28. Lettera Pastorale

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28.    Lettera Pastorale di Monsignor Vescovo di Piacenza per la Santa Quaresima del 1884 (La fede), 29.1.1884, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1884, pp. 48.

 

Le tematiche di questa Pastorale rientrano ancora nel quadro generale del discorso scalabriniano inteso a proteggere i fedeli dalle infiltrazioni laicistiche e ad approfondire le motivazioni della loro appartenenza alla chiesa. Il Vescovo ha già trattato della comunità ecclesiale, della religione e della vita cristiana. Ora analizza la fede indicandone la natura e le caratteristiche di maggior rilievo. Con San Leone. Magno definisce la fede una forza divina impressa nell'uomo perché rialzandolo dal suo nulla con una nuova creazione, lo elevi fino al creatore. Essa non solo dona la speranza di conseguire, i beni soprannaturali, ma anticipa il loro possesso nella vita presente. Non è ammissibile nessun dubbio sulla verità dei contenuti perché interviene l'autorevolezza di Dio che li rivela.

Per l'uomo è una seconda generazione che si aggiunge a quella naturale avvenuta alla nascita; trova una certa analogia nella persona di Cristo, se pure con una inversione di termini in quanto la prima generazione di Gesù è eterna e la seconda è nel tempo; sotto questo profilo si può dire che il battezzato, come Cristo, appartiene a un duplice ordine di realtà.

Passando alle caratteristiche della fede, Scalabrini ne individua tre: l'universalità nel senso che non si deve escludere alcun dato della rivelazione; la fermezza perché l'incomprensibilità dei contenuti non è un motivo sufficiente per dubitare trattandosi della parola infallibile di Dio interpretata dal magistero della chiesa. La fede comporta pure operatività ad analogia di quanto avviene nella natura dove la vita, benché abbia origine da un principio interno, si esprime all'esterno con delle attività specifiche.

Prima di concludere il Vescovo indica pure le azioni da privilegiare perché la fede sia testimoniata in modo significativo: una particolare cautela nei confronti della stampa, evitando giornali e libri pericolosi, e una istruzione religiosa ortodossa che può derivare soltanto dall'insegnamento del Papa, del Vescovo e dei sacerdoti uniti con loro. E' una velata allusione alle pretese di alcuni giornali, come "L'Osservatore Cattolico" di Milano diretto da don Davide Albertario, che, arroccati su posizioni di rigida intransigenza nella Questione romana, interferiscono nel governo delle diocesi sostituendosi ai pastori legittimi e, a volte, contestandoli e offendendoli.

 

            La Chiesa di Dio, Venerabili Fratelli e Figliuoli Carissimi, non verrà meno giammai. Sieno pur forti e numerosi i nemici, sieno pur fieri e ripetuti gli assalti, sieno pur lunghe ed incessanti le prove, la Chiesa non teme. Fondata da Gesù Cristo sull'immobile pietra, essa, malgrado tutti gli sforzi dell'inferno, starà: portæ inferi non prævalebunt adversus eam.[1] Ma starà ella del pari, o Dilettissimi, la nostra fede? {4}Quella fede, che alla Chiesa appunto ci unisce, e contro la quale hanno pur rivolte le loro armi i nemici di Dio, risoluti di spegnerla ad ogni costo nel cuore di coloro che la professano?

            Ecco il pensiero che grandemente Ci angustia e Ci tiene in continua penosissima trepidazione, Venerabili Fratelli e Figli Nostri Carissimi. Imperocchè non ignoriamo come anche tra voi (lo dobbiam dire senza ambagi, quantunque col più profondo dolore) non mancano uomini di perduta coscienza, i quali, col pretesto di migliorare le sorti del popolo e di sollevarlo, come dicono, all'altezza dei tempi, ogni arte adoprano per sedurre gli incauti e farne stromento ai loro biechi disegni.

            La conoscenza che Noi abbiamo della vostra egregia pietà e dell'amore ardente alla fede de' vostri maggiori, Ci assicura che voi, o Dilettissimi, alle cotestoro macchinazioni e lusinghe non cederete. Troppe cose della cattolica fede ci parlano altamente nel cuore; e la storia, e le tradizioni, e i monumenti, e la letteratura, e le arti, e le scienze, ond'è chiara la patria nostra, tutto da quella ha principio, o intimamente collegasi a quella. Sì, la fede che il prode Antonino suggellò qui col glorioso suo sangue; che Vittore e Sabino e Mauro e tanti altri Vescovi insigni illustrarono con lo splendore del loro sapere e con l'eroismo delle loro virtù; che i santi confessori Gelasio, Peregrino, Donnino, Opilio, Eusebio ed altri molti, resero ancor più bella con la bellezza della {5}loro vita apostolica, questa fede ci è troppo cara, nè mai, col divino aiuto, ci fia divelta dal cuore.

            I pericoli tuttavia, ai quali trovasi di continuo esposta oggigiorno, sono gravi, gravi assai, e a Noi corre più che mai strettissimo l'obbligo di premunirvene, col fortificarvi in essa sempre più, e sempre più levar alto in proposito la Nostra voce.

            Non vi rechi pertanto meraviglia, V. F. e F. C., se Noi, della fede non una sol volta verremo a parlarvi. Vasto tema gli è questo e troppo importante!

            Che cosa è la fede? Quali ne sono gli essenziali caratteri? Ecco le prime domande, alle quali intendiamo di rispondere, quanto meglio Ci verrà fatto, colla presente. Voi, o Dilettissimi, ascoltateci coll'usata bontà, non dimenticando che il vostro Vescovo quando vi parla, vi parla sempre pel maggior vostro bene, che egli vi parla in nome di Gesù Cristo, e che le sue esortazioni sono le esortazioni stesse di Dio: pro Christo legatione fungimur, tamquam Deo exhortante per nos [2].

            Nell' Evangelo non è forse virtù che sia tanto da Gesù Cristo raccomandata, quanto la virtù della fede; e tutte le grazie, tutti i prodigi da Lui operati, non ad altro che alla fede de' supplicanti confessava di averneli conceduti. Va, e come hai creduto, così ti sia fatto [3], rispondeva egli al centurione il pietoso Signore. Confida, o figlia, diceva alla donna {6}che pativa flusso di sangue, la tua fede ti ha guarita [4]; e alla donna Cananea: o Donna, replicava, grande è la tua fede, siati fatto come desideri [5]. Così al cieco nato [6], così ai lebbrosi [7], così a più altri, che di guarigione, o per sè stessi, o pei loro cari lo supplicavano [8]. Io, diceva poi lo stesso divino Maestro, son venuto luce al mondo, affinché chi crede in me non rimanga nelle tenebre, ma sorga a lume di vita [9]. Chi crede in me, benché sia morto vivrà, e chiunque vive e crede in me non morrà in eterno [10].

            Ma che cosa è la fede, o Dilettissimi? La fede è un dono di Dio, il primo anzi e il massimo dei doni che Dio nella sua infinita misericordia ne abbia elargito [11]. Imperocchè senza di essa è impossibile piacere a Lui [12], ed appartenere alla eletta schiera de' suoi figli [13]; essa è l'inizio e il fondamento dell'umana salute, il cardine e la radice di ogni giustificazione [14]: essa, secondo gli espressi oracoli de' Libri santi, è il saldo sostegno e la celeste armatura per combattere le podestà delle tenebre; è il poderoso scudo che rintuzza e spegne il saettar del maligno [15].

            Che è questa fede? E' un raggio di luce, che si spicca dal trono di Dio e scende a illuminare la te{7}nebra, fra cui vanno brancolando i miseri figli di Adamo; è una seconda creazione, la cui mercé l'uomo, che era scaduto dalla sua dignità, si rialza dal suo nulla, grande ancora fino ad arrivare al Creatore; è la vita, non che altro, del genere umano, come nella mancanza di lei è la morte, avvegnachè in lei sia la potenza, che fa risuonare sulla nostra culla l'inno dell'innocenza, e sull'avello de' nostri padri ridere le speranze dell'immortalità.

            Che è questa fede? E il solo mezzo, che dopo tutte le indagini e tutti gli studi per nobilitare l'uomo, sia atto ancora a medicare le nostre ferite, ad aggrandire la nostra piccolezza, essendo per lei che l'umana intelligenza scorre per il tempo e per l'eternità, e il nostro pensiero passa dall'ultimo granellino di sabbia alla immensità dell'Essere increato.

            Questa fede? Potremmo Noi dirvi per intero ciò ch'ella sia? Questo possiam dirvi con San Leone, ch'ella è una forza divina impressa nell'anima nostra per trasportarci oltre i confini del creato nel mondo delle realità eterne. Questo possiamo sentenziar col Grisostomo, ch'ella è per noi ciò che il bastone nelle mani del vecchio, di cui sostiene ed assicura i passi vacillanti; l’ancora di salute che tien fermo lo spirito in mezzo alle onde agitate del secolo e lo campa dal naufragio. Questo possiamo affermare con S. Agostino, ch'ella è un occhio prodigioso piantato da Dio nella nostra mente, per cui ci è dato di passare al di là d'ogni velo e {8}d'investigare eziandio le divine profondità. Questo con S. Ambrogio possiamo asserire, ch'ella è radice di ogni virtù, madre di speranza, alimento di carità, lampana della mente, lorica del cuore, il cuore anzi della vita spirituale. Questo con S. Zenone possiamo ripetere, ch'essa è l'immobile fondamento della nostra vita, il baluardo insuperabile contro gli assalti del demonio, l'impenetrabile armatura dell'anima nostra, la vera e compendiosa cognizione della legge, il terrore dell'inferno, la forza de' martiri, la bellezza e l'antemurale della Chiesa, la ministra di Dio, l'amica di Gesù Cristo, la convitata dello Spirito Santo. Questo possiamo aggiungere con S. Bernardo, ch'essa è tale virtù, che le inaccessibili cose raggiunge, le ignote discopre, comprende le immense, le estreme afferra, e la medesima eternità quasi nel proprio grembo racchiude.

            La fede! Non vi sono ricchezze, così il citato Agostino, non vi sono tesori, non vi sono onori, non vi sono gioie, non vi sono beni di questo mondo, che possano anche solo paragonarsi alla fede cattolica; essa è che i peccatori converte, che illumina i ciechi, che risana gli infermi, che riabilita i penitenti, che moltiplica i buoni, che giustifica i fedeli, che corona i giustificati, che ci solleva ad intendere ed a sperare le cose celesti. E non solo le cose celesti ci solleva ad intendere ed a sperare la fede, ma in certa guisa le fa sin da ora sussistere in noi nella loro sostanza, secondo la bella definizione del{9}l'Apostolo: Fides sperandarum substantia rerum, argumentum non apparentium [16].

            E come può tanto la fede; o Carissimi? Perché la fede è la cognizione stessa che Dio ha di Sè e che ci viene comunicata. Noi vediamo e siam certi di quelle cose non vedendole coll'occhio nostro, ma con l'occhio stesso di Dio, che ce ne assicura. La fede così, è un commercio ineffabile della creatura col Creatore, onde quella s'innalza fino a Lui e a Lui si unisce e diventa partecipe della stessa sua scienza e del suo stesso potere. Quindi sta scritto, che la fede trasporta i monti, asciuga i mari, arresta i fulmini, calma le tempeste, domina le nazioni, padroneggia i cuori, opera insomma ogni maniera prodigi. I santi infatti, come scrive l'Apostolo, per essa vinsero i regni, esercitarono la giustizia, conseguirono le promesse, turarono le gole de' leoni, spensero la forza del fuoco, scamparono i tagli delle spade, guarirono dalle infermità, uscirono forti in guerra, fugarono gli eserciti degli stranieri [17]. Mercè la fede, essi l'umana ragione confusero, le menzogne de' filosofi smentirono, legislazioni antiche e costumi secolari di popoli distrussero, e sopra le rovine degli imperi, della superstizione e dell'idolatria innalzarono trionfante il vessillo della croce: hæc est victoria, quae vincit mundum, fides nostra [18].

            Tanto gran dono, V. F. e F. C., è la fede di {10}Gesù Cristo, quella fede che noi bambini ricevemmo nel santo Battesimo. Questa fede, propriamente parlando, è, voi sapete, una nuova e celeste potenza sovraposta alla nostra naturale ragione, o, come insegna la Chiesa nel Vaticano Concilio, una virtù sopranaturale, colla quale, ispirante ed aiutante la grazia di Dio, crediamo che le cose da Lui rivelate sono vere, non per vederne noi col lume naturale della ragione l'intrinseca verità, ma per l'autorità dello stesso Dio rivelante, il quale non può ingannarsi, nè ingannare [19].

            E qui ponete mente, o Dilettissimi. Dio non ha solo rivelato Sè medesimo e le infinite sue perfezioni nel gran libro dell'universo, o nella mente e nel cuore dell'uomo; a questa, che può dirsi naturale rivelazione, piacque all'infinita sua bontà e sapienza, aggiungere un'altra rivelazione d'ordine superiore, estrinseca, solenne, positiva, sopranaturale, che incominciata col primo uomo costituito in istato di santità e di giustizia, ebbe suo intero e pieno compimento in Cristo nostro Signore e negli Apostoli suoi; rivelazione, che innumerevoli argomenti di credibilità, sfolgoranti di ogni evidenza, rendono, per così dire, palpabile, e strappano dall'intelletto e dalla volontà l'omaggio di una esterna ed interna fermissima adesione; rivelazione, o Dilettissimi, che ci fa indubbiamente conoscere, come essendo Dio nostro primo principio e nostro ultimo fine, a Lui dobbiamo tendere {11}di continuo con tutte le forze dell'anima nostra, se vogliamo essere eternamente beati.

            Ed ecco, Figli Nostri Carissimi, doppio ordine di cose, a cui appartiene l'uomo, considerato nella sua integrità effettiva: l'ordine cioè della natura e l'ordine della grazia. Egli al primo appartiene in quanto uomo, al secondo in quanto cristiano; al primo mediante la creazione, al secondo mediante la redenzione; al primo in virtù della generazione carnale, al secondo in virtù della generazione spirituale. Come per una seconda generazione nel tempo, ossia per l'adombramento del Divino Spirito nel sen di Maria, il Figlio di Dio, generato ab eterno negli splendori de' Santi, divenne vero figlio dell'uomo, così per una seconda generazione prodigiosa, ossia per l'adombramento del Divino Spirito nel fonte battesimale, noi poveri figli dell'uomo, diventiamo figliuoli adottivi di Dio [20], o vogliam dire cristiani.

            Il cristiano infatti, secondo la testimonianza delle Sante Scritture, e la tradizione perenne e universale della Chiesa, è un uomo rigenerato, e lavacro di rigenerazione[21] si chiama il Battesimo, che inizia in noi l'ordine sopranaturale. Ora, come esprimesi un insigne oratore moderno, se ad ogni generazione una vita, e ad ogni ordine di generazione un ordine risponde di vita, quale sarà la vita {12}propria del cristiano? Uditelo dall'Apostolo: Il giusto, egli dice, vive di fede: Iustus ex fide vivit [22]. A quella guisa pertanto che vita propria della pianta è la vita di vegetazione; vita propria del bruto è la vita di senso; vita propria dell'uomo in quanto uomo, è la vita di ragione; così negli ordini del tempo, vita propria del cristiano è la vita di fede; Iustus ex fide vivit.

            Alla luce di questa face divina, il cristiano conosce in modo infinitamente più perfetto, che qualunque de' più rinomati sapienti, il vero scopo della vita presente e il suo destino futuro; giudica delle cose umane, de' suoi doveri verso Dio, verso i prossimi, e verso sè stesso, in una maniera al tutto contraria alle apprensioni dei sensi e di gran lunga superiore a tutti i lumi dell'umana ragione. Come coi sensi corporei vede, tocca e sente le cose materiali e sensibili, così colla fede infusagli, vede, tocca e sente le cose future e celesti: Iustus ex fide vivit.

            Crede, e la sua intelligenza è occupata ad intendere e a contemplare le cose credute, meglio che se le vedesse cogli occhi del corpo. Spera, e le sue speranze sono concrete, reali, sostanziali per modo che i suoi affetti vi si avvinghiano tenacemente con tutta la energia di cui sono capaci. Ama, ed il suo cuore è fiamma che distrugge ogni dubbiezza, è vampa di fuoco, che si eleva al cielo. Egli quasi {13}più non sente la terra; sente solo il suo Dio, vive del suo Dio, pensa, parla ed opera col suo Dio, e pel suo Dio soffre, combatte e muore: Iustus ex fide vivit.

            Non è questo forse il sublime spettacolo che ci offrono ad ogni pagina le sacre istorie, e che noi vediamo, può dirsi, rinnovato ogni giorno in quegli eroi, che per la fede tutto abbandonando, attraversano gli oceani tempestosi e vivono in barbare contrade? Fin da' suoi tempi lo attestava l'Apostolo. I santi, così egli, per la fede.... sperimentarono ignominie e flagelli, ed anche ceppi e prigionie; furono lapidati, segati a mezzo, messi alla tortura, uccisi di spada; andarono attorno raminghi in pelli di pecore e di capre, bisognosi, oppressi, travagliati; essi, de' quali il mondo non era degno, erranti ne' deserti, nei monti, negli antri e nelle spelonche della terra [23].

            Per la fede, ripigliamo Noi, gli Apostoli, affrontando pericoli e superando ostacoli d'ogni maniera, annunziarono il Vangelo nell'universo mondo. Per la fede, ben venti e più milioni di Martiri il sangue loro lietamente versarono. Per la fede innumerevoli schiere di donzelle, di matrone, di vergini, d'ogni condizione e d'ogni età, dicendo addio al mondo e a' suoi folli piaceri, corsero a seppellirsi nelle solitudini. Per la fede i santi tutti pugnarono {14}e vinsero; vinsero il demonio e le sue suggestioni, la carne e le sue lusinghe, il secolo e le sue pompe. Ah! che tutto è possibile al credente [24]! Per la fede unendosi egli a Dio stesso, che è Via, Verità e Vita, si sente appagata la intelligenza, soddisfatto il cuore, giocondato lo spirito, sentesi derivare in tutta l'anima una vita sovrumana, una vigoria tutta celeste, che la purifica, la trasforma e le rende nonché possibili, agevoli e soavi i più ardui sacrifici.

            No, non havvi risoluzione veramente nobile e grande che la fede non ispiri, non impresa magnanima e generosa che la fede non secondi o non traduca in atto. E' la fede che ci apre dinanzi agli occhi un nuovo mondo spirituale di sublimissime realità, donde sulla terra nuovi e sublimi affetti, nuove e sublimissime operazioni.

            Qual meraviglia però che alla fede vada debitrice l'umana famiglia della sua civiltà, del suo benessere, delle sue più splendide glorie? O voi, che per aver fatti alcuni studi umani e nulla più, ve ne ridete, paragonate, di grazia, la civiltà che possedeva il mondo prima di Cristo, con quella nata e fecondata dalla sua rivelazione, che è quella della nostra età: vedete se non vi sia divario; che se il divario è quasi infinito, da dove esso venne? Eh! no, per pietà, non siate cosi ingenui da risponderci che ne andiamo debitori al naturale  {15}progresso! La storia, non che altro, ve ne darebbe solenne mentita.

            Quanto si scorge nel mondo di bello, di utile, di grande, tutto, tutto in qualche modo è opera della fede, e se questa nostra terra italiana fu in ogni tempo agli altri popoli maestra di civiltà e di sapere, lo fu appunto perché ebbe da Dio il singolar privilegio di accogliere nel suo centro la sede ed il magistero della fede cattolica. Di questa fede è opera la distruzione degli errori, l'abolizione della schiavitù, la mitezza dei sentimenti, la tranquillità del vivere. Necessaria a tutta intiera la società umana, la fede predica altamente la giustizia ai sovrani, l'ubbidienza ai sudditi, la misericordia ai ricchi, la rassegnazione ai poveri, il lavoro e i doveri di stato ai cittadini, la carità a tutti quanti gli uomini. Essa è il vincolo degli spiriti, cui unisce nelle stesse verità; l'appoggio dell'autorità, cui rende inviolabile e sacra; il supplemento delle nuove leggi, che non possono comandare al cuore; il fondamento dei pubblici costumi, che sono la forza degli imperi; la guarentigia della probità, la quale senza la fede, sarebbe o falsa o sospetta o vacillante. Essa è il conforto degli infelici, la vita del giusto, il freno dei malvagi, la sorgente di tutti i beni [25]. Essa è che ci guida, dopo il passaggio di questa vallea di lagrime, al di là della tomba; essa che c'intro{16}duce alla patria celeste, al soggiorno della gloria immortale. O fede, o santa, o divina fede, quanto sei grande! quanto preziosa! quanto degna degli omaggi, delle benedizioni e dell' amore degli uomini!

            Dilettissimi, l'apprezziamo e l'amiamo noi questa fede quanto si merita? Di averla in cuore si vantano, lo sappiamo, tutti coloro, i quali sono ed amano dirsi  cristiani cattolici. Non v'ha di essi alcuno che ne metta in dubbio la necessità, poiché chi anche solamente ne dubitasse, cesserebbe per ciò stesso di essere cristiano cattolico. Ma quanti poi sono coloro che hanno la vera fede, la fede che giustifica, la fede che salva? Ahimè, quanti di quelli che vivono apparentemente nel grembo della cattolica Chiesa, e che ritengono il nome di suoi figli, mancano forse della vera fede!

            La vera fede, voi sapete (ed eccovi la risposta alla seconda domanda) vuol essere essenzialmente universale, ferma, operosa. E' tale la vostra fede, o Dilettissimi? Giudicatelo voi da voi stessi, vi diremo coll'Apostolo: vosmetipsos tentate si estis in fide, ipsi vos probate [26].

            Sì, universale anzitutto vuol essere la nostra fede. Dobbiamo credere cioè tutte senza riserva, tutte senza eccezione, le verità che Dio ha rivelate alla sua Chiesa e crederle tutte nel modo più assoluto. Gesù Cristo infatti non disse agli Apostoli: predicate {17}questa o quella verità, questo o quell' articolo, questa o quella sentenza, e chi la crederà sarà salvo, chi no, riprovato; ma disse, senza eccezione di sorta: predicate il mio Vangelo [27] che vale come dire, tutte quante le verità rivelate. Chi dunque tutte le crede, si salva, chi ne rigetti avvertitamente anche una sola, si danna: Qui non crediderit condemnabitur [28].

            E per fermo; il supporre che vi abbiano di tali verità da potersi, secondo che pare all'individuo, o ammettere o ripudiare; ovvero che la Chiesa abbia potuto o possa errare in una sola delle sue dommatiche definizioni, che altro sarebbe se non far onta gravissima a Colui, che è sapienza e verità infinita, quasi accagionandolo di menzogna? [29] Che altro se non un misconoscere la suprema ed infallibile autorità della Chiesa, e un impugnare la regola stessa della fede cattolica quaggiù da Dio stabilita? Che altro se non un distruggere tutta l'opera di Gesù Cristo sopra la terra e mandar vuota d’effetto la sua Passione e Morte? Credere in questo modo, scrive il grande Agostino, gli è un credere a sè stesso e non alla parola di Dio: qui in Evangelio quod vultis creditis, quod vultis non creditis, vobis potius quam Evangelio creditis [30].

            Eppure, quanti, ahi dolore! quanti non vi sono cristiani oggidì, che o per ignoranza, o per una temerità vieppiù colpevole dell'ignoranza mede{18}sima, scindono la fede, credendo, delle verità ch'ella insegna, una parte, e una parte rigettando o sottoponendo al proprio libero esame?

            Credono, a mo' d'esempio, l'esistenza di Dio e non credono la sua Provvidenza; credono il dogma della creazione e non credono il dogma del peccato originale; credono il paradiso e non credono l'inferno; credono l'immortalità dell'anima e non credono le indulgenze e il culto dei Santi; credono esser peccato il furto e non credono esser peccato la disonestà; credono istituito da Gesù Cristo il Battesimo, e non credono istituita la Confessione; credono essere sacramento l'Eucaristia e non credono essere sacramento il Matrimonio; credono la Chiesa cattolica, ma non come Cristo l'ha istituita, bensì come piacerebbe ad essi di acconciarsela. Credono al Capo visibile di lei, il Romano Pontefice, ma alle prerogative che Cristo gli ha conferito, s'impennano. Nè importa che siano queste riconosciute, come il primato e la infallibilità dottrinale, da un Concilio Ecumenico, imperocchè, direbbe un celebre letterato, eglino sono tali da infliggere una mentita anche allo stesso Concilio, dopo aver riconosciuto che esso, come rappresentante la universale Chiesa docente, è infallibile!

            Tutti costoro, o Dilettissimi, potranno essere qualunque altra cosa si voglia, potranno chiamarsi con qualunque altro si voglia nome, ma non cristiani, non cattolici sicuramente. Di essi deve ripetersi ciò che di taluni eretici de' suoi tempi affermava S. Paolo: {19}circa fidem naufragaverunt [31]. E qual divario da questi a quelli che tutto negano? Niun divario. Lo dice lo Spirito Santo per bocca dell'Apostolo S. Giacomo: Chi manca in uno, egli è reo di tutti; qui offendit in uno, factus est omnium reus [32], vale a dire: tanto è reo chi esclude un articolo solo del Credo, quanto è reo chi li esclude tutti. E perché? Perché quel Dio medesimo che rivelò gli uni, rivelò pure gli altri, e tutti hanno il medesimo fondamento, la veracità di Dio.

            Oh quanto adunque non si offende la fede da tanti discorsi blasfemi, da tante sentenze avventate, da tanti scritti maligni, senza cognizione, senza lealtà, con infinita leggerezza e indifferenza, per molti che portano a inganno il nome di cattolici! Dilettissimi, vosmetipsos tentate si estis in fide; ipsi, ipsi vos probate.

            La fede, in secondo luogo, vuol essere ferma, ed è ferma la fede quando si credono tutte le verità, che Iddio ha rivelate alla sua Chiesa, con tale certezza, sicurezza, stabilità e costanza da escludere qualunque benché minimo dubbio.

            Gli è questo, o Dilettissimi, un punto della massima importanza, a cui dovete ben riflettere, poiché egli è qui ove assai facilmente si pecca. D'ordinario, è vero, non si arriva al segno di negare apertamente gli articoli della fede: ché di ciò si avrebbe troppo grande rimorso; ma ben si accoglie senza ribrezzo {20}certa tal quale esitazione nell'animo, per cui soventi volte nel capo il sì e il no tenzona. Che fede è questa? o a che giova?

            In siffatta materia, lo ripetiamo, tanto è il dubitare avvertitamente, quanto il discredere positivamente. Quindi è che il principe degli Apostoli, scrivendo ai primi fedeli, loro caldamente raccomanda di star saldi nella fede contro il comune avversario: resistite fortes in fide [33]; quindi è che S. Paolo paragona la fede a ciò che di più saldo deve trovarsi nell'anima del cristiano, al fondamento, cioè, destinato a sostenere l'intiero edificio spirituale: in fide fundati et stabiles et immobiles [34].

            Si può forse dubitare, quando si crede sulla testimonianza di Colui, che per sua natura non può mentire; che, come è somma ed infallibile verità nel conoscere, così è somma ed infallibile verità nel parlare; che ha giurato: passeranno il cielo e la terra, ma le mie parole non passeranno ? [35]. Lo ha detto Dio, scrive a tal proposito Cassiano, la parola di Lui è la suprema delle ragioni; lascio gli argomenti, tralascio le dispute: a me mi basta per ogni argomento la persona di chi parla; non cerco altro. Deus hoc dixit? Verbum illius summa ratio est; removeo argumenta; removeo disputationes; sola mihi ad credulitatem sufficit persona dicentis [36].

            Sì, Dilettissimi, più fermi dobbiamo essere noi sulla {21}testimonianza di Dio, che non sopra quella de' nostri sensi medesimi. Aver dobbiamo la fede di quel gran re che fu Lodovico di Francia, il quale, sollecitato dai ministri suoi di recarsi alla propria cappella per veder G. C., comparso, in forma di vezzosissimo pargoletto, nell'Ostia consacrata, durante l'augusto Sacrificio della Messa: Vada, rispose, vada a vedere un tanto prodigio chi dubita in qualche modo della parola di Dio e della presenza di Gesù Cristo nel divin Sacramentò; quanto a me, io credo alla sua parola e alla reale sua presenza nell'Ostia sacrosanta molto più fermamente, che se lo vedessi cogli stessi miei occhi. Imperocchè, soggiungeva, i miei occhi potrebbero andar soggetti ad illusioni e trarmi facilmente in inganno, mentre ad illusioni e ad inganni non può mai andar soggetto colui, che si appoggia agl'insegnamenti della fede, i quali sono infallibili.

            Tale debb'essere, o Dilettissimi, la nostra fermezza nelle cose di fede. Nè vale che noi non le intendiamo nella loro essenza; dobbiamo crederle egualmente, giacché la loro incomprensibilità non è una ragione per non crederle, nè una prova della loro falsità, che anzi ne è conferma saldissima. Ha parlato Iddio sapienza infinita, potenza infinita, bontà infinita, verità infinita, e non dobbiamo cercare più là. Il nostro dovere è di chinar la fronte, adorare e credere; fare altrimenti, accogliere anche solo per un istante un dubbio volontario ed avvertito intorno ad una qualunque delle verità che la fede ci insegna, è perdere la stessa fede.

            {22}Neppur vale che contro le verità rivelate siensi mosse in ogni tempo tante difficoltà, tante critiche, tante fiere opposizioni. La verità, diremo con altri, nulla ha da temere dalle orgogliose investigazioni dell'umana ragione. Essa è eterna, immutabile, immortale come Dio. Negata, non si distrugge; osteggiata, non muta; combattuta, non muore. I dubbi, le difficoltà, le critiche, gli scherni, le opposizioni tutte dell'uomo, nulla, nulla possono contro la fede: possono anzi moltissimo a favore di lei; e come? coll'accrescerne le glorie, col moltiplicarne i trionfi.

            Coraggio adunque, ripeteremo anche noi quelle celebri parole, coraggio, o increduli! Accumulate, moltiplicate, fortificate, esagerate le vostre obiezioni; innalzatele al paro delle montagne. Sommuovete tutti i fondamenti del Cristianesimo, distruggete le profezie, negate i miracoli, rigettate la divinità di Gesù Cristo, convertite la religione in un ammasso di sogni, di impossibilità, di contraddizioni. Quanto più i suoi dommi sembrerannovi assurdi, e impraticabile voi direte la sua morale; quanto più Celso, Porfirio, Voltaire, Rosseau, e tutti i vostri seguaci, avranno avuto ingegno, sapere, eloquenza, riputazione, e più forte addiverrà la nostra fede, più innegabile la vostra follia.

            Quando infatti si pensa, che da mille ottocento e più anni, tutti questi giganti dell'empietà, tutte queste falangi d'abisso, vanno assalendo il Vangelo, {23}aguzzando contro di esso tutto l'acume del loro intelletto, mettendo in campo contro il medesimo tutti i raggiri della loro astuzia diabolica, senza che mai abbiano potuto arguirlo di un neo, o distruggerne anche solo una virgola, come non ravvisar qui il dito di Dio, di quel Dio che disse: le podestà dell'inferno non prevarranno contro la mia Chiesa giammai? Come non riconoscere anche qui l'adempimento di quelle altre parole: sperderò la sapienza de' sapienti, la prudenza dei prudenti annienterò? [37].

            Nè può essere altrimenti, o Dilettissimi; imperocchè al vero non potrà in eterno contradire il vero, e apparirà sempre menzogna ogni parola, che si opponga alla parola di Dio. Non troverete infatti obiezione mossa contro la fede, non difficoltà, per quanto si voglia intricata e sottile, che non sia stata le mille volte, in mille maniere trionfalmente confutata da quei valorosi, che la divina Provvidenza suscitò in ogni tempo alla difesa del dogma e della morale cattolica.

            Questo diciamo per voi massimamente, o poveri figli del popolo, che siete più che altri esposti alle insidie dell'errore proteiforme. Il bestemmiar degli increduli, oh no, non turbi, o cari, il sereno della vostra fede! Dite loro, se altro non sapete rispondere, che a tutte le loro bestemmie ben altri hanno risposto per voi; che la fede da voi professata motivo del credere; è la fede di tutti i tempi, la fede delle intelligenze più {24}vaste e più sublimi, la fede da omai venti secoli a trionfare avvezza.

            Sebbene, V. F. e F. C., non sono propriamente motivi di tal natura, che dobbiamo noi porre a fondamento della nostra fede. Questa, perché sia ferma veramente ed incrollabile, deve risalire a Dio, e nella veracità della parola di Lui riposarsi. Chi ponesse la ragione formale del suo credere nell'evidenza del vero, o la ponesse nella sublimità, purezza, santità, armonia dei dogmi e della morale cristiana, ovvero nei fatti prodigiosi che confermarono tale dottrina, ovvero nella sua efficacia a pro della civiltà, a riparo e conforto d'ogni umana miseria, ovvero anche nell'autorità de' genitori, de' maestri, della stessa Chiesa, costui non edificherebbe sopra il fondamento vero; confonderebbe i motivi di credibilità col motivo del credere; confonderebbe il mezzo per cui giunge a noi la rivelazione coll'autorità rivelante; costui non avrebbe una fede sopranaturale e divina, ma una fede puramente umana e quindi incerta, malsicura, facilissima a lasciarsi trasportare da ogni vento di contraria dottrina, come spesso pur troppo vediamo accadere.

            Il grande scoglio però, così un illustre contemporaneo, il grande scoglio, dove, massime a' nostri giorni, rompe la fede di molti cristiani, è il magistero della cattolica Chiesa. La Chiesa cattolica dice a' suoi figli: io non sono nè la Verità, nè il principio o il fondamento della vostra fede nella Verità. Io sono una voce, non altro che una semplice voce, che vi ri{25}pete e che sola può sicuramente e infallibilmente ripetervi la parola della Verità. Or questa voce l'orgoglio umano non sa nè vuol più patirla. Ebbene, o Dilettissimi, non occorre illuderci: chi non crede al magistero infallibile della Chiesa cattolica, chi non crede al magistero infallibile del Capo supremo della Chiesa cattolica, ha perduta la fede, non appartiene più alla Chiesa cattolica. Oh quanto, quanto cotesti infelici sono eglino da compiangersi!

            Non meno però da compiangere sono tutti coloro i quali appartengono sì esteriormente al corpo della Chiesa cattolica, per la esterna professione della cattolica fede, ma non appartengono allo spirito di lei quanto all'interno ed esterno esercizio di questa fede medesima. Che vogliamo Noi dire, o Carissimi? Vogliamo dire che non basta aver la fede, non basta che la fede sia universale, non basta che sia ferma, è necessario inoltre che sia operosa, che si renda cioè manifesta e nelle parole e nelle opere: corde enim creditur ad justitiam, ore autem confessio fit ad salutem [38].

            Dio infatti, o Dilettissimi, ha diritto a tutto il sacrificio dell'uomo e lo esige; sacrificio di verità, di giustizia, di amore; e riprova e condanna così l'ipocrisia, che opera senza sentimento di pietà, come quello sterile culto, che ha sentimento di pietà, ma non operazioni che vi corrispondano. La fede, così un noto espositor del Vangelo, la fede può salvarci, {26}ma non può ella sola salvarci. Essa è il fondamento delle virtù cristiane, ma sopra questo fondamento conviene innalzar l'edificio. Tra la fede e le opere vi ha un'intima relazione. La fede è necessaria alle opere, e le opere il sono alla fede. Le opere rendono la fede salutare, e la fede rende le opere meritorie. Senza le opere la fede è sterile, senza la fede le opere sono inefficaci. Quanto più la fede è viva, tanto più sono abbondanti le buone opere; e vice versa, l'abbondanza delle buone opere aumenta la vivacità della fede. Allorché la fede languisce, si rallentano le buone opere, e l'interruzione delle buone opere rende fiacca e languida la fede.

            No; la fede non è una semplice e sterile credenza, nè Dio ci rivela i suoi dogmi e ci dichiara i suoi precetti solo per darcene una contemplazione nudamente speculativa. Egli ci fa conoscere gli uni per invogliarci ad adorarlo, ci intima gli altri per obbligarci a servirlo. Queste conseguenze della fede non appartengono forse alla fede medesima? Cosi è. Indarno, indarno porta il titolo di cristiano colui, che non vive una vita cristiana; e la vita del cristiano, giova ripeterlo, è vita di fede: Iustus ex fide vivit.

            Insistiamo, o Dilettissimi, su questo punto, perché di troppa importanza. Che cosa è la vita? La vita è, voi lo sapete, un movimento spontaneo, il quale procede da un principio intrinseco, che costituisce gli esseri viventi nella loro specie e si manifesta al di {27}fuori per una operazione sua propria. L'animale irragionevole non è tale, se non perché vive di sensi, l'uomo non è uomo se non perché vive di ragione, e il cristiano non è tale se non perché vive di fede. Il che è quanto dire, se non perché ne' suoi giudizii, nelle sue aspirazioni, nei suoi affetti, in tutte le sue operazioni, non segue, come il bruto, le attrattive de' sensi, o come i così detti filosofi, la sola scorta incerta e fallace della ragione, ma sì i dettami infallibili e sopranaturali della fede: Iustus ex fide vivit.

            E' chiaro adunque, V. F. e F. C., che la vita di fede abbraccia insieme tutto l'uomo, e che per essere vero cristiano e poter conseguire la salute dell'anima, fine ultimo della fede, [39] non basta il credere tutte le verità della Religione, ma è uopo inoltre seguirne le massime, applicando il Vangelo alla pratica della vita per modo, che le nostre azioni sieno come il riverbero esteriore di quella luce interiore che vivifica e rischiara lo spirito.

            Ed eccovi tanti cristiani. che rinnegano la fede di G. C., quanti sono coloro che non la mostrano colle opere; imperocchè, siccome dice il Crisostomo, non rinnega la verità quegli soltanto che rinunzia alla verità, ma quegli altresì che non la professa: non solus est proditor veritatis, qui veritati renuntiat, sed etiam qui non profitetur veritatem. [40]

            « Che pro fratelli miei, scrive S. Giacomo, se {28}alcuno, mentre afferma di aver la fede (cioè di esser cristiano cattolico) non fa poi le opere che la fede insegna e prescrive? Con una fede cosiffatta (cioè al tutto speculativa) potrà egli salvarsi? Pognamo caso che tu dica di aver cuore compassionevole, e che ti si presentino ignudi e affamati un poverello e una poveretta, che infine ti sono fratello e sorella, certo non farai loro mal garbo, anzi dirai ad essi, con molto sentimento: Dio v'accompagni, andate e fate di scaldarvi, e di cavarvi la fame; ma poi non darai loro nulla da provvedere alla loro necessità; che compassione è codesta tua? Che pro per essi? Così appunto è della fede: se non ha le opere, è morta in sè stessa. A chi avesse tal sorta di fede potrebbe dirsi: Tu hai la fede, e io ho le opere: suvvia, fallami conoscere codesta tua fede: come farai? potrai tu? Mai no. Ma potrò ben io, dalle opere, farti conoscere la fede mia. Tu credi, che v'ha un solo Dio. Ottimamente! Anco i demoni credono come te, senza opere. Ma questa fede non fa che accrescere il loro tormento. Vuoi tu, folle che sei, toccar con mano, che la fede inoperosa è come cadavere? Nostro padre Abramo non fu egli giustificato e fatto amico di Dio dalle opere, allorché fu a Dio obbediente di offerirgli in vittima il figliuol suo Isacco? Vedi come in lui le opere accompagnavano la fede! E da queste opere appunto ebbe la sua fede compimento.... Imperocchè siccome il corpo senza lo spirito è morto, così morta {29}è la fede senza le opere »[41]. Fin qui divinamente l'Apostolo S. Giacomo.

            Che dire poi di coloro, che non solo non danno a conoscere colle opere la loro fede, ma alla loro fede perpetuamente mentiscono coi fatti, che vivono dimentichi d'ogni dovere che loro impone, che offendono continuamente Dio, cui pretendono di servire, con una vita affatto pagana, sensuale, rotta a ogni intemperanza, che lo oltraggiano con sataniche bestemmie, che per amore di vil guadagno profanano i suoi giorni santi e si prestano ad ogni azione più rea? Risponde per noi l'Apostolo S. Paolo: degni tutti questi della comune esecrazione e miscredenti e ad ogni buona opera inetti; confessano Dio colla bocca e coi fatti lo rinnegano: confitentur se nosse Deum, factis autem negant; cum sint abominati et incredibiles et ad omne opus bonum reprobi [42].

            Sì, un uomo che si ostina a non credere, dopo tutte le prove della Religione, è un mostro di cui si ha orrore; ma un cristiano che crede e che vive come se non credesse, è un insensato di cui non si arriva a comprendere la follia. Ed ahi, quanti sono nel mondo cristiani di tal fatta! Tuttavia perché si guardano da più enormi delitti; perché usano talvolta, e, se vogliamo, anche spesso, alla Chiesa; perché donano a pro di qualche indigente o di qualche pia Istituzione, mossi, come e' dicono, da spirito umanitario, pensano di avere con ciò adempiuta ogni loro ob{30}bligazione: tanto è vero che se altri li richiedesse, a che religione appartengono, si tolgono tal domanda a ingiuria: Siamo cattolici!

            Ma se siete cattolici, domandiamo Noi, le opere dove sono del vero cattolico? Le opere, intendiamo, fatte per impulso di fede, conformi alle massime della fede, dirette al fine voluto dalla fede? ostende, ostende mihi fidem tuam.[43] Voi dite di credere, Noi lo speriamo; ma qui dove è lodevole una santa superbia, andate voi di vostra fede orgogliosi? ve la recate voi a somma gloria? ove occorra, la confessate voi apertamente in faccia al mondo? Voi dite di credere, Ci giova supporlo; ma vi contrista poi lo stato miserando di tanti nostri fratelli, che o per ignoranza non posseggono quel dono, o lo smarrirono per malizia? vi studiate voi, ciascuno secondo le proprie forze, d'illuminarli colle parole, se non cogli scritti; coll'esempio se non colle parole; e, ove ogni altro mezzo vi manchi, colle preghiere, offerte per essi a Dio, sorgente unica di sapienza e di grazia? Voi dite di credere, non vogliamo dubitarne; ma quand'altri in presenza vostra schiude l'impuro labbro alla bestemmia, quando con motti equivoci, con amaro scherno, con perfide insinuazioni, osa oltraggiare l'augusta fede che professate, ne lo riprendete voi a viso aperto? o almeno con fronte accigliata e con severo sguardo gli date voi a conoscere che quel sacrilego parlare vi addolora e vi offende? Voi {31}dite di credere; ma con qual occhio mirate poi le ferite crudeli, onde figli snaturati lacerano di continuo il seno alla Chiesa. madre loro e vostra? Voi dite di credere; ma vi astenete poi da que' giornali e da que' libri, che empiamente la assalgono e che sotto mendicati colori ne adulterano le dottrine e ne fraintendono la missione? Voi dite di credere; ma vi accostate poi al tribunale di penitenza ogni qual volta l'anima vostra venga a cadere in grave colpa? vi nutrite voi del Pane de' forti a fine premunirvene? frequentate voi, con desiderio di approfittarne, la divina parola? osservate voi con ispirito di compunzione, e con volontà schietta di purificarvi e di santificarvi, i digiuni e le astinenze che la Chiesa prescrive? Ciò che si crede essenziale a salute si guarda gelosamente; la guardate in voi gelosamente la vostra fede da tante insidie e pericoli che la circondano? la guardate voi gelosamente ne' figli vostri, col tenerli lontani da certe letture e da certe scuole, ove la fede poco o nulla è rispettata? Chi crede veramente, osserva i divini precetti: Qui credit Deo, attendit mandatis; [44] li osservate voi fedelmente, in ogni sua parte, e sempre, e ovunque? Voi credete? ma dunque perché largheggiare in sussidii verso chi osteggia la Religione nostra santissima e la pubblica morale, mentre poi siete così avari con chi si adopera per l'incremento della Religione medesima? perché tanta durezza coi pove{32}relli? perché tanta divagazione e tanta irriverenza nel luogo santo? perché nel momento sopratutto del più augusto e tremendo de' Misteri non piegare a terra il ginocchio in segno di adorazione, e non rendere a Dio le debite azioni di grazie, e non supplicarlo del suo aiuto e delle sue misericordie? E poi perché in quelle mondane conversazioni e a que' profani spettacoli, ove, quasi senza addarvene, il veleno dell'incredulità  vi s'infiltra nel sangue? Perché infine quelle mormorazioni, quelle usure; quegli inganni, quegli odii, quelle vendette, quel cercar di continuo le cose della terra e non mai, o quasi mai, quelle del Cielo? Ah! V. F. e F. C., che non si può oggimai rimirar senza lacrime, da chi abbia in cuore bricciolo di religione, lo strano infiacchimento in cui è venuta presso molti la fede! Si crede, ma con freddezza; si crede, ma senza gusto; si crede, ma per convenienza; si crede, ma si opera in generale al contrario di ciò che si crede. E' questa la fede che possa glorificar Dio innanzi agli uomini? o piuttosto non è questo il modo di tradurla allo scherno degli infedeli e degli scredenti, e di farla bestemmiare come falsa da quelli, come dice Tertulliano, che misurano la fede dagli uomini, non gli uomini, come si dovrebbe, dalla fede?

            Deh! no, non siate voi, V. F. e F. C., non siate voi, ve ne scongiuriamo, di codesti infelici! Tutte le proteste più belle di fede non li salveranno. Sta scritto: Non tutti quelli che dicono: Signore, Signore {33}entreranno nel regno de' cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio, che sta ne' cieli, quegli entrerà nel regno de' cieli. [45] Ora qual è la volontà del divin Padre se non la nostra santificazione? [46] Qui, qui dobbiamo tendere senza posa, o Carissimi, tutta la nostra vita uniformando alle massime della fede e formando della fede il continuo nostro alimento spirituale.

            Sia ella pertanto questa fede non dubbia, non finta, non monca, non timida, non morta; ma quale Dio la richiede, universale, ferma, operosa. Questa fede dinanzi a Lui professiamo con frequenti e risoluti atti dello spirito e del cuore, ché questo è supremamente necessario a salute. Professiamola altresì a fronte alta dinanzi agli uomini, ché altrimenti saranno per noi un giorno quelle tremende parole: vi vergognaste di me, io mi vergogno di voi. [47]

            Sempre e dovunque la luce vivida e soave di questa fede illumini i nostri passi; sempre e dovunque risuoni al nostro orecchio la sua voce autorevole e salutare. Non importa che al nostro orgoglio e ai nostri sensi ripugnino talvolta i suoi comandi; dobbiamo egualmente obbedire.

            Essa, questa fede, ne dice che il mondo è il nostro nemico più insidioso, fuggiamolo. Ne dice di evitare le occasioni pericolose, evitiamole. Ne dice di rinnegare noi stessi, pratichiamo questa santa annegazione. Ne dice di mortificare la carne e di reprimere {34}i mali desideri, affatichiamoci a questo fine. Ne dice di esser umili negli onori, di essere poveri nelle ricchezze, di essere penitenti nelle comodità della vita, di essere pazienti nelle tribolazioni, di essere rassegnati nelle avversità, studiamoci di esser tali veramente. Negli aiuti della grazia e ne' misteri della stessa fede, avremo di che animarci e fortificarci, e soave non che agevole ci tornerà ogni cosa.

            Sopratutto, o Carissimi, tenetevi bene in guardia da coloro (ed ahi quanti sono a' di nostri!) che in mille fogge e sotto mille pretesti, si studiano di rapirvi questo massimo dei tesori, la fede. Non vogliate dare ascolto alle loro dottrine; delle loro promesse non vi fidate. Teneteli anzi lontani da voi e dalle vostre famiglie, qualunque sia il nome che portano, la rinomanza che godono, il grado che vantano. L'incredulo ha parola attossicata che, se non uccide sempre, mette però sempre del malessere, che, a lungo andare, può farsi male di morte. Sermo corum, direbbe l'Apostolo, ut cancer serpit [48].

            Nelle cose di religione e di fede voi dovete ascoltar solo G. C. e coloro che G. C. ha posto nel mondo a far le sue veci; vale a dire, il Papa, a cui, nella persona di S. Pietro, ha dato la podestà e l'incarico di pascere gli agnelli e le pecorelle [49]; i Vescovi uniti al Papa, ai quali pure è detto: pascete il gregge di Dio alle vostre cure affidato [50]; e finalmente i sacerdoti che sono, di mente e di cuore, {35}uniti al loro Vescovo, giacché ad essi Gesù ha dichiarato: Chi ascolta voi, ascolta me. [51]

            Ben sappiamo il fango onde si tenta oggi di coprire il sacerdozio cattolico: ben sappiamo la congiura onde si tenta di metterlo in mala voce tra il popolo con ogni arte di calunnia; ma sappiamo ancora, e lo sappia chi se ne mostra ignorante, che altresì ha detto il Signore: Chi disprezza voi, disprezza me. [52]

            Ai ricordati Ministri di Dio e ad essi soltanto credete, nell'insegnarvi che fanno le cose della fede e della morale. Egli non vi possono ingannare, per l'assistenza promessa da Dio alla sua Chiesa; tutti gli altri possono trarvi in inganno, e v'ingannano di fatto, quantunque volte vi insegnano diverso da ciò che v'insegna la Chiesa cattolica.

            Lungi pertanto, torniamo a ripeterlo, ché troppo Ci è cara la vostra salute, lungi da voi questi apostoli di errore, che altro non possono se non gettarvi il dubbio e la miscredenza nell'anima e aprirvi la strada al vizio ed alla disperazione. [53]

            Nè solo fuggite il loro consorzio; ma e i libri e gli opuscoli e i giornali più o meno empi, più o meno plebei, ond'egli si valgono per diffondere il loro micidiale veleno, allontanate da voi, come da voi allontanereste qualunque cosa potesse attaccarvi pestifero morbo.

            E ai padri, alle madri, agli educatori, ai capi di offici{36}na che indirizziamo a questo riguardo le maggiori e più vive Nostre raccomandazioni. Deh! per quanto vi è di più sacro in cielo e sulla terra, per quanto vi sta a cuore la vostra felicità temporale ed eterna, ve ne supplichiamo, o Carissimi, bandite, bandite dalle vostre case le cattive letture! Oh sapeste le rovine che portano, e il tremendo giudizio che dovrete un giorno subirne al divin tribunale! Che in quel giorno, o mio Dio, non abbiasi a udire di alcuno del mio gregge: Immolaverunt filios suos et filias suas dæmoniis [54].

            Voi anzi, o Carissimi, studiatevi di mantenere e di richiamare nell'interno delle vostre case quelle pratiche di pietà religiosa, che quale preziosa eredità vi furono tramandate dai vostri maggiori, e nelle quali è tanta istoria della famiglia e della patria vostra; tanta parte e la più bella e innocente della vostra vita; tante soavi memorie, tante pie commozioni dell'anima, tanti favori del Cielo.

            Invocate spesso il divino aiuto al principio di ogni azione. Su tutte le cose vostre chiamate le benedizioni di G. C.; leggete i buoni libri; meditate spesso le verità eterne; più che vi è dato, siate larghi di soccorsi co' poverelli. Là inginocchiatevi dove s'inginocchiarono i padri vostri, recitate le preghiere che apprendeste dal loro labbro, proferitele con la fede con cui essi le proferivano; nè dimenticate la bella pratica del Rosario con cui essi ricorrevano alla Vergine; e Dio {37}e la Vergine saranno con voi, come lo furono coi vostri padri; i figli vostri, continuando l'esempio della vostra religione, lo tramanderanno anch'essi a' figli loro, e l'angelo del Signore custodirà la vostra casa, nella quale regnerà giustizia, pace e gaudio nello Spirito Santo [55].

            Fratelli e Figli sopra ogni cosa carissimi. Ricordatevi, che se i tempi sono caduti in tanto precipizio d'immoralità, di bestemmia, di indifferenza delle cose più sante; se di mezzo a noi sono tanti gli sconsigliati che con opere malvage e sacrileghe parole si fanno beffa di Dio, dispettano ogni autorità, anelano al disordine, e non hanno più nè Dio, nè scienza, nè re, nè patria, nè famiglia, è appunto perché declinarono a poco a poco dall'avita fede. Ricordatevi che la fede è l'ultimo anello che ne congiunge a Dio, e che, spezzato questo, non possiamo più aver parte alle sue misericordie. Ricordatevi, e spesso, che non si disprezzano impunemente i privilegi, i benefizi, le grazie, onde siamo per divina bontà ricolmi nel seno della vera Chiesa. Ricordatevi che il nostro giudizio sarà di gran lunga più severo del giudizio di coloro, i quali non parteciparono sventuratamente ai beni ineffabili della Redenzione, e che la grandezza e la copia delle grazie a noi largite, ma calpestate, sarà la terribile misura del nostro castigo. Ricordatevi finalmente che gli anni corrono, le illusioni si dileguano, i vani rumori passano, la figura di questo {38}mondo svanisce e che la morte, la inesorabile morte ci aspetta, e dopo la morte un tremendo e inappellabile sindacato: post hoc autem judicium.[56]

            Venerabili Fratelli e Figli Carissimi! Eccovi nell'imminente Quaresima offerta opportuna l'occasione di avvivare la vostra fede, se languida; di rendere vigorosa e forte la vostra coscienza, acciò non venga sedotta dai traviamenti del secolo; di purgarla dalle sue colpe, le quali sono pur sempre una mentita alla legge del Signore e un indebolimento alla vostra religiosa credenza. Rigettate, vi diremo coll'Apostolo, le opere delle tenebre e indossate le armi della luce [57] Mortificate la carne, perocché sta scritto: se non farete penitenza, tutti all'istesso modo perirete [58].

            Fatevi un conscienzioso dovere della quaresimale astinenza, resa oggi tanto mite dalla benigna indulgenza della Chiesa, e il digiuno vi sarà  nutrimento dell'anima, freno delle passioni, medicina salutare contro il disordine della concupiscenza. Digiunate dai cibi, ma con molto maggior premura digiunate dai vizi. Ritiratevi dai tumulti e dai mondani spettacoli. Raccogliete lo    spirito. Levate a questo le sue vanità, le cupidigie disordinate, le presunzioni sacrileghe; ascoltate assiduamente la parola di Dio, {39}accostatevi con più di frequenza ai Sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia. Santificate la preghiera col digiuno e il digiuno avvalorate con la preghiera.

            Oh si! pregate, o Dilettissimi, e pregate specialmente per quegl'infelici nostri fratelli che hanno perduto il tesoro inestimabile della fede, affinché aprano gli occhi, e ritornino pentiti fra le braccia della tenera loro Madre, la Chiesa, la quale sempre, ma in questi giorni specialmente, li chiama a conversione e con ansia li aspetta.

            Pregate che la fede sempre più vigoreggi nella nostra diletta Città e Diocesi.

            Pregate per l'esaltazione della santa Romana Chiesa Cattolica ed Apostolica e pel supremo e visibile Capo di essa, l'amatissimo Leone XIII. Che la sua voce sia udita e obbedita da tutte le pecorelle dell'ovile di Cristo, e da quelle altresì, che dall'ovile divise, sono da Lui richiamate con tanta sapienza d'amore.

            Nelle vostre preghiere, o V. F. e F. C., ricordatevi anche di Noi, vostro benché indegno Pastore, ne forte cum aliis prædicaverim, ipse reprobus efficiar [59].

            Pregate finalmente, che arrivati all'ultimo dei nostri giorni, possiamo tutti ripetere con verità quelle gloriose parole: Ho combattuto nel buon arringo, ho terminata la corsa, ho conservata la fede, [60] {40}e il Signore, giusto giudice, ne renderà in quel giorno la corona di giustizia che ci è riserbata. Egli lo ha detto, e sarà.

            In tale speranza. che sentiamo soave in cuore, vi benediciamo, o Dilettissimi, col più tenero affetto, nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.

 

Piacenza, dal Nostro palazzo vescovile, il giorno di S. Francesco di Sales, 29 Gennaio 1884.

 

† Giovanni Battista Vescovo



[1] Matth. XVI, 18.

[2] 2 Cor. V, 20.

[3] Matth. VIII, 13.

[4] Luca VIII, 48.

[5] Matth. XV, 28.

[6] Marc. X, 52.

[7] Luca XVII, 14.

[8] Evang. passim.

[9]  Ioan. XII, 46.

[10] Ioan. XI, 25.

[11] Sap. III, 14.

[12] ad Hebr. XI, 6.

[13] Trid. sess. VI, cap. 8.

[14] Ibidem.

[15] ad Eph. VI, 13, 14, 16.

[16]ad Hebr. XI, 1.

[17] ad Hebr. XI, 33, 34.

[18] 1 Ioh. V, 4.

[19] Sess. III, cap. 3.

[20] Rom. VIII, 14, Galat III, 26.

[21] ad Tit. III, 5.

[22] ad Galat. III, 11.

[23] ad Hebr. XI, 36.

[24] Marc. IX, 23.

[25] S. Joann. Crisost. De fide, spe et charitate.

[26] 2 ad Cor XIII, 5.

[27] Marc. XVI, 15.

[28] Marc. VI, 16.

[29] 1 Joann. V, 10.

[30] Contr. Faust. lib. XVII, cap. 3.

[31] Tim. I, 19.

[32] Jac. II, 10.

[33] 1 Petr. V, 9.

[34] Coloss. I, 23.

[35] Luc. XXI, 33.

[36] De Incarn, lib. VI, cap. 6.

[37] Isaia XXIX, 14.

[38] ad Rom. X, 19.

[39] 1 Petr. I, 9.

[40] Expos. in Ps. XIII.

[41] Epist. Cath. II, 14-22.

[42] ad Tit. I, 16.

[43]  Iac. II, 18.

[44] Eccl. XXXII, 28.

[45] Matth. VII, 21, Luc. VI, 46.

[46] ad Tess. IV, 3.

[47] Matth. X, 32, Luc. IX, 36.

[48] 2 Timoth. II, 17.

[49] Ioann. XVI.

[50] 1 Petr. V, 2.

[51] Luc. X, 16.

[52] ibidem.

[53] ad Rom. XVI, 17.

[54] Ps. CV, 34.

[55] ad Rom. XIV, 1.

[56] Hebr. IX, 27.

[57] ad Rom. XIII, 12.

[58] Luc. XV, 3.

[59] 1 Cor. IX, 2.

[60] 2 Tim. IV, 7.