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25. Lettera Pastorale di Monsignor Vescovo di Piacenza per la Santa Quaresima del 1883, (Sulla Vita Cristiana) 17.1.1883, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1883, pp. 51.
L'imminente quaresima suggerisce a Scalabrini alcune riflessioni sulla vita cristiana, intese a completare il discorso sulla religione condotto nelle Pastorali precedenti. Vivere da cristiano significa imitare il Signore soprattutto con la mortificazione che consente all'uomo di completare il sacrificio di Cristo eliminando nel comportamento quanto lo separa da lui. La mancanza della penitenza spiega la flessione della pratica religiosa nella società attuale; la quaresima viene profanata anche da persone che amano dirsi cattoliche, ma non sanno rifiutare l'invito a partecipare a spettacoli pericolosi oppure cedono all'intemperanza e alla dissolutezza. Il sacrificio volontario, che non può recare tristezza perché non è fine a se stesso, ma è accettato nella prospettiva di una ricompensa eterna, deve essere inteso anche come una presa di coscienza dei limiti della libertà. Essere liberi non significa oltrepassare i confini del dovere come viene proposto dalla religione. Un suddito è libero soltanto se rispetta l'autorità; e questa è tale nella misura in cui riconosce la sua derivazione da Dio cui deve sottomettersi. Per questo la libertà umana va inserita in una dimensione teologica, espressa concretamente dalla rivelazione.
Sono pur tenere e commoventi, Venerabili Fratelli e Figliuoli Carissimi, le premure, onde la Chiesa nostra madre ci accompagna dalla culla al sepolcro! Appena veniamo alla luce, e, quasi presaghi delle tribolazioni che ci aspettano, salutiamo la vita con un grido di dolore, essa ci viene dolcemente incontro, ci accoglie fra le sue braccia e ci dà in fronte il bacio, che imprime nell'anima nostra il carattere di suoi figliuoli. Da quel momento ella non guarda che a noi, non pensa che a noi, non vive, si può dire, che per noi. Quante sollecitudini per illuminare il nostro intelletto e per raddrizzare la nostra volontà! Quale attenzione nel vegliare e dirigere i nostri passi! quale prontezza nel difenderci dagli spirituali nemici! quale ansietà nel richiamarci perduti! qual gioja nel ritrovarci e nello stringerci al seno pentiti! Se tardi, ci stimola; se afflitti, ci conforta; se deboli, ci rinfranca. Ogni peso, con la soavità della grazia, si affretta di alleggerire, ogni asprezza procura di appianare, ogni piaga si studia di medicare e di guarire con amore più che materno. E perchè tutto questo, o Dilettissimi? Voi lo sapete; per infondere, per mantenere e per accrescere in noi la vita cristiana, sicchè possiamo salvarci.
Di questa premura affettuosa, la Chiesa, voi vedete, ci dà prova
manifesta, nel tempo specialmente della Santa Quaresima. In questo tempo, dopo
averci cosperso di polvere il capo, a ricordarci che dovremo presto ritornare
in polvere, dalla cattedra di verità per bocca de' suoi ministri, più
frequente ci somministra il pane della divina parola, e ci intima più che mai
di piangere i nostri peccati e di convertirci
al Signore. Intanto, cambiate le vesti dell'allegrezza in gramaglie di lutto,
e i lieti cantici in flebili note, tra il vestibolo e l'altare prostrata:
perdona, o Dio, va gridando al suo Sposo celeste, perdona al tuo popolo, e non
lasciare la tua eredità in obbrobrio e in balia de' suoi spietati nemici!...
La vita cristiana, o Dilettissimi, è il sospiro continuo della Madre
nostra, e Noi crediamo di non poter meglio secondare le sue intenzioni, che
parlandovi questa volta della vita cristiana.
Gli è questo, o Dilettissimi, il grande mistero del Cristianesimo, che
un Dio abbia voluto esser simile agli uomini, per eccitar gli uomini ad esser
simili a Dio. Egli, come dice il grande Vescovo d'Ippona, si è degnato
apparire nella verità di nostra natura, perchè noi imitar lo potessimo nella
purezza de' suoi costumi; ha preso il nostro corpo, affinchè noi pigliassimo
il suo spirito; si è abbassato fino a noi, affinchè noi ci sollevassimo fino
a Lui; si è fatto, in una parola, nostro modello, affinchè noi ci facessimo
suoi imitatori: Christus passus est pro
nobis, vobis relinquens exemplum, ut sequamini vestigia ejus (1 Petr. II, 21).
Tutta la vita di Lui si compendia, può dirsi, in questa parola commovente: passus
est, ha patito. Da Betlemme al Calvario noi lo vediamo infatti combattere
colla miseria, cogli stenti, colle fatiche, con ogni sorta di tribolazioni e
di sofferenze. Da Betlemme al Calvario non altrimenti Egli ci si manifesta che
sotto l'aspetto di uomo dei dolori: virum
dolorum et scientem infirmitatem (Is. L. III. 3). E questo, o
Dilettissimi, a qual fine? per insegnarci ed animarci a patire, ut sequamini vestigia ejus.
Che altro adunque potrà essere la vita cristiana se non un continuo
sacrificio, un combattimento continuo ad imitazione della vita di G. C.? Come
dichiararci suoi seguaci e non premerne le vestigia? Come essere i figli delle
sue umiliazioni, de' suoi patimenti, della sua croce, e non voler tollerare nè
umiliazioni, nè patimenti, nè croci? Pretenderemmo noi dunque di aver parte
egualmente a' suoi trionfi, alle sue glorie? Ingannati, se così la pensiamo!
Che ne dice infatti Gesù Cristo? Ne dice, o Dilettissimi, che il regno
de' Cieli richiede sforzi e che solo i forti arrivano a conquistarlo. Ne dice,
che stretta, assai stretta è la via che conduce alla vita e pochi sono quelli
che vi entrano. Ne dice: chi
non rinunzia, coll'affetto almeno, a quanto ei possiede, non può esser mio
discepolo; chi non porta la croce sua e non vien dietro a me, non può esser
mio discepolo; chi non odia, cioè chi all'amor mio non pospone, il padre e la
madre e la moglie e i figliuoli e i fratelli e le sorelle e financo la propria
vita, non può esser mio discepolo. Ne dice con linguaggio figurato, ma
potentissimo: hai tu un occhio che ti scandalizza? levalo; una mano che ti
scandalizza? tagliala; un piede che ti scandalizza? troncalo; è meglio per te
che perisca uno de' tuoi membri, che essere gettato tutto il tuo corpo
nell'eterne fiamme. Egli, mentre sfolgora i fortunati, i gaudenti del secolo,
leva una voce di benedizione su tutti coloro, che, generosamente
mortificandosi, han trionfato dei loro disordinati appetiti; sui poveri di
volontà, che han vinto la passione del danaro; sugli umili, che han vinto la
passione dell'orgoglio; sui mansueti, che han vinto la passione dell'ira; sui
pacifici, che han vinto la passione dell'odio; sui mondi di cuore, che han
vinto la passione della voluttà; su quelli che piangono, su quelli che
soffrono per la giustizia, perchè han combattuto, han rinnegato sè stessi,
han preso la loro croce e seguite le orme sanguinose
del loro divino Maestro. Noi insomma dal suo labbro non sentiamo, diremmo
quasi, che una parola, un insegnamento, un comando: affaticate, resistete,
digiunate, vegliate, pregate, fate penitenza!
Dure parole senza dubbio, ma non vi ha mezzo, F. e F. Carissimi. O
rinunziare d'essere cristiani, o vivere conformi così alla vita e agli
insegnamenti di G. C. Non è questo forse il disegno avuto da Dio nel mandarci
il suo Unigenito? Non è questo il grande precetto predicato dagli Apostoli e
dai Santi di tutti i tempi? Non è questa l'obbligazione da noi contratta nel
santo Battesimo? Appunto. Da quel momento noi siamo divenuti suoi, ci siamo
rivestiti di Lui, e in Lui siamo stati incorporati; da quel momento tutte le
materne cure della Chiesa furono appunto rivolte a formare in noi Gesù Cristo
e a scolpirne l'imagine viva nel nostro cuore.
E non dev'essere questo eziandio il lavoro incessante di ogni vero
cristiano? Parola di Dio: cui Egli preconobbe, predestinò ancora ad essere
conformi alla imagine del Figliuol suo: quos
præscivit et prædestinavit conformes fieri imaginis Filii Sui (Rom. VIII,
29).
Ecco, anime timide,
che siete in continue angustie intorno alla vostra eterna salvezza, ecco il
contrassegno da cui potete non solamente congetturare e sperare, ma essere
moralmente sicure di appartenere al drappello avventurato degli eletti: la
imitazione di Gesù Cristo. Su qualsiasi altro motivo voi appoggiaste la
vostra salvezza, potrete averne conforto e speranza, ma non sicurezza. Sebbene
Iddio abbia voluto gelosamente nascondere l'arcano di nostra predestinazione,
per indurci ad operare con timore e tremore la nostra salute, pure nella
conformità con G. C. ci offrì un segno certo, infallibile della nostra
salvezza: Quos præscivit et prædestinavit
conformes fieri imaginis Filii sui... Il che in sostanza viene a dire,
essere tanto impossibile che un vero imitatore di G. C. non sia oggetto
dell'amore e della compiacenza del divin Padre e non si salvi, quant'è
impossibile che Cristo non sia sempre stato l'oggetto e la compiacenza del
divin Padre e non si sia salvato.
Lasciamo pertanto ogni angustia, calmiamo l'anima nostra, mettiamoci
sulle traccie del Salvatore, tutte rivolgendo le nostre sollecitudini nel
conformarci al nostro divino Modello, nel rivestirci del suo spirito,
nell'imitarlo, dacchè questa è dichiarata
volontà di Dio, è l'assoluta condizione per ottenere il Cielo: quos præscivit et prædestinavit conformes fieri imaginis Filii sui.
Ma come riuscirci? Ci dite: un pittore, che voglia fedelmente ritrarre
sulla tela qualche persona amata, che fa egli? tien sempre gli occhi su quella
persona, per non dar tratto di pennello che non serva a formar qualche tratto
dell'originale. Così dobbiamo in certa guisa far noi. Bisogna che tutti i
nostri pensieri, che tutte le nostre parole, che tutte le nostre azioni, che
tutti i nostri desiderii, che tutte le nostre disposizioni, che tutti i nostri
patimenti, sieno come altrettanti tratti di pennello, che formino ed esprimano
in noi qualche tratto della vita di Gesù Cristo, fino a renderci, per così
dire, altrettante sue copie.
Ciò avverrà, V. F. e F. C., sapete quando? Quando noi giudicheremo di
tutte le cose come Gesù Cristo medesimo ne ha giudicato. Quando ameremo ciò
che Egli ha amato e in quella guisa medesima che Ei l'ha amato. Quando avremo
nel nostro cuore quei medesimi sentimenti e quelle disposizioni medesime che
ha Egli avuto nel suo cuore.
Non tutti, gli è vero, siamo obbligati a vivere in una sì grande esteriore povertà, quale fu la
povertà in cui Egli visse; come non tutti siamo obbligati a soffrire i
tormenti ineffabili che Egli ebbe a soffrire; ma tutti indistintamente, grandi
e piccoli, ricchi e poveri, sacerdoti e laici siamo obbligati ad essere nelle
sue stesse interiori disposizioni di povertà, di umiltà, di carità, di
sacrificio e di tutte le altre cristiane virtù, in guisa che siamo pronti a
tutto sacrificare, a soffrir tutto, anche la morte, piuttosto che venir meno
alla santa sua legge: hoc enim sentite
in vobis, quod et in Christo Jesu (ad Philipp. 11, 5).
Non ci illudiamo però, o Dilettissimi. Noi non avremo mai questa
interiore conformità con G.C., se non avremo con G. C. qualche conformità
anche esteriore. La vita di G. C., dice l'Apostolo, deve manifestarsi nella
nostra carne mortale (Ad Cor. IV. II).
Si, dobbiamo anche nel nostro esteriore far comparire di esser
discepoli di un Dio povero, umile e crocifisso. Senza di questo a che
gioverebbe il protestarci e il vantarci cristiani? Sarà sempre vero, che
qualunque cosa noi facciamo avrà per movente o lo spirito del vecchio uomo o
lo spirito dell'uomo nuovo. Se regoliamo il nostro esteriore coi sentimenti del primo, siamo colpevoli; se collo spirito del
secondo, tutto è santo in noi, tutto in noi partecipa della vita di Gesù
Cristo, poichè Gesù Cristo non vive in noi che mediante il suo spirito.
Debbono tremare i poveri se altro non hanno che l'esteriore di questo divino
esemplare; debbon tremare i ricchi, se dannosi a credere che si possa averne
l'interiore senza veruna esteriorità. Bisogna possedere e l'uno e l'altro
insieme. Bisogna, o Dilettissimi, che se giudichiamo, se amiamo, se parliamo,
se affatichiamo, se addoloriamo, sia G. C. che operi in noi tutto questo,
sicchè possa ognuno di noi ripetere coll'Apostolo: non sono io che vivo, ma
è G. C. che vive in me: Vivo autem iam
non ego; vivit vero in me Christus (Galat. II. 20).
Non basta quindi operar bene, essere onesti, vivere, come suol dirsi,
da galantuomini, combattere e soffrire in qualsivoglia maniera, perchè
cristiana possa dirsi la nostra vita; non basta. Bisogna assolutamente far
tutto questo coll'occhio a Dio, coll'intenzione a Gesù Cristo, colla
sommissione, coll'amore e collo spirito di Gesù Cristo. Dev'essere Gesù
Cristo il principio e il fine delle nostre operazioni, l'anima della
nostr'anima, la vita della nostra vita.
In ciascuno di noi domina infatti un principio di morte, che sussiste tuttavia, anche allora che siamo
giustificati, e che del continuo ci spinge verso la morte, cioè a dire, verso
il peccato, che è la morte dell'anima. Ora, se non vivesse in noi Gesù
Cristo, per essere principio di vita e per indebolire, mercè la sua grazia,
questa ria tendenza al peccato, chi non vede come noi cadremmo bentosto nella
morte spirituale, e da questa nell'eterna morte?
Iddio inoltre, o Dilettissimi, dalla ragionevole creatura vuol essere
servito in una maniera proporzionata alla sua grandezza e santità; ma deh!
come mai potrebbe l'uomo servirlo così? egli cenere e fango? egli, dopo la
colpa, non d'altro meritevole che dello sdegno di Dio? Ah! E' necessario che
viva in noi G. C.; è necessario che G. C. operi in noi continuamente, potendo
Egli solo riconciliare la terra col Cielo, potendo Egli solo amar Dio quanto
è amabile e rendere a Lui quell'onore che gli è dovuto.
Ma come può Egli Gesù Cristo vivere in noi, o Dilettissimi? L'abbiamo
detto: mediante il suo spirito: in hoc
cognoscimus quia in eo manemus et ipse in nobis, quoniam de spiritu suo dedit
nobis (I Ioan, V. 13); e lo spirito di G. C. è spirito di umiltà, è
spirito di carità, è spirito sopratutto di annegazione,
di sacrificio, di penitenza. Ci manca egli questo spirito? tremiamo, V.F. e
F.C.; noi allora non siamo cristiani che di nome, non apparteniamo punto a Gesù
Cristo: si quis autem spiritum Christi
non habet, hic non est ejus (Rom. VIII, 9).
Imperocchè, siccome non è vivo membro del corpo nostro quello, che
non è vivificato dallo spirito nostro, così non è vivo membro di Cristo
quello, che vita non riceve dallo spirito di Cristo. Coloro che sono di Cristo
non si lasciano vincere dalle passioni, ma le passioni reprimono e tengono
sottomesse, rinnegando e mortificando sè stessi: qui
sunt Christi, carnem suam crucixerunt cum vitiis et concupiscentiis (Galat. V.
24).
Sta qui propriamente, V. F. e F. C., il segreto della vita cristiana.
Chiunque vuol venire dietro a me, dice Egli stesso il nostro divino Maestro,
rinneghi sè stesso, porti la sua croce e con questa divisa mi segua: abneget semetipsum, tollat crucem suam et sequatur me. Rinneghi sè
stesso, vale a dire, il proprio intelletto, col sottoporlo alla fede; la
propria volontà, col far sempre quella di Dio; gli sregolati appetiti, col
seguire in tutto unicamente il sacrosanto Evangelo. Porti, in secondo luogo, la
sua croce, vale a dire, soffra con pazienza e con rassegnazione
i mali tutti della vita presente, le tribolazioni, i disagi, le fatiche
inerenti al proprio stato. Con questa
divisa mi segua, vale a dire cammini sulle traccie di G. C., si rivesta
del suo spirito, entri nelle sue viste, sia animato da' suoi sentimenti; si
conduca secondo le sue massime, si conformi alla sua volontà, si abbandoni
alla sua Provvidenza. Ora, che significa egli tutto questo, se non che per
vivere vita cristiana è necessario l'esercizio della mortificazione
evangelica? La è tanto necessaria, o Dilettissimi, che senza di essa noi
siamo perduti e perduti per sempre: nisi
pœnitentiam egeritis, è l'incarnata Verità che ci parla, omnes
similiter peribitis (Luc. XIII. 3).
Ah, il mondo ha un bel dirci: bisogna godere! La ragione come la fede
protestano contro la bugiarda parola e ci gridano: bisogna soffrire! Si,
bisogna soffrire; e le sofferenze di Cristo a nulla ci valgono, senza il
merito delle sofferenze nostre. Imperocchè, ponete ben attenzione, o
Dilettissimi, a una verità che può dirsi il compendio, la base, l'anima
della vita cristiana. Cristo ha patito nella sua umanità, e, per sua parte,
ha soddisfatto sopra ogni misura. Nulla da Lui manca. Ma da noi, sue membra,
suo mistico corpo, manca bene assai; e
quindi bisogna supplire ciò che dal canto nostro manca alla sua passione: adimpleo,
diceva infatti S. Paolo, adimpleo ea quæ
desunt passionum Christi in carne mea (Col. I. 24).
Questa è legge suprema a cui è subordinata la nostra salute. Il
sacrificio di G. C. e il sacrificio nostro, sono due sacrifici egualmente
necessari, sono due sacrifici che non placano la divina Giustizia, se non
vanno indivisibilmente congiunti; perchè il nostro sacrificio, scompagnato
dal sacrificio di Cristo, è indegno di Dio; il sacrificio di Cristo,
scompagnato dal nostro sacrificio, è inutile a noi. Così è spiegato in
parte il gran mistero del dolore contenuto negli ordini presenti
dell'universo. Così il dolore e la morte, piaghe inevitabili della natura,
nello stato che ora è, furon cambiati in mezzo di perfezione, e di
glorificazione; e però di conforto e anche di gioia, e in questa guisa
riposti nell'ordine della divina sapienza e bontà. Quindi l'obbligo di
uniformarci alla passione di G. C. se vogliamo essere a parte della sua
gloria: adimpleo ea quæ desunt
passionum Christi in carne mea.
E qual cosa d'altronde più ragionevole di questa? Come? Chi non
conobbe peccato si è fatto per amor nostro
vittima del peccato, e noi che beviamo, come acqua, l'iniquità, noi vorrem
sottrarci alla gran legge della cristiana mortificazione? E la divina
giustizia ci mirerà dal cielo andar lieti e tranquilli pei floridi sentieri
dei mondani diletti, senza richieder altro da noi che l'offerta di un
sacrificio al quale non partecipiamo, il culto di una croce di cui non
portiamo nelle nostre membra vestigio di sorta? Ciò è affatto impossibile.
Alla colpa deve sempre tener dietro la pena, nè può in noi restaurarsi la
bella immagine di Dio, nè possiam noi aspirare alla corona degli eletti, se
non ribattezzando lo spirito nelle lacrime del più sincero dolore.
E poi chi non sa, che i sentimenti e i pensieri del cuore umano sono
inclinati al male sin dalla sua adolescenza? Chi non sente fremere di continuo
dentro di sè quella lotta incessante tra la carne e lo spirito, tra i sensi e
la ragione, tra la virtù e il vizio, che ci trascina come in un abisso e ci
precipita verso tutto ciò che è vietato? Chi sospirando non ha dovuto più
volte ripetere coll'Apostolo: una legge io sento nelle mie membra, che
combatte contro la legge del mio spirito e tira a soggiogarmi alla legge della
carne? E sarà mai possibile non soccombere? sarà mai possibile
che andiamo salvi, senza che ci poniamo con rigorosa volontà a reprimere i
vani desiderii, a frenare le scorrette passioni, a riformare i pravi costumi,
a fiaccare il nostro orgoglio, ad allontanare da noi gli oggetti che ci
sviano, a sacrificare gli interessi che ci seducono, a frangere i legami che
ci corrompono, a cessare le occasioni che ci pervertono, senza vivere, vale a
dire, cristianamente, mortificando le nostre passioni? Udite di nuovo S.
Paolo: Io, così egli, mortifico il mio corpo e lo riduco in ischiavitù,
affinchè non mi accada, che, avendo predicato agli altri, non diventi reprobo
io stesso: Castigo corpus meum et in
servitutem redigo, ne forte cum aliis predicaverim ipse reprobus efficiar (1.
Cor. IX, 27.). Tremenda rivelazione in bocca di tanto Apostolo!
Dilettissimi, in che consista propriamente la vita cristiana, quale e
quanto sia in noi l'obbligo di abbracciarla, quale e quanta sia per noi la
necessità di tradurla in pratica, dal fin qui detto potete averlo compreso.
Domandiamo ora: è questa la vita che regna oggidì fra gli uomini?
Certo il suo gregge fedele e devoto Gesù Cristo lo ha, come lo ebbe, e
lo avrà sempre. La religione nostra santissima, sempre amabile e sempre grande
in sè stessa, sembra addivenire più amabile e più grande per le virtù di
molti suoi figli, nelle epoche in cui gli empi congiurano alla sua rovina.
Direbbesi che la Provvidenza, con una legge terribilmente soave, voglia
rendere costoro inescusabili, presentando loro in tutta la sua bellezza, in
tutto lo splendore della sua divinità quella fede, che trionfa in tante anime
eroiche, e cui essi combattono e vorrebbero distrutta. Deh! quali esempi anche
oggi di operosa virtù nel clero e nel laicato di tutto il mondo! quanti e
quanti di ogni ceto, di ogni condizione, di ogni ordine, di ogni età, degni
veramente del nome cristiano! La è cosa che davvero allieta e consola! Ma nei
più? Ah, nei più, o Dilettissimi, Ci è forza pur troppo confessarlo, la
vita cristiana oggidì o è spenta affatto od è vicina a spegnersi.
Bene spesso infatti voi udirete, da uomini anche distinti, proposizioni
che il Vangelo condanna, e son tolte ad imprestito dal sillabo del mondo.
Udirete, a mo' d'esempio, chiamare viltà e pochezza d'animo la mansuetudine e
il perdono delle offese, disgrazia il patire ingiustizie, sciagura la povertà,
accortezza il giudicare le intenzioni, bello lo accumular ricchezze, felicità
i godimenti della terra, melanconia
la mortificazione della vita cristiana, carneficina la penitenza. E non è
questo tutto l'opposto di ciò che G. C., Verità eterna, è venuto ad
insegnarci?
Altri non pochi voi troverete, che si atteggeranno a filosofi, e
sentenziando alto e bestemmiando vi diranno con grande serietà: che la natura
è tutto; che di sopra ad essa è nulla; che le sue leggi sono unica e vera
realtà, che le sue forze progredienti in infinito sono unico e vero Dio, che
l'appagamento di essa è unica e vera sapienza, che l'uomo è legge a sè
medesimo, che dogmi, istituzioni e osservanze cristiane furono già cose della
umanità pargoleggiante, nè più omai proporzionate all'altezza dei tempi,
che bisogna una volta farla finita con Cristo, col Vangelo, e co' suoi digiuni
e penitenze e orazioni e simili cose da medio evo; si dia sulla voce al prete
ed ei si risolva o a seguire il carro trionfale del secolo o a rimanerne
schiacciato. Dite, dite, non è questo che bocche stolte e sacrileghe vanno
oggidì ripetendo continuamente? non è questo che si va continuamente
proclamando da una stampa quanto empia altrettanto insulsa e leggera?
Che se poi alla
condotta noi guardiamo dei più, ah, dov'è, siamo costretti anche qui a
domandarci, dov'è la vita cristiana? dov'è in generale quello spirito di
pietà, di umiltà, di castità, di povertà, di mansuetudine, di carità, di
annegazione, che della vita cristiana è l'indizio e la vita? dov'è il
rispetto alle cose sante, il fervore dell'orazione, il frutto della divina
parola, la frequenza ai Sacramenti? Che abbiamo noi fatto di quella religione
santissima di G. C., di quei forti convincimenti cristiani, che ponevano
l'uomo nelle lotte della virtù con forza invincibile, che lo facevano vivere
una vita continuata di sacrificio per l'amore di Dio e de' suoi fratelli,
rivolto lo sguardo ai secoli infiniti? santa e sublime austerità del Vangelo,
dove ne andasti? o piuttosto dove ne andò il Vangelo? Fra questo divin Codice
e il vivere odierno, ahi, quale orrenda contraddizione!
Voi lo vedete, o Carissimi. Allo spirito, onde il Vangelo si informa,
è sottentrato negli uomini dell'età nostra lo spirito del paganesimo; alla
sete della virtù, della giustizia, delle ricchezze del Cielo, la sete del
piacere, degli onori, delle ricchezze della terra; alla vita sovranaturale
della grazia di G. C., la
vita della natura degradata e corrotta; all'amor di Dio e del prossimo,
l'insaziabile amor di sè stesso. Non è a dire però, così un illustre
contemporaneo, con quale febbrile attività eglino tutto pongano in opera pei
loro personali vantaggi, per crescere comecchessia l'avito censo, per elevarsi
in grado più alto, per moltiplicarsi i godimenti sensibili, sino a
considerare il proprio Io come il centro unico e solo della famiglia e della
civil comunanza, al quale si appuntino tutti i pensieri, tutte le brame, tutte
le azioni.
Si curano da tutti gl'individuali interessi, possiam ripetere
addolorati con l'Apostolo e non si curano punto quelli di Gesù Cristo: omnes quæ sua sunt quærunt, non quæ Jesu Christi. (Philip. 11, 21.).
I depositarii stessi della pubblica autorità, postergate le sante norme del
diritto e della eterna ragione dei popoli, non parlano che di interessi
economici da tutelare, di vantaggi materiali da procurare, di soddisfazioni
personali da prendere.
Il commerciante non più l'onesto guadagno si prefigge ne' traffichi,
ma compra, vende e baratta per traricchire e tragodere; piangano e si
disperino a lor posta i poverelli e del proprio sangue invendicato satollino le viscere ingorde del monopolio. Una
innondazione distrugge in un'ora le messi di un'intera provincia? un tremuoto
getta sul lastrico centinaia e centinaia di miserabili? una improvisa
disgrazia immiserisce una onorata famiglia? Eh via sì, si soccorrano!......Ma
prima si suona, si canta, si balla.....e l'avanzo de' festini e del teatro si
getta in bocca agli affamati languenti, i quali pur soccorsi, si accorano che
le lacrime loro non siano che occasione di riso ai perpetui gaudenti.
No, il sacrificio pel sacrificio, la generosità per la generosità, la
carità per la carità, in un secolo che nomasi dalla filantropia, non si vede
più; non si vede più il sacro entusiasmo del bene; non si provano più i
dolci palpiti di un cuore largo, aperto, libero; non si gustano più le
sublimi ispirazioni di una carità non calcolatrice, ma disinteressata,
franca, leale. L'egoismo, ah, l'egoismo, quest'orribile mostro, ha ucciso nei
cuori i più nobili sentimenti, ha inaridito negli animi le sorgenti della
vita cristiana!
Quello che più Ci addolora si è, che questa vita, diciam schietto, è
venuta meno oggidì anche in molte famiglie, le quali pur si dicono cristiane,
ma che nol sono spesse volte se non di apparenza. Imperocchè Noi non
chiamiamo vita cristiana il semplice usare al tempio qualche volta e in certe
occasioni, il solo ascoltar la Messa ne' dì festivi, il solo stender la mano
a vantaggio del poverello, il solo esercitarsi in qualche atto esteriore di
pietà e di religione, e poi correre ad accomunarsi co' figli del secolo, e
poi assistere, forse anche nel tempo santo della Quaresima, a teatrali
spettacoli, e poi abbandonarsi ad ogni maniera stravizzi e intemperanze e
dissolutezze. Che altro gli è questo, o Dilettissimi, se non un volere
accordare insieme il servizio di Dio e il servizio del mondo, quando Gesù
Cristo apertamente ne insegna che ciò non è permesso ad alcuno? nemo
potest duobus dominis servire (Matth. VI, 24).
Ma oggi pur troppo è così. Infiacchita in molti la fede, mancato quel
vigoroso sentire cristiano in ordine all'unico affare, quello dell'eterna
salute, si vedono cert'anime tiepide e vili, che non osando intieramente
staccarsi dall'Evangelo, se ne stanno ai confini della virtù e del delitto,
indifferenti affatto all'una o all'altra, secondo che le circostanze
richieggono; che non volendo essere nè di grande virtù, nè di grande
malvagità, fra saviezza e colpa passano la vita, virtuosi e tristi, religiosi e
increduli, cristiani e pagani, raccolti a pietà sotto le volte auguste del
tempio e abbandonati alle vanità, ai piaceri, alle più ree cupidigie di
mezzo alla società, secondo che loro torna meglio, per illudere la coscienza
con religiose speranze e in uno venir a parte delle miserabili dolcezze, che
il secolo procura a chi dietro lui corre farneticando. No, non si può,
Dilettissimi, non si può dimezzare così la pratica della legge evangelica. Quicumque
insegna l'Apostolo S. Giacomo, totam
legem servaverit, offendat antem in uno, factus est omnium reus. (Jacob. 11,
10,). Imprimetevi ben addentro nell'animo questa grande verità, Figli
Nostri Carissimi. Riflettete che presto passa la figura di questo mondo, che
il giudizio di Dio ci sta sopra severo e inesorabile, e risolvete di darvi
tutti a Dio, con una vita interamente, sinceramente e costantemente cristiana.
I seguaci del mondo, lo sappiamo, si fanno della vita cristiana un'idea
molto superficiale e meschina, credendo sia essa una vita noiosa, melanconica,
triste, una vita piena di timori e di angustie, una vita tutta di sospiri e di
lacrime, senza stilla di piacere, senza balsamo di consolazione,
senz'aura di conforto. Deh Dio! esclamano impauriti, che vita mai è codesta,
accompagnata sempre da affanni e da paure?
Fosse anche così, e la legge divina fosse anche la dura cosa che si
vanno cotestoro immaginando, non avrebbe forse Iddio il diritto di imporcela?
A fronte di un premio immortale, di una gloria infinita, di un riposo eterno
ch'Egli promette a' suoi veri seguaci, chi mai potrebbe muovere lamento degli
affanni e delle tribolazioni di quaggiù, per quanto si vogliano gravi? Gli
atleti, scrive l'Apostolo, si astenevano con ogni cautela dalle morbidezze e
dai piaceri della vita, si cibavano di vivande grossolane e scarse, dormivano
le intere notti sul nudo terreno e indurivano così le membra alla fatica, pel
solo fine di poter conseguire nella lotta una corona corruttibile di lauro o
di mirto, simbolo della vittoria; e non ci affaticheremo, non combatteremo,
non agonizzeremo noi, per poter conseguire una corona che mai non appassisce nè
disecca, ma che eterna dura?
Chi ha lume di fede, dee sapere che questa vita è luogo di espiazione
e di prova, e che non vi ha strada, per giugnere alla promessa e sperata
felicità, fuor di quella che primo ha percorso Colui che
ce l'ha a prezzo del suo sangue procacciata, cioè la strada del Calvario e
della sua Croce. Chi poi ha spento, per sua mala ventura, il lume della fede,
anch'egli dee portare la sua croce e avere il suo calvario inevitabile. Se non
lo trova di volontà nell'esempio e nel precetto di G. C. e nella ragione
superna dell'umana economia, lo troverà nelle esigenze del mondo e nelle
contraddizioni degli uomini; lo troverà nell'impero tirannico delle passioni,
nell'avidità, nell'ambizione, negli stessi piaceri. Con questo gran divario
però, V. F. e F. C. che quello del mondo è un calvario disperato per
insaziate e insaziabili cupidigie, che fa dire da ultimo a chi lo ha
sostenuto: Ci siamo straccati nella via
d'iniquità e di perdizione e abbiam camminato sentieri spinosi... Ci siamo
consumati nella nostra malizia. Quello dei fedeli di Cristo invece è un
calvario irrorato continuamente da celesti rugiade, consolato da una cima di
gloria perenne, che faceva dire a S. Paolo e fa dire ad ogni anima veramente
cristiana: Sovrabbondo di gaudio in ogni
tribolazione mia (Cor. VII. 4).
Ah, Dilettissimi, si parla di piaceri e di gioie, si cercano gioie e
piaceri, ma deh, quali gioie, quali piaceri possono mai paragonarsi a quelli
che la vita cristiana ci
procura continuamente? Certo sì, possiam dire noi cristiani ai seguaci del
mondo, ci ha piaceri anche per noi e di molti e soavi più che nol pensiate.
Ci sono tutti quelli che possono unirsi con la violenza, la quale deve
apportarci il regno di Dio; tutti que' piaceri che si prendono, non come
oggetto supremo della vita, ma come modo a compiere gli intendimenti della
Provvidenza celeste; quelli che si accettano a conservare il corpo, non a
solleticare e molcere i sensi; a ristorare le forze smarrite, non a dar esca e
alimento a passioni disordinate; al tutto que' piaceri che si pigliano a
coscienza serena e tranquilla, non gli altri che briacano l'intelligenza,
turbano e mettono il cuore in tempesta. Anche noi abbiamo le nostre gioie, e
sono allora che troviamo infelici da consolare, idioti da ammaestrare,
famiglie digiune, ignude e grame, alle quali ci sia dato porgere pane, vesti
ed ogni maniera conforti. Ci sono piaceri anche per noi, e quello che ogni
altro avvanza, è il sentire umilmente la propria dignità, il dispregio delle
mollezze, la pace della coscienza, l'abbandono dello spirito confidente nelle
giustizie e nelle misericordie eterne, la dolcezza del pentimento e del
perdono, dolcezza intima, {29}secreta, inesprimibile, che non gustata non si
arriva ad intendere. Vi è gioia, vi è gioia anche per noi, ma la nostra, a
differenza della gioia mondana, è una gioia pura, grave, severa, lieta e
calma come la virtù. Quindi quella solenne testimonianza dello Spirito Santo:
L'uomo tranquillo dell'anima, ossia l'uomo veramente cristiano, è sempre
allegro e contento in cuor suo, qual chi vive in continue feste e conviti:
secura mens quasi juge convivium (Prov. XV, 15).
Oh chi non risolverà di darsi intieramente alla vita cristiana? E' la
vita cristiana, o Dilettissimi, che tutto riordinando in noi e fuori di noi,
ci ritorna in certa guisa alle armonie dell'Eden, ci rende men duro il pane
dell'esiglio e ci assicura il riposo della patria beata. Per mezzo della vita
cristiana noi siamo felici nel tempo, felici nella eternità; nella eternità,
ove ci metterà al possesso del sommo Bene; nel tempo altresì, ove di questo
Bene ci dà un saggio anticipato nei tanti e grandissimi beni che ci procura. Libertà, libertà, è la magica parola che suona
oggi più che mai su mille bocche e scuote ogni fibra e desta un fremito soave
in ogni petto. Non è a stupirne. La libertà è uno dei più nobili attributi
del nostro spirito, è uno dei bisogni più potenti del nostro cuore, è uno
dei beni più grandi che possediamo quaggiù, e ciò che forma dignità di
nostra natura. Ma chi è che ci fa liberi veramente se non la vita cristiana?
Essa è che ci franca dalla servitù della colpa, essa che rende la volontà
nostra forte e spedita nell'esercizio del bene, il che propriamente è ciò
che costituisce la vera libertà.
No, non è vera libertà, o Dilettissimi, quella che esce dal dovere e
la dà dentro all'impazzata nel male. Ove la libertà consistesse nell'egual
facoltà di eleggere il bene o il male, l'uomo tanto meno sarebbe libero
quanto più sarebbe perfetto; giacchè egli non può crescere in perfezione,
se non che assoggettandosi all'impero di ciò che lo porta al bene, ed egli
non può assoggettarsi all'impero della virtù senza sottrarsi a quello del
vizio.
Intendetela bene, o Dilettissimi. La facoltà di scegliere il male non
è punto necessaria all'essenza della libertà; ad esser liberi veramente
basta la facoltà di abbracciare o non abbracciare un bene determinato, di
scegliere fra le opere virtuose quella che avvisate dover preferire. Quanto più
adunque sarete cristiani
tanto più sarete liberi. Qual cosa, scrive S. Agostino, vi sarà più libera
del libero arbitrio, quando più non potrà servire al peccato? (De Corrept. et Grat. 11). E perciò divinamente l'Apostolo: Ove
signoreggia lo spirito del Signore, ivi è la libertà: ubi spiritus Domini, ibi libertas (II. Cor. III, 17).
Ma l'uomo non è egli libero quando opera il male? Certo sì, o
Dilettissimi, egli è libero da ogni coazione esterna e da ogni interna
necessità, altrimenti Iddio, vindice della colpa, sarebbe ingiusto; ma qui,
diremo con un illustre letterato, è la debolezza della libertà, non la
forza; la sua vergogna non la sua gloria; il suo pericolo, non il suo
vantaggio; la violazione del dovere, non mai l'esercizio di un diritto. Nel
misfare noi non vediamo altro che l'uomo trascinato in ischiavitù da passioni
che umiliano e degradano la sua natura. E colui che per libera elezione si
abbandona alla china di tutte le ree sue voglie, credendo di esercitare in
esse la sua libertà, con ogni opera malvagia viene a diminuirla, per l'impero
del male che cresce di forza nell'animo suo e in qualche maniera proscrive la
sua libertà e dà il suo voto per una schiavitù obbrobriosa.
Colui che brama di
esser libero, dice il medesimo Tullio, reprima anzitutto le sue passioni,
disdegni la voluttà, raffreni la collera e l'avarizia, guarisca tutte le
altre piaghe dell'anima sua e non prenda a comandare agli altri, finchè non
ha cessato egli stesso di essere sottomesso a' suoi abbominevoli padroni (Paradox.).
Chiunque pecca, dice infatti con divina sapienza l'Apostolo, è
schiavo, e non di un uomo solo, ma di tanti padroni, quanti commette peccati: omnis qui facit peccatum servus est peccati (Joan. III, 4).
La vita cristiana adunque, che è la morte del peccato, è la madre
della libertà, e tanto più questa libertà regnerà fra gli uomini, quanto
più regnerà in essa la vita cristiana.
Che dire pertanto di coloro che credono di far prova di onesta libertà
col muover guerra al Cristianesimo, adoperandosi a crollare ogni principio
morale, a diseccare ogni emozione virtuosa, ogni aspirazione dell'anima a Dio
ed alla eternità, ogni fiducia nelle giustizie e nelle misericordie infinite?
che nulla risparmiano pur di vilipendere la Religione nostra santissima,
questa madre della civiltà, questa educatrice sapiente delle nazioni, questa
confortatrice della vita umana, che ha consolazioni per
tutti i dolori, medicina a tutte le infermità, consiglio in tutte le
incertezze, che conosce tutti i segreti di questa nostra terrestre
pellegrinazione e tutti i misteri de' secoli infiniti?
Si vantano liberi costoro e non sono, direbbe Tullio, che vilissimi
schiavi; schiavi dell'ignoranza, dell'orgoglio, della voluttà,
dell'ambizione, dell'oro, degli umani riguardi, di tutte le più ree passioni (Paradox. V. c. I.).
Coloro sono meritamente liberi, scrive lo stesso Macchiavelli, che
nelle buone, non nelle cattive opere si esercitano; perchè la libertà male
usata offende sè stessa ed altri: e potere stimar poco Dio e meno la Chiesa,
non è officio d'uomo libero, ma più al male che al bene inclinato; la cui
correzione, non solo ai principi, ma a qualunque cristiano appartiene (Stor. Fior. Libro, 8).
Così, o Dilettissimi, sarete liberi voi, se fedeli alla santa legge di
Dio, e non avendo altro Dio che Lui, vi farete un dovere di adorarlo, di
amarlo e di servirlo. Sarete liberi voi, se avrete cura di chiudere le
orecchie alle perfide insinuazioni e alle promesse bugiarde di coloro, che,
rinnegata la fede, si danno a sonore ciance, ad ampollosi discorsi, e si
spacciano per maestri e si vantano illuminati, mentre non sanno nè quello che dicono, nè quello che affermano.
Sarete liberi voi, se a coloro che insultano alle cose sante e vi guastano i
figli, saprete dire: vogliamo rispettata la nostra fede, vogliamo frenati i
pubblici scandali; non vogliamo la licenza del male, protetta la mentita
libertà di coscienza, favorita da insolenza ignorante di libero esame:
altrimenti converrà, a esser coerenti, lasciar libertà anche alla coscienza
dell'assassino e dell'incendiario e lasciar libero l'esame anche al ladro, che
fiuta e vuota gli scrigni privati e le pubbliche casse. Sarete liberi voi, se
la vittoria che trionfa del mondo e della sua triplice concupiscenza, vi
eleverà al di sopra delle passioni, le quali, su coloro che vi si
abbandonano, fanno pesare un giogo di ferro.
Voi che obbedite, sarete liberi se, facendo ritratto da Gesù Cristo,
mortificherete voi stessi, e, per amor di Dio, osserverete le leggi tutte
fondate sui principi dell'Evangelo, della giustizia, della saggezza e della
ragione; osservanza, senza la quale, e religione e società, e famiglia e
patria, crollerebbero sulle vostre teste e colle loro rovine vi
schiaccerebbero. Voi che comandate, sarete liberi,
se avrete ben fermo nella memoria che ogni potestà
viene da Dio, che solo a Colui che regna ne' cieli si appartiene di ragione la
gloria, la maestà, l'indipendenza, e che un giorno dovrete rendergli conto
del potere che egli vi volle affidato, per usarne, com'Egli fa, a bene del
mondo. Finalmente, sarete liberi voi, se ricordandovi che siam tutti fatti a
sembianza di un Solo e figli tutti di un solo Riscatto, che abbiamo tutti una
madre istessa, la quale ci ha nudrito del suo latte, e un'istessa patria che
ci aspetta dopo gli affanni e i tormenti dell'esiglio, saprete a vicenda
amarvi, sopportarvi, compatirvi, porgervi aiuto e conforto. A dir tutto in
breve, sarete liberi voi della vera libertà, se la vostra vita sarà una vita
veramente cristiana.
Ed è questo, o Carissimi Figli Nostri, l'unico rimedio efficace ai
mali gravissimi che ci opprimono. Dappertutto non vediamo che corruzione e
disordini. Ah, Dilettissimi! Noi amiamo la Nostra patria e l'amiamo dell'amore
più grande. Se non l'amassimo così, Noi saremmo indegni di rappresentare in
mezzo a voi Gesù Cristo, che alla vista de' mali e delle imminenti sciagure
della patria sua, compreso del più tenero affetto, pianse sopra di lei. Se
così non l'amassimo la Nostra patria, come sentiremmo
tanto vivamente nel Nostro cuore le sue umiliazioni, i suoi dolori? come Ci
sentiremmo spinti tanto fortemente a soccorrerla? Appunto perchè amiamo di
cristiano amore la patria Nostra, sentiamo il bisogno di levar alto la voce e
di far palese a tutti le sue infermità, perchè tutti si affrettino a venirle
in aiuto.
Ebbene, porgete attento l'orecchio, o Dilettissimi, e ascoltate. Qual
grido di affanno esce dalle anime tutte! quanti gemiti, quanti lamenti! Dolore
più grande, più universale, non fu mai! Isaia avrebbe detto: Dalla pianta de' piedi fino alla sommità della testa, nulla più havvi
di sano; ma ferite e lividure e piaghe marciose in ogni parte (Is. 1, 6).
Anche i più ciechi lo veggono, e, quasi fossero nati ieri, domandano
con aria di stupore: che vuol dir questo? Perchè il padre, questo piccolo re
fra le domestiche mura, reclama indarno dal figliuol suo il dovuto rispetto?
Perchè il padrone lamenta continuo l'insubordinazione e l'infedeltà del suo
servo? Perchè il maestro non più riscuote l'ossequio dovuto alla sua autorità,
dalla gioventù che istruisce? Donde questo spirito di licenza e di generale
scompiglio? I delitti crescono d'anno in anno spaventevolmente di numero, ma
più ancora di enormità e
di ferocia. Il fratello uccide il fratello, il sangue cittadino si versa, il
vicino è armato contro il vicino, e tutto questo perchè? Cade e crolla dalle
teste coronate il regale diadema, fremono i popoli insofferenti del freno che
li modera, appena basta la forza e il terrore a contenerli, e tutto questo
perchè? Sono violati i giuramenti, rotte le leggi, manomessa la proprietà,
si vorrebbe onorata la fellonia, nobilitata l'infamia, premiato il delitto, la
viltà, il tradimento e tutto questo perchè? Filantropi senza pudore,
apostati contumaci, maestri d'empietà e di corruzione accerchiano la gioventù,
e, mentre dicono di volerla mettere all'altezza dei tempi, l'educano al
sacrilegio ed alla bestemmia, alla prostituzione ed alla vendetta, al
disprezzo della legge e delle autorità che governano, al furto, al duello, al
suicidio, e tutto questo perchè? Perchè cose e persone sante, perchè dogmi,
misteri, sacramenti, riti, pratiche di religione si traducono in dileggio ne'
teatri e si espongono per le vie come oggetti di derisione e di scherno? Perchè
stampe licenziose, giornali empi, diarii spudorati, libercoli e romanzi d'ogni
fatta, screditano la virtù e incensano al vizio, corrompono la morale e
attentano al dogma, spac{38}ciano l'errore e mentiscono alla verità? Che è
questo che noi vediamo? Cozzano le opinioni, si urtano i partiti, è rotto
ogni equilibrio. Tra ricchi e poveri, tra sovrani e sudditi, nei gabinetti,
nei parlamenti, nelle pubbliche adunanze, nei popolari convegni, nello stesso
focolare domestico freme un cupo suono d'ira, di astioso livore, di minaccia.
Si grida pace e non si odono che rumori di guerra; si grida libertà e si
incatenano i più sacri diritti; si grida fraternità e gli uni si mettono in
guardia contro degli altri; si grida istruzione e mai non si vide circa i
proprii doveri più vergognosa ignoranza. Si grida unità di scienziati e di
scienze, di letterati e di lettere, di artisti e di arti, e mai nelle
speculazioni del vero e nel culto del bello si videro divisioni più profonde,
anarchia più vasta, scetticismo più sconfinato. Si grida civiltà, e
nell'ordine morale, apice, norma e compendio d'ogni vera gentilezza, siamo
oggimai a tal termine che, come disse quell'antico, nè i vizii nostri possiam
più tollerare, nè i rimedii.
Come l'antico Israele, i figli del secolo XIX, a refrigerio della sete
spirituale che li tormenta, si son dati a scavare povere cisterne, che non
valgono a contenere pure una goccia di acqua; hanno il piegato ginocchio ad
ogni impostore che prometteva
loro felicità; hanno con improba fatica innalzato e atterrato, atterrato e
innalzato idoli d'ogni sorta; sono giunti a tal delirio di mente, a tale
abbiettezza di cuore da dire al bruto: tu sei nostro padre; da dire al fango:
tu ci hai generati! E tutto questo perchè?
Non ci illudiamo, o Carissimi. Quando l'uomo ha celebrato l'apoteosi
dell'Io, quando ha messo in trono
l'egoismo, quando ha divinizzato il vizio, tutto il resto è come grave che
tende al suo centro. Egli allora non cerca che sè, non vuole che sè, non ama
che sè, non intende, non adora che sè, e tanto si cura degli altri quanto
sono o li spera mezzi a sè stesso, strumenti alla sua felicità e base al suo
innalzamento. A che dunque lamentarci di quello che accade? perchè farne le
meraviglie? E' la vita cristiana che si è spenta nell'uomo, o meglio è
l'uomo che ha spento nel proprio cuore la vita cristiana. Levando contro Gesù
Cristo il vessillo della rivolta, egli ha gridato alla terra ed al Cielo:
Costui non vogliam più che regni sopra di noi, nolumus
hunc regnare super nos, e il regno di G. C. in molte anime è cessato. Ma
che? Dove termina il regno di G. C. incomincia necessariamente,
inevitabilmente un'altro regno;
il regno dell'uomo vecchio e delle sue vecchie passioni, il regno
dell'orgoglio che vuole ad ogni costo dominare, dell'ambizione che vuole ad
ogni costo salire, della cupidigia che vuole ad ogni costo arricchire, della
sensualità che vuole ad ogni costo godere, dell'ira che minaccia, dell'odio
che freme, della vendetta che si sfoga, del tradimento che congiura, della
calunnia che assale, della prepotenza che opprime; il regno insomma
dell'universale egoismo, che, attizzando discordie, moltiplicando dolori,
accumulando rovine ci grida: Io sono la giustizia di Dio; imparate, o mortali,
a non disprezzare il Signore, a non calpestarne le leggi, a non rigettarne lo
spirito. Pel tempo come per l'eternità, agli individui come alle nazioni, la
vita cristiana è sintomo di salute, ma un popolo che da lei si allontana, è
un popolo destinato a perire. Vœ, vœ
genti peccatrici, populo gravi iniquitate (Is. I, 4).
Una società al contrario veramente cristiana, cristiana di pensieri,
cristiana di affetti, cristiana di opere; una società, nella quale, come dice
S. Agostino, sia regina la verità, legge la carità, fine l'eternità (Ep. 138 ad Marc.), qual giocondo spettacolo non offrirebbe alla
terra!
Nel seno di società
cosiffatta tutto ride di ordine, di unione, di bellezza, di prosperità e di
pace. Entrate nelle famiglie. Le mogli rispettano i loro mariti e in
sommissione d'amore stan loro soggette, come la Chiesa a Cristo suo Sposo; e i
mariti amano, come la propria carne, come sè stessi, come Cristo amò ed ama
la Chiesa, le loro mogli. I figliuoli obbediscono nel Signore i padri e le
madri loro; e i padri e le madri, lungi dal provocare ad ira i loro figli con
aspri trattamenti, li allevano nella disciplina santa e nel santo timor di
Dio. I servi obbediscono con riverente sollecitudine a' loro padroni, non
servendo all'occhio quasi per piacere agli uomini, ma come servi di Gesù
Cristo facendo di cuore la volontà di Dio; e i padroni, non ignorando che
l'unico e vero padrone degli uomini tutti è ne' Cieli e che Egli non è
accettator di persone, deposta ogni asprezza, trattano i proprii servi con
riguardo amoroso di fratelli.
E nei rapporti sociali quale unità armoniosa! Ne' superiori loro
riconoscono i sudditi una podestà venuta da Dio e ministra di Lui a nostro
bene, e prestano ad essi obbedienza tanto più salda e generosa che, non già
da cupidigia di guadagno o da timor del castigo, ma è inspirata da coscienza e dal pio sentimento del dovere; e i superiori
dal canto loro, rammentando che l'esercitare sui proprii sudditi impero di
padronanza è ambizione e alterigia pagana, sentono che tra noi cristiani chi
è più grande è come fosse il più piccolo, e chi presiede e governa è come
uno che serve. I ricchi, memori del grave precetto di dare il superfluo a'
poveri e che Gesù Cristo tien come fatta a Sè stesso la carità fatta loro
per amor suo, abbondano generosi in ogni maniera soccorsi, tesoreggiando pel
Cielo; e i poveri ben sapendo come Gesù Cristo comunque ricco, si è voluto
per noi far povero, e come sia tanto più facile conseguire l'eterna
beatitudine tra le privazioni e i travagli, che non tra i piaceri e le
ricchezze, non solo non usurpano l'altrui, ma ne interdicono a se stessi fino
il desiderio e vivono fidenti e rassegnati in quell'umile condizione, in cui
piacque alla divina Provvidenza di collocarli. In cosiffatta società rendesi
a ciascuno il debito suo; a chi il tributo, il tributo; a chi l'imposta,
l'imposta; a chi l'onore, l'onore. Alienissimi da ogni menzogna, tutti al
prossimo loro parlano con verità, con quella verità che non simula nè
dissimula, ma senza giro di parole dice semplice e schietta: sì, sì;
no, no. La santa carità e nei loro cuori diffusa dallo Spirito di Gesù
Cristo, che abita in essi. Da questo divino Spirito animati, eglino sono
pazienti, ospitali, benigni, non invidiosi, non insolenti, senz'ombra di
orgoglio o d'ambizione, non cercano gli interessi proprii, non si commuovono
ad ira, non pensan male, non godono dell'ingiustizia, ma congioiscono della
verità, sanno adattarsi a tutto, tutto credono, tutto sperano, tutto
sopportano. Per quanto è da loro, hanno pace con tutti, offesi perdonano,
maledetti benedicono, perseguitati soffrono e pregano, non si lasciano vincer
dal male, ma del male trionfano col bene. Hanno viscere di misericordia,
piangono con chi piange, patiscono con chi patisce, e, ad ogni infortunio,
accorrono pietosi per soccorrere e consolare. Lasciare un famelico senza
dargli mangiare, un assetato senza dargli bere, un ignudo senza coprirlo, un
pellegrino senza ospitarlo, un infelice senza recargli conforto, è per essi
come lasciar famelico, assetato, ignudo, senza tetto, sconsolato e in
abbandono Gesù Cristo medesimo. Quindi tra loro i più delicati riguardi, le
più tenere ed affettuose cure sono per ciò che è piccolo, debole,
spregevole agli occhi del mondo. Quindi non più tra
loro distinzione di giudeo o di greco, di servo o di libero, di barbaro o di
scita, ma tutti sono una cosa sola in Gesù Cristo, tutti un cuore ed un'anima
sola.
Dove troverete voi maggior purezza nelle intenzioni, maggior candore
ne' costumi, maggior nobiltà negli affetti? Qui la sottomissione si onora
come un dovere, l'umiltà come una virtù, la religione come un culto, e la
giustizia decide, e la schiettezza parla, e lo zelo ammaestra, e la bontà
solleva, e la pazienza sopporta, e la generosità soccorre, e la prudenza
dirige e la dottrina illumina e il coraggio difende e la saggezza governa. Di
qui probi cittadini alla patria, al foro magistrati integerrimi, all'esercito
valorosi soldati, alle scuole maestri esemplari, al commercio negozianti
fedeli.
Esageriamo Noi forse? O secoli gloriosi della Chiesa nascente, floridi
secoli del Cristianesimo, voi, voi chiamiamo in testimonio. Di società così
santa, così perfetta, non foste voi spettatori avventurati? Lo furono; tanto
è vero che allora Tertulliano con fronte alta e voce sicura sfidar poteva il
paganesimo ad indicargli un solo, che più de' cristiani fosse o sollecito a
pregar pei Cesari stessi, loro persecutori, o fedele a servir con coraggio e
con valore nelle armate
imperiali, o diligente a paga con esattezza e senza frode le imposte, o
morigerato, o giusto, o misericordioso. E il paganesimo era costretto a chinar
la fronte e a confessare che quell'eloquente Africano avea ragione. «Voi
andate in cerca di noi per condurci a morire, soggiungeva questi rivolto agli
infedeli, avete un mezzo facile per iscoprirci. Percorrete il vostro impero e
osservate chi sono quelli che nelle loro pene si aiutano e che per quelle de'
loro nemici sentono compassione; questi sono cristiani. Vedete chi sono quelli
che chiudono la bocca quando vengono calunniati e che l'aprono solo per
pregare Dio e perdonare ai loro nemici; questi sono cristiani. Domandate chi
son coloro che sempre calmi, sotto la verga della tribolazione, nonchè levare
lamenti, baciano la mano pesante che li percuote; questi sono cristiani».
Tornate, secoli gloriosi della Chiesa primitiva, tornate a rifiorire in mezzo
a noi. E perchè non si compirà egli questo voto nell’età nostra? La
religione che noi professiamo è pur quella stessa professata dai nostri
padri; una religione di concordia e di pace, una religione di civiltà e di
progresso, una religione d'intelletto e di amore, una religione che rese
così grande, sopra tutte le nazioni, questa nostra Italia!
Che manca egli, o Dilettissimi, perchè una religione sì sublime abbia
ad esercitare e a far sentire un'altra volta in mezzo a noi tutta l'efficacia
di sua celeste virtù? Manca la pratica. Sì: la pratica della religione,
ossia la vita cristiana, ecco, lo ripetiamo ciò che manca al nostro secolo,
ed ecco il perchè vanno sempre di male in peggio le cose nostre.
Deh, per pietà se non altro di noi medesimi, destiamoci, o
Dilettissimi, che è tempo! Approfittate dei giorni di misericordia ai quali
ci avviciniamo, per ridestare in voi lo spirito della vita cristiana, per
rigettare da voi le opere delle tenebre, e per rivestirvi delle armi della
luce.
Sieno questi per voi giorni sopratutto di meditazione e di
raccoglimento, di forti risoluzioni e di fermi propositi. Spogliatevi d'ogni
umano rispetto. Ritiratevi dai tumulti e dai mondani spettacoli. Accorrete con
più di frequenza ad ascoltare la parola di Dio. Usate più assidui ai templi
del Signore. Assistete con maggior divozione ai divini Misteri. Osservate la
quaresimale astinenza, resa oggi così mite dall'Indulto che vi comunichiamo.
Digiunate col corpo, digiunate con lo spirito; mortificate
i sensi; purificate nel tribunale di penitenza le anime vostre; unitevi con
Gesù nella mensa Eucaristica; esercitatevi in ogni maniera di opere virtuose,
principalmente nella carità e nella beneficenza; pregate. Preghiamo tutti pei
traviati nostri fratelli, affinchè si convertano e vivano. Preghiamo perchè
alla Chiesa Cattolica nostra Madre affettuosa sieno ognora abbreviati i giorni
della prova. Preghiamo, e con ardore preghiamo, pel Capo visibile di essa
Chiesa, pel Padre di tutti i Cristiani, per l'amatissimo nostro Pontefice
Leone XIII, affinchè il Signore gli dia forza a vincere i palesi e gli
occulti nemici, lo protegga nei pericoli ond'è circondato, lo consoli nelle
tribolazioni ond'è afflitto, ne secondi i magnanimi propositi, e lo conservi
lunghi anni ancora a sostegno e a decoro dell'Episcopato e a gloria di tutta
la Chiesa.
Preghiamo finalmente per questa nostra cara città e Diocesi, affinchè
continui sempre e si accresca in mezzo di essa lo spirito della vita
cristiana. Lasciate pure che il mondo calchi altra via da quella che Gesù
Cristo è venuto ad insegnarci. Fedeli alla vostra vocazione voi non perirete
col mondo. La vostra unione a Gesù Cristo ed alla sua Chiesa nella vita
presente vi assicurerà il trionfo e la gloria sempiterna nell'altra.
In questa dolce
fiducia, abbracciandovi tutti nella carità di Gesù Cristo, vi benediciamo
con tutta la effusione del cuore nel nome del Padre, del Figliuolo e dello
Spirito Santo. Piacenza, dal
Nostro Palazzo Episcopale, la festa di S. Savino, Nostro glorioso Antecessore, 17 Gennaio
1883. †
Giovanni Battista Vescovo |
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