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33. Lettera Pastorale di Monsignor Vescovo di Piacenza sull'opuscolo: La Lettera dell'E.mo Card. Pitra. I Commenti - La Parola del Papa, 5.10.1885, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1885, pp. 48. Il Card. Jean Baptiste Pitra, dotto benedettino di Solesmes, bibliotecario pontificio, in una lettera aveva criticato Leone XIII per la sua politica italiana definita transigente in ordine alla soluzione della Questione romana. Il papa, scrivendo al Card. José Hippolite Guibert, Arcivescovo di Parigi, aveva replicato osservando che, quando nella chiesa i sudditi vogliono avere parte nel governo, si sconvolge l'ordine gerarchico e si crea la discordia tra i fedeli. Sono espressioni che Scalabrini riporta quasi letteralmente nella Pastorale. Nonostante l'intervento del papa, un opuscolo, uscito anonimo, aveva difeso la posizione del Card. Pitra aggiungendo pesanti insinuazioni sull'operato di Leone XIII e attacchi impietosi contro una parte del clero e del laicato italiani, definita malignamente clerico-liberale e solidale con la classe politica che calpestava i diritti della chiesa. Dalle critiche non sono esclusi vescovi il cui operato viene anche giudicato in contrasto con le direttivi del pontefice. Scalabrini osserva che l'autore dell'opuscolo compie un attentato contro la costituzione divina della chiesa: questo è liberalismo, e il più raffinato, e non quello addebitato ai prelati transigenti. E' il caso di notare che la Pastorale precede di qualche mese lo scritto Intransigenti e transigenti. Osservazioni di un Vescovo italiano, composto da Scalabrini su istanza di Leone XIII (cfr. Lettera di Scalabrini a Pio X, Piacenza, 6.12.1903, AGS AB 01 04 f. 25) e pubblicato anonimo; in esso l'autore, contesta la posizione dei cattolici intransigenti che, schiavi di un immobilismo che li emargina dalla storia, negano al pontefice il diritto di intendere i rapporti chiesa-stato in termini che si adeguino a situazioni nuove, passando dalla protesta al regime di concordato.
Vi indirizziamo, Cooperatori Nostri carissimi, la presente, e pel
desiderio di sempre più raffermarvi in quella sommissione figliale, che oggi
più che mai dobbiamo tutti al Vicario di G. C., il Romano Pontefice, e pel
timore non forse giungano a scemare in alcuni di voi questa sommissione le
mali arti dei falsi fratelli.
Sono purtroppo continue siffatte arti, e sono quelle che scindono le
nostre forze e che creano nel campo cattolico il disordine, la confusione, lo
scandalo.
Come potremmo Noi di
fronte ad esse tacere, senza venir meno all'obbligo stretto che ha un Vescovo
di vigilare sui pericoli che corrono le anime alle sue cure affidate? Corripienda sunt coram omnibus, quæ peccantur coram omnibus, grida
alto Agostino.[1]
No, non basta gemere in segreto sui disordini che affliggono la Chiesa
di Dio. Allorché questi sono pubblici, è onore di lei che dallo stesso suo
seno levi, chi ne ha il diritto, la voce animoso a condannarli pubblicamente;
non fosse altro, perchè niuno osi accagionarne la Chiesa medesima.
Ah! che questa figlia del cielo nulla ebbe e nulla avrà mai di comune
colle colpe de' suoi figli degeneri; nulla cogli intrighi di coloro che
tentano arrogarsene il governo. Essa, direbbe il nostro sommo Alighieri, è
fatta da Dio sua mercé tale, che l'umana miseria non la tange, nè l'assale
fiamma di terrene passioni. Anzi le colpe stesse degli uomini, Dio, negli alti
consigli di sua Provvidenza, fa servire mirabilmente a vieppiù manifestarne
la potente vitalità, l'ammirabile unità, la sovrumana bellezza, e a
glorificarla in faccia al mondo universo.
Non è questo che noi toccammo con mano, V. F., nello stesso incidente
doloroso, che commosse ultimamente la cristiana famiglia, e che ora Ci è uopo
ricordare?
Un documento troppo
noto recava l'appoggio di un alto dignitario della Chiesa ad uomini, che il S.
Padre aveva ammoniti in più incontri, e, per colmo di sventura, con allusioni
e più con reticenze, si permetteva di giudicare ciò che a nessun cattolico,
qualunque sia la sua dignità, è permesso di sindacare.
A sedare il turbamento cagionato da quello scritto, LEONE XIII credette del suo officio apostolico recare la luce
in mezzo ad una situazione, oscurata singolarmente dall'audacia dei partiti,
rimettendo al loro posto le cose. Di qui la Lettera al Card. Arcivescovo di
Parigi, salutata giustamente dal mondo cattolico come ispirata a quella
sapienza sovrumana, che risplende mai sempre intorno alla Cattedra Apostolica,
e che nei momenti più trepidi manda luce più viva.
Noi già vi comunicammo, V. F., questa Lettera, e voi, Ci è grato
poterlo attestare, l'accoglieste con sentimento di profondo ossequio non solo,
ma eziandio con trasporto di viva allegrezza. Giova qui richiamarne il
contenuto.
In essa, con accento di mestizia ineffabile, esprime il S. Padre la
pena che sente grandissima «al vedere turbato fra i cattolici lo spirito di
concordia, scosso quel tranquillo riposo, quell'abbandono fiducioso e
sottomesso, proprio de' figli, nella paterna autorità che li governa.»
Un segno di ciò Egli dice di ravvisarlo con dolore nell'incidente
lagrimevole sopra accennato.
Lamenta che fra i
cattolici «vi siano di quelli che, non contenti della parte di sudditi, che
loro spetta nella Chiesa, credono di poterne avere qualcuna anche nel governo
di essa, o se non altro stimano che sia loro permesso di esaminare e di
giudicare a lor modo gli atti dell'autorità.»
Dimostra quale sia l'ordinamento costitutivo e il santo congegno
gerarchico del corpo mistico di Gesù Cristo. Da Dio per Gesù Cristo suo
Figliuolo, qual capo invisibile, e per il Papa suo Vicario, qual capo
visibile, discende ogni autorità nella Chiesa, «nella quale per manifesta
volontà del suo divin Fondatore si distinguono, nel modo più assoluto, due
parti: la discente e la docente, il gregge e i pastori, e tra i Pastori uno ve
ne ha che di tutti è il Capo e il Pastore supremo. Ai soli Pastori fu dato
ogni potere di ammaestrare, di giudicare, di reggere; ai fedeli fu imposto il
dovere di seguire gli insegnamenti, di sottomettersi docilmente al giudizio,
di lasciarsi governare, correggere e condurre a salute. Cosi è di assoluta
necessità che i semplici fedeli sottostiano di mente e di cuore ai proprii
Pastori, e questi con essi al Capo e Pastore supremo; ed in questa
subordinazione e dipendenza stà l'ordine e la vita della Chiesa; in questa è
riposta la condizione indispensabile di bene operare e di riuscire a buon
porto.»
Afferma essere un rovesciamento di ordine, un portare in molti spiriti
la confusione, un escir fuori della
retta via «che semplici fedeli si attribuiscano autorità, che la pretendano
a giudici ed a maestri, che gli inferiori nel governo della Chiesa universale
preferiscano o tentino di far prevalere un indirizzo diverso da quello
dell'autorità suprema.»
Afferma ancora «non esser uopo per mancare a questo dovere così
sacrosanto (della subordinazione e dipendenza), fare atto di manifesta
opposizione sia ai Vescovi sia al Capo della Chiesa, ma bastare anche quella
opposizione che si fa con modi indiretti, tanto più pericolosi, quanto si
procura di volerli meglio occultare con contrarie apparenze.»
Dichiara venir meno altresì a questo sacro dovere «chi, nel tempo
stesso che si mostra geloso del potere e delle prerogative del Sommo
Pontefice, non rispetta i Vescovi uniti con lui e non fa debito conto della
loro autorità, o ne interpreta sinistramente gli atti e le intenzioni
prevenendo il giudizio della Sede Apostolica.»
Proclama essere egualmente «argomento di sommissione poco sincera
stabilire come una opposizione tra Pontefice e Pontefice. Quei che, tra due
diversi indirizzi, schifano il presente per attenersi al passato, non danno
prova di obbedienza verso l'autorità che ha il diritto e il dovere di
guidarli; e sotto qualche aspetto rassomigliano a coloro che, condannati,
vorrebbero appellare al Concilio futuro o ad un Pontefice meglio informato.»
A questo riguardo
insegna doversi ritenere «che nel governo generale della Chiesa, salvi gli
essenziali doveri, imposti a tutti i Pontefici dall'Apostolico officio, è
riserbato a ciascuno di seguire quella maniera che, secondo i tempi e le altre
circostanze, Egli reputa la migliore. Di ciò Egli solo è giudice; avendo per
questo non solo lumi speciali, ma anche la conoscenza delle condizioni e dei
bisogni di tutta la cattolicità, ai quali conviene che si attemperi
l'Apostolica sua provvidenza. Egli ha cura del bene universale della Chiesa, a
cui è ordinato il bene delle parti: e tutti gli altri, che a tale ordine
sottostanno, devono secondare l'azione del reggitore supremo e servire al suo
scopo. Come una sola è la Chiesa ed unico ne è il Capo, così uno solo è il
governo a cui tutti hanno da conformarsi.»
Raffermati questi grandi principii, enumera il Pontefice le funeste
conseguenze che dall'oblio dei medesimi derivano. «Dall'oblio di questi
principii avviene che si sminuisca nei cattolici il rispetto, la venerazione e
la fiducia verso chi fu dato loro per guida; e che si rallenti quel vincolo di
amore e di sudditanza, che tutti i fedeli deve stringere ai loro Pastori,
fedeli e Pastori al Pastore Supremo; nel qual vincolo stà principalmente
riposta la comune incolumità e salvezza. Parimenti, dimenticati o posti in
non cale questi principii, rimane aperta la più larga via alle divisioni e ai
dissidii tra i cattolici, con detrimento gravissimo
dell'unione, che è il distintivo dei fedeli di Gesù Cristo, e che sempre, ma
in modo speciale al presente, per la collegata potenza di tutti i nemici,
dovrebbe essere il supremo ed universale interesse, in faccia a cui
converrebbe che tacesse ogni sentimento di personale soddisfazione e di
privato vantaggio.»
Prosegue dicendo, esser questo «un dovere che incombe a tutti, ma,
nella più rigorosa maniera, agli scrittori di giornali, i quali, ove non
fossero animati da questo spirito docile e sottomesso, tanto necessario ad
ogni cattolico, contribuirebbero a diffondere e ad aggravare gli inconvenienti
che si deplorano.»
Traccia da ultimo la via che gli scrittori cattolici debbono seguire.
«Il compito che loro spetta, in tutto ciò che tocca gli interessi religiosi,
e l'azione della Chiesa nella società, si è, di sottostare pienamente,
d'intelletto e di volontà, come tutti gli altri fedeli, ai proprii Vescovi ed
al Romano Pontefice, di seguirne e ripeterne gli insegnamenti, di rispettarne
le disposizioni.»
E conchiude: «Chi facesse diversamente, per servire alle mire e agli
interessi di coloro, di cui in questa lettera abbiamo riprovato lo spirito e
le tendenze, fallirebbe alla nobile sua missione, e invano si lusingherebbe di
far così il bene e la causa della Chiesa, non meno di chi cercasse di
attenuare o dimezzare la
verità cattolica, o se ne facesse troppo timido amico.»
Tale, V. F., la parola di Colui, che siede sulla Cattedra infallibile
di Pietro.
Provvidenziale parola! senza della quale, osiamo affermarlo, noi
avremmo presto dovuto ripetere piangendo le meste parole del gran Vescovo S.
Cipriano: actum est de episcopatus
vigore et de Ecclesiæ gubernandœ sublimi ac divina potestate.[2]
Era da aspettarsi che a questa parola lucida, mite, serena, lontana da
sdegni e da terreni interessi si piegassero le fronti ossequiose di tutti, e
più particolarmente di quelli, che non rifiniscono di parlare della loro
soggezione al Papa. Pure le cose succedettero altrimenti dalla parte di
costoro. Si giunse in alcuni giornali fino a mettere in sospetto il Vicario di
G. C. di dimenticare (orribile a dirsi!) i sacri diritti della Chiesa, di
piegare ad accordi co' suoi nemici, di aver anzi dato prove di siffatta
disposizione di animo. Se coloro che osteggiano apertamente la Chiesa
avessero, per fini facili a comprendersi, pronunziate tali bestemmie, v'era da
darsene pace; ma che si odano sulle labbra di cattolici, com'essi credono,
senza macchia, rendendole, per le apparenze, più pericolose, questo è che
strazia l'anima e la getta nel più amaro cordoglio.
E piacesse a Dio, o
Carissimi, che costoro, ammoniti, si fossero arrestati. Ma no. Eglino, che
giova dissimularlo? proseguono; e frutto di questo empio disegno, di scuotere
la sacra autorità, protestando ipocritamente
del contrario, è l'opuscolo uscito non ha guari alla pubblica luce, che ha
per titolo: La Lettera -
Dell'Eminentissimo Card. Pitra - I Commenti - La Parola Del Papa; opuscolo
che Noi denunziamo alla vostra attenzione, perchè sapendo che circola e si
diffonde nella Nostra Diocesi, troppo Ci preme di mettervi in guardia contro
di esso.
Dilettissimi; a questo punto sa il Cielo, quanto volentieri Noi
deporremmo la penna! ma Ci sprona la carità, e la carità, voi sapete, non
quœrit quæ sua sunt. Essa Ci obbliga ad anteporre la salute vostra, la
difesa del comun Padre, l'amore della Chiesa e della verità, alla Nostra
quiete, al Nostro riposo, ad ogni umano riguardo.
Se si dovesse stare alle frasi, onde artificiosamente è sparso il
libercolo in parola, certo si avrebbe ogni ragione di fargli buon viso, poichè
di nulla vi si parla così spesso, come della necessaria unione dei cattolici,
e della indispensabile soggezione ai cenni del Vicario di G. C.. Ma le facili
parole, messe là per ingannare, sono smentite dai fatti, in fondo ai quali è
il veleno, destinato a sciogliere i vincoli della disciplina ed a gittare la
discordia nella sacra milizia.
Il Pontefice con
espressioni assai chiare (così chiare che l'autore stesso della nota lettera
non penò a capire ed a sottomettersi) riprova
un documento uscito da chi meno doveva
aspettarsi; e il malaugurato opuscolo, che senza nome di autore si manda
al pallio, non cessa di esaltare quel documento stesso, quasi fosse qualche
cosa d'ispirato e di destinato da Dio a far risplendere nuova luce nella
Chiesa. E' questo rispetto per la parola del Papa, che si rappresenta in
sostanza, o come insipiente che non seppe intendere il documento, o come
ingiusto che colpì l'innocente?
Il Papa, usando di uno de' suoi più gelosi diritti, designa uomini che
a Lui sembrano idonei alla suprema dignità della Chiesa. Chi, amatissimi
Cooperatori, non salutò la creazione dei nuovi Porporati come degna, al pari
che le precedenti, del genio vasto e sublime di Leone
XIII, e come nuovo argomento di speranza per la intera cristianità?
Chi non riconobbe nell'innalzamento dei tre insigni Vescovi italiani il premio
dovuto al loro eminente sapere, alla loro singolare virtù, all'inconcussa
loro devozione verso l'Apostolica Sede, ai segnalati servigi da essi resi alla
causa della fede e di Dio? Pure l'autore del libercolo e i suoi fautori, senza
vergogna in faccia al mondo cattolico, non si peritano di chiamare questo un
fallo (pag. 53 - 54). Fallo
chiamano ancora se il Papa fa, con maniere piene
di carità, cessare un giornale in cui erano apparsi articoli, dai quali
trasparivano il sarcasmo e l'ironia. (ibid.)
In esso opuscolo inoltre si parla della discordia che si accende nella
Chiesa, quando tutte le circostanze in cui versiamo ci avrebbero invece a
condurre verso l'unità più stretta.
Sì, purtroppo la discordia esiste, ma di chi la colpa, domandiamo Noi?
Non forse di costoro?
Avidi di dominare, vorrebbero recarsi in mano il monopolio della Fede,
e, destituiti di ogni autorità, arrogarsi il diritto di condannare e mettere
fuori della Chiesa quanti non curvano il ginocchio davanti ad essi.
La unità per la quale supplico G. C. il Padre celeste, sint unum, la raccomandò non a delle parole, non ai laici, non ai
preti, ma ai successori degli Apostoli, e tra essi al Successore del Principe
degli Apostoli, centro d'onde partono e dove si appuntano tutti i raggi,
Maestro privilegiato di specialissima assistenza da Dio, Giudice senza appello
di tutte le controversie, Pietra fondamentale del mistico edificio eretto per
la salute degli uomini dal Verbo Incarnato, Pastore al quale con assoluta
potestà fu confidato tutto il gregge e tutti i Pastori, che nelle singole
Diocesi reggono le singole plebi.
Fedeli a questo divino disegno il Capo dei Pastori, e con Lui, e sotto
la sua guida, i Vescovi, procurarono che la Chiesa fiorisse sempre di quella unità
che è uno dei più chiari contrassegni della sua divinità. E' vero che nella
Chiesa sorsero e sorgeranno sempre eresie ed errori, ma la storia ci insegna,
che a segnalare gli erranti e a condannarli, non si levarono uomini privi
di autorità, ma i Vescovi giudici e custodi del sacro deposito della
Fede, ed il Romano Pontefice, che alle loro sentenze viene, quando il bisogno
apparisce, a porre il suggello della sua condanna e a dare il colpo definitivo
all'errore.
Per gli uomini però dello stampo dell'infelice che scrisse l'opuscolo,
cui si cerca di mettere nelle vostre mani, o V. F., questo metodo divinamente
sapiente ed efficace deve cedere il posto all'arbitrio di uomini senza
carattere, senza nome, e spesso con nome macchiato di tristi note.
Trasportati costoro da ambizioni personali, da rancori, da interessi,
coniano dei nomi, che non si curano nemmeno di definire, di circoscrivere
esattamente, per non dar luogo ad equivoci, e poi, senza discernimento, senza
riflessione, senza ascoltare le parti, li gittano sul viso ai loro fratelli,
ai quali per giunta rimproverano accoppiamenti con la setta infernale, più e
più volte condannata dai Papi, ed in ultimo sfolgorata con nuova luce di
sapienza dal fortissimo regnante Pontefice.
Intanto le persone così iniquamente assalite, si rivoltano, vedendosi
disonorate e giudicate, spesso contro
ogni ragione, da tali, che altro diritto non hanno in proposito fuor quello
che loro proviene dalla loro sconfinata audacia.
Noi siamo più che convinti, che tanti e tanti, d'animo nobilissimo, i
quali gemono ineffabilmente sotto l'accusa di esser ribelli a quella Chiesa,
per la difesa della quale darebbero volentieri, se fosse d'uopo, sin l'ultima
stilla del proprio sangue; che tanti e tanti, chiari per ingegno nel ceto
ecclesiastico e laico, i quali sono fatti bersaglio ad ogni più villana
ingiuria e coperti di fango, solo perchè professano opinioni lasciate ancor
libere dalla sapiente moderazione della S. Sede, umilmente si
sottometterebbero all'autorità sacra che riconobbero nel loro battesimo, e
spezzerebbero di buon grado la loro penna in ossequio alle decisioni,
qualunque fossero per essere, del Papa; sebbene sdegnino, e giustamente, di
sottomettersi a quelli che del Papa si usurpano le parti.
E' cosi che nel libercolo in discorso si fa ad ogni posta menzione di clerico-liberali,
senza dire che setta sia questa, quali siano coloro che ad essa appartengono,
quali gli errori professati; mentre apertamente e con chiare allusioni questi clerico-liberali,
ne' quali si comprendono Prelati e uomini di Chiesa, si accusano di essere di
intelligenza coi framassoni.
Ognuno di voi può capire, V. F., qual danno venga all'ordine
gerarchico ed alla concordia fraterna degli animi da queste accuse ogni giorno
ripetute, che partendo da
tribunali arbitrarii, o non hanno ragione di essere, o sono esagerate, e
mancano sempre di autorità, di direzione e misura. Quelli che si veggono
messi al bando della Chiesa, mentre hanno il diritto di restarvi, quelli,
ripetiamo, che hanno la coscienza di seguitare opinioni non riprovate dal
legittimo Magistero, quelli stessi che errano, ma che sentono non dover dar
conto ad altri che ai legittimi maestri e giudici, insorgono, gridano, si
querelano, rimandando le accuse, e così la santa Chiesa di Dio è dalle
intestine lotte perturbata e straziata orribilmente.
E' contro questi disordini appunto, V. F., che Leone
XIII, custode gelosissimo dei diritti Pontificali, e vindice sapientissimo
della libertà umana, richiamò il popolo cristiano all'osservanza di quella
gerarchica dipendenza, che può sola salvare l'unione dei fedeli fra di sé e
rendere la pace alle coscienze agitate.
Vi sono errori che si fanno strada fra i cattolici? vi sono massime e
dottrine che possono condurre a funeste conseguenze? Si aspetti che le vigili
scolte d'Israello mandino il grido d'allarme; che il Pontefice indichi, con
sentenza sicura, l'errore e gli erranti; ed allora la guerra mossa all'errore
non sarà più il fatto di pochi e indisciplinati soldati, ma del Duce
supremo, al quale fu data la certezza, siccome di giudicare infallibilmente,
così di vincere nei risultati sicuramente.
Quelli che ciò non
riconoscono, mentre senza missione accusano i fratelli di andar fuori della
Chiesa, vi vanno eglino stessi. Poichè, notatelo bene, o Carissimi, è fuori
della Chiesa tanto colui che disconosce la potestà sacra, quanto il temerario
che tenta arrogarsene l'officio e i diritti.
A voi pertanto Ci rivolgiamo, prima di dar termine al Nostro dire, o
amati Fratelli, gridandovi con quanto abbiamo di zelo: custodite, custodite lo
spirito dell'ecclesiastica disciplina!
E' l'amore spontaneo, sincero, costante, assoluto, inviolabile a questa
disciplina, la ragione delle nostre forze, il motivo delle nostre speranze, la
delizia della nostra vita, la sorgente di ogni nostro bene.
La disciplina nella Chiesa è cosa sacra; guai a chi osa profanarla!
Fatele scudo voi de' vostri petti contro tutti gli assalti, o V. F.;
fuggite le discordie, che ne sono la rovina; guardatevene come dal più enorme
delitto.
Io ve lo confesso e altamente lo
proclamo, scrive inorridito il Grisostomo, queste
scissure nella Chiesa sono colpevoli al pari dell'eresia. Il martirio stesso
appena è capace di lavar tanta macchia..... Il danno che ne proviene alla
Chiesa è più grande di tutto il male che potrebbe derivarle da' suoi nemici.
Gli attacchi de' suoi nemici la rendono più gloriosa, mentre le discordie de'
suoi figli la coprono di vergogna.[3]
Perciò, o Dilettissimi, bando allo spirito di particolarità e di
contesa, alle tendenze esclusive ed egoistiche.
Sia la carità la nostra divisa, l'arma del nostro combattimento.
Iddio, per usare le belle espressioni di uno degli insigni Personaggi
elevati testè all'onor della Porpora, Iddio, la verità, la giustizia, la
Chiesa, il suo Capo, la sua gerarchia, i suoi diritti, sì, si vogliono
difendere con vigore, con affetto, con calore, e, in una parola, con animo
virilmente robusto e cocente di amore divino. Anzi pensiamo noi che oggi sia
nostro debito farci di fuoco per difendere noi stessi e i nostri fratelli
dalle scaltrite mene della rivoluzione; ma nè il fuoco, nè il vigore, nè
l'affetto, che provengono da un'anima innamorata di Cristo, della Chiesa e del
suo Capo, han nulla che fare con le esagerazioni, le ampollosità, le
ingiurie, con quelle che S. Bernardo chiamerebbe guerre di parole: quœ
magis ad subversionem, quam ad inventionem proficiunt veritatis.[4]
Non dite poi, come quelli, cui fin da' suoi tempi rimproverava
l'Apostolo: io sono di Paolo e io di Apollo e io di Cefa, mentre siamo tutti
di Cristo.
Ricordatevi che nella Chiesa di G.C. ogni missione estragerarchica fu
esclusa; che, fundamentum aliud nemo
potest ponere præter id quod positum est, quod
est Christus Jesus;[5]
che nessuno può, nella scuola di Cristo, erigersi a maestro di quelli
infuori, che vi furono posti dallo Spirito Santo. Chi ricusa di assoggettarsi
a questo magistero è un temerario, chi gli si ribella è un apostata, chi
alza la testa contro di esso è un superbo, un ignorante, un anticristo, il
quale deve aversi in conto di etnico e di pubblicano.[6]
Ma quello è un grand'uomo! quell'altro un gran teologo! quell'altro un gran
filosofo! quell'altro un gran santo! Che importa ciò? E' un angelo del Cielo?
Se anche è un angelo del Cielo, e alza la testa, e insegna e scrive
oltre quello che insegna il Papa, che insegnano i Vescovi: anathema
sit, grideremo coll'Apostolo, sia scomunicato.
Neppure vi sia tra voi, o Dilettissimi, chi si lasci incogliere dalla
infausta illusione, che invade e allucina ai nostri dì alcune menti, eziandio
non perverse nè ingenerose, qual'è il credere, che possa essere veramente
col Papa colui, il quale, staccandosi dal necessario vincolo divinamente
stabilito dall'ordine gerarchico, non fosse unito nella obbedienza,
nell'ossequio e nella carità al proprio Vescovo, e, con questi e per questi,
unito al Papa; o, sotto colore di zelo e di esagerato sentimento di devozione
al Papa, scemasse di fatto la obbedienza ed il rispetto dovuti al Vescovo,
giudicandolo egli, per suo privato arbitrio, fedele o no ai
Pontifici ordinamenti. Sarebbe questo senza dubbio un prevenire il giudizio
della Sede Apostolica, un attentare alla divina costituzione della Chiesa, un
metter piede nella via del più raffinato e pernicioso liberalismo.
Unione dei fedeli col proprio parroco, unione dei fedeli e del parroco
col proprio Vescovo, unione de' fedeli, del parroco e del Vescovo col Papa,
centro di questa unione, ecco la regola schiettamente cattolica.
Al Papa quindi gli occhi della mente, o V. F., al Papa gli affetti del
cuore. Solo in lui e per lui e con lui, possiamo essere tutti un solo, e
procedere come esercito ordinato a battaglia, sicuri della vittoria.
Che se dolce e onorifico per noi cattolici è il vivere in unione col
Papa, il dipendere in tutto e sempre da lui, ah, che debb'esserlo molto più,
quando questo Papa si chiama Leone
XIII! Deh, quali azioni di grazie non dobbiamo a Dio per avere alle mani di
tanto Pontefice affidata l'opera sua in quest'ora della podestà delle
tenebre! A Lui, agli straordinarii suoi meriti, alle singolari sue virtù
vediamo inchinarsi le terrene potenze, rendere omaggio i suoi stessi nemici.
Che non dovremo far noi?
Non sia il nostro, o Cari, un omaggio di sterile ammirazione. Amiamolo,
oh! amiamolo il Papa, veneriamolo, cerchiamo nuovi modi di attestargli la
nostra devozione;
compensiamolo colla nostra illimitata obbedienza delle amarezze onde non
rifuggono di abbeverarlo figli indocili e ingrati; diciamogli: Padre Santo,
pensare in tutto e sempre come Voi, giudicare come Voi, sentire come Voi,
operare come Voi, soffrire con Voi, combattere con Voi e per Voi, ecco tutta e
sola la nostra ambizione, la gloria nostra.
Vi abbiamo aperto candidamente la Nostra anima, Venerabili Fratelli,
Parrochi e Sacerdoti, che con tanto zelo e con tanta carità venite in ajuto
alla Nostra miseria.
Ben lo sappiamo; acerbe nel primo gusto sembreranno ad alcuni le cose,
che Noi fin qui siam venuto dicendovi, ma spassionatamente vogliano cotestoro
meditarle appiè della croce, come appiè della croce le abbiamo spesso
meditate Noi, e non potrà fare che non ne abbiano vitale nutrimento, e non ne
rendano al Cielo azioni di grazie.
Dio vede, Fratelli amatissimi, la purezza delle Nostre intenzioni, quel
Dio che scruta i cuori e le reni, e innanzi al quale tutti a corto andare
dovremo presentarci!
Egli sa che Noi non conosciamo partiti, che non teniamo per alcuno, per
alcuna persona, per autore alcuno di essi; che amiamo tutti indistintamente;
che non giudichiamo le intenzioni di chicchessia; che non vogliamo e non
cerchiamo che la gloria sua e
il bene delle anime; che non siamo attaccati, per sua misericordia, che a Lui
solo, al suo Vicario in terra, alla santa sua Chiesa.
Sono grandi i dolori che soffriamo, vedendo la veste di Cristo divisa,
e forse più grandi dolori Ci aspettano; sed
nihil horum vereor, diremo coll'Apostolo, nec
facio animam meam pretiosiorem quam me, dummodo consummem cursum meum et
ministerium verbi quod accepi a Domino, testificari Evangelium gratiæ Dei.[7]
Ci è fin d'ora di vivo conforto il pensiero, che il trionfo della
verità potrà tardare, ma non fallire, e che il frutto più prezioso di
questo trionfo sarà, non ne dubitiamo, la piena libertà dell'Episcopato e
del suo Capo supremo, il Vescovo di Roma, da cui esso, l'Episcopato, mutua
tutta la sua forza, tutta la sua solidità, tutto il suo vigore.
Se non altro porteremo con Noi al sepolcro la soave certezza di aver
combattuto nel buon arringo, terminata la corsa, conservata la fede, e di
avere a riceverne da Dio, giusto giudice, l’immarcescibile corona.
In sul partire per la eterna Città, affine di compiervi, come già vi
annunziammo, il sacro dovere della Visita Ad
Limina, imploriamo di nuovo, Fratelli
Carissimi, il soccorso delle vostre preghiere, mentre con effusione di cuore
vi benediciamo nel Nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo. Piacenza, dal
Nostro palazzo Vescovile, 5 Ottobre 1885 †
Giovanni Battista Vescovo |
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