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34. Sull’Enciclica Immortale Dei. Lettera di Mons. Vescovo di Piacenza, 17.1.1886, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1886, pp. 12.
Nell'enciclica Immortale Dei[1] Leone XIII ripete che il ricupero della società, che ogni giorno accumula rovine su rovine, è possibile soltanto con il ritorno ai principi del cristianesimo; ciò vale soprattutto per le forze politiche responsabili dell'ordinamento giuridico delle nazioni. Il documento pontificio espone la dottrina rivelata sul governo degli stati sottolineando il dovere di garantire la giustizia, la concordia e il coordinamento degli organi istituzionali; analizza pure gli abusi che si commettono in nome delle libertà moderne proclamando l'autonomia della sovranità dall'autorità di Dio, escludendo la chiesa dalla scuola e subordinando l'esercizio della giurisdizione ecclesiastica al potere civile. Scalabrini, presentando l'enciclica, sollecita i fedeli ad un'azione incisiva per impedire che la libertà difesa dalle costituzioni degli stati vada oltre i limiti imposti dalla legge della natura e da quella di Dio. Questo impegno deve estendersi anche alle amministrazioni locali con la partecipazione alle elezioni comunali per la scelta di candidati cattolici. Qui si può notare il timore del Vescovo che maggioranze possano escludere l'insegnamento catechistico dalla scuole elementari per il fatto che esso è a discrezione dei comuni. Va rifiutata ogni forma di naturalismo e di razionalismo che il positivismo, dominante nella cultura, e una politica, asservita alla massoneria, rischiano di far penetrare nelle masse popolari; tuttavia bisogna evitare di condannare chi sostiene opinioni politiche che non toccano l'ortodossia della fede. E' un discorso che si riferisce ancora alla stampa cattolica duramente intransigente; essa non deve creare divisioni nella comunità ecclesiale, ma concorrere per opporre un fronte unitario a chi combatte con accanimento il cristianesimo.
Tanto è possente l'alito di vita che Dio ha dato alla sua Chiesa che a malgrado degli impedimenti che sono posti, fa sentire dovunque, oggi come sempre, i suoi benefici influssi. Niuna meraviglia. Essa è l'opera immortale della bontà di Dio; e quindi è pur sempre la gran maestra di giustizia, di libertà e di pace. Da gran tempo; suoi nemici si argomentano, è vero, di innalzare con vece assidua su nuove basi l'edifizio del sociale benessere, ma indarno. Noi lo vediamo questo edifizio vacillare ogni giorno, e ogni giorno dalle rovine che si vanno intorno a noi accumulando esce più forte il grido: bramate davvero che la società sia salva? che prosperi veramente? che abbia finalmente a godere giorni sereni e tranquilli? rifatela cristiana. Questa appunto, V. F. e F. C., è la grande verità, che il regnante Pontefice, ha un'altra volta proclamato in faccia al mondo universo, colla nuova sua Lettera Enciclica, che vi comunichiamo, Sulla Cristiana Costituzione degli Stati. A
chi di voi, o Dilettissimi, non giunse l'eco del plauso spontaneo, immenso,
universale, onde quell'Enciclica fu accolta? Gli stessi avversarii ne furono
scossi, e presi di ammirazione esclamarono: nessun uomo ha parlato mai come
quest'uomo! Basta
leggerlo appena, il Pontificio Documento, per intendere subito, che come offre
novella prova del vasto
intelletto, del gran cuore e del sapiente spirito di moderazione del Papa, così
ancora porta in sè stesso scolpiti i caratteri di una importanza affatto
eccezionale. Noi non esitiamo a definirlo: l'eco soave e fedele della sapienza
cristiana di ormai venti secoli, messa in accordo bellissimo con quanto di più
giusto, di più nobile, di più utile, di più grande vi ha nelle aspirazioni
e nelle opere del secolo presente. Quale ampiezza di vedute! qual chiarezza di
esposizione! qual meravigliosa e caratteristica sicurezza di giudizii! Nella
quasi universale prostrazione di ogni forza morale, questo ammirabile
Documento rivela, agli occhi anco de' meno veggenti, l'eterna giovinezza della
Chiesa Cattolica. In esso un mondo sterminato di idee e di dottrine, rivestite
di nuova luce, e tra loro così ben collegate da potersi, sotto questo
riguardo, appellare: una catena d'oro stupendamente inanellata per coordinare
insieme il potere ecclesiastico e il potere civile, e rendere imagine così di
quella sublime alleanza onde Cristo congiunse il Cielo e la terra, l'umanità
e Dio. Con
una maestà di concetti e di eloquio, che incanta e rapisce, LEONE XIII in
questa Enciclica espone primieramente la dottrina del Cristianesimo intorno
alla retta costituzione e all'ordinato reggimento delle pubbliche cose, ne
mostra la giustizia nell'insegnare diritti e doveri, la dignità nel difendere
popoli e governanti, l'utilità nel promuovere la necessaria concordia tra
quelli che comandano e quelli che obbediscono, la sapienza nel determinare e,
con mirabile armonia, coordinare e mantenere i necessarii rapporti tra diversi
poteri, la gloria nel domare ogni barbarie, nel rinvigorire ogni civiltà, nel
consolare ogni dolore, nel proteggere e favorire ogni libertà vera. A
questa sì salutare dottrina si oppongono funestissimi errori, assai in voga
a' dì nostri. Errore
funestissimo è il pretendere che la sovranità risegga nelle moltitudini
indipendentemente da Dio. Errore
funestissimo, in materia religiosa, è l'avere indifferentemente nel medesimo
conto le varie ed opposte forme di culto, come se tutte
fossero egualmente buone, egualmente vere, egualmente gradite a Dio. Errore
funestissimo il propugnare la sfrenata libertà del pensiero e della stampa. Errore
funestissimo il tener lontano dalla vita pubblica, dalle leggi,
dall'insegnamento, dalla famiglia la Chiesa, da Dio stesso fondata. Errore
funestissimo il pretendere che nell'adempimento de' suoi doveri abbia essa
Chiesa da sottostare alla potestà civile. Tutte
queste erronee massime, riprovate anche dall'umana ragione, furono da altri
Romani Pontefici condannate. Queste di nuovo condanna, sfolgora, annienta
l'invitto Pontefice LEONE XIII. Come
debbono comportarsi i cattolici viventi in una società da siffatte massime
ammorbata? La Enciclica enumera i loro doveri: doveri in ordine al pensare,
doveri in ordine all'agire. Noi
qui li trascriviamo colle stesse parole del S. Padre. Badate bene, o
Carissimi, che trattasi di doveri e non di consigli; debbono quindi da tutti
adempiersi con ogni fedeltà e premura. 1.°
E' dovere di ogni cattolico «ritenere nell'animo
con saldo convincimento, e, ogni qual volta occorra, professare apertamente
tutto quanto insegnarono o saranno per insegnare i Romani Pontefici. E
particolarmente rispetto a quelle che si sogliono chiamare libertà
moderne, è d'uopo che ognuno se ne rimetta al giudizio della Sede
Apostolica e non pensi diversamente da Lei» 2.°
Deve ciascuno «conformare in tutto la vita e i costumi alle massime del
Vangelo, e non tirarsi indietro quando accade che la virtù cristiana esiga
qualche sacrificio, amare la Chiesa come madre comune, osservarne fedelmente
le leggi, curarne l'onore, volerne salvi i diritti, e cercare di farla
rispettare ed amare con pari affetto dai propri dipendenti.» 3.º
Deve ogni cattolico «portare saviamente la propria azione anche nel campo
amministrativo: dove una delle precipue cure sia quella di far sì che si
provegga alla religiosa e morale educazione de' giovanetti nel modo che si
addice a cristiani; dal che dipende in gran parte il pubblico benessere.» 4.°
«E' indispensabile che quanti vi sono degni del nome di cattolici, siano e si
mostrino apertamente
amorosissimi figli della Chiesa; che rigettino da sè, senza punto esitare,
tutto quello che è inconciliabile con tale professione: che volgano i
politici ordinamenti, in quanto onestamente si può fare, a difesa della causa
della verità e della giustizia; che si sforzino di ottenere che la libertà
non trapassi mai i confini assegnati dalle leggi della natura e di Dio; che si
adoperino a far ripiegare la presente società verso l'ideale della società
cristiana.» 5.°
Devesi sopratutto dai cattolici «conservare l'accordo dei voleri e l'unità
dell'azione. Ed ambedue queste cose pienamente si otterranno se ciascuno terrà
in conto di legge le prescrizioni della Sede Apostolica, e si porgerà docile
verso i Vescovi che lo Spirito Santo pose a reggere la Chiesa di Dio.» 6.°
«Nel professare le dottrine insegnate dalla Chiesa, devono i cattolici essere
tutti d'un sentimento solo e di una incrollabile costanza; e da questo lato
bisogna star bene in guardia di non lasciarsi andare ad essere conniventi
all'errore, o ad opporgli più debole resistenza, che la verità non comporti.
Intorno a dottrine opinabili, si può disputare con moderazione e col desiderio di
raggiungere il vero, tenendo pero sempre lontani i sospetti e le vicendevoli
accuse.» 7.º
Deve ognuno persuadersi «che la integrità della fede cattolica non è
compatibile colle opinioni che inclinano al Naturalismo
o al Razionalismo, le quali in sostanza non mirano ad altro che a
rovinare l'edificio del Cristianesimo ed affermare nella società il
principato dell'uomo indipendente da Dio.» 8.°
«Non è lecito ai cattolici foggiarsi una norma di condotta per la vita
domestica, e un'altra per la vita sociale, rispettando l'autorità della
Chiesa in privato, e disconoscendola in pubblico. La qual cosa tornerebbe ad
accoppiare il turpe e l'onesto, e a mettere l'uomo in contraddizione con la
propria coscienza, laddove invece gli corre il debito di essere sempre
coerente a sè stesso, ne discostarsi mai in nessun caso o condizione di vita
dalla virtù cristiana.» 9.
º «Trattandosi di persone, di cui si conoscono i religiosi sentimenti e
l'animo disposto a ricevere con la debita sommessione le decisioni della S. Sede,
non è giusto che siano chiamate in colpa per una differente opinione, che
abbiano, circa cose meramente politiche. E ingiustizia anche maggiore sarebbe
muover loro l'accusa di violata o sospetta fede cattolica.» 10.°
«Questo debbono scolpirsi bene in mente quanti sono scrittori, e in maniera
particolare i Giornalisti. Nella
lotta, che attualmente si combatte per cose della più alta importanza,
bisogna assolutamente far tacere le intestine discordie e le gare di partito,
e debbono tutti collo stesso intendimento e di un medesimo spirito indirizzare
le loro forze allo scopo comune, che è quello di mettere in salvo i grandi
interessi religiosi e sociali.» Fratelli
e Figli carissimi, è il Vicario di G. C. che parla. La sua parola è parola
di Dio. Ascoltiamola! Facciamo di imprimerla ben addentro della nostra mente,
di scolpirla profondamente nel nostro cuore. Dai Parrochi si inculchi ai
fedeli, dai genitori ai figli. Sia essa d'ora innanzi il codice della nostra
vita, la regola della nostra condotta. Grandi
mali pur troppo affliggono l'odierna società. Il rimedio è tutto nella
pratica osservanza della parola del Papa. O l'Enciclica Immortale Dei opus o la rovina delle nazioni! Vi
benediciamo, V. F. e F. C. nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito
Santo. Piacenza, dal Nostro palazzo Vescovile, 17 Gennaio 1886. †
GIOVANNI BATTISTA Vescovo. |
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