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20. Lettera Pastorale di Monsignor Vescovo di Piacenza. 15 agosto 1881, (Sull’oltraggio alla salma di Pio IX sull’Enciclica Diuturnum), Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1881, pp. 15-XXIV.
La vibrata protesta di Scalabrini, come Vescovo e come italiano, per l'affronto fatto alla chiesa tentando di gettare nel Tevere la salma di Pio IX nella notte del 13 luglio 1881, diventa una dura requisitoria contro un declino morale generalizzato da cui parte una violenza che minaccia anche la vita dei governanti. Sono mali che si potrebbero scongiurare se si recepisse l'insegnamento di Leone XIII contenuto nella recente enciclica Diuturnum[1] nella quale è esposta la dottrina cattolica sull'origine del potere politico, i doveri di chi regge gli stati e gli obblighi dei sudditi. Sotto questo profilo la difesa dei diritti della chiesa è anche la migliore garanzia per una pacifica convivenza sociale. Ma è indispensabile, da parte dei cattolici, una religiosità che non sia "neutrale" perché alla propaganda del male va contrapposta la pubblicità del bene. Un'occasione in tale senso è il prossimo pellegrinaggio a Roma dove converranno fedeli da tutto il mondo per testimoniare devozione e affetto al papa e consolarlo per l'affronto fatto al pontificato nella persona del suo predecessore. Piacenza non deve essere seconda a nessuna diocesi italiana; al papa i fedeli porteranno anche l'offerta generosa del loro obolo. Abbiam medicata Babilonia e non è guarita; abbandoniamola (Jerem. LI, 9). Così sembra, Venerabili Fratelli e Figli Nostri Carissimi, dovrebbe finalmente soggiungere il Papa, al vedere la guerra iniqua e stolta che gli muovono contro gli uomini, non ostante i suoi continui sforzi e le sollecite sue cure per salvare la società dall'estrema ruina. Ma no, ché Egli è padre e padre amantissimo, nè la fiumana delle ingiurie e delle persecuzioni più hanno potuto o potranno mai estinguerne la carità (Cant. VIII, 7). Egli infatti non ha cessato e non cessa un solo istante dal levare l'autorevole sua voce, per segnalare ai piccoli e ai grandi, ai re ed ai popoli i tremendi pericoli onde sono minacciati, e a tutti stende la sua mano, a tutti apre le sue braccia, e l'ultima sua parola è sempre parola di benedizione, di perdono e di pace. Ne è prova novella, o Dilettissimi, l'Enciclica Diuturnum che Egli, il sommo Pontefice Leone XIII, ha tessé indirizzato a tutto il mondo cattolico, e che Noi vi comunichiamo ora, com'è Nostro dovere, affinché tutti possiate attentamente leggerla e meditarla.
Essa, con ammirabile precisione e con apostolica semplicità, espone la
dottrina cattolica circa l'origine del pubblico potere; enuncia i doveri
vicendevoli dei governanti e dei governati, secondo la stessa dottrina, e
dimostra come la santissima nostra religione sia l'unico sicuro rimedio contro
i mali gravissimi, che travagliano al presente l'umana famiglia.
Oh, se al Papa si desse retta una volta! Quanto di vantaggio non ne
risentirebbero i popoli! quanto più felici noi saremmo che ora non siamo!
Allora no, che non avremmo a lamentare, o Dilettissimi, quello spirito
d'insubordinazione e di universale pervertimento che oggimai tutto avvolge in
una notte profonda, perchè tutto tenta d'illustrare coi falsi suoi lumi,
colle sue strane ed assurde opinioni; che tutto distrugge, perchè tutto vuol rinnovare con funeste e menzognere
dottrine e con sistemi iniquamente studiati; che tutto guasta e corrompe,
perchè tutto sgraziatamente vuol ricostruire sulle ruine di ogni ordine
sociale, di ogni diritto, di ogni dovere, di ogni autorità, di ogni legge.
Allora no, che non sarebbero costretti i Regnanti a vivere in continuo timore
di perdere insieme col trono la vita, nè vedremmo la iniquità spinta fino al
segno di insultare alle ceneri venerande del più venerando fra i Personaggi
della terra.
Parliamo, voi vedete, di quell'orrendo delitto onde fu macchiata la
nostra patria nell'infausta notte del 13 Luglio scorso. Vi ha spirito bennato
che non si sentisse per ciò riempiere di orrore insieme e di vergogna?
Un grido d'indignazione si levò tosto in ogni angolo della terra da
milioni e milioni di cuori, e Noi pure ci sentimmo in dovere di umiliare, come
abbiam fatto, ai piedi del comun Padre le Nostre proteste e come Vescovo e
come italiano, facendoci interpreti eziandio dei vostri sentimenti, o V. F. e
D. F., che tante prove di attaccamento e di affetto deste sempre all'immortale
Pio IX e al suo degnissimo Successore.
Noi vi esortiamo, o Dilettissimi, a non volere in ciò darvi requie, ma
a voler anzi eccitare sempre più in voi medesimi quello spirito di azione e
di sacrificio, di zelo e di coraggio, che è tanto necessario ai dì nostri
per la difesa dei sacrosanti diritti della Chiesa e del suo Capo augusto.
Non vale più
illuderci. Un cattolicismo speculativo e mentale, una religiosa neutralità,
non basta; non è più possibile nella presente società, nella convivenza
attuale. Bisogna uscir del'incognito e manifestarci a viso aperto per quelli
che siamo, cioè intieramente, francamente e sinceramente cattolici. A che
tante paure, tanti umani riguardi?
In verità non sono più i tempi in cui il male si teneva celato nelle
tenebre, e quasi non osava mostrarsi, oppur mostravasi timido e peritoso. Ora
fa pompa di sè apertamente, con vanto beffardo e sotto forme spiccale. E'
necessità, è dovere, e dovere di ciascheduno, opporre alla pubblicità del
male, la feconda, la salutare, la santa pubblicità del bene: videant
opera vestra bona (Matth. V, 16). E una delle opere, che servono a rendere oggidì
pubblica e solenne la manifestazione della nostra fede, si è la pratica
devota dei pellegrinaggi, specialmente a Roma, il venerato santuario della
fede, il centro della cattolica unità, il luogo santo ove siede Colui che fa
in terra le veci di Dio.
La rivoluzione, o Dilettissimi, freme alla vista di queste pacifiche e
spontanee manifestazioni di popoli intieri, ossequenti ancora ad una Autorità,
cui immaginavasi d'aver rovesciata per sempre da quel trono su cui ebbe a
collocarla l'Eterno. Freme, nè sa dissimulare la sua rabbia, segno troppo
evidente che manifestazioni siffatte sono per lei tante mortali ferite.
E a ragione; imperocchè a Roma non vanno i cattolici pellegrinando per fini
mondani o futili motivi.
Là essi vanno, per compiere un atto di religione, per visitare i
grandiosi monumenti della loro fede, per attingere nuova forza e nuovo
coraggio a combattere le battaglie del Signore. Vanno, per ritemprare lo
spirito ai sublimi pensieri del cielo e per far tutti insieme dolce violenza
al cuore di Dio, affinchè si degni trattener que' castighi, che l’iniquità
trionfante va chiamando sui popoli, e affinchè, colla vittoria della Chiesa,
accordi pure pace e salvezza alla patria. Vanno, per respirar fra quelle mura
l'aura purissima della vita cristiana, quasi a godere dei diritti d'una casa
comune, ed a raccogliersi, benchè lontani, presso la tomba dei padri come in
una sola grande famiglia. Vanno per far nota all'universo la vita che sempre
anima la Chiesa e per isbugiardare coloro, i quali non cessano di gridare
stoltamente, il Cattolicismo aver fatto il suo tempo, esser morto il Papato.
Vanno finalmente per attestare, in faccia a Dio e in faccia agli uomini, nella
maniera più esplicita e solenne, la devozione e l'affetto che li tengono
legati al Successore di Pietro, al Principe de' Pastori, al Maestro
infallibile del dogma e della morale: per ascoltare dalle auguste sue labbra
una parola di conforto e d'incoraggiamento e per essere da Lui benedetti.
Ma egli è padre altresì, o Dilettissimi, e un padre quanto amato dai figli, altrettanto odiato, offeso,
perseguitato dai tristi. Ecco pertanto i figli fedeli ancora ed amorosi, sul
cui cuore ricadono ad amaramente cruciarlo, gli obbrobrii ond'è saturato il
loro Padre, correre in pellegrinaggio a' suoi piedi, farsegli attorno dolenti
ed afflitti a consolarlo colle più tenere proteste d'amore, cercando di
compensarlo de' sanguinosi oltraggi onde ogni giorno, con inaudita inpudenza e
crudeltà, viene amareggiato. Ah, Padre amatissimo, esclamano a coro, il mondo
ingrato vi perseguita, vi vorrebbe schernito, abbandonato da tutti, cacciato
in bando, levato di vita: ma absit a te,
Domine; non erit tibi hoc (Matth. XIII, 22). No, no, ciò non fia mai.
Eccoci qui noi, tuoi figli devoti, e fedelissimi servi; riposa sul nostro
affetto, sulla nostra devozione, e sia un lenimento a' tuoi affanni l'offerta
che ti facciamo de' nostri cuori, delle nostre sostanze, e, se fia d'uopo, di
tutti noi stessi.
Tali, V. F. e D. F., sono i motivi per cui migliaia e migliaia di
fedeli d'ogni condizione, d'ogni sesso, d'ogni età, d'ogni clima, muovono, si
può dire, continuamente alla volta di Roma; tali i motivi per cui anche nel
p. v. Settembre un solenne Pellegrinaggio italiano avrà luogo per alla volta
della stessa eterna Città.
E come potrebbero gl'italiani non rivolgere al Vaticano un sospiro, e
non muovere i passi verso l'augusta sede di Pietro, essi, che a preferenza di
qualsiasi altro popolo, hanno la sorte di possederla?
Ah ! noi Italiani, a
cui le voci della tentazione vengono rivolte senza interruzione, da mille
parti, in mille maniere, dobbiamo ancora una volta far sapere e ai tentatori e
ai cattolici di tutta la terra, che la nostra fede è irremovibile e che il
nostro filiale amore verso il Padre comune non viene scosso nè da invettive,
nè da sarcasmi, nè da sofismi, nè da calunnie, nè dal disprezzo del mondo
empio e malvagio; dobbiamo far conoscere che siamo un popolo eminentemente
civile, come anche eminentemente religioso.
Il prossimo Pellegrinaggio ne offre bellissima occasione. E' un atto di
ossequio e di obbedienza alla parola del Sommo Pontefice, che accordando il
Santo Giubileo, raccomandava i pellegrinaggi, ed è anche un modo
opportunissimo di lucrare lo stesso Giubileo. Chi, potendo, non vorrà
approfittarne? Chi così non vorrà compiere un atto per cui G. C,
benedicendolo, gli dirà un giorno: in
carcere eram et visitastis me?
Noi confidiamo che la Nostra dilettissima Città e Diocesi non vorranno
restare a verun’altra seconde in questa generosa gara delle Città e Diocesi
italiane; siamo anzi persuasi che voi, V. F. e F. C., a questo generale
commovimento, che ha uno scopo sì giusto e sì pio, a questo slancio di
filiale affetto verso il comun Padre, parteciperete con ardore, pari alla
vostra pietà e alla riverenza che in tutti i tempi si è qui professata alle
somme Chiavi.
A Roma dunque, o
Dilettissimi, a Roma! Che se le vostre circostanze non vi permettessero di
andarvi in persona, fate di mandarvi altri per voi; fate almeno di inviar là
il vostro nome col sottoscrivere e far sottoscrivere il modulo, che a tal fine
vi sarà presentato.
Non dimenticate poi, ve ne preghiamo, l'Obolo dell'amor filiale. Per
quanto un figlio sia nudo e miserabile, sempre perdura in lui il dovere di
soccorrere il padre non meno bisognevole di sovvenzione. Mandiamo tutti al
Papa la dramma, come la vedova del Vangelo; pensiamo alle strettezze del Padre
prima che alle nostre; di quel Padre, che vive solo per noi, che spende per
noi la sua vita, e che salverà un giorno noi e la nostra patria, giacchè
egli solo può salvarci.
Con pochi centesimi, di cui amorosamente ci priviamo, noi possiamo
compiere, o Dilettissimi, il più grande atto di carità verso Dio e verso il
prossimo, che sulla terra sia possibile. Chi manda il suo obolo al Papa, offre
a Dio un sacrifizio di propiziazione, che non sarà infruttuoso. Chi al Papa
dona una moneta, sia pur piccola, innalza al cielo un inno di amore, che sale
fino ai trono dell'Altissimo e strappa dalla divina misericordia un decreto di
pace. Chi presenta al Papa anche una minima parte delle proprie sostanze
consuma un atto purissimo di amor del prossimo, poichè non ad altro giovano le nostre offerte che a sollevar
gl'infelici ed a salvarne le anime. Un soldo solo spedito al Papa è una
ammirabile dimostrazione di fede e di carità, destinata a debellare il mondo
ed a sventare i biechi disegni della rivoluzione.
Adunque niuno siavi, che in una maniera o in un'altra, non risolva di
presentarsi nel prossimo Settembre ai piedi del Papa. Il mondo, che odia
Cristo, fa pure la guerra al suo Vicario, lo incatena, lo spoglia, lo minaccia
di peggio. Ebbene noi, da figli amorosi, da generosi soldati, mettiamoci al
suo fianco, schieriamoci in ben ordinate falangi, mostriamoci pronti alla sua
difesa, non con armi micidiali, colle quali non si difende la verità, ma
coll'aperta professione del cattolicismo senza umani riguardi, senza
dissimulazione, senza reticenze.
Non ci spaventino gl’insulti e i clamori dei nemici del bene. Ad
esempio del divin Salvatore, il quale dall'alto della croce chiedeva perdono
pe' suoi carnefici, preghiamo per essi, che si sono fatti i carnefici della
Chiesa, madre loro e nostra. E noi generosi ed invitti diamo loro il contrario
esempio. Il loro odio sia la misura del nostro amore pel comun Padre; i loro
oltraggi sieno la misura del nostro rispetto; il disprezzo che essi fanno
della sua parola, sia la misura della nostra confidenza. A tutte le loro
bestemmie, a tutte le loro
negazioni rispondiamo, o Dilettissimi, con un'affermazione più energica, più
viva che mai.
Sì, è tempo oramai di spiegarci. Dobbiamo, giova ripeterlo, levare
alte le fronti, dispiegar la bandiera delle opere sante, parlar francamente,
ed assicurare tutto il mondo che siamo col Papa, suoi sudditi fedeli, suoi
figliuoli obbedienti, suoi amici tenerissimi, suoi servitori devoti sino alla
morte; che teniamo inviolabilmente le parti del Papa, che crediamo
agl'insegnamenti del Papa, che ci sottomettiamo a tutti i precetti del Papa, e
che vogliamo vivere e morire nella comunione di fede, di obbedienza, e di
amore al Papa. Imperocchè professare di star col Papa è professare di star
colla Chiesa, di cui egli è Capo e Pastore supremo; di star con Cristo, di
cui fa in terra le veci; di stare con Dio, perchè Cristo è Dio, e un solo
Dio col Padre e lo Spirito Santo.
Fu già tempo, o Dilettissimi, in cui bastava che tali nostri
sentimenti li conoscessero quelli soltanto, i quali hanno comune con noi la
patria e la famiglia. Oggi, come abbiamo già detto, non basta più questa
fede occultata nel santuario religioso e domestico. Il nemico fa sforzi da
ogni parte, strepita, grida, schiamazza, ostentando bugiardamente questo
essere il sentimento della nazione: guerra
al Papa, guerra alla Chiesa, guerra a Cristo! A noi il debito di smentire
pubblicamente l'infame calunnia e gridare
alle quattro parti del mondo, che la vera nostra patria, i veri italiani sono
tutti col Papa e per la gloria del Papa.
Sì, stiamo uniti al Papa, o Dilettissimi, stiamo uniti al Papa; uniti
di mente, di cuore e di opere. Qualunque sia per essere la sorte a noi
riserbata nel tragitto del mare tempestoso di questa vita, uniti a Lui,
operando con Lui, raccolti nella mistica sua navicella, non temeremo naufragi
e sarem salvi: ne sta mallevadrice la promessa di Dio.
Raccomandandoci ora alle vostre preghiere e invocando sopra di voi e
delle vostre famiglie l'abbondanza delle grazie celesti, con tutta l'effusione
del cuore v'impartiamo la Nostra paterna e Pastorale Benedizione, nel nome del
Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia. Piacenza, dal
Nostro Palazzo Episcopale, il giorno dell'Assunzione di Maria SS., 1881. †
Giovanni Battista Vescovo |
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