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18. Lettera Pastorale di Monsignor Vescovo di Piacenza per la Santa Quaresima del 1881, (Sulla Religione e l’Individuo) 2.2.1881, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1881, pp. 70.
Con questa Pastorale Scalabrini completa la trilogia in cui intende analizzare il rapporto fra il cristianesimo, la società, la famiglia e l'individuo. Il discorso si ispira ancora all'enciclica Quod apostolici muneris che pone il messaggio evangelico anche a fondamento della felicità della persona umana. Scalabrini precisa che la felicità si realizza nella misura in cui vengono soddisfatte le esigenze naturali dell'individuo; ora soltanto il cristianesimo appaga pienamente le istanze che costituiscono la dignità della persona, prima fra tutte il desiderio di conoscere la verità, condizione indispensabile per l'esercizio della libertà; infatti ha per maestro Dio che, essendo agostinianamente Verità, fa conoscere la struttura intima della realtà. L'insegnamento divino trasmesso attraverso la sua parola nella rivelazione, si coglie soltanto con la fede, ma questa non è in contrasto con la ragione perché, come Scalabrini ha evidenziato nelle citate Conferenze sul Concilio Vaticano I, fra i due termini esiste una complementarietà reciproca. Neppure il mistero, essenziale in Dio per stabilire la sua trascendenza sulla creatura, offende l'intelligenza umana se si riflette che molti sono i misteri che esistono nella natura e devono essere accettati con un atto di fede, benché non di carattere soprannaturale. La felicità portata dal cristianesimo si associa alla pace dell'anima, possibile anche nella sofferenza perché questa viene illuminata dalla speranza di un premio eterno.
Nata dal seno stesso di un Dio; avvalorata e nutrita dal sangue del Redentore; piantata in mezzo al torrente dei secoli, come scuola feconda, universale, rigeneratrice; infallibile nel suo magistero; sublime ne' suoi insegnamenti; perfetta nella sua morale; sapiente nella sua disciplina; soavissima nel suo culto; mirabile nei suoi conforti; divina ne' suoi trionfi, incrollabile ad ogni bufera, immutabile al mutare perpetuo degli uomini e delle cose; la Religione cattolica, Venerabili Fratelli e Dilettissimi Figli, una sola cosa domanda, scrive Tertulliano, che cioè non si condanni, prima di averla conosciuta: hoc unum gestit, ne ignorata damnetur[1].
Ed è appunto perchè non conosciuta, che ella venne sin da principio
fatta segno alle più indegne calunnie. Fu accusata di abbiette superstizioni,
di mostruose empietà, e fin d'ateismo. Udì gettarlesi in faccia ogni più
abbominevole eccesso. Fu gridata nemica del genere umano. Fu detta fomite di
scissure, di fazioni e di guerre, ella, che è l'unica società dei veri
adoratori di Dio; che è maestra della morale più pura, e madre di santi; che
è personificazione dell'amore fraterno; che bandisce la pace, ed è scuola di
perdono, di rispetto e d'obbedienza all'universo. La sua fede così luminosa
si ebbe in conto di cieca superstizione, d'illusioni le sue celesti speranze, di
vani spauracchi le sue minacce, e i suoi apostoli, i suoi martiri, i suoi
seguaci, si riguardarono come rifiuto del mondo, causa d'ogni privata e
pubblica sciagura.
Queste ignobili accuse, riprodotte sino alla nausea di secolo in
secolo, benchè le mille volte annientate, noi le vediamo, sotto forme più o
meno diverse, empiamente ripetute anche oggigiorno, quasi argomenti di
peregrina sapienza.
Vi ha infatti vitupero, che, dai moderni apostoli del male, non si
lanci contro la Religione cattolica? La dicono tiranna, mentr'ella è vessata;
ambiziosa allora che difende quei diritti che non può cedere; oscurantista
quando vuol salvare le intelligenze dall'errore; intollerante allorchè
impedisce quei furibondi attentati che si traggon dietro la ruina e la morte.
La Religione cattolica inoltre è
barbarie, è servaggio, è discordia, è miseria, è fanatismo, è
degradazione di mente e di cuore, odio d'ogni idea e d'ogni amor generoso,
ostacolo d'ogni riscatto, d'ogni miglioramento, d'ogni umano progresso;
ecco ciò che in prosa e in versi, in pubblico e in privato, dalla tribuna e
nei teatri, con la stampa e con la voce, per via di scritti, di
rappresentazioni e d'immagini si va tutto dì strombazzando ai quattro venti.
Qual meraviglia pertanto se il povero popolo, involto così in una nube
di pregiudizi, vada a poco a poco smarrendo la vera effigie del cristianesimo
e si avvezzi a guardare questa Religione con occhio affatto indifferente? Qual
meraviglia che essa la cattolica Religione, non altro più vivamente desideri
ai dì nostri che di essere da tutti conosciuta? Imperocchè, o Dilettissimi,
è impossibile conoscerla (nè si conoscerà mai abbastanza), senza donarsi
intieramente a lei, tanta è la bellezza di cui l'ebbe arricchita l'Eterno.
Gli è perciò che, nel comunicarvi anche in quest'anno il sacro
Indulto quaresimale, Noi. ritorniamo per la. terza volta su questo grande e
importantissimo argomento, quale ci venne offerto dall'ammirabile Enciclica Quod
Apostolici muneris del glorioso S. Padre Leone XIII. Già
vi mostrammo come la Religione cattolica formi il benessere della civil società;
vi mostrammo com'ella formi il benessere della famiglia; vi mostreremo ora
com'ella formi altresì il benessere, la felicità dell'individuo.
Voglia il Principe de' pastori Cristo Gesù illuminare, o Dilettissimi,
le vostre menti, disporre colla sua grazia i vostri cuori, sicchè
abbiate con Noi a ripetere convinti quella celebre sentenza: la Religione
cattolica, che parve data dal cielo per renderci felici solo nella vita
avvenire, forma la nostra felicità anche nella vita presente.
La perfezione del nostro essere; ecco, o Dilettissimi, da che dipende
propriamente la nostra felicità. Allora soltanto noi siamo felici di una
felicità vera, soda e permanente, quando le nostre facoltà sono giunte a
conseguire il fine loro proprio e a stabilmente possederlo, nel che appunto la
perfezione consiste di ogni essere destinato ad un fine. Qualunque
bene che non possa elevarci, nobilitarci e perfezionarci, non ci può rendere
soddisfatti. La perfezione adunque è la sorgente della vera felicità e la
vera felicità necessariamente suppone la perfezione. L'una è inseparabile
dall'altra.
Ciò posto, chi non vede la Religione cattolica soltanto esser quella
che può renderci veramente felici? Essa sola infatti compie le nostre facoltà,
soddisfa a tutti i nostri bisogni, ci nobilita in una parola e ci perfeziona.
Volete voi, o Dilettissimi, andarne convinti? Uno sguardo anzitutto
alla .prima delle nostre facoltà, la intelligenza. Essa, nell'attuale ordine
di provvidenza, è fatta in tal guisa per la verità infinita, che solo la
verità di Dio può intieramente appagarla; siccome l'uman cuore è talmente
fatto pel bene infinito, che solo la carità di Dio può intieramente
saziarlo. Date alla mente tutte le cognizioni puramente umane, essa non verrà
mai soddisfatta, perchè formata
per la verità increata; siccome tutti i beni creati non potranno
mai felicitarne il cuore,
che è fatto per l'increato bene. Ora la piena verità di Dio, che in cielo si
percepisce per la beatifica visione, in terra non si comunica altrimenti che
per la rivelazione della fede; siccome la carità di Dio per la comunicazione
della grazia si diffonde nel cuore.
Questa rivelazione, o Dilettissimi, è appunto la Religione cattolica;
il deposito di questa fede è nel grembo di lei; questa eredità fu a lei
lasciata da Colui che venne ad illuminare ogni uomo in questo mondo. Dunque
fuori della Religione cattolica e senza la Religione cattolica, l'umana
intelligenza non arriva al suo scopo, non abbraccia il suo obbietto, ed è
perciò in agitazione, in disordine, in guerra continua con seco stessa.
Guardate l'eretico, guardate il deista, guardate 1'incredulo: se essi
ammettono alcune verità naturali, o anche alcune rivelate, le ammettono come
opinioni più o meno probabili, o come frutto della loro ragione. Quindi
credono puramente a sè stessi, e al proprio giudicio sottomettendo tutta la rivelazione
e tutte le verità tradizionali, niuna orma di fede divina vedesi nei loro
pensamenti. In conseguenza sono sempre lontani dalla verità infinita, che
viene da quella fede, e che nella Religione soltanto si trova.
Sì, Dilettissimi; Veritas per
Jesum Christum[2].
Il magistero che la Religione cattolica esercita per bocca della Chiesa è il
magistero stesso di Dio, è l'organo per cui il cielo comunica all'uomo la
verità, Nella Chiesa siedono e parlano uomini, ma vi presiede e parla per
essi Gesù Cristo, che è Verità per essenza: Ego
sum veritas[3]
Veritatem tuam in Ecclesia sanctorum[4]
Columna et fimamentum veritatis[5].
Questa è l'alleanza che io ho contratto colla mia Chiesa, dice il Signore: lo
Spirito mio, che è in te, e le
parole mie, le quali io ho depositate sulle tue labbra, non si dipartiranno
dalle tue labbra e dalle labbra della tua discendenza, da quest'ora fino in
sempiterno[6].
La Chiesa è il trono che Dio ha innalzato sopra la terra, e che Egli stesso
protegge contro l'urto dei secoli. Di Dio perciò e solo e sempre di Dio sono
gli oracoli della Chiesa cattolica.
Deh, quale felicità per l'uomo l'avere a maestro il suo Dio! Noi siamo
sicuri che dalla sua bocca ascoltiamo la verità e siamo liberi, altro non
essendo la verità che la perfetta manifestazione della essenza reale delle
cose, e l'uomo quando le ha conosciute così, non serve più a quelle, come
quando le vedeva sotto falso aspetto, ma egli da quelle si fa servire, perchè
le conosce per quello che realmente sono: cognoscetis
veritatem et veritas liberabit vos[7].
Fuori della cattolica Religione vi ha libertà sì, ma quale libertà?
La libertà del dubbio, che è una infermità straziante; la libertà
dell'errore che è sempre vitupero e schiavitù. La intelligenza di chi vive
lontano dalla Religione
cattolica non è, nè può essere illuminata dalla verità. «A che serve la
ragione abbandonata a se stessa? A distruggere, non mai a edificare; a far
dubitare in ogni incontro, a perpetuare le insorte questioni; a dimostrare
agli uomini le tenebre in cui sono involti, l'incapacità in cui versano e la
necessità della divina rivelazione[8]».
Non è un santo Padre o un apologista cattolico che così scriva, ma uno
degl'increduli più famosi del secolo scorso, e chi conosce per poco la storia
non potrà che ripetere le sue parole.
Quali dubbi infatti e quali tenebre non ingobravano l'uman genere prima
che il Verbo di Dio si creasse la sua Chiesa, erigesse in essa la sua
Cattedra, ed illuminasse il mondo. colla sua dottrina? Quali dubbi e quali
tenebre non ingombrano tuttavia coloro, i quali chiudono gli occhi alla luce
che il medesimo divin Verbo diffonde perennemente in mezzo agli uomini? Vi ha
egli sproposito che non dicano, stoltezza che non approvino, assurdo che
non difendano? E si vantano liberi, liberi pensatori, si gloriano di
conservare la emancipazione dello spirito, e non si avvedono gl'illusi che si
emancipano solo dalla verità e che rimangono perciò non liberi, ma vili
mancipii dell'errore.
Avventurati però noi, figli della cattolica Religione! In essa e per
essa non solo conosciamo la verità, ma tutta la verità. Se l'uomo non crede,
avvisa nell'eterne pagine lo Spirito Santo, non potrà intender giammai.
Altissima filosofia, onde ne viene insegnato che, senza una verità, non
potrebbe mai l'uomo ritrovare o sviluppare una verità. Qual havvi infatti
verità che il credente non arrivi a conoscere? «Domandate, scrive un
filosofo non sospetto, domandate a un cristiano donde viene la specie umana,
ei lo sa; dove vada, ei lo sa; come ci vada, ei lo sa. Domandategli, sebbene
fanciullo.....perchè trovisi quaggiù e che sarà di lui dopo morte, vi farà
una risposta sublime......Origine del mondo, origine della specie, questione
di stirpe, destinazione dell'uomo
in questa e nell'altra vita,
relazioni tra l'uomo e Dio, doveri dell'uomo verso i suoi simili, diritti
dell'uomo sulla creazione, ei non ignora nulla, e cresciuto che sarà non
istarà punto dubbioso a rispondervi sul diritto politico e sul diritto delle
genti; conciossiachè tutto questo scaturisce e viene per chiara e facile
conseguenza dal cristianesimo. Ecco quello che io chiamo Religione grande; la
riconosco a questo segno; ch'ella non lascia senza risposta, niuna delle
questioni che più interessano l'umanità[9]».
Di qui il riposo, il gaudio, la felicità della nostra mente che ha innato il
desiderio di tutto sapere, di conoscere tutto; di qui il fatto tante volte
avvertito, che, l'umile contadino e la povera donniciuola, bene istruiti nelle
cose della Religione, conoscono assai meglio le più sublimi verità e sentono
più innanzi nelle cose dello spirito, di tanti e tanti che consumano la vita
sui libri e che disdegnano d'interrogare la fede, stimandola nel loro
orgoglio, contraria e nemica alla ragione. Ma
vedete, o Dilettissimi, quanto sian essi in errore. La fede è bensì
superiore alla ragione, ma non può mai avvenire che l'una sia in
contradizione coll'altra; che per l'una sia vero ciò, che per l'altra è
falso, o che le s'impaccino a vicenda nel proprio svolgimento. Chi pretende
trovare questo contrasto, certo è che, o ha franteso la fede, per non avere
idea chiara del suo vero insegnamento, o ha falsato la ragione, togliendo per
buoni argomenti i proprii sofismi. E come potrebb'essere altrimenti, se
ambedue questi lumi partono da una stessa sorgente? Figlie al medesimo Padre
celeste, la ragione e la fede, sono due rivoli dell'unica Verità, sono due
raggi della medesima Luce, sono come due sorelle che dandosi la mano nel
viaggio di questo secolo tenebroso, si uniscono a vicenda e si soccorrono di
una alleanza indissolubile e perfetta. La fede con le sue dottrine rischiara e
nobilita la ragione, la ragione con le giuste ricerche mette in luce le verità
della fede; l'una co' suoi sussidii predica le meraviglie dell'altra, l'altra
co' suoi misteri
si rende non pure parte integrale della ragione, ma ne è la corona, il
trionfo, l'apoteosi.
Or questa fede, che rinfranca la ragione percossa dal dubbio, che la
toglie come in braccio quando la scorge tremante sul confine di un abisso, e
che, aprendole dinanzi un orizzonte di luce immensa, la rassicura, la sprona,
l'avvia; questa fede che è lume sovra lume, grazia sovra grazia, compimento e
perfezione del nostro intelletto, che ci mette in intima comunicazione col
cielo, che tutta racchiude in sè stessa la sapienza, la gloria, la umana
felicità, questa fede noi non l'abbiamo che in te, per te e con te, o
Religione augustissima; ed ecco, V. F. e D. F., nuovo motivo per noi di
rallegrarci, e di levare a Dio il cantico della riconoscenza e della lode.
Nè vale al fin qui detto opporre i misteri, quasi c'impediscano di
conoscere la verità; che anzi nulla di più atto a confermarci nella
medesima; nulla di più conforme alla nostra ragione.
E che! il mondo, come per altri fu detto, è pieno di misteri, l'uomo
è pieno di misteri, la
scienza è piena di misteri, e la Religione che dovunque ci attacca a Dio, la
Religione che è Dio stesso, il quale parla ed agisce nella umanità, non
dovrebbe avere misteri? E che! tutti i mondi inferiori ci apparirebbero,
velando sotto impenetrabili tenebre le più incontrastabili verità, e il
mondo superiore a tutti i mondi, ove Dio rimane infinitamente elevato su tutto
il creato nel santuario intimo della sua propria vita, questo mondo misterioso
per essenza, non dovrebbe avere per le nostre intelligenze limitate, che
chiarori senza ombre e visioni senza limite? E che! un uomo che pensa è un
mistero, un insetto che si muove è un mistero, una pianta che vegeta è un
mistero, un fiore che sboccia è un mistero; che dico? una voce che parla, una
corda che vibra, un'onda che scorre, una goccia che cade, un raggio che
splende, un atomo che vola, un zefiro che muore, mistero, mistero di nuovo,
mistero sempre. E mentre l'uomo e la natura, i soli e gli atomi, lo spirito e
la materia, la terra e il cielo, lo spazio e la durata, la vita e
la morte ci fanno intendere questa parola, che esce per ogni dove e dal fondo
di tutte le cose, si dovrà stupire che la Religione di un Dio offra misteri?
Sarebbe anzi a stupire che non ce ne offrisse. Una religione, dice Pascal, la
quale non avesse misteri, non sarebbe vera; Dio cesserebbe di esser Dio dal
momento che l'uomo potesse arrivare a comprenderlo.
Di qui, o Dilettissimi, la necessità che noi abbiamo di credere.
Platone stesso non seppe concepire religione senza una fede, cioè senza ferma
credenza a principii intangibili dalla corta umana ragione. E come no? se
nemmeno le azioni ordinarie della vita si potrebbono compiere senza fede? Se
l'agricoltore non avesse fede al frutto futuro che non vede ed è lontano,
curerebbe il suolo? getterebbe il seme? pianterebbe? inesterebbe? spargerebbe
tanto sudore? Eppure egli fa tutto questo perchè crede, perchè quello che
crede spera, e quello che spera ama[10].
Chi, essendo sano di mente, ripudierebbe questa fede umana? e si negherà la divina? Tu che dalla culla credesti alla tua nutrice
e passasti l'infanzia tutta in un atto di fede nell'amore de' tuoi parenti; tu
che fanciullo credesti ai precetti di chi ti guidava nel cammino della vita, e
che, fatto adulto, ti affidavi ai consigli di un savio, agli ammonimenti di un
amico; tu che marito credi alla moglie, infermo al medico, figliuolo al padre
padrone al servo, e che nella fede avanzi i tuoi traffichi e i tuoi commerci;
tu anzi che sovente dal servo, dalla moglie, dall'amico, dal compagno, dal
maestro, quando per ignoranza, quando per leggerezza e quando per nequizia ti
vedi tradito, tu non vorrai affidarti alle braccia di una Religione la cui
parola è sapienza e verità? Tu, che correndo dietro agli umani insegnamenti,
ti trovi, ad ogni piè sospinto, miserabile trastullo di mille opinioni, le
quali si succedono, si avviluppano e si distruggono a vicenda, non piegherai
docile l'intelletto alla cattolica Religione, sebbene incomprensibile ne' suoi
misteri?
Sono essi, o Dilettissimi, una caligine sacra,
gli è vero; ma una caligine da cui partono luminosissimi raggi. Simili a
quella nube, che guidava nel deserto il popolo di Dio, hanno i misteri da una
parte le loro tenebre, le quali servono d'esercizio alla nostra fede, hanno
dall'altra la loro luce, la quale appaga e tranquillizza pienamente la nostra
ragione.
No, il cristiano non crede ciecamente: rationabile
obsequium vestrum[11];
non è 1o schiavo dei pregiudizii, nè il trastullo di coloro che lo
ammaestrano: nolite omni spiritui credere[12].
Noi confessiamo con nobile orgoglio, che se il credente si lasciasse guidare
ciecamente dal giudizio altrui, altro non sarebbe che un'eco stupida e vana, e
la sua convinzione non altro che un servitù umiliante.
Se alcuno vuol fare la volontà del Padre mio, dice Gesù Cristo,
esamini la mia dottrina; vegga se è da Dio, ovvero se io parlo da me stesso[13].
La verità, ben differente dall'errore, non teme la luce. Se è della mia grandezza l'umiliare questa ragione superba, che s'innalza
contro la scienza, viene a dire Gesù Cristo, e pure della mia bontà
sostenerla e vincerla coll'ascendente della testimonianza. Credetemi sulla
parola, ma esaminate se ho parlato il vero. Rispettate la profondità de' miei
segreti, ma istruitevi dei titoli della mia missione e delle maraviglie
operate pel mio ministero.
Persuaso il cristiano di questa verità, cerca la ragione della sua
credenza, interroga tutti i tempi e tutti i luoghi, ravvicina il passato al
presente, osserva gli avvenimenti, accumula le prove; e così i fatti si
appressano a' suoi sguardi, i monumenti lo istruiscono, i miracoli depongono
in favore della sua fede; la voce maestosa di tutti i secoli, quella dei
grandi uomini che l'hanno esaminata si fa intendere. Aprendo i Libri Santi,
vede l'origine della sua Religione, scorge che i fondamenti di essa furono
posti con quelli del mondo; conosce come le rivoluzioni dell'universo
servirono ciecamente a' suoi disegni; come conquistatori
ed eroi, colle gravi sconfitte e colle strepitose vittorie, prepararono
inscientemente la sua gloria; vede come il sacro deposito della verità stassi
galleggiante sulle onde torbide e procellose degli umani errori. In questo
quadro sì maestoso vede il rapporto delle due alleanze; la prima tutta di
figure, la seconda di realtà; l'una che promette, l'altra che adempie; l'una
che dispone i preparativi, annunzianti la venuta del Salvatore del mondo,
l'altra che lo dichiara venuto, e così i rapidi progressi di lei fra le
nazioni idolatre, e il paganesimo dalle fondamenta distrutto, e la verità che
diffonde per ogni dove i suoi vividi raggi, e la faccia della terra
rinnovellata, e la totale riforma de' costumi, e Dio adorato in ispirito e
verità, e trecento anni di persecuzioni e di trionfi, e il vessillo della
croce inalberato sulle cime e in ogni angolo dell'universo.
A tale spettacolo l'ammirazione, l'amore, il rispetto, la tenerezza, la
gioia succedonsi nell'anima del cristiano, ed oh, sii benedetta, non
può a meno di non esclamare nel trasporto della sua riconoscenza, sii
benedetta, o Religione immortale! divina, benefica Religione! Quanto è felice
colui che nel suo seno riposa! Chi a te non si affiderà intieramente? Tu sola
anche in mezzo alle tenebre, mi additi la luce; tu sola mi fai conoscere la
verità, quella verità alla quale Gesù Cristo ci ha chiamati, quella verità
che è il centro, il sole, la vita della nostra intelligenza. Religione
santissima, io ti ringrazio, ti venero, ti benedico.
Ma il riposo, o Dilettissimi, il gaudio e la felicità che la Religione
cattolica procura all'intelletto dell’uomo, è nulla, si può dire, a fronte
del riposo, del gaudio e della felicità che essa procura al suo cuore.
Creato da Dio per Iddio, non può il cuor dell'uomo esser perfetto che
in Dio e con Dio, e siccome la perfezione è lo stato naturale, è il fine cui
tendono tutti quanti gli esseri, così il cuore umano ha un'inclinazione
innata, necessaria, indestruttibile di unirsi a Dio, di saziarsi in Dio e
d'immedesimarsi con Lui: fecisti nos, Domine,
ad te; et inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te[14].
In questa vita ancora l'uomo non brama, non cerca, non vuole che Dio. Quindi
il domandarlo a tutto ciò che lo circonda; quindi il volare incontro a tutto
ciò in cui si trova una scintilla di bene, emanazione dell'infinita bontà;
quindi lo sdegnar sempre i beni presenti e l'anelar del continuo a' lontani,
perchè i beni lontani gli si presentano come un non so che d'infinito. In
quella guisa che all'eterno vero l'uomo aspira sempre in tutto quello che
pretende conoscere, allo stesso modo, scrive S. Dionigi, al bene eterno egli
sempre si volge in tutto quello che pretende di amare. Anche allora che
s'immerge ne' terreni diletti, anche allora che una cieca e terribile
passione, recando il disordine nel suo spirito, gli fa consacrar l'amor suo ad
una creatura, e lei adorare e lei desiderare con tutte le forze dell'animo, sì,
anche allora senza pure addarsene, l'uomo non cerca che la perfezione infinita
e l'infinito bene, e nel fuggire
da Dio, implicitamente come insegna l'Angelico, non cerca, non ama che Dio: cognoscunt in omni cognito et adamant in omni amato.
Le ricchezze adunque non sono il nostro fine; i piaceri della terra non
sono il nostro fine; la potenza, la gloria, gli onori della terra non sono il
nostro fine; i beni tutti di questo mondo, i beni di mille mondi più vasti,
più ricchi, più belli di questo, non sono, non possono essere il nostro
fine. Il nostro fine è Dio, unicamente Dio, perchè Dio solo è più grande
di noi.
Ma come poggiare tant'alto? Chi ci metterà in questa vita al possesso
di Dio? Chi potrà renderlo nostro così da farcelo sin da ora gustare e
sentire chi, se non la cattolica
Religione?
Essa è, Dilettissimi, che in noi ogni cosa mantiene al suo ordine,
nell'ordine e la pace e nella pace è Dio: factus
est in pace locus ejus[15].
Essa, la cattolica Religione, c'insegna, c'inspira,
ci infonde la carità, e Dio propriamente ed essenzialmente è carità. Chi
adunque sta nella carità stà in Dio e Dio in lui, perchè una medesima cosa
è Dio e carità: Deus charitas est: et
qui manet in charitate in Deo manet et Deus in eo[16].
E un uomo che ha seco Iddio che cosa non ha? Quid non habet si Deum habet[17]. Ipse est pax nostra[18]. Ha
sopratutto la pace, quel riposo cioè degli affetti, quella calma del cuore sì
soave, si dolce, sì ineffabile, che avanza, al dir dell'Apostolo, ogni senso
di terrena dolcezza: pax Dei quæ
exuperat omnem sensum[19].
Questo godimento dell’anima viatrice, questo stato di calma pieno di
fiducia, questo riposo pieno di consolazione, quest'armonia piena di soavità,
questa pace piena di amore, è in verità, il più bel saggio, la più vera
immagine della beatitudine celeste, perocchè, secondo la grave sentenza di
Agostino, nella pace è riposta la beatitudine. E
da qual cosa del mondo potrebb'essere turbata questa pace del vero cristiano?
Non dalla sollecitudine de' beni temporali, ch'egli non desidera, non da
quella de' beni spirituali ch'egli non invidia, non dalle calunnie ch'egli
disprezza, non dalle ingiurie ch'egli dimentica, non dalle offese ch'egli
perdona, non dagli interessi ch'egli sacrifica, non dalle pretese ch'egli
reprime, non dalle passioni che egli combatte. O pace dell'anima, che il mondo
sempre promette e non può dare giammai! o pace dell'anima, che compensa della
privazione di tutti i beni sensibili, e senza la quale tutti i beni sensibili
a nulla varrebbero per render l'uomo felice! o pace dell'anima, vero tesoro,
conforto e delizia di chi la possiede! o pace dell'anima, che cominciando
nell'intelligenza per la fede alla parola divina, discende nel cuore pel
possesso della divina carità; o pace dell'anima che non gustata non si arriva
a comprendere, dove, dove trovarti quaggiù fuori della Religione cattolica?
E' una grande tentazione per le anime buone veder quasi semper il
malvagio con sulla fronte la
pace, con sulle labbra il sorriso, e udire il mondo che lo chiama beato! Non
ci credete. Simile a splendido manto funebre, che agli occhi degli uomini
null'altro nasconda che deforme cadavere, quell'esteriore di contentezza e di
pace nell'empio, non copre che un interno sconvolgimento, un'inquietudine
angosciosa.
E come esser potrebbe altrimenti? Se la pace è legittimo frutto
dell'ordine, come insegna l'Angelico, nell'empio, che tutto è disordinato,
debb'essere necessariamente la guerra. Si sforzi pure di stare allegro, ma in
realtà non lo è. Il grido della coscienza oltraggiata lo accompagna
dovunque, dovunque lo incalza la spada della vendetta di Dio, la quale,
terribili più che mai manda i suoi lampi nell'oscurità, nei pericoli, nella
solitudine, nelle disgrazie. Quindi tanti re che vivono infelici sui loro
troni, tanti ricchi malcontenti in mezzo ai loro tesori, tanti libertini che
non trovano requie nel centro stesso dei loro piaceri. Ce ne assicurano essi
medesimi, allora che pentiti ritornano alla Religione, ma più di essi ce ne
assicura Iddio. No, non vi ha pace per gli empii, gridano le
Scritture, non vi ha pace per gli empii: non
est pax impiis[20].
Eglino, dice il profeta, sono a guisa di un mare in tempesta che mai non posa
e flagella sè stesso con le sconvolte sue onde[21].
Ben sappiamo che a forza di delitti si diviene nel mondo tranquilli, o
almeno indifferenti scellerati; sappiamo esservi peccatori ostinati nel male,
di coscienza incancrenita, che non ponno essere nè straziati dai rimorsi e
dal pentimento, nè inteneriti dalle promesse, nè dalle minacce spaventati;
ma qual calma, Dio buono, è mai questa? E' una calma, che non deriva se non
dall'accecamento dello spirito e dalla durezza del cuore, una calma che pone
l'ultimo suggello alla loro riprovazione, una calma quindi mille volte più
terribile e desolante di qualsiasi più fiera tempesta.
Deh, quanto diversa, V. F. e F. C., è la sorte di colui che vive
ubbidiente alla voce della Religione
cattolica! Sorriso di Dio è il suo cuore, sempre colmo delle gioie più pure,
sempre pacifico, anche allora che contro il mondo e contro gl'istinti della
guasta natura egli è costretto a combattere.
E' questo l'enigma che, secondo l'Apostolo, l'uomo carnale non arriva a
comprendere. Ma è forse a stupirne? Ah, ignora costui le arcane dolcezze che
all'uomo giusto lasciano assaporar le passioni, vinte che siano! ignora che il
piacere della vittoria val mille tanti la pena del sostenuto combattimento!
Nelle passioni al contrario l’uomo non è mai tanto infelice quanto allora
che ha preso a soddisfarle. Allo sfogo di un desiderio vien dietro il
desiderio di un altro sfogo; da un piacere nasce la brama di un piacere più
grande; le passioni diventano ognora più forti, sono a guisa di tempestosi
flutti, che nulla curando le opposte dighe, via via con impeto s'accavallano,
si urtano, s'infrangono e non lasciano poi che guasti e ruine. Quindi è che i
peccatori non ci appaiono mai tanto infastiditi e amareggiati, quanto allora
che si lasciano andare ai
loro vani capricci e non hanno più che bramare. Stucchevolezza e
rincrescimento, afferma il Salmista, sono le vie de' peccatori: contritio
et infelicitas in viis eorum[22],
e l'Apostolo: tribolazione e angustia in ogni anima che opera iniquità;
mentre per lo contrario gloria, onore e pace ad ognuno che vive secondo
giustizia: tribulatio et angustia in omnem animam hominis operantis malum; gloria
autem et honor et pax omni operanti bonum[23].
Oh vita del giusto, vita veramente invidiabile! vita del giusto vita serena e
tranquilla! vita del giusto unica vera vita!
Sebbene, non sono forse anche pel giusto i patimenti e le lagrime? non
sono queste anzi la sua porzione in questa terra di esiglio? Senza dubbio; ma
che perciò? La Religione di cui è figlio amantissimo tutto gli volge in
diletto, anche le più acerbe sventure.
Lungi dal vietargli uno sfogo legittimo, ella anzi lo approva e
santifica. Guardati, dice, dal mormorare contro Colui, le vie del quale sono investigabili. Piangi pure, chè il piangere ti è
permesso! ma porta a piè degli altari un cuore sommesso, e quel Dio che è
infinito nella sua potenza, incorruttibile nella sua giustizia, ricco nella
sua bontà, che tien numerati i capelli di ciascheduno ed ha scolpito nella
destra la porzione de' giusti e tutto lo stuolo dei tribolati, sarà Egli il
tuo appoggio e la tua difesa. Le tue lagrime versate in seno ad un Padre sì
amante, non saranno no infruttuose. Egli ne raddolcirà l'amarezza e le
raccoglierà, per formarne tante perle della tua corona.
Tale è il balsamo, V. F. e D. F., che dal labbro della cattolica
Religione stilla soavissimo a refrigerio delle anime nostre continuamente. Vi
ha chi spasimi su di un letto per acerbo malore? beati quelli che soffrono,
ella grida, e mostrandogli le piaghe di un Dio crocifisso, gli fa dir con S.
Paolo: quando sono infermo, allora sono più forte[24].
Siete in angustie di povertà? beati i poveri, esclama, e additandovi Gesù
Cristo nato povero, vi ricorda che ai poveri,
in particolare maniera ha promesso Egli i tesori del cielo. Al colono, che
vede dalla grandine devastati i suoi campi, a chi dall'alto degli onori è al
basso caduto, a chi si vede di mano fuggir la fortuna: beati gli umili, ripete
essa, la cattolica Religione; beati coloro che hanno fame e sete della
giustizia; e rammenta loro, che non devesi fare assegnamento alcuno sui beni
caduchi, che stolto è colui, il quale si appoggia ad un braccio di carne; che
la gloria mondana è fumo ed ombra che a un tratto sparisce. Soccombe il
vostro spirito ai tedî della vita, a fatiche angosciose e non ben meritate?
beati i mansueti, ripiglia essa; e additandovi la corona che vi stá lassù
preparata, nuova lena v'infonde e nuovo coraggio. Mano di morte viene a rapire
i vostri pargoletti? Ah, voi piangete su quei fiori recisi, sorti appena nel
vostro giardino, ma consolatevi; imperocchè beati, afferma la Religione
cattolica, beati quelli che piangono; e vi fa vedere que' bamboli incoronati
di luce e quasi faville del sole eterno, roteare cantando innanzi al trono di
Dio. Invidia, calunnia, persecuzioni
vi assalgono? beati quelli che sono perseguitati per la giustizia, v'intuona
all'orecchio la Religione cattolica; e v'insegna il grande segreto di forzare
i vostri nemici a rispettare le vostre virtù, e cangia le lagrime in gioie,
le sconfitte in trionfi.
Gioie e trionfi, o Dilettissimi, negati a coloro, i quali ribelli alla
cattolica Religione, rinunciano a' suoi celestiali conforti, alle sue arcane
dolcezze. Gl'infelici, scrive S. Agostino, non hanno ove volgersi nella
procella delle umane sciagure. Infastiditi degli stessi piaceri del mondo, non
trovano dentro di loro che confusione e rimorsi, non trovano fuori di loro che
accuse e abbandoni. Al di dentro malizia, al di fuori vanità, e bersagliati
ed oppressi recano seco stessi il carnefice che li tormenta, il verme che li
rode e consuma. Soffrono perciò e bestemmiano. Non hanno il piacere che
vogliono, e si trovano in braccio al dolore che non vogliono. Perdono i
vantaggi che suol produrre nei giusti l'avversità, e nell'atto di diventare
più miseri, diventano anche più scellerati.
Il giusto, sorretto dalla speranza, che la Religione sa infondergli
nell'animo, non soffre che per metà; laddove l'empio non fa che raddoppiare
ad ogni istante le sue pene. Sarà poi meraviglia, o Dilettissimi, che costui
arrivi un giorno ad infierire contro sè stesso, precipitandosi nel sepolcro?
E chi non sa che senza Religione, senza Dio, è deserto la vita, disperazione
la morte?
Ma la vita e la morte, oh come si abbellano al sorriso della cattolica
Religione! Tutto è chiaro, dolce, nobile, ragionevole, grande, sublime,
commovente pel vero cattolico. «Egli non ritrova nel mondo intiero se non
obbietti di tenerezza e di gratitudine. In ogni dove scorge la mano benefica
della divina Provvidenza. I suoi figliuoli ravvisa quai cari depositi ricevuti
dalla mano del Creatore. Raccoglie i prodotti della terra, siccome doni del
cielo. S'asside a mensa, lavora, passeggia, riposa, piglia il sonno sotto le
ali della divina protezione. Appena si sveglia in sul mattino pensa che vive
ancora per volere del divin Arbitrio della vita e della morte. Nelle disgrazie osserva il dito della divina
giustizia, nelle consolazioni il favore della divina bontà. Nei beni che gode
e negli obbietti più cari rinviene nuovi motivi di rendere omaggio alla
Divinità. Se l'essenza del Dio dell'universo e inarrivabile ai corti suoi
sguardi, nullameno s'allieta, perchè vede in ogni dove il comun padre degli
uomini. Onora l'Ente infinito in tutte le sue opere, lo serve in quel miglior
modo che può, e pone ogni fiducia d'un miglior avvenire nelle immanchevoli
promesse del divino amore. Qual vita più dolce, più consolante, più felice
di questa? Ah, il bello spettacolo della natura, che agli occhi del cristiano
è un libro per leggervi le infinite perfezioni dell'Artefice eterno, agli
sguardi dell'incredulo non è che una combinazione fortuita, ove ogni cosa da
una cieca forza è avvinta. Che stato deplorevole è mai il suo! Il mondo, ben
considerato, è un quadro sì vivo, sì animato, sì toccante pel vero
cristiano! Ohimè, la natura tutta è taciturna, è fredda, è morta per chi
ha perduta la fede! Questa grande armonia degli esseri, ove tutto
parla di Dio, è pel giusto una voce così dolce, così consolante! laddove
per l'empio e un nulla, un silenzio cupo ed eterno......»[25].
«E chi oserebbe disconoscere lo stato felice dell'uomo che ha fede?
Egli coll'ordine è in armonia, lo è con la natura, lo è coi pensieri del
Creatore, lo è col pensiero di tutti i secoli. Per abbatterlo converrebbe
alterarne l'essenza. Oh religione, generosa nostra amica! Tu se' fedele
protettrice delle sorti dell'uomo; alla tua morale legislatura tutti unisci
gl'insegnamenti e tutte le sicurtà che possono nobilitare la nostra
condizione, o sublimare la nostra natura ai medesimi nostri sguardi. Oh
religione, generosa nostra amica! Non havvi alcuno tra bisogni della nostra
fralezza, non alcuno dei desiderii del nostro cuore che siati conosciuto. Tu
sei la più sicura guida, la più fida compagna, che il cielo ne abbia dato
sulla terra[26]».
E in vero: qual età, o Dilettissimi, qual condizione vi ha mai della
vita, in cui essa, la Religione
cattolica, non ci si trovi al fianco? Nella tenera infanzia, quando non anco
il mondo è per noi, ella ci parla ai sensi, ci istruisce, ci rallegra col
decoro e la magnificenza del culto. Mescendosi, per così dire, ai nostri
giuochi e trastulli, da quei primi anni par che ci avvisi, come abbia essa
diritto sul nostro cuore, e fin d'allora ci apre le quattro sorgenti della
divina misericordia: la parola evangelica, la preghiera, il sacrifizio, i
sacramenti. Ci procura quindi fin da allora il dono inestimabile della grazia.
Grazia, che secondando la umana natura, senza ledere il libero arbitrio,
l'intelletto illumina, la volontà fortifica, e il cuore, che sempre ama, col
diletto e con l'amore al bene assoluto e al bello indefettibile, dolcemente
invita ed attrae. Grazia, fondata sui meriti del Redentore, il quale, morto
per tutti, tutti vuol salvi e beati nel suo regno. Grazia, che appaga ad un
tempo il desiderio ingenito che tutti abbiamo di gloria, facendoci essa veri
figli di Dio, veri fratelli di Gesù Cristo, veri templi dello Spirito Santo, eredi
del Paradiso, concittadini dei beati, consorti della divina natura, germe di
gloria e d'immortalità essa medesima.
Nel vigore della gioventù, quando più infuriano le passioni e il
torrente de' caldi affetti ci apre sotto de’ piedi in ogni parte un abisso,
la Religione costodisce la nostra felicità, moderando in noi ogni cosa,
additandoci tra i fiori la serpe, e tenendoci lontani dal suo veleno.
Negl'incomodi della vecchiaia quando il mondo pesa e rattrista, quando
tutte le cose fuggono via da noi, la sola Religione ci è sostegno e conforto.
Ella riabbellisce il declinar degli anni e di luce serena indora la sera di
questa grave e faticosa giornata. Agli occhi della Religione il virtuoso
vegliardo è degno del rispetto e della venerazione comune; è un lieto
agricolture, che sul finir della state vede colmi i granai, frutto de suoi
sudori, e solo aspetta di trasportar la messe di sue virtù, nell'aja del
padrone evangelico per averne mercede.
Il mondo non vanta che una specie di felicità
a poche persone e a pochi stati opportuna, la Religione cattolica invece ne ha
una reale e stabile per tutti i tempi, e per tutti gli stati. Ha essa felici
in ogni dove, e nei vincoli del matrimonio per lei santificato, e ne' triboli
della verginità per lei custodita, e ne' deserti, e ne' chiostri, e nelle
corti, e nelle carceri, e in mezzo al secolo. Felici insomma secondo la
religione noi ne troviamo dovunque; cerchiamo un felice secondo i mondani, e
chi sa indicarcelo pur tra i piaceri?
Ma niuna meraviglia per chi conosce come essa sola, la Religione
cattolica, abbia il segreto di tutti soddisfare i bisogni del nostro spirito e
di perfezionarci. Chi può ridire, o Dilettissimi, lo studio pietoso e gli
aiuti continui, ond'essa a tal fine dalla culla alla tomba ci viene guardando?
Usciti appena alla luce, la Religione ci prende fra le sue braccia, ci
proscioglie dalle catene di satana, ci stampa in fronte il bacio di madre, e
rigenerati e benedetti, ci solleva insino al trono del suo Sposo divino:
guarda, dicendogli, questi
angioletti, son miei; or ora li ho partoriti; vedi come son belli! hanno tutta
la immagine tua; il raggio della tua bellezza risplende sul loro viso
innocente; sono segnati del tuo nome; baciali, o Dio, e compi in essi il
mistero della salute. All'età venuti del discernimento la Religione ci
arruola tra i militi del Crocifisso; e unti del crisma della fortezza ci avvia
con nuova grazia sul campo della battaglia, e: itene, o figli, con voi è
l'Eterno a guardarvi nella pugna, a proteggervi ne' pericoli, a coronarvi
nella vittoria. Se non che le passioni si svegliano, il mondo ci insidia, la
carne ci seduce, l'inferno ci assale in mille maniere, e spesso pur troppo
cediamo all'impeto di questi nemici. Che sarebbe di noi in sì duro frangente,
se una mano pietosa non ci soccorresse. Ed ecco la Religione, che vedendoci
pentiti e ansiosi di risorgere, si piega sopra di noi; pronuncia, per bocca di
un suo ministro, una misteriosa parola e ci solleva detersi dalle nostre
brutture, guariti dalle nostre ferite, lavati pienamente dall'onta della
nostra sconfitta. Ma donde
attingeremo noi nuova forza, per rimetterci in via e trionfare de' nuovi
assalti della terra e degli abissi? La Religione ci conduce per mano appiè di
un altare, ci addita un'Ostia ed un Calice, il pane che produce gli atleti, il
vino che germina i vergini, e: venite, ci grida, sedetevi a questa mensa,
mangiate di questo pane, bevete di questo vino; e noi ci sentiamo raddoppiate
le forze, ci slanciamo con maggior impeto alla battaglia. A mezzo la via
alcuno di noi sente bene spesso una voce dal cielo: fatti maestro e padre de'
tuoi fratelli! e la Religione lo conduce ne' suoi tabernacoli, gli mette in
mano il libro della legge, lo cinge di una veste d'onore e gli dice: sacerdote
di Cristo, tu non sei più tuo, ma d'altrui; mediatore fra il popolo e Dio, io
ti mando ambasciatore di Dio in mezzo del popolo. Il più delle volte non è
questa la voce che arresta il battezzato nel suo cammino, giacchè solo a
pochi vien conceduta una grazia sì eccelsa. Egli sente invece il bisogno di
un altro essere, che vegli amoroso al suo fianco, e la Religione benedice a' suoi voti, consacra il suo amore,
e, unita la sua alla destra della compagna che ha scelto: andate, o sposi,
dice loro, amatevi e siate santi. Intanto chi per una via, chi per un'altra,
tutti arriviamo al termine del nostro pellegrinaggio, al passo terribile da
cui dipende l'eternità. Gran Dio! già finisce la vita? La figura del mondo
così si dilegua? e la potenza, la gloria, la bellezza, la forza? passarono. E
il plauso, l'incenso, il convito, la danza, il libro, la spada? passarono. Chi
mi soccorre? Chi mi salva? Ahimè! i clienti, gli amici, i compagni, gli
adoratori, si son ritirati. Chi resta? la Religione cattolica, madre d'immensa
pietà, sola, nella stanza della morte, accanto al figlio che geme. Oh vedete!
La polvere che gli si è appresa nel lungo cammino, non è ancora mondata, le
ferite che gli fecero i suoi nemici non sono ancora perfettamente rimarginate,
e niuna macchia può entrare nel cielo. Ecco però la Religione curvarsi
un'altra volta sopra di lui. Ella prega, lo inunge coll'olio degl'infermi, e
purificatolo da ogni reliquia di colpa, {44}mentre gli accosta alle labbra il Crocifisso:
spera, o figlio, va ripetendogli, spera. Iddio non è come gli uomini. Egli
non abbandona chi si confida in Lui. Il moriente è oramai agli estremi.
Allora con accento commosso: parti, gl'intuona la medesima Religione, parti, o
figlio, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti creò, nel
nome di Gesù Cristo che ti redense, nel nome dello Spirito Santo che in te si
effuse, in none di tutti gli angelici cori, di tutte le schiere dei
comprensori celesti. Sia oggi in pace il tuo luogo, e la tua abitazione nella
santa Sionne. Dio, Dio di clemenza, tu che cancelli i peccati del mondo,
guarda propizio a questa tua creatura, e in essa rinnova ciò, che l'umana
fralezza potè corrompere, la diabolica astuzia potè violare. Pietà delle
lagrime, pietà de' suoi gemiti. Ei non ha fidanza che nella tua misericordia.
Maria Santissima lo assisti, e voi pure, o Apostoli, o Martiri, o Vergini, o
Confessori. Deh! che non vada perduta quest'anima! che di lei non rida
l'infernale nemico! Ma
non è tutto, o Dilettissimi; chè la Religione cattolica, non paga di
addolcirne gli affanni della suprema agonia, di chiuderci le pupille alla luce
di questo secolo, di accompagnare le nostre salme alla tomba, non paga di
tutto questo, ella, inginocchiata sulla gelida pietra, non si rimane, voi
sapete, dal piangere e dal pregare, e a tutti quelli che passano grida con
voce affannosa: qui, qui riposano le ossa de' figli miei! Deh, pregate per le
anime che un dì le informavano! pregate meco, affinchè eterna requie e luce
perpetua conceda loro il Signore, e affinchè un giorno trovar possiate voi
pure misericordia.
Così, mentre piange sulle tombe de' nostri cari, la Religione
cattolica, stringe noi vivi al suo seno, pensando che un dì non lontano,
piangerà pure sui nostri tumuli deserti. E a questo pensiero, oh come il
nostro cuore si apre alla speranza, alla gioia! Beati pertanto, mille volte
beati coloro, che vivono all'ombra della tua Religione, o gran Dio! Come bene
rispondono al nostro spirito i suoi insegnamenti,
le materne sue cure! come tutto il nostro essere in lei si perfeziona ed
esulta!
Non v'ha che la Religione cattolica, la quale sia e possa essere un
rimedio efficace, un rimedio certo, un rimedio universale ai mali tutti che ci
travagliano; non v'ha che la Religione cattolica, la quale ci faccia gustare
in questa vita un saggio anticipato delle delizie del cielo, perocchè ella
sola, la Religione cattolica, ha la forza di tenere in freno tutte ad un tempo
le nostre passioni e di appagare le nostre brame coi grandi precetti che ci
detta, coi grandi consigli che ci dà, coi grandi doveri che c'impone, coi
grandi esempi che ci offre, coi grandi motivi che ci suggerisce, coi grandi
interessi che ci presenta, coi grandi sentimenti che c'inspira, coi grandi
mezzi che ci prepara, coi grandi soccorsi che ci somministra.
«Religione amabilissima, è pur dolce poter terminare col parlar di
te, ciò che si è cominciato per far qualche bene a quelli che tu benefichi
ogni giorno! E' pur dolce poter concludere
con animo fermo e sicuro, che non è filosofo chi non ti segue e non ti
rispetta, e non v'ha chi ti segua e ti rispetti che non sia filosofo. Oso pur
dire, che non ha cuore, che non sente i dolci fremiti di un amor terreno che
soddisfa e rapisce; che non conosce le estasi, in cui getta una meditazione
soave e toccante, chi non ti ama con trasporto, chi non si sente trascinare
verso l'Oggetto ineffabile del culto che tu c'insegni. Tu vivrai sempre, e
l'errore non vivrà mai teco. Quando ci assalirà, quando coprendoci gli occhi
con mano tenebrosa, minaccerà di sprofondarci negli abissi oscuri, che
l'ignoranza spalanca avanti ai nostri piedi, noi ci volgeremo a te e troveremo
la verità sotto il tuo manto; l'errore fuggirà, come il lupo della montagna
inseguito dal cacciatore, e la tua destra ei condurrà alla salvezza[27]».
Dilettissimi, quali conseguenze dal fin qui detto? Accenneremo le
principali. Non v'ha che la Religione cattolica, la quale possa renderci
felici in questa vita; essa dunque è il primo
tra i doni che Iddio misericordioso ci abbia elargiti. Dobbiamo adunque
gelosamente custodirlo, se vogliamo goder pace. Dobbiamo ben persuaderci, in
secondo luogo, che coloro, i quali tentano strapparci dal cuore la Religione,
sono crudeli, nel tempo stesso che sono empii, e che dobbiamo quindi fuggire
la loro compagnia, i loro discorsi, le loro opere. Dobbiamo ben persuaderci al
contrario, che sono da riguardarsi come veri nostri benefattori, e quindi
meritevoli di tutto il nostro affetto, di tutta la nostra gratitudine coloro,
i quali, le loro fatiche, i loro studii, le loro sostanze, la loro vita
impiegano nel sostenere e nel diffondere la Religione cattolica.
Chi pertanto, o Dilettissimi, avrà maggior diritto al nostro amore di
Colui, che siede oggi per Divina Provvidenza, sull'augusto Soglio di Pietro?
chi più di Leone XIII fia meritevole di tutta la nostra riconoscenza? Tutti i
suoi atti, tutte le sue parole, non sono forse dirette a quest'unico scopo, di
sostenere i diritti della Religione nostra santissima, di difenderla contro
tutti gli assalti, e di propagarla dovunque? Ne
è splendida prova novella la magnifica Lettera Enciclica che Egli si degnò
indirizzare ultimamente a tutto il mondo cattolico nella quale, con zelo
veramente Apostolico e con tenerissimo affetto di padre, raccomanda
specialmente la pia Opera della Propagazione
della Fede. Vi comunichiamo, V. F. e D. F., il preziosissimo Documento
certi che più d'ogni Nostra esortazione varrà esso ad infervorare sempre più
gli animi vostri a vantaggio di un'Opera, la quale è carità e civiltà ad un
tempo; è la parola operosa del nostro cuore che crede, che spera e che ama;
è continuazione dell'opera dell'Evangelo; è cooperazione al divino Riscatto;
è grido d'Apostoli che domanda si aggiunga la nostra limosina al sacrificio
della loro vita.
Noi Ci rallegriamo che quest'Opera della Propagazione
della Fede specialmente, abbia nella Nostra Diocesi anime zelanti, cuori
generosi che la promuovono; desideriamo però di vederla ancor più fiorente.
Per la qual cosa a Voi altamente la raccomandiamo, Ven. Nostri Fratelli,
perchè ne facciate conoscere gl'immensi vantaggi e i meriti senza fine, a
quanti sono fedeli alle vostre cure affidati, togliendo appunto occasione
dall'Enciclica Sancta Dei Civitas,
che leggerete loro nell'imminente Quaresima.
L'Opera della Propagazione della
Fede tra i popoli idolatri, V. F. e D. F., è, Noi crediamo, il mezzo più
valevole ed efficace, per conservare ed accrescere in mezzo a noi la cattolica
Religione, e per affrettarne il completo trionfo. Mentre quindi procureremo il
benessere e la felicità dei nostri fratelli, noi la verremo procurando a noi
stessi, imperoccchè, l'abbiamo veduto: la Religione cattolica e la felicità
dell'uomo sono inseparabili.
Ma che siamo noi, e che possiamo, senza l'aiuto della divina grazia?
Orazione pertanto, o Dilettissimi, orazione. Effondiamo il nostro cuore
dinanzi a Dio, specialmente ne' giorni di salute, che si avvicinano.
Preghiamolo per la esaltazione della santa sua Chiesa e per la incolumità del
Romano Pontefice, Vicario di Gesù Cristo, Leone XIII, segno d'immenso odio per parte dei nemici di Dio, e d'indomato amore
per parte di tutti i cattolici, che non mentiscono al proprio nome.
Preghiamolo per l'intiera Città e Diocesi, affinchè tutti, come figli di una
stessa famiglia, andiamo crescendo per
ogni parte in Lui, che è il capo, Gesù Cristo[28].
Pregatelo anche per Noi, affinchè Ci aiuti a portare degnamente il peso del
Pastoral Ministero, a maggiore sua gloria, e a salute vostra, V. F. e D. F.,
che siete il nostro giubilo, la nostra corona.
Abbracciandovi tutti nella carità di Cristo, vi benediciamo dal più
intimo del cuore, nel nome del Padre del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così
sia. Piacenza, dal
Nostro palazzo Vescovile il giorno 2 Febbraio 1881. †
Giovanni Battista Vescovo [1]
Apolog. c.
1. [2]
Jo. I, 17. [3]
Jo. XIV, 6. [4]
Ps. 86, 6. [5]
I Tim. III, 15. [6]
Is. LIX, 21. [7]
Jo. VIII, 32. [8]
Bayle, Dictionn, art. Manichèens. [9]
T. Jouffroy, Melanges philosophique. [10]S.
Cyrill, Hierosol. Cathec. 5. [11]
Ad Rom. XII, 1. [12]
I Jo. IV, 1. [13]
Jo. VII, 17. [14]
S. August. Conf. Lib. II, c. X. [15]
Ps. 75, 3. [16]
I Jo. IV, 16. [17]
S. Aug. Serm. 311. [18]
Ephes. II, 14. [19]
Philipp. IV, 7. [20]
Is. XLVIII, 22. [21]
Is. LVIII, 20. [22]
Ps. XIII, 3. [23]
Ad Rom. II, 10. [24]
2 Corinth. XII, 10. [25]
Rousseau, Iulie ou la Nouv. Hèl.
III. [26]
Necker, Cours de morale religieuse [27]
Leopardi, Saggio sopra gli errori
popolari degli antichi. [28]
Ad Ephes. XV. |
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