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30. Lettera Pastorale di Monsignor Vescovo di Piacenza. Ricorriamo a Maria SS. Soccorriamo i poveri colerosi, 15.9.1884, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1884, pp. 16. Mentre il colera infierisce sulle popolazioni dell'Italia, Leone XIII invita i cattolici a ricorrere alla Madonna del Rosario; Scalabrini, trasmettendo ai fedeli della diocesi il messaggio pontificio, esprime la certezza che la Vergine, attraverso la quale giungono all'uomo tutte le grazie, presa da pietà materna per una calamità che si aggiunge ad altre sventure della nostra patria, otterrà da Dio la cessazione del flagello. Il prossimo mese di ottobre è indicato particolarmente per la recita del rosario. Il Vescovo non può dimenticare la terribile esperienza fatta da giovane sacerdote nel 1867 prodigandosi nell'assistenza ai colerosi nel paese natale di Fino Mornasco dove l'epidemia mieteva una cinquantina di vittime. Piacenza, risparmiata dal morbo, deve ringraziare la Madonna del popolo, cui è dedicata la cattedrale, perché si tratta di una sua grazia speciale; come segno di gratitudine partecipi alla gara di solidarietà con cui da molte diocesi d'Italia si portano soccorsi alle popolazioni dei luoghi colpiti dal colera. A questo scopo il Vescovo avvia una raccolta di denaro; lettere commoventi di vescovi a Scalabrini, conservate nel nostro Archivio Generale, attestano la generosità con cui i fedeli piacentini hanno risposto all'invito del loro pastore.
Vi comunichiamo, venerabili Fratelli e Figliuoli carissimi, un nuovo Documento dello zelo apostolico e della pietà grande, ond'è animato il cuore paterno dell'amatissimo nostro Pontefice Leone XIII. I mali che travagliano la Chiesa, e per conseguenza la civile società, continuano pur troppo gravissimi, accresciuti ora dalla presenza di quel morbo terribile, che tante vittime ha già mietute de' nostri fratelli. Di qui il bisogno ognor più vivo e pressante di levare supplichevoli le mani al cielo e d'invocare sopra di noi e sopra del nostro paese le divine misericordie. E' ciò, V. F. e F. C., a cui ne invita di nuovo l'augusto Pontefice col suaccennato Documento, volendo che il mese del santo Rosario venga da noi celebrato colle stesse norme nello scorso anno prescritte, e colle stesse indulgenze allora accordate.
Ah! Egli sa troppo bene, LEONE XIII, che ove il Signore non custodisca
la città, indarno vegliano altri a difenderla. Quindi, sebbene nel fervore
del suo spirito imprenda sollecito tutto ciò che la elevatezza della sua
mente Gli sa suggerire a bene della Chiesa di cui è Capo, Egli tuttavia ha
attaccato al cielo l’ancora della sua speranza e sente che è bello, che è
doveroso, che è necessario il confidare in Dio per la onnipotente
intercessione di Maria.
Infatti, se avvi in noi alcun che di grazia, di speranza, di salute,
tutto, dicono i SS. Padri, tutto si deve riconoscere venutoci da Maria, perché
fu scritto in Cielo, che
ogni bene per Essa debba in noi derivare. É Maria quel canale d'oro onde
l'universo riceve le acque delle celesti benedizioni; Maria la dispensatrice e
l'arbitra dei tesori della divina Misericordia; Maria, presso l'Altissimo, la
potente nostra mediatrice, la nostra pietosa avvocata. Donna, esclama a Lei
rapito lo stesso divino Alighieri, Donna, se'
tanto grande e tanto vali, Che qual vuol
grazia, e a Te non ricorre, Sua disianza
vuol volar senz’ali. (PARAD.
Canto XXXIII.)
Oh! rispondiamo adunque premurosi all'invito del supremo Pastore della
Chiesa; ricorriamo a Maria, ricorriamo con confidenza di figli a questa nostra
tenerissima Madre, e invochiamola specialmente sotto il titolo gloriosissimo
del S. Rosario. Ella può tutto innanzi a Dio, e il suo cuore, impietosito
all'aspetto miserando di tante sventure che ci affliggono in pena de' nostri
peccati, ci otterrà da Lui, che ci è Padre, la grazia del pentimento e del
perdono. Essa allieterà il nostro cuore, Essa tergerà le nostre lagrime,
Essa porrà fine alle tempeste
del secolo e farà sì che spunti finalmente sul nostro orizzonte la sospirata
iride di pace.
Sia pertanto il venturo mese di Ottobre, un mese di speciali
supplicazioni a Maria, un mese di esercizio straordinario di opere virtuose,
di opere buone, di opere sante.
Voi, venerabili Nostri Cooperatori, vi adoprerete in proposito con
quello zelo e fervore di cui deste l'anno scorso amplissima prova, e vi
atterrete, per la parte dispositiva, alla Nostra Lettera Pastorale in data 16
Settembre 1883, escluse, ben s'intende, tutte quelle pompe esteriori, che non
sono consentite dalle condizioni igieniche nelle quali tuttora ci troviamo.
E qui vi apriremo candidamente l'animo Nostro. Siamo stati in angustia
e trepidazione grande per voi, V. F. e F. C., nel timore che l'asiatico morbo
entrasse a desolare altresì questa Nostra diletta Città e Diocesi. Sa Iddio
quanto volontieri saremmo volati allora al vostro soccorso! quanto volontieri
avremmo speso per voi la Nostra vita!
Ora però che per le savie misure adottate dalle civili Autorità, per
la stagione già inoltrata, e, più specialmente, per la intercessione della
nostra gloriosa Madonna del
Popolo e de' nostri Santi Patroni, il pericolo sembra vadasi allontanando, è
necessario, è doveroso che rivolgiamo il pensiero a quelli tra i nostri
fratelli che del morbo fatale sentono ora le terribili conseguenze. Ahimè,
quanto lutto li circonda! quanta miseria!
Già dall'un capo all'altro dell'Italia nostra è una gara di carità
per recare loro conforto. Abbiamo veduto e vediamo preti e laici, religiose e
soldati, re, principi, ministri, magistrati generosamente venir loro in aiuto
con l'opera e col consiglio, con gli intendimenti della scienza, con gli
ordinamenti della civiltà, con le inspirazioni dell'egoismo, col coraggio
della Religione, insomma metter l'anima propria a pro dei fratelli. No, che
questa generazione umana non è poi avvilita e degradata cotanto da doversi
sempre vituperare e compiangere! No, che nell'umana famiglia non è ancora
spento ogni fratellevole affetto! A volta a volta si legge ancora in volto
agli uomini l'imagine di Dio, che è carità. Ringraziamone adunque il
Signore, il quale sa cavare per noi la consolazione dall'amarezza, il vigore
dall'abbandono, il coraggio dall'abbattimento, il bene dal male.
Tuttavia non basta, o
Dilettissimi. Dobbiamo anche noi, nella misura delle nostre forze, concorrere
al sollievo delle famiglie colpite da tanta sventura.
A questo fine Noi rivolgiamo un caldo appello alla vostra carità, o
Fratelli e Figli carissimi, e ordiniamo colla presente una colletta in tutte
le parrocchie della città e della Diocesi. Il prodotto di quella, o in denaro
o in oggetti, sarà da Noi sollecitamente spedito ai Rev.mi Ordinarii dei
luoghi più flagellati dal morbo. Siamo sicuri che anche voi, in questa
occasione, non verrete meno a voi stessi.
Vero è, che anche per noi volgono tristi le annate, e le pubbliche
gravezze sono molte, e i patimenti privati e pubblici senza numero. Sì,
questo è vero; ma vi sovvenga, essere la carità la gran legge del
cristianesimo, la maggior delle cristiane virtù, e niuno poter aspirare alla
gloria di figliuoli di Dio senza la carità. Si può dire della carità
quello, che l'Apostolo dice della pietà: essa è utile ad ogni cosa, ed ha
promesse non solo per la vita futura, ma anche per la vita presente.
Per la porta da cui esce la elemosina entrano la ricchezza, la pace, la
prosperità delle famiglie,
rimunerando Iddio, anche in questa vita, la pietà che si usa ai poverelli. Ed
è scritto nei Libri santi, che l'elemosina
libera dal peccato e dalla morte e che i
misericordiosi troveranno presso Dio misericordia, e come essi danno a Dio
nella persona del povero, così ad essi sarà dato da Dio il perdono de'
peccati e quei tesori di grazia che Dio solo può dare: date et dabitur vobis.
Largheggiare co' poverelli di G. C., egli è per voi, o ricchi, il
mezzo più sicuro per conseguire la vita eterna. Iddio certamente vuol salvi
tutti, e poveri e ricchi, ma nelle vie ordinarie di provvidenza, il povero
deve salvarsi col sopportare in pazienza le angustie, privazioni, i disagi
della miseria, ed il ricco deve salvarsi col far parte al povero delle sue
ricchezze. Diceva perciò G. C. a tutti i ricchi: Fatevi
amici i poveri, acciò essi nell’ora della vostra morte vi aprano le porte
del Cielo e vi introducano negli eterni tabernacoli.
O Fratelli e Figliuoli carissimi, quanto vorremmo si comprendesse bene
da tutti siffatta verità, le tante e tante volte ripetute nel Vangelo! Già
lo sapete: nulla entrando abbiamo
portato nel mondo, nulla porteremo con noi all'uscirne (I Tim. VI. 7). {10}Dunque dei beni che vi mandò la Provvidenza
giovate il misero e il travagliato, che è l'unico modo per cui vi sia dato
godere anche ne' secoli infiniti queste vostre temporali prosperità.
Intanto vi benediciamo, o carissimi Fratelli e Figli, dall'intimo del
cuore. La grazia del Signor Nostro Gesù Cristo, e la carità di Dio, e la
partecipazione dello Spirito Santo sia con tutti voi. Cosi sia. Piacenza, dal
Nostro palazzo vescovile, 15 Settembre 1884 . †
Giovanni Battista Vescovo |
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