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23. Comunicazione dell’Enciclica Etsi Nos e Proibizione del Giornale Il Penitente. Lettera pastorale di Monsignor Vescovo di Piacenza, 19 Marzo 1882, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1882, pp. 48. L'enciclica Etsi Nos[1] che Leone XIII ha indirizzato alla chiesa italiana è una nuova testimonianza dell'interesse del papa per il bene del nostro paese. Il pontefice deplora l'azione nefasta di una setta (la massoneria) che, penetrando negli organi legislativi dello stato, ha soppresso istituti religiosi, incamerato beni ecclesiastici, estromesso il clero dall'insegnamento scolastico; fa presente all'episcopato il dovere di difendere la fede cattolica, che è il tesoro più prezioso degli italiani. Scalabrini completa il quadro sconfortante tracciato dal papa accennando pure al malessere sociale e al declino morale. Osserva che per superare le difficoltà non è saggio pensare che sia sufficiente una più ampia istruzione del popolo, emarginando la religione. Con ciò non intende opporsi al progresso nel quale il cristianesimo vede la mano provvidente di Dio, come viene confermato dalla serie innumerevole di intelligenze superiori che hanno aderito alla fede. L'appartenenza alla chiesa deve però essere associata all'impegno. Rivolgendosi ai laici il Vescovo ricorda che essi devono esercitare un apostolato, che non esita a chiamare "sacerdozio", in famiglia, nella scuola e nella pubblica amministrazione. In questa lotta pacifica contro le forze del male è di estrema importanza il lavoro di equipe svolto dalle associazioni cattoliche, raccomandate caldamente dal pontefice. Esse potranno opporre una valida resistenza alla massoneria, per la quale Dio è una chimera, e alle formazioni socialiste e comuniste che ritengono un furto la proprietà e un'ingiustizia la disuguaglianza nel possesso dei beni. Nella diocesi non mancano la San Vincenzo, l'Unione Cattolica degli Operai, i Comitati parrocchiali dell'Opera dei Congressi, sorti nel 1881; il Vescovo fa istanza sui fedeli perché si iscrivano a queste società. Un ruolo di notevole importanza è svolto pure dalla stampa cattolica; ma Scalabrini, facendo eco alle esortazioni del papa, invita alla moderazione osservando che il sarcasmo e il disprezzo degli avversari, oltre a contraddire l'insegnamento evangelico, danneggia la causa della chiesa. E' una velata allusione alle violente campagne giornalistiche de "L'Osservatore Cattolico" di Milano, poco tenero anche verso vescovi, sacerdoti e laici che non accettano la sua intransigenza nella Questione romana. Nella difesa della religione il clero deve mostrarsi preparato culturalmente anche nelle discipline profane; in tale direzione deve essere orientata pure la formazione degli aspiranti al sacerdozio nei Seminari. Scalabrini non ignora le ristrettezze finanziarie in cui opera l'episcopato italiano a causa di una legislazione vessatoria: ma fa appello alla generosità dei fedeli. Conclude con la condanna de "Il Penitente", un giornale edito a Piacenza con lo scopo di eliminare dalla società le basi del cristianesimo. Vieta sotto pena di colpa grave la cooperazione anche se limitata alla lettura.
Troppo è necessario, massimamente a' di nostri, che la parola del
Vicario di Cristo sia da tutti conosciuta ed arrivi all’orecchio di tutti.
Veniamo quindi, Venerabili Fratelli e Figliuoli Carissimi, a trasmettervi
copia della nuova importantissima Enciclica, che Egli indirizzava testè ai
Vescovi d'Italia, e, per essi, a tutto il popolo italiano
Noi ci limiteremo a brevissimi riflessi intorno
alla medesima. Vorremmo però che essa fosse, almeno per qualche tempo, il
tema speciale delle vostre prediche e istruzioni, o Venerabili Parrochi, il
soggetto delle vostre meditazioni, o Dilettissimi Figli. Leggetela e
meditatela. I solenni ammaestramenti e i salutari avvisi ond'essa è feconda,
ben meritano tutta la vostra più seria considerazione. Sono gli
ammaestramenti e gli avvisi di un padre che teneramente ci ama; di un padre
che altro non cerca, altro non brama, altro non vuole se non il vero nostro
bene e il vero bene della patria nostra.
Ecco la grande verità che spicca luminosa da ogni frase, diremo anzi
da ogni parola dell'encomiata Enciclica, e di cui vorremmo sopratutto vi
persuadeste. Imperocchè tra le molte astutissime arti colle quali i nemici
della Chiesa si sforzano di trarre i popoli in inganno e di alienarli dal Capo
supremo di essa, havvi pur quella di asserire e di spargere sfacciatamente per
ogni dove, essere il Papa di ostacolo alla grandezza, alla gloria, alla
prosperità dell'Italia. Nulla di più falso, Venerabili Fratelli e
Dilettissimi Figli.
Lasciando stare che il Papa è banditore, custode
e maestro di una dottrina, la quale, come vi dimostrammo altre volte, è il
fondamento dell’ordine e la sicurezza
degli Stati e la felicità delle Nazioni; di una dottrina che forma i genii, i
filosofi, i santi; di una dottrina che svolge nella società i germi della
vera grandezza e riveste la famiglia di una bellezza e nobiltà sovrumana; chi
non sa di quanto va debitrice l'Italia alla provida azione dei Papi? La
storia d'Italia, scrive egregiamente uno tra i più dotti pensatori
moderni, la storia d'Italia, chi ben la
legge, è la più bella apologia del Papato... il quale, benchè per sua
natura ordinato alla Chiesa universale non ha lasciato giammai di proteggere e
di beneficare la Sede assegnatagli dalla Provvidenza.
Volumi intieri non basterebbero a tutti narrare i benefici
segnalatissimi, onde furon prodighi i Papi verso questa terra privilegiata,
che Italia si appella. Non vuolsi tacere però, diremo con altri, quel che
notano gli eruditi narrando la storia, che cioè, Roma, coi Papi santi de
primi secoli e coi Papi terribili del medio evo, franse le catene dei servi,
ruppe la verga dei despoti, tritò la gleba, purgò il
santuario, creò il comune, ampliò i borghi, ristorò le città, protesse le
repubbliche e gittò tutti i semi
dei progressi che seguirono. Nè vuolsi obliare quello che Herder e altri
indagatori della filosofia della storia lasciarono scritto, che cioè, senza
il Papa, l’Italia non solo, ma l’Europa intiera sarebbesi tramutata in
selva aspra e selvaggia; la luce soave dell'Evangelio si sarebbe estinta ai
lampi della scimitarra ottomana, e, col Vangelo, spenta eziando ogni luce di
scienze, di lettere e di gentili costumi. Da Roma la face della verità vibrò
sempre raggi immortali, anche quando lo scisma, l’eresia e la barbarie
coprivano d'un velo di tenebre tanta parte del mondo. E oggi, oggi stesso,
questa inconsunta fiaccola si è quella, che illumina e scalda le genti
predestinate alla fede, e le illumina e le scalda attraverso alle ombre
dell'ignobile e feroce radicalismo, che se ne accorge e ne freme.
Da Roma pertanto, o Dilettissimi, mosse in ogni tempo la luce che
rischiarò il cammino alle nazioni sorelle; e questo nobile privilegio di noi
figli d'Italia, questo vanto che abbiamo di
essere benemeriti di tutti i popoli più civili della terra, donde ci deriva
egli, se non dal trovarci noi più vicini per condizione di luogo al Vicario
di Cristo, dal partecipare noi in più larga misura a' suoi doni, dall'essere
noi i prediletti del suo cuore?
Sì; chè l’Italia, questa classica terra, questa regina delle
nazioni, questa madre del genio e del sapere, formò sempre, o Dilettissimi,
l'oggetto primo e più trepido delle sollecitudini, delle cure, delle
tenerezze dei Papi. Guardate fra gli altri a Leone XIII. Che non disse, che
non fece, che non tentò Egli, sin dagli esordi del suo Pontificato, per
mettere un argine alla piena de' mali che ogni dì più innonda e si avvanza e
minaccia travolgere in un mare di guai questa cara Penisola? E anche oggi chi
è, che levi alto la voce, e, con linguaggio autorevole e franco, additi i
pericoli e sveli le insidie, onde si vorrebbe da taluni, non sappiamo se più
stolidi od empi, gittar l'Italia nell'abisso di ogni miseria, togliendole il
più prezioso dei tesori, la fede cattolica? Ego,
può ben ripetere col Profeta il sublime Pontefice, ego
qui loquor justitiam et propugnator sum ad salvandum (Is. LXII).
Non disperiamo adunque dell'avvenire, o Dilettissimi, non disperiamo.
Quel Dio che fece sanabili le nazioni, fece molto più sanabile questa nostra
Italia, mentre è in seno a lei che volle collocarne il rimedio. Non altro fa
duopo che applicarlo, a sperimentarne i salutari effetti, e questo dipende da
noi. In qual modo? Col secondare le intenzioni, i desiderii gli sforzi
dell'infallibile nostro Medico, il sapientissimo Leone XIII, e col metterne in
pratica i suggerimenti. Ecco tutto.
Bando adunque una volta all’indifferenza e all’inerzia; bando ai
frivoli pretesti e alle vane paure; bando a tutto ciò che in noi e negli
altri in qualsivoglia maniera potrebbe anche solo indebolire la nostra fede.
Questa anzi cercate di tener viva e di accendere sempre più e ne’ vostri cuori e nel cuore della novella generazione,
imperocchè la fede sola, o Dilettissimi, è quella che può salvarla.
Tutto questo scompiglio delle intelligenze che si va deplorando, questa
fermentazione degli spiriti, questa, diremmo quasi universale corruzione,
riempiono invero l’anima di spavento e con orrore se ne guardano le
conseguenze. Si chiede un
riparo a tanto disordine, e si crede da molti di trovarlo in una più larga
istruzione del popolo, in un maggior numero di filantropiche istituzioni,
nelle associazioni umanitarie e via discorrendo. Stolti! che non si avveggono
di rendere il male tanto più grave e pericoloso, quanto più studiansi di
nasconderlo sotto belle apparenze.
No, non vi è che la fede, la quale calmar possa le bramose voglie, che
ogni di più crescono, e mettere in catene le furiose passioni; non vi è che
la fede, potente ad ispirare la sommissione alla volontà divina e additare un
compenso ai dolori di questa vita nelle eterne promesse che Dio ha fatto alla
virtù; non vi è che la fede, che dar possa il coraggio di portare senza
lamento il peso della tribolazione; solo la fede soffoca il gemito della
disperazione, fa rinascere la confidenza, e converte le pene in diletto, in
gioia la mestizia, in allegrezza il pianto.
Senza di essa è impossibile, voi sapete, piacere a Dio e avere le sue
misericordie e appartenere allo eletto stuolo de' suoi figli. Essa è il bene
massimo che in sè comprende tutti gli altri; è principio, fondamento, radice
di ogni nostra giustificazione, e però sorgente della nostra salute. Essa, secondo il divino oracolo, è il saldo
usbergo e la celeste armatura per combattere le podestà delle tenebre. Essa
è il poderoso scudo, che rintuzza e spegne gli infuocati dardi dell'inimico;
è compimento e perfezione dell'umano intelletto; è lume sovra lume; è
grazia sovra grazia. Innalza le nostre azioni sopra il valore umano; le fa
straordinarie e divine.
Oh! Fratelli e Figli Nostri, nel generale naufragio tenghiamoci forti a
quest'unica tavola di salvamento, o riafferriamola, se illusi l'abbandonammo;
tenghiamoci alla Ragione suprema, al Verbo di Dio, il quale illuminando ogni
uomo che viene in questo mondo, lo guida, in ordine
alla vita presente, col lume naturale, che è la ragione; e in ordine
alla vita futura, col lume della fede, che questo stesso primo lume
perfeziona, e innalza. Ella è tutta luce d'un istesso sole che risplende e
penetra dall'alto e a cui non si può chiudere gli occhi, e conservare, per
andar dirittamente, il lume che raggia quaggiù, come pretendono certi
sapienti, i quali scambiano per luce que' bagliori e quei fantasmi che restano
nella pupilla, la quale a un tratto si trovi nelle tenebre.
Non siate poi, o Dilettissimi, ve ne scongiuriamo, deh no! non siate di
quelli (ed ahi quanti sono al mondo!) che mentiscono perpetuamente coi fatti
alla loro fede; che vivono dimentichi d'ogni dovere che loro impone; che
offendono continuamente Dio con una vita affatto pagana, sensuale, rotta a
ogni intemperanza; che lo oltraggiano con sataniche bestemmie, che profanano i
suoi giorni santi, più per fargli onta, che per avvantaggiarsi di quel tristo
guadagno, o che incoraggiano i profanatori accorrendo a comprare, e non sanno
che Cristo cacciò dal tempio col flagello sì i venditori che i compratori.
E’ questa la fede de' cristiani cattolici? O piuttosto non è questo il modo
di tradurre allo scherno degl'infedeli e degli scredenti la propria fede e di
farla bestemmiare siccome falsa da quelli, come dice Tertulliano, che misurano
la fede dagli uomini; non gli uomini, come si dovrebbe, dalla fede?
Ogni novità, ogni invenzione che miri ad oscurarla, a corromperla,
deve essere da voi riguardata come un vero discapito, una vera sciagura, un
attentato al più sacro retaggio di un popolo.
Sì, custodite la fede, o Dilettissimi, custodite la fede. Nel tumulto
delle opinioni, nel contrasto delle dottrine, nella varietà de' sistemi,
negli assalti dell'errore, tenetevi ad essa strettamente uniti. Custoditela
questa fede tanto più gelosamente, quanto più perfidamente è oggi insidiata
e combattuta, di soppiatto e a viso aperto, colla menzogna e colla calunnia,
con arti plebee e con arti di grave piglio, colla forza brutale e colla
lusinga, onde tutto è in convulsione e va a rifascio.
Aderire con tutte le forze dell'anima alle verità rivelate e
manifestarle nell'esercizio della vita cristiana, ecco il rimedio unico e
sicuro ai mali profondi onde la società è inferma. Qua è l'ancora di
salvezza, voglia il mondo o non voglia. Se il Signore non custodisce la città
chi potrà reggerla? Se i principii eterni di giustizia e di ordine non si
rialzano; se la religione, se la morale, se Dio non tornano nelle menti e ne'
cuori e non li rifanno; se il Creatore del mondo non si vuole dal mondo per
Salvatore, chi potrà salvarlo? I liberi pensatori, cioè quei che pensano
come non pensò mai alcun savio al mondo, quei che per la libertà
di pensar tutto, pensano anche l’impensabile, si vede, o dovrebbe finalmente
vedersi, dove ci han condotto e dove ci condurranno!
Ah, Dilettissimi! torniamo a ripeterlo, perchè troppo ci è cara la
vostra salute, custodite la fede; la fede di cui la Chiesa è depositaria e
maestra; la fede nella parola di Cristo, il quale tuttora parla per la bocca
di Colui che fa in terra le sue veci.
Ammiriamo pure i progressi delle scienze, e il numero delle scoperte;
anzi non pure ammiriamo, ma tenghiam dietro e facciam plauso agli sforzi
dell'umano ingegno. Come non vi fu, così non vi è, nè mai vi sarà idea
propriamente vera, nobile e grande, atta al miglioramento de' popoli, alla
felicità delle nazioni, all'incremento del sapere, che la Religione cattolica
non approvi e che non possa entrare nelle mire di un vero cattolico. Il vero
cattolico anzi crede un delitto l'opporvisi, poichè ci vede la mano stessa di
Dio. Per altro non ci lasciamo illudere da un apparente bagliore, quando non
sia accompagnato dalla fiaccola delle fede, e ricordiamoci, che solo alla
scuola di Pietro possiam in ciò camminare sicuri. Fuori dell'insegnamento
di lui non troverà l’uomo che incertezze, dubbi, sistemi oggi levati a
cielo, quali prodigi di sapere, domani ravvolti nel fango e rigettati, qual
disonore dell'umana ragione. Quanti errori non vide la Chiesa dileguarsi così!
A' dì nostri, non l’una o l’altra eresia, ma il cumulo, la
conseguenza di tutte, il panteismo, il materialismo, l'indifferentismo
innalzano il superbo e vomitano
orrende bestemmie contro la fede di Pietro. Lasciate trascorrere brev'ora e
sarà chiusa la bocca parlante l’iniquità. Nè stanno mallevadrici la
storia di omai venti secoli, e la parola dell'Eterno, che non fallisce di un
iota. I vanitosi sforzi de' nuovi avversarii, se eguagliano, non superano al
certo nè la potenza de' Costanzi, nè la ipocrisia de' Giuliani, ne' la
sottigliezza de' Greci, e come que' flutti superbi s'infransero contro la rupe
del Vaticano, così avverrà senza meno di questi. Passano
i popoli, i troni crollano e la Chiesa sta, diceva lo stesso Napoleone I.
Che se Dio non si leva ancora coll'onnipossente suo braccio, egli è
per la maggior sua gloria; egli è per il bene delle anime nostre; egli {15} è perchè vuole da noi maggiori prove di
rassegnazione, di coraggio, di fede, di generosità, di sacrificio. A suo
tempo, e quando men ci si pensa, si servirà Egli di que' mezzi inaspettati
onde si servì sempre per consolare la sua Chiesa. Noi dobbiamo compiangere di
cuore il traviamento e i traviati, l'apostasia e gli apostati, il tradimento e
i traditori, vizio e viziosi, peccato e peccatori (ed oh, coll'effusione del
Nostro sangue potessimo conseguire di tutti la conversione!), ma deve
confortarci, o Carissimi, il pensiero che dal bacio di Giuda nell'orto, dalla
sentenza di Pilato nel pretorio, e dalla crocifissione sul Calvario, alla
gloria della Risurrezione, non trascorsero che pochi giorni.
Queste cose, Venerabili Nostri Cooperatori, noi dobbiamo ricordarle non
solo a nostro pro', ma pei fedeli eziandio che da noi aspettano la dottrina
della fede. Dite loro pertanto, nè vi stancate di ripeterlo, che questa fede,
dono prezioso di Dio, viene confermata dalla testimonianza de' secoli e
dell'universo, nè teme di venir soprafatta; dite loro che la potenza del
genio, i trovati della civiltà, il progredire delle scienze, non allontanano,
ma conducono alla fede;
dite che non inceppa gl'ingegni la fede professata da un Agostino, da un
Girolamo, da un Tommaso; la fede che ispirò gli Alighieri, i Torquati, i
Sanzi, i Buonarotti; la fede compagna dei Copernico, dei Volta, dei Secchi e
di mille e mille altre sublimi intelligenze; dite sopratutto che non basta
aver la fede, ma che bisogna possederne lo spirito. Parliamo insomma la verità,
chè ci risplende sicura nella fede; parliamola sereni e tranquilli,
imperterriti e pazienti, e fidiamo in essa, che ha una forza sua propria e
invincibile. Ma sopratutto, Venerabili Fratelli, pria ch'ella suoni sulle
nostre labbra, risplenda sempre, in tutto e dapertutto nella nostra vita, come
nel divino nostro Capo e Maestro, che ci ha onorati della sua rappresentanza,
che ci ha unificati nel suo Sacerdozio.
Dai pastori il Nostro discorso si volge a voi, Carissimi Figli. voi
sapete come nella Chiesa e nel Sacerdozio viva, operi, parli Gesù Cristo
stesso per lo Spirito Santo, e come sia un proseguimento della divina missione
del Redentore. Quindi fate ragione, che, se altissimo dovere preme il
Sacerdozio di intrinsecarsi nello spirito e nella vita del Divino Istitutore,
e di avere, come dice il
sommo nostro Pontefice, animo costante,
mortificato, intemerato, ardente di carità e sempremai pronto e volonteroso a
sobbarcarsi alle fatiche per la salvezza eterna degli uomini, non è men
forte nè meno impreteribile il dovere dei redenti di Cristo di ascoltare il
Sacerdozio in ordine all’ultimo fine, di obbedirne l'insegnamento, di
riverirne la dignità. Non può esser con Cristo, nè aver parte con lui, chi
si separa da' suoi sacerdoti, ne' quali egli ha degnato continuarsi. Questo
pensino seriamente oggi tutti quelli che pretendono esser cristiani cattolici,
pur nimicàndo aspramente il supremo visibile Pastore della Chiesa, e
levandosi su a suoi dottori e maestri; tutti quelli
che l'Episcopato avversano o inceppano con mendicati sospetti; tutti
quelli che non han villana insolenza che basti contro qualunque ordine
sacerdotale; conciossiachè costoro potranno essere qualunque altra cosa si
voglia, potranno chiamarsi con qualunque altro si voglia nome;
ma non cristiani, non cattolici sicuramente.
Debito anzi di ogni vero cattolico si è di prestare al Sacerdozio il
maggior possibile aiuto, e adoperarsi, sotto la sua guida, e in tutti que'
modi che ha disponibili, alla maggior gloria di Dio e alla nobilissima difesa
della religione, che è pur la difesa della patria. Un apostolato, un
sacerdozio a questo fine lo avete anche voi, o Dilettissimi, e così
rilevante, che legasi ai vostri più vitali interessi. Lo avete voi, o
genitori, nella vostra famiglia; lo avete voi, o istitutori, nelle vostre
scuole; lo avete voi, che presiedete nel popolo. Guai, se in momento di tanto
pericolo non vi deste la premura di esercitarlo, e vi rimaneste spettatori
indifferenti dell'incendio che divora il sociale edifizio! Chi potrebbe
impedire che un dì o l'altro veniste schiacciati sotto le sue rovine?
Tolgalo il cielo! e però, se vi stanno a cuore gl'interessi di Dio e
vostri, scuotetevi che è tempo. Siate cattolici a viso aperto, vale a dire,
ossequenti con esterne manifestazioni alla Chiesa e al suo Capo augusto, e
avversarii franchi e risoluti della rivoluzione e delle empie sue massime. Fa
pena, come esprimevasi un giorno il regnante Pontefice, il vedere che in
quella che i nemici nostri non vergognano di dare pubblicamente il loro nome a
sette riprovate e si acconciano a seguirne i comandi non giustificati
nè giustificabili, i figli della Chiesa si peritano dal canto loro di
schierarsi apertamente a' suoi fianchi e militari sotto le sue bandiere.
Cattolici pusillanimi gemono forse in secreto della persecuzione e dei
progressi della incredulità, ma in pubblico sono timidi amici del vero, anzi
si sforzano di comparire conniventi, non negano talvolta un sorriso a volgari
lazzi, facendo buon viso a gazzette corrompitrici, e menando buoni, propositi
insensati.
Non mancan neppure in mezzo a voi, o Dilettissimi, stampe giornaliere
piene di spirito antireligioso, nelle quali spesso si prende a combattere
direttamente la Chiesa Cattolica ne' suoi dommi, nella sua morale, nella sua
divina istituzione e costituzione, ne' suoi Sacramenti, nel suo sacerdozio e
ne' suoi riti; l’empietà alcune volte vi è disseminata in tanta copia e
con modi sì ributtanti, che l'animo di chi non abbia affatto perduta la fede
resta altamente contristato e inorridito. Eppure queste periodiche
pubblicazioni vanno per le mani di tutti, e Dio non voglia, che moltissimi,
anche di quelli che sono e vogliono rimaner cattolici ed esercitano tuttavia
le pratiche religiose, non le leggano ogni dì e diano
ad esse libero accesso e pacifico ricetto nelle loro case, dove e i giovani
inesperti e le giovanette innocenti trovano così largamente apparrecchiato il
veleno più micidiale, che a corto andare deve corromperne la mente e
guastarne il cuore. Che dire, o Carissimi? Non sono codesti i difensori de'
quali abbisogna il tempo. Una bontà negativa, fiacca, casalinga, amante al di
fuori d'impossibili conciliazioni, non è più il caso dei nostri giorni,
quando gli avversarii scendono in piazza per rapirci tutto, e ove si sentano
rafforzare a causa della nostra debolezza, son disposti a mettersi sotto i
piedi non pure i nostri diritti, ma ancora i principii d'indipendenza e di
libertà, da essi con tanto rumore professati.
Nè quì si tratta di iattanze, o di provocazione, come ben sapete voi
stessi, V.F. e D.F.; ma di quella calma e civile manifestazione del sentimento
cristiano che è un sacro diritto in faccia agli altri e un debito sacrosanto
in faccia a Gesù Cristo, il quale confesserà davanti al suo Padre celeste,
chi lo avrà prima confessato davanti agli uomini. No, non è lotta cruenta,
scrive un dottissimo personaggio vivente, non è lotta
di partito, non lotta tenebrosa o cospiratrice quella a cui ci chiama il
Successore di Pietro; è lotta ispirata al più puro amore di religione e di
patria; è lotta pacifica e aperta; lotta nobilissima di pensiero; lotta
d'ingegni che attingon le armi nel grande arsenale della storia non falsata da
racconti menzogneri o da leggende antipapali, della scienza politica non
adulterata dal brutale principio che il fine giustifica i mezzi, della
filosofia non corrotta dai placiti del materialismo e del panteismo; lotta
infine che non trascura alcun mezzo, purchè onesto e consentito, per
isvellere dal cuore della Chiesa la spina che la trafigge e ridonarle quella
libertà che le è necessaria, e che non dagli uomini ricevette, ma da Dio.
L'affetto alla religione si congiunge anche quì col beninteso amore al
proprio paese, essendochè provveda alla patria indipendenza chi, adoperandosi
a far paghi i voti di un padre, la cui famiglia ampiamente si estende in tutte
le regioni della terra, viene con ciò a rimuovere una causa incessante e un
pretesto di sindacato straniero.
Diportiamoci pertanto, siccome vuole l'Apostolo, da buoni soldati di
Cristo. Tutti stretti in
un'armata pacifica ma compatta. La forza dei cattolici, o Dilettissimi, sta
tutta quì, dopo i soccorsi del cielo, nella più stretta unione fra di loro: frater qui adjuvatur a
fratre quasi civitas firma (Prov. XVIII. 19).
A questo fine giovano assai quelle Cattoliche Associazioni che ci
vengono dal Santo Padre raccomandate, e che altamente vi raccomandiamo Noi
pure.
E quì badate bene, che niuno in verun modo sia così sconsigliato, di
dare il proprio nome a società inique o sospette, o di favorirle comecchessia.
Non vi lasciate ingannare da speciosi titoli e da belle promesse. Pur troppo i
cattivi tutto pongono in opera
oggidì per sedurre la gente di lavoro e per arruolarla sotto la loro
esecranda bandiera. Vegliate però attentamente, perchè non abbiate
a cadere nella loro rete. Ed a conoscere se l'invito che vi fanno di
dare il vostro nome a qualche società, tende a farvi complici delle loro
scelleraggini, ponete ben mente ai discorsi che vi tengono.
Se vi dicono che Dio è una chimera, che assurdi sono i dommi della
religione, che tirannia è la legge, che la proprietà è un furto, che è {23}un'ingiustizia la disuguaglianza dei beni, che è
lecito soddisfare ogni umano appetito, che la religione cattolica favorisce
solo i grandi e i potenti, che paradiso, inferno, eternità sono invenzioni
dei preti e superstizioni, che in questo mondo è da procurare ogni mezzo di
godersela allegramente, voi in cotesti ed altri siffatti parlari ravvisate i
principi del socialismo e del comunismo fulminati dalla Chiesa. Evitate quelli
che così vi parlano, fuggiteli; sono i nemici non meno della religione che
della società, i quali vi vorrebbero strumenti ai loro biechi e rovinosi
disegni.
Società buone e schiettamente cattoliche non mancano, grazie a Dio,
fra di noi. Tali sono: la società di S. Vincenzo de' Paoli, la società degli
Artisti, la società de' Mercanti, l'unione cattolica degli Operai, la società
cattolica di Mutuo Soccorso e quella per gl’Interessi Cattolici, non che i
Comitati Parrocchiali. A queste fate di aggregarvi, e usate
ogni cura e provvedimento perchè si moltiplichino e fioriscano per operosità,
per numero e per concordia negli esercizii della fede cristiana e delle altre
virtù.
Vi raccomandiamo poi caldamente il sostegno e la diffusione della buona stampa, non essendovi oggi mezzo di
questo più acconcio per far argine al torrente degli errori, che va
dapertutto diffondendosi da una stampa senza legge e senza pudore.
A questo proposito il Santo Padre inculca a tutti la gravità e temperanza del dire, la riprensione degli errori e dei
difetti, ma in modo che la riprensione sia senza acerbità e si porti rispetto
alle persone. E già la terza volta in breve spazio di tempo che lo udiamo
sulle labbra del regnante Pontefice, il che se ne prova da un lato la necessità,
ne prova dall'altro la suprema importanza. Quanti mali si eviterebbero nel
popolo cristiano, ove un tale ammonimento sempre venisse da tutti osservato!
quanto maggiormente se ne avvantaggerebbe la causa di Dio! Il sarcasmo, le
ingiurie, il disprezzo, no, non sono le armi delle quali abbisogna chi è
forte nella verità. Lasciamole ai nemici di essa, ed ispiriamoci sempre, o
Dilettissimi, ai dettami di quella carità evangelica, la quale, animata dal
solo fine del divino amore e del bene altrui, sempre soave e temperata nei
modi, sempre generosa e
prestevole inverso tutti, tutti si studia di guadagnare a Gesù Cristo.
Se tale si è l'obbligo di ogni vero cattolico, lo è in ispecie di noi
ecclesiastici. E indispensabile nel clero, massimamente oggidì, una
scienza non volgare nè mediocre, ma profonda e varia; la quale abbracci non
solamente le sacre discipline, ma le filosofiche, e sia ricca in cognizioni di
fisica e di storia; al tutto singolare però vuol essere pur anco nel
medesimo l'eccellenza della virtù e della costanza, quindi l'eccellenza
della carità, che di tutte le virtù è regina.
Ad acquistare tutto ciò, come conviensi, fa d'uopo assolutamente
mandare innanzi un lungo e diligente apparecchio; ed ecco perchè il Santo
Padre richiama sopratutto le Nostre cure e la Nostra attenzione sopra i
giovani avviati al Sacerdozio. Ma nelle strettezze a cui oggi fu ridotto
l'Episcopato, come provvedere ai tanti e gravissimi bisogni in cui versano i
Seminari, dove appunto codeste giovani speranze della Chiesa vengono
possibilmente ricoverate? Altro mezzo più non rimane che la carità dei
ricchi cattolici, e a questa appunto fa appello il Vicario di Gesù Cristo, a questa
facciamo caldissimo appello ancor Noi.
Sì; per quelli che professano
amore al Cattolicismo è tornato il caso di rinnovare la liberalità degli
avi. L’opera è
eminentemente religiosa e caritatevole, venendosi ad aiutare con essa la causa
del Sacerdozio, che è collegata con quella di Dio e della sua Chiesa.
Rimirata eziando dal lato sociale nulla di essa più utile e più importante,
poichè è fuor di dubbio che
dalla penuria o debolezza de’ Sacerdoti ne scapiterebbe non poco la
religiosa e morale coltura del popolo, dalla quale il benessere della società
massimamente dipende.
Siamo dolenti, V.F. e F. C:, di dover por termine a questa Lettera con
un severo atto del Nostro Pastoral Ministero.
In questo momento medesimo in cui vi parliamo, Ci viene presentato il
N. 1 di un giornale stampato ora qui a Piacenza, col titolo «IL PENITENTE»
la cui lettura Ne ha ricolmi di orrore.
Sebbene anche in passato Ci avvenisse di sapere, come da una stampa
licenziosa e blasfema si divulgassero a quando a quando fra di noi {27} massime irreligiose e invereconde, e talvolta
anche errori gravissimi, pure non credemmo di occuparcene direttamente, sia
perchè molto assegnamento Noi facevamo sopra il senno e la pietà della
grande maggioranza de’ Piacentini, i quali coscienziosamente se ne
guarderebbero; sia perchè inclinavamo a credere cotali aberramenti effetto
piuttosto d’ignoranza nelle cose di religione, che d’intenzione perversa.
La sfida però che il suddetto giornale osa lanciare pubblicamente sin
dalla prima sua comparsa contro la Fede nostra santissima, Ci vieta questa
volta di starcene silenziosi.
Scopo manifesto di esso giornale si è quello di scalzare e distruggere
le basi del Cristianesimo e di cancellare dalle menti, se fosse possibile,
ogni idea di religione e di Dio, movendo feroce guerra a quanto vi ha di più
sacro e inviolabile, e insultando così al sentimento cattolico di una città,
che fa precipuo suo vanto la fede ereditata dagli avi.
Pertanto, penetrati Noi dal più acerbo dolore all’aspetto di sì
sfrontata empietà, e a sdebitarci dinanzi a Dio di quell’obbligo
strettissimo che ha un Vescovo di vigilare sui pericoli, che corrono le anime alle sue cure affidate, e di tutelare nel suo
gregge il prezioso deposito della sana dottrina, in virtù delle facoltà
ordinarie di cui siamo rivestiti, e, se fa d’uopo, altresì come Delegato
Apostolico, altamente riproviamo, condanniamo e proibiamo il prefato giornale
intitolato «IL PENITENTE».
Resta quindi vietato a tutti i singoli
i Nostri Diocesani, sotto la pena di peccato mortale, di leggerlo, di
cooperare direttamente o indirettamente alla compilazione, alla stampa, alla
diffusione del medesimo, di tenerlo presso di sè o d’altri, di aiutarlo o
di favorirlo in qualsivoglia maniera.
E Voi, o V. F., carissimi Parrochi della città e Diocesi, raddoppiate
ora, ve ne scongiuriamo, la sollecitudine, la vigilanza, l’operosità, lo
zelo, il coraggio. E’ sopra di voi, dopo Dio, che Noi facciamo assegnamento.
Levate alta la voce e con evangelica libertà intimate a tutti, ma ai genitori
specialmente, qual sia il loro dovere a questo proposito e la responsabilità
terribile che pesa sopra di loro.
Tutti poi, V.F. e F. C. opponetevi concordi all’imperversare
dell’empietà, pensando che non può una città anche materialmente
prosperare, quando si voglia da essa bandire il timore di Dio,
per farvi invece regnare la licenza e il libertinaggio; che nella sola fede
cattolica potrà la società trovare il rimedio ai tanti mali che oggi
l’affliggono, e coll’osservanza delle leggi di Dio e della Chiesa
riacquistare l’ordine, la tranquillità e la pace.
La grazia del Nostro Signor Gesù Cristo e la carità di Dio e la
partecipazione dello Spirito Santo sia con tutti voi, o V.F. e F.D., ai quali
con tutta l’effusione del cuore impartiamo la pastorale Benedizione. Piacenza, dal
Nostro palazzo Episcopale 19 Marzo 1882. † Giovanni Battista Vescovo |
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