24. Lettera Pastorale

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24.    Lettera Pastorale di Monsignor Vescovo di Piacenza pel suo ritorno da Roma, 18.10.1882, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1882, pp.36.

 

Di ritorno da Roma, dove si è recato per la terza volta in visita ad limina, Scalabrini comunica ai  fedeli di aver colto una nuova prova della vitalità del cristianesimo confrontando la stabilità della sede del papato, succeduta a quella di un impero pagano senza emarginare i grandi valori ideali da esso espressi in otto secoli di storia, con il declino delle altre istituzioni, incapaci di resistere al logoramento del tempo.

Riferisce poi le parole che il papa ha rivolto ai fedeli della diocesi di Piacenza nella persona del vescovo; sono un invito a dire apertamente che anch'essi vogliono il bene dell'Italia e per questo auspicano una sollecita riconciliazione dello stato con la chiesa, non dimenticando però che il papato ha potuto garantire nel corso dei secoli l'indipendenza del nostro paese perché a sua volta è sempre stato indipendente. Noi pensiamo che Scalabrini abbia. voluto ripetere il termine riconciliazione, udito da Leone XIII, per marcare il suo vivo desiderio di una soluzione della Questione romana che non fosse lesiva dei diritti della chiesa, ma neppure mortificasse la patria italiana.

La  Pastorale individua nel discorso del papa anche altre istanze sentite profondamente dal Vescovo: la moderazione nel giornalismo cattolico, che Scalabrini ha raccomandato in altre lettere, l'invito a privilegiare la dottrina di San Tommaso nelle scuole cattoliche rispettando però la libertà di discussione nelle questioni in cui la chiesa non poneva vincoli al dibattito, infine l'esortazione alla concordia anche con il sacrificio delle opinioni personali per salvare l'unità interna della comunità ecclesiale.

Ci sembra di leggere tra le righe l'amara constatazione che la difesa a oltranza del pensiero di San Tommaso, squalificando come eterodossi i sostenitori della filosofia di Antonio Rosmini, rischiava di compromettere la concordia nel  clero diocesano.

 

            Come già vi annunziammo, Venerabili Fratelli e Dilettissimi Figli, Ci correva l'obbligo in quest`anno di recarci alla Santa Città, per visitare la tomba del Principe degli Apostoli, per attestare al Successore di Lui la Nostra fedeltà e sommissione, e per rendergli conto del governo di questa Nostra amatissima Diocesi.

            Questo dovere, con grandissima Nostra consolazione, per la terza volta Noi l'abbiamo testè a{4}dempiuto, e da Roma eccoci di nuovo a Piacenza. Roma, Piacenza! Due nomi a Noi carissimi sopra ogni cosa al mondo. Roma, che è per Noi il nome di una Madre tenerissima; Piacenza, che è la Sposa dataci da Dio e dove sono i figli dell'anima Nostra.

            Avevamo, ne siam sicuri, un medesimo desiderio, un'impazienza medesima: Noi di ritornare fra voi e di rivolgervi la parola, voi di rivederci e di udire dal Nostro labbro alcune almeno delle cose che abbiamo Noi stessi e veduto e udito.

            Ci è caro di poter compiere ora questo vostro desiderio, e di far comuni in qualche modo anche a voi le soavissime impressioni avute.

            A veder Roma, o Carissimi, fosse anche la centesima volta, a contemplare i grandiosi monumenti e le venerande memorie, onde tutta è seminata quella vasta Metropoli, non si può a meno, da chiunque serbi un raggio di fede, di esclamare inteneriti: o Roma, quanto sei grande! Chi ti guarda alla luce de' tuoi colli, delle tue piazze, de' tuoi obelischi, delle tue basiliche; chi ti visita nelle tenebre delle tue Catacombe, sente che sei una grandezza oltreumana, sente che sei peso non da omeri {5}terreni, sente che fosti tomba del paganesimo e sarai pur tomba di ogni altra grandezza che paganeggi. Tu la culla di una nazione santa, che novera oltre a duecento milioni di sudditi e venti secoli di gioventù e di gloria; tu la reggia e la corte perpetua della cristianità universale; tu la patria delle anime, il centro della cattolica unità, il sacrario della fede incorrotta, l’oracolo de' popoli ortodossi, il seggio propizio delle arti belle, lo specchio di virtù eminenti, la custode de' principii ideali, morali e civili, la sola che possa a buon dritto aggiudicarsi il titolo di regina del mondo, di madre e d'istitutrice del genere umano.

            A Roma, diremo colle parole di un dottissimo scrittore moderno, noi ci vediamo dinnanzi due civiltà e due città che le rappresentano, l'una all'altra sovrapposta; la pagana colle sue grandezze incomparabili, frutti di otto secoli di conquiste e di rapine, serve di piedestallo alla cristiana, che, senza forza d'armi, colla sola potenza della verità, a poco a poco seppe vincerla, farsela ancella e trasformarla. Roma ci presenta in se stessa il lavoro vivo e parlante di venticinque secoli, e in essa, quasi linea nel centro, si {6}confondono tutte le civiltà antiche e moderne, l'etrusca, la greca, l'egiziana, la romana, la medioevale, l'odierna: le arti belle, le lettere, le scienze sacre e profane là si strinsero tutte in un mirabile accordo, quasi a formare l'aureola della Croce di Cristo e a rendere più augusto il loco,

U' siede il Successor del maggior Piero.

            I cento popoli e i mille eserciti, che vi corsero sopra vi lasciarono impresse l'orme del loro passaggio; tutte quelle forze prodigiose, tutti quei grandi conquistatori, tutte quelle potenze regali, repubblicane e imperiali, venute da Oriente e da Occidente e calatevi tante volte dal Settentrione, interamente scomparvero; di sì lungo passato, di tante potenze colà surte, rimane e rimarrà imperitura la sola potenza di Cristo nel suo Vicario, irrevocabilmenle fermo in Vaticano.

            E al Vaticano volgemmo il piede, F. e F. C., dopo aver pianto e pregato per Noi, per voi, per la Chiesa, per tutti, sulla tomba che racchiude le ceneri gloriose del primo Vicario di Gesù Cristo, su quella tomba, scaldata dai baci di cento e mille generazioni, e innanzi alla quale uopo è si umilii ogni più superba altezza.

            {7}Salimmo al Vaticano. Quale imponente maestà! qual commovente spettacolo! E dove s'avvia questa moltitudine, nel portamento così devota, così serena all'aspetto, nella quale figura ogni popolo, ogni condizione di persone, il mitrato, il sacerdote, il principe, l'ambasciatore, il guerriero, il popolano, il filosofo, la donna? Vengono essi da tutte le parti del mondo perchè qui è la dimora di Colui, che fa in terra le veci di Dio; di Colui, al quale fu detto da Gesù Cristo: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze d'averno nulla potranno contro di Essa giammai; pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle. Non è la forza, non è l'interesse, non è l'ignoranza, non è il fanatismo, non è lo spirito di parte, non è speranza, non timore terreno, non sono motivi umani, ma solo la fede più viva, ma solo l'amore più tenero e più ardente, quello che del continuo trae centinaia e migliaia di credenti al Vaticano. Essi vengono ivi a ritemprarsi nello spirito, a suggere al seno materno l'alimento dell'anima, a sciogliersi dai dubbi, ad ottenere responsi, a recar doni, ad essere benedetti. Si direbbe che dalla rocca Vaticana esce una forza occulta e divina, che tutto penetra e muove, che soavemente, e quasi irresistibilmente, {8}trae a sè le menti ed i cuori del mondo universo. E' come un'onda di vita incessante che ivi si agita e si rinnova: la vita anzi che fugge da tutte parti, par che vada a ritirarsi tra quelle mura.

            E qual prova più sensibile, riflettevamo Noi allora, della perenne vitalità della Chiesa? Sono ormai venti secoli che questo flusso e riflusso continua nel cuore sempre caldo di Lei. Di tutte le società, essa sola, la cattolica Chiesa, è veramente stabile e permanente, essa sola superiore a tutte le umane vicende, essa sola, checchè ne dicano i suoi avversarii, fiorente ognora di giovinezza immortale. Tutto d'intorno a Lei si agita e passa. I popoli, i troni e gl'imperi, le varie forme di governo, tutte le civili e politiche istituzioni, scompaiono alfine travolte nel torrente dei secoli. Ferma sulla rupe del Vaticano, essa sola, la Chiesa cattolica, benchè stremata di forze, benchè isolata, rimira questi flutti di temporanei eventi infrangersi a' suoi piedi, senza che mai nella sua costituzione, nella sua autorità, nella sua grandezza, menomamente ne soffra.

            Tali, o Carissimi, i pensieri che spontanei Ci si affacciavano alla mente, al trovarci nelle anticamere del più augusto Personaggio del mondo, del Vicario di Gesù Cristo, LEONE XIII. Ma con quali {9}parole esprimere i sentimenti che provammo quando Gli fummo dinnanzi?

            Non era quella la prima volta che Ci era dato vederlo. L'austera e dolce fisonomia di Lui l'avevamo da tempo negli occhi e nel cuore, e non Ci riusciva nuova; pure vederlo, udire la sua voce, essergli accanto, prostrarci a Lui, e baciargli la mano, che sorridendo Ci porse nell'atto di rialzarci, è tal fatto, che suscita un cumulo di emozioni ineffabilmente soavi. Più d'una volta, nel giro di quindici giorni, avemmo la sorte di avvicinarlo, e sempre si degnò accoglierci colla bontà del padre più amante, anzi più come fratello che come padre.

            Egli stesso volle essere da Noi minutamente informato di tutto che si appartiene a questa Nostra Diocesi, al Nostro Clero, ai Nostri Seminarii, alle Famiglie dei Religiosi e delle Vergini, alle scuole del Catechismo, all'andamento cristiano delle Nostre popolazioni, ai pericoli che ne circondano, ai mali che Ci affliggono e ai rimedii onde cercammo di porvi riparo. Nulla sfuggiva alla sua mente fresca e penetrante, allo zelo che Lo strugge per la salvezza delle anime e pel trionfo della causa di Dio. A vederlo e ad udirlo si direbbe, che non sente le angustie e le sollecitudini che da ogni par{10}te Lo stringono e i dolori ineffabili che L'opprimono, perchè, malgrado gli anni, ridente ha lo sguardo, serena la fronte, vegeto l'aspetto, tranquilla e piena di saggezza la parola.

            Noi con tutta franchezza e lealtà umilmente Gli esponemmo, V. F. e D. F., quanto nel corso di questi tre anni credemmo di dover fare a vantaggio vostro e in adempimento del Nostro Pastoral Ministero. Fummo lieti di poterlo assicurare come i Nostri sacerdoti, i Nostri Parrochi, i Preti della Missione, i Religiosi delle varie famiglie, gl’Istitutori della gioventù, ciascuno secondo le proprie forze, lavorano indefessi nel campo loro assegnato; come tutti col loro zelo, colla loro condotta, colla loro devozione a Noi e al maestro infallibile della Chiesa, Ci sono di grande conforto e di validissimo aiuto. Giocondissima cosa fu per Noi potergli dire, come l'unione più intima esista fra il Clero Secolare e Regolare, e come nelle diverse Case religiose d'ambo i sessi vigoreggi la disciplina, regni la pietà, fiorisca la pace; come i due Nostri Seminarii e il Collegio Alberoni siano ora per Noi una sorgente di pure consolazioni e argomento delle più belle speranze, e come i chierici in essi educati crescano nell'amore della fede più pura, nell'esercizio della pie{11}tà più viva, nello studio d'ogni disciplina sacra e profana, e devotissimi alla Santa Sede. Gli parlammo di voi, o Maestri e Maestre del Catechismo, di voi, figli amatissimi della Città e della campagna, significandogli, che, malgrado gli sforzi della moderna incredulità, malgrado i cattivi esempi, che avete pur troppo anche voi di continuo dinnanzi agli occhi, mantenete salda in cuore la Fede, vivi ed operosi i principii di Religione, stabile l’attaccamento ai vostri immediati Rettori spirituali, alla povera Nostra persona e alla Persona augusta del Romano Pontefice, e come di codesti lodevoli sentimenti Ci date prove non dubbie in occasione specialmente della Visita Pastorale, di predicazioni, di sacre solennità.

            Tutto questo Noi dicemmo al Santo Padre, V. F. e F. C., non tacendogli delle Nostre afflizioni e delle Nostre amarezze, dei Nostri timori e delle Nostre speranze, e chiedendogli lume per proseguire sicuri nell'arduo cammino.

            Egli, l'augusto Vegliardo, Ci udì col più vivo interessamento; si mostrò commosso, e degnossi risponderci parole di pienissima soddisfazione. Nella sua paterna bontà volle vedere i vostri numerosi Indirizzi e le varie produzioni scientifiche e lette{12}rarie, colle quali alcuni di voi si compiacquero attestargli il loro affetto e la piena loro devozione, gradì le vostre spontanee e cordiali offerte, benedisse a tutti; Ci diede consigli, Ci fu largo, oltre ogni Nostro merito, e, diciamo anche, oltre ogni Nostra aspettazione, di conforti e d'incoraggiamenti; conforti e incoraggiamenti che non si cancelleranno dal Nostro cuore più mai.

            Per attestarci poi in maniera più sensibile il suo pieno gradimento e la paterna sollecitudine che nutre per la salute delle anime vostre, Ci diede facoltà d'impartire in suo nome la Papale Benedizione, il che Noi faremo dopo i solenni Pontificali del giorno di Ognissanti.

            Non pago di ciò il benignissimo Santo Padre, ben sapendo che niuna cosa Ci sarebbe tornata più cara, del veder riconosciuti i preclari meriti del Nostro amatissimo Clero, volle, per un tratto di bontà singolarissima, accordare ad alcuni provetti e benemeriti Sacerdoti della Diocesi, pubblici segni di benevolenza e di stima, intendendo di onorare nella loro persona tutto quanto il medesimo Clero.

            Ma la particolare soddisfazione e benevolenza del Santo Padre verso di noi, più che da ogni {13}altro argomento vi si parranno manifeste, o V. F. e D. F., dal Breve, che Noi riconoscenti vi comunichiamo e che di voi parlerà gloriosamente ai più tardi nepoti.

            Preziosissime, come vedrete, sono le raccomandazioni in esso racchiuse; come preziosissime furono quelle che il Santo Padre si compiacque di farci a viva voce. Fra queste ultime, alcune ve ne hanno, che è Nostro dovere ripetervi a Suo nome, e delle quali tutti dobbiam fare tesoro.

            Egli Ci inculcò sopratutto di raccomandarvi, o Dilettissimi, la fermezza nella Fede. Oh, la Fede, voi sapete, è il più prezioso dei doni, il bene massimo che in se comprende tutti gli altri, la sorgente della nostra felicità anche nella vita presente. Ma a quali pericoli sia ella esposta oggidì per opera dei malvagi, con quali arti diaboliche assalita, niuno è che nol vegga. Contro tali arti e contro tali pericoli vi conviene però star bene in guardia, Figli Carissimi, se vi preme la vostra eterna salute. Vigilate, vi diremo trepidanti coll'Apostolo, vigilate, perocchè il diavolo, vostro avversario, come leone che rugge va intorno, cercando chi divorare; a cui resistete forti nella fede[1].

            {14}Fuggite pertanto la compagnia di coloro che, con perfidi discorsi o con maligne insinuazioni, tentano di strapparvela dal seno, e se una vera necessità v'impedisce lo starne lontani, sia il vostro contegno quale si addice a chi fu segnato in fronte con la croce di Cristo e confermato col crisma della salute. Sappiano essi che il loro linguaggio vi offende, e voi, con risoluta parola o con eloquente silenzio, costringeteli a tacere. Guardatevi sopratutto dalla lettura dei libri, dei romanzi, degli opuscoli, dei giornali che alla Fede recano oltraggio; leggete invece gli scritti che sono intesi a difendere ciò che dovete aver più caro di tutto, la vostra Religione. Non vi fidate dei vostri lumi, delle vostre forze. Chi ama il pericolo, dice lo Spirito Santo, vi perirà[2]. La Fede e il costume fanno ogni dì lagrimevole naufragio nelle letture vietate, epperò, ve ne scongiuriamo di nuovo per le viscere di Gesù Cristo, tenete lungi da voi, dai vostri figli, dai vostri dipendenti, dalle vostre case gli scritti cattivi o pericolosi. Quando si tratta della fede cristiana, o Carissimi, ogni più grande sacrificio vi debb'esser leggiero. Fate professione di questa Fede con quello stesso coraggio, con cui {15}gli empii fanno professione della loro incredulità. Dite francamente che siete cattolici ed italiani e perciò appunto ossequenti in ogni cosa al Vicario di Gesù Cristo, il Papa; dite che volete i figli educati nella religione de' vostri avi, sotto la direzione della Chiesa Cattolica; dite essere un'indegnità sacrilega tollerare che ogni dì le cose più sante siano trascinate nel fango da una stampa sfrenata e libertina. Levate alto la voce e dite, che la potenza del genio, i trovati della civiltà, il progredire delle scienze non allontanano, ma conducono alla fede; dite che non inceppa gl'ingegni la fede professata da un Agostino, da un Tommaso, da un Dante Alighieri, e da mille e mille altre sublimi intelligenze; dite finalmente che il benessere della patria lo volete pur voi, ma che appunto perciò non potete non affrettare coi voti più ardenti la pronta riconciliazione dello Stato colla Chiesa e col supremo Capo di Essa, restando pur sempre vero, che i tempi di maggior fede furono per l'Italia i tempi delle maggiori sue glorie; come resterà sempre vero, che la libertà e l'indipendenza d’Italia andarono sempre congiunte colla libertà e indipendenza del Romano Pontefice. La verità insomma vi stia a cuore, o Dilettissimi, perchè la verità sarà la vo{16}stra salvezza, e la verità è nella fede cattolica, negl'insegnamenti della Chiesa, nella parola del Papa .

            Voi dovete seguirla questa verità con tutto l'ardore del vostro spirito, ma seguirla nella carità. Ecco V. F. e F. C., in secondo luogo ciò che il Papa desidera e vuole ardentissimamente.

            La lotta cristiana, sono sue parole, non è palestra di terrene passioni o contesa di mondani interessi. L'evangelica carità deve sempre moderare i sensi e le mosse del cristiano atleta: quella carità, la quale non ricambia d'odio l'inimico, non rende ingiuria all'offensore e nella persona del traviato e del malfattore riconosce un membro della stessa famiglia da riguadagnare al celeste Padre. Questa industre ed operosa carità, animata dal solo fine del divino amore e del bene altrui, sempre soave e temperata nei modi, sempre generosa e prestevole inverso tutti, quante gloriose conquiste non procacciò alla Chiesa tra le file de' suoi medesimi persecutori! Quante altre non le ne potrà procacciare nell'odierna mischia, ove, se tanti sconsigliati figli scesero in campo a combatterla, non tutti vi furono spinti da empio livore, ma gran parte di essi dalla foga prepotente {17}del male o da funesti inganni? Non è mai da disperare la costoro salute; ed è sempre vero che la carità evangelica, sebbene non corrisposta, non agisce mai invano: non agit perperam[3]; per il merito, se non altro, che ne ridonda a chi la pratica e per l'onore che ne viene alla Religione, che gliela ispira.

            Leone XIII è sapiente, e, perchè sapiente, è mite. Come tutte le anime più sublimi del cristianesimo, alla fermezza del carattere più energica, Egli unisce la moderazione più grande. Nulla nelle sue parole di esagerato, nulla ne' suoi atti di violento, nulla di precipitato nelle sue risoluzioni. Può dirsi di Lui ciò, che della Chiesa cattolica afferma l’Angelico: inter errores contrarios media lento passu incedit[4]. Cammina con lento passo in mezzo agli estremi.

            Egli difatto non cessa di vivamente raccomandare, che, tanto nel parlare come nello scrivere, si guardino i cattolici da qualunque cosa possa ragionevolmente spiacere a persona onesta; che si guardino dalla soverchia veemenza dello stile, dal muovere con troppa leggerezza sospetti a carico {18}altrui o da altro che si allontani dalla giusta riverenza e dai riguardi dovuti alle persone, o che serva a suscitare discordie e a rendere spregevole la religione in faccia alle anime serie. Sapendo con S. Agostino, che non inutiliter exercentur ingenia si adhibeatur disceptatio moderata et absit error opinantium se scire quod nesciunt[5], ama anch'Egli LEONE XIII le dispute fra i dotti, dotto Egli stesso, ma vuole che sieno queste sapienti, nobili, dignitose, in maniera che la diversità dei pareri non rompa l'unione dei cuori e la concordia delle volontà.

            Neppur cessa il regnante Pontefice dal manifestare ai Vescovi il suo vivo desiderio di veder la sapienza di S. Tommaso richiamata nelle scuole cattoliche e tenuta per tutto nella più alta considerazione; ma lascia intendere nel tempo stesso, in modo assai chiaro ed esplicito, ch'Egli vuole assolutamente rispettata da tutti quella onesta libertà di opinare, che fu e sarà sempre nella Chiesa cattolica, in tutto quello che la Chiesa stessa lascia libero. E ciò che in altri termini Egli ebbe a dire nella Lettera sempre memoranda da Lui indirizzata agli Arcivescovi e Vescovi dell'Alta Italia e che {19}Noi stimiamo utile in parte riferirvi. Nella Nostra Enciclica, del dì 4 Agosto 1879 a tutti i Vescovi cattolici è detto apertamente, così il S. Padre, esser Nostro vivo desiderio che la gioventù studiosa venga addottrinata alla scuola di San Tommaso  d'Aquino, la quale ebbe sempre meravigliosa efficacia nel formare a sapienza gli umani ingegni, ed è sommamente atta a confutare quelle ree dottrine, dietro le quali vanno già traviati tanti e tanti a grandissimo rischio della propria salute e a danno della società. Questo tenore della Nostra Enciclica poteva di leggieri mantener concordi gli animi di tutti, esclusa una troppo sottile interpretazione, e mantenuta la debita moderazione in quei punti, intorno a cui per la brama d'indagare la verità sogliono dall'una e dall'altra parte disputare gli eruditi, senza pregiudizio della fede e carità cristiana.

            Una parola pertanto a Voi, o amati e benemeriti Istitutori dell'ecclesiastica gioventù Diocesana, di questa cara gioventù, che forma l'oggetto speciale delle Nostre cure e delle Nostre speranze. Come vi è noto, fino dall'ottobre del 1876, Noi, prevenendo i desiderii del Santo Padre, con apposito Decreto vi prescrivemmo la dottrina dell'Angelico,  {20}quale norma sicura da seguirsi ne' vostri insegnamenti, e vi mettemmo nelle mani quegli autori medesimi che il Santo Padre encomiò e propose dappoi, come interpreti genuini di tanto Dottore. Con altro Decreto, in data 22 Febbraio 1881, vi prescrivemmo pure il da farsi per un'ampia attuazione della stupenda Enciclica Æterni Patris. Orbene, continuate, coll'esattezza e diligenza usate finora, a mettere in pratica siffatte prescrizioni, e avrete la consolante certezza di adempiere fedelmente in ogni sua parte la volontà del Capo supremo della Chiesa.

            Nè lascieremo di esprimere in modo particolare a Voi e ai vostri degni collaboratori le Nostre congratulazioni più vive, o egregi ed illustri scrittori del Divus Thomas, per l'encomio che il Sommo Pontefice si è degnato di tributare all'opera vostra; opera concepita ed attuata nell'unico intento d'incarnare nel miglior modo possibile il nobilissimo disegno di LEONE XIII : la ristorazione della scienza mercè la ristorazione delle dottrine di San Tommaso. Voi, che per i primi poneste mano all'ardua, ma gloriosa impresa, continuando, come non ne dubitiamo, ad attingere ai puri fonti di tanto Maestro e ad imitarne i luminosi esempii {21}di singolare carità e di sapiente moderazione, non poco vantaggio recherete alla Chiesa, non lieve onore alla Diocesi.

            Diremo a tutti: siate fermi, siate impavidi, siate irremovibili nel sostenere e nel difendere i sacrosanti diritti della Chiesa e del suo Capo augusto, ma sempre, come LEONE XIII prescrive, con quella temperanza di modi e di linguaggio, che non tolgono, ma aggiungono forza al diritto e alla verità e la rendono accessibile anche alle menti più restie. Se Noi tanto insistiamo su questo punto, V. F. e F. C., gli è, che pur troppo siamo in tempi, in cui le massime anche più elementari del cristianesimo vengono da molti o stravolte o neglette, nè mai perciò si ripetono abbastanza. Adunque, che la nostra fortezza sia resa amabile dalla prudenza e dalla carità, e la prudenza e la carità ricevano efficacia dalla fortezza: Resistite fortes in fide!

            Forti nella verità, forti nella carità, forti eziandio nell'unità, che della carità è compimento ed effetto.

            Unità! è questa, V. F. e F. C., la raccomandazione ultima che Ci ha fatto il S. Padre col linguaggio più caldo e affettuoso, ed è pur questa la raccomandazione che in Suo nome vi faccia{22}mo Noi con tutto l'ardore dell'animo Nostro: unità! Unità di mente, unità di cuore, unità di opere. Nei tempi difficilissimi che attraversiamo, noi non potremo sostenerci che restando uniti e compatti, e non vi dev'essere sacrificio di opinioni che non dobbiamo fare per mantenere codesta unità, nella quale soltanto è il segreto della vittoria.

            Ascoltiamo anche qui LEONE XIII.

            «In questi momenti, diceva Egli testè ai pellegrini francesi convenuti a Roma, in questi momenti di una gravità incontestabile e di fronte a tali pericoli, un imperioso dovere v'incombe, o carissimi figli, di vegliare alla salvezza della nostra (vostra) patria e raddoppiare di zelo e d'attività per la difesa degli interessi religiosi tanto minacciati. Ma perchè questa difesa riesca efficace occorre anzitutto la unione e l'accordo fraterno di tutti i buoni cattolici; bisogna che i figli della Chiesa sappiano imporre silenzio ai dissensi delle opinioni umane che spesso li dividono; bisogna che imparino a resistere con fermezza e concordia al male che invade la società intiera; bisogna che non dimentichino mai che le discordie tra fratelli indeboliscono le resistenze più legittime e fortificano i nemici della verità e della giustizia.»

            {23}«E siccome si tratta qui di un combattimento essenzialmente religioso e morale, è assolutamente necessario che si dia sotto la condotta e la direzione dei Vescovi, stabiliti dallo Spirito Santo pastori dei fedeli, e che, uniti a Noi, sono le loro guide spirituali. Vi esortiamo pertanto, continua il sapientissimo e venerando Pontefice, a mostrarvi sempre docili alla loro voce e a secondare in tutto, ciò che essi intraprendono per la difesa della religione e per la salvezza delle anime vostre.»

            Ed eccovi, o Dilettissimi, apertamente indicato dal Pontefice stesso il mezzo pronto e infallibile per conseguire, mantenere e fomentare sempre meglio l'unione oggi più che mai necessaria di tutti i cattolici. I fedeli si stringano intorno al loro Parroco, che sia in comunione col loro Vescovo; i fedeli e i Parrochi si stringano intorno al loro Vescovo, che sia in comunione col Romano Pontefice, pietra angolare, su cui tutto si fonda il cristiano edifizio. Tale si è la gerarchica unione quaggiù stabilita da Gesù Cristo. Chiunque osi infrangerla, o comecchessia turbarla, obsequium prœstat diabulo, secondo l'energica frase del martire S. Ignazio, e non merita il santo e glorioso titolo di cattolico.

            Suvvi{24}a dunque, V. F. e F. C., stringiamoci tutti in un solo pensiero ed in un solo intendimento, qual si è quello di procurare la maggior gloria di Dio, il trionfo della sua Chiesa, la salvezza delle anime, movendoci tutti compatti e tutti pronti ai comandi dei capitani e del supremo Duce di tutti, il gloriosissimo LEONE XIII.

            Deh! che Egli possa mai sempre lodarsi di noi, della nostra inalterabile fedeltà, della nostra intera sommessione, della nostra illimitata obbedienza. Adempiamo i suoi desiderii, penetriamoci vivamente delle sue massime, de' suoi insegnamenti, delle sue parole; studiamoci di tradurle in pratica. Sarà questo il miglior modo di provargli la nostra devozione sincera, il nostro attaccamento filiale, la nostra profonda riconoscenza, e per tal modo eziandio accadrà, che in questi tristissimi tempi, la Diocesi piacentina continui ad offrire di sè nobile spettacolo e compia, mercè il divino ajuto, la speranza di ancor più lieto avvenire.

            Raccomandandoci alle vostre orazioni, V. F. e F. C., con tutta l'effusione del cuore vi benediciamo nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.

 

Piacenza, dal Nostro Palazzo Episcopale il giorno 18 Ottobre l882.

 

† GIOVANNI BATTISTA Vescovo.



[1] I Petr. V.

[2] Eccli. III, 27.

[3] I Corinth. XIII,  4.

[4] Opusc. 3 Contr. Græcos c. IX.

[5]Enchirid. cap. LIX