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19. Lettera Pastorale di Monsignor Vescovo di Piacenza pel Giubileo Straordinario del 1881, 19.3.1881, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1881, pp. 19.
Non deve sembrare strana la promulgazione di un giubileo, anche se straordinario, a distanza di soli due anni da un altro: il papa, dopo una serie di encicliche in cui ha condannato il degrado morale della società, ora vuole tendere la mano a che si è separato da Dio offrendogli la possibilità di ritrovare la via della salvezza. Il ritorno alla vita cristiana è facilitato dalle ampie facoltà concesse ai confessori; l'abbondanza della grazie divina è assicurata dall'indulgenza che la chiesa concede attingendo ai meriti di Cristo e dei santi. L'enclicopedista D'Alembert, accennando al giubileo del 1776 a Parigi, ha osservato che esso aveva ritardato di vent'anni la rivoluzione francese; Scalabrini, pensando alle persecuzioni contro il clero e al Terrore afferma che, se la diffusione dell'illuminismo non avesse ridotto l'interesse dei cattolici per il grande avvenimento ecclesiale, la rivoluzione non sarebbe neppure scoppiata. Come sempre nella storia, la Provvidenza fa maturare i suoi disegni di ripresa spirituale anche attraverso eventi che allontanano l'uomo dalla pratica religiosa. L'attuale giubileo, in un mondo sconvolto dal male, può essere l'occasione ideale per il ritorno alla fede di molti. I sacerdoti intensifichino lo zelo e siano caritatevoli e accoglienti verso i lontani per facilitare la loro conversione.
La società presente è inferma, e gravemente inferma, Venerabili
Fratelli e Figli Nostri Carissimi. Non sono più i soli cattolici ad
affermarlo, ma è lamento unanime e generale di quanti spassionatamente
giudicano delle cose.
Ove di una tale infermità non fossero indizio più che sufficiente le
ree massime, e i gravi disordini, e le aperte ingiustizie, e gli atroci
misfatti che con tanta frequenza vanno oggidì per ogni dove moltiplicandosi,
quell'affannarsi continuo dei
più in cerca di terrene soddisfazioni e di materiali diletti, non basta forse
a provarlo? non accenna di per sè ai moti convulsivi di un infermo, che
sentendosi venir meno la vita, si agita, si contorce e dà nelle smanie,
cercando una posizione che lo allevii e gli renda l’agonia men dolorosa?
Così è, pur troppo, V. F. e F. C., così è. Rigettati i beni dello
spirito, i quali, vogliasi o no, sono i soli capaci di appagarlo, l'uomo sente
e non può non sentire dentro di sè un vuoto immenso, che lo rende infelice;
quindi, lontano da Dio, che è l'anima della sua anima, la vita della sua
vita, egli va frugando per tutto, allo scopo di trovare quel bene che gli
manca e di cui non può in alcun modo far senza. Ma che? per isprofondarsi che
faccia nella turpitudine di ogni vizio, a fine di supplire al bene che non ha
e colmare il vuoto che lo tormenta, quel bene nol troverà giammai, e questo
vuoto, divenutogli abisso ognora più spaventoso, finirà per travolgerlo nel
vortice orrendo di ogni disordine e di ogni empietà.
Sì, Dilettissimi. L'uomo che non ha Dio nel cuore, uopo è
necessariamente si abbandoni all'orgoglio del proprio spirito, all'impeto
delle sue passioni; ed ecco quegli eccessi che lo degradano, ecco la sua ruina
e la ruina della società di cui è parte.
Non è quindi
meraviglia che il Santo Padre Leone XIII, dopo aver dischiuso al mondo i
tesori di sapienza infinita, che il Verbo di Dio ha depositato in grembo alla
cattolica Chiesa, abbia ora di nuovo, con Lettere Apostoliche del 12 Marzo
corrente, aperto i tesori della grazia celeste, accordando alla Cristianità
tutta quanta uno straordinario Giubileo.
E come riparare altrimenti ai mali innumerevoli, gravissimi,
straordinarii onde la società è afflitta? Come altrimenti ritornare ad essa
l'ordine, la prosperità e la pace? E' vano sperar di riuscirvi con mezzi
puramente umani, colla scienza, coll'industria, colla politica, colla forza.
Tocchiamo con mano, che queste cose, lungi dal guarire la piaga non fanno che
peggiorarla un dì più che l'altro. Convien portare il rimedio alla radice;
convien penetrare cioè sin nel fondo dei cuori, lì, dove ha sua sede il
peccato, e donde, come dice il Vangelo, tutte traggono origine le opere
d'iniquità.
Questo rimedio che va sino all'anima, e la purga, e la rinnova, e la
converte al bene, non è, nè può essere altrove, o Dilettissimi, che nella
virtù onnipotente della grazia di Gesù Cristo. La rigenerazione dell'uomo,
afferma l’Apostolo, è tutta opera del Divin Salvatore, e lo spirito di vita
che genera la salute, è in Gesù, solo in Gesù, da
cui scaturisce come da sua sorgente: lex
enim spiritus vitæ in Christo Iesu[1].
E per qual fine ci è concesso il presente straordinario Giubileo, se
non appunto perchè sovrabbondi la grazia dove abbondò il delitto? Pel
Giubileo infatti, ai peccatori, gravati dagli eccessi anche più enormi, è
resa non pur possibile, ma facilissima la via di far ritorno al Signore, in
virtù delle amplissime e del tutto straordinarie facoltà largite ai ministri
della Sacramentale Penitenza. Di che ove l’uomo peccatore faccia salire a
Dio il gemito del suo pentimento e compia le poche e leggere opere assegnate
per l'acquisto del grande Perdono, null'altro più si richiede, perchè la
infusione della divina grazia riannodi l'amicizia ch'erasi rotta con Dio,
operi un vero cangiamento nel cuore di lui, e, risanandolo perfettamente, lo
riabiliti a produrre frutti soavissimi di virtù, a vece di que' frutti di
morte, che come da infetta radice pullulavano, a grande suo detrimento e a
detrimento non meno del civile consorzio.
Non basta. E' dottrina di fede, che per le colpe, eziandio rimesse,
pesa sull'anima un debito di pena temporale, da scontarsi irremissibilmente in
questa o nell'altra vita. Ora, pel santo Giubileo, in virtù dell'applicazione
che ci si fa delle soddisfazioni
sovrabbondanti di Cristo, della Vergine e di coloro, i quali, pressochè
innocenti, si sottoposero in vita a gravissime penitenze, questo debito ci
viene benignamente condonato, e, per conseguenza, rimossa la funesta cagione,
che sugl'individui, sulle famiglie e sui popoli tutti, provoca in maniera così
tremenda i flagelli della vendicatrice ira di Dio[2].
Quali e quanti preziosissimi beni non è dunque atto a produrre il
Giubileo! Non sarebbe salva la società, non diverrebbe ella ad un tratto
felice, se tutti, re e popoli, grandi e piccoli, ricchi e poveri, si valessero
di un così inestimabil favore, e cercassero di trarne profitto? Questo Giubileo, diceva D'Alembert, quando un tale atto solenne
pubblicavasi a Parigi, ha ritardato di
venti anni la rivoluzione. Esso l'avrebbe non solo ritardata, non
distrutta intieramente, se fosse stato allora praticato con sincerità di
cuore e di opere, e se l'empietà filosofica non ne avesse impedito gli
effetti.
Quello però che non si ottenne pel Giubileo del 1776 a Parigi, non si
potrebbe ottenere in tutto il mondo pel Giubileo del 1881? Senza dubbio, ove
si volesse da tutti approfittarne.
Forse, e senza forse, niun Giubileo venne mai più opportuno di questo.
Terribili avvenimenti si vanno
ora occultamente svolgendo; ma occultamente altresì vannosi maturando i
disegni di Dio. Vediamo da una parte le umane potestà, le quali, atterrite da
spaventose minaccie, guardano tremando all'avvenire e cercano nella
fratellanza dei propositi un sostegno alla loro debolezza; vediamo dall'altra
la divina Misericordia allargare sul capo alle stanche generazioni le pietose
braccia ed invitarle al perdono. Chi sa? chi sa, o Dilettissimi, che l'ora non
sia vicina, in cui voglia il Signore imperare ai flutti e ridonarci la calma?
L'affrettare quell'ora, spetta a noi; spetta a noi in gran parte, col
praticare, come si conviene, il presente Giubileo e col farlo, per quanto è
da noi, praticare dagli altri.
Suvvia dunque, Ven. Fratelli e Figliuoli Carissimi! Non ci trattengano
frivoli pretesti, vili paure, umani riguardi. Lungi, lungi da noi la fredda
indifferenza che è morte dell'anima; sorgiamo! Rivestiamoci dell'armatura
della fede, purifichiamo le anime nostre, detestiamo le colpe commesse,
abbeveriamoci largamente alle fonti di grazia e di santità che ci sono
aperte. Questo santo Giubileo segni l'epoca più fortunata della nostra vita;
segni il tempo di una verace e costante conversione di ogni cuore anche più
indurato; segni l'epoca della cessazione di ogni scandalo, di ogni ribellione
a danno della Chiesa di Gesù Cristo, di ogni
incredulità, di ogni libertinaggio, di ogni errore.
Che se a tutti è forza, come
dice il Pontefice, molto operare e
combattere molto, perchè la Chiesa possa respingere gli assalti de’
nemici e adempiere, a benefizio dell'universale, la sua missione; a più forte
ragione ciò debbesi intendere di voi, Sacerdoti dell'Altissimo, Venerabili
Nostri Fratelli e Cooperatori.
La dignità dell'ufficio pastorale di cui siete insigniti, le
condizioni infelici dell'età presente, esigono più che mai, che siate
zelanti ministri del Signore e dispensatori fedeli dei misteri di Dio.
Raddoppiate perciò, ve ne supplichiamo, quegli sforzi, quella carità e
quello zelo di cui Ci deste fin qui splendidissime prove. Egli è
principalmente sopra di voi, che nella pastorale Nostra sollecitudine Noi
riposiamo; è in voi, dopo Dio, che riponiamo con affetto e confidenza le
Nostre speranze, affinchè questo santo Giubileo apporti nelle vostre
parrocchie e in tutta la Diocesi, i frutti salutari e copiosi che da esso si
ripromette il Sommo Pontefice.
Accogliete pertanto coloro tutti che a voi si presentano, e massime i
peccatori, con ispirito di carità e dolcezza, rivestendovi,
come eletti di Dio, santi e beneamati, di viscere di misericordia, di benignità,
di umiltà, di modestia e di pazienza[3],
affinchè sottratti essi al giogo tirannico di satana,
ritrovino in Dio la loro perduta pace e salute. Forse molte anime indurate
nella colpa, e molti figli vostri, indocili fino ad ora, vi rallegreranno in
questo tempo accettevole col loro ritorno alla casa del Padre celeste; forse
la Bontà infinita del Signore amorosamente li aspetta per farne l'oggetto
delle vostre più dolci consolazioni e il trionfo di sua misericordia. Ma a
tal uopo vi è forza, lo ripetiamo, molto
operare e combattere molto. Ebbene, coraggio! Promovete durante il
Giubileo speciali pratiche di pietà, raddoppiate le istruzioni e i
catechismi, preparate, per quanto vi è possibile, esercizii e missioni,
approfittate specialmente del mese di Maggio, celebrandolo in quest'anno con
particolare festa e pietà, inculcate sempre più viva la devozione a S.
Giuseppe, ed esortate i capi di casa a porre le proprie famiglie sotto la
speciale protezione di lui, che fu capo della Sacra Famiglia. Asseconderete
così i voti dello stesso Sommo Pontefice, il quale desidera sia ogni giorno
supplichevolmente invocata la sua protezione da tutti i fedeli. Egli desidera
inoltre sieno intrapresi pii pellegrinaggi ai più celebri e venerati
Santuarii dei diversi paesi. Fate quindi di accorrere colle vostre
popolazioni, e nella forma più solenne che vi sarà dato, a quelli che
sorgono nella nostra Diocesi. Non risparmiate insomma sollecitudine alcuna, alcuna industria, alcun sacrifizio, a
fine di pascolare il gregge di Dio che
vi è affidato, provvedendo il più largamente che potete alle sue
spirituali necessità. Dio farà il resto.
Dio, innanzi al quale tutti, V. F. e F. C., dobbiamo prostrarci in
questo tempo di propiziazione col cuore più che mai contrito ed umiliato, e,
presentandogli le nostre grandi miserie, i nostri immensi bisogni, dirgli col
flebile Geremia ricordatevi, Signore, di noi e salvateci da tante sventure: recordare,
Domine, quid acciderit nobis. Preghiamolo, o Dilettissimi; ardentemente
preghiamolo, perchè nella moltitudine delle sue misericordie rischiari gli
ottenebrati intelletti e scuota le pervertite coscienze di tanti nostri
fratelli, schiavi infelici delle terrene illusioni. Supplichiamolo ad
infondere in noi più costante fermezza e più illuminato fervore
nell'osservanza della santa sua legge e nell'adempimento de' molteplici
religiosi doveri che ci stringono a Lui e alla diletta sua Sposa, la Chiesa.
Invochiamo sopra questa Chiesa e sopra il supremo suo Capo la pienezza dei
celestiali carismi, sicchè abbiano a compiersi finalmente quegli alti
disegni, che Dio stesso va ispirandogli, a comune vantaggio.
Nè dimenticate, o Dilettissimi, la povera Nostra persona, tanto più
bisognosa delle vostre orazioni, in quanto che dovrà rendere al supremo Giudice
conto più rigoroso dello zelo adoperato ad estirpare dal mistico campo
affidatole, ogni germe venefico ed a farvi germogliare frutti abbondanti di
santità e di giustizia.
La grazia del Signor Nostro Gesù Cristo sia con tutti voi, V. F. e F.
C.; e la Pastorale Benedizione, che affettuosamente v'impartiamo nel nome del
Padre del Figliuolo e dello Spirito Santo, valga ad ottenervi da Dio
onnipotente e misericordioso spazio di vera e fruttuosa penitenza, sincera
emendazione della vita e perseveranza nelle buone opere. Così sia. Piacenza, dal
Nostro palazzo episcopale questo giorno 19 Marzo, sacro alla memoria del
glorioso Patriarca S. Giuseppe, 1881. †
Giovanni Battista Vescovo |
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