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15. Lettera Pastorale di Monsignor Vescovo di Piacenza intorno all'istruzione dei Sordo-muti, 8.9.1880, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1880, pp. 25
Ai sordomuti Scalabrini aveva rivolto un pensiero nella prima lettera pastorale; aveva ripreso il discorso nella seconda lettera, preoccupato per l’istruzione religiosa di questi infelici, e aveva comunicato alla diocesi l'intenzione di erigere un istituto per provvedere alla loro riabilitazione. Ora può annunciare ai fedeli la realizzazione del progetto. Non era un'iniziativa nuova nella storia della chiesa perché il cristianesimo, nelle sue aperture verso gli emarginati aveva già compiuto per i sordomuti quanto il paganesimo non aveva mai osato programmare; per questo anche la comunità ecclesiale piacentina doveva avviare un'opera di squisita carità cristiana già in atto in altre chiese locali. Il Vescovo osserva che il sordomuto, mancando della parola e dell'udito, è come uno straniero nella sua stessa patria perché è privo di un patrimonio di nozioni e di esperienze del passato comuni a tutte le altre persone. Vive nell'angoscia di chi non può neppur far conoscere il proprio desiderio di conoscere. Si mostra preoccupato soprattutto per l'ignoranza religiosa delle verità fondamentali del cristianesimo, da cui deriva l'impossibilità di risolvere i problemi più importanti della vita; nota poi la fragilità morale di queste creature per il mancato sostegno soprannaturale ottenuto con la frequenza dei sacramenti. Dopo una rilevazione statistica condotta durante la prima visita pastorale, Scalabrini ha aperto in città un istituto per sordomute affidandolo alle religiose di S. Anna. Ora chiede ai fedeli un contributo finanziario, anche se modesto; fa un appello alle autorità politiche e amministrative perché rendano possibile anche agli uomini, privi della parola e dell'udito, l’istruzione elementare che la recente riforma scolastica ha resa obbligatoria per tutti i cittadini; al clero raccomanda di segnalare, su appositi moduli, la presenza nelle parrocchie di sordomuti a volte volutamente nascosta dai familiari.
Dal giorno che furono dalle labbra di Gesù Cristo rivolte agli
Apostoli quelle sublimi parole: andate
per tutto l'universo, insegnate a tutte quante le genti, si mossero, que'
magnanimi, per recare dovunque, attraverso di tutti gli ostacoli, di tutti gli
stenti, di tutte le persecuzioni, la legge di salute civilizzatrice del mondo.
Da quel giorno, Venerabili Fratelli e Dilettissimi Figli,
incominciarono a sorgere le Chiese cristiane,
e, appresso alle medesime, andarono via via moltiplicandosi gli asili e le
scuole della gioventù, specie degli orfani e degli abbandonati, i ricoveri
pietosi della errante mendicità, i generosi ospizii della infermità desolata
e tutte quelle maniere di ammaestramenti e soccorsi, onde la Religione di
Cristo venne mai sempre in aiuto agl'infelici ed agli oppressi, con quei
prodigi di zelo e di carità che il solo suo genio poteva creare ed ha
effettivamente creato.
Ne è prova incontestabile, fra le altre, la educazione dei Sordo-muti.
Sì, fu essa la cattolica Religione, che compendiò e coronò gl'innumerevoli
suoi benefizi, intraprendendo nell'educazione di queste povere creature ciò,
che la sapienza pagana non aveva osato giammai, e felicemente compiendo ciò,
che era stato oggetto lungo tempo dei desiderii piuttosto che delle speranze
comuni.
Ministri pertanto e discepoli di una Religione, che è tutta viscere di
carità e che ha fatto pei Sordo-muti prodigi stupendi, inauditi, non farete
voi, V. F. e D. F., qualche cosa per essi? Ah, quanto a Noi, vel confessiamo,
più che il dovere, ne sentiamo il bisogno: charitas
Christi urget nos. Il perchè Nostro intendimento questa volta è appunto
di perorare innanzi a voi la più importante e più utile delle cause, qual'è
la causa dei poveri Sordo-muti.
Altro perciò non
faremo che esporvi in breve lo stato miserando in cui si trovano essi
naturalmente, se abbandonati; quindi la estrema necessità di venir loro in
ajuto; e siamo certi che le Nostre parole troveranno un'eco pietosa nel cuore
di tutti voi, che, in fatto specialmente di carità, avete dato in ogni
incontro luminosissimi esempi.
Non vi ha sulla terra sventura, pari alla sventura del povero
Sordo-muto. Fornito di quelle facoltà, di cui fu larga ad ogni uomo la
Provvidenza Divina, egli è privo di quell'organo meraviglioso, per cui
scendono all'anima le soavi armonie, si svolgono le affezioni più care della
famiglia, si nutrono i sentimenti più elevati della fede e si aprono, per così
dire, le porte di quel santuario, in cui la coscienza domina sovrana.
La parola, questa potenza concreata al pensiero e rivelatrice di mondi
ideali, questo vincolo misterioso, che congiunge alla fisica la morale natura,
che unisce intelletto ad intelletto e cuore a cuore, va bensì a percuotere
l'orecchio di lui, ma senza effetto di sorta, come il dardo lanciato nel
marmo.
Cresce egli pertanto, cotesto innocente figlio della sventura, in mezzo
alla società, ma straniero quasi alla medesima. Il tesoro delle cognizioni
comuni, delle quali a tutti è dato potersi arricchire, per lui sta rinchiuso; tace per lui l'esperienza dei secoli
andati, e il patrimonio delle sue cognizioni è ristretto a quel pochissimo,
di che i proprii bisogni, la propria riflessione, la esperienza propria hanno
potuto ammaestrarlo, simile in ciò al selvaggio della foresta che nulla
intende di quanto vedesi attorno.
Anzi, a ben riflettere, o Dilettissimi se la condizione del Sordo-muto
s'agguaglia pienamente a quella del selvaggio, rispetto all'ignoranza
dell'intelletto, essa le è di molto inferiore rispetto alle amarezze del
cuore.
Fu detto che la fame della verità non è meno prepotente di quella del
pane quotidiano, ed e così veramente. Siane prova il fanciullo dotato della
parola, che mai non rifinisce d'interrogarvi ora sopra di una cosa, ora sopra
di un'altra, e s'indispettisce e mena strepito e piange, se di subito non
venga appagato.
Quale pertanto non deve essere il tormento del Sordo-muto, che sente
dentro la stessa fame di sapere e si vede privo persino del beneficio di
interrogare! Vede gli altri discorrere fra loro, e, a seconda dei loro
discorsi, comporre il volto a riso, a pianto, a meraviglia, ed egli non può
in guisa alcuna scoprirne la causa. Arde del desiderio di comprendere e di
essere compreso, e non può
nemmeno aver modo di far conoscere questo suo desiderio! Forza è quindi si
trovi, ben vedete, in uno stato di continua amarezza, di violenza dolorosa, ed
ahi, quanto dolorosa! O voi, che amate trattenervi sovente in dolci colloquii
coi vostri simili, comunicando ad essi i vostri pensieri ed affetti,
immaginate quale per voi sarebbe quel giorno in cui foste per sempre
condannati ad un ferreo silenzio! Eppure non è questa che una delle pene cui
è soggetto il Sordo-muto per tutto il corso di sua mortale carriera.
E pensare, o Dilettissimi, che il numero di cotesti infelici è sì
grande! Dalle più accurate statistiche infatti chiaramente risulta, che in
media fra diversi paesi si può ritenere quasi esatta la proporzione di un
Sordo-muto ogni mille e cinquecento individui, il che ci fa conoscere che più
di ventimila Sordo-muti sono in Italia e seicentomila nel mondo! In questa
Nostra vastissima Diocesi la proporzione di uno a mille e cinquecento trovasi
esattamente verificata, per le attente ricerche che ne abbiamo fatte Noi
stessi. durante la sacra Visita Pastorale.
Ciò stringe il cuore di chi vede in quei meschinelli, non dei poveri
sventurati soltanto, dei difettosi, degl'infermi, che reclamano un temporale
soccorso, ma delle anime che non conoscono le verità
della fede. Sì, Dilettissimi; se per tutti il Sordo-muto, senza istruzione,
è un essere ragionevole che non ragiona, un orfanello isolato in famiglia, un
solitario in mezzo agli uomini, un selvaggio nella civil società; nella
Chiesa di Dio, per noi, e sopratutto un'anima digiuna del pane di vita, un
infedele quanto alla fede attuale, un ignorante di tutte le verità rivelate,
di tutte, anche delle più elementari, necessarie a sapersi di necessità di
mezzo. Oh, in questo punto di vista, non è a dire, il bisogno del Sordo-muto
si fa estremo e il relativo provvedimento assume per Noi il carattere non di
semplice opera di beneficenza e di umanità, ma di religione altresì e di
giustizia.
Non ha il Sordo-muto cognizione alcuna di Dio, nè delle cose di Dio!
Se a tal cognizione infatti non arrivano i fanciulli dotati della facoltà di
udire, ove manchino dell'istruzione opportuna; se, pur troppo, vediamo sovente
fanciulli i quali, trascurando lo studio catechistico, non sanno le principali
verità della religione, anche dopo che hanno sentito tante volte parlarne;
come credere che possa giungere a conoscerle il Sordo-muto, destituito com'è
di ogni mezzo, isolato in grembo alla famiglia ed alla società, colla notte
profonda che regna nel suo intelletto e col silenzio sepolcrale che lo
circonda? Avrà egli bensì un tal quale concetto dell'Ente Supremo, ma oh,
quanto confuso ed erroneo!
Il celebre Sordo-muto
Massieu scrisse, che egli nella
sua infanzia adorava il cielo e non Dio, perocchè nol vedeva. Moltissimi poi,
fatti adulti ed istruiti, assicurarono che essi nella loro prima età,
adoravano il sole, come il grande padrone della natura e il regolatore
dell'universo, e altri il fuoco, come causa prima di tutte le cose.
Gioverà forse a dar loro un'idea più esatta di Dio e delle verità
rivelate la sola domestica istruzione, quale suol darsi volgarmente per via di
cenni? E' questo appunto il quesito che, nella circostanza memoranda della
definizione dogmatica dell'Immacolato Concepimento di Maria, alcuni pii
Sacerdoti, convenuti a Roma, indirizzarono a varii Istitutori e distintissimi
Personaggi. Ebbene; quattro E.mi Cardinali, venti Arcivescovi e Vescovi e più
di venti Istruttori di Sordo-muti, appartenenti a varie nazioni, usi a
trattare lungamente con quei meschinelli, asserirono di avere attentamente
esaminato il quesito e di averlo fatto esaminare a uomini competenti, e
conchiusero, che senza un metodo speciale, colla sola istruzione domestica,
non può il Sordo-muto giungere in alcun modo al conoscimento delle verità di
ordine saprannaturale.
Così è pur troppo, V. F. e D. F., e una dolorosa esperienza ha fatto
in più luoghi rilevare che molte di queste povere creature vivono e muojono fra
noi, senza aver conosciuto Gesù benedetto e Maria Vergine, e senza mai aver
fatto alcun atto meritorio per la vita futura.
Nè osta il vedere la compostezza e devozione esterna che molti
fanciulli e fanciulle, nati col doppio vizio della sordità e mutolezza,
mostrano in Chiesa e nei divini uffizii, il che è indizio d'intelligenza. Non
osta, diciamo; imperocchè ciò non esce dalla cerchia di atti puramente
esterni, appresi dall'esempio e dalla imitazione, esercitati per abitudine o
per timore. Inchinarsi, segnarsi, inginocchiarsi, giunger le mani, percuotersi
il petto e tutto ciò fare a tempo, a regola, come fanno gli altri, e meglio
ancora che non facciano gli altri, è disciplina che può insegnarsi benissimo
a forza di premii e di castighi, in breve spazio di tempo e senza alcuna
difficoltà. Non è a tali apparenze di pietà e di religione che debbasi
prestar fede, o Carissimi, sibbene alla testimonianza dei medesimi Sordo-muti,
i quali, giunti a matura età ed istruzione, confessarono essere stati
riputati per fanciulli religiosi, perchè la loro persona atteggiavano a pii
movimenti, ma della pietà e religione non aver avuto mai neppure l'idea,
mentre nulla, affatto nulla intendevano di ciò che veniva loro comandato di
fare.
Ripetiamolo adunque: non ha il Sordo-muto, abbandonato
a sè stesso, cognizione alcuna di Dio, nè delle cose di Dio ! E se è così,
chi può dire quanto maggiormente si aggravi la misera sua sorte?
Il mondo naturale non sarà altro per lui che un mistero, nè altro per
lui che un mistero sarà la vita dell'uomo. Il terribile assalto infatti del
dolore, le lacrime della virtù, l'ipocrisia del vizio, i precetti del dovere,
la potenza del pentimento, la speranza del perdono, il sublime delle
affezioni, il sacrificio delle passioni, il martirio della povertà, i
contrasti delle false amicizie, le ingiuste persecuzioni non si spiegano senza
Dio. E che mai sarebbe per noi il giorno dell'ultimo addio, se il raggio della
immortalità non rischiarasse la tomba? No, non v'ha che la Religione la quale
conforti l'uomo nelle durissime prove. Ma la Religione, voi sapete, è
rivelazione e la rivelazione è parola; perocchè la intelligenza divina non
può comunicarsi alla umana se non col mezzo della parola, cioè con la più
pura e la meno materiale delle forme analoghe alla condizione dell'uomo. E noi
ascoltiamo questa celeste parola, la quale chiama beati i poveri, i
perseguitati, coloro che piangono, assicurando loro il regno de' cieli, e
l'anima nostra si conforta in Dio suo Signore. Noi l'ascoltiamo questa parola
in ogni circostanza, in ogni tempo, in ogni luogo, sul letto perfino
dell'agonia, e il nostro cuore si apre alla speranza delle gioje future. Ma
pel misero Sordomuto non è così. Esso non può, come noi, collegare il
presente coll'avvenire, il visibile coll'invisibile, la natura colla grazia.
Egli trovasi esposto a continue illusioni, privo d'ogni conforto, condannato a
vivere in questo esiglio senza direzione, senza speranza, senza amore.
Dispetto, odio, melanconia, abbandono, pianto, livore, sono quindi la sua
porzione quaggiù. Egli vi è condannato da chi, potendo farlo religiosamente
istruire, nol fa per indolenza o per mal inteso risparmio.
Ciò però non è tutto; anzi è questo veramente il minor male. Il
peggio si è, o Dilettissimi, che, senza istruzione religiosa, è il
Sordo-muto esposto del continuo al pericolo positivo di eterna condanna.
Ed in vero: per quanto ignorante delle cose di Dio esso voglia
supporsi, porta anch'egli impressa nell'anima la legge naturale, quel lume cioè
del Divin volto, che ci è guida a discernere il giusto dall'ingiusto, il vero
dal falso, il bene dal male; può quindi anch'egli, essendo libero, mancare
colpevolmente nella scelta, anzi pel maggior predominio che in lui hanno i
sensi e pei maggiori pericoli ai quali trovasi esposto, molto più facilmente
al male che al bene darà la preferenza,
e allora? qual rimedio a tanto disordine? Ah, pur troppo! il Sordo-muto non
istruito è l'uomo che cade e non può risorgere, che ha la coscienza del male
ed è sprovvisto della forza per combatterlo con efficacia, che sente la punta
del rimorso e non ha mezzo di liberarsene, che è figlio di Dio e ne diventa
nemico, che pecca contro la legge e non redime il tempo coi Sacramenti.
Il Sacramento stesso della Penitenza a che mai gioverebbegli, se questo
richiede nel penitente atti positivi e diretti, e tali atti che suppongono
necessariamente una serie di fatti e d'idee soprannaturali, la cui conoscenza
a quel misero è affatto straniera? Certo si è, V. F., che non potrebbe verun
di voi ammettere al beneficio dell'assoluzione Sacramentale un Sordo-muto, del
quale non avesse morale certezza che sappia ciò che dimanda e ne abbia le
necessarie disposizioni. Ora, dal fin qui detto, può ella aversi questa
morale certezza? Profondamente addolorati il diciamo: non può aversi per quei
Sordo-muti che non furono istruiti religiosamente da chi ne conosce l'arte
difficilissima.
Dopo tutto ciò chi a di voi, V. F. e D. F., che non vegga la necessità
che hanno cotesti infelici di essere soccorsi? Anche nell'Evangelo sono tratti
eloquentissimi a questo riguardo.
I lebbrosi, gli storpii, i languidi, i ciechi stessi conoscono la propria sventura e possono andare
in cerca del divin Medico, o, se non altro, possono, quando Egli passa loro
accanto, gridare: Gesù figliuol di
Davidde, abbi pietà di noi. Niuno de' Sordo-muti al contrario trova ajuto
da sè stesso alla propria disgrazia, niuno da sè stesso trova la via per
andare al Salvatore, epperò fa d'uopo che altri pensino per loro e a Lui
pietosamente li guidino.
Ma anche condotti a Gesù, essi non Lo conoscono, nè possono
rivolgergli alcuna preghiera. Quindi è che G. C., mentre da tutti, che a Lui
ricorrevano, chiedeva una supplica, una confessione della loro miseria, un
atto di fede, mai niente di ciò richiese dai Sordo-muti, volendo tuttavia che
per essi pregassero e ravvivassero la fede quelli, che a Lui li presentavano.
Ciò che merita inoltre la vostra attenzione si è, che tutti i
Sordo-muti, guariti da Gesù Cristo, almeno quelli di cui si narra
particolarmente la guarigione, erano anche posseduti dal demonio. Ah, questa
facilità appunto in cui sono que' miseri di cader sotto l'impero di satana,
era quello che sul cuore di Gesù, sensibilissimo a tutte le umane sventure,
faceva una più viva impressione! Vedetelo infatti, o Dilettissimi, mentre Gli
vien presentato un cieco e muto. Egli ne compatisce la duplice
disgrazia, ma prima dalla mutolezza che dalla cecità lo guarisce, come da più
grave sciagura. Osservatelo di nuovo alla presenza di un altro sordo e muto
dalla nascita. Come sopra la tomba del quatriduano Lazaro, leva Esso, in
vedendolo, gli sguardi al cielo, e geme, e sospira, quasi vedesse d'un tratto
in lui solo l'abisso dei mali gravissimi in cui precipitato era l'uomo.
Così grande poi è l'interesse e la pietà che pei Sordo-muti Egli dà
a conoscere, ed usa nel guarirli sì tenera sollecitudine, da risvegliare
sempre l'ammirazione delle turbe (Matth.
XII, 23 - Luc. XI, 14) le quali, dopo di averlo proclamato singolare ed
unico nell'operare cosifatti prodigi (Matth.
IX, 33) e d'averlo a questi stessi prodigi riconosciuto pel Messia
aspettato (Matth. XII, 23), non
sanno meglio esprimere il loro entusiasmo e dire compendiosamente quanto lo
credono buono, potente e grande, se non col ricordare e predicare quello che
aveva fatto a pro' de' Sordo-muti:
bene omnia fecit: et surdos fecit audire
et mutos loqui (Matth. VII, 37).
Deh, quanto care e consolanti debbono scendere al cuore di chi si
adopera, e molto più di chi dedica la sua vita al bene de'
Sordo-muti, questi tratti evangelici! Per chi altri specialmente, se
non per costoro, avrà egli proferita la grande sentenza: quamdiu
fecistis uni ex his fratribus meis minimis, mihi fecistis? (Matth. XXV, 40).
Gli è dietro sifatte considerazioni, V. F. e D. F., che Noi,
desiderosi di provvedere per quanto Ci è possibile, al bene di tutte le anime
alle Nostre cure affidate, abbiamo aperto da qualche tempo in questa Nostra
Città un Istituto a pro delle Sordomute fanciulle, affidandone la direzione
alle benemerite Figlie di S. Vincenzo de' Paoli.
Ora spetta a voi massimamente, Venerabili Nostri Cooperatori,
contribuire, con quanto avete di forze, al felice avviamento e progresso del
medesimo. Noi confidiamo che anche in ciò avremo di che lodarci di voi, e
tanto più lo speriamo, in quanto che l'opera, della quale si tratta, è una
gloria, si può dire, tutta nostra.
Non furono difatto i Sacerdoti cattolici che primi si accinsero a
questa penosa missione d'istruire nelle verità sovrannaturali i Sordo-muti?
Non furono essi che i primi aprirono pubblici Istituti e ne divennero i più
abili Istitutori, sacrificando a tal uopo le sostanze, l'ingegno, la vita? e
non sono essi ancora che al presente ne vanno creando continuamente dei nuovi
e che per tutto, colle esortazioni e colla parola, promuovono quest'opera alla
religione, alla famiglia, alla società cotanto utile e salutare?
Alcuni moderni
filantropi, ben vorrebbero rapire alla Chiesa anche questo nobilissimo suo
vanto, ma indarno; chè la storia è là e ricorda, come non sia ancora sorto
un asilo pei Sordo-muti, senza il concorso efficace del Clero; ricorda a mille
a mille i Sacerdoti che nascosti fra umili pareti furono padri tenerissimi,
istitutori zelanti, maestri ed evangelizzatori di quegli sventurati; ricorda
le Congregazioni e gli Ordini Religiosi che sorsero, o si dedicarono alla loro
istruzione; ricorda Vescovi e Cardinali senza numero che si fecero
patrocinatori ed anche fondatori di asili per essi; ricorda finalmente le
paterne sollecitudini dei Sommi Pontifici Leone XII, Gregorio XVI, Pio IX, e,
per noi specialmente, ricorderà la singolare degnazione del regnante sommo
Pontefice Leone XIII, il quale, non appena seppe come Noi avevamo aperto per
le povere Sordo-mute l'anzidetto Istituto, volle concorrervi Egli stesso pel
primo, col provvederlo di un posto a proprie spese. Che non dovremo adunque
far noi, o Dilettissimi?
Costa certamente sacrifizii e fatiche il procurare al Sordo-muto la
necessaria istruzione e molto più l'impartirla, ma oh, da quali e quante
consolazioni, non sono elleno ricompensate! solo chi ne ha fatto esperimento
può dirlo. Fate istruire i Sordo-muti, V. F. e D. F., e la Chiesa avrà in essi
senza dubbio un popolo di ferventi cristiani, di fedeli adoratori di Dio.
Questo è veramente quel terreno buono, in cui il seme della divina parola
rende il cento per uno. Vedeste con qual bramosia chieggono essi ai loro
educatori il pane dell'istruzione religiosa! con quali trasporti di giubilo e
di viva riconoscenza li ringraziano d'averla ricevuta! E cosa che intenerisce
fino alle lagrime.
Che dirvi poi dei beneficii che alla società, da tale istruzione,
derivano? Diremo solo che non vi ha quasi ramo dello scibile umano cui non
abbiano alcuni di essi illustrato colla celebrità del loro nome. Potremmo qui
noverare Sordo-muti di tutte le nazioni, i quali si elevarono d'assai sulla
comune degli uomini; e ne conta pure l'Italia in gran numero, e più ne
conterebbe, se gl’istitutori fossero stati più incoraggiati dalla carità
cittadina.
Anche per ciò Noi vorremmo che fra le molte utili e pie Istituzioni,
onde va ricca la Città nostra, quella eziandio potesse annoverarsi dei poveri
Sordo-muti; vorremmo che Piacenza non avesse più ad invidiare, per questo
conto, tante altre città italiane e straniere, ove già i Sordo-muti d'ambo i
sessi sono felicemente istruiti. Un pensiero gli è questo che Noi vagheggiamo
da lungo tempo e che speriamo, se la Provvidenza Ci verrà in ajuto, di potere
un giorno recare ad effetto.
Intanto però
vogliate, o Carissimi, approfittarvi della propizia occasione che vi offe
l'asilo per le Sordo-mute, facendo voti e dando opera nel medesimo tempo,
affinchè sorga presto in mezzo a noi anche quello pei fanciulli colpiti della
stessa sventura.
Non tutti, lo sappiamo, possono largheggiare, come tante e tante anime
buone hanno fatto e vanno facendo altrove, ma niuno tuttavia può esimersene
intieramente, perchè, dovendo ciascuno soccorrere ai Sordo-muti giusta sue
forze, non da tutti si domanda che fondino di loro entrate Istituti all'uopo,
come altri fondarono; o che vi spendano tutto il loro tempo, come altri vi
spesero; o che vi consacrino la persona e la vita, come altri vi consacrarono.
Felice chi trovasi in condizione di ciò fare! Basterà or col soccorso del
consiglio, ora col sussidio della elemosina, ora coll’autorità della
raccomandazione sostenere, animare, promuovere l'Istituto già aperto, e
affrettare, nella stessa maniera, l'apertura del nuovo. Oh sì, Dilettissimi,
sì! Vi stia a cuore, sopra ogni altra, quest'opera di cristiana e civile
rigenerazione.
E' una preghiera che rivolgiamo anzitutto a coloro che siedono in alto
e dirigono le sorti del nostro paese, a coloro eziandio che sono a capo delle
pubbliche Amministrazioni di Beneficenza e degli
Istituti di Carità. Noi punto non dubitiamo del loro appoggio, perchè Ci è
noto abbastanza quanto alto senno li guidi, e quanto amore li animi del
pubblico bene. E chi potrebbe di tale appoggio rimproverarli?
Mentre per legge si vuole obbligatoria l'istruzione del popolo, affinchè
la luce del vero si diffonda e penetri pur anco nella officina del povero e
dell'artigiano; mentre tanto si esige per tutelare il diritto che ha ciascuno
di godere di tutti que' preziosi vantaggi, che sono procurati dalle condizioni
sociali, come potrebbe esserne escluso il Sordo-muto? Non entra forse
anch'egli nel novero degli uomini e dei cittadini? Non ha egli anzi maggior
diritto alla compassione fraterna e alla sociale attenzione, appunto perchè
la sventura lo ha più crudelmente colpito? No, nè la società può
ricusargli il beneficio della istruzione, avendo la Provvidenza ispirato al
genio dell'uomo i mezzi atti a dissiparne la ignoranza; nè deve
ricusarglielo, avendo essa grave obbligo di render atti i suoi membri a
cooperare al miglioramento comune. E' debito dunque dei Municipii, delle
Provincie e di chiunque presieda alla pubblica cosa, di procurare, con ogni
premura, l'educazione del Sordo-muto, soccorrendolo, non con una sterile
compassione, ma sì con amore operoso ed efficace, che
valga a restituirgli i privilegi dell'uomo, a farlo entrare nel civile
consorzio, a renderlo utile alla religione non meno che alla patria. Mentre
stiamo scrivendo, una schiera eletta di educatori di quegl'infelici, convenuti
da tutta Europa, trovansi appunto a tale scopo, radunati nella vicina Milano.
Oh, benedica il Signore i loro studii e le loro fatiche, e voglia renderle ben
presto feconde di soavi, copiosissimi frutti!
Una parola anche a voi, o ricchi e benestanti della Nostra Diocesi. La
sorte tristissima dei Sordo-muti, che sono fra noi, è tutta, si può dire,
nelle vostre mani. Da voi, in effetto, dipende la loro felicità temporale ed
eterna, potendo voi coi mezzi, di cui vi ha forniti la Provvidenza, aprirne
loro la via. E' questo anzi uno dei vostri più rigorosi doveri. Se vostro
dovere rigorosissimo infatti si è quello di sovvenire agl'infelici e
bisognosi, quanto maggiore non dovrà dirsi il dovere che vi corre di
sovvenire al Sordo-muto, che è la creatura sulla terra più bisognosa di
conforto e di soccorso?
Ma Noi sappiamo di parlare ad anime bennate e sensibili, a cuori
altamente generosi, ne' quali religione e umanità si danno vicendevole
amplesso. Crediamo quindi superfluo aggiungere altro. Solo ricorderemo, con s.
Agostino, che se Dio ha fatto
il povero per la salute dei ricchi, ha fatto i ricchi per il sollievo de'
poveri. Ricorderemo, con s. Ambrogio, che più il mondo vedrà i ricchi essere
caritatevoli, tanto più addiveranno essi in faccia al mondo rispettabili e
cari. Il povero (e Noi diremo il Sordo-muto) non avrà ad offrirvi in
riconoscenza che le sue benedizioni, ma Dio medesimo s’impegnerà alla
vostra ricompensa.
Un'ultima parola a Voi, o Venerabili Sacerdoti, Nostri carissimi
Cooperatori nella vigna di Dio. Niuno di voi certamente lascierà venir su
nella sua Parrocchia un fanciullo o una fanciulla, colpiti di mutolezza e
sordità, senza tentare ogni mezzo di renderla, coll'istruzione religiosa,
capace di ricevere i santi Sacramenti della Chiesa, perchè niuno di voi vorrà
certo tradire il proprio ministero, nè rendersi in faccia alla Chiesa e a Dio
colpevole della perdita di quell'anima, al suo zelo raccomandata. Non potete
voi occuparvene direttamente? Potete però e dovete occuparvene
indirettamente, finchè non siete moralmente sicuri della salvezza eterna di
lei.
Cercate adunque di cotesti sgraziati nelle famiglie, dove spesso sono
tenuti nascosti, e notificateli a questa Curia, valendovi del modulo qui
annesso. Dichiarate ai genitori l'obbligo di coscienza che hanno di farli
istruire. Fate loro conoscere l'esistenza
del suddetto Istituto. Provocate coll'esempio, o, se non altro, colla voce i
fedeli più agiati a coadjuvare colle loro limosine, un'opera cotanto
meritoria. Abbiate presente quanto, riguardo ai Sordo-muti, abbiamo detto
nella Nostra Sinodo (De Schol. Doctr.
Christ. 15). Consideratevi insomma, quali siete, i destinati dalla divina
Provvidenza a divenire, secondo la frase dei Libri Santi, lingua della loro
mutolezza e orecchio della loro sordità.
Venerabili Fratelli, è questo un nuovo apostolato che il cielo vi
presenta. Non avete con eroici patimenti ad affrontare tempestosi oceani, non
a penetrare in barbare terre, non a versare il vostro sangue per cercare chi
non conosce Gesù Cristo. Li abbiamo sventuratamente fra noi e per condurli a
Gesù Cristo altro non si richiede che un po' d'amore ardente e sincero di Gesù
Cristo medesimo. Oh, allora non vi saranno difficoltà, per quanto si vogliano
grandi, che ci sgomentino. Sapremo superarle, e opereremo anche noi quei
prodigi di carità, che altri prima di noi operarono.
Tutti finalmente, V. F. e D. F., adoperiamo pei Sordo-muti quei pronti
rimedii, quelle amorevoli sollecitudini che brameremmo per noi se, per somma
sventura, ci trovassimo in simile condizione. Unicuique, sta scritto, rnandavit
Deus de proximo suo. La salute spirituale del nostro prossimo fu da Dio
raccomandata a ciascun fedele, non come un atto di lodevole pietà solamente,
ma come un dovere di carità comandata. Il Sordo-muto adunque non è dalla
Provvidenza abbandonato alla sua lagrimevole privazione. Essa lo colloca nelle
braccia dei fedeli, lo commette alle loro viscere pietose, e, coprendolo del
prezioso mantello della divina figliuolanza, dice a tutti noi: col provvedere
che farete al religioso allevamento di quest'anima a me sì cara, voi mi
dimostrerete la grandezza dell'amore che mi portate.
E quali altri motivi dolcissimi non ci spingono a farlo? Il sacro
Battesimo, voi sapete, lo ci unì nel più stretto vincolo di comunanza che
v'abbia in terra, perchè non dovrà rompersi neppur dopo il corso della vita
terrena. Esso è figlio dello stesso Padre, di quel Padre nostro che è nei
cieli: esso è fratello nostro, perchè membro vivente della stessa famiglia;
anzi in questa famiglia esso occupa un posto di predilezione e di onore,
quello che è proprio degl'infelici, in particolar modo raccomandati dal Divin
Redentore.
Suvvia dunque, o Carissimi, siano le cure più fiorite spese intorno a
lui, perchè egli più facilmente apprenda a conoscere d'onde venne, ove
dimori, dove vada; con lui si largheggi d'ogni dimostrazione
d'amore, perchè il suo stato s'allevii, anzi si ingemmi di tutte le gioje che
può diffondere la carità. In breve, d'infelice che era si renda felice,
senza attenderne guiderdone o compenso di sorta. guiderdone e compenso di sì
delicato amore sarà solo quel Dio che è carità per essenza, quel Dio il
quale lasciò scritto nel santo Vangelo: beati i misericordiosi, perchè essi
troveranno misericordia: beati
misericordes, quoniam ipsi misericordiam consequentur (Matth. V, 7).
La grazia del Signor nostro Gesù
Cristo e la carità di Dio e la partecipazione dello Spirito Santo sia con
tutti voi (2 Ad Corinth. XIII, 13).
Vi benediciamo, Fratelli e Figli carissimi, con tutta l'effusione del
cuore nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Piacenza dal
Nostro palazzo Vescovile 8 Settembre 1880. †
Giovanni Battista Vescovo |
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