14. Lettera Pastorale

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14.    Lettera Pastorale di Monsignor Vescovo di Piacenza pel solenne riconoscimento delle reliquie dei SS. Antonino e Vittore, 6.5.1880, Piacenza, Tip. G. Tedeschi, 1880, pp. 32.

Il culto di Antonino e Vittore, patroni della chiesa piacentina, neppure dopo 16 secoli dal martirio ha subito delle flessioni; ha preso maggior vigore dopo la recente ricognizione delle salme che ha garantito la loro autenticità.

La devozione per i martiri ha radici profonde fino dai tempi apostolici; la chiesa cattolica vede in questi eroi la persona stessa di Cristo per il cui amore hanno sacrificato la vita. Li prega perché li ritiene potenti intercessori presso Dio.

Ogni martire deve essere collocato nel contesto storico in cui è vissuto: e Scalalabrini nella Pastorale inserisce S. Antonino nelle imprese della legione "tebea" che verso la fine del terzo secolo difende coraggiosamente i confini dell'impero romano dalle pressioni dei barbari, ma viene poi fatta sterminare dall'imperatore Massimiano perché professa il cristianesimo. Antonino, sfuggito all'eccidio, si trasferisce a Piacenza dove predica il vangelo; ma viene decapitato perché non rinnega la fede.

La basilica che conserva le sue spoglie, collocate dal vescovo Savino accanto a quelle di S. Vittore al quale la chiesa stessa era prima dedicata, nel corso dei secoli è stata il centro propulsore della vita sociale e politica di Piacenza, specialmente nell'età comunale; anche oggi il culto dei due martiri consente di associare in modo inscindibile la vita religiosa e l'amore alla patria.

Nel momento attuale il loro esempio deve sollecitare i fedeli a sostenere il martirio del disprezzo inferto da chi irride la religione perché non ha il coraggio di professarla.

 

            Tutto quaggiù è soggetto a perire. Si ottenebra lo splendore sfavillante dell'oro, vien meno il potere comechè grande e formidabile e si dilegua la memoria di un nome anche famoso e chiaro. Una cosa però dura sempre e durerà nei secoli: la ricordanza di coloro che la virtù avendo amata sopra ogni cosa, costantemente la praticarono fino all'eroismo. Dio medesimo è quegli che prendesi cura di loro; ne {4}registra i nomi nel libro della vita e benedetti li tramanda ai secoli avvenire. Quindi gli eroi della cattolica fede, i quali seppero o propagarla colla voce di apostolico ministero, o abbellirla cogli esempi di vita incontaminata, o meglio, difenderla col sangue di nobile martirio, temer non possono che, per variar di età o volgere di stagioni, appassisca o venga meno il fiore di loro gloria: eorum flos neque marcescit, neque defluit tempore. La nebbia degli anni, che suole pur oscurare le gesta anche più luminose, non potrà mai appannare, benchè menomamente, lo splendore della luce che da essi dimana: nescit vetustalis rubiginem splendoris istius natura; chè anzi cadono atterrate le città e gl'imperi, crollano le moli più eccelse e scompaiono in breve le più celebri dinastie, mentre gli eroi della Chiesa cattolica si rimangono sempre, anche morti, nel primiero vigore di vita; godono di una gioventù sempre nuova e fiorente, e sempre diffondono per ogni dove i raggi di loro luce purissima a riscuotere la meraviglia e la venerazione del mondo: semper in eodem manent vigore, semper in eodem juventutis flore sunt, semper suæ gloriæ fulgorem mittunt et radios (Hom. in SS. Mart. Juvent. et Maxim.).

            {5}Così parlava un giorno dalla sua cattedra l'eloquente Crisostomo, entrando a ragionare di due insigni martiri della Chiesa, e così vi diciamo Noi, Venerabili Fratelli e Figliuoli Carissimi, dovendo farvi parola dei due gloriosi nostri Santi Antonino e Vittore.

            Sono difatto oramai sedici secoli che cotesti magnanimi caddero preda di morte, eppure i loro nomi risuonano tuttavia cari e benedetti in queste nostre contrade e vi risuoneranno mai sempre, finchè una scintilla di religione e di fede arderà nel cuore nobilissimo dei Piacentini. Diremo anzi: la fama di Antonino e Vittore, crescerà quind'innanzi col crescere degli anni, e, varcando i confini di questa Diocesi, spiegherà instancabile il volo per ogni angolo della casa di Dio. Motivo a crederlo è il faustissimo avvenimento che prendiamo a narrarvi.

            Or sono due anni, con grandissima Nostra consolazione, demmo compimento alla Sacra Visita Pastorale nell'insigne Basilica di S. Antonino. Fu in quella occasione che ordinammo si aprisse la grande urna di marmo posta sotto la mensa dell'altar maggiore di detta Chiesa, e ciò per fare una solenne ricognizione delle reliquie dei Santi Antonino e Vittore che vi si dicevano sepolte.

            {6}Da secoli quell'urna non era stata aperta, e, sebbene presentasse all'esterno contrassegni manifesti dei tesori che racchiudeva, dubbi non lievi tuttavia si erano sparsi intorno ai medesimi.

            Qual giubilo pertanto fu il Nostro, o Dilettissimi, allorchè Ci venne dato di vedere coi Nostri occhi le sacre spoglie dei mentovati due Santi! Quale la Nostra commozione allorchè arrivammo a baciare l'ampolla, contenente le reliquie di quel sangue benedetto, che fu versato da Antonino in testimonianza della fede!

            E' senza dubbio un tratto singolare della Provvidenza di Dio, che cotesto preziosissimo vetro siasi conservato incolume fra mezzo alle ruine, cui la Basilica del Santo Patrono, situata per più secoli fuori delle mura della nostra Città, andò più volte soggetta, in causa di barbariche invasioni, d'incendii e di guerre; ma è un tratto ancor più ammirabile della stessa Provvidenza divina, e degno di tutta la nostra riconoscenza, che il glorioso sangue di Antonino, in esso vetro raccolto, siasi conservato, dopo tanti e tanti secoli, in tale stato da offrire anche oggidì prove certissime della sua primiera natura, mentre, in altri casi consimili, la scienza non arrivò a stabilir della cosa che la probabilità solamente.

            {7}Oh rallegriamoci, o Dilettissimi, esultiamo! Piacenza va ricca senza dubbio di molti insigni e preziosi monumenti, veri tesori dell'arte; ma niuno di essi è certo più stimabile, agli occhi della fede, di cotesto sangue glorioso; niuno più insigne delle spoglie di Antonino e Vittore, per cui le venne in ogni tempo grandezza e decoro e salì in fama di Città nobilissima.

            Noi perciò, non badando a sacrificii, abbiamo voluto accrescere a lei questa fama, e, specialmente ai detti due Santi, venerazione, facendone riporre i sacri avanzi in nuova urna, per finezza di arte pregevolissima; nè questo solo, avendo anche divisato di celebrarne, con feste solennissime e straordinarie, la felice ricognizione.

            Vorremmo ora ben volentieri parlarvi di entrambi, o Dilettissimi; ma, a non dilungarci di troppo, Ci fermeremo di preferenza intorno al santo Martire, come colui che ci fu dato da Dio a primo Patrono.

            I Martiri furono sempre una delle glorie più splendide onde si abbella la Chiesa di Dio. La storia dei primi tempi ne è prova irrefragabile.

            Allorchè la ferocia dei Romani persecutori {8}faceva scorrere, in tutte le provincie dell'impero, il sangue dei seguaci di Cristo, era bello il vedere quanto grande, sorprendente, mirabile fosse il loro coraggio, l'eroismo della loro virtù. Spesse fiate stancavasi più presto la crudeltà dei carnefici, di quello che venisse meno o anco fosse indebolita la loro costanza. Non incoraggiamento, non sollievo, non rifugio per essi in alcun luogo sulla terra; non nella pietà del popolo, che sitibondo di spettacoli applaudiva al loro supplizio; non nella opinione dei saggi e dei filosofi, che gelosi di loro pretesa virtù e della loro vana dottrina, li deridevano; non nella ribellione, cui per principio di ordine e per sentimento di dovere, mai non ricorsero. Tenuti a vile, calunniati, abbandonati, perseguitati dal mondo intiero, subivano mille morti in una sola morte, e fino nell'agonia dei più atroci supplizii, liberi di vivere, sollecitati con ogni più lusinghiero allettamento a vivere, di ogni grado, di ogni condizione, di ogni sesso, dall'adolescenza fino alla vecchiaia, dal guerriero fino alla timida giovinetta, vittime innocenti cadevano pregando pei loro uccisori. E donde mai, o Carissimi, tanta fortezza? Dalla fede. La fede in Gesù Cristo, re dei Martiri, era quella che infondeva nei loro {9}petti cotesto coraggio invincibile e preparava in pari tempo alla sua Chiesa dei testimoni che col proprio sangue ne suggellassero le verità, e in questo sangue, e negli avanzi onorati di questi eroi, persevera anche adesso e dura quasi presente una delle più magnifiche prove della divinità di lei, come del suo più solenne trionfo.

            Non è quindi a meravigliare, o Dilettissimi, se i Martiri furono mai sempre oggetto di culto speciale nella Chiesa di Gesù Cristo. Essa, fino dai tempi Apostolici, riguardò le ceneri dei Martiri come piene della vita di Dio, come cosa venerabile e sacra, e sulle loro tombe costumò anche celebrare i sacrosanti Misteri. Che havvi infatti di più giusto, di più religioso, di più degno di rispetto che di offrire il Sangue di Gesù Cristo sul corpo e sugli avanzi de' suoi discepoli, che lo hanno sparso per Lui? Non deve egli esser grato e sommamente grato a Gesù Cristo il mescolare, per dir così, il suo sacrifizio con quello de' suoi Martiri, i quali non sono con Esso Lui che una vittima istessa?

            Grande perciò fu sempre il potere dei Martiri presso Dio. Membra e reliquie di quegli uomini meravigliosi, che più vissero della vita di Gesù Cristo che della propria, a Lui incorporati {10}per lo spirito di santificazione e con Lui un sol corpo e quasi una medesima sussistenza, del loro valido favore proteggono ed aiutano coloro che ad essi fiduciosi ricorrono e al loro potere si affidano. «Io ho veduto, dice San Giovanni, sotto l'altare le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e gridavano  ad alta voce: sino a quando, o Signore, santo e verace, non ti movi a giudicare e non vendichi il sangue nostro sopra coloro che abitano la terra? (S. Io. Apoc. C. VI, 9, 10)».

            Sì, tutto è concesso alle loro pregbiere, tutto è donato ai loro meriti. Regnando essi con Cristo spandono sui popoli le più elette benedizioni, e S. Agostino ci assicura che i miracoli dei tempi Apostolici si rinnovavano in faccia a tutte le nazioni, in virtù dei corpi dei Martiri. Essi hanno resa testimonianza a Dio col loro sangue e Dio concede ai fedeli grazie e prodigi per la loro intercessione. Di qui la sollecitudine che si ebbe sempre di serbarne gelosamente le ceneri; di qui i voti che di frequente si appesero alle loro tombe; di qui gl'inni devoti, le commoventi espressioni della fede e della devozione; di qui i prodigi delle arti belle, chiamate dalla generosa pietà dei fedeli a edificare le Basiliche e ad er{11}gerne gli altari; di qui i ricchi donativi e gli effigiati o scolpiti monumenti della loro grandezza; di qui finalmente le feste istituite in loro onore e quella tenera e cristiana pietà, che, rimirando quelle sacre ceneri e rammentando le antiche misericordie del Signore per loro mezzo impetrate, corre a stampare su di loro teneri baci di riverente affetto e nuovi motivi ne trae di fiducia e di cristiano coraggio.

            Qual fortuna pertanto si è la nostra, V. F. e D. F. poter dire anche noi: siamo sotto la protezione di un Martire e di un Martire qual'è Antonino! Noi ne possediamo ancora le sacre ossa e il suo sangue glorioso è tuttavia in mezzo a noi! Ma è tempo che di Antonino più particolarmente vi diciamo i meriti preclarissimi.

            Quand'anche di lui nessun'altra notizia fosse a noi pervenuta fuorchè questa, che egli con cuor generoso affrontò e sostenne la morte per render testimonianza a Gesù Cristo, abbastanza noi sapremmo per conchiudere: aver egli in vita sua toccata la cima dell'evangelica santità. Perocchè, o Dilettissimi, se dalle opere la santità si conosce e se quella santità è più grande che di più bei frutti è feconda, qual Santo deve {12}dirsi colui che ne coglie il frutto più prezioso e più bello, il martirio cioè, il quale, secondo afferma il divin Redentore, è l'ultimo eccesso della carità, di quella carità in cui sta riposta ogni giustizia e tutta la legge dei Profeti di Cristo?

            Il nome di Martire adunque è il più splendido elogio che far si possa di un uomo, e a ragione Cipriano lasciò scritto quella celebre sentenza: nulla più ti resta da aggiungere quando in verità hai potuto chiamare alcuno col nome di Martire.

            Che potremmo dire difatto che in questo nome non sia compreso? Affinchè uno arrivi a tanto di non curarsi più, non diremo delle ricchezze, e degli onori, ma neppure della vita medesima, e di sacrificarla tra i più fieri tormenti per solo amore di Cristo, non deve egli esser quel giusto che solo vive di fede, che solo si appoggia alla cristiana speranza, che arde solo in cuore del divin fuoco di carità? quel giusto che, mal soffrendo questa terra, solo per dura necessità vi dimora siccome pellegrino, e, stando in essa legato col corpo, coll'anima vola già e conversa ne' cieli? quel giusto che, vittorioso di tutto e superiore ad ogni sentimento {13}di natura, non è guidato che dalla grazia, più non respira che Dio e che trasformato in Dio stesso può dir coll'Apostolo: non sono più io che vivo, ma è Gesù Cristo che vive in me?

            Chè se la palma del martirio non può crescere se non in mezzo ai fiori di tutte quelle virtù le quali rendono santo e perfetto un cristiano, chi fedelmente può ritrarre Antonino? Un uomo di costumi puri e immacolati, che tutte e nel grado più elevato, possedeva le più elette virtù; un uomo ineffabilmente umile, dolce, mansueto, compassionevole, magnanimo, forte; un uomo insomma che perfetta esprimeva in sè medesimo l'immagine di quel Gesù di cui era seguace, ecco V. F. e D. F. chi esser doveva il nostro Antonino.

            Ora in qual campo lo collocò il Signore, perchè salisse a tanta altezza? Voi ben lo sapete. Non lo condusse in mezzo ai deserti o per entro le selve, a passare i suoi dì nel silenzio e nella solitudine; non lo collocò negli eremi e ne' chiostri a vivere solo dedicato all'orazione ed alla penitenza; non lo pose all'ombra del Santuario a trattare i divini Misteri, no; ma chiamollo in mezzo del secolo, ai tumulti delle armi e del campo, fra continue battaglie e trionfi.

            Antonino adunque soldato e soldato santo, {14}ecco in ciò solo gran prova della dilezione in che l'ebbe l'Altissimo e del raro merito di lui che fedelmente vi corrispose. Imperocchè nessuno v'ha che ignori come la milizia, non per sè stessa è vero, ma per l'umana fragilità, tra tutti gli stati sia quello che può riuscire all'anima più pericoloso e nocivo. In tale stato pertanto in cui il solo spirito che si conosca è quello del secolo, chi oserà conformar sè medesimo allo spirito di Gesù Cristo e del suo Vangelo perfettamente? Venga e si mostri che noi gli renderemo eterne lodi, perocchè è costui veramente un prodigio. Eppure non uno, o Dilettissimi, ma mille e mille di somiglianti prodigi ci si offrono allo sguardo se col pensiero ci trasportiamo al secolo terzo e rammentiamo la legione Tebea.

            Era quella una falange di prodi, pieni tutti di marziale valore, ma più di fede in Gesù Cristo e di zelo per l'osservanza della sua legge. Tra costoro, e per grado, e per coraggio e per isplendore di cristiane virtù, distinguevasi il nostro Antonino, giovane di animo come di statura elevato, di nobile portamento, di gentili maniere, splendido e giusto sì che formava la comune ammirazione.

            Soldato di Cesare egli non dimentica di es{15}sere prima soldato di Cristo, e ovunque, combatte l'errore difende e proclama la verità e tutto intraprende, tutto soffre pur di farla conoscere ed amare. Quanto il suo esempio non doveva movere ad imitarlo coloro che gli erano dipendenti! E lo imitavano difatto, rendendosi per tal maniera in tempo di pace utili a sè stessi come ai loro fratelli.

            Ma forsechè sono eglino men forti e valorosi in tempo di guerra? Giudicatelo voi, o Dilettissimi, se il nome solo di legione Tebea suona terribile cosi all'orecchio dei barbari, che niuno di loro ardisce affrontarla; nè altrimenti poteva essere.

            Il vero soldato, nella sicurtà di sua coscienza, attinge il dispregio della vita; nel dispregio della vita trova la forza di vincere e nella vittoria si prostra a Dio, il quale non indarno fa agli uomini portare la spada e sovente colla spada degli uomini trafigge i codardi che postergano le ragioni di Dio. Il cantico della vittoria è allora un inno della fede e l'esultanza della pugna sparge nell'anima una luce modesta che spegne l'orgoglio e porge anzi incremento alla cristiana umiltà, mentre di terrore e spavento è agl'inimici.

            {16}Soldati di cotal tempra erano i soldati della legione Tebea, e Antonino in maniera ancor più distinta. Poteva l'inferno tollerar più a lungo quel vivente rimprovero? Ahi, che l'ora è suonata della sua vendetta!

            Ordini severissimi pendono già per ogni dove, dapertutto, quanto è vasto il romano impero, non si ode che un grido di morte contro i seguaci del Nazareno. Dovunque è un cristiano, ivi debb'essere una vittima. Tale è il volere di Massimiano, che sedeva allora sul trono dei Cesari, e tale si è l'ordine che quell'empio intima ai magnanimi della legione: perseguitare i cristiani. A questo i magnanimi si rifiutano. Sdegnato il tiranno spicca nuovo ordine: o che rinneghino il Crocifisso o che la legione sia decimata col ferro. Quegli eroi non esitano un sol momento a scegliere e scelgono di morire. Uno ogni dieci pertanto cade sotto la scure del carnefice, mentre i superstiti, sul cadavere fumante dei loro fratelli, intuonano l'inno del trionfo e della pace e vieppiù si accendono nel desiderio di dare anch'essi per Gesù Cristo il sangue e la vita. Un nuovo ordine di Massimiano si trae dietro una nuova protesta e quella protesta una nuova decimazione. Ma i secondi valorosamente {17}cadono come i primi; il sangue dei soldati martiri germoglia i martiri in quelli che sopravvivono. Cesare allora dà in ismanie infernali e, disperato di vincerli, ne delibera l'universale sterminio. Chiedete voi di Antonino? Egli è salvo ancora.

            A secondare il desiderio suo ardentissimo di poter più lungamente meritare e patire, e a premiare così la sua fede, Dio gli mette in cuore e gli dà modo di sottrarsi all'orrenda carneficina. Eccolo pertanto in cerca di una terra ove poter largamente esercitare il suo zelo, di una terra ove spandere i beneficii della carità di cui ribocca il suo cuore. Quella terra avventurata è Piacenza.

            Ciò che allora intraprendesse qui Antonino ben non sappiamo. Sappiamo però che Piacenza, malgrado le apostoliche fatiche di alcuni celebri Santi che l'aveano visitata, era avvolta ancora, si può dire, nelle tenebre del gentilesimo, e che Antonino cominciò a far risplendere su di essa maggiormente il sole di giustizia e di verità; che Piacenza era quasi intieramente posseduta dalla febbre delle più vili passioni, e che Antonino le arrecò la salute; che Piacenza gemeva tuttavia sotto il ferreo giogo di satana, e che Antonino contribuì mirabilmente a romperne i {18}ceppi ignominiosi e a sottometterla al soave impero di Cristo.

            L'idolatria perciò vede a poco a poco i suoi altari, in parte derelitti, in parte rovesciati. Sono più rari gli osceni sacrificii, più scarse le vittime immolate. Per lui la Chiesa Piacentina, feconda ogni giorno di novelli acquisti, dilata in più larghi confini le suo tende, ed egli stesso, Antonino, la mira con gioja avviarsi a robusta adolescenza, ergere dovunque altari al Dio vivente e piantare dovunque, in segno di vittoria, il salutare vessillo della croce.

            Ecco, V. F. e F. C. a Nostro credere, il principale motivo per cui Antonino, a preferenza di tanti santissimi Personaggi che illustrarono queste nostre contrade, fu riguardato in ogni tempo come il Patrono principe di questa insigne Città e Diocesi.

            Ma per ottenere quanto egli ottenne, deh, quali ostacoli non doveva aver vinti! quanti pericoli superati! Quale conoscenza non doveva essere in lui delle verità della fede! qual forza di persuasione nelle sue parole! qual coraggio nel predicare allora la religione di un Dio crocifisso!

            No; Antonino non è solo il soldato coraggioso, {19}il soldato santo; è altresì, o Dilettissimi, il soldato sapiente e illuminato. Noi, ricchi di dottrina eletta e con l'esperienza degli anni, conosciamo bene la gran menzogna del paganesimo. Noi, che ne abbiamo storicamente vedute le famose tirannìe, le turpitudini oscene, facilmente lo disprezziamo; ma il nostro Antonino, che viveva sotto la dominazione dell'idolatria universale; il nostro Antonino, che scorgeva il paganesimo sostenuto dai potenti, celebrato dai filosofi, furiosamente amato dai dissoluti e seguìto da tutti i popoli, donde attinse lume all'intelletto sì valido, risoluzione così tenace della volontà, da inorridirne e movergli così aspra guerra? Noi, figliuoli benedetti della croce, baciati in fronte da Gesù, nostro fratello, nostro compagno, nostro amico; noi, attorniati dai monumenti della sua venuta, ripieni dei frutti della sua legge, sentiamo come un èmpito irresistibile di gettarci fra le sue braccia e di celebrarne le glorie; ma il nostro Antonino, al quale non si scoprivano ancora le sociali vittorie del cristianesimo, non la Roma dei Cesari conquistata dai Papi, non i barbari vinti, non frondeggiante l'albero della nostra civiltà, al quale invece il regno della Chiesa era una carcere, il premio temporale del cristiano un {20}leone o una tigre che lo sbranasse, come e donde poteva gustare tanta soavità dell'anima, in qual modo poteva afferrare così saldo convincimento di fede, da gridar col fatto al vilipeso Dio del Calvario: io ti seguo, io ti adoro; voglio farti conoscere ed amare? E lo fa conoscere ed amare veramente.

            Di soldato divenuto Apostolo, Antonino si trasporta di luogo in luogo; giorno e notte, può dirsi, egli prega, esorta, ammaestra, combatte, suda, agonizza, pur di donarti, o mia Piacenza, la vita. Ben sapeva che ciò avrebbe a lui procurata la morte, ma alla morte, o Dilettissimi, egli anela da gran tempo ardentissimamente per unirsi più presto al divin suo Capo Cristo Gesù; nè il suo desiderio andrà molto ad essere soddisfatto.

            Tanto zelo difatto da lui spiegato, nel dilatare qui in mezzo a noi il regno di Dio, lo scopre finalmente al crudele tiranno, il quale, non valendo a persuaderlo di rinnegar Gesù Cristo e di sacrificare agl'idoli, lo condanna ad essere ucciso. Esulta allora Antonino d'immensa allegrezza, piega sotto la scure il glorioso suo capo e vola, onusto di palme, a riabbracciare gli uccisi fratelli.

            Riuscirono i fedeli a raccoglierne le membra {21}ed il sangue sparso, e poichè la persecuzione in que' dì orribilmente infieriva, il tutto, di nascosto e con lagrime, affidarono alla terra.

            Quel Dio però che vuole, anche quaggiù, onorati i suoi Santi, non permise che quei sacri pegni rimanessero per sempre nella oscurità e nell'oblìo. Rivelò pertanto al grande Vescovo Savino il luogo dove giacevano sepolti, e dove infatti il santo Vescovo, con immenso suo giubilo e con giubilo immenso di tutto il popolo, li rinvenne, trasportandoli quindi solennemente, fra inni e cantici, accanto alle ossa dell'inclito San Vittore.

            Esultarono quelle ossa al primo contatto delle spoglie di Antonino, ed è fama, si traessero quelle in disparte, per cedere a queste il posto più onorifico, avverandosi con ciò quanto il medesimo S. Vittore dichiarò in sul morire, che cioè, un altro, di lui senza confronto più degno, sarebbe stato collocato un giorno nel suo stesso sepolcro.

            Così difatto, benchè fra loro distinte, le ossa dei SS. Antonino e Vittore rimasero sempre, dal dì che il nostro Savino le ebbe insieme congiunte; così le trovammo Noi nell'atto di riconoscerle, e così potrete ora vederle voi, o Dilettissimi, nella nuova urna, da Noi sopra indicata.

            {22}Oh, quanto la loro vista non deve commovervi! quali dolci rimembranze, quali teneri affetti non debbono esse ridestare dentro di voi! Sono le spoglie gloriose di coloro che ci furono padri e maestri nella fede; quelle spoglie che stillarono un dì vivo sangue; quelle spoglie accanto alle quali godettero tanti un giorno di stabilire la loro dimora. Innanzi ad esse, o Dilettissimi, correvano a inginocchiarsi fidenti i nostri antenati; appendevano innanzi ad esse i loro doni e ne riportavano in ogni tempo favori segnalatissimi. Da esse i Gregorii, i Savini, i Mauri, i Fulchi, i Gerardi, gli Alberti Prandoni, i Paoli Burali d'Arezzo, i Filippi Suzani, gli Opilii, i Gelasii, i Raimondi, i Contardi, i Conradi, le Franche e tanti altri attingevano conforto nelle loro tribolazioni, lena e coraggio per sempre più avvanzarsi nelle vie del Cielo. Erano esse, quelle spoglie sacrate, il perno, diremo così, intorno a cui aggiravasi, massime nell'età di mezzo, il senno e la vita, sì privata che pubblica, dei cittadini. Intorno ad esse stringevasi il popolo nei maggiori bisogni della patria e ne sperimentava gli effetti salutari. I rappresentanti delle Comunità, i Collegi ed i Paratici in corpo venivano ogni anno a deporre innanzi alle medesime le loro obla{23}zioni. Era alla loro presenza che trattavansi le sorti comuni; accanto ad esse che deponevansi i pubblici documenti; all'ombra di esse che si custodivano i trofei della vittoria.

            Ma che diremo in particolare del culto reso al glorioso Antonino? Tutta la nostra istoria s'intreccia, si può dire, con lui. Il trasporto, la venerazione, l'affetto de' Piacentini verso il santo Patrono era talmente innestato negli animi loro, da informarne ogni azione, ogni cosa. La basilica di S. Vittore si volle a lui dedicata, e dispendiosi lavori si intrapresero per lui intorno alla medesima. Si coniarono monete in oro, in argento ed in rame portanti l'effigie del Santo, e la stessa effigie per molti secoli apparve sullo stemma del nostro Comune, sopra i decreti e le Grida dei governatori e dei podestà di Piacenza.

            Nè la venerazione al gran Martire fu solo ristretta ai confini della patria nostra. Pontefici, re, imperatori e Vescovi largheggiarono di privilegi alla Chiesa che ne conserva le ossa. Nelle Diocesi poi di Milano, Genova, Torino, Mondovì, Cremona, Crema, Bergamo, Parma, Bobbio, Tortona, si dedicarono a lui templi ed altari, s'istituirono per lui feste solenni, e anche oggi, come in passato, se ne onora devotamente la memoria, se ne invoca il nome.

            {24}Dilettissimi, se i padri nostri tanto zelo spiegarono nell'onorare i nostri Santi e specialmente l'inclito Antonino, che non dobbiamo far noi? Noi, mercè gli studii accurati e severi di alcuni dotti, sì ecclesiastici che laici della nostra Città, ai quali Ne piace professar qui pubblicamente la Nostra riconoscenza, vediamo ora ciò che i nostri padri non hanno potuto vedere; udiamo ciò che essi non hanno potuto udire. Nuove cose si sono scoperte, le tradizioni son confermate, i fatti sono resi sicuri. La luce più serena e più bella splende ora intorno all'urna dei SS. Antonino e Vittore. Li abbiamo ora ancor più visibilmente in mezzo a noi. Quale ingratitudine pertanto non sarebbe la nostra in faccia ad essi, in faccia a Dio, in faccia a tutta la Chiesa, in faccia ai nostri più tardi nepoti, se tralasciassimo ora di onorarli con maggiore trasporto di affetto, con maggiore solennità e devozione?

            Care perciò e gioconde oltre ogni dire debbono tornarvi, o Dilettissimi, le feste che vi abbiamo sopra enunciate. Esse avranno luogo, a Dio piacendo, nei giorni 30 e 31 del corrente Maggio, e nel 1 del prossimo Giugno, e verranno precedute dagli Esercizii Spirituali di nove giorni, predicati nella Chiesa di S. Vincenzo Martire.

            {25}L'apertura delle medesime si farà colla inaugurazione in Cattedrale dell'insigne monumento che la Città e la Diocesi hanno già preparato all'immortale Pio IX.

            Il benignissimo nostro S. Padre, a rendere più solenni e fruttuose queste medesime feste, si è degnato di aprire i tesori della Chiesa, accordando la Indulgenza Plenaria a tutti coloro che, confessati e comunicati, visiteranno nei detti tre giorni le Sante Reliquie, come pure la facoltà d'impartire solennemente la Papale Benedizione dopo la Messa Pontificale dell'ultimo giorno.

            Dal programma, che verrà tra breve pubblicato, conoscerete ancor più minutamente ogni cosa.

            Intanto, ad esternare la nostra allegrezza e a rendere a Dio le debite azioni di grazie, ordiniamo:

            1. Che nei giorni 27, 28 e 29 corrente, al mezzodì e alla sera, si suonino a festa le campane di tutte le Chiese ed Oratorii della Città e della Diocesi.

            2. Che in tutte le Chiese Parrocchiali fuori della Città, nel giorno 30 di Maggio, prima d'impartire la Benedizione col SS. Sacramento, venga cantato il Te Deum colla orazione Pro gratiarum actione.

            {26}3. Che il medesimo inno Ambrosiano sia cantato nella Basilica del Santo Patrono al chiudersi del Triduo solenne.

            4. Che i MM. RR. Signori Parrochi esortino caldamente i fedeli all'acquisto della Plenaria Indulgenza, e quindi alla visita delle suddette Sacre Reliquie.

            Oh, quanto Ci sarebbe di conforto e consolazione, Venerabili Confratelli, vedervi, a capo delle vostre popolazioni, prostrati innanzi a quell'urna benedetta! Quale edificazione, se le Parrocchie, alle quali ciò fosse possibile, si succedessero, anche nei giorni dopo il solenne Triduo, a rendere tributo di venerazione e di affetto al gloriosissimo nostro Avvocato e Patrono!

            Raccomandiamo ciò vivamente a tutte le Corporazioni, Associazioni, Istituti, Comunità e Confraternite di Piacenza, esortandole a farlo nel modo più solenne che potranno.

            Raccomandiamo ai genitori di condurvi i loro figliuoli, insegnando loro il beneficio immenso che arrecarono a Piacenza i nostri due Santi, nobilitandola colla parola, coll'esempio, colle loro fatiche, assistendola colla loro intercessione, e la tutela che dobbiamo sperarne per l'avvenire.

            Tutti, Venerabili Confratelli e amatissimi Figli, accorrete festosi e devoti. E' il momento di mostrare al cielo e alla terra che vive in voi l'antica pietà; che l'antica grandezza in voi non è spenta. Religione e patriottismo devono ad un {27}tempo animarvi. Si tratta di una festa in cui le glorie di Antonino e Vittore bellamente s'intrecciano alle glorie più splendide della patria nostra; di una festa in cui vengono a collegarsi ai morali gli stessi materiali interessi: chi non vorrà parteciparvi?

            Noi perciò a tutti indistintamente Ci rivolgiamo collo stesso ardore e colla stessa fiducia, sicuri che tutti farete del vostro meglio, perchè la festa dei padri riesca degna dei figli e la festa dei figli meno indegna dei padri.

            Tali riesciranno certamente se voi, o Dilettissimi, non per vana curiosità, ma per ispirito di sincera fede, farete di prendervi parte; se voi colla vostra pietà, coll'interno vostro raccoglimento, colla pace nel cuore e coi segni altresì del più profondo rispetto, vi unirete a Noi, che tanto desideriamo vedervi in ogni incontro lodati, vedervi crescere ogni dì più in istima, non solo presso Dio, ma ancora presso gli uomini.

            Non dubitiamo quindi sarete per fare l'accoglienza più lieta a quegl'insigni Prelati, che si degneranno in buon numero onorarci della loro presenza; ascoltandone in pari tempo con riverenza e docilità la veneranda parola, e circondandoli di rispetto e venerazione grandissima, pari all'altezza dei loro meriti e alla sublimità del loro augusto carattere. Deh, sì! abbiano essi a partire ammirati di voi, della vostra fede, della vostra pietà, del vostro religioso contegno; {28}abbiano a trovare in tutti voi quella nobiltà di sentire e squisitezza di modi che tanto vi distinguono presso le altre città sorelle.

            Il suono però della letizia, che s'innalzerà allora tra le nostre mura, non v'impedisca, o Dilettissimi, di ascoltare la voce che manderanno benchè mute, quelle ossa intorno alle quali siete ora chiamati. Esse ci predicano sopratutto la fermezza e costanza nella fede; il coraggio di professarla apertamente in faccia a tutto il mondo: imitiamoli. Zeliamo anche noi con tutte le nostre forze la gloria di Dio e la salvezza de' nostri fratelli; combattiamo da forti anche noi le battaglie onorifiche del Signore.

            Quando si tratta delle cose di Dio e dell'anima, ogni cristiano, come sapete, è un soldato: in his omnis homo miles. Che se un guerriero qualunque piglia maggior coraggio quanto è più glorioso il vessillo sotto cui milita, e la causa per cui combatte è più nobile, e il premio che ne attende più ricco, quale coraggio non deve pigliare un cristiano? Il suo vessillo splende di una gloria che mai non si offusca, essendo stato lavorato dalla mano stessa di Dio; è nobilissima la causa per cui combatte, non mirando che alle cose, superiori al fango vile della terra; e il premio che attende non ha confronto, essendo immenso, eterno, infinito.

            Eccovi il riflesso, o Dilettissimi, che tenevano presenti al pensiero i martiri di Gesù Cristo. {29}Quindi nel pericolo, o di cedere alla lusinga o di perdere la fede, lungi dallo intimidirsi, prendevano animo. Non vi era persecuzione, insulto, violenza, che li potesse rimuovere dalla loro fermezza; che anzi, quanto più infieriva contro di loro l'odio dei tristi, essi tanto più si mostravano intrepidi, ben sapendo di non essere soli nel combattimento; ma di avere dalla loro Iddio.

            Sono questi i riflessi che teneva dinanzi alla mente il nostro Antonino; i riflessi che ogni vero cristiano mai non deve perdere di vista, specialmente ai dì nostri.

            Forsechè, o Dilettissimi, il martirio non è per noi? Lo Spirito Santo dice ad ognuno nelle divine Scritture: agonizza per l'anima tua e sino alla morte combatti per la giustizia. Questa giustizia è la verità di Cristo; dalla quale coloro che si dipartono, pensano cose ingiuste, e facendosi operatori di iniquità, incorrono l'odio eterno di Dio, secondo il detto terribile del Profeta: sprevisti omnes discendentes a judiciis tuis, quia injusta cogitatio eorum. Per questa verità vuolsi combattere strenuamente fino all'agonìa e alla morte. E un'ora di questa agonia nella vita, o tosto o tardi, suona per tutti. Non fosse altro, dice un Dottore, l'assidua lotta dello spirito colla carne, il dolore di un'anima che è talora avvinta dalla terra siccome schiava, dal cielo ributtata siccome indegna, è agonìa, è martirio; e l'avere il coraggio de' proprii convincimenti, il portare {30}una vita cristiana davanti a un mondo che ride perchè non ha il coraggio di credere, è un che vicino al martirio.

            Sì, Venerabili Fratelli e Dilettissimi Figli, i Martiri della fede è ben raro si diano nell'attuale società; ma ad essi debbono succedere i martiri della carità, i martiri della pudicizia e della continenza, i martiri della giustizia, i martiri della pazienza e della mortificazione, giacchè non è che la violenza, l’annegazione di sè, il martirio del cuore. che possono farci entrare nella gloria celeste comune ai martiri: regnum coeloum vim patitur.

            Non ci sgomentino le difficoltà, o Carissimi; la grazia di Dio ci verrà in aiuto, e colla grazia di Dio ci parrà lieve ogni più grave fatica. E poi guardiamo a coloro che ci precedettero nel cammino; guardiamo ai fortissimi Antonino e Vittore. Non ci scuoterà il loro esempio? Ah, non è per nulla che Iddio ha voluto per mezzo Nostro benchè indegnissimi, trarne in luce le spoglie in un secolo di tanta debolezza e indifferenza!

            Custodiamole pertanto con riverenza ed affetto e dinanzi ad esse rechiamoci sovente ad ispirarci ai sentimenti di quella fede e pietà cristiana, che sole possono darci la vera pace e contentezza dell'anima; quella contentezza e quella pace che il mondo ignora e che invano potremmo da lui aspettarci.

            La religione di Gesù Cristo, quella religione {31}che Antonino e Vittore piantarono fra noi a prezzo di sudori e di sangue, è ora fieramente da ogni parte assalita, e satana tutte mette in opera le sue forze per ischiantarla, se fosse possibile, dai cuori; ricorriamo a questi Santi che si degnino tutelarla e mantenerla in mezzo a noi pura ed intatta. I nostri fanciulli corrono pericolo di crescere senza virtù e senza freno; supplichiamo questi Santi che li coprano del loro scudo e li preservino dalla corruzione del mondo. Le nostre famiglie sono aperte all'influenza dello spirito malvagio e delle guaste dottrine; preghiamo di gran cuore questi Santi che vi portino di nuovo l'antico spirito cristiano, spirito di concordia, di carità e di pace. La nostra Città e Diocesi sono esposte anch'esse, come tutte le altre, alle insidie dei tristi; imploriamo da questi Santi che le rendano vane e le disperdano sempre. Poche città, poche Diocesi, come la nostra, possono vantare di non aver ceduto mai un palmo solo di terreno al mostro della eresia. Preghiamo questi Santi che vogliano continuare così la loro valida protezione.

            Preghiamoli ancora, oh sì! preghiamoli caldamente per la salute e prosperità del nostro amatissimo Santo Padre Leone XIII, e ci ottengano di poterlo veder lungamente seduto al governo di quella nave, cui con sapienza ogni dì più mirabile, va guidando tra i flutti di questo secolo turbolento.

            La maggior gloria di Dio insomma, l'esal{32}tazione della Chiesa e del suo Vicario, il regno della giustizia e della fede, la pace del mondo, la salute dei nostri fratelli, il benessere della patria nostra, ecco il voto, l'unico voto che formar dobbiamo nelle prossime feste solenni dei nostri SS. Antonino e Vittore; voto che riverenti Noi deponiamo sin d'ora su quell'urna sacrata che ne raccoglie le spoglie.

            Vi benediciamo, o Dilettissimi, con tutta la effusione del cuore, nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.

 

Piacenza, dal Nostro Palazzo Vescovile il giorno dell'Ascensione di N. S. G. C. 1880.

 

† Giovanni Battista Vescovo