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32. Lettera Pastorale di Monsignor Vescovo di Piacenza per la Santa Quaresima del 1885 (La ragionevolezza della fede), 29.1.1885, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, pp. 48. La tematica della Pastorale, dettata dalla preoccupazione che la continua e crescente campagna contro il cristianesimo comprometta la vita religiosa della diocesi, ancora fiorente, si inserisce nel dialogo sulle verità fondamentali della rivelazione che Scalabrini ha avviato con il popolo, fin dall'inizio dell'episcopato; è intesa ad approfondire le motivazioni razionali della fede. Nell'ordine naturale l'uomo non ha difficoltà ad accettare come indubitabili dei contenuti acquisiti attraverso la testimonianza di altre persone, come è confermato dalla fede sui fatti storici, senza la quale si restringerebbero notevolmente i campi della cultura anche scientifica. Nella rivelazione cristiana la testimonianza è fatta da Dio che, essendo per natura sapienza e bontà senza limiti, non può ingannarsi o ingannare. Se si dà fiducia alla parola umana, soggetta alla fragilità propria di ogni creatura, non si vede perché sia offensivo per l'intelligenza accettare incondizionatamente un discorso che non conosce i limiti degli esseri contingenti. La ragione, pur dovendo rinunciare a comprendere il mistero rivelato, dispone tuttavia di prove che garantiscono con certezza assoluta l'origine divina della comunicazione delle verità religiose che la chiesa propone per l'atto di fede. In un clima culturale di diffuso positivismo, come quello dell'Italia della seconda metà dell'Ottocento, Scalabrini osserva che la rivelazione cristiana si regge su fatti che neppure la critica più acuta può mettere in discussione. Basti pensare alle profezie del Vecchio Testamento avverate puntualmente in Cristo; esse sono accettate anche dagli ebrei, che rifiutano il messaggio evangelico; sono concordi nell'annuncio degli eventi futuri benché formulate da persone appartenenti a nazionalità diverse. L'origine divina della rivelazione cristiana è provata pure dal modo stesso con cui viene annunciata, che è inadeguato agli esiti ottenuti: Cristo vince il mondo romano, che è nel massimo splendore, non con la sua presenza, come gli imperatori avevano fatto guidando le legioni, ma con la morte. Una sproporzione abissale si nota poi tra la diffusione ecumenica del cristianesimo e l'azione evangelizzatrice degli apostoli, privi di particolari doti e limitati come ogni essere creato. Scalabrini si richiama a S. Agostino osservando che se il cristianesimo si fosse imposto nel mondo antico senza interventi soprannaturali ciò sarebbe già un fatto trascendente. Il carattere divino della rivelazione è confermato dalla storia della chiesa che presenta una istituzione molto inferiore per risorse ed energie ai propri persecutori, ma sempre sopravvissuta alla loro fine. Queste riflessioni sono motivo di conforto e di speranza nell'infittirsi delle malignità della massoneria che, attraverso il bisettimanale locale "Il Piccolo", nel 1884 non ha perduto occasione per lanciare contro il Vescovo insinuazioni velenose e insulti.
Nel nome di Dio e della santa Chiesa , Venerabili Fratelli e Figliuoli
Carissimi, il Vescovo delle anime vostre vi annunzia vicini i giorni della
misericordia, vi esorta a cessare dai solazzi e divertimenti del secolo, e vi
scongiura, per quanto vi è cara la vostra salute, a rientrare un po'
seriamente in voi stessi e risanare le piaghe dello spirito col farmaco
indispensabile della mortificazione e della penitenza.
Ne' tempi andati, o
Dilettissimi, quando le solenni verità della Religione formavano, si può
dire, l'ornamento e la gioia delle famiglie, la gloria e lo splendore della
patria, erano questi i dolci, i soavi richiami del Pastore, all'appressarsi
dei giorni quaresimali. Egli era un padre, il quale, chiamata intorno a sé la
sua famiglia, le tenea discorso delle cose più care, ne destava il fervore,
ne correggeva il costume. Sì, è vero, anche allora il costume discordava
spesso dalla credenza, ma la fede non era assalita; essa viveva nei cuori;
bastava mettesse un grido, ed era ascoltata. Ora non più. Ci vediamo
costretti a porre in saldo i fondamenti stessi di questa fede, a propugnarne
le verità più elementari al cospetto de' suoi seguaci medesimi, e dopo tanti
secoli, a predicarla fra noi a un dipresso come farebbesi tra gli infedeli.
Mio Dio! a quali tempi ci avete Voi riservati! in quale abisso siamo caduti!
No, Noi non vogliamo illuderci, e molto meno vogliamo fare illusione a
voi, V. F. e F. C., che amiamo quanto l'anima Nostra. I tempi sono tristi!
Mali gravissimi per tutto innondano! In molti vien meno la fede, si spegne la
carità, la speranza si dilegua da cuori inariditi che più non credono, non
amano, non sperano nelle misericordie e nelle giustizie eterne. Che abbiamo
noi fatto di quella Religione santissima di Gesù Cristo, di quei forti
convincimenti cristiani, che ponevano l'uomo nelle lotte della virtù con
forza invincibile, che lo facevano vivere una vita continuata di sacrifizio
per l'amore di Dio e de' suoi fratelli, rivolto lo sguardo ai secoli infiniti?
Se questa città nostra, per mercé di Dio, non è ancora precipitata nella
miscredenza, e il popolo piacentino può dirsi ancora fedele alla Religione
de' padri suoi, pure diteci: per molti anche fra noi, che è divenuta la
parola di Gesù Cristo e della sua Chiesa? Negli anni teneri molte pratiche e
scarsa istruzione; ne' giovanili
un po' d'istruzione, ma senza il corredo di prove e senza fermi, profondi,
stabili fondamenti. Cresce l'età? altro tempo, altre cure: piaceri, affari,
interessi; e di Religione non una pratica, non un pensiero. Si entra nel
mondo? ecco mali esempi che la affievoliscono, discorsi iniqui che la
vilipendono, libri e giornali sacrileghi che la combattono, e derisioni, e
opposizioni, e scherni, e calunnie, e insulti, e bestemmie.
Non si ha dottrina per entrare a difenderla, non tempo nè volontà per
applicarsi a studiarla; contro i nemici mancano le forze, mancano gli aiuti
per la custodia di sé. Che fare adunque? vilmente arrendersi senza
combattere. Insorge allora, e ben presto, l'orgoglio a sostenere l'ignoranza,
e la Religione apparisce lontana come un trastullo dell'età puerile, come un
sogno dei giorni più belli.
Per tal guisa la Religione è posta in non cale da molti prima di
possederla, indi senza conoscerla si disprezza, e senza intenderla si
combatte. Non è taluno ancora suo discepolo, che è già suo nemico; ed è già
un incredulo, che non è ancora cristiano.
Di qui la necessità di insistere sulla fede e di ben rassodarla ne'
cuori.
Che cosa sia la fede e come dobbiamo credere, fu da Noi altra volta
dimostrato. Vediamo ora, o Dilettissimi, quanto il credere sia cosa
ragionevole. Ciò servirà, lo speriamo a farvi sempre più amare e stimare la
fede, e premunirvi contro gli errori, che gli emissarii di satana vanno
divulgando contro di essa continuamente.
L'uomo, anche nell'ordine puramente naturale, ha bisogno di credere.
Crede fanciullo alla parola dei genitori, giovanetto agli insegnamenti della scuola,
adulto agli uomini del suo tempo. Qual verità sappiamo noi, o Dilettissimi, o
qualcosa togliamo a fare, in cui la fede non entri, ed anzi, di cui la fede
non sia il fondamento? Se in una infermità voi mandate pel medico gli è che
credete ai soccorsi dell'arte; se raccogliete nel vostro campo le messe, gli
è che avete fede nel seme gettato; se varcate l'oceano infido, gli è che
state a fidanza di chi governa la nave. Tutto, tutto si appoggia alla fede.
Ogni studio, ogni disciplina si acquista per fede. L'autorità di quelli che
sanno è dapprima unica ragione a quelli che vogliono imparare. Nè
l'amicizia, che fa sì dolce la vita, nè i patti sociali, che annodano
insieme tanti e sì varii interessi, potrebbono, senza fede, comporsi o
conservarsi, ché nella fede si contraggono i matrimonii, nella fede si
conducono gli affari del credito e del commercio, nella fede il capitano e il
soldato, il principe e il suddito mutuamente si legano, e con officii
scambievoli si porgono mano.
Che dire poi della fede storica, la quale ha tanta parte nelle nostre
cognizioni di ogni maniera? Senza una tal fede, o Cari, sapremmo noi mai che
vissero un Demostene e un Virgilio, e che si combatterono terribili battaglie
a Lepanto e ad Austerlitz.
Anzi potremmo noi mai sapere, che vi è Pechino in Cina e il Nilo in Egitto,
se, non avendoli veduti, non lo credessimo sull'altrui testimonianza?
Quelle stesse cose, che in alcuni sono frutto della scienza, quanti le
ignorerebbero senza la fede! Contro tutte le apparenze, ammettono tutti oggidì,
che il sole è un milione e dugento settannovemila volte più vasto della
terra. Forse perché tutti sono arrivati a persuadersene collo studio
dell'astronomia? Non già; ma perché tutti credono alle affermazioni dei
pochi dotti, che a tale studio si applicarono. Così l'astronomo a sua volta
accetta le conchiusioni del geologo, il geometra sottoscrive a quelle del
naturalista, il psicologo adotta quelle del fisico....
Voi lo vedete, o Dilettissimi: la vita umana è tutta un atto di fede;
ed è la fede l'anima, per così esprimerci, della vita umana. Togliete questa
fede, la fede diciamo dell'uomo nell'uomo, e ogni vincolo tra noi, nella
famiglia, nella società, col passato, col presente, coll'avvenire è
spezzato. Chi, essendo sano di mente, ripudierebbe tal fede?
E se è giusto, se ragionevole, che noi crediamo tante verità di
ordine naturale, e le crediamo sulla testimonianza degli uomini, non sarà
egli tanto più giusto,
tanto più ragionevole, che crediamo le verità di ordine sopranaturale, e le
crediamo sulla testimonianza di Dio?
Imperocchè, o Dilettissimi, Dio ha parlato. Ha parlato in sul mattino
della creazione al nostro progenitore Adamo; gli ha parlato nei dì sereni
dell'innocenza, e nei giorni tristi del suo delitto e delle sue lacrime. Ha
parlato mano mano ai capi ed agli incliti personaggi di quella stirpe, che si
elesse a popolo prediletto. Ha parlato a Mosè dalla vetta del Sina, dandogli
fra i tuoni e le folgori le tavole della legge. Ma più ampiamente e
autorevolmente che altra volta mai, Dio ha parlato nella pienezza de' tempi
per bocca dello stesso suo Figliuolo Unigenito Cristo Gesù.
Sapienza e bontà infinita per natura, Egli non può nè ingannare, nè
ingannarsi, ond'è che alla sua parola dobbiamo credere, e credere ciecamente,
pienamente, fermissimamente, e credere così anche quando, delle verità
ch'Egli ci ha rivelato, non arriviamo a intendere la ragione. Come intenderla,
se questa è tanto più alta che noi non siamo? Ha parlato Iddio, e basta.
Ma come sappiamo noi che Dio è quegli che ha parlato? Lo sappiamo per
quelle prove esterne, ond'Egli stesso ha voluto accompagnare la sua Rivelazione. E' su tali prove, o Dilettissimi,
che può la ragione recare il suo esame. Più chiaramente: non dobbiamo noi
scrutare le verità della fede, e pretendere di scandagliarne le sacre e
misteriose profondità, ma partendo dai dati di essa fede, come certi e
inconcussi, ben possiamo esaminare il fondamento della loro certezza, per
sempre più consolidarci nel credere, anche col soccorso della ragione. La
quale inoltre, scopre nella natura stessa, mercé della scienza, maravigliose
analogie, o meglio, impronte evidenti di quelle altissime verità, delle quali
se non le è dato di penetrare l'intimo nesso, non può dubitare che il nesso
non vi sia, dacché i termini di esse non implicano contradizione; nè
potrebbono mai implicarla, come pronunziati divini della Verità prima ed
essenziale, che si è rivelata agli uomini. E qui entrano la storia e i
monumenti a provare il fatto; entra l'argomento logico a provarne la
possibilità; entra l'argomento morale a provarne la necessità; entra
l'esplicazione e il dominio maraviglioso della fede negli eventi umani che non
potrebbono mai intendersi, se non si ammettesse la secreta azione divina sopra
di esse. In ciò consiste la razionalità della fede: Rationabile
obsequium vestrum[1]
Uno sguardo alla
natura stessa delle cose rivelate. Chi non vede, che essendo elleno sublimi a
gran segno; non possono riconoscere un principio umano? Che essendo purissime,
non possono avere una sorgente corrotta? Che essendo tra loro così
mirabilmente collegate, non possono giudicarsi effetto del caso? Che essendo sì
bene in armonia con tutti i dettami della coscienza, non possono dirsi frutto
della guasta natura? Che essendo in sé stesse immutabili, non possono esser
figlie del civile progresso? Che essendo sì poco favorevoli alle nostre
inclinazioni, non possono aversi per trovati della politica? Che essendo in
una parola, perfettamente giuste, perfettamente sante, perfettamente buone,
non possono essere che l'opera di una Mente infinitamente perfetta, l'opera di
un Dio?
Ma più che astratte considerazioni, oggi, lo sappiamo, si domandano
fatti; e Noi ci atterremo ai fatti. Sono i fatti che portano i dommi; sono le
testimonianze esteriori il fondamento delle cose incomprensibili proposte alla
nostra credenza; ond'è che quando i fatti sono incontestabili, che quando le
testimonianze esteriori escludono ogni dubbio, anche le verità, che sopra di
loro si appoggiano, e che formano l'oggetto della fede, pigliano il valore
scientifico degli stessi fatti e delle stesse testimonianze, e l'uomo non può rifiutarli, senza
tradire sé stesso.
Or bene, quali fatti più incontestabili dei fatti della divina
Rivelazione? Sono fatti interessanti, numerosi, solenni; fatti circostanziati,
avvenuti al cospetto delle moltitudini, divulgati ai quattro venti, tramandati
di generazione in generazione, affidati alla storia, autenticati dalla
scienza, basati sui monumenti più augusti, passati pel crogiuolo della
critica più implacabile, creduti dalle intelligenze più sublimi, ammessi
dagli stessi increduli, identificati coi nostri costumi, colle nostre leggi,
col nostro incivilimento; fatti, che si possono negare, perché siam liberi, e
facoltativo è in noi l'uso e l'abuso della libertà, ma che non ostante
qualunque negazione, sussistono indestruttibili, e brillano ovunque di tale
splendore, da vederli, per così dire, anche i ciechi:
Testimonia tua, credibilia facta sunt nimis[2].
Per tacere di mille altri, l'adempimento delle profezie è uno di
questi fatti, la fondazione prodigiosa del Cristianesimo è un altro di questi
fatti, la sua mirabile conservazione è un altro ancora di questi fatti.
Figliuoli, ascoltateci: il Cristianesimo è la sola Religione che abbia delle prove; esso rifiuta ogni omaggio che
non sia ragionevole.
Non abbiamo che a svolgere la storia di quella Religione augustissima,
in grembo alla quale avemmo la sorte di nascere, per andar convinti, che
quanto crediamo fu, nella massima parte, predetto, e predetto molti secoli
prima, e predetto in termini sì precisi, da sembrare piuttosto la narrazione
di cose avvenute, anziché da avvenire.
Noi crediamo in Gesù Cristo, abbassatosi fino a noi, per rimetterci
co' suoi esempi e colla sua dottrina, sulla diritta via ch'era smarrita. Chi
mai degli uomini poteva penetrare i segreti di Dio, per conoscere il tempo, il
luogo, le circostanze più minute della sua nascita? Chi poteva naturalmente
pensare, che cosa mai Egli avrebbe quaggiù operato? Chi poteva prevedere la
sua morte, dopo il suo trionfo in Gerusalemme? il suo trionfo, dopo la sua
morte sul Golgota? Poteva alcuno immaginare, che questo Dio Salvatore, da
tanti secoli sospirato, sarebbe stato accolto da' suoi cogli oltraggi, colle
persecuzioni, colle percosse, e financo crocifisso? Eppure tutto ciò fu
predetto.
Due mila anni prima, Giacobbe annunzia, che il Messia verrà, e che
verrà dalla tribù di Giuda.[3]
Isaia ne designa la madre, e dice che sarà Vergine.[4]
Michea ne addita il luogo della nascita, e dice che sarà Betlemme.[5]
Daniele ne determina il tempo, e dice che sarà dopo scorsi 490 anni dalla
promulgazione del decreto di riedificazione del tempio.[6]
Non basta. Balaam fissa lo sguardo nella stella, che sorgerà dall'Oriente.[7]
Davide segue in ispirito i santi Re Magi, che vanno in traccia del Salvatore
per adorarlo e per offrirgli i loro doni. [8]
Geremia ode le strida delle donne di Betlem, che lamentano la strage degl'innocenti.[9]
Isaia parla dell'andata del Salvatore in Egitto,[10]
ed Osea ne fa noto il ritorno.[11]
Ciò non basta ancora. Annunziano i Profeti, che un Precursore, uomo di
straordinaria virtù, spianerebbe al Salvatore la via; [12]
che questo Salvatore divino sarebbe il Maestro degli uomini per eccellenza;[13]
che alla sua voce onnipotente ricuperebbero i ciechi la vista, i sordi
l'udito, i muti la favella, e l'uso del camminare gli storpi.[14]
Più ancora. Annunziano, ch'Egli sarebbe tradito,[15]
legato, accusato da falsi testimoni, ingiuriato, vilipeso, flagellato,
venduto;[16]
che sarebbe condannato dai Giudei e dai Gentili, crocifisso tra i
malfattori, schernito in croce.[17]
Tutto, tutto è predetto: persino l'umile cavalcatura, su cui avrebbe fatto il
suo ingresso in Sionne; persino i denari del tradimento; persino i chiodi, le
vesti, il fiele, l'aceto, le estreme parole, l'estremo anelito, l'estrema
ferita.[18]
Che più? Smesso il duolo, si vestono a festa, i Veggenti di Giuda, e con voce
improvvisa di allegrezza, e con canti di letizia sublimi, inneggiano alla
Risurrezione di Gesù Cristo,[19]
alla sua gloriosa Ascensione,[20]
alla discesa dello Spirito Santo,[21]
al trionfo del nuovo vessillo inalberato fra i popoli, la Croce.[22]
Piangono di nuovo sulla riprovazione del popolo di Dio e sulla distruzione
della santa città,[23]
ma poi si riconfortano al pensiero della finale conversione delle reliquie d'Israello,[24]
esultano di gioia per la vocazione e la conversione dei gentili alla vera
fede,[25]
magnificano la inesauribile fecondità della Chiesa, [26]
e celebrano le meraviglie dell'unico ed universale sacrificio della nuova
alleanza. [27]
Tutto ciò, o Dilettissimi, fu predetto, e tutto, come vedete, si è filo per
filo avverato.
Così cinquecento anni prima della nascita di Cristo, già sapeasi di Lui poco meno di quello che ne sappiamo
noi dopo la sua venuta. Deh! chi mai poté svelare alla terra i segreti del
Cielo? Chi, se non quel Dio, innanzi al quale stanno immobilmente presenti
tutte le cose, che furono, sono e saranno?
E vedete (mirabile disposizione della Provvidenza divina!): non sono i
cristiani soltanto, sono gli Ebrei, gli stessi Ebrei, del Cristianesimo aperti
nemici, che attestano il tempo in cui siffatte profezie vennero scritte; essi
i custodi gelosissimi dei libri che le contengono; essi i testimoni non
sospetti dell'antichità e integrità dei medesimi. Noi,
dichiarava in faccia al mondo Giuseppe Ebreo, sessant'anni appena dopo Gesù
Cristo, noi abbiamo tale un rispetto per
questi libri, che nessuno fu mai tanto ardito da togliervi, da mutarvi, da
aggiungervi la benché minima cosa. Noi li consideriamo come divini, e così
li chiamiamo; noi inviolabilmente li osserviamo, e moriamo con gioia, se è
duopo, per conservarli. (Libr. 1 cap. 2.)
E vedete, o Dilettissimi, cosa più mirabile ancora. Sono molti di
numero i Profeti, che si succedono in Israele. Sono di patria lontani l'uno
dall'altro, d'indole l'uno dall'altro disformi, di coltura
l'uno dall'altro diversi. Sono l'uno dall'altro separati da molti secoli.
Eppure si intendono tutti perfettissimamente. Un sol pensiero, un sol disegno
è di tutti. Si direbbe, che stiano tutti di concerto lavorando per ritrarre
su ampia tela la figura divina dell'Aspettato. Lo veggono! ne sono commossi,
rapiti.....Passano i primi e ne abbozzano il fondo; arrivano i secondi, e
compiono i tratti lasciati imperfetti dai primi. Più si accostano
all'avvenimento, e più le tinte si fanno vive, più spiccati ne escono i
contorni. Il quadro è terminato. Esso attende, sotto il velo, il gran giorno
dell'esposizione, in cui la presenza stessa dell'originale verrà a far meglio
rilevare il prodigio della somiglianza.
Ora domandiamo Noi: chi pose sott'occhio all'uman genere questa gran
tela, e di secolo in secolo chiamò per nome i pittori a disegnarla? Chi ispirò
le loro menti? chi guidò i loro pennelli così, da sembrare in fine la loro
opera, l'opera di un solo? Chi, o Dilettissimi, se non l'Artefice eterno delle
cose, il Re immortale e invisibile dei secoli?
Se dunque Dio solo può prevedere il futuro; se Egli solo poteva
inspirare i Profeti, questo necessariamente è uopo concluderne: che Egli solo
è l'autore della nostra fede, tante volte, in tanti modi, da tanti Profeti
predetta tanti secoli prima. Vera e divina è dunque quella fede, per
stabilire e mantenere la quale, Dio stesso ha parlato. Beati, o Signore,
quelli che ti ascoltano!
Il Cristianesimo, ecco il fatto, il gran fatto, che dovea tener dietro
alla venuta del Salvatore, e che i Profeti parimenti vaticinarono. Esso è
qui, noi lo abbiamo sott'occhio continuamente, possiamo toccarlo con mano. Ora
come mai si è quaggiù stabilito?
A meglio comprenderlo, o Dilettissimi, rimontiamo il corso dei secoli,
trasportiamoci col pensiero ai tempi di Roma pagana, osserviamo per poco lo
stato del mondo di allora. Quale orrendo spettacolo! Da una parte i padroni,
intesi solo a sbramare le più malvage loro voglie, dall'altra la turba
sterminata degli schiavi, avuti in conto di cose, senza diritti, senza difesa,
condannati per lo più a morire d'inedia o ad essere gettati a pascolo delle
fiere. Non cognizione vera, chiara, certa di Dio. Nei dotti, nei filosofi il
dubbio più desolante, il materialismo più schifoso; nel popolo la più
spaventosa corruzione morale, l'abbrutimento giunto all'estremo. Della vita
avvenire, in pochissimi un'idea vaga; nell'immensa maggioranza neppur questa.
La regola de' costumi
pubblici e privati, incertissima ne' sapienti nei più ignorata, pervertita,
guasta.
Era almeno più costumata la capitale dell'Impero, la dominatrice dei
popoli, Roma? Pensate! essa, che insieme alle spoglie del mondo, per usar le
parole di un moderno scrittore, ha
fatti suoi tutti gli errori, tutti i vizii del mondo, entro a' suoi
quattrocento templi adora ben oltre a trecentomila deità. Il suo culto è un
tessuto di turpitudini, le sue feste sono saturnali d'infamia, i suoi delubri
scuole di dissolutezza, i suoi dei l'apoteosi del vizio. Briaca di voluttà,
non conosce altra legge che il maltalento; nuotante nell'oro, è sua delizia
gittarlo a raffinamento di lussuria e di gola; sitibonda di sangue, gode
guazzare nell'anfiteatro e nel circo. Il Pontefice S. Leone Magno non sapeva
paragonarla ad altro che ad una selva di bestie frementi.
Tale, o Dilettissimi, lo stato del mondo pagano, allorché apparve fra
gli uomini Gesù Cristo.
E questo paganesimo, notate bene, non era cosa del momento. Contava
secoli e secoli di vita, e la religione che professava era comoda, gioconda,
voluttuosa; filtrava in tutta la vita privata e pubblica dei cittadini, avea
messo nel cuor di tutti
profondissime radici; era dalle leggi consacrata, dall'autorità sostenuta,
dalle feste abbellita. Le lettere, le arti, le scienze, i pregiudizii, tanti
secoli d'inauditi trionfi la rendeano veneranda agli occhi di tutti e tutti la
riguardavano come la più preziosa eredità degli avi, come opera degli dei,
come causa prima della grandezza e della gloria militare della patria.
Ora che cosa voleva far Gesù Cristo? Atterrare quell'immane colosso,
ridurre in polvere i suoi idoli, spezzare le sue imagini, abbattere i suoi
templi, distruggere i suoi altari, rifare i codici, riformare le leggi, mutar
le usanze e i costumi dei popoli; cambiare insomma la faccia dell'universo.
Quale disegno! Avrebbe l'uomo potuto anche solo idearlo?
E tuttavia questo era il meno. Intendimento di Gesù Cristo era quello
di innalzare su quelle rovine medesime il suo trono, di sostituire al regno di
satana il suo regno; al regno dell'orgoglio quello dell'umiltà; al regno
della carne quello dello spirito; a tutti i vizii più accarezzati, le virtù
più ardue, più difficili: la fede a verità impenetrabili, la dilezione dei
nemici, il distacco da ogni affetto disordinato, la carità, la castità, la
mansuetudine, la mortificazione, la penitenza, l'infrenamento dei sensi,
l'abnegazione del cuore,
tutto ciò, vale a dire, che il mondo avea in odio maggiormente.
Avesse almeno Gesù Cristo promesso, a quelli che tali cose mettessero
in pratica, ricompense d'ogni maniera in questa vita, ricchezze, onori,
piaceri, divertimenti, comodità.... Nulla di tutto questo. I suoi premii sono
grandi, ma invisibili; le sue dolcezze inenarrabili, ma future. Egli non
promette in questa vita altra mercede a' suoi, che l'odio di tutti, la
persecuzione, i flagelli, la morte[28].
Pretendere così, che tutti abbiano a credere quanto insegna, che tutti
abbiano ad obbedire a quanto comanda? Appunto; e vuol essere obbedito non già
per apparenza, ma di gran cuore; non già per qualche tempo, ma finché basti
la vita.
Fosse almeno venuto sopra la terra Gesù, quando gli uomini, ignari di
tutto, erano disposti ad abbracciare qualunque dottrina. Tutto l'opposto. Egli
comparve nel secolo d'Augusto, nel secolo di Pollione, del dotto Igino
bibliotecario imperiale, di Celso Cornelio, sopranominato l'Ippocrate dei
latini; comparve nel secolo, in cui gli uomini leggevano le arringhe e i
dettati filosofici di Cicerone e si pascevano dei pensieri di Virgilio e di
Orazio; comparve nel secolo in cui i giardini
di Mecenate echeggiavano ancora delle dotte dispute e delle poetiche armonie
delle quali furono teatro; comparve allora che nelle principali città
dell'Italia, della Grecia, dell'Asia e dell'Africa, si coltivavano con ardore
le lettere romane, greche, ebraiche, orientali; quando Antiochia, Tarso,
Corinto, Mileto, Efeso, Pergamo, Atene, Alessandria, Cartagine, ridondavano di
politici, di filosofi, di scrittori; quando, in una parola, il mondo antico
era nel suo massimo splendore di civiltà.
Si fosse almeno Gesù ristretto ad alcuni discepoli, o tutto al più ad
una qualche particolare provincia. No; esso vuole avere alla sua scuola tutti
gli uomini, qualunque sia la diversità della loro lingua, delle loro idee,
dei loro costumi; vuol penetrare, ove Alessandro non giunse; là oltre confini
dei Parti e dei Garamanti, ove Pompeo spinse lo sguardo cupido, ma non i
passi; là oltre l'Eufrate, ove Crasso pagò con la propria vita e la propria
rinomanza la temerità dimostrata nel valicarlo; là oltre il Reno, ove Varo
lasciò le ossa delle sue legioni; là.... ma a che segnar limiti? Gesù vuol
superare ogni limite di spazio e di tempo; vuole che il suo dominio si estenda
dall'una all'altra estremità della terra; vuole
che il suo regno sia un regno unico, universale, perpetuo. Suvvia dunque,
cingi a' tuoi fianchi la tua spada, o Potentissimo! Colla tua speciosità e
bellezza tendi l'arco, avanzati felicemente, e regna. Presi al lampo del tuo
sguardo, all'incanto della tua presenza, al fascino della tua parola, i popoli
cadranno a' tuoi piedi.... Eh no, Dilettissimi! Gesù proponevasi di conseguir
tutto questo sapete quando? Scomparso che Egli fosse dalla faccia del mondo: et
ego si exaltatus fuero a terra omnia traham ad me ipsum.[29]
Dio immortale! Dove si intese egli mai che un filosofo, un duce, un
conquistatore, per fondare un impero, o anche solo una scuola, ne tramandasse
l'attuazione al tempo in cui il soffio della sua anima sarebbe fuggito, e la
sua carne si chiudesse nel sepolcro? Possiamo noi immaginare Marco Aurelio, la
cui figura sovrasti dal mausoleo dettando tuttavia al popolo aforismi di
filosofia e morale stoica? Comprendiamo noi forse il figliuolo di Amilcare che
dal suo tumulo del Ponto spaventi i Romani? Comprendiamo il fantasma del primo
Bonaparte, che di sotto alla cupola degli Invalidi, inalzandosi, faccia ancora
tremare l'Europa e la
governi? E tuttavia questo, che noi non arriviamo a comprendere di nessun uomo
e di nessuna istituzione, era il concetto meraviglioso di Gesù Cristo:
regnare dalla croce, governare dal sepolcro: et
ego si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum. Lo volle e
l'ottenne. Chi non vede anche qui il dito di Dio, la virtù di Dio,
l'onnipotenza di Dio?
Virtù e omnipotenza, o Dilettissimi, che si rendono vieppiù
manifeste, se per poco riflettiamo ai mezzi da Gesù Cristo adoperati per
incarnare il suo vasto disegno.
Trattavasi, come abbiam detto, di distruggere il mondo pagano, per
innalzare sulle fumanti sue ceneri il mondo cristiano. Or bene, domanda qui un
egregio oratore, chi mai sarà trovato acconcio a tant'opera? Donde attingere
la parola per farsi strada a tante menti ottenebrate, a tanti cuori riottosi?
Qual impeto d'eloquenza potrebbe mai bastare all'uopo? Qual nerbo di armati?
Quale profusione di tesori? Attenti, risponderemo collo stesso oratore, che il
superbo colosso di Nabucco vuol essere frantumato da un sassolino staccatosi
dalla montagna. Noi sappiamo che G. C. aveva detto altra volta di
tener pronte a' suoi cenni dodici e più
legioni di Angeli. Ebbene, ove son essi? Scendano adesso tra i figliuoli degli
uomini, scorrano colla rapidità del baleno tutta quanta la terra, parlino ai
principi, scuotano le moltitudini, operino meraviglie: egli potrà forse
avvenire, che alle loro parole si sfascino i simulacri dell'idolatria e tutte
le genti si prostrino dinanzi ai nuovi altari di Gesù Cristo. Ma che parliamo
noi di legioni di Angeli? No, non è agli Angeli, che G. C. affida
quell'altissimo ufficio; i ministri del suo Vangelo sono uomini. Uomini? Su
adunque: sopra questi eletti di Dio si trasfondano insieme la sapienza degli
Egizii, l'eloquenza dei Greci, le ricchezze dell'Asia, la potenza dei Cesari,
e colla parola, colla spada, coll'oro, si aprano le vie a sottomettersi le
nazioni. Ma che parliamo noi di Egizii e di Greci? Gli inviati di G. C. sono
tolti di mezzo a un popolo, che riputavasi a que' dì il più barbaro de'
barbari, il più vile de' vili: sono Giudei. Giudei? Ma saranno almeno i
principi della Sinagoga! No, appartengono alla plebe minuta. Saranno ricchi!
Non posseggono nulla. Saranno dotti! Sono poveri pescatori, nè si conoscono
d'altro che di barche e di reti. Saranno un prodigio di virtù! Sono garruli,
susurroni, impazienti, ed il loro capo è reo di spergiuro. Saranno un
miracolo d'intrepidezza! Sono timidi, pusillanimi; ebbero la
viltà di fuggire alla minaccia di un primo pericolo, e il più ardente tra di
loro rinnegò il suo divino Maestro per paura di una fantesca. Ma adunque
saranno almeno in grandissimo numero! No, no, non sono che dodici, e devono
separarsi l'un l'altro, compartirsi il mondo, recarsi per tutte le provincie
dell'impero, valicare gli oceani, attraversare i deserti, penetrare nelle
isole più remote, e predicare nelle sinagoghe, e filosofare nell'Areopago, e
tuonare ai re, ed evangelizzare tutte le genti!
Dilettissimi, che ne dite? Vi sembra egli che questi uomini così
rozzi, così deboli, così pochi, abbiano senz'altro a riuscir nell'intento?
Il solo sperarlo non sarebbe in essi follia? E tuttavia, vedeteli: sono già
sulle mosse! Non domandano qual corso tengano i fiumi, qual direzione abbiano
i monti. Da Gerusalemme essi vanno, ma dove? In tutte le regioni del mondo
conosciuto. Vanno nelle Indie,
nella Cina, in Grecia, fra i popoli imbevuti della dottrina di Confucio, di
Budda, di Zoroastro. Si reca Giovanni nell'Asia minore, Filippo nella
superiore, Tommaso fra i Parti, Andrea fra gli Sciti, Simone in Persia, Matteo
nell'Etiopia, Taddeo nella Mesopotamia, Mattia nella Colchide, Bartolomeo alle
contrade dell'estremo
Oriente, Paolo in Grecia, e su tutto il littorale del Mediterraneo sino al
mezzodì delle Gallie e della Spagna, e Pietro? Pietro a Roma, capitale di un
Impero che si stende dall'Eufrate al Tamigi, dalle cataratte del Nilo alle
colonne d'Ercole; a Roma, città che piega il ginocchio alle divinità di
tutte le nazioni raccolte nel Pantheon d'Agrippa, ed ove per le sue vie
insieme al popolo si accalcano stranieri e rappresentanti d'ogni fatta culti.
Rapida come la luce, potente come la folgore, la parola di que' dodici
già risuona dall'Oriente all'Occidente, dal Mezzodì al Settentrione, già
nuova vita infonde per ogni dove, già suscita ovunque prodigi. Noi vediamo
l'ignoranza confondere la sapienza, la debolezza vincere la forza, la povertà
prevalere alle ricchezze. Ammutoliscono gli oracoli di Lesbo, di Delfo, di
Efeso, di Dafne, di Delo; diventano silenziosi i boschi di Dodona, Giove
scompare dal Campidoglio, Diana dal Partenone, Venere da Citera e Pafo. Le
scuole dei filosofi rimangono deserte, le intelligenze più sublimi sono
conquistate; i Probi, i Clementi, i Giustini, gli Anicii, i Paolini, gli
Atenagora, i Gracchi, i primi dell'esercito, i più celebri del Senato
domandano umiliati il battesimo di Gesù Cristo, e il popolo, vinto da una
potenza invisibile, arcana, fuggire
dal Pantheon, maledicendo a' suoi numi e prostrarsi piangendo appiè della
Croce, e salutare come vessillo di libertà il patibolo dello schiavo.
Deh, noi pure, o Dilettissimi, pieghiamo a terra il ginocchio, ché
troppo è qui manifesta l'opera di Dio! O gli apostoli, diremo con S.
Agostino, hanno persuaso l'universo coll'operare miracoli, o lo hanno persuaso
senza operare miracoli. Se coll'operare miracoli, allora era Dio che
presiedeva a quest'opera, era Dio che parlava e che agiva ne' suoi inviati,
non potendo il miracolo venir che da Dio[30]; se poi l'universo lo hanno persuaso senza operare miracoli, e allora
ancor meglio si pare l'intervento divino, avvegnachè tutte le cause naturali,
che avrebbero potuto produrre la persuasione, erano per lo contrario
altrettanti ostacoli umanamente invincibili. Non v'è che una causa
soprannaturale, che abbia potuto trionfarne, e produrre un effetto, che tutte
le cause naturali dovevano non solo non produrre, ma bensì impedire.
Siffatta persuasione operata senza miracoli è dunque uno dei più
grandi miracoli, che umano intelletto
possa concepire; più grande, dice il Grisostomo, della creazione medesima
dell'universo. Imperocchè finalmente il nulla non ha fatto resistenza
all'onnipotenza di Dio, quando volle creare il mondo; ma il mondo qual
resistenza non ha opposto alla Provvidenza di Dio, allora che volle quaggiù
istituire la sua religione? Nondimeno Dio si è fatto ad un modo obbedire e
dal nulla e dal mondo: il mondo non era; Dio volle che fosse e fu, dice il
Profeta: dixit, et facta sunt.
Medesimamente il mondo non credeva; Dio volle che credesse e credette, dice S.
Agostino: jussit, et creditum est.
Credette. Noi non siamo che di
ieri, affermava sin d'allora Tertulliano rivolto ai gentili, e già popoliamo tutto il vostro impero, le città, le isole, le
castella, le borgate, gli accampamenti, le tribù, le decurie, i palagi, il
Senato, il Foro, tutto, fuorché i vostri templi[31].
Ma i templi anch'essi, in poco d'ora, o sparirono affatto, o ripurgati,
echeggiarono delle laudi all'unico vero Dio, servirono di piedestallo alla
Croce. E la Croce si elevò trionfante sulle cime del Campidoglio, e la Croce
apparve maestosa sulla punta degli obelischi, e si vide la Croce folgoreggiare
tra la luce di mille gemme
sulla fronte dei Cesari, e il mondo s'accorse d'esser divenuto cristiano! E' un fatto questo che nessuno può negare, e che prova esser desso
opera di Dio, così un incredulo[32]
Se non fosse il Cristianesimo opera di Dio, come mai avrebbe potuto
arrivare incolume fino a noi attraverso a tante vicende? Dopo ormai venti
secoli di esistenza, donde mai esso trae questa gran vita, questa giovinezza
immortale, per cui esso solo al mondo non partecipa al destino delle umane
cose, la distruzione? E mentre il dente del tempo tutto rode, stritola,
annienta, e non si veggono attorno che rovine, e troni che crollano, e imperi
che cadono, e società che si trasformano, e sistemi che scompaiono, e le
generazioni che sorgono e che muoiono, il Cristianesimo solo non muore, lui
solo sempre sussiste, intiero, con tutte le sue dottrine; i suoi dogmi, la sua
morale, il suo culto, il suo Capo, la sua gerarchia, e sempre presiede ai
destini dei popoli, e sempre si vede intrecciato a tutte le vicende del genere
umano; lui, lui solo dura testimonio di tutte le agitazioni, di tutti i
rivolgimenti, di tutte le decadenze, di tutte le rovine, e si va sempre più
fortificando frammezzo
all'immenso naufragio degli uomini e delle cose?
E' questo un altro fatto certissimo, solennissimo, incomparabile,
affatto contrario a tutte le leggi della natura, a tutte le osservazioni della
esperienza; un fatto che non si può ripetere da veruna causa naturale, e si
deve necessariamente ripetere dalla causa delle cause, che è Dio.
A ben giudicare però della solidità e bontà di un'opera, è d'uopo,
o Dilettissimi, vederla sola, di fronte agli ostacoli, sul campo, diremo così,
di battaglia. Per ogni idea, come per ogni istituzione, bisogna che si levi il
vento della prova, bisogna che in fine quest'idea, questa istituzione
apparisca in faccia al mondo colla sola sua forza, avendo ogni cosa contraria,
e nient'altro dalla sua, che la propria intima energia.
Ebbene, qual religione al mondo più provata, più combattuta del
Cristianesimo? Al primo affacciarsi de' suoi primi Apostoli, al loro primo
comparir tra le genti, si aprono le carceri, si affilano le spade, si
schiudono gli anfiteatri, si sguinzagliano i leoni; e giudei e pagani e retori
e mimi e filosofi e tribuni e proconsoli e Cesari si levano furibondi, come un
sol uomo, per arrestarne i passi, per soffocarne la voce. Una lega generale si
forma contro i seguaci del Nazareno.
L'universo non è più che un'arena immensa, nella quale nobili matrone,
timide verginelle, teneri fanciulli, vecchi cadenti, si precipitano con ansia
invida per combattere, per sottoporsi a tutti i tormenti che la crudeltà dei
tiranni riesce a inventare. Tre secoli dura il combattimento, o più veramente
la carneficina, e tutte le regioni rosseggiano inaffiate di sangue innocente.
Orsù qual poteva e dovea credersi l'esito di tanti sforzi? Il giudizio
dipende dal bene stimare la proporzione fra i mezzi adoperati a sostenere il
cristiano edificio e gli urti non interrotti per atterrarlo e distruggerlo. Ma
qual fu mai questa proporzione? Dal lato dei nemici il numero innumerevole e
compatto; dal lato dei sostenitori il numero tenuissimo, nè sempre unito. Dal
lato dei nemici la grandezza, la possanza, la gloria; dal lato dei sostenitori
la ignominia, la debolezza, la povertà. Dal lato dei nemici eloquenza,
facondia, ogni ragione di filosofia e di umano sapere; dal lato dei
sostenitori una dottrina schietta e popolare, una comunissima semplicità. Dal
lato dei nemici l'astuzia, la satira, lo scherno; dal lato dei sostenitori la
dolcezza, la pazienza, la calma. Insomma Gesù Cristo e i Cesari che si
contendono l'impero. Ma i Cesari cinti d'armati, di trofei, di conquiste,
coronati di alloro, portati
sul carro della vittoria, con nella sinistra le briglie dell'universo e il
fulmine nella destra; e Gesù Cristo da patiboli cinto e da catene, da eculei,
da vittime, e nuotante nel sangue de' Martiri. Tutti contro Lui; Egli solo
contro tutti. E qui l'aquila romana che spiega il volo infaticato, e sui re
della terra lo volge, e loro strappa le corone di capo, e rompe gli scettri, e
sotto l'ombra delle ampie sue ali conduce i bellicosi eserciti, che il mondo
resero tributario del Campidoglio; e là lo stendardo della Croce lacerò,
insanguinato, che i suoi non riaduna, se non per guidarli al supplizio ed alla
morte. Oh confronto! oh contrasto! Da qual parte, o Dilettissimi, piegherà la
vittoria? Fa mestieri il dirlo? Se le cose naturalmente si apprezzino, è a
tener per fermissimo che la forza la vincerà sulla debolezza, e il
Cristianesimo dovrà cadere distrutto.
Ma no! ancora una volta la debolezza la vince sulla forza. Come iroso
torrente la possanza de' Cesari precipita e passa, e l'albero del
Cristianesimo non solo è in piedi e si mantien saldo, ma più e più profonda
nel suolo le sue radici e stende all'ingiro i robusti suoi rami, ed è
mirabile agli occhi nostri!
Le dure prove della cattolica Religione non sono dopo quel tempo cessate, perché non debbono cessar
mai, e l'esito è sempre eguale. Sia ella di nuovo attaccata dalle crudeli
zanne della potenza, o dai sofismi e dalla scaltrezza della filosofia
regnante, o dalla pertinace malizia degli eretici, o dalla barbarie dei tempi,
o dalla scostumatezza de' suoi stessi figliuoli, o dalla ipocrisia degli
indocili suoi ministri, ovvero da tutte queste cose insieme, ella si affligge
bensì, si mostra bensì costernata, e più de' suoi figliuoli che di sé
stessa sollecita. Tutti i nemici di lei intuonano sempre trionfo sopra i suoi
gemiti. Ma attendete un istante: l'afflitta è ancor vivente; contrappone
ancora la sua fede, la sua mansuetudine, la sua invitta pazienza, i suoi
preghi; profferisce ancora il suo sangue. Oh, bella Sposa di Cristo! tergi le
lacrime, rasserena il ciglio e ti guarda d'intorno; più non esistono i tuoi
nemici; essi passarono come ombre notturne, sono tutti sotterra pascolo de'
vermi, e la loro memoria è spenta od esecrata. Tu ancora esisti, tu vivi, e
l’universo batte palma a palma al tuo trionfo.
E oggi, oggi stesso, o Dilettissimi, non siamo noi spettatori per una
parte della guerra colossale, terribile, che la framassoneria ha ingaggiata
contro la Chiesa su tutti i punti del globo, e per l'altra della vita fresca,
rigogliosa, che su tutti i punti del
globo spiega questa Chiesa medesima? Anche
oggi tutto passa d'intorno a lei, ed ella sola non passa; tutto
d'intorno a lei cade e precipita, ed ella sola rimane, sempre bella, sempre
attiva, sempre la stessa, ieri, oggi, domani, a destra, a sinistra, ad
oriente, ad occidente. Eppure, lo vedete, è sola, inerme, abbandonata, non ha
difese, non ha nulla. Qual è dunque, torniamo a domandarlo, qual è il
braccio invisibile che la sostiene?
Se noi vedessimo un uomo inerme, che si batte con un altro uomo forte
ed armato e l'atterra, rimarremmo attoniti: se lo vedessimo battersi con due,
con quattro, con dieci, con venti, or l'uno dopo l'altro, ora tutti insieme, e
li atterrasse, appena crederemmo ai nostri occhi: se lo vedessimo battersi con
cinquanta, con cento, con mille, e vincerli tutti ad uno ad uno, senza mai
cedere, nè mostrarsi stanco della lotta, noi dovremmo dire: questi non è
uomo, o se è uomo, egli è divinamente protetto e difeso. E' precisamente il
caso del Cattolicismo, di questo novello Davidde, che nel corso di ormai venti
secoli, inerme, solo, ha atterrato mille e mille Golia armati, e senza
paragone più potenti di lui. Se questo non è miracolo, qual sarà mai?
Sì, Dilettissimi, sì. Le prove che dimostrano che divina è la nostra fede, e che Dio quindi è colui che ha
parlato, sono tante e sì luminose, da potersi dire non solo bastevoli, ma pur
soverchie: Testimonia tua credibilia
facta sunt nimis. Dal poco che Ci venne toccato di volo, rispetto al
troppo più che siamo costretti a passare in silenzio, potrete esservene
persuasi.
Che abbiamo pertanto a conchiudere? Abbiamo a conchiudere senz'altro,
che la nostra fede, come quella che è basata sopra titoli per ogni verso
incontestabili e decisivi, è sommamente ragionevole: rationabile
obsequium vestrum. Essa, la fede, suppone sempre la ragione, perché, come
tutti i Padri dichiarano, non si crederebbe se non si vedesse che bisogna
credere; se col mezzo della ragione non si riconoscesse l'autenticità
incontrovertibile dei titoli, che motivano e ci impongono moralmente la nostra
sottomissione; quindi è che credendo, il cattolico non abdica, come
leggermente usano dire alcuni, non abdica ai lumi della ragione, non crede
ciecamente, ma crede ciò, che la ragione vede che fa d'uopo logicamente
credere, e che non si può rifiutare di credere, senza cadere nella
irragionevolezza.
Che importa se le cose proposteci a credere sopravanzano le nostre
facoltà? se desse sono avvolte in quelle nubi impenetrabili, che si appellano
misteri? Dal momento che
Dio ha parlato, e ha lasciato sulla terra i monumenti splendidi e imperituri
della sua parola, Esso acquistò il diritto d'essere creduto tanto di quello
che conosciamo, quanto di quello che non comprendiamo; il visibile ne sta
mallevadore dell'invisibile; e non altrimenti l'intese il mondo. Il mondo
vide, che se il mistero ha tanta parte quando si tratta dell'uomo e della
natura vegetale, minerale, animale, tanto più deve averne allorché si tratta
di Dio, che si è definito il Dio
ascondito, che abita una luce inacessibile, e però con una fede viva,
ardente, inestinguibile, non ostante i misteri, il mondo si è schierato sotto
lo stendardo della Croce, e il suo occhio umido, come altri disse, il suo
sguardo sereno ed aperto non si restò mai di contemplare questo legno
insanguinato, su cui nella carne del Dio fatto uomo si è consumato il mistero
della salute universale.
Quindi è, che credendo, noi crediamo con tutte le generazioni
cattoliche, che dai primordii del Cristianesimo in poi, passarono sulla terra:
quod semper, quod ubique, quod ab omnibus; crediamo non solo colla
virtù, colla santità, coll'eroismo, perché crediamo con milioni di martiri,
di apostoli, di vergini, di confessori, di santi; ma crediamo eziandio coll'ingegno,
colla scienza? colla filosofia? coll'elo{38}quenza, perché crediamo cogli Atanasii, cogli
Ilarii, cogli Ambrogi, coi Girolami, cogli Agostini, coi Grisostomi, coi
Gregorii, cogli Anselmi, coi Bernardi, coi Bonaventura, coi Tommasi d'Aquino,
con tutti i Papi, con tutti i Vescovi, cogli intelletti più perspicaci, colle
più nobili intelligenze, che per le loro scoperte e pei loro capolavori nella
metafisica, nelle matematiche, nell'astronomia, nella botanica, nella
fisiologia, in tutte le scienze naturali primeggiarono nella palestra del
sapere, i quali da un lato portarono la fede sino alla semplicità del
fanciullo, e dall'altro sollevarono la ragione fino alla sublimità del genio.
Quanto perciò non dobbiamo noi gloriarci, o Dilettissimi, della nostra
fede! Quanto non sono da compiangere que' pretesi sapienti del giorno d'oggi,
i quali credono dar prova di bello ingegno e di mente illuminata col
disprezzare questa fede e col vilipenderla! Non s'avveggono, i miseri, che per
discredere il Cristianesimo e per gettare la fede, bisogna prima aver perduta
la ragione. Fede augustissima!
esclamava lo stesso Leopardi, non è
filosofo chi non ti segue e non ti rispetta; e non vi ha chi ti segua e ti
rispetti che non sia filosofo.[33]
La fede, o Dilettissimi, e ciò che ne fa grandi veramente innanzi a Dio e innanzi agli uomini, che ne
rende felici nel tempo e nella eternità. Quindi al vedere come tanti
periscono, perché non hanno la fede, o perché avendola avuta l'hanno
miseramente rinnegata, ringraziamo il Signore del dono fatto a noi;
benediciamolo le mille volte al giorno, e chiamiamo a benedirlo con noi e per
noi, il cielo e la terra: gratias Deo
super inenarrabili dono ejus.[34]
La nostra gratitudine mostriamola sopratutto col tener viva in noi la
stessa fede, sia coll'evitare tutto ciò che potrebbe comecchessia
indebolirla, sia coll'esercitarci in ogni maniera di opere buone.
Tenetevi lungi pertanto, e con voi tenete lungi, o Carissimi, i vostri
figliuoli da quelle conventicole, qualunque nome o scopo si abbiano, che non
curano o dispregiano o hanno in odio Cristo e la sua Chiesa. Guai a chi le
frequenta o vi si ascrive! Addio fede! addio religione! addio pietà!
Lungi parimenti da voi, ve ne scongiuriamo, quelle stampe, quei libri,
que' giornali più o meno empi, più o meno plebei, che muovono con sacrilega
audacia guerra alla Chiesa, a' suoi ministri, ai dommi più santi, alle verità
più certe ed agli stessi principii di naturale giustizia ed onestà. Si ode,
e non di rado, lamentare dai buoni tanta immondizia, e parlarne con disdegno,
e accusare chi in paese cattolico e civile lascia correre tanta iniquità. E
sta bene; ma perché dunque date loro il soccorso de' vostri denari? Ve ne
piange il cuore? ma perché dunque li leggete, e non solo li leggete, ma li
pagate, fornendo così loro mezzi di proseguire l'opera nefanda, e,
introducendoli nelle vostre case, li abbandonate alla curiosità delle vostre
consorti e dei vostri figliuoli? Nè Ci si dica, a scusa, da taluni, non
riceverne alcun danno la propria fede. S'ingannano costoro. Perché se non
riuscirà la rea stampa a far loro rinnegare il Credo,
pure lo lascierà nell'animo loro alquanto annebbiato, e qualche articolo di
esso ne rimarrà assai sbiadito; per esempio quello: Io
credo la santa Chiesa cattolica apostolica romana. Non diciamo cancellato
affatto, ma sbiadito. E che sia così egli si vede per mille segni. Si vede a
certi umani rispetti, a certi, atti e parlari, a certe connivenze, a certi
riguardi e timidezze, alla poca o niuna cura di certi precetti, insomma a un
fare, che non è degno di chi porta segnato in fronte il segnacolo di Cristo.
Pensino costoro, che niuno diventa pessimo a un tratto.
Fuggite altresì, o Dilettissimi, i luoghi sospetti, le cattive
compagnie, i teatri, dove la religione e la morigeratezza, in un modo o in un
altro, si offendono, senza pensiero alcuno del danno e pericolo che se ne
riceve e che ad altri si crea col pernicioso esempio, e dell'incoraggiamento
che si dà al male.
Non basta però evitare il male, fa d'uopo altresì praticare il bene.
Onoriamo pertanto la nostra fede; onoriamola coll'osservare scrupolosamente
tutto quello che essa si
prescrive; esercitiamo con cuor largo le opere della carità; avviciniamo le
persone pie, lasciando gli empi far comunella fra loro; leggiamo i buoni
libri, gettiamo alle fiamme i cattivi; assistiamo con premura alle istruzioni
e solennità della Chiesa; ascoltiamo, con desiderio di approfittarne, la
parola di Dio; siamo docili, umili, rassegnati; mortifichiamo la carne,
mortifichiamo lo spirito, frequentiamo i santi Sacramenti, e ciò specialmente
nei giorni dell'imminente Quaresima. Deh! Figli carissimi, non vi incresca
questo po' di quaresimale astinenza, che vi è prescritta dietro l'esempio di
Cristo, e la cui osservanza, in comparazione dell'antica, vi è resa tanto più
facile dall'indulto, che per somma benignità della Chiesa, vi comunichiamo.
Sì, V. F. e C. F., attendiamo a santificare noi stessi, coll'adempiere
tutti i nostri doveri.
Ma termina forse qui il nostro compito? Non già, Dilettissimi. Ai
tempi in cui viviamo abbiamo a fare qualche cosa di più. Dobbiamo
efficacemente e con ardore adoperarci alla difesa della nostra fede, e quanto
più vivo è l'accanimento con cui le si avventano sopra gli avversarii,
altrettanto e maggiore deve essere lo zelo nostro per essa, come si addice a
veri credenti. S'adoprano essi a mettere in odio e in mala voce Dio, Cristo,
la Chiesa, le sue istituzioni, il suo sacerdozio? E voi dovete in ogni guisa
procurare di tener vivo ed ardente l'amore a queste grandi e sublimi cose. Si
valgono essi {42}della stampa perversa per diffondere errori
funesti e micidiali? e voi col denaro, con la parola, con l'opera dovete
studiarvi di sostenere e diffondere la buona stampa. Si associano essi
tra loro per la maggiore efficacia della loro opera sovversiva e
distruggitrice? e voi pure dovete stringervi in Associazioni Cattoliche per
essere più forti a combattere pei supremi interessi della fede, che sono pur
quelli della patria. Quando l'oste nemica circonda le mura della città per
espugnarla, non è tempo di stare inoperosi, ma sì di opporre armi ad armi e
schiere a schiere, e quelle forbire ognor più, e queste sempre meglio
disciplinare ed accrescere, nè mai posare, finché l'urto ostile non sia
vinto e fiaccato.
Mezzi efficacissimi all'uopo sono appunto le Cattoliche Associazioni,
e, tra esse, i Comitati Parrocchiali,
i quali altro non sono che nuclei di persone francamente e operosamente
cattoliche, riunite sotto la guida del vescovo e del parroco, dai quali devono
intieramente dipendere, per sostenere gli interessi della fede, e far
rifiorire la vita cristiana negli individui, nelle famiglie, nella società.
A voi, quindi, questi Comitati,
altamente raccomandiamo, Venerabili Nostri Cooperatori, e vi esortiamo ad
istituirli nelle vostre Parrocchie, sicuri ne avrete grandissimo aiuto ad
operare il bene. Nutriamo fiducia che tutti vi farete un dovere di secondare questo
Nostro desiderio, che è il desiderio del Sommo Pontefice, e accoglierete con
animo benevolo gli inviti che, colla Nostra piena approvazione, vi verranno in
proposito diretti dal Comitato Diocesano.
Il bisogno de' nostri tempi, V. F. e F. C., voi lo vedete, si è quello
di riunire le volontà e le forze di tutti i buoni per contrastare palmo a
palmo il terreno alla rivoluzione, che ovunque si agita e freme contro la
Chiesa santa di Dio.
Cattolici, che facciam noi? E' giunta l'ora delle grandi affermazioni.
Coraggio! Serriamo le file. Usciamo in campo apertamente a combattere le
battaglie del Signore. Non siamo noi i figli degli eroi e dei martiri? Non
siamo noi gli eredi di quella fede che resisteva ai tiranni e ai carnefici?
Non professiamo noi quella fede che ha vinto il mondo?
Fide et operibus,
sia il motto della vostra bandiera. Crediamo operando, operiamo credendo.
Ricordiamoci però che la fede è un dono di Dio, che tutti i più forti
motivi non basterebbero a generare in noi un atto di fede, se Dio non ci
venisse in aiuto colla sua grazia. Questa pertanto chiediamogli instantemente
con fervorose preghiere: chiediamola per noi, chiediamola pei nostri fratelli.
Nei santi giorni specialmente che si avvicinano, umiliamo l'intelletto
appiè della Croce, pregando che non sia sedotto dalle superbie dello spirito,
che sono tanta parte delle nostre attuali sciagure. Stiamo in sull'avviso di non essere tratti in inganno
da orgogliosi e fallaci ragionamenti; gridiamo a Dio la notte e il dì:
Crediamo, o Signore, ma Voi aiutate la nostra incredulità, e ci venga meno la
vita prima che cessiamo di aver fiducia in Voi e nel magistero della Vostra
Chiesa.
Preghiamo, o Dilettissimi, pel supremo Pastore della stessa Chiesa, il
Padre e Maestro di tutti i credenti, il magnanimo Leone XIII, perché gli
occhi suoi abbiano presto a vedere il trionfo della giustizia e della verità,
abbia ad essere per lunghi anni ancora luce a illuminare le nazioni e gloria
del suo popolo fedele.
Pregate continuamente, V. F. e F. C., anche per Noi, che abbracciandovi
nella carità di Gesù Cristo, vi benediciamo affettuosamente nel nome del
Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo. Piacenza, dal
Nostro palazzo Vescovile, il giorno di S. Francesco di Sales, 29 Gennaio 1885. †
Giovanni Battista Vescovo [1]
Ad Rom. XII. [2]
Ps. XCII, 9. [3]
Gen. XL, 10. [4]
Is. VII, 14. [5]
Mich. VI. [6]
Dan. II, 24. [7]
Num. XXIV, 17. [8]
Ps. LXXI, 10. [9]
Ier. XXXI, 15. [10]
Is. XIX, 20. [11]
Os. XI, 1. [12]
Mal. III, 1, [13]
Is. XXX, 20. [14]
Is. XXXV, 5-6 [15]
Ps. LIV, CVIII, etc. [16]
Ps. LVIII, XXVI etc. Ierem. III etc. Is. L, Zacc. XI etc. [17]
Is. LIII, Ps. XXI etc. [18]
Zacc. IX, XI, XII,. Ps. Amos VIII, 8. [19]
Ps. XV. [20]
Ps. LXVII, Ierem. XXXI. [21]
Joel. II. [22]
Is. XI. [23]
Os. III, Dan. IX. [24]
Is. XI. [25]
Is. Os. Ps. passim [26]
Is. XXXV. [27]
Mal. I, II. [28]
Matth. X, 17-22. [29]
Jo. XIII. [30]
Merita d'esser letta a questo proposito la dottissima opera De
Miraculo scritta da quell'insigne Teologo che è Mons. Luigi Van
Weddingen di Lovanio. [31]
Apol. cap. XXXVII. [32]
Bayle Dizion. Crit. [33]
Saggio sugli errori popolari degli antichi. [34]
2 Cor. IX, 15. |
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