35. Lettera Pastorale

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35.    Il Santo Giubileo. Lettera Pastorale di Monsignor Vescovo di Piacenza per la Santa Quaresima del 1886, 9.2.1886, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1886, pp. 40.

 

                Scalabrini, che intende essere la voce fedele del pontefice, trasmette alla diocesi la nuova enciclica Quod auctoritate[1] che annuncia un giubileo straordinario per tutta la chiesa. Osserva che Leone XIII nell'Immortale Dei aveva messo l'accento sul fine soprannaturale che l'uomo deve raggiungere attraverso l'impegno quotidiano; nella nuova lettera presentava la grazia come il mezzo infallibile per conseguire tale fine.

                Il Vescovo, come già ha fatto in altre Pastorali, illustra il concetto di giubileo; ricorda che l'indulgenza che il papa concede a tutti i fedeli, mentre è intesa a far rifiorire la vita spirituale nei credenti, è anche una prova della bontà della chiesa pronta a facilitare la conversione di chi ha sbagliato.

                Nel suo discorso c'è un preciso riferimento a una situazione che va al di là della diocesi perché interessa l'Italia: si è voluto estromettere la chiesa dalla scuola, ma è cresciuto il degrado morale. Scalabrini parla perfino di un primato dell'errore che umilia il nostro paese di fronte alle altre nazioni, in stridente contrasto con il prestigio goduto in passato nelle scienze e nelle arti. Allude all'azione perversa della massoneria.

                Ma il collasso morale è dovuto anche al comportamento delle persone che sono cristiane a metà ossia tali finché non siano compromessi i loro interessi; trova un terreno fertile nella discordia, tra i fedeli. Il Vescovo ammonisce che la religione non si salva con le dispute e tanto meno con il tentativo di sottrarsi alla dipendenza gerarchica; ha l'amara esperienza degli attacchi contro la sua persona da parte di quella stampa cattolica intransigente che interferisce anche nella pastorale della diocesi.

                Conclude con un invito alla preghiera e alla penitenza; il giubileo risparmia ai cristiani le dure mortificazioni dei primi secoli, ma non esonera dalla piccole rinunce che la chiesa esige nel tempo di quaresima. Una forma di penitenza indispensabile è l'astensione dalla lettura di libri e giornali pericolosi.

 

            Nostro vanto è sempre stato e sarà sempre quello, di essere in mezzo a voi, V. F. e F. C., l'eco umile sì, ma fedele, della parola del Papa; di quella parola, in cui vive e vivrà sempre lo spirito di unità, e di verità; di quella parola che mai non ha cessato di tuonare senza rattento o paura lungo il corso dei secoli; di quella parola che, suoni mite o severa, è sempre la parola di un padre, che teneramente ci ama.

            Questa parola si è fatta udire di nuovo nel{4}l'Enciclica Quod auctoritate, colla quale il grande Pontefice che siede oggi al governo della Chiesa, annunzia, indice, promulga un Giubileo straordinario, universale.

            Rappresentante di Gesù Cristo e supremo dispensatore dei misteri celesti, Egli, coll'Enciclica Immortale Dei apriva al mondo i tesori di sapienza, onde il Verbo di Dio arricchì la sua Chiesa ad illuminare gli uomini; coll'Enciclica Quod auctoritate schiude ora i tesori della grazia a sanare i cuori, a mondare le anime, a salvarle. Colla prima additava la via da percorrere, colla seconda offre i mezzi per raggiunger la meta; con quella innalzava l'edifizio del sociale benessere, con questa ne rassoda le basi; là scopriva la radice del male, che viene ad applicarne il rimedio; a dir breve: nell'una si dà a vedere principalmente il restauratore della società, nell'altra il riformatore dell'individuo; nell'una il maestro, nell'altra il medico; nell'una il dottore, nell'altra il Pastore; nell'una il genio, nell'altra il cuore; ammirabili e soavissime entrambe.

            Vi comunicammo non ha molto la prima, vi {5}comunichiamo ora, insieme all'Indulto Quaresimale, la seconda.

            Il Giubileo, di cui è parola, si estende a tutto il corrente anno, ed è anche applicabile per mo' di suffragio alle anime de' fedeli defunti.

            Ma che cosa è questo Giubileo? Nel suo più ampio significato esso non è altro, o Dilettissimi, che un invito, che il Padre dei credenti, il Pontefice Sommo fa a tutti i suoi figli, perchè preghino e veggano di rendersi propizio l'Altissimo, concedendo loro a tal uopo speciali favori; è una divina amnistia ch'Egli annunzia a tutti i fedeli che desiderano tornare a coscienza e chiedere a Dio sincero perdono delle loro colpe; è, propriamente parlando, una Plenaria Indulgenza, che il Vicario di G. C., sotto condizione che si compiano alcune pie opere, accorda a tutto l'orbe cattolico per una causa pubblica, con particolare riguardo ai più urgenti bisogni della Chiesa.

            Oh! è pur grande questo dono! e pur sublime e consolante l'economia che si scopre nel domma {6}cattolico delle Indulgenze! In esso, per usare le belle espressioni di un moderno scrittore, la pietà e la giustizia divina si baciano in fronte, e il mistero della Redenzione si unisce alla necessità delle opere virtuose. La Giustizia domanda una espiazione, e, questa compiuta, la misericordia perdona pei meriti del Giusto che ne ha redenti. Qual santa emulazione per la virtù! qual forte incoraggiamento pel traviato, per il tristo che vuol tornare al dovere!

            L'orgoglioso, che s'è abbandonato alla vanità de' suoi pensamenti, ci sogghigna superbamente a questi annunzi, e il nostro fratello dissidente non intende la sapienza di queste universali perdonanze. Eppure, dice benissimo il De Maistre, non vi ha padre di famiglia, che non abbia accordate indulgenze in sua casa, che non abbia perdonato ad un figlio traviato per intercessione della madre affettuosa, o di un altro figlio obbediente e dabbene. Non vi ha principe che non abbia dato perdoni durante il suo regno, rimettendo o commutando la pena a colpevoli, riputandosi questo il miglior uso che possa farsi {7}della regia potestà, la clemenza. (Ser. di Pietroburgo, tratten. 10).

            Così, o Dilettissimi, si verifica anche una volta che la negazione di un domma cattolico è una incoerenza della ragione, è l'opposizione ad un bisogno del cuore. L'istessa Redenzione è forse altro che una grande Indulgenza accordata al genere umano pei meriti di Gesù Cristo, immolatosi per carità degli uomini?

            Ma, la Dio mercè, Voi, o Dilettissimi, non abbisognate di questi argomenti a illuminare la vostra coscienza, poichè docili alla voce del Pastore supremo, del Padre e Maestro universale, vi basta la sua parola per inchinarvi riverenti a compierla, sapendo esser Lui il Clavigero del regno de' Cieli, il Vicario di Gesù Cristo, la Pietra fondamentale della Chiesa, il Successore dell'Apostolo cui fu detto da Cristo: Pasci i miei agnelli; pasci le mie pecorelle.... e conferma nella loro credenza i tuoi fratelli. Fra le insidie però, che si tendono oggidì alla vostra fede, importa assai che fermiate bene nella mente la dottrina cattolica anche su questo punto.

            {8}Due terribili effetti, come sapete, produce in noi il peccato: la colpa che ci priva della grazia e dell'amicizia di Dio, e la pena che ne conseguita, per cui ci è vietato l'ingresso alla gloria. Questa pena è di due sorta: eterna l'una, l'altra temporale. Ora l'Indulgenza non è per sè ordinata a rimettere i peccati e la pena eterna ad essi dovuta (come predicano con iscandalo farisaico certi ignoranti), ma sì a rimettere o in tutto o in parte, la pena temporale che sovente resta a espiarsi, anche rimesso il peccato, e che al tutto deve compiersi, o nella presente vita facilmente e con merito, o nella futura, senza merito e duramente.

            Argomentate quindi voi, o Dilettissimi, la grandezza del beneficio che Leone XIII ci ha fatto coll'accordarci questo santo Giubileo, così ampio ne' suoi privilegi, così esteso nella sua durata, così opportuno nella sua promulgazione.

            Diciamo opportuno nella sua promulgazione. Voi vedete infatti a che punto sono le cose della società presentemente. Domandate al nostro secolo se la scienza, da che {9}ha fatto divorzio dalla parola di Cristo, abbia poi recata quella luce agli intelletti, che basti a farli riposare sicuri nella contemplazione del vero; se ai mille sistemi di filosofia che si succedono l'un l'altro, non si possa a buon dritto lanciare la terribile sentenza che il celebre Bossuet scagliava contro il protestantesimo: Tu muti, e ciò che muta non è verità. Domandate al mondo come agisca il freno ch'esso magnifica tanto, allorchè afferma che «la libertà è freno a sè stessa!» Interrogatelo se i portentosi trovati per cui le distanze son tolte, abbiano avvicinati i cuori tra loro. Sentite un po' se la filantropia abbia fatto miglior prova che la carità di G. C. e se per avventura i nove decimi del genere umano siano più felici oggi che nei secoli andati, se men duro il loro giaciglio, meno scarso il nutrimento, men poveri i cenci, men luride le abitazioni. Domandate se lo aver separata la scuola della Chiesa abbia scemati i delitti, o se il primato dell'errore che oggi purtroppo umilia l'Italia al cospetto delle altre nazioni, sia preferibile al primato nelle scienze, nelle lettere, nelle {10}arti, che, auspice la fede di Cristo formò il vanto de' padri nostri.

            Donde tutto ciò, se non, dall'incuranza dei principii eterni e immutabili di questa fede medesima? E tale sacrilega incuranza, propria un tempo, e ostentata solo da pochi sofisti, ahi, quanto s'è oggi stessa nel mondo! Quello che è più a dolere si è, che ne risentono anche quelli, ne' quali l'edifizio della fede non è in tutto abbattuto, e che pretendono anzi di averselo intatto. Parliamo di quelli che credono per metà, operano per metà, amano per metà, in ordine a Dio e alla sua Religione; onde, producesi un indifferentismo inerte e codardo che agghiaccia, e lascia libero il campo all'errore, e gli porge in sè stesso facile e larghissima esca.

            Non è così? Volgete, figliuoli, un'occhiata al secolo, guardatevi intorno, e vedrete un numero di Cristiani, che si dimostrano tali in tutto, diremo con altri, fuorchè dove non ne va del loro interesse, della loro ambizione, de' loro comodi, delle loro satisfazioni. Sono dinanzi all'altare quanto volete, affettano santissime massime {11}quanto potete desiderare; ma capiti un guadagno illecito, un'occasione di vendicarsi, di scapricciarsi, di arruotare la lingua, di sottrarsi a un dovere di giustizia, di carità, di abnegazione cristiana, non son più cristiani; e sanguini pure squarciato il costato di Cristo.

            Moltissimi altri poi, trionfi pure lo scandalo, signore oggi del mondo, imperversi pure la ingiustizia trasformata in diritto, venga pure il nome santo di Dio gittato nel fango da lingue blasfeme, come non si udì mai più satanicamente, si laceri pure la Chiesa, si spargano pure le dottrine più forsennate tra il povero volgo per infiammarne le passioni; girino pure, non più nelle tenebre, ma a fronte alta, e a chiaro sole gl'insidiatori maligni della sua fede; egli non se ne risentono nulla: se avessero a muovere un fuscelletto per impedire l'offesa di Dio, ohibò! Vedono e sentono tutto questo, come il comparire d'una moda nuova. -- Il secolo, dicono, porta così: io poi penso a me. -- Stolto egoismo, che ferisce più il cuore di Dio, che non l'avversione aperta: come ferisce più il cuor dell'amico sof{12}ferente la indifferenza dell'amico ricolmo di benefizii, che non la persecuzione del nemico dichiarato.

            Nulla è più abominevole, nulla è più schifoso della indifferenza, in tutto, ma principalmente nelle cose di Dio, nella religione. Gli antichi legislatori condannavano alla infamia gl'indifferenti nelle cose della repubblica. E il Legislatore sovrano dell'universo assolverà gl'indifferenti verso ciò che è dovuto al suo onore, alla sua gloria, al suo regno?

            Ma dalla indifferenza si passa facilmente all'odio aperto. Ed oh! non fosse vero che oggi l'odio più feroce, più forsennato contro G. C., contro tutto ciò che sa di G. C., che si attiene a' suoi dommi, alla sua Chiesa, al suo Capo augusto, alla sua missione, alle sue leggi, si è scavezzato come non si vide mai con tanta sfrontatezza. Si pretende rifare il mondo, rifiutando chi lo ha fatto; redimere l'uomo, rinnegando il Redentore divino; ricostruire la società sopra altri fondamenti da quelli che il suo Autore le ebbe dati.

            Però di tanto disordine quali vorranno es{13}sere le conseguenze? Se le stesse cause producono costantemente gli stessi effetti, oh! la storia, avrebbe delle pagine spaventose, Figli carissimi, per istruirci a quali estremi possa essere trascinato un popolo, che arreticato dalle seduttrici lusinghe dell'empietà, lascia le vie della verità e della giustizia!

            I bagliori del materiale progresso non possono ingannar più nessuno. La esperienza egualmente che la storia ci insegnano che una nazione anche per vie fiorite e sotto archi trionfali può correre al precipizio.

            Bisogna persuadersene, o cari. La guerra alla Religione è guerra alla civiltà: in ragione che la prima si indebolisce o vien meno, è forza che l'altra vacilli o si perda. Quanto poi perde la civiltà, tanto guadagna la barbarie. Ecco il grande principio che Noi vorremmo stampare a caratteri indelebili nel cuore di tutti e di ciascuno. Ed ecco l'origine del male, ecco il rimedio infallibile. E' vano ogni altro studio, è sterile ogni altra fatica. Se si vuole davvero il risorgimento morale, conviene riporre Iddio alla testa della {14}società, conviene ripiegarla verso l'ideale della società cristiana. E in qual modo, direte voi? col rendere cristiano l'individuo. E' chiaro: se la società è composta di individui, conseguita che, migliorati questi, quella eziandio debba avvantaggiarsene.

            Così il Giubileo, che mira alla distruzione del peccato, a ridestare negli uomini lo spirito di G. C. e a invigorire la loro coscienza con propositi efficaci di virtù, è il mezzo unico e sovrano per riparare ai mali che oggidì ne travagliano, e per rimuovere la funesta cagione, che sugli individui, sulle famiglie e sui popoli provoca in maniera così tremenda i flagelli della divina irritata Giustizia. Oh, la intendessero tutti! Lo stesso empio d'Alembert comprese quanto possa un Giubileo, e parlando di quello, che nel 1776 si promulgò a Parigi, ebbe ad escire in quella celebre sentenza: Questo Giubileo ha ritardato di vent'anni la rivoluzione.

            Ed avea ragione, o Dilettissimi, di così esclamare; perchè il Giubileo non è una parola senza più. Esso, come osserva un illustre italiano, colle {15}sue pratiche è una protesta solenne contro le teoriche dell'empietà rivoluzionaria, una solenne professione di fede nelle più importanti verità della Religione nostra santissima.

            Quanti dommi infatti non si contengono e non si vengono esplicando nel Giubileo! Per esso apertamente noi professiamo - che nella Chiesa Cattolica vi ha un tesoro immenso, inesauribile dei meriti infiniti di G. C., ai quali si aggiungono i meriti sovrabbondanti delle soddisfazioni di Maria Vergine e dei Santi - che le anime dei nostri cari defunti possono, mercè i suffragi, venir liberate dalle fiamme espiatrici del Purgatorio - che l'applicazione del tesoro delle sacre indulgenze ai fedeli viventi e trapassati si fa dalla Chiesa, in virtù di quelle parole che G. C. disse al Principe degli Apostoli: A te darò le chiavi del regno de' Cieli: e qualunque cosa avrai legata sopra la terra, sarà legata anche ne' Cieli, e qualunque cosa avrai sciolta sopra la terra, sarà sciolta anche ne' Cieli (Matth. XVI, 19); professiamo finalmente - che tale autorità essendo stata conferita ai successori di Pietro e suoi Vi{16}carii in terra, Leone XIII, successore di Pietro, è il vero Vicario di G. C., al quale perciò devesi da ognuno venerazione, obbedienza, docilità e amore.

            Ora chi non vede, che le verità che si professano, gli atti di Religione che si praticano nel Giubileo, sono tante mentite che si danno alla rivoluzionaria empietà, la quale predicando per tutto il razionalismo ed il naturalismo, più non vuol sapere nè di G. C., nè di Chiesa, nè di Papa, nè di Vescovi, nè di Preti; breve: di Dio, di anima, di eternità? Laonde è facile inferire che se il presente Giubileo venisse celebrato secondo i voti del S. Padre, la rivoluzione non solo verrebbe ritardata, ma conquisa e distrutta per sempre.

            Lo sa il nemico di ogni bene, il quale perciò non lascia di suscitare contro il Giubileo la guerra più accanita, armando bene spesso la lingua e la penna de' suoi, a scemarne il valore e a deriderne le pie pratiche.

            Anche questo, o Dilettissimi, deve avvivare la nostra fede e raddoppiare il nostro coraggio. A tutti gli sforzi dell'empietà sempre, ma oggi più che mai dobbiamo opporre energica resistenza. Si tratta de' nostri più vitali interessi.

            {17}Ma e che potremo noi, V. F. e F. C.? Moltissimo; anzi, tutto possiamo. La Chiesa, voi sapete, non accampa eserciti, non pone il brando in mano a' suoi figli, non anela al sangue de' suoi nemici, ma nell'ora del cimento raduna i suoi fidi attorno agli altari e comanda loro la preghiera, che fa una dolce violenza al cuore di Dio, e la penitenza, per cui più facilmente viene placata la sua collera. Queste sono le sue armi, non carnali, ma potenti e vincitrici in Dio, come le chiama l'Apostolo: in carne ambulantes, non secundum carnem militamus. Nam armæ militiæ nostræ non carnalia sunt, sed potentia Deo ad destructionem munitionum, consilia destruentes. (2. Cor. X, 4).

            Ed ecco nelle preghiere pubbliche e private, nelle limosine, nelle opere di mortificazione quelle armi spirituali in cui tanto confida la Chiesa e ad impugnare le quali Leone XIII c'invita con tanta sollecitudine, mercè la promulgazione di questo Giubileo, destinato a produrre dovunque frutti copiosi e salutari.

            {18}Uno fra gli altri, assai lungamente desiderato, se ne ripromette il Santo Padre, ed è quello di vedere pienamente ristabilite fra i cattolici l'unione, la concordia, la pace.

            Qui, V. F. e F. C., è da porre speciale attenzione alle sue parole:

            «Poichè il primo e più grande frutto del Giubileo esser deve, Egli dice, l'emendazione della vita e l'avvicinarsi alla virtù, crediamo specialmente necessaria la fuga di quel male, che nelle stesse precedenti Nostre Encicliche non tralasciammo di additare.»

            «Intendiamo dire gli intestini e quasi domestici dissidii per parte di qualcuno dei nostri; dissidii che appena si può dire con quanto danno delle anime sciolgono, o certo rallentano il vincolo della carità.»

            «La qual cosa perciò di nuovo in questo luogo a Voi ricordiamo, o Venerabili Fratelli, custodi della ecclesiastica disciplina e della vicendevole carità, perchè vogliamo che a togliere di mezzo un così grave danno, sia sempre rivolta la Vostra vigilanza e la autorità Vostra.»

            {19}«Coll'ammonire, coll'esortare, collo sgridare, date opera affinchè tutti siano solleciti di conservare l'unità dello spirito nel vincolo della pace, affinchè ritornino al dovere, se vi sono, gli autori di discordie, per tutta la vita meditando che l'Unigenito Figlio di Dio nello stesso approssimarsi degli estremi dolori, nulla al Padre chiese più instantemente se non che si amassero tra loro quelli che credevano o crederebbero in Lui affinchè siano tutti una sola cosa, come Tu sei in me, o Padre, e io in te, affinchè siano anch'essi una sola cosa in noi.» (S. Gio. XVII, 21).

            Tale il voto ardentissimo, incessante di Leone XIII. Noi, a scongiurare dal canto Nostro quanto può ritardarne il compimento, non abbiamo cessato e non cesseremo col divino aiuto di tener rivolta, come lo stesso Santo Padre comanda, la Nostra vigilanza e la Nostra autorità; ma neppur Voi, o Venerabili Nostri Cooperatori, cessar dovete dall'adoperarvi con quanto avete di pietà e di zelo al nobilissimo intento. E' questo per tutti i cattolici un preciso dovere.

            {20}Lo spirito di contesa è sempre stato riprovevole tra essi, ma tale molto più deve dirsi oggi, che ne stanno di fronte avversarii fierissimi, non ad altro anelanti che alla rovina della Chiesa e delle anime. «Nella lotta che attualmente si combatte per cose della più alta importanza, così altra volta il S. Padre, debbono tutti collo stesso intendimento e di un medesimo spirito indirizzare le loro forze allo scopo comune, che è quello di mettere in salvo i grandi interessi religiosi e sociali.»

            A ciò non condurranno, no, le dispute più o meno passionate di certi spiriti irrequieti; non le discussioni più o meno sottili su questo o quel modo di organizzare le forze; non la sottomissione forzata e apparente, che lascia sussistere in fondo al cuore la diffidenza, il sospetto, la divisione; non le gare, le invidie, le tendenze esclusive ed egoistiche; non infine quello zelo amaro e inconsiderato, che confonde la forza del sacro ministero colla cieca violenza de' partiti, che crede di prestare ossequio a Dio attaccando gli uomini eziandio più integerrimi e più devoti agli in{21}teressi della Chiesa e del suo Capo augusto, ma devoti senza vana ostentazione, senza infingimenti e senza umane passioni. Ciò che porrà in saldo le ragioni della Sede Apostolica, e che in seno alla Chiesa ricondurrà l'ordine e coll'ordine la pace, sarà, non Ci stancheremo di ripeterlo, l'osservanza pratica della gerarchica dipendenza, l'abbandono fiducioso e sottomesso, proprio de' figli, alla paterna autorità che li governa; sarà, a parlar più chiaro, la sommissione piena d'intelletto e di volontà, ai proprii Pastori, e per essi e con essi, al Pastore della Chiesa che tutti ci guida. Così è, o Dilettissimi: la Chiesa per vincere non ha bisogno che di tenersi completamente ordinata. Qui il segreto della sua forza, qui l'arra della vittoria; così e non altrimenti Dio fece sanabili le nazioni.

            Potremo noi allietarci di sì giocondo spettacolo? Potremo cioè, vedere l'universa moltitudine dei credenti schierarsi terribile in campo ut castrorum acies ordinata? Potremo in essa ammirare un'altra volta il cor unum et anima una dei primi fedeli? Sì, rispondiamo, {22}sì, qualora da tutti, come si conviene, s'adempiano le opere del santo Giubileo. E questo Noi lo speriamo. Sono tanti i beni ch'esso ne impromette! Chi non vorrà approfittarne? Chi ricuserà di metter piede in questo dilettoso cammino, che è principio e cagione di tutta gioia? Oh, il Giubileo! Qual fonte di meriti, o carissimi! Quale sorgente di consolazione e di pace! Si scires donum Dei!

            Ma che si avrà da fare per acquistarlo?

            Altre volte un sì eccelso favore non si accordava che a prezzo di lunga peregrinazione, disastrosa e piena di pericoli; eppure anche allora i sacri Pastori esortavano con grande zelo i popoli a non temere disagi, nè a ricusare fatica; ed innumerevoli turbe di fedeli ascoltavano docili quella voce, e col bordone e co' sandali da pellegrino si vedevano incamminarsi, atteggiati a pietà e a compunzione, verso l'eterna Città all'unico scopo di ricevervi, pentiti e confessi, la plenaria Indulgenza da Chi tiene in terra le somme Chiavi.

            Spettacolo dolce e commovente! Così dol{23}ce, così commovente, o Dilettissimi, che molti increduli a quella vista, abbracciavano la fede e molti eretici abiuravano l'errore. E' noto come allora, si convertisse fra gli altri Stefano Calvino, parente dell'eresiarca di questo nome, e vestisse l'abito de' Carmelitani Scalzi; come allora, tra migliaia di penitenti convenuti a Roma d'ogni paese, si vedessero i Carli di Valois, i Carli Martelli, i Lodovici di Ungheria, gli Alberti d'Este, i Cristiani di Danimarca, i Giovanni di Sassonia, i Michelangeli Buonarotti, i Giorgi Vasari, i Petrarca, i Tassi; come allora, oh! giorni delle nostre patrie glorie, Dante ideasse il poema a cui han posto mano e cielo e terra, e Cimabue dipingesse in un pulpito, a perpetua memoria, quello spettacolo.

            Ebbene, a noi oggi, V. F. e F. D., non è ingiunto per l'acquisto del Giubileo d'imprendere lungo e disagiato cammino, o di fare penitenze straordinarie. Basta che ciascuno adempia nel proprio paese, durante l'anno, le poste condizioni facilissime, che più innanzi diremo.

            Dilettissimi, è questo l'Anno Santo, e vuol {24}essere specialmente un anno di preghiera. E' la preghiera che importa sopratutto, perchè senza di essa come potremmo meritarci la grazia di Dio? e come senza la grazia di Dio potrebbero le nostre opere esser gradite a Lui?        

            La preghiera è il cibo, il nutrimento, la luce dell'anima; l'arma per combattere i nostri spirituali nemici; la chiave d'oro che apre i tesori della sapienza, potenza e bontà divina, e li mette, per così esprimerci, a nostra disposizione. Essa, al dire di S. Gregorio Nisseno, illumina l'intelletto, reprime la collera, abbatte l'orgoglio, fuga l'odio, l'invidia e l'empietà. Rafforza la corporale energia, prospera i materiali interessi, presiede alla saggia costituzione delle leggi, alla sicura tranquillità degli Stati. Le cose opposte unisce tra loro, le già unite conserva. Essa è la guardiana della verginità, il pegno di fedeltà nel matrimonio. Ci protegge durante il giorno, ci veglia durante la notte, rende fertili le nostre campagne, guida il nocchiero al porto. Nelle fatiche ci solleva, nelle pene ci consola, aumenta le nostre gioie, asciuga {25}le nostre lagrime. E' dessa il festivo saluto della nostra nascita; la ghirlanda profumata di quelli che si maritano, il funebre lenzuolo entro cui si avvolgono i morti (De Orat. Don. Or. 1). Come una macchina per quanto ben congegnata si sta inerte, se le manca la forza motrice; così se al nostro cuore manca il soffio animatore dello spirito di Dio, che solo può venirci dalla preghiera, non sarà mai si compia alcunchè di veramente grande, nobile e duraturo; non sarà mai che la benedizione di Dio scenda sul civile consorzio a renderlo tranquillo e felice.

            Perchè la società possa godere di prosperità e di pace, scrive il celebre Donoso Cortes, è necessario un certo equilibrio fra le orazioni e le opere. Si è voluto rompere un tale equilibrio; si è detto: facciamo senza di Dio e della preghiera, e la società fu sconvolta da rivolgimenti senza fine: e il mondo cammina di male in peggio, appunto perchè non si prega. Io credo che se vi fosse in un sol giorno un'ora sola, in cui la terra non inviasse al Cielo alcuna {26}preghiera, quel giorno e quell'ora sarebbero l'ultimo giorno, l'ultima ora dell'universo.

            Consoliamoci però, o Dilettissimi, che se tanti non pregano, vi sono molti che pregano ancora. Si prega ad ogni ora ne' monasteri dalle Spose di G. C.; si prega nelle celle de' poveri frati; si prega in ogni angolo della terra dalle anime elette, che non mancano mai in ogni condizione. Il mondo non bada loro, eppure sono gli angeli di Dio, che coprono le nostre famiglie colle ali delle loro fervide preci; sono, direbbe S. Girolamo, le colonne dell'universo (in Joh. IX); sono più utili agli Stati che tutte insieme le armate, direbbe Origene. (Contr. Cels. lib. VIII).

            Preghiamo adunque, o Dilettissimi, preghiamo. Lasciamo che altri confidi nell'oro, nell'ingegno, nelle protezioni degli uomini, noi confidiamo nella preghiera. Essa, quando sia umile, fervorosa, perseverante, è onnipotente della onnipotenza di Dio medesimo, che ha impegnata la sua parola di esaudirla. Deh! non lasciamo arrugginire nelle nostre mani quest'arma. Difendiamo con essa la Chiesa nostra madre, interponendo la mediazione {27}della gran Vergine del Rosario sotto i cui auspici fu posto da Leone XIII l'annunziato Giubileo. Preghiamo, preghiamo.

            E la preghiera, V. F. e F. C., avvaloriamo colla penitenza, che è il distintivo precipuo di ogni vero cristiano. E' lo stesso divin Maestro che insegna non esser degno di lui chi non si accolla la croce e lo segue; perire tutti ad una maniera coloro che non fanno penitenza: nisi pænitentiam egeritis omnes similiter peribitis.

            L'uomo ha nella penitenza le sue privazioni, è vero; ma ha pur anche le sue dolcezze nel sentire le disordinate concupiscenze frenate e dome, una viva speranza nelle divine misericordie, la fede e la ragione signore della vita; nel conoscere che le sofferenze presenti sono arra del perdono de' nostri falli, e che per fermo verrà giorno in cui quelli che adesso dolorano, saranno consolati.

            Deh adunque, Figli carissimi, per amore di G. C., per l'eterna vostra salute, espiate con la penitenza tante bruttezze che insozzarono l'anima vostra! Di questi giorni in ispecial modo, ne' {28}quali la Chiesa vi chiama umiliati a pie' degli altari per disarmare la collera del Signore, fate penitenza delle offese che Gli procuraste, dell'ira che tante volte turbò il sereno della vostra ragione, dell'avarizia per cui negaste il soccorso a' vostri fratelli e soffocaste nel cuor vostro gli affetti più generosi, delle matte ambizioni per le quali vi gonfiaste contro Dio e cercaste scavalcare gli emuli; della lussuria, che tante volte vi rese schiavi dei sensi precipitandovi nel fondo d'ogni umiliazione morale, dell'invidia che spesso vi attossicò l'anima e quasi tarlo vi penetrò fino alle ossa; della menzogna, della calunnia, della frode, d'ogni fatto insomma con cui disconosceste la cristiana vostra professione.

            E guardatevi dal credere che Iddio paziente e di molta misericordia non sia per accettare il vostro pentimento e la espiazione, poichè non vi ha quasi pagina dell'Evangelio in cui non si vegga avere Gesù una speciale tenerezza per i peccatori riconciliati. Guardatevi eziandio dal pensare che Iddio esiga da voi mortificazioni e sacrifizii sopra le vostre {29}forze. No, Dilettissimi. Gli uomini sono esattori crudeli e pretendono tal fiata fuor di ragione; ma Dio misericordioso si accontenta di quel po' che potete dare. La debolezza delle vostre forze non vi permette austerità grandi? Sia con Dio; e voi allargate la mano a pro del tapinello che è ignudo e ha fame. Le strettezze in che vivete vi tolgono di poter fare anche questo? E voi pregate Iddio benedetto che rivolga uno sguardo di pietà sulle sue creature. Nemmanco questo potete, perchè non vi è permesso fare lunghe orazioni? Ebbene, a volta a volta alzate il vostro pensiero al Signore, pregandolo del perdono de' falli vostri e degli altrui. Siete tuttinsieme poverelli e infermi della persona? Benedite Iddio e soffrite con calma e con rassegnazione le privazioni e i dolori che vi circondano. E per rendervi ancor più facile e più leggera la pratica della cristiana penitenza, fate di darle nel vostro vivere quella forma stabile, che è tanto caldamente raccomandata dal Sommo Pontefice, coll'ascrivervi tutti al Terz'Ordine Fran{30}cescano, a questa mirabile istituzione, a cui tanti privilegi sono annessi e alla quale va debitrice di tanti beni l'umana famiglia.

            Con queste disposizioni di mente e di cuore entrate, V. F. e F. C., nell'imminente tempo Quaresimale, osservandone con fedeltà le astinenze e i digiuni. Non sia mai che taluno, in questi santi giorni specialmente, si lasci trascinare pure una volta dall'andazzo del mondo a danze, o teatri, o spettacoli, o feste profane, che sarebbe cosa inconciliabile colla professione di cristiano.

            Recatevi ad ascoltare con assiduità e premura la parola di Dio, assistete possibilmente ogni dì all'augusto Sacrificio dell'altare, frequentate i SS. Sacramenti; convertitevi al Signore.

            Siccome però la vera conversione vuol essere accompagnata dalla fuga di quelle occasioni, che sono causa per ordinario di fatali cadute, perciò guardatevi, o Dilettissimi, da quei libri e da quei giornali, pieni di spirito antireligioso, nei quali spesso si prende a combattere la Chiesa Cattolica ne' suoi dommi, nella sua morale, nella sua di{31}vina istituzione e costituzione, ne' suoi sacramenti, nel suo sacerdozio e ne' suoi riti. Fuggite i falsi profeti e i maestri di errore, che si sono pur troppo insinuati anche tra voi, tanto più pericolosi, quanto più si studiano di coprire la menzogna colla maschera della più fina ipocrisia; fuggite questi uomini come fuggireste da morbo contagioso. Tenetevi insomma lontani da tutti coloro che operano l'iniquità, e sarà per voi agevole cosa abbandonare la colpa e far ritorno a Dio.

            Deh sì, figliuoli carissimi! Se oggi udite la voce del Signore, non vogliate più a lungo indurare il cuor vostro. Non rendete vane le divine misericordie che sopra voi ora si largheggiano, e pensate che il tempo della misericordia è breve. Non lo perdete; non vi lasciate illudere dal mondo, nè dalle sue macchine d'empietà, nè dalle sue bugiarde promesse; non iscambiate i suoi fallaci beni di un giorno, coi reali beni della eternità. Non isperate in un futuro incerto, in cui invece della misericordia, potreste trovarvi addosso la inesorabile giustizia. Ahimè! Forse per Noi, e certamente per alcuno di voi è questa l'ultima chiamata del Cielo. {32}Fate in questo dì che tramonta; domani forse non sarete più. Vi converrà sostenere qualche sacrifizio di tempo, di sostanze, e quel che più monta, delle vostre passioni? oh! fatelo di buon grado. Tutto vi sarà certamente compensato coll'abbondanza delle più soavi consolazioni in questa vita, colla gioia sempiterna nell'altra.

            Vi benediciamo, V. F. e F. C., dall'intimo del cuore, nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia.

 

Piacenza, dal Nostro palazzo Vescovile, questo giorno 9 Febbraio 1886.

 

† Giovanni Battista Vescovo



[1]  LEONE XIII, Enc. Quod auctoritate, ASS 18 (1885), pp. 257-262.