiunte dall'autorità della Chiesa; specialmente la Confessione annuale
e la pasquale Comunione; facendole non per pura costumanza o umano riguardo,
ma per coscienza del proprio dovere.
XXIII. Fa degno concetto della pietà cristiana, che informa l'uomo ad
alti sensi, e a nobili imprese lo prepara. Custodisce i germi di divozione
accolti nella prima età, dai quali col crescere degli anni trae frutti di
schietta religione e di matura
virtù. Serve Iddio da figliuolo amorevole e timorato; e si tien cara sopra
ogni altra la divozione alla Vergine Santissima, a cui ricorre in tutte le sue
necessità, e da cui riporta ogni maniera di aiuti per restar fermo nella fede
e nelle proprie obbligazioni, e per sottrarsi alla corruzione del secolo.
XXIV. Finalmente mai non dimentica queste tre verità, che devono
formare la guida e l'usbergo del vero Cristiano in ogni vicenda: 1.a Il peccato è il vero male, che si deve sempre temere; 2.a
La grazia di Dio e il vero bene, che si deve sempre stimare; 3.a
La salvezza dell'anima è il supremo interesse, a cui si deve sempre
attendere. Deh! chi sa dirne, fratelli e figli carissimi, il
giocondo spettacolo, che di sè offrirebbe l'umana famiglia, se questi
ammirabili Documenti[12]
venissero fedelmente messi da tutti in esecuzione?
Dio e la sua Chiesa, il Vangelo e la sua morale, qui, qui solo è il
freno e il governo delle umane passioni che sconvolgono il mondo, qui solo la
sua salvezza, la sua pace. La confessione di questa verità Dio la strappò di
bocca anche a più d'uno de' suoi nemici. Odasi per tutti quel gran sofista
che fu Pietro Bayle[13]:
«Dalla semplice lettura del nuovo Testamento si vede che se i cristiani
osservassero esattamente le leggi del loro Maestro, sarebbono i migliori e i
più dabben'uomini del mondo, e le costoro società somiglierebbero l'età
dell'oro: imperocchè vi si troverebbe la sede della pace e il regno della
virtù; non usure, non frodi, non maldicenze, non ambizione, non gelosia, non
avarizia; lungi sarebbero i tenebrosi raggiri e le fazioni: ma, invece, carità,
castità, modestia e buona fede vi rifulgerebbero maravigliosamente. Gli
uomini vi sarebbero più pronti a sopportare, che a fare ingiuria: i principi
non avrebbero altro intento, che il bene dei popoli; e i sudditi non altro,
che di rispettare i loro sovrani...... Sebbene il fine principale di
Dio nel fondare la Religione Cristiana non sia stato che di aprire all'uomo la
via del cielo, pure non ha lasciato di munirla dei precetti più necessari al
bene delle società civili. E se quei precetti si obbedissero, quei che
comandano, mai non abuserebbero l'autorità sovrana; e i sudditi mai non si
offenderebbero tra loro, e tutti sarebbero obbedienti all'autorità.»
Questo è il quadro verissimo della società cristiana primitiva. E che
cosa vieta egli che nol sia ancor della moderna? Lo vieta, o Carissimi, lo
avere i figli di questo secolo maggiore operosità pel male, che non ne
abbiano pel bene i figli della luce; lo vieta il lasciare ai malvagi libero il
campo d'infestare più oltre e come meglio loro piace la Chiesa; lo vieta la
mancanza nei più di quello spirito di orazione, di mortificazione, di
sacrifizio, che forma, a così dire, il midollo della vita cristiana, e rende
forte l'uomo della forza stessa di Dio.
Che in tutti adunque si ridesti, si raddoppi questo spirito!
L'imminente Quaresima ne porge anche a voi, o Carissimi, facile l'occasione
colle sue pratiche salutari. Sempre, ma in questo sacro tempo
massimamente, voi dovete dare a conoscere che non siete Cristiani e Cattolici
soltanto di apparenza e di nome, ma che lo siete e volete esserlo altresì di
mente, di cuore e di opere. Osservate, ciascuno secondo la misura delle vostre
forze, le astinenze e i digiuni che la Chiesa prescrive; frequentate la divina
parola, che vi sarà più spesso predicata; fate elemosina ai poverelli che è
uno dei mezzi più efficaci per ottenere il perdono delle colpe; sopratutto
riconciliatevi con Dio, accostandovi contriti al Sacramento della Penitenza, e
disponetevi colla preghiera e coll'esercizio di ogni più bella virtù alla
solennità della Pasqua.
Pregate, fratelli e figli carissimi, pregate con fede, con umiltà e
con perseveranza. Fidenti nella potenza della preghiera, aspettiamo che una
celeste rugiada scenda dall'alto ad ammollire col suo mite lavacro i cuori più
indurati. Preghiamo, operiamo e speriamo. Ah! degnisi il Dio delle
misericordie conceder pace alla Chiesa, e frattanto, pei meriti del Figliuol
suo, conservare lungamente al bene di essa e della stessa civile società, il
glorioso Pontefice Leone XIII, vero padre dei re e dei popoli.
Vi benediciamo con
tutta la effusione del cuore nel Nome del Padre e del Figliuolo e dello
Spirito Santo. Piacenza, dal
Nostro palazzo vescovile, il giorno di S. Ignazio Vescovo d'Antiochia, 1
Febbraio 1887. †
Giovanni Battista Vescovo [1] cfr. Lett. di Leone XIII a J.H. Guibert, 17.6.1885, La civiltà Cattolica, serie XII, vol. 11, pp. 86-89. [2]
Quæst. evang. in
Matth. c. II. [3]
Id. Ibid. [4]
Matth. XXIII, 13. [5] Constit. Apost, Cap. Lib. 2, cap. XXVI. [6]
Vedi l'opera del dotto Mons. Salzano, intitolata Il Cattolicismo nel secolo XIX, Capit. V. [7]
L. v. Epist. 18. [8]
Inter verba
libertatis Sancta Mater Ecclesia virtutem mansuetudinis custodivit. In 1
Reg. L. 1 c. 1. [9]
Sap. XII, 18, 19. [10]
Sap. VIII, 1. [11] De Vera Relig. N. 31 t. 1. [12] Sarebbe grandemente a desiderarsi che dei medesimi si facesse un'edizione a parte in guisa, che si potessero largamente diffondere, ed ogni famiglia cristiana potesse tenerli esposti, come norma sicura di vita, fra le pareti domestiche. Riuscirebbe questo, a parer Nostro, il Ricordo più bello e più utile delle Nozze d'oro di Leone XIII, ed anche sicuramente uno degli omaggi a Lui più graditi. [13]Cont.
de pens. div.
presso Chevé, Diction. des
apologistes involontaires. |
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